Quando Wojtyla e Ratzinger difesero Ecclesia Dei e la Messa antica

“Il Popolo di Dio ha bisogno di vedere nei sacerdoti e nei diaconi un comportamento pieno di riverenza e di dignità, capace di aiutarlo a penetrare le cose invisibili, anche senza tante parole e spiegazioni. Nel Messale Romano, detto di San Pio V, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi Misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia.” (Giovanni Paolo II Lettera al Culto Divino 21.9.2001)

Lo spiega molto bene anche il card. Ratzinger nella sua autobiografia:

rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Pio V e non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano rielaborato questo messale, in un processo continuativo di crescita storica e di purificazione, in cui, pero’, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è stata la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Dopo il concilio di Trento, per contrastare l’irruzione della riforma protestante che aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di “riforme” liturgiche (si veda qui), tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa unitaria e dall’imperante pluralismo liturgico eredito dal tardo medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro”
(J. Ratzinger La mia vita pp. 111-112).

Dopo la recente e drammatica, per certi versi, notizia della chiusura dell’Ecclesia Dei: Chiude Ecclesia Dei e si rafforza il Coro Musicale della Sistina, vogliamo proporvi un intervento illuminante dell’allora cardinale Ratzinger, anche a conferma di ciò che voleva e pensava Giovanni Paolo II sull’argomento.


«Forme liturgiche diverse non sono contro l’unità»
Liturgie diverse. Una ricchezza per l’unica Chiesa

«…la presenza dell’antica liturgia non turba né minaccia l’unità, ma è piuttosto un dono destinato a costruire il corpo di Cristo del quale tutti noi siamo servitori» (card. J.Ratzinger)

L’intervento del cardinale Joseph Ratzinger al convegno sui 10 anni di Ecclesia Dei, nell’anno 1998

Quale bilancio possiamo fare oggi, a dieci anni dalla pubblicazione del motu proprio Ecclesia Dei?

Penso che prima di tutto sia un’occasione per esprimere il nostro ringraziamento. Le varie comunità sorte grazie a questo documento pontificio hanno regalato alla Chiesa un gran numero di vocazioni sacerdotali e religiose che con zelo e gioia e in comunione profonda con il Papa rendono servizio al Vangelo in quest’epoca storica. Grazie ad esse, molti fedeli hanno rafforzato o hanno conosciuto per la prima volta la gioia di poter prendere parte alla liturgia e l’amore verso la Chiesa. In numerose diocesi sparse per il mondo tali comunità servono la Chiesa collaborando attivamente con i vescovi e instaurando un rapporto positivo e fraterno con i fedeli che si sentono a loro agio nella forma rinnovata della liturgia. Tutto ciò non può che suscitare oggi la nostra gratitudine.
Tuttavia, sarebbe irrealistico tacere che in molti luoghi non mancano le difficoltà, allora come adesso, perché alcuni vescovi, sacerdoti e fedeli considerano l’attaccamento alla vecchia liturgia (quella dei testi liturgici del 1962) come un elemento di divisione che turba la pace della comunità ecclesiale e lascia supporre una certa riserva nell’accettazione del Concilio e, più in generale, nell’obbedienza dovuta ai pastori legittimi della Chiesa. Le domande che dobbiamo porci sono dunque le seguenti: come si possono superare tali difficoltà? Come possiamo creare il clima di fiducia necessario per far sì che i gruppi e le comunità legati alla vecchia liturgia si inseriscano pacificamente e proficuamente nella vita della Chiesa? Queste questioni però ne sottintendono un’altra: qual è la ragione profonda di questa diffidenza o, addirittura, del rifiuto del proseguimento della vecchia liturgia? Vi sono senza dubbio delle ragioni preteologiche legate al temperamento dei singoli individui, al contrasto tra i diversi caratteri o ad altre circostanze esterne. Ma certamente esistono anche altre cause, più profonde e meno fortuite.

