Cari Amici, il Santo Padre Leone XIV ha indetto un Concistoro “segreto”, ossia non pubblico nel quale il Papa con i Cardinali promuove altri cardinali oppure conferma la beatificazione e canonizzazione di qualcuno. Un Concistoro che non si vedeva da molti anni, dal 2014, da quando il suo Predecessore aveva preferito non farli più e di avvalersi di un ristretto gruppo per le varie consultazioni. Tutto lecito per carità, il Papa poteva farlo e lo ha fatto, così come poteva farlo e lo ha fatto di ripristinare gli incontri con tutto il Collegio Cardinalizio per cercare, insieme, di aiutare il Papa nel governo della Chiesa. Del resto… è per questo che furono creati i “cardinali”, VEDI QUI.
Si dice “segreto” perchè il Papa indirizza le sue parole al solo Collegio e verso coloro che dovranno aiutarlo nel governo della Chiesa ma, come possiamo vedere, i Testi ufficiali sono stati pubblicati a beneficio di tutti e per la riflessione di tutte le Membra della Chiesa, Laici compresi, per fare ognuno la nostra piccola parte…
Prima di pubblicare i tre testi del Papa: l’introduzione al Concistoro, l’Omelia e la conclusione, ci faremo aiutare a ben leggerli con le riflessioni che, condividendo, prendiamo da Don Mario Proietti cpps, al quale va tutta la nostra gratitudine e riconoscenza, seguiranno così i tre testi ufficiali del Papa. Buona meditazione a tutti.
Questo pomeriggio, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, ha avuto inizio il Concistoro Straordinario che vede riunito il Collegio Cardinalizio con il Santo Padre Leone XIV. I lavori del Concistoro Straordinario sono articolati nell’arco di due giornate, 7 e 8 gennaio 2026.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai Cardinali presenti:
Carissimi Fratelli,
sono molto lieto di accogliervi e di darvi il benvenuto. Grazie della vostra presenza! Lo Spirito Santo, che abbiamo invocato, ci guidi in queste due giornate di riflessione e di dialogo.
Considero molto significativo il fatto che ci siamo riuniti in Concistoro all’indomani della solennità dell’Epifania del Signore, e vorrei introdurre i nostri lavori con una suggestione che viene proprio da questo mistero.
Nella Liturgia è risuonato l’appello sempre commovente del profeta Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Perché, ecco, la tenebra ricopra la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is60,1-3).
Queste parole fanno pensare all’inizio della Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II. Leggo per intero il primo paragrafo: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfrMc16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo» (Lumen gentium, 1).
Possiamo dire che lo Spirito Santo, a distanza di secoli, ha ispirato la medesima visione nel profeta e nei Padri conciliari: la visione della luce del Signore che illumina la città santa – prima Gerusalemme, poi la Chiesa – e, riflettendosi su di essa, permette a tutti i popoli di camminare in mezzo alle tenebre del mondo. Ciò che Isaia annunciava “in figura”, il Concilio lo riconosce nella realtà pienamente svelata di Cristo luce delle genti.
I pontificati di San Paolo VI e quello di San Giovanni Paolo II li potremmo interpretare complessivamente in questa prospettiva conciliare, che contempla il mistero della Chiesa tutto inscritto in quello di Cristo e così comprende la missione evangelizzatrice come irradiazione dell’inesauribile energia sprigionata dall’Evento centrale della storia della salvezza.
I Papi Benedetto XVI e Francesco hanno poi riassunto questa visione in una parola: attrazione. Papa Benedetto lo ha fatto nell’Omelia di apertura della Conferenza di Aparecida, nel 2007, quando disse: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore». Papa Francesco si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti.
Oggi con gioia io la riprendo e la condivido con voi. E invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la “forza” che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore. È significativo che Papa Francesco, che ha iniziato con Evangelii gaudium «sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale», abbia concluso con Dilexit nos «sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo».
