Padre François-Marie Dermine: una vita al servizio della verità e del discernimento
La Chiesa e il mondo della ricerca socio-religiosa salutano padre François-Marie Dermine, sacerdote domenicano, teologo moralista, esorcista e presidente nazionale del Gris (Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-religiosa), spentosi nella serata di ieri, 14 ottobre. Con la sua scomparsa viene meno una figura che ha dedicato gran parte della propria vita allo studio delle nuove forme di religiosità, delle esperienze mistiche e dei fenomeni legati all’occultismo, nella convinzione che la fede cristiana non debba sottrarsi al confronto con le inquietudini spirituali del nostro tempo, ma affrontarle attraverso il rigore della ragione e la profondità del discernimento.
Nato nel 1949 a Saint-Hyacinthe, in Canada, Dermine si era trasferito in Italia nel 1972, diventando sacerdote domenicano nel 1979. Dopo gli studi in storia e scienze politiche presso la McGill University di Montréal, aveva proseguito la propria formazione teologica a Bologna, conseguendo successivamente il dottorato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma, con una ricerca dedicata al rapporto tra mistica e medianità. Un percorso intellettuale che avrebbe caratterizzato anche la sua successiva attività accademica come docente di teologia morale presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna, nella quale l’indagine teologica si accompagnava a una particolare attenzione per le trasformazioni culturali e religiose della società contemporanea.
Al centro del suo impegno si colloca soprattutto la guida del Gris, attraverso il quale ha promosso lo studio critico dei nuovi movimenti religiosi, delle pratiche esoteriche e delle diverse espressioni della spiritualità contemporanea. In un contesto culturale segnato dalla progressiva frammentazione dell’esperienza religiosa, Dermine ha contribuito a richiamare l’importanza di distinguere l’autentica esperienza di fede dalle forme di religiosità che rischiano di sostituire il rapporto personale con Dio con la ricerca di poteri, conoscenze straordinarie o rassicurazioni immediate. Il discernimento, in questa prospettiva, non rappresentava una semplice operazione di classificazione dei fenomeni religiosi, ma un esercizio di responsabilità intellettuale ed ecclesiale, necessario per comprendere ciò che l’uomo cerca quando si rivolge al sacro.
Particolarmente significativo è stato il suo contributo alla riflessione sul ministero dell’esorcismo, ambito nel quale ha sostenuto la necessità di una formazione teologica accompagnata dal confronto con le discipline mediche, psicologiche e psichiatriche. Attraverso la collaborazione tra il GRIS e l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, ha partecipato alla formazione di sacerdoti e professionisti, insistendo sull’importanza di evitare interpretazioni affrettate delle sofferenze umane. Per Dermine, infatti, riconoscere la realtà del male spirituale secondo la dottrina cattolica non significava attribuire indiscriminatamente al demonio ciò che può trovare spiegazione nella condizione psicologica o patologica della persona. Era proprio la serietà del discernimento a esigere prudenza, competenza e rispetto per chi domanda aiuto.
Questa impostazione attraversa anche la sua produzione scientifica e divulgativa. In opere come Mistici, veggenti e medium. Esperienze dell’aldilà a confronto, Carismatici, sensitivi e medium. I confini della mentalità magica e Ragioniamo sul demonio. Tra superstizione, mito e realtà, Dermine ha affrontato questioni spesso esposte tanto alla credulità quanto alla banalizzazione, cercando di restituire loro una corretta collocazione teologica. La sua riflessione si inserisce nella tradizione domenicana che, a partire da san Tommaso d’Aquino, riconosce nella ragione una risorsa essenziale per l’intelligenza della fede. Non si tratta di ridurre il mistero a ciò che l’uomo può dimostrare, ma di evitare che il richiamo al soprannaturale diventi una rinuncia alla ricerca della verità.
In questa prospettiva assume particolare rilievo anche la sua attenzione alla mentalità magica, intesa come tentativo di esercitare un controllo sulle realtà spirituali attraverso pratiche, formule o presunti poteri straordinari. Una concezione profondamente diversa dall’esperienza cristiana, nella quale il rapporto con Dio non nasce dalla pretesa di dominare il sacro, ma dall’accoglienza libera di una relazione fondata sulla grazia. È una distinzione che attraversa l’intera tradizione biblica e trova il proprio compimento nella rivelazione di Cristo, nella quale la salvezza non si presenta come una conoscenza riservata a pochi, ma come dono offerto all’umanità.