  • Sono due le ragioni che più spesso vengono addotte: la non obbedienza al Concilio che ha riformato i testi liturgici e la rottura dell’unità derivante dall’esistenza di forme di liturgia diverse. È relativamente semplice confutare ambedue i ragionamenti. Non è stato propriamente il Concilio a riformare i testi liturgici, esso ne ha ordinato la revisione e, a tal fine, ha fissato alcune linee fondamentali. Il Concilio ha dato soprattutto una definizione di liturgia che fissa la misura interna delle singole riforme e, contemporaneamente, stabilisce il criterio valido per ogni legittima celebrazione liturgica. L’obbedienza al Concilio verrebbe violata nel caso in cui non fossero rispettati tali criteri fondamentali interni e venissero messe da parte le normae generales, formulate ai numeri 34-36 della Costituzione sulla sacra liturgia. Bisogna giudicare secondo tali criteri le celebrazioni liturgiche, siano esse basate sui vecchi o sui nuovi testi. Il Concilio non ha, infatti, come già accennato, prescritto o abolito dei testi, bensì ha dato delle norme di base che tutti i testi devono rispettare. In tale contesto giova ricordare quanto dichiarato dal cardinale Newman: la Chiesa nel corso della sua storia non ha mai abolito o vietato forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa. Una liturgia ortodossa, ossia che è espressione della vera fede, infatti, non è mai una semplice raccolta di cerimonie diverse fatta sulla base di criteri pragmatici, delle quali si può disporre in maniera arbitraria, oggi in un modo e domani in un altro. Le forme ortodosse di un rito sono realtà viventi, nate dal dialogo d’amore tra la Chiesa e il suo Signore. Sono espressioni della vita della Chiesa, in cui si condensano la fede, la preghiera e la vita stessa delle generazioni e nelle quali si sono incarnate in una forma concreta e in uno stesso momento l’azione di Dio e la risposta dell’uomo. Tali riti possono estinguersi se sparisce storicamente il soggetto che ne è stato il portatore o se questo soggetto si è inserito con la sua eredità in un altro contesto di vita. In situazioni storiche diverse, l’autorità della Chiesa può definire e limitare l’uso dei riti, ma non li vieta mai tout-court. Così, il Concilio ha ordinato una riforma dei testi liturgici e, di conseguenza, delle manifestazioni rituali, ma non ha messo al bando i vecchi libri. Il criterio espresso dal Concilio è al contempo più ampio e più esigente: esso invita tutti a un esame di coscienza.

JPII in Trastevere2Su questo punto ritorneremo più tardi. Nel frattempo è necessario prendere in esame l’altro argomento, quello della – presunta – rottura dell’unità. A questo proposito bisogna distinguere l’aspetto teologico da quello pratico della questione. Per quanto concerne la componente teoretica e fondamentale, dobbiamo constatare che del rito latino sono sempre esistite più forme che sono progressivamente cadute in disuso a causa dell’unificazione degli spazi di vita in Europa. Fino all’epoca del Concilio, accanto al rito romano convivevano quello ambrosiano, quello mozarabico di Toledo, il rito dei Domenicani e forse molti altri ancora a me sconosciuti. Nessuno si è mai scandalizzato per il fatto che i Domenicani, spesso presenti nelle nostre parrocchie, non celebrassero la messa come i parroci, bensì seguissero un rito proprio. Tutti noi sapevamo che il loro rito era cattolico al pari di quello romano e andavamo fieri della ricchezza di tante tradizioni diverse. Inoltre, non bisogna dimenticare che spesso si abusa della libertà di spazio che il nuovo Ordo Missae lascia alla creatività e che la differenza tra i vari modi in cui la liturgia viene di fatto messa in pratica e celebrata nei diversi luoghi sulla base dei nuovi testi, spesso è maggiore rispetto a quella tra vecchia e nuova liturgia. Un cristiano privo di una cultura liturgica particolare distingue a malapena una messa cantata in latino secondo il vecchio Messale da una cantata in latino secondo il nuovo, mentre può essere enorme la differenza tra una liturgia celebrata rispettando fedelmente i dettami del Messale di Paolo VI e le varie forme di celebrazioni liturgiche in lingua viva, ampiamente diffuse, che lasciano largo spazio alla creatività e all’inventiva.
Con queste considerazioni siamo passati dalla teoria alla pratica dove, ovviamente, le cose si complicano perché abbiamo a che fare con persone vive e reali che entrano in relazione tra di loro.
A me sembra che i contrasti a cui abbiamo accennato sono di considerevole entità perché si tende a mettere in relazione le due forme di celebrazione con due diversi atteggiamenti spirituali, ossia due modi diversi di comprendere la Chiesa e l’essere cristiani.