San Paolo scrive: «Caritas Christi urget nos» (2Cor5,14). Il verbo sunechei dice che l’amore di Cristo ci spinge in quanto ci possiede, ci avvolge, ci avvince. Ecco la forza che attrae tutti a Cristo, come Lui stesso profetizzò: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv12,32). Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. Infatti solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede.[1]
L’unità attrae, la divisione disperde. Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». E aggiunge: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv13,34-35). Commenta Sant’Agostino: «Per questo ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Con l’amarci egli ci ha dato l’aiuto affinché col mutuo amore ci stringiamo fra noi e, legate le membra da un vincolo così soave, siamo corpo di tanto Capo» (Omelia 65 sul Vangelo di Giovanni, 2).
Carissimi Fratelli, vorrei partire da qui, da questa parola del Signore, per il nostro primo Concistoro e, soprattutto, per il cammino collegiale che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a compiere. Siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali. Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa. Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità.
Oggi, in un certo senso, continuiamo il memorabile incontro che insieme a molti di voi ho potuto avere subito dopo il Conclave, con «un momento di comunione e di fraternità, di riflessione e di condivisione, volto a sostenere e consigliare il Papa nella gravosa responsabilità del governo della Chiesa universale» (Lettera di convocazione del Concistoro straordinario, 12 dicembre 2025).
In questi giorni avremo modo di sperimentare già una riflessione comunitaria su quattro temi: Evangelii gaudium, cioè la missione della Chiesa nel mondo di oggi; Praedicate Evangelium, vale a dire il servizio della Santa Sede, specialmente alle Chiese particolari; Sinodo e sinodalità, strumento e stile di collaborazione; Liturgia, fonte e culmine di vita cristiana. Per ragioni di tempo e per favorire un reale approfondimento, solo due di essi saranno oggetto di una trattazione specifica.
Tutti i 21 gruppi contribuiranno alla scelta che faremo, ma, poiché per me è più facile chiedere consiglio a coloro che lavorano nella Curia e vivono a Roma, i gruppi che riferiranno saranno i 9 provenienti dalle Chiese locali.
Sono qui per ascoltare. Come abbiamo imparato durante le due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, la dinamica sinodale implica per eccellenza l’ascolto. Ogni momento di questo tipo è un’opportunità per approfondire il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità. «Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Francesco, Discorso nel 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015).
Questa nostra giornata e mezza insieme sarà una prefigurazione del nostro cammino futuro. Non dobbiamo arrivare a un testo, ma portare avanti una conversazione che mi aiuti nel mio servizio per la missione della Chiesa tutta.
Domani tratteremo i due argomenti scelti, con la seguente domanda-guida:
Guardando al cammino dei prossimi uno o due anni, quali attenzioni e priorità potrebbero orientare l’azione del Santo Padre e della Curia sulla questione?
Ascoltare la mente, il cuore e lo spirito di ciascuno; ascoltarsi l’un l’altro; esprimere solo il punto principale e in modo molto breve, così che tutti possano parlare: questo sarà il nostro modo di procedere. I saggi antichi romani dicevano: Non multa sed multum! E in futuro, questo stile di ascolto reciproco, cercando la guida dello Spirito Santo e camminando insieme, continuerà ad essere di grande aiuto per il ministero petrino che mi è stato affidato. Anche dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro.
Carissimi, fin da ora rendo grazie a Dio per la vostra presenza e i vostri contributi. Ci assista sempre la Vergine Maria, Madre della Chiesa.
OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro – Giovedì, 8 gennaio 2026
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«Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio» (1Gv 4,7). La Liturgia ci propone questa esortazione mentre celebriamo il Concistoro straordinario: momento di grazia in cui si esprime il nostro essere uniti al servizio della Chiesa.
