Leone XIV ai Cardinali: non siamo qui a promuovere agende, personali o di gruppo…

Cari Amici, il Santo Padre Leone XIV ha indetto un Concistoro “segreto”, ossia non pubblico nel quale il Papa con i Cardinali promuove altri cardinali oppure conferma la beatificazione e canonizzazione di qualcuno. Un Concistoro che non si vedeva da molti anni, dal 2014, da quando il suo Predecessore aveva preferito non farli più e di avvalersi di un ristretto gruppo per le varie consultazioni. Tutto lecito per carità, il Papa poteva farlo e lo ha fatto, così come poteva farlo e lo ha fatto di ripristinare gli incontri con tutto il Collegio Cardinalizio per cercare, insieme, di aiutare il Papa nel governo della Chiesa. Del resto… è per questo che furono creati i “cardinali”, VEDI QUI.

Si dice “segreto” perchè il Papa indirizza le sue parole al solo Collegio e verso coloro che dovranno aiutarlo nel governo della Chiesa ma, come possiamo vedere, i Testi ufficiali sono stati pubblicati a beneficio di tutti e per la riflessione di tutte le Membra della Chiesa, Laici compresi, per fare ognuno la nostra piccola parte…

Prima di pubblicare i tre testi del Papa: l’introduzione al Concistoro, l’Omelia e la conclusione, ci faremo aiutare a ben leggerli con le riflessioni che, condividendo, prendiamo da Don Mario Proietti cpps, al quale va tutta la nostra gratitudine e riconoscenza, seguiranno così i tre testi ufficiali del Papa. Buona meditazione a tutti.


UN PAPA CHE RIMETTE ORDINE NELLE CATEGORIE
(di Don Mario Proietti https://www.facebook.com/don.Mario.cpps )
Cari amici, il discorso di Leone XIV al Concistoro straordinario non è stato un intervento organizzativo, né un saluto formale. È stato un atto di orientamento. Un testo che non inaugura slogan e non distribuisce etichette, bensì rimette ordine nelle categorie con cui la Chiesa pensa se stessa e la propria missione.
La scelta dell’Epifania come chiave di lettura non è decorativa.
Il Papa parte dalla luce che viene, non da una luce prodotta. Isaia e il Vaticano II vengono accostati perché dicono la stessa cosa in due tempi diversi: la Chiesa non è sorgente, è riflesso. Vive solo nella misura in cui riceve. Questa impostazione è antica, sobria, ecclesialmente sana.
Toglie terreno tanto all’autoreferenzialità pastorale quanto alla nostalgia identitaria. La Chiesa non si difende, non si inventa, non si esibisce.
Riflette Cristo.
In questo quadro, il riferimento a Lumen gentium 1 assume un peso decisivo. Il Concilio viene collocato dove deve stare: dentro Cristo. Non come evento autonomo, non come frattura, non come manifesto culturale. È il riconoscimento che la Chiesa è sacramento perché prima riconosce di non essere la luce. È una logica lineare, classica, diretta. Chi legge senza pregiudizi se ne accorge subito.
Il Papa poi compie un’operazione rara nel dibattito ecclesiale attuale: ordina i pontificati senza opporli e senza appiattirli.
Paolo VI e Giovanni Paolo II vengono letti nella grande traiettoria conciliare. Benedetto XVI e Francesco vengono unificati nella categoria di attrazione. Non come slogan pastorale, bensì come dato teologico. L’attrazione non nasce da strategie comunicative, nasce dalla charis.
Non è la Chiesa che attrae, è Cristo. Se una comunità appare credibile, è perché lascia passare l’amore che sgorga dal Cuore del Salvatore.
Qui emerge uno dei passaggi più forti del discorso. Caritas Christi urget nos. L’amore non consola, stringe. Non blandisce, possiede. Non accompagna a distanza, coinvolge fino in fondo. È una forza reale, quasi fisica, capace di unire ciò che è disperso.
L’unità attrae, la divisione disperde.
Non è uno slogan morale, è una legge che attraversa il creato e la storia. Per questo il Papa può dire senza attenuazioni che solo l’amore è credibile e degno di fede.
Quando Leone XIV passa al tema della collegialità, il registro resta coerente. Non promette documenti, non annuncia riforme immediate. Dice chiaramente che non si tratta di arrivare a un testo, bensì di avviare una conversazione.
L’ascolto viene posto prima della produzione.
La brevità prima dell’accumulo. Non multa sed multum. Anche qui l’ordine è chiaro: prima il modo di stare insieme, poi le strutture. Prima la comunione reale, poi le agende.
Questo discorso mette a disagio gli estremi.
Chi riduce la Chiesa a progetto sociologico vi troverà troppo Cristo, troppa Croce, troppa carità come forza che precede ogni strategia. Chi vive di contrapposizioni ideologiche vi troverà un Vaticano II assunto senza complessi e senza scuse, inserito nella Tradizione viva della Chiesa. È proprio per questo che il testo è interessante.
Non siamo davanti a un Papa che inaugura una stagione mediatica.
Siamo davanti a un Papa che prova a rimettere ordine nelle categorie fondamentali. Prima Cristo, poi la Chiesa. Prima la carità, poi le strutture.
Prima la comunione, poi i programmi. Un ordine antico, sempre necessario, oggi più che mai contro la confusione che nasce quando si scambia il riflesso per la fonte.
 