  • Le ragioni di tale atteggiamento sono molteplici, ma ciò è dovuto soprattutto al fatto che si giudicano le due forme liturgiche a partire da elementi esterni e si arriva così ad avere due opposti atteggiamenti di base. Il cristiano medio considera essenziale nella nuova liturgia che essa sia celebrata in lingua viva e rivolti ai fedeli, che consenta ampio spazio alla creatività e che in essa i laici svolgano una funzione attiva. Nella vecchia liturgia, al contrario, considera essenziale che essa sia celebrata dal sacerdote in latino e rivolto all’altare, che il rito segua una prescrizione severa e che i fedeli seguano la messa in silenziosa preghiera senza avere una funzione attiva. Nell’accogliere la liturgia si dà dunque un’importanza decisiva alla sua fenomenologia e non a ciò che la liturgia stessa considera come essenziale. Ma in fin dei conti dovevamo aspettarci che i fedeli avrebbero interpretato la liturgia a partire da forme concrete visibili, che sarebbero stati determinati spiritualmente da quelle forme e che non sarebbero stati in grado di penetrare facilmente nelle profondità della liturgia.

Vespri Avvento 2010- 2Le contraddizioni e i contrasti a cui abbiamo or ora accennato non sono in alcun modo da imputare allo spirito del Concilio né a quanto scritto nei testi conciliari. Nella stessa Costituzione sulla sacra liturgia non si accenna minimamente al fatto se si debba celebrare la messa rivolti all’altare o ai fedeli e, per quanto concerne la lingua, essa dice che il latino deve essere mantenuto pur dando uno spazio maggiore alla lingua viva, «specialmente nelle letture e nelle monizioni, in alcune preghiere e canti» (n. 36 § 2). Quanto alla partecipazione dei laici, la Costituzione inizialmente ribadisce in generale che la liturgia nella sua essenza riguarda l’intero corpo di Cristo, capo e membra (n. 7). Di conseguenza, la sua celebrazione appartiene «all’intero corpo mistico della Chiesa» (n. 26) e comporta «una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli» (n. 27). Il testo poi precisa: «Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia soltanto e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (n. 28). E ancora: «Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni del popolo, le risposte, la salmodia, le antifone, i canti come pure le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo. Si osservi anche, a tempo debito, il sacro silenzio» (n. 30).
Tutti dobbiamo riflettere su queste direttive del Concilio. Alcuni liturgisti moderni hanno la tendenza a rifarsi all’impostazione conciliare ma purtroppo ne sviluppano le idee in una sola direzione, ribaltando così le intenzioni stesse del Concilio. Il ruolo del prete è ridotto da alcuni a qualcosa di puramente funzionale. Il fatto che il soggetto della liturgia sia l’intero corpo di Cristo viene spesso stravolto a tal punto che la comunità locale diventa il vero soggetto della liturgia e ne distribuisce i diversi ruoli. Vi è poi un altro atteggiamento preoccupante che tende a minimizzare il carattere sacrificale della messa e a fare sparire quasi completamente il mistero e, in generale, il sacro, con il pretesto di una maggiore comprensibilità. Infine, constatiamo la tendenza a frammentare la liturgia, mettendo in rilievo esclusivamente il carattere comunitario dell’ufficio divino. La liturgia diventa così appannaggio della comunità che distribuisce i ruoli.