Come sappiamo, la parola Concistoro, Consistorium, “assemblea”, può essere letta alla luce della radice del verbo consistere, cioè “fermarsi”. E in effetti tutti noi ci siamo “fermati” per essere qui: abbiamo sospeso per un certo tempo le nostre attività e rinunciato a impegni anche importanti, per ritrovarci insieme a discernere ciò che il Signore ci chiede per il bene del suo Popolo. Questo è già in sé un gesto molto significativo, profetico, particolarmente nel contesto della società frenetica in cui viviamo. Ricorda infatti l’importanza, in ogni percorso di vita, di sostare, per pregare, ascoltare, riflettere e così tornare a focalizzare sempre meglio lo sguardo sulla meta, indirizzando ad essa ogni sforzo e risorsa, per non rischiare di correre alla cieca o di battere l’aria invano, come ammonisce l’apostolo Paolo (cfr 1Cor 9,26). Noi non siamo infatti qui a promuovere “agende” – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che ci supera «quanto il cielo sovrasta la terra» (Is 55,9) e che può venire solo dal Signore.
Per questo è importante che ora, nell’Eucaristia, poniamo ogni nostro desiderio e pensiero sull’Altare, assieme al dono della nostra vita, offrendolo al Padre in unione al Sacrificio di Cristo, per riaverlo purificato, illuminato, fuso e trasformato, per grazia, in un unico Pane. Solo così, infatti, sapremo davvero ascoltare la sua voce, accogliendola nel dono che siamo gli uni per gli altri: motivo per cui ci siamo riuniti.
Il nostro Collegio, pur ricco di tante competenze e doti notevoli, non è infatti chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e da Lui restituiti, producano, secondo la sua Provvidenza, il massimo frutto.
Del resto, l’Amore di Dio di cui siamo discepoli e apostoli è Amore “trinitario”, “relazionale”, fonte di quella spiritualità di comunione di cui la Sposa di Cristo vive e vuol essere casa e scuola (cfr Lett. ap. Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, 43). San Giovanni Paolo II, auspicandone la crescita agli inizi del terzo millennio, la definiva come uno «sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto» (ibid.).
Il nostro “fermarci”, allora, è anzitutto un grande atto d’amore – a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo –, con cui lasciarci plasmare dallo Spirito: prima di tutto nella preghiera e nel silenzio, ma poi anche nel guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda e nel farci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine di Pastori, nelle più svariate parti del mondo. Un atto da vivere con cuore umile e generoso, nella consapevolezza che è per grazia che siamo qui, e che non c’è nulla, di ciò che portiamo, che non abbiamo ricevuto, come dono e talento da non lasciar andare sprecato, ma da investire con accortezza e coraggio (cfr Mt 25,14-30).
San Leone Magno insegnava che «è cosa grande e molto preziosa al cospetto del Signore quando tutto il popolo di Cristo si applica insieme agli stessi doveri, e tutti i gradi e tutti gli ordini […] collaborano con un medesimo spirito […]. Allora – diceva – si nutrono gli affamati, si vestono gli ignudi, si visitano gli infermi, e nessuno cerca i propri interessi, ma quelli altrui» (Sermoni, 88, 4). Questo è lo spirito con cui vogliamo lavorare insieme: quello di chi desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti (cfr Ef 4,11-13), svolgendo con dignità e in pienezza il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio lavoro, come di ricevere e veder crescere quelli dell’opera altrui (cfr S. Leone Magno, Sermoni, 88,5).
Da due millenni la Chiesa incarna questo mistero nella sua poliedrica bellezza (cfr Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti, 280). Questa stessa assemblea ne è testimonianza, nella varietà delle provenienze e delle età e nell’unità di grazia e di fede che ci raccoglie e affratella.
