San Carlo Borromeo il vero Riformatore contro il protestantesimo e l’apostasia del suo tempo

“Egli era consapevole che una seria e credibile riforma doveva cominciare proprio dai Pastori, affinché avesse effetti benefici e duraturi sull’intero Popolo di Dio. In tale azione di riforma seppe attingere alle sorgenti tradizionali e sempre vive della santità della Chiesa cattolica: la centralità dell’Eucaristia, nella quale riconobbe e ripropose la presenza adorabile del Signore Gesù e del suo Sacrificio d’amore per la nostra salvezza; la spiritualità della Croce, come forza rinnovatrice, capace di ispirare l’esercizio quotidiano delle virtù evangeliche; l’assidua frequenza ai Sacramenti, nei quali accogliere con fede l’azione stessa di Cristo che salva e purifica la sua Chiesa; la Parola di Dio, meditata, letta e interpretata nell’alveo della Tradizione; l’amore e la devozione per il Sommo Pontefice, nell’obbedienza pronta e filiale alle sue indicazioni, come garanzia di vera e piena comunione ecclesiale.” (Benedetto XVI – Lettera “Lumen Caritas alla Chiesa ambrosiana nel 4° Centenario della canonizzazione di san Carlo Borromeo)

E, continua Benedetto XVI nella Lettera: “L’epoca in cui visse Carlo Borromeo fu assai delicata per la Cristianità. In essa l’Arcivescovo di Milano diede un esempio splendido di che cosa significhi operare per la riforma della Chiesa. Molti erano i disordini da sanzionare, molti gli errori da correggere, molte le strutture da rinnovare; e tuttavia san Carlo si adoperò per una profonda riforma della Chiesa, iniziando dalla propria vita. È nei confronti di se stesso, infatti, che il giovane Borromeo promosse la prima e più radicale opera di rinnovamento.”

La figura di san Carlo è grandemente provocatoria, perché mette in crisi molti aspetti del modo di pensare e di vivere del mondo attuale. Non a caso affermiamo da sempre che sono i SANTI i veri Riformatori della Chiesa in ogni tempo, mentre – rivoluzionari – sono tutti coloro che pretesero e pretendono di “cambiare” la Chiesa. Carlo Borromeo, a fronte dell’avanzata protestante si rende subito conto che il vero problema non è “Lutero” in sé, ma sta nelle più svariate forme di concupiscenza, avidità, pigrizia, vizi d’ogni sorta, abbandono del SACRO di quanti, pur dicendosi cristiani e pur ricoprendo incarichi prestigiosi nella Chiesa, a causa dei vizi corrompevano l’immagine della santa Chiesa.

L’attenzione al gregge del cardinale di Santa Prassede – dal maggio 1577 in poi si firma così e sostituisce al simbolo araldico dei Borromeo la parola Humilitas – arriva fino a toccare il quotidiano di ogni singolo fedele, come la preoccupazione per chi si spostava per lavoro in “terre eretiche”, o il permesso di lavorare il legname necessario per i restauri all’interno della chiesa in caso di neve. Che si tratti di consigliare i sacerdoti su questioni apparentemente troppo minute per essere rilevanti (come l’invito ricorrente a scrivere in bella grafia, scegliendo fogli adeguati a essere rilegati) o su delicati temi dottrinari, l’intento è sempre lo stesso: rafforzare in chi lo ascolta la consapevolezza che essere cristiani significa essere stati toccati dall’amore divino.

Negli Acta Ecclesiae Mediolanensis  è raccolto tutto il lavoro del grande ed umile Riformatore, Lettere e moniti che divennero per tutta Europa un testo di riferimento per la vera e più autentica riforma della Chiesa. Egli “vede” e partecipa al concilio di Trento non tanto per accanirsi contro Lutero e i Protestanti, ma per dimostrare che con una vera Riforma di costumi soprattutto e con la FERMEZZA DOTTRINALE, il protestantesimo sarebbe decaduto da solo. In sostanza non bisognava foraggiarlo, ma contrastarlo con una vita santa e con la santa Dottrina della Chiesa Cattolica. In tal senso si prodigherà per combattere L’IGNORANZA sostenendo e collaborando alla stesura del Catechismo detto poi “tridentino”, il Catechismo Romano.