Fortunatamente però è presente al contempo anche una forte avversione per i razionalismi e i pragmatismi banali tipici di alcuni liturgisti e si nota un decisivo ritorno al mistero, all’adorazione, al sacro e al carattere cosmico ed escatologico della liturgia, come testimonia la Oxford-Declaration on Liturgy del 1996. D’altra parte, bisogna riconoscere che la celebrazione della vecchia liturgia spesso si era trasformata in un qualcosa di troppo individualistico e privato e che, di conseguenza, la comunione tra prete e popolo era insufficiente. Provo un grande rispetto per i nostri vecchi che durante la liturgia recitavano le loro orazioni leggendole dai libri di preghiere, ma certamente ciò non può essere visto come la forma ideale della celebrazione liturgica. Queste forme ridotte di celebrazione sono forse la ragione profonda per cui in molti Paesi la scomparsa dei vecchi testi liturgici non è stata percepita come un fatto determinante. Non c’era mai stato, infatti, un vero e proprio contatto con la liturgia. D’altra parte, là dove il Movimento liturgico (si veda qui) aveva saputo suscitare un amore per la liturgia e aveva anticipato le idee essenziali del Concilio, come per esempio la partecipazione di tutti nella preghiera all’evento liturgico, il dolore causato da una riforma liturgica intrapresa con eccessiva fretta e limitata spesso al solo aspetto esteriore è stato grande. Là dove, invece, il Movimento liturgico non è mai esistito, la riforma è stata accolta senza traumi. I problemi sono sorti in maniera sporadica là dove una creatività del tutto arbitraria aveva fatto sparire il mistero.
Ecco perché è importante attenersi ai criteri essenziali della Costituzione sulla sacra liturgia anche durante la celebrazione della liturgia secondo i vecchi testi. Nel momento in cui tale liturgia tocca profondamente i fedeli per la sua bellezza, allora sarà amata e non sarà più in opposizione inconciliabile con la nuova liturgia. A condizione che i criteri vengano applicati così come ha voluto il Concilio.
Naturalmente, continueranno ad esistere accenti spirituali e teologici differenti, ma non saranno più visti come due maniere opposte di essere cristiani, piuttosto saranno il patrimonio di una sola e unica fede.
Quando alcuni anni fa qualcuno aveva proposto un “nuovo Movimento liturgico” per evitare che le due forme di liturgia si allontanassero troppo l’una dall’altra e per mettere in risalto la loro intima convergenza, alcuni amici della vecchia liturgia hanno temuto che ciò fosse solo uno stratagemma o un’astuzia per poter infine fare piazza pulita della vecchia liturgia. Queste paure dovrebbero cessare di esistere una buona volta. Se in ambedue le forme di celebrazione emergono chiaramente l’unità della fede e l’unicità del mistero, ciò non può essere altro che motivo di gioia profonda e di ringraziamento. Quanto più noi crediamo, viviamo e agiamo secondo tali motivazioni, tanto più riusciremo a convincere i vescovi che la presenza dell’antica liturgia non turba né minaccia l’unità ma è piuttosto un dono destinato a costruire il corpo di Cristo del quale tutti noi siamo servitori.
Vorrei esortare voi tutti, cari amici, a non perdere la pazienza, a continuare ad essere fiduciosi e ad attingere nella liturgia la forza necessaria per dare testimonianza al Signore in questa nostra epoca.


 

19780900_89UN BRANO DI GIOVANNI PAOLO I

«Vorrei che Roma desse il buon esempio»

«Vorrei pure che Roma desse il buon esempio in fatto di liturgia celebrata piamente e senza “creatività” stonate. Taluni abusi in materia liturgica hanno potuto favorire, per reazione, atteggiamenti che hanno portato a prese di posizione in se stesse insostenibili e in contrasto col Vangelo. Nel fare appello, con affetto e con speranza, al senso di responsabilità di ognuno di fronte a Dio e alla Chiesa, vorrei poter assicurare che ogni irregolarità liturgica sarà diligentemente evitata» (Omelia pronunciata da Giovanni Paolo I il 23 settembre 1978 in occasione della presa di possesso della cattedra di vescovo di Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano).

Ad onor del vero, aggiungiamo qui ora, noi, fu purtroppo sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II che tutti gli abusi espressi negli Anni ’70 trovarono con lui TRISTE CONFERMA, ad opera di mons. Piero Marini al quale fu lasciato di distruggere quel poco che era rimasto della Messa pontificia, come a mons. Bugnini da parte di Paolo VI, che si arrivò non solo a dare il pessimo e il peggiore degli esempi e testimonianze con messe pontificie ridicole e rasenti il peggior gusto e senza più sacralità…. ma anche un senso di legittimità ad ogni ridicola creatività liturgica fin dentro le parrocchie. Fu Benedetto XVI che a partire dal 2007 col Summorum Pontificum prima e dal 2008 con l’aiuto di mons. Guido Marini, a tentare di riportare la sacralità e la compostezza nella Messa pontificale, quale esempio e testimonianza da divulgare nell’Urbe e nell’Orbi…. Fu questo uno dei motivi per cui Benedetto XVI venne ostacolato dai Vescovi in tutti i modi, l’Ecclesia Dei messa a tacere, fino ad essere stata oggi tolta dalla sua autonomia e dipendente da un gesuita modernista!

Per studiare tutto l’excursus della CRISI LITURGICA, si acceda in questa sezione, grazie.