 
 
Discorso del Santo Padre Leone XIV in apertura del Concistoro Straordinario, 07.01.2026

 

Questo pomeriggio, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, ha avuto inizio il Concistoro Straordinario che vede riunito il Collegio Cardinalizio con il Santo Padre Leone XIV. I lavori del Concistoro Straordinario sono articolati nell’arco di due giornate, 7 e 8 gennaio 2026.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai Cardinali presenti:

Discorso del Santo Padre

Carissimi Fratelli,

sono molto lieto di accogliervi e di darvi il benvenuto. Grazie della vostra presenza! Lo Spirito Santo, che abbiamo invocato, ci guidi in queste due giornate di riflessione e di dialogo.

Considero molto significativo il fatto che ci siamo riuniti in Concistoro all’indomani della solennità dell’Epifania del Signore, e vorrei introdurre i nostri lavori con una suggestione che viene proprio da questo mistero.

Nella Liturgia è risuonato l’appello sempre commovente del profeta Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Perché, ecco, la tenebra ricopra la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is60,1-3).

Queste parole fanno pensare all’inizio della Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II. Leggo per intero il primo paragrafo: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfrMc16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo» (Lumen gentium, 1).

Possiamo dire che lo Spirito Santo, a distanza di secoli, ha ispirato la medesima visione nel profeta e nei Padri conciliari: la visione della luce del Signore che illumina la città santa – prima Gerusalemme, poi la Chiesa – e, riflettendosi su di essa, permette a tutti i popoli di camminare in mezzo alle tenebre del mondo. Ciò che Isaia annunciava “in figura”, il Concilio lo riconosce nella realtà pienamente svelata di Cristo luce delle genti.

I pontificati di San Paolo VI e quello di San Giovanni Paolo II li potremmo interpretare complessivamente in questa prospettiva conciliare, che contempla il mistero della Chiesa tutto inscritto in quello di Cristo e così comprende la missione evangelizzatrice come irradiazione dell’inesauribile energia sprigionata dall’Evento centrale della storia della salvezza.

I Papi Benedetto XVI e Francesco hanno poi riassunto questa visione in una parola: attrazione. Papa Benedetto lo ha fatto nell’Omelia di apertura della Conferenza di Aparecida, nel 2007, quando disse: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore». Papa Francesco si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti.

Oggi con gioia io la riprendo e la condivido con voi. E invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la “forza” che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore. È significativo che Papa Francesco, che ha iniziato con Evangelii gaudium «sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale», abbia concluso con Dilexit nos «sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo».

San Paolo scrive: «Caritas Christi urget nos» (2Cor5,14). Il verbo sunechei dice che l’amore di Cristo ci spinge in quanto ci possiede, ci avvolge, ci avvince. Ecco la forza che attrae tutti a Cristo, come Lui stesso profetizzò: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv12,32). Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. Infatti solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede.[1]

L’unità attrae, la divisione disperde. Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». E aggiunge: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv13,34-35). Commenta Sant’Agostino: «Per questo ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Con l’amarci egli ci ha dato l’aiuto affinché col mutuo amore ci stringiamo fra noi e, legate le membra da un vincolo così soave, siamo corpo di tanto Capo» (Omelia 65 sul Vangelo di Giovanni, 2).

Carissimi Fratelli, vorrei partire da qui, da questa parola del Signore, per il nostro primo Concistoro e, soprattutto, per il cammino collegiale che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a compiere. Siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali. Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa. Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità.

Oggi, in un certo senso, continuiamo il memorabile incontro che insieme a molti di voi ho potuto avere subito dopo il Conclave, con «un momento di comunione e di fraternità, di riflessione e di condivisione, volto a sostenere e consigliare il Papa nella gravosa responsabilità del governo della Chiesa universale» (Lettera di convocazione del Concistoro straordinario, 12 dicembre 2025).

In questi giorni avremo modo di sperimentare già una riflessione comunitaria su quattro temi: Evangelii gaudium, cioè la missione della Chiesa nel mondo di oggi; Praedicate Evangelium, vale a dire il servizio della Santa Sede, specialmente alle Chiese particolari; Sinodo e sinodalità, strumento e stile di collaborazione; Liturgia, fonte e culmine di vita cristiana. Per ragioni di tempo e per favorire un reale approfondimento, solo due di essi saranno oggetto di una trattazione specifica.

Tutti i 21 gruppi contribuiranno alla scelta che faremo, ma, poiché per me è più facile chiedere consiglio a coloro che lavorano nella Curia e vivono a Roma, i gruppi che riferiranno saranno i 9 provenienti dalle Chiese locali.

Sono qui per ascoltare. Come abbiamo imparato durante le due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, la dinamica sinodale implica per eccellenza l’ascolto. Ogni momento di questo tipo è un’opportunità per approfondire il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità. «Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Francesco, Discorso nel 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015).

Questa nostra giornata e mezza insieme sarà una prefigurazione del nostro cammino futuro. Non dobbiamo arrivare a un testo, ma portare avanti una conversazione che mi aiuti nel mio servizio per la missione della Chiesa tutta.

Domani tratteremo i due argomenti scelti, con la seguente domanda-guida:

Guardando al cammino dei prossimi uno o due anni, quali attenzioni e priorità potrebbero orientare l’azione del Santo Padre e della Curia sulla questione?

Ascoltare la mente, il cuore e lo spirito di ciascuno; ascoltarsi l’un l’altro; esprimere solo il punto principale e in modo molto breve, così che tutti possano parlare: questo sarà il nostro modo di procedere. I saggi antichi romani dicevano: Non multa sed multum! E in futuro, questo stile di ascolto reciproco, cercando la guida dello Spirito Santo e camminando insieme, continuerà ad essere di grande aiuto per il ministero petrino che mi è stato affidato. Anche dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro.

Carissimi, fin da ora rendo grazie a Dio per la vostra presenza e i vostri contributi. Ci assista sempre la Vergine Maria, Madre della Chiesa.