Certo anche noi, davanti alla “grande folla” di una umanità affamata di bene e di pace, in un mondo in cui sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e disperato vuoto esistenziale continuano a dividere e ferire le persone, le nazioni e le comunità, alle parole del Maestro: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37), possiamo sentirci come i discepoli: inadeguati e privi di mezzi. Gesù, però, torna a ripeterci: «Quanti pani avete? Andate a vedere» (Mc 6,38), e questo possiamo farlo insieme. Non sempre, infatti, riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare. Sempre, però, in ogni luogo e circostanza, potremo aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto; e ad accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli, arricchiti della benedizione di Dio e della fede e dell’amore di tutti, così che a nessuno manchi il necessario (cfr Mc 6,42).
Carissimi, ciò che offrite alla Chiesa nel vostro servizio, a tutti i livelli, è qualcosa di grande e di estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso per tutti; e la responsabilità che condividete con il Successore di Pietro è grave e onerosa.
Per questo vi ringrazio di cuore, e vorrei concludere affidando i nostri lavori e la nostra missione al Signore con le parole di Sant’Agostino: «Molte grazie accordi alle nostre preghiere; anche quelle che abbiamo ricevute prima di pregare sono un dono tuo, ed anche il riconoscerle dopo averle ricevute è un dono tuo […]. Ricordati, Signore, che siamo polvere, e con la polvere hai creato l’uomo» (Confessiones, 10, 31, 45). Perciò ti diciamo: «Da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi» (ibid.).
CONCISTORO STRAORDINARIO [7-8 GENNAIO]
INTERVENTO CONCLUSIVO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Aula del Sinodo – Giovedì, 8 gennaio 2026
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Quando ciascuno di noi è stato eletto Cardinale, il Santo Padre lo ha incaricato di essere “intrepido testimone di Cristo e del suo Vangelo nella Città di Roma e nelle regioni più lontane” (cfr Rito per la creazione dei Cardinali). Tale missione è davvero il nucleo, l’essenza di ciò che tutti noi ci impegniamo a fare. Questo Concistoro ha rappresentato un momento privilegiato per esprimere la missione della Chiesa e per farlo insieme, in comunione. Nel corso di questo ultimo giorno e mezzo, lo Spirito Santo ha manifestamente elargito con generosità i suoi doni multiformi. Sono profondamente grato per la vostra presenza e per la vostra partecipazione, tutte orientate a sostenermi nel mio servizio di successore di Pietro. Sono grato ai più anziani tra voi, che hanno fatto lo sforzo di venire: la loro testimonianza è davvero preziosa! Al tempo stesso sono vicino anche, e in modo particolare, ai Cardinali di varie parti del mondo che, per diverse ragioni, non sono potuti venire. Siamo con voi e vi sentiamo vicini!
Questa riunione è intimamente connessa a quanto abbiamo vissuto al Conclave. Avevate espresso, anche prima del Conclave, dell’elezione del successore di Pietro, il desiderio di conoscerci e di poter dare il vostro contributo e sostegno. Abbiamo fatto una prima esperienza il 9 maggio. Poi in questi due giorni, con un metodo semplice, ma non necessariamente facile, che ci potesse aiutare a incontrarci e conoscerci meglio. Personalmente ho sentito una profonda comunione e sintonia con tutti voi e tra tanti interventi. Abbiamo fatto anche un’esperienza di sinodalità, non vissuta come tecnica organizzativa, ma come strumento per crescere nell’ascolto e nelle relazioni. E certo dobbiamo continuare e approfondire questi incontri.
Riprenderò più concretamente, alla fine di questo intervento, qualche idea su come potremmo continuare. Ma prima vorrei riprendere alcuni degli spunti che sono emersi in queste giornate. Forse cominciando da parole che sono state dette più volte anche in questa ultima sessione.
Trovare Cristo al centro della nostra missione. Proclamare il Vangelo, tutti lo sappiamo bene: Gesù Cristo è al centro. Vogliamo annunciare la sua Parola, e quindi l’importanza di vivere davvero anche noi stessi una vita spirituale autentica che può essere testimonianza nel mondo di oggi.