Darío Castrillón Hoyos

Sul vero significato di questo documento pontificio, Summorum Pontificum, e sulla realtà dell’Ecclesia Dei, Giovanni Peduto ha raccolto la riflessione del cardinale Darío Castrillón Hoyos, nel 2007 presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei e per molti anni prefetto della Congregazione per il Clero:

R. – Io direi che già Giovanni Paolo II voleva dare ai fedeli che amavano l’antico rito – alcuni dei quali erano passati al movimento dell’arcivescovo Lefebvre, ma che poi lo avevano lasciato per mantenere la piena unità con il Vicario di Cristo – l’opportunità di celebrare il rito che era più vicino alla loro sensibilità. Il Santo Padre Benedetto XVI ha partecipato sin dall’inizio a tutta la questione Lefebvre ed ha quindi conosciuto benissimo il problema che creava a quei fedeli la riforma liturgica. Il Papa ha un amore speciale per la liturgia. Un amore che si traduce anche in capacità di studio, di approfondimento della Liturgia stessa. Ecco perché Benedetto XVI considera un tesoro inestimabile la Liturgia anteriore alla Riforma del Concilio. Il Papa non vuole tornare indietro. E’ importante sapere e sottolineare che il Concilio non ha proibito la Liturgia di San Pio V e bisogna inoltre dire che i Padri del Concilio hanno celebrato la Messa di San Pio V. Non è come alcuni sostengono, perché non conoscono la realtà, un tornare indietro. Al contrario: il Concilio ha voluto dare ampia libertà ai fedeli. Una di queste libertà è proprio quella di prendere questo tesoro – come dice il Papa – che è la Liturgia, per mantenerlo vivo.

D. – Cosa cambia, in realtà, con questo Motu Proprio?

R. – Con questo Motu Proprio, in realtà, il cambiamento non è tanto grande. La cosa principale è che in questo momento i sacerdoti possono decidere, senza permesso né da parte della Santa Sede né da parte del vescovo, se celebrare la Messa nel rito antico. E questo vale per tutti i sacerdoti. I parroci sono essi stessi che in parrocchia devono aprire la porta a quei sacerdoti che, avendo le facoltà, vanno a celebrare. Non è, quindi, necessario chiedere nessun altro permesso.

D. – Eminenza, questo documento è stato accompagnato da polemiche e timori: ma cosa non è vero di quanto è stato detto o letto?

R. – Non è vero, per esempio, che sia stato tolto ai vescovi il potere sulla Liturgia, perché già il Codice dice chi deve dare il permesso per dire Messa e non è il vescovo: il vescovo dà il celebret, la potestà di poter celebrare, ma quando un sacerdote ha questa potestà, sono il parroco e il cappellano che devono offrire l’altare per celebrare. Se qualcuno lo impedisce, tocca allora alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei prendere misure, a nome del Santo Padre, affinché questo diritto – che è un diritto ormai chiaro dei fedeli – venga rispettato.

D. – Alla vigilia dell’entrata in vigore del Motu Proprio, quali sono i suoi auspici?

R. – I miei auspici sono questi: l’Eucaristia è la cosa più grande che noi abbiamo, è la manifestazione più grande dell’amore, dell’amore redentore di Dio che ci vuole accompagnare con questa presenza eucaristica. Questo non deve essere mai un motivo di discordia: lì ci deve essere solo l’amore. Io auspico che questo possa essere un motivo di gioia per tutti coloro che amano la tradizione, un motivo di gioia per tutte quelle parrocchie che non avranno più divisioni, ma avranno – al contrario – una molteplicità di santità con un rito che è stato certamente il fattore e lo strumento di santificazione per più di mille anni. Ringraziamo, quindi, il Santo Padre che ha recuperato per la Chiesa questo tesoro. Non viene imposto niente agli altri. Il Papa non impone l’obbligo; il Papa impone però di offrire questa possibilità laddove i fedeli lo richiedono. Se ci fosse un conflitto, perché umanamente due gruppi possono entrare in contrasto, l’autorità del vescovo – come dice il Motu Proprio – deve intervenire per evitarlo, ma senza cancellare il diritto che il Papa ha dato a tutta la Chiesa.