L’eredità di padre François-Marie Dermine non si esaurisce dunque negli studi, nelle pubblicazioni o negli incarichi ecclesiali ricoperti. Rimane soprattutto un metodo di ricerca e di discernimento, capace di tenere insieme fedeltà alla tradizione cristiana, attenzione ai mutamenti culturali e responsabilità verso le persone. In un tempo nel quale il bisogno di spiritualità continua a manifestarsi attraverso linguaggi sempre più diversificati, il suo lavoro richiama a una convinzione fondamentale: la fede non teme le domande dell’uomo, purché la ricerca del sacro non perda di vista la centralità della verità e la dignità della persona.
È in questa fedeltà alla verità, cercata attraverso lo studio, annunciata nella predicazione e custodita nel servizio ecclesiale, che si può riconoscere il significato più profondo della sua testimonianza domenicana.
Alla preghiera di suffragio per padre François-Marie Dermine si uniscono anche mons. Pasquale Morelli, padre spirituale del Gris della diocesi di Taranto, e Rosanna Cannalire, presidente del gruppo, affidando al Signore la sua anima, nella gratitudine per una vita consacrata alla ricerca della verità e al servizio della Chiesa.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)

𝗣𝗮𝗱𝗿𝗲 𝗗𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗲, 𝗹’𝗲𝘀𝗼𝗿𝗰𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗳𝗲𝗿𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗲 «𝗗𝗶𝗼, 𝗗𝗶𝗼, 𝗗𝗶𝗼».
Al Meeting di Rimini del 2015 spiegò che la vita cristiana è una lotta contro qualcuno, non solo contro i nostri difetti, e che l’arma decisiva resta guardare a Dio.
È morto ieri sera, 14 ottobre, padre François-Marie Dermine, domenicano, presidente nazionale del Gris (Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa) dal 2009. Nato nel 1949 a Saint-Hyacinthe, in Canada, studi di storia e scienze politiche alla McGill di Montréal, era arrivato in Italia nel 1972 ed era stato ordinato sacerdote nel 1979. Insegnava teologia morale alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, era esorcista e aveva cofondato il corso su esorcismo e preghiera di liberazione dell’Ateneo pontificio Regina Apostolorum, che con il Gris lo ricorda in una nota congiunta.
Nell’agosto del 2015, allo stand dei domenicani al Meeting di Rimini, aveva parlato del combattimento spirituale, partendo da una constatazione: c’è chi pensa la religione come una consolazione per rilassarsi, «in realtà se vogliamo essere cristiani sul serio dobbiamo prepararci ad entrare in un combattimento». Il primo fronte è il peccato, e Dermine lo portava fino alla politica: si fanno leggi e si nominano controllori, ma «chi vigilerà sulle persone nominate per vigilare?». Eppure, avvertiva, se tutto si riducesse a questo la fede diventerebbe una morale per persone perbene, perché «non basta volere per potere», altrimenti non avremmo bisogno di un Salvatore.
C’è un altro motivo per cui da soli non ce la facciamo, «e il motivo ha un nome personale: si chiama il demonio». Citava la lettera agli Efesini, «la nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue», e la Gaudium et spes, che parla di una «lotta tremenda contro le potenze delle tenebre». Ai ragazzi delle scuole, che accorrevano in trecento quando si parlava del diavolo e in dieci quando si parlava di Gesù, ripeteva che l’azione più pericolosa del maligno non è la possessione, ma «la tentazione, che mira a dividerci da Dio». E a chi liquidava il diavolo come una superstizione rispondeva che allora andrebbe cancellato il 95 per cento dei santi canonizzati, quasi tutti alle prese con la sua azione: se il demonio non esiste, sarebbero tutti psicolabili, e i santi non avrebbero più senso.
Non per questo bisognava pensare al diavolo da mattina a sera. Dermine riportava volentieri una battuta di santa Teresa d’Avila: se certe persone invece di dire «demonio, demonio, demonio» dicessero «Dio, Dio, Dio», sarebbero molto più tranquille. Le armi sono la preghiera, i sacramenti e la carità fraterna, che ricostruisce là dove il demonio divide e che non va d’accordo con la maldicenza. Pregare, poi, voleva dire cercare Dio per se stesso: con san Tommaso osservava che molti cristiani si fermano alla speranza e non arrivano alla carità, che è amicizia.
E se si cade? Bisogna rialzarsi, perché il demonio punta a farci disperare. Dio a volte permette che lottiamo per anni contro i peccati più evidenti per colpire quello che gli preme davvero, l’orgoglio, come la spina nel fianco di san Paolo. Se non ci rialziamo, diceva, «ha vinto in noi l’orgoglio». La buona battaglia di san Paolo, per padre Dermine, si combatteva così: cambiando orbita, smettendo di gravitare attorno a noi stessi per gravitare attorno a Dio. Ora che il combattimento è finito, tocca a noi accompagnarlo con la preghiera.