I temi che sono stati scelti sono profondamente radicati nel Concilio Vaticano II e in tutto il cammino che è scaturito dal Concilio. Non sottolineeremo mai abbastanza l’importanza di continuare con il cammino che si è aperto con il Concilio. Vi incoraggio a farlo. Ho scelto questo tema, come sapete – i documenti e l’esperienza del Concilio –, per le udienze pubbliche di quest’anno. E questo cammino è un processo di vita, di conversione, di rinnovamento di tutta la Chiesa. Evangelii gaudium e la sinodalità sono elementi importanti di questo cammino.
E vorrei dire anche che, allo stesso tempo, gli altri due temi che sono stati proposti, ma non necessariamente centrali in questi due giorni di lavoro, sono fortemente connessi agli altri temi e al Concilio. Non sono stati dimenticati e non saranno dimenticati. Il Cardinal Semeraro ha ben ricordato il legame tra sinodalità ed Eucaristia. Tra l’altro, un gruppo di studio legato all’Assemblea sinodale sta proprio approfondendo questo tema. Il Card. Castillo ha ora parlato dell’Assemblea del 2028. Certamente il lavoro in corso con la Segreteria del Sinodo continua con i gruppi di studio.
Il cammino della sinodalità è un cammino di comunione per la missione, in cui tutti siamo chiamati a partecipare. Per questo i legami tra noi sono importanti. Avete sottolineato l’importanza della connessione del Santo Padre in particolare con le Conferenze episcopali e con le Chiese locali; e l’importanza delle Assemblee continentali. Anche queste però non devono diventare riunioni “in più” da aggiungere a una lista, ma luoghi di incontro e di relazioni tra Vescovi con i presbiteri e i laici, e tra Chiese, che aiutano tanto a promuovere un’autentica creatività missionaria.
Poi ci ricolleghiamo con l’altro tema: il lavoro dei Dicasteri nello spirito di Praedicate Evangelium, con il loro servizio al Santo Padre e alle Chiese particolari. La Praedicate Evangelium mette in evidenza l’esigenza di «meglio armonizzare l’esercizio odierno del servizio della Curia col cammino di evangelizzazione, che la Chiesa, soprattutto in questa stagione, sta vivendo» (I, 3). In questa prospettiva, vi ribadisco il mio impegno a fare la mia parte e offrire a voi e alla Chiesa intera una struttura di relazioni e di servizio, capace di supportare e appoggiare voi e le Chiese locali, per affrontare insieme con maggiore pertinenza e incisività le attuali sfide della missione.
Avete parlato, per proseguire questo cammino, dell’importanza della formazione. Formazione all’ascolto, formazione a una spiritualità dell’ascolto. In particolare – avete sottolineato – nei seminari, ma anche per i Vescovi!
Qui – anche se non è stato un tema di dialogo specifico del nostro incontro – voglio menzionare il problema, che ancora oggi è veramente una ferita nella vita della Chiesa in tanti luoghi, che è precisamente la crisi a causa degli abusi sessuali. Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori. Vorrei dire, anche incoraggiando voi a condividerlo a vostra volta con i vescovi: tante volte il dolore delle vittime è stato più forte per il fatto che non sono state accolte e ascoltate. L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori. Una vittima, poco tempo fa, mi ha detto che veramente per lei la cosa più dolorosa era precisamente che nessun vescovo voleva ascoltarla. E quindi anche lì: l’ascolto è profondamente importante.
La formazione di tutti. La formazione nei seminari, dei sacerdoti, dei vescovi, dei laici collaboratori dev’essere radicata nella vita ordinaria e concreta della Chiesa locale, delle parrocchie e di tanti altri luoghi significativi dove si incontrano le persone, in particolare quelle che soffrono. Come avete visto qui, non bastano uno o due giorni e neppure una settimana per entrare a fondo in un tema così da viverlo. Sarebbe importante quindi che il nostro modo ordinario di lavorare insieme sia occasione di formazione e crescita per coloro con cui lavoriamo, a tutti i livelli, da quello parrocchiale alla Curia Romana. Un esempio di dove si può crescere ordinariamente in uno stile sinodale sono le visite pastorali; e anche tutti gli organismi di partecipazione sono da rivitalizzare.