 
LA FATICA DI USCIRE DALLA LOGICA FAZIOSA
(alcune riflessioni di Don Mario Proietti https://www.facebook.com/don.Mario.cpps – che condividiamo e facciamo nostre)
Cari amici, mentre il primo Concistoro straordinario di Leone XIV è ancora in corso e si concluderà solo questa sera, sento il bisogno di offrire a chi segue questa pagina un aiuto semplice e necessario al discernimento. È il fine che mi sono proposto da tempo.
Non avendo più incarichi o ministeri particolari, ho scelto di affidare il mio tempo allo studio e alla scrittura, rispondendo anche alle sollecitazioni di molti amici che mi chiedono di condividere pubblicamente qualche riflessione.
Non per difendere qualcuno né per attaccare qualcun altro.
Piuttosto per evitare di lasciarci trascinare in una logica faziosa che non conduce da nessuna parte e che, alla lunga, impoverisce la vita della Chiesa, confonde i più semplici e irrigidisce inutilmente le coscienze.
Quando un evento ecclesiale non è ancora terminato e già viene letto attraverso sospetti, dietrologie, resoconti di “confidenti” veri o presunti, il problema non è più l’evento.
È una forma di immaturità ecclesiale, a volte anche ecclesiastica.
Il chiacchiericcio, il gossip travestito da analisi, la categorizzazione preventiva delle persone non producono frutti buoni. Confondono i più semplici, irrigidiscono i più militanti, avvelenano il clima spirituale.
Per un Papa che ha indicato fin dall’inizio unità e armonia come criteri del suo ministero, partire etichettando persone e leggendo ogni gesto in chiave di schieramento significa collocarsi subito nel punto sbagliato.
Pensare la Chiesa come un campo di forze contrapposte tradisce la sua natura.
Alimentare queste polemiche equivale a costruire un concistoro parallelo, social, fatto di commenti affrettati e giudizi senza responsabilità. Un concistoro di chiacchiericcio che fa male alla mente dei fedeli più semplici.
Il Papa ha chiarito fin dal discorso inaugurale che questo Concistoro non nasce come assemblea deliberativa e non ha come obiettivo la produzione di testi.
L’intento dichiarato è diverso e più esigente: avviare una conversazione che lo aiuti nel servizio alla Chiesa universale, attraverso l’ascolto essenziale, il confronto reale, l’individuazione di priorità per il cammino dei prossimi uno o due anni.
Il principio evocato, non multa sed multum, indica uno stile sobrio e responsabile. Non tutti lo accolgono con facilità.
Le prime perplessità si sono concentrate sulla meditazione di apertura affidata al cardinale Timothy Radcliffe.
Le sue posizioni pubbliche sono note e hanno suscitato disagio in diversi ambienti ecclesiali.
Qui è necessaria una distinzione rigorosa. Una meditazione non è un atto magisteriale e non equivale a una ratifica delle opinioni personali di chi la pronuncia. Esiste tuttavia anche il piano della prudenza ecclesiale.
Alcune scelte, pur formalmente corrette, possono risultare poco opportune in un contesto già attraversato da tensioni. La questione è di opportunità, non di dottrina. Confondere questi livelli alimenta solo polarizzazioni sterili.
Altre osservazioni hanno riguardato i tempi ristretti e l’organizzazione dei gruppi di lavoro.
Anche qui l’intento del Papa è stato esplicito. Interventi brevi, ascolto essenziale, contributi orientati alle priorità operative.
Chi si aspettava un concistoro impostato come un lungo dibattito parlamentare ha probabilmente proiettato sull’evento un modello che non rientrava nelle intenzioni del Pontefice. La frustrazione nasce spesso dallo scarto tra aspettative personali e impostazione reale.
Ha fatto discutere anche la scelta di non affrontare in modo specifico tutti i temi proposti, in particolare la liturgia. Il dato è reale. La lettura ideologica lo è molto meno.
La liturgia non è stata negata né svalutata.
È stata semplicemente non tematizzata in questa sede, all’interno di un orizzonte temporale delimitato e concreto. Trasformare questa scelta in un segnale di ostilità rivela una sensibilità ferita più che un’analisi equilibrata.
In questo contesto, un dettaglio è passato quasi sotto silenzio e merita attenzione.
La presenza in Aula del cardinale Joseph Zen, giunto a sorpresa a Roma e ricevuto in udienza privata dal Papa. Un segno discreto, non mediatico, che ridimensiona molte narrazioni frettolose. Mentre si parla di esclusioni e sbilanciamenti, il Pontefice ascolta una delle voci più scomode e profetiche della Chiesa contemporanea.
Il Concistoro non è ancora concluso. Per questo sarebbe saggio sospendere i verdetti. Ciò che emerge con chiarezza non riguarda tanto il metodo di Leone XIV, quanto la difficoltà diffusa ad accettare un pontificato che prova a rimettere ordine nelle categorie fondamentali. Prima Cristo, poi la Chiesa. Prima la carità che attrae, poi le strutture.
Prima la comunione reale, poi i testi.
Questo Concistoro è uno specchio. Riflette una Chiesa che fatica a leggere i processi senza ridurli subito a schieramenti. La sfida vera non è organizzativa. È spirituale e intellettuale insieme. Saper ascoltare prima di giudicare. Saper leggere prima di reagire. Saper distinguere prima di schierarsi. È da qui che può nascere qualcosa di nuovo e di fecondo, non dal rumore che passa e non lascia traccia.
 