“Reverendo vicario – scrive in un messaggio datato 26 settembre 1574 – per iniziare i fedeli alla devozione della Compagnia del Santissimo Sacramento e riscaldarli ad abbracciarla con fervore, date ordine…”. Nell’epistolario il verbo “riscaldare” ricorre spesso; i curatori del libro, Armando e Roberto Nava, lo traducono con “stimolare a”, ma forse è meglio non trovare un sinonimo a una parola così ricca e affettivamente significativa, che getta una luce calda e familiare sull’attivismo del vescovo e sulla sua puntigliosa cura del particolare, facendo capire la differenza tra formalismo e carità che “urge” all’azione. Non a caso porta all’interno del Duomo milanese LA CONFRATERNITA DEL SANTO ROSARIO, appuntamento che lo vedrà spesso inginocchiato per primo davanti al Crocefisso a dire il Rosario insieme ai Fedeli.

Da vescovo, Carlo ha un senso acuto del dovere del proprio stato di vita, e chiede questo anche ai suoi preti e ai fedeli laici, secondo la loro condizione. Visita per due volte tutte le parrocchie della diocesi, la più popolosa del mondo; fissa le visite nei mesi più caldi perché, ama dire, “è bello fare del bene nelle giornate che molti dedicano al riposo“. E siccome le ore più afose del pomeriggio invitano al sonno, in quelle ore, per non perdere tempo, viaggia. Ma per il Borromeo, la fedeltà al dovere del proprio stato di vita come forma propria dell’identità del cristiano è fondamentale e di vitale importanza per la vita della Chiesa stessa, contro il dilagare del protestantesimo. Aveva chiara la consapevolezza vivissima di che cosa significasse essere vescovo di una importante diocesi in tempi difficili di transizione, di riforma e di cambiamento: e proprio per questo cercò sempre di adeguare le sue scelte e le sue azioni a una vera “deontologia” che si mantenesse INTEGRA NELLA TRADIZIONE E NELLA CULTURA CATTOLICA, cui rimase fedele in maniera eroica e davanti alla quale seppe sacrificare tutto il resto.

Nelle discussioni in seno al concilio ecumenico di Trento emerse la volontà di riunire in un unico testo ufficiale le basi di tutti gli insegnamenti della Chiesa Cattolica:

  • “Mossi da tale stato di cose i Padri del Concilio Ecumenico Tridentino, con il vivo desiderio di adottare qualche rimedio salutare per un male così grave e pernicioso, non si limitarono a chiarire con le loro definizioni i punti principali della dottrina cattolica contro tutte le eresie dei nostri tempi, ma decretarono anche di proporre una certa formula e un determinato metodo per istruire il popolo cristiano nei rudimenti della fede, da adottare in tutte le chiese da parte di coloro cui spetta l’ufficio di legittimi pastori e insegnanti.” (Prefazione del Catechismo Romano, n°4)

Questa decisione fu presa nel corso della diciottesima sessione del Concilio Ecumenico (26 febbraio 1562) su suggerimento del cardinale San Carlo Borromeo che desiderava ardentemente una riforma del clero. Lasciando da parte i particolari che raccontano dell’attentato subito dal santo cardinale, è bene tuttavia sottolineare che la storia è vera. San Carlo Borromeo proprio a causa della riforma dei costumi del Clero, si beccò una scarica di pallottoloni…. non venne colpito a morte, ma la ferita gli procurò enormi problemi e molto dolore, ma divenne per lui anche l’emblema e il ricordo del martirio a cui era votato prima come vescovo, poi quando accettò la veste cardinalizia, simbolo della fedeltà al papato ed alla Chiesa in tutta la dottrina, contro ogni attentatore e mistificatore.

E’ per questo che troviamo davanti a noi un vero Santo valido in tutti i tempi. Egli rivalutò e difese il CELIBATO SACERDOTALE contro il tentativo protestante di abolirlo, facendo leva per altro proprio SUL VALORE DELLA FAMIGLIA CRISTIANA la cui unità dell’amore cristiano, veramente vissuto in coerenza, dava alla Chiesa sacerdoti santi… Per fare questo sa quanto sia importante L’ISTRUZIONE E LA FORMAZIONE CATTOLICA, da qui l’impegno per la creazione di seminari per il Clero e del Catechismo non solo per la loro formazione, ma anche per la formazione delle FAMIGLIE. Lo stesso san Pio V consegnerà simbolicamente il Catechismo AI LAICI, AI GENITORI impegnandoli a prendersi cura dei figli all’interno di una formazione cattolica fondata sulla TRADIZIONE della Chiesa e sulla Dottrina.