 

Chapel_of_Pius_V_Santi_Giovanni_e_Paolo_(Venice)_-_Pope_Pius_V_by_Bartolomeo_LetteriniaaaaaS. Pio V Bolla “QUO PRIMUM TEMPORE”
Pius Episcopus servus servorum dei ad perpetuam dei memoria

Bolla con la quale san Pio V decretò l’unicità del Messale Romano al quale oggi si da erroneamente il nome “Messa san Pio V”, la Messa NON è di san Pio V, Egli si limitò esclusivamente a decretare il MESSALE ROMANO da usarsi nella Messa DI SEMPRE e che oggi è ritornata, seppur nella forma Straordinaria, grazie ad un gesto coraggioso di Benedetto XVI dopo che era stata abusivamente (come scrive il Papa nel MP sopra) vietata….

Questo ciò che scrisse nel MP san Pio V e che non è mai decaduto:

 

     I. Fin dal tempo della Nostra elevazione al sommo vertice dell’apostolato, abbiamo rivolto l’animo, i pensieri e tutte le Nostre forze alle cose riguardanti il culto della Chiesa, per conservarlo puro, e, a tal fine, ci siamo adoperati con tutto lo zelo possibile a preparare e, con l’aiuto di Dio, mandare ad effetto i provvedimenti opportuni. E poiché, tra gli altri decreti del sacro Concilio di Trento, ci incombeva di eseguire quelli di curare l’edizione emendata dei Libri Santi, del Messale, del Breviario e del Catechismo avendo già, con l’approvazione divina, pubblicato il Catechismo, destinato all’istruzione del popolo, e corretto il Breviario, perché siano rese a Dio le lodi dovuteGli, ormai era assolutamente necessario che pensassimo quanto prima a ciò che restava ancora da fare in questa materia, cioè, pubblicare il Messale, e in tal modo che rispondesse al Breviario: cosa opportuna e conveniente, poiché nella Chiesa di Dio uno solo è il modo di salmodiare, così sommamente conviene che uno solo sia il rito di celebrare la Messa.

     II. Per la qual cosa, abbiamo giudicato di dover affidare questa difficile incombenza a uomini di eletta dottrina. E questi, infatti, dopo aver diligentemente collazionato tutti i codici raccomandabili per la loro castigatezza e integrità — quelli vetusti della Nostra Biblioteca Vaticana e altri ricercati da ogni luogo — e avendo inoltre consultato gli scritti di antichi e provati autori, che ci hanno lasciato memorie sul sacro ordinamento dei medesimi riti, hanno infine restituito il Messale stesso nella sua antica forma secondo la norma e il rito dei Santi Padri.

     III. Pertanto, dopo matura considerazione, abbiamo ordinato che questo Messale, già così riveduto e corretto, venisse quanto prima stampato in Roma, e, stampato che fosse, pubblicato, affinché da una tale intrapresa e da un tale lavoro tutti ne ricavino frutto: naturalmente, perché i sacerdoti comprendano di quali preghiere, di qui innanzi, dovranno servirsi nella celebrazione della Messa, quali riti e cerimonie osservare, perciò affinché tutti e dovunque adottino e osservino le tradizioni della santa Chiesa Romana, Madre e Maestra delle altre Chiese, ordiniamo che nelle chiese di tutte le Provincie dell’Orbe cristiano: nelle Patriarcali, Cattedrali, Collegiate e Parrocchiali del clero secolare, come in quelle dei Regolari di qualsiasi Ordine e Monastero, maschile e femminile, nonché in quelle degli Ordini militari, nelle private o cappelle, dove a norma di diritto e per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, sia quella conventuale cantata presente il coro, sia quella semplicemente letta a bassa voce, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale Noi pubblicato e ciò anche se le summenzionate chiese, comunque esenti, usufruissero di uno speciale indulto della Sede Apostolica, di una legittima consuetudine, di un privilegio fondato su dichiarazione giurata e confermato dall’Autorità apostolica, e di qualsivoglia altra facoltà.

     IV. Non intendiamo tuttavia in alcun modo, privare del loro ordinamento quelle tra le summenzionate Chiese che, o dal tempo della loro istituzione, approvata dalla Sede Apostolica, o in forza di una consuetudine, possono dimostrare un proprio rito ininterrottamente osservato per oltre duecento anni. Tuttavia, se anche queste Chiese preferissero far uso del Messale, che abbiamo ora pubblicato, Noi permettiamo che esse possano celebrare le Messe secondo il suo ordinamento alla sola condizione che si ottenga il consenso del Vescovo, o dell’Ordinario, e di tutto il Capitolo.