 
Pubblichiamo di seguito le parole che il Santo Padre Leone XIV ha rivolto a braccio al Collegio Cardinalizio, al termine della prima sessione del Concistoro Straordinario (7 gennaio 2026):
Parole del Santo Padre
Di nuovo buonasera, e tante grazie per tutto il lavoro svolto già in questa prima sessione.
Vorrei cominciare solo ripetendo le parole di uno dei segretari, il primo che ha parlato, che ha suggerito che il cammino è stato tanto importante quanto la conclusione del lavoro al tavolo.
 
Vorrei partire da lì per dire per prima cosa grazie di essere qui! Penso che sia molto importante la partecipazione di tutti voi a questa esperienza come Collegio dei Cardinali della Chiesa, che offre non solo a noi – non è per noi –, offre alla Chiesa e al mondo una certa testimonianza della volontà, del desiderio, riconoscendo il valore di trovarci insieme, di fare il sacrificio di un viaggio – per alcuni di voi molto lungo –, per venire a stare insieme e poter cercare insieme ciò che lo Spirito Santo vuole per la Chiesa oggi e domani.
Quindi per questo veramente penso che sia importante, anche se è un tempo brevissimo, però è un tempo molto importante anche per me, perché sento, sperimento la necessità di poter contare su di voi: siete voi che avete chiamato questo servitore a questa missione! Allora, vorrei dire, penso che sia importante che lavoriamo insieme, che discerniamo insieme, che cerchiamo ciò che lo Spirito ci chiede.
Se mi permettete, ripeto alcune parole dell’omelia di ieri nella festa dell’Epifania.
 
Molti di voi eravate presenti, però lo dico di nuovo. «Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa?». Io sono convinto di sì, certamente. Questi mesi, se non l’avessi vissuto prima, certamente ho avuto tantissime belle esperienze della vita della Chiesa.
Però la domanda è lì: c’è vita nella nostra Chiesa? «C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?».
Non possiamo chiuderci e dire: “Tutto è già fatto, finito, fate come sempre abbiamo fatto”.
C’è veramente un cammino e con il lavoro di questi giorni stiamo camminando insieme.
 
«Nel racconto Erode teme per il suo trono; si agita per ciò che sente fuori dal suo controllo, prova ad approfittare del desiderio dei Magi e cerca di piegare la loro ricerca a proprio vantaggio». Erode «è pronto a mentire, è disposto a tutto. La paura, infatti, accieca. La gioia del Vangelo, invece, libera. Rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse». Questo [incontro] per me è una delle tante espressioni in cui possiamo veramente vivere un’esperienza della novità della Chiesa. Lo Spirito Santo è vivo e presente anche fra di noi. Quanto è bello trovarci insieme nella barca!
Quell’immagine che il Cardinale Radcliffe ci ha offerto nella sua riflessione questo pomeriggio, come per dire: stiamo insieme. Ci può essere qualcosa che ci fa paura; c‘è il dubbio: ma dove andiamo?, come andremo a finire? Però se mettiamo la fiducia nel Signore, nella sua presenza, possiamo fare tanto.
Grazie per le scelte.
È abbastanza chiara, penso, la scelta di tutti i tavoli per grande maggioranza. E mi sembra molto importante anche, dagli altri commenti fatti, che non si può separare un tema dall’altro. Infatti c’è molto che potremo vedere insieme. Però vogliamo essere una Chiesa che non guarda solo a sé stessa, che è missionaria, che guarda più in là, gli altri. La ragion d’essere della Chiesa non è per i cardinali né per i vescovi né per il clero.
La ragion d’essere è annunciare il Vangelo. E quindi questi due temi: Sinodo e sinodalità, come espressione del cercare come essere una Chiesa missionaria nel mondo di oggi, ed Evangelii Gaudium, annunciare il kerygma, il Vangelo con Cristo al centro. Questa è la nostra missione.
E quindi vi ringrazio. Questo ci aiuterà a organizzarci per il lavoro di domani nelle due sessioni. Gli altri temi non vanno perduti.
Ci sono questioni molto concrete, specifiche, che ancora dobbiamo vedere. Spero che ognuno di voi si senta veramente libero di comunicare con me o con altri, e continueremo questo processo di dialogo e discernimento.
Allora, nient’altro. Grazie per questo servizio. Non so se ho superato i tre minuti. È stato molto cortese il moderatore! Buona serata e ci vediamo domani mattina.
 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV 

Basilica di San Pietro – Giovedì, 8 gennaio 2026

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«Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio» (1Gv 4,7). La Liturgia ci propone questa esortazione mentre celebriamo il Concistoro straordinario: momento di grazia in cui si esprime il nostro essere uniti al servizio della Chiesa.

Come sappiamo, la parola Concistoro, Consistorium, “assemblea”, può essere letta alla luce della radice del verbo consistere, cioè “fermarsi”. E in effetti tutti noi ci siamo “fermati” per essere qui: abbiamo sospeso per un certo tempo le nostre attività e rinunciato a impegni anche importanti, per ritrovarci insieme a discernere ciò che il Signore ci chiede per il bene del suo Popolo. Questo è già in sé un gesto molto significativo, profetico, particolarmente nel contesto della società frenetica in cui viviamo. Ricorda infatti l’importanza, in ogni percorso di vita, di sostare, per pregare, ascoltare, riflettere e così tornare a focalizzare sempre meglio lo sguardo sulla meta, indirizzando ad essa ogni sforzo e risorsa, per non rischiare di correre alla cieca o di battere l’aria invano, come ammonisce l’apostolo Paolo (cfr 1Cor 9,26). Noi non siamo infatti qui a promuovere “agende” – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che ci supera «quanto il cielo sovrasta la terra» (Is 55,9) e che può venire solo dal Signore.