Durante la terribile peste del 1576 assiste personalmente i malati, senza temere il contagio, edificando i fedeli per il suo coraggio e la sua abnegazione assolvendo, benedicendo, incoraggiando.
Il 2 novembre del 1584 il santo Vescovo è colpito da grave febbre, di ritorno da una visita pastorale sul Lago Maggiore attraverso il Naviglio Grande, a bordo del famoso “Barchett” di Boffalora, dapprima sosta a Cassinetta di Lugagnano e poi a Corsico, per riprendersi. Indi, prosegue per la città ambrosiana in lettiga. Ma la febbre diventa un febbrone e alla sera del 3, alle dieci e mezza, si spegne. Aveva 46 anni.
Nel 1610 Papa Paolo V lo canonizza.
San Carlo Borromeo fu davvero un campione della Controriforma, una vita spesa per il cattolicesimo in difesa della Tradizione e della sana Dottrina, ma tutta intrisa di carità. Qualcuno l’ha definito l’anti Lutero per eccellenza tanto che – nella sua Diocesi – per molti anni il Protestantesimo non riuscì a porvi le sue velenose radici.

In sostanza la dinamica fu questa: laddove clero, fedeli laici e pastori vivevano nella corruzione, nei vizi, nell’apostasia, il Protestantesimo metteva le sue radici e faceva adepti nel gregge cattolico, depredandolo; ma laddove il clero, fedeli e pastori si impegnavano per una vera Riforma a partire da una consolidata conversione alla Tradizione ed alla Dottrina della Chiesa, RIMETTENDO AL CENTRO L’EUCARISTIA, L’ADORAZIONE AL CROCEFISSO E IL CULTO MARIANO…. il gregge veniva messo al sicuro, e il brigantaggio protestante FUGGIVA A GAMBE LEVATE, SUBENDO SCONFITTE MOLTO SIGNIFICATIVE.. Questa fu la tattica di san Carlo Borromeo, queste le sue armi vincenti.

Laudetur Jesus Christus


RICORDA CHE:

Le chiedo come sia possibile che chi ha ricevuto il dono della fede, e pertanto sia stato predestinato alla salvezza, possa fare naufragio e perdere la fede

Quesito

Salve fratello Angelo,
sono un Cristiano che ha ricevuto la grazia della salvezza in Cristo e il dono dello Spirito Santo promesso.
Ho bisogno di sapere da lei qualcosa che non riesco ancora ad intendere e sento che mi può aiutare.
Noi tutti siamo salvati per Grazia mediante la fede. Grazie all’ opera di Dio che ha compunto il nostro cuore mediante la sua Parola e per il suo Spirito.
Tuttavia nella Scrittura vedo che alcuni che sono stati riscattati e sono stati resi partecipi dello Spirito Santo, hanno rinnegato, sono naufragati in quanto alla fede.
Ora mi chiedo può un eletto perdere la salvezza essendo stato predestinato ad essere adottato come figlio? 
Del resto anche l apostolo Paolo afferma di sé stesso e di Timoteo che se avessero rinnegato il Signore li avrebbe a sua volta rinnegati davanti al Padre celeste. 
Parlo del rigetto della fede ricevuta, non le nostre mancanze che se confessate a Dio con cuore contrito vengono lavate dal prezioso sangue di Gesù Cristo. 
Coloro che credono per un tempo sono eletti o no? Eppure chiunque crede è nato da Dio, nessuno può dire Signore senza lo Spirito Santo. 
Grazie del suo servizio, un abbraccio in Cristo.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. sì, la Sacra Scrittura attesta che alcuni hanno fatto naufragio nella fede.
San Paolo lo dice in maniera molto chiara nella prima lettera a Timoteo: “Questo è l’ordine che ti do, figlio mio Timoteo, in accordo con le profezie già fatte su di te, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia, conservando la fede e una buona coscienza. Alcuni, infatti, avendola rinnegata, hanno fatto naufragio nella fede” Tm 1,18-19).
Ne dice anche il motivo: non hanno conservato una buona coscienza, hanno permesso alla corruzione di entrare nella loro vita.

2. In genere la corruzione nella fede è preceduta da corruzione morale.
Nostro Signore l’ha detto in maniera molto chiara: “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate” (Gv 3,19-20).
L’espressione di Gesù “odia la luce” rimanda a coloro che, corrotta la loro vita e offuscata la luce della coscienza, vogliono cambiare la dottrina per conformarla alla loro vita.
È la storia di sempre. Anche oggi è sotto i nostri occhi.