     V. Invece, mentre con la presente nostra Costituzione, da valere in perpetuo, priviamo tutte le summenzionate Chiese dell’uso dei loro Messali, che ripudiamo in modo totale e assoluto stabiliamo e comandiamo, sotto pena della nostra indignazione che a questo Nostro Messale, recentemente pubblicato nulla mai possa venire aggiunto, detratto, cambiato

Dunque, ordiniamo a tutti e singoli i Patriarchi e Amministratori delle suddette Chiese, e a tutti gli ecclesiastici, rivestiti di qualsiasi dignità, grado e preminenza, non escluso i Cardinali che Santa Romana Chiesa, facendone loro severo obbligo in virtù di santa obbedienza, che, in avvenire abbandonino del tutto e completamente rigettino tutti gli altri ordinamenti e riti, senza alcuna eccezione, contenuti negli altri Messali, per quanto antichi essi siano e finora soliti ad essere usati, e cantino e leggono la Messa secondo il rito, la forma e la norma, che noi abbiamo prescritto nel presente Messale; e, pertanto, non abbiano l’audacia di aggiungere altre cerimonie o recitare altre preghiere che quelle contenute in questo messale.

     VI. Anzi, in virtù dell’autorità Apostolica noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l’lndulto Perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo alcuno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente, cosi che Prelati, Amministratori, Canonici, Cappellani e tutti gli altri Sacerdoti secolari, qualunque sia il loro grado, o i Regolari, a qualunque Ordine appartengano, non siano tenuti a celebrare la Messa in maniera differente da quella che Noi abbiamo prescritta ne d’altra parte. possano venir costretti e spinti da alcuno a cambiare questo Messale.

     VII. Similmente, decretiamo e dichiariamo che le presenti Lettere in nessun tempo potranno venir revocate o diminuite, ma stabili sempre e valide dovranno perseverare nel loro vigore. E ciò non ostanti: precedenti costituzioni e decreti, tanto generali che particolari, pubblicati in Concili sia Provinciali che Sinodali; qualunque stauto e consuetudine in contrario, nonché l’uso delle predette Chiese, fosse pur sostenuto da prescrizione lunghissima e immemorabile, ma non superiore ai duecento anni.

     VIII. Inoltre, vogliamo, e con la medesima Autorità, decretiamo che, avvenuta la promulgazione della presente Costituzione, e seguita l’edizione di questo Messale, tutti siano tenuti a conformarvisi nella celebrazione della Messa cantata e letta: i Sacerdoti della Curia Romana, dopo un mese; quelli che sono di qua dai monti, dopo tre mesi quelli che sono di la dei monti, dopo sei mesi, o appena sarà loro proposto in vendita.

     IX. Affinché poi questo Messale sia ovunque in tutta la terra preservato incorrotto e intatto da mende ed errori, ingiungiamo a tutti gli stampatori di non osare o presumere di stamparlo, metterlo in vendita o riceverlo in deposito, senza la Nostra autorizzazione o la speciale licenza del Commissario Apostolico, che Noi nomineremo espressamente nei diversi luoghi a questo scopo: ciò, se prima detto Commissario non avrà fatto all’editore piena fede che l’esemplare, che deve servire di norma per imprimere gli altri, e stato collazionato con il Messale stampato in Roma secondo la grande edizione, e che gli e conforme ed in nulla ne discorda; sotto pena, in caso contrario, della perdita dei libri e dell’ammenda di duecento ducati d’oro da devolversi ipso facto alla Camera Apostolica, per gli editori che sono nel Nostro territorio e in quello direttamente o indirettamente soggetto a Santa Romana Chiesa: della scomunica latae sententiae e di altre pene a Nostro arbitrio, per quelli che risiedono in qualsiasi altra parte della terra.

     X. Data però la difficoltà di trasmettere le presenti Lettere nei vari luoghi dell’orbe cristiano, e di portarle alla conoscenza di tutti il più presto possibile. Noi prescriviamo che esse vengano affisse e pubblicate come di consueto alle porte della Basilica del Principe degli Apostoli e della Cancelleria Apostolica, e in piazza di Campo dei Fiori, dichiarando che sia nel mondo intero accordata pari e indubitata fede agli esemplari delle medesime, anche stampati, purché sottoscritti per mano di pubblico notaio e muniti del sigillo di persona costituita in dignità ecclesiastica, come se queste Lettere fossero mostrate ed esibite.

     XI. Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto dichiarazione, volontari, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.

     Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno quattordici di luglio, nell’anno mille cinquecento settanta, quinto del Nostro Pontificato.