Per questo è importante che ora, nell’Eucaristia, poniamo ogni nostro desiderio e pensiero sull’Altare, assieme al dono della nostra vita, offrendolo al Padre in unione al Sacrificio di Cristo, per riaverlo purificato, illuminato, fuso e trasformato, per grazia, in un unico Pane. Solo così, infatti, sapremo davvero ascoltare la sua voce, accogliendola nel dono che siamo gli uni per gli altri: motivo per cui ci siamo riuniti.

Il nostro Collegio, pur ricco di tante competenze e doti notevoli, non è infatti chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e da Lui restituiti, producano, secondo la sua Provvidenza, il massimo frutto.

Del resto, l’Amore di Dio di cui siamo discepoli e apostoli è Amore “trinitario”, “relazionale”, fonte di quella spiritualità di comunione di cui la Sposa di Cristo vive e vuol essere casa e scuola (cfr Lett. ap. Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, 43). San Giovanni Paolo II, auspicandone la crescita agli inizi del terzo millennio, la definiva come uno «sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto» (ibid.).

Il nostro “fermarci”, allora, è anzitutto un grande atto d’amore – a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo –, con cui lasciarci plasmare dallo Spirito: prima di tutto nella preghiera e nel silenzio, ma poi anche nel guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda e nel farci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine di Pastori, nelle più svariate parti del mondo. Un atto da vivere con cuore umile e generoso, nella consapevolezza che è per grazia che siamo qui, e che non c’è nulla, di ciò che portiamo, che non abbiamo ricevuto, come dono e talento da non lasciar andare sprecato, ma da investire con accortezza e coraggio (cfr Mt 25,14-30).

San Leone Magno insegnava che «è cosa grande e molto preziosa al cospetto del Signore quando tutto il popolo di Cristo si applica insieme agli stessi doveri, e tutti i gradi e tutti gli ordini […] collaborano con un medesimo spirito […]. Allora – diceva – si nutrono gli affamati, si vestono gli ignudi, si visitano gli infermi, e nessuno cerca i propri interessi, ma quelli altrui» (Sermoni, 88, 4). Questo è lo spirito con cui vogliamo lavorare insieme: quello di chi desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti (cfr Ef 4,11-13), svolgendo con dignità e in pienezza il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio lavoro, come di ricevere e veder crescere quelli dell’opera altrui (cfr S. Leone Magno, Sermoni, 88,5).

Da due millenni la Chiesa incarna questo mistero nella sua poliedrica bellezza (cfr Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti, 280). Questa stessa assemblea ne è testimonianza, nella varietà delle provenienze e delle età e nell’unità di grazia e di fede che ci raccoglie e affratella.

Certo anche noi, davanti alla “grande folla” di una umanità affamata di bene e di pace, in un mondo in cui sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e disperato vuoto esistenziale continuano a dividere e ferire le persone, le nazioni e le comunità, alle parole del Maestro: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37), possiamo sentirci come i discepoli: inadeguati e privi di mezzi. Gesù, però, torna a ripeterci: «Quanti pani avete? Andate a vedere» (Mc 6,38), e questo possiamo farlo insieme. Non sempre, infatti, riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare. Sempre, però, in ogni luogo e circostanza, potremo aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto; e ad accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli, arricchiti della benedizione di Dio e della fede e dell’amore di tutti, così che a nessuno manchi il necessario (cfr Mc 6,42).

Carissimi, ciò che offrite alla Chiesa nel vostro servizio, a tutti i livelli, è qualcosa di grande e di estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso per tutti; e la responsabilità che condividete con il Successore di Pietro è grave e onerosa.

Per questo vi ringrazio di cuore, e vorrei concludere affidando i nostri lavori e la nostra missione al Signore con le parole di Sant’Agostino: «Molte grazie accordi alle nostre preghiere; anche quelle che abbiamo ricevute prima di pregare sono un dono tuo, ed anche il riconoscerle dopo averle ricevute è un dono tuo […]. Ricordati, Signore, che siamo polvere, e con la polvere hai creato l’uomo» (Confessiones, 10, 31, 45). Perciò ti diciamo: «Da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi» (ibid.).


 

CONCISTORO STRAORDINARIO [7-8 GENNAIO]

INTERVENTO CONCLUSIVO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Aula del Sinodo – Giovedì, 8 gennaio 2026

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Quando ciascuno di noi è stato eletto Cardinale, il Santo Padre lo ha incaricato di essere “intrepido testimone di Cristo e del suo Vangelo nella Città di Roma e nelle regioni più lontane” (cfr Rito per la creazione dei Cardinali). Tale missione è davvero il nucleo, l’essenza di ciò che tutti noi ci impegniamo a fare. Questo Concistoro ha rappresentato un momento privilegiato per esprimere la missione della Chiesa e per farlo insieme, in comunione. Nel corso di questo ultimo giorno e mezzo, lo Spirito Santo ha manifestamente elargito con generosità i suoi doni multiformi. Sono profondamente grato per la vostra presenza e per la vostra partecipazione, tutte orientate a sostenermi nel mio servizio di successore di Pietro. Sono grato ai più anziani tra voi, che hanno fatto lo sforzo di venire: la loro testimonianza è davvero preziosa! Al tempo stesso sono vicino anche, e in modo particolare, ai Cardinali di varie parti del mondo che, per diverse ragioni, non sono potuti venire. Siamo con voi e vi sentiamo vicini!

Questa riunione è intimamente connessa a quanto abbiamo vissuto al Conclave. Avevate espresso, anche prima del Conclave, dell’elezione del successore di Pietro, il desiderio di conoscerci e di poter dare il vostro contributo e sostegno. Abbiamo fatto una prima esperienza il 9 maggio. Poi in questi due giorni, con un metodo semplice, ma non necessariamente facile, che ci potesse aiutare a incontrarci e conoscerci meglio. Personalmente ho sentito una profonda comunione e sintonia con tutti voi e tra tanti interventi. Abbiamo fatto anche un’esperienza di sinodalità, non vissuta come tecnica organizzativa, ma come strumento per crescere nell’ascolto e nelle relazioni. E certo dobbiamo continuare e approfondire questi incontri.