3. Ugualmente la Sacra Scrittura parla di apostasia. E per apostasia si intende proprio l’abbandono della fede.
San Paolo dice: “Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione” (2 Ts 2,3)
Talvolta si apostata da Dio con la ribellione dell’anima ai suoi comandamenti, conservando ancora l’unione mediante la fede.
Altre volte invece è anche abbandono della fede in senso pieno e assoluto per cui si cessa di credere.

4. Tu chiedi come sia possibile che una persona, chiamata la fede e pertanto eletta e predestinata, possa perdere la fede.
C’è un equivoco a proposito del concetto di predestinazione.
Comunemente per predestinazione s’intende un disegno che in maniera fatalista giunge al suo obiettivo.
Talvolta, come fanno i protestanti, accompagnano al concetto di predestinazione la negazione della libertà dell’uomo.
Infatti Lutero ne Il Servo arbitrio dice che la volontà umana è come una bestia da soma posta fra due cavalieri. “Se la cavalca Dio, vuole e va dove Dio vuole (…). Se invece la cavalca Satana, vuole e va dove Satana vuole. E non è nella sua facoltà scegliere o cercarsi uno dei due cavalieri” (m. lutero, Il servo arbitrio, in Opere Scelte, 6, a cura di e. de michelis pintacuda, Claudiana, Torino 1993, p. 125). 
Di qui il concetto luterano di doppia predestinazione: alla salvezza o alla dannazione.
Giustamente ci si può domandare, come fai tu, se uno che è stato eletto e che viene cavalcato da Dio, per usare linguaggio di Lutero, possa perdere la fede e andare all’inferno. Sembra una contraddizione.

5. Ma non è questo invece il concetto vero di predestinazione.
Predestinare significa in generale ordinare una cosa al suo obiettivo, al suo fine.
Secondo il significato che San Paolo da a questa parola, per predestinazione si intende la libera ed eterna decisione di Dio di portare la creatura umana ad un obiettivo di ordine soprannaturale.
Dice infatti: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” ( Ef 1,4.5).

6. Trattandosi di un obiettivo di ordine soprannaturale, la predestinazione è opera esclusiva di Dio.
Come per chi viene alla luce di questo mondo non c’è alcun intervento da parte di chi viene generato, così analogamente per chi viene elevato alla vita divina diventando per grazia figlio adottivo di Dio, non c’è nessun altra causa al di fuori dell’amore di Dio per lui.

7. Non c’è nessuna difficoltà a conciliare il concetto di predestinazione con la libertà umana perché Dio agisce rispettando la libertà che egli stesso ha dato all’uomo.
Egli la muove fortemente (fortiter) perché l’iniziativa e la conduzione dell’azione parte da lui. Nello stesso tempo la muove soavemente (et suaviter), sollecitando la volontà a dare il consenso rispettando la libertà.

8. La Sacra Scrittura dice che Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4).
Vale a dire: Dio  offre il suo piano di salvezza, chiamato anche di predestinazione, a tutti gli uomini. Ma alcuni lo rifiutano fin dall’inizio (“Venne nella sua casa, ma i suoi non l’hanno accolto”, Gv 1,11), altri lo rifiutano cammin facendo (“Alcuni, infatti, avendola rinnegata, hanno fatto naufragio nella fede”, Tm 1,18-19).

9. In coloro che – mossi da Dio e sollecitati dalla grazia – accolgono liberamente il piano della salvezza, Dio realizza e porta a compimento il piano della predestinazione.
Dice San Tommaso d’Aquino: “La predestinazione certissimamente e infallibilmente ottiene il suo effetto, e tuttavia non comporta coazione, nel senso che il suo effetto provenga in maniera costrittiva. (…).
Così dunque l’ordine della predestinazione è certo, e tuttavia non è abolito il libero arbitrio” (Somma teologica, I, 23, 6).

10. Pertanto avere la fede non significa ancora essere predestinati.
Sono predestinati in senso biblico e teologico solo quelli che si salvano, vale a dire solo coloro nei quali si compie la salvezza. In costoro non ci può essere assolutamente e in nessun modo naufragio.
Mentre il naufragio è possibile per chi ha ricevuto il dono della fede e ha iniziato il cammino di salvezza.
A questo cammino di salvezza fa riferimento a San Pietro quando dice: “Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza” (1 Pt 2,2).
Inoltre va ricordato che se si nega la libertà dell’uomo, il concetto di predestinazione viene falsato.

Ti ringrazio per il quesito tanto importante e prezioso.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico. 
Padre Angelo – dal sito AmiciDomenicani