Ma tutto questo è collegato al cammino di implementazione del Sinodo, che prosegue e avrà una tappa fondamentale nell’Assemblea ecclesiale programmata per il 2028. Vi incoraggio ad essere fermento di questo cammino. È un cammino per la missione della Chiesa, un cammino al servizio dell’annuncio del Vangelo di Cristo.
Ecco, cari Confratelli. Queste però sono solo prime risonanze a quanto ho sentito da voi. Il confronto è destinato a proseguire. Vi invito di nuovo a trasmettere per iscritto le vostre valutazioni su tutti e quattro i temi, sul Concistoro nel suo insieme e sul rapporto dei Cardinali con il Santo Padre e con la Curia Romana. Anch’io mi riservo di leggere con calma relazioni e messaggi personali e poi, più avanti, darvi un feedback, una risposta e continuare il dialogo.
Vorrei già proporre che la nostra prossima occasione per il Concistoro possa essere in prossimità della Solennità dei Santi Pietro e Paolo di quest’anno. E vorrei suggerire così che, per quest’anno, facciamo una seconda volta due giorni, pensando poi per il futuro di continuare gli incontri, però forse di più giorni, una volta all’anno: tre o quattro giorni, come qualche gruppo ha suggerito. Un primo giorno di riflessione, di preghiera, di incontro, poi due o tre giorni di lavoro. Però per quest’anno continueremmo in questo modo.
Per continuare, in ordine all’aiuto che sinceramente credo che voi potete offrire, pensiamo al prossimo Concistoro di giugno. Qui voglio aggiungere, se ci sono alcuni di voi che hanno difficoltà a motivo, diciamo, delle risorse economiche, parlate. E penso che anch’io, anche noi, possiamo vivere un po’ di solidarietà gli uni con gli altri, e ci saranno maniere, con persone generose che aiuteranno.
Bene. Al termine di questo Concistoro, desidero ribadire quanto affermato nell’omelia dell’Epifania: «Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9). È questa la speranza che ci viene donata.
Speranza che ci sentiamo di trasmettere al nostro mondo. E con questo, vogliamo tutti insieme manifestare la preoccupazione che abbiamo condiviso nei dialoghi e negli incontri personali, e anche in qualche intervento nel gruppo, per tutti quelli che soffrono nel mondo. Non siamo riuniti qui sordi alla realtà della povertà, della sofferenza, della guerra, della violenza che affligge tante tante Chiese locali. E qui, con loro nei nostri cuori, vogliamo dire anche che siamo vicini a loro. Molti di voi siete venuti da Paesi dove state vivendo con questa sofferenza della violenza e della guerra.
Siamo chiamati a farci carico di questo cammino di speranza anche davanti alle giovani generazioni: ciò che viviamo e decidiamo oggi non riguarda soltanto il presente, ma incide sul futuro prossimo e su quello più lontano.
È la speranza che abbiamo vissuto nel Giubileo che si è appena concluso. È veramente un messaggio che vogliamo offrire al mondo: abbiamo chiuso la Porta Santa, ma ricordiamo: la porta di Cristo e del suo amore rimane sempre aperta!
E ora preghiamo gli uni per gli altri, come il Santo Padre ha pregato per noi nel giorno in cui ci ha creato Cardinali: “Concedi con la tua grazia ciò che la debolezza umana non può raggiungere, affinché questi tuoi servi, edificando continuamente la tua Chiesa, risplendano per integrità di fede e purezza di spirito” (cfr Rito della creazione di nuovi Cardinali). E possa San Pietro intercedere per noi, mentre, in spirito collegiale, cerchiamo di servire la sua Barca, la Chiesa!
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