Riprenderò più concretamente, alla fine di questo intervento, qualche idea su come potremmo continuare. Ma prima vorrei riprendere alcuni degli spunti che sono emersi in queste giornate. Forse cominciando da parole che sono state dette più volte anche in questa ultima sessione.

Trovare Cristo al centro della nostra missione. Proclamare il Vangelo, tutti lo sappiamo bene: Gesù Cristo è al centro. Vogliamo annunciare la sua Parola, e quindi l’importanza di vivere davvero anche noi stessi una vita spirituale autentica che può essere testimonianza nel mondo di oggi.

I temi che sono stati scelti sono profondamente radicati nel Concilio Vaticano II e in tutto il cammino che è scaturito dal Concilio. Non sottolineeremo mai abbastanza l’importanza di continuare con il cammino che si è aperto con il Concilio. Vi incoraggio a farlo. Ho scelto questo tema, come sapete – i documenti e l’esperienza del Concilio –, per le udienze pubbliche di quest’anno. E questo cammino è un processo di vita, di conversione, di rinnovamento di tutta la Chiesa. Evangelii gaudium e la sinodalità sono elementi importanti di questo cammino.

E vorrei dire anche che, allo stesso tempo, gli altri due temi che sono stati proposti, ma non necessariamente centrali in questi due giorni di lavoro, sono fortemente connessi agli altri temi e al Concilio. Non sono stati dimenticati e non saranno dimenticati. Il Cardinal Semeraro ha ben ricordato il legame tra sinodalità ed Eucaristia. Tra l’altro, un gruppo di studio legato all’Assemblea sinodale sta proprio approfondendo questo tema. Il Card. Castillo ha ora parlato dell’Assemblea del 2028. Certamente il lavoro in corso con la Segreteria del Sinodo continua con i gruppi di studio.

Il cammino della sinodalità è un cammino di comunione per la missione, in cui tutti siamo chiamati a partecipare. Per questo i legami tra noi sono importanti. Avete sottolineato l’importanza della connessione del Santo Padre in particolare con le Conferenze episcopali e con le Chiese locali; e l’importanza delle Assemblee continentali. Anche queste però non devono diventare riunioni “in più” da aggiungere a una lista, ma luoghi di incontro e di relazioni tra Vescovi con i presbiteri e i laici, e tra Chiese, che aiutano tanto a promuovere un’autentica creatività missionaria.

Poi ci ricolleghiamo con l’altro tema: il lavoro dei Dicasteri nello spirito di Praedicate Evangelium, con il loro servizio al Santo Padre e alle Chiese particolari. La Praedicate Evangelium mette in evidenza l’esigenza di «meglio armonizzare l’esercizio odierno del servizio della Curia col cammino di evangelizzazione, che la Chiesa, soprattutto in questa stagione, sta vivendo» (I, 3). In questa prospettiva, vi ribadisco il mio impegno a fare la mia parte e offrire a voi e alla Chiesa intera una struttura di relazioni e di servizio, capace di supportare e appoggiare voi e le Chiese locali, per affrontare insieme con maggiore pertinenza e incisività le attuali sfide della missione.

Avete parlato, per proseguire questo cammino, dell’importanza della formazione. Formazione all’ascolto, formazione a una spiritualità dell’ascolto. In particolare – avete sottolineato – nei seminari, ma anche per i Vescovi!

Qui – anche se non è stato un tema di dialogo specifico del nostro incontro – voglio menzionare il problema, che ancora oggi è veramente una ferita nella vita della Chiesa in tanti luoghi, che è precisamente la crisi a causa degli abusi sessuali. Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori. Vorrei dire, anche incoraggiando voi a condividerlo a vostra volta con i vescovi: tante volte il dolore delle vittime è stato più forte per il fatto che non sono state accolte e ascoltate. L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori. Una vittima, poco tempo fa, mi ha detto che veramente per lei la cosa più dolorosa era precisamente che nessun vescovo voleva ascoltarla. E quindi anche lì: l’ascolto è profondamente importante.

La formazione di tutti. La formazione nei seminari, dei sacerdoti, dei vescovi, dei laici collaboratori dev’essere radicata nella vita ordinaria e concreta della Chiesa locale, delle parrocchie e di tanti altri luoghi significativi dove si incontrano le persone, in particolare quelle che soffrono. Come avete visto qui, non bastano uno o due giorni e neppure una settimana per entrare a fondo in un tema così da viverlo. Sarebbe importante quindi che il nostro modo ordinario di lavorare insieme sia occasione di formazione e crescita per coloro con cui lavoriamo, a tutti i livelli, da quello parrocchiale alla Curia Romana. Un esempio di dove si può crescere ordinariamente in uno stile sinodale sono le visite pastorali; e anche tutti gli organismi di partecipazione sono da rivitalizzare.

Ma tutto questo è collegato al cammino di implementazione del Sinodo, che prosegue e avrà una tappa fondamentale nell’Assemblea ecclesiale programmata per il 2028. Vi incoraggio ad essere fermento di questo cammino. È un cammino per la missione della Chiesa, un cammino al servizio dell’annuncio del Vangelo di Cristo.

Ecco, cari Confratelli. Queste però sono solo prime risonanze a quanto ho sentito da voi. Il confronto è destinato a proseguire. Vi invito di nuovo a trasmettere per iscritto le vostre valutazioni su tutti e quattro i temi, sul Concistoro nel suo insieme e sul rapporto dei Cardinali con il Santo Padre e con la Curia Romana. Anch’io mi riservo di leggere con calma relazioni e messaggi personali e poi, più avanti, darvi un feedback, una risposta e continuare il dialogo.

Vorrei già proporre che la nostra prossima occasione per il Concistoro possa essere in prossimità della Solennità dei Santi Pietro e Paolo di quest’anno. E vorrei suggerire così che, per quest’anno, facciamo una seconda volta due giorni, pensando poi per il futuro di continuare gli incontri, però forse di più giorni, una volta all’anno: tre o quattro giorni, come qualche gruppo ha suggerito. Un primo giorno di riflessione, di preghiera, di incontro, poi due o tre giorni di lavoro. Però per quest’anno continueremmo in questo modo.

Per continuare, in ordine all’aiuto che sinceramente credo che voi potete offrire, pensiamo al prossimo Concistoro di giugno. Qui voglio aggiungere, se ci sono alcuni di voi che hanno difficoltà a motivo, diciamo, delle risorse economiche, parlate. E penso che anch’io, anche noi, possiamo vivere un po’ di solidarietà gli uni con gli altri, e ci saranno maniere, con persone generose che aiuteranno.

Bene. Al termine di questo Concistoro, desidero ribadire quanto affermato nell’omelia dell’Epifania: «Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9). È questa la speranza che ci viene donata.

Speranza che ci sentiamo di trasmettere al nostro mondo. E con questo, vogliamo tutti insieme manifestare la preoccupazione che abbiamo condiviso nei dialoghi e negli incontri personali, e anche in qualche intervento nel gruppo, per tutti quelli che soffrono nel mondo. Non siamo riuniti qui sordi alla realtà della povertà, della sofferenza, della guerra, della violenza che affligge tante tante Chiese locali. E qui, con loro nei nostri cuori, vogliamo dire anche che siamo vicini a loro. Molti di voi siete venuti da Paesi dove state vivendo con questa sofferenza della violenza e della guerra.

Siamo chiamati a farci carico di questo cammino di speranza anche davanti alle giovani generazioni: ciò che viviamo e decidiamo oggi non riguarda soltanto il presente, ma incide sul futuro prossimo e su quello più lontano.

È la speranza che abbiamo vissuto nel Giubileo che si è appena concluso. È veramente un messaggio che vogliamo offrire al mondo: abbiamo chiuso la Porta Santa, ma ricordiamo: la porta di Cristo e del suo amore rimane sempre aperta!

E ora preghiamo gli uni per gli altri, come il Santo Padre ha pregato per noi nel giorno in cui ci ha creato Cardinali: “Concedi con la tua grazia ciò che la debolezza umana non può raggiungere, affinché questi tuoi servi, edificando continuamente la tua Chiesa, risplendano per integrità di fede e purezza di spirito” (cfr Rito della creazione di nuovi Cardinali). E possa San Pietro intercedere per noi, mentre, in spirito collegiale, cerchiamo di servire la sua Barca, la Chiesa!


 
SINODALITÀ E LITURGIA: PERCHÉ IL PAPA HA SCELTO DI PARTIRE DAL METODO
(di Don Mario Proietti cpps)
 
Cari amici, ora che il Concistoro straordinario di Leone XIV si è concluso, conviene muoversi con realismo e precisione.
Ad oggi non esiste alcun comunicato ufficiale che riporti nel dettaglio i contenuti degli interventi o eventuali conclusioni.
Non era previsto un documento finale, e questo era stato chiarito fin dall’inizio. Ciò che circola in queste ore è composto soprattutto da commenti, impressioni e valutazioni personali.
Alcune trovano un fondamento parziale nelle comunicazioni degli organi ufficiali, che hanno riferito come l’attenzione dei lavori si sia concentrata su due temi tra quelli proposti, in particolare la sinodalità e la missione.
Altre letture, invece, nascono da aspettative deluse o da interpretazioni che vanno oltre i dati disponibili.
In questo contesto si colloca anche la notizia, al momento non ancora ufficialmente confermata, della possibile convocazione di un secondo Concistoro straordinario nel giugno 2026.
Se così fosse, questo elemento aiuterebbe a comprendere meglio l’impostazione del primo incontro: non come momento conclusivo o deliberativo, ma come prima tappa di un cammino di ascolto e discernimento destinato a proseguire nel tempo.
Un metodo che chiede pazienza, misura e tempi lunghi, non reazioni immediate né letture ideologiche.
Alla luce di questo, si comprende più facilmente perché l’attenzione, per quanto è dato sapere, si sia concentrata sulla sinodalità.
Proprio perché è un tema delicato, spesso frainteso e, per molti fedeli, persino vitale, non può essere affrontato in modo sbrigativo né “sdoganato” con qualche intervento risolutivo. Ha bisogno di un confronto serio, ordinato, che non butti nulla in caciara e non si lasci trascinare dalle polarizzazioni.
 
Se l’attenzione, per quanto è dato sapere, si è concentrata sulla sinodalità e sulla missione, la ragione va cercata nella situazione reale della Chiesa. La sinodalità è oggi uno dei punti più delicati e più fraintesi dell’esperienza ecclesiale.
Comprenderla male, ridurla a slogan ideologico o trasformarla in una bandiera identitaria produce cortocircuiti seri nelle Chiese locali e nelle Conferenze episcopali. È un rischio concreto, già visibile in diversi contesti.
La sinodalità non è una riforma strutturale da approvare o respingere. Non è un’ideologia alternativa alla Tradizione.
È uno stile ecclesiale che riguarda il modo di stare nella Chiesa, di discernere, di esercitare l’autorità e di partecipare alla missione.
Quando questo stile viene frainteso, tutto il resto ne risente: la vita pastorale, le relazioni comunitarie, il rapporto tra clero e fedeli. Chiarire cosa sia e cosa non sia la sinodalità risponde a una necessità reale, non a una moda.
In questo senso va ascoltata una parola del Papa che merita di essere presa sul serio: «La ragion d’essere della Chiesa non è per i cardinali né per i vescovi né per il clero. La ragion d’essere è annunciare il Vangelo».
Questa affermazione sposta il baricentro. Riporta al centro la missione.
Non la difesa di forme, non la gestione di equilibri interni, non le beghe clericali, bensì l’annuncio di Cristo.
 
L’attenzione quasi ossessiva che molti fedeli riservano oggi alla liturgia appare allora come il sintomo di una immaturità ecclesiale diffusa. Quando si dimentica la sostanza, che è Cristo, e la si confonde con la forma attraverso cui ci si relaziona a Lui, qualcosa si è incrinato. La liturgia resta essenziale, fonte e culmine della vita cristiana.
Non diventa una panacea capace di risolvere da sola confusione e divisioni, soprattutto quando viene caricata di significati identitari che non le appartengono.
Insistere sulla sinodalità e sulla missione indica un tentativo di rimettere ordine nelle priorità. Prima di discutere come celebriamo, occorre chiarire perché esistiamo come Chiesa, per chi viviamo, verso chi siamo inviati.
Senza questo ordine, anche la liturgia rischia di trasformarsi in un campo di battaglia invece che in uno spazio di comunione.
Forse la fatica più grande del nostro tempo ecclesiale sta proprio qui. Accettare che non tutto ruoti attorno alle nostre sensibilità, alle nostre preferenze, alle nostre battaglie. La Chiesa non è il luogo dove si vince una causa.
È il luogo dove si impara, lentamente e insieme, a lasciarsi convertire da Cristo. Senza questa conversione, nessuna forma, per quanto venerabile, può custodire da sola l’unità e la missione.

SENZA DIMENTICARE la… Lectio del Papa con il Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede…. VEDI QUI…


 
FRANCESCO PREPARA IL TERRENO. LEONE XIV METTE IL PALETTO.
(di Don Mario Proietti cpps)
 
Cari amici, mi sto accorgendo che nei commenti che accompagnano i miei post emerge con una certa regolarità una tentazione ricorrente: mettere a confronto i due Papi, come se si trattasse di visioni concorrenti o addirittura opposte.
È una tentazione comprensibile nel clima attuale, segnato da polarizzazioni e letture semplificate.
È anche un errore di metodo. Il problema serio non è il confronto tra i Pontefici.
Il problema serio è che il magistero di Papa Francesco è passato per anni attraverso una lente deformante, spesso alimentata da una propaganda che ha finito per attribuirgli parole, intenzioni e aperture che nei testi non erano presenti.
 
La prova sta proprio nella lettura diretta dei documenti.
Basta accostare senza precomprensioni ideologiche il discorso di Francesco al Corpo Diplomatico del 9 gennaio 2025 e quello pronunciato quest’anno da Papa Leone XIV per accorgersi che non c’è alcuna frattura.
C’è invece una continuità reale, che si esprime nella diversità di stile e di accento. Questa continuità non va difesa a parole, va riconosciuta nei testi.
Il discorso di Francesco dello scorso anno è un intervento ampio e strutturato. Tocca la geopolitica, la pace, il multilateralismo, la crisi delle istituzioni internazionali, la questione migratoria, l’intelligenza artificiale.
Al centro emerge però un nodo decisivo: il rapporto tra verità, linguaggio e realtà. Francesco insiste con chiarezza su un punto spesso ignorato. Quando le parole vengono svuotate o piegate ideologicamente, il dialogo diventa impossibile.
Quando il linguaggio perde il suo ancoraggio alla realtà, anche i documenti multilaterali si trasformano in strumenti di imposizione culturale.
Qui Francesco compie un lavoro paziente e profondo. Denuncia, dissoda, prepara il terreno.
 
Il discorso di Leone XIV si colloca dentro questa stessa linea e compie un passo ulteriore. Non si limita a segnalare il rischio.
Offre un criterio. Mette un paletto.
Indica con maggiore nettezza che cosa accade quando il linguaggio si separa dalla realtà, quando la libertà viene sganciata dal vero e dal bene, quando le parole non nominano più ciò che è ma ciò che conviene. In quel punto ogni processo, anche ecclesiale, diventa fragile e manipolabile.
Non si tratta di contrapporre due sensibilità. Si tratta di riconoscere un processo. Francesco prepara il terreno, Leone XIV pianta il segno che impedisce di perdersi.
Questo processo ha un nome semplice e antico: maturazione.
È il modo ordinario con cui il Magistero cresce nel tempo, senza rinnegarsi e senza irrigidirsi.
Per questo oggi è necessario compiere un’operazione di verità. Togliere Francesco dalla propaganda che ha voluto farne un’icona ideologica, restituendolo alla sua parola reale.
Leggere Leone XIV non come un correttivo polemico, ma come uno sviluppo coerente.
Solo così il Magistero torna ad essere ciò che deve essere: una guida che accompagna, chiarisce, custodisce i confini essenziali perché il cammino resti tale.
Senza paletti non si cammina. Si vaga. E il Giubileo, lo ricordano entrambi i Pontefici, non è vagabondaggio spirituale.
È pellegrinaggio. Continuità nella diversità, crescita senza rottura, maturazione senza propaganda.
È questo il criterio di cui oggi abbiamo davvero bisogno.

 


 

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