Il Papa riceve il clero della sua Diocesi e offre indicazioni per lavorare insieme di fronte ad “una crescente erosione della pratica religiosa”. Leone XIV esorta a vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, a porsi accanto ai giovani e comprendere il loro smarrimento, rilanciare l’annuncio cristiano che è la “priorità” per recuperare il senso autentico della conversione cristiana. Si cerchino “vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù”, superando ostacoli e forme di scoraggiamento… Ravvivare il fuoco che per primo ha acceso Dio donando la possibilità di collaborare con la sua opera; guardare ai segni dei tempi, intercettando i cambiamenti, per rilanciare l’annuncio del Vangelo al di là della stanchezza della vita sacerdotale, del peso della routine e dalla disaffezione di molti alla fede che può pesare come un macigno.
Altra strada da percorrere è quella del lavorare insieme, in comunione. “Non possiamo pensare e agire – afferma Leone XIV – in modo solitario”. È cambiata la vita delle persone, c’è più mobilità perché ci si sposta per motivi di lavoro ma non solo, è cambiata la vita delle parrocchie che non sono più espressione di un territorio ma sono chiamate ad aprirsi ed “avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione”. “Serve – evidenzia il Papa – un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale”.
PAPA LEONE XIV INCONTRA IL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA
Aula Paolo VI – Giovedì, 19 febbraio 2026
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Dialogo del Santo Padre con i preti di Roma
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Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo,
La pace sia con Voi,
[Indirizzo di saluto del Cardinale Vicario]
Cari fratelli,
vi saluto con grande gioia e vi ringrazio di essere qui stamattina. Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto, e saluto cordialmente tutti voi: i membri del Consiglio episcopale, i parroci, tutti i presbiteri presenti. E dico, se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente!
All’inizio dell’anno pastorale ci siamo lasciati ispirare da ciò che Gesù dice alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe: «Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10).
Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa. Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio. A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’Apostolo Paolo rivolge a Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te» (2Tm 1,6). Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio!
Che cosa significa ravvivare? Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale. E allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo – ravvivare – evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse Papa Francesco, «suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma» (Catechesi, 30 ottobre 2024).
Anche per il cammino pastorale della nostra Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo.
Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata. Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato.
Ciò vale in particolare per alcuni ambiti della vita pastorale, cui vorrei brevemente accennare.
Il primo riguarda certamente la pastorale ordinaria delle parrocchie. E qui, anzitutto vorrei condividervi un pensiero di gratitudine, richiamando le parole che Papa Francesco vi aveva rivolto in una delle ultime Messe Crismali: «Grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia nella Messa del Crisma, 6 aprile 2023). Le fatiche e le incomprensioni, però, possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare. In particolare, circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; infatti, la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa.
È urgente perciò ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità. Con umiltà, ma anche senza lasciarci scoraggiare, dobbiamo riconoscere che «parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa», e ciò invita a vigilare anche su una «sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione» (Evangelii gaudium, 63). Ricordiamo le domande dell’Apostolo Paolo: «Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» (Rm 10,14). Come tutti i grandi agglomerati urbani, la città di Roma è segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati. Perciò, è necessario che la pastorale parrocchiale rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie.
Un secondo aspetto è questo: imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza. La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grandi dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale.
Un ultimo aspetto vorrei sottolineare: la vicinanza ai giovani. Molti di loro – lo sappiamo – «vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa» (Discorso ai partecipanti della sessione Plenaria del Dicastero per la Dottrina della fede, 29 gennaio 2026). Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza. So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita. Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi.
E a proposito di età giovanile, vorrei rivolgere una parola di incoraggiamento ai preti più giovani – ci siete quasi tutti, vero? – che spesso sperimentano sulla loro pelle le potenzialità e le fatiche della loro generazione e di questa epoca. In un contesto sociale ed ecclesiale più difficile e meno gratificante, si può correre il rischio di esaurire in fretta le proprie energie, di accumulare frustrazione e di cadere nella solitudine. Vi esorto alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda.
Carissimi, sono contento di aver vissuto con voi questo momento di condivisione. Come ho ricordato di recente, il nostro primo impegno è quello di «custodire e far crescere la vocazione in un costante cammino di conversione e di rinnovata fedeltà, che non è mai un percorso solo individuale ma ci impegna a prenderci cura gli uni degli altri» (Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 13). In questo modo, saremo pastori secondo il cuore di Dio e potremo servire al meglio la nostra diocesi di Roma. Grazie!
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Dialogo del Santo Padre con i preti di Roma
Card. Baldo Reina
Grazie, Santo Padre, per quanto ci ha detto, certamente sarà motivo di un ulteriore approfondimento. La ringraziamo anche per il tempo che adesso ci dedicherà: ci diceva della disponibilità di un confronto con i sacerdoti. In tanti avrebbero voluto farLe tante domande. Le abbiamo raggruppate in quattro per quattro fasce di età. Il primo sarà don Francesco Melone, che è uno dei sacerdoti che ha ordinato Lei lo scorso 31 maggio, e Le farà proprio una domanda su quanto Lei diceva alla fine del Suo intervento, cioè sulle fatiche del giovane clero. Dopo di lui, don Giacomo Pavanello, che è parroco a San Gregorio Magno alla Magliana, una parrocchia di circa 40 mila abitanti, una domanda sulle sfide pastorali di questo tempo. Poi don Romano De Angelis, che è stato parroco in diverse parrocchie della città, da qualche mese è uno dei cappellani dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”, e affronterà il tema della fraternità sacerdotale, che è stato anche quello un tema da Lei affrontato. Alla fine, don Tonino Panfili, che si occupa della vita consacrata da tanti anni in Vicariato, attualmente amministratore della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, e Le porrà le domande che riguardano i sacerdoti anziani. A questo proposito, ricordiamo in questo momento i nostri confratelli ammalati anziani che sono presso la Casa di riposo “San Gaetano” al Divino Amore. Quindi loro quattro in qualche modo parleranno a nome di tutti. Grazie.
Prima domanda
Buongiorno Santo Padre, Le rivolgo queste parole a nome dei giovani preti della nostra diocesi, anche se già ha risposto a tante domande che abbiamo nel cuore, grazie! Nella maggior parte dei casi, viviamo il servizio pastorale accanto alle realtà giovanili delle nostre comunità. Nei ragazzi si respira un grande desiderio di profondità e di intimità con Dio, nonché il bisogno di ascolto e di comunione. Ma allo stesso tempo emergono in loro numerose ferite relazionali e affettive, spesso accompagnate da ansie e paure, tristezza e solitudine. A volte quindi sembra essere più facile, e forse per noi preti anche più gratificante e conveniente, prendersi cura principalmente del livello emotivo, anestetizzando il dolore attraverso eventi sensazionali ed emozioni forti, piuttosto che aiutarli ad entrare in dialogo con Dio. Una relazione, questa, che invece non è appariscente, rumorosa, affollata di grandi numeri o mediata da leader carismatici, ma che si alimenta nel nascondimento della preghiera, facendo di noi non dei protagonisti ma dei ministri della confidenza con il Signore. Solo l’amicizia con Gesù riempie la nostra solitudine, come Lei stesso Santità ha ricordato il 10 gennaio scorso accogliendo proprio qui i ragazzi romani e i loro educatori. Le chiedo quindi, Santo Padre, cosa consiglierebbe a noi giovani preti per poter incarnare il Vangelo nel mondo di oggi, in particolare in mezzo ai nostri giovani, proponendoci loro come adulti credibili, senza tuttavia trasformare l’evangelizzazione in animazione e il discernimento in intrattenimento? Grazie.
Risposta Papa Leone XIV
Bene. La prima cosa che vorrei dire è che è una condizione, una realtà della società oggi, che in un certo senso non possiamo cambiare, però dobbiamo avere gli occhi aperti. È la realtà delle famiglie e le sfide che abbiamo anche con i giovani ragazzi di oggi precisamente, perché vengono tante volte da famiglie che hanno vissuto crisi molto forti, assenza del papà, genitori divorziati, risposati, molti che hanno vissuto anche esperienze di abbandono, le difficoltà che i giovani devono assumere in questa vita che viviamo oggi. Quindi per il sacerdote accompagnare questi giovani significa anche conoscere la loro realtà, essere vicini in questo senso, accompagnarli, ma non essere solo uno tra i giovani. Anche questo è importante: la testimonianza del sacerdote. Il sacerdote giovane può offrire ai ragazzi un modello di vita, che essere amico di Gesù potrà realmente riempire la loro vita. Ma questo significa che il sacerdote stesso, giovane o meno giovane, vive una vita di amicizia con Gesù, per offrire a questi ragazzi non solo un esempio ma un’esperienza di vita che potrebbe cambiare la vita dei giovani. Poi anche qui penso che lo spirito di evangelizzazione, di cui ho parlato qualche minuto fa, si deve applicare anche ai giovani.
Prima tutti i ragazzi venivano in parrocchia. Sicuramente molte delle vostre parrocchie hanno l’oratorio, in questo stile, cioè un luogo dove i giovani si radunano, giocano… Ancora vengono alcuni, ma non possiamo essere soddisfatti solo con quelli che arrivano lì alla parrocchia; e quindi, anche forse con gli stessi ragazzi, bisogna organizzare, pensare, cercare iniziative che potranno essere una forma di uscita. Papa Francesco parlava tanto della Chiesa in uscita. Dobbiamo andare noi, dobbiamo invitare altri giovani, andare con loro alla strada; offrire forse diversi modi, attività… Lo sport può essere anche un cammino per invitare i giovani. Altre attività, arte, cultura… Invitare i ragazzi a venire, a cominciare a conoscere. Forse conoscere è anzitutto un’esperienza umana di amicizia, che può pian piano aiutare ad arrivare a un’esperienza di comunione. Molti giovani vivono un isolamento, una solitudine incredibile, dopo la pandemia, ma non è cominciato lì. Con il famoso smartphone, che probabilmente tutti portano in tasca oggi, vivono soli anche se dicono: “No, il mio amico è qui,” ma non c’è un contatto umano. Vivono una specie di distanza dagli altri, una freddezza, senza conoscere la ricchezza, il valore dei rapporti veramente umani. Quindi anche lì bisogna cercare come offrire ai giovani un altro tipo di esperienza di amicizia, di condivisione e, pian piano, di comunione, e da quella esperienza invitarli anche a conoscere Gesù, che ci invita a essere non i suoi servi ma i suoi amici.
Per fare tutto questo ci vuole molto tempo, sacrificio, anche riflessione, vedere come arrivare a questi giovani che oggi sono portati via a una vita terribile tante volte, la dipendenza dalla droga, la delinquenza, la violenza, difficoltà, questo isolamento… Un giovane non molto tempo fa mi ha fatto la domanda così: “Ma Lei parla molto di comunione e di unità, perché? Qual è il valore?”. Cioè non capiva neanche, in questa esperienza che vive, che c’è un valore grande nell’uscire dalla solitudine e cercare amici e comunione. Quindi io penso che per quella strada lì anche i giovani sacerdoti, che sono più vicini ai giovani per età, per cultura, per formazione, potranno fare un grande servizio per annunciare questo messaggio che, in fondo, è sempre il Vangelo.
Seconda domanda
Santità, buongiorno e grazie di cuore per questo momento. Desidero farLe una domanda relativamente ai tempi che stiamo vivendo, che sono segnati da una progressiva marginalizzazione del religioso dal panorama sociale contemporaneo, soprattutto nelle grandi città come Roma. Come possiamo essere incisivi per questa cultura postmoderna dentro cui tutti viviamo, respiriamo, senza però tornare a schemi del passato che risulterebbero un po’ anacronistici? Quale priorità nella nostra pastorale per poter rispondere evangelicamente alle sfide del nostro tempo? Lo dico in un altro modo, il Vangelo si è sempre inculturato, oggi siamo probabilmente davanti a una nuova inculturazione, come possiamo far sì che questa inculturazione sia favorita, accompagnata e non ostacolata dalle nostre iniziative? Grazie.
Risposta Papa Leone XIV
Una cosa, che io stesso sto cercando, è come rispondere a questa sfida, che comincia con la necessità di conoscere veramente la comunità dove sono chiamato a servire. Parlo personalmente. Io ho vissuto a Roma per quattro anni negli anni ’80, poi per dodici anni dal 2000 al 2012-13, poi adesso da tre anni, e ogni volta che torno a Roma, in un certo senso, trovo un’altra Roma. Sono tante cose… La “città eterna”, diciamo, le strade sono le stesse, le buche sono uguali, però la vita è tanto cambiata. Allora, per servire anche come Vescovo di Roma avevo pensato molto, quando siamo andati a Ostia domenica scorsa, per parlare con questa gente, con queste persone, bisogna cominciare con il conoscere a fondo per quanto possibile la loro realtà. Non posso portare neanche una continuità: se mi cambiano da una parrocchia a un’altra parrocchia, pensare: “Questo ha funzionato là, continuiamo le stesse cose”. Se vuoi amare qualcuno devi prima conoscere. Se vuoi amare e servire una comunità è molto importante conoscere.
E ci sono tante realtà in questo mondo di mobilità, di cui ho parlato un po’, che cambia continuamente. E allora ci vuole uno sforzo da parte dei parroci, dei sacerdoti, di tutti coloro che collaborano anche nel consiglio parrocchiale, di vedere realmente quali sono le sfide di questo momento in questo posto, in questa parrocchia che dobbiamo un po’ vedere e conoscere.
Poi, circa la realtà del mondo di oggi, non ho parlato finora di una realtà che arriva a noi anche se noi non vogliamo: l’intelligenza artificiale, l’uso dell’internet, che anche nella vita del sacerdote è presente. Tra parentesi, faccio l’invito a resistere alla tentazione di preparare le omelie con l’intelligenza artificiale! Come tutti i muscoli nel corpo se non li utilizziamo, se non li muoviamo muoiono, il cervello ