In molte discussioni nella rete si parla spesso degli anelli portati da Ratzinger quando era prima Vescovo e poi cardinale, poi quando diventò Pontefice, ed oggi… Qualcuno, però, afferma che oggi Benedetto XVI continui a portare l’anello papale detto del “pescatore”, non è così.
Il primo anello da Vescovo è stato donato a Joseph Ratzinger dalla sorella Maria e dal fratello Georg e dall’11 settembre del 2006 lo “indossa” la Madonna nera di Altötting. Un altro è stato annullato, non distrutto (perché il papa è ancora vivente) e il terzo non dovrebbe neppure possederlo, in teoria.. Tre anelli e tre tappe di vita che emergono anche nelle sue Ultime Conversazioni.
Il viaggio apostolico che Benedetto XVI fece nel settembre 2006 nella nativa Baviera è passato alla storia quasi esclusivamente per le aspre polemiche sorte attorno alla sua lectio magistralis su fede, ragione e università tenuta all’ateneo di Ratisbona il 12 settembre. Le violente reazioni di parte del mondo islamico e della nutrita schiera di oppositori al Pontefice, insieme alle successive distruzioni di diversi luoghi di culto cristiani, oscurarono completamente un momento più delicato, perfettamente nello stile di papa Ratzinger, avvenuto il giorno precedente.
«La devozione mariana era molto presente nella nostra famiglia, era parte della mia cattolicità: da bambini, per esempio, nel mese di maggio allestivamo in casa l’altare della Madonna», prosegue Benedetto XVI nelle Ultime Conversazioni. «Ho la fortuna di essere nato molto vicino ad Altötting, così i pellegrinaggi insieme ai miei genitori e ai miei fratelli fanno parte dei miei primi e più bei ricordi», aveva già raccontato Ratzinger. Inscindibilmente legato ad Altötting è anche il nome del santo Konrad von Parzham, fratello laico del convento dei cappuccini di Sant’Anna di Altötting, canonizzato da Pio XI nel 1934. Insieme alla Cappella delle Grazie, il convento costituisce il Herz Bayerns, il cuore della Baviera, da secoli centro propulsivo del cattolicesimo tedesco. Una leggenda vuole che l’originale cappella ottagonale, edificata fra l’VIII e il X secolo, ospitasse il fonte battesimale usato dal vescovo Ruperto di Salisburgo per battezzare il primo duca bavarese di fede cattolica.
Così, l’11 settembre 2006, durante una tappa del suo viaggio apostolico in Baviera, Benedetto XVI si recò in pellegrinaggio ad Altötting e depose il proprio anello episcopale ai piedi della piccola statua della Vergine. Un dono votivo di non poco conto, per chi non se ne era mai separato in 28 anni, da quando, cioè, gli amati fratelli Georg e Maria glielo avevano regalato in occasione della sua ordinazione a vescovo, il 28 maggio 1977. Oggi l’anello è inserito nello scettro della Madonna nera. Ancora nel 2008, in occasione della solennità dell’Assunzione, il Pontefice inviò alla cappella di Altötting una rosa d’oro per mano del card. Joachim Meisner, arcivescovo metropolita di Colonia, confermando il suo legame con il santuario mariano.
Dal 19 aprile 2005, giorno della sua elezione a pontefice, il destino di Ratzinger si legò ad un secondo anello, che da quel momento sostituì al suo dito quello episcopale: l’anello del pescatore. Benedetto XVI apparve fin da subito particolarmente legato al proprio anello del pescatore, tanto da indossarlo, in controtendenza rispetto ai predecessori – e al successore – durante l’intero pontificato.
Due funzioni, quella simbolica e quella di sigillo – quest’ultima caduta in disuso dalla metà dell’Ottocento, insieme alla pratica di sigillare con l’anello piscatorio i brevi pontifici – che Benedetto XVI aveva comunque voluto separare, come spiegava all’indomani della rinuncia mons. Crispino Valenziano, consulente dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie. Lo stesso che poche ore dopo l’elezione di Ratzinger rivelava come la mattina del 20 aprile 2005 l’anello fosse stato mostrato al nuovo Pontefice. «Gli è piaciuto e ha anche commentato: “porto la misura 24, mi piace, perché è il doppio di 12″».
Il 24 aprile nell’omelia della sua cerimonia di investitura, commentando «i due segni con cui viene rappresentata liturgicamente l’assunzione del ministero petrino», Benedetto XVI si riferì espressamente all’anello piscatorio come simbolo tangibile di quanto «anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli: di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo – a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. (..) E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita.»
Baciato da centinai di prelati, leader mondiali e semplici fedeli in quasi 8 anni di pontificato, la storia dell’anello del pescatore di Benedetto XVI si è interrotta insieme a quella del suo pontificato. Senza la morte di chi lo aveva portato, però, nei giorni successivi alla Rinuncia attorno alla fine che avrebbe fatto l’anello si moltiplicarono ipotesi e congetture. Venne infine biffato, annullato cioè con due graffi.
Ancora una questione rimaneva però insoluta: il nuovo “Papa emerito” avrebbe ancora indossato un anello? E se sì, quale? Pochi mesi dopo la risposta venne dalle immagini chiarissime, ma senza alcun comunicato di ufficialità.
«Siamo andati al Concilio non solo con gioia, ma con entusiasmo. C’era un’aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa», ricordò allora il già uscente Benedetto XVI. «C’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. […] Il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa […] Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata… e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale».
Al Concilio Ratzinger militò nel fronte progressista. «All’epoca essere progressisti non significava ancora rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e viverla in modo più giusto, muovendo dalle origini», spiega Benedetto XVI nelle Ultime Conversazioni. «La volontà dei vescovi era quella di rinnovare la fede, di renderla più profonda. Tuttavia fecero sentire la loro influenza anche altre forze, specialmente la stampa che diede una interpretazione del tutto nuova a molte questioni. A un certo punto la gente si chiese: se i vescovi possono cambiare tutto perché non possiamo farlo anche noi? La liturgia cominciò a sgretolarsi, scivolando nella discrezionalità»
Uno scenario già rievocato a pochi mesi dall’inizio del suo pontificato, il 22 dicembre 2005, nel discorso alla Curia romana in vista del Natale. «Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile?», si domandava allora Benedetto XVI. «Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti».
«Da una parte – spiegò allora Benedetto XVI – esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’”ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino. L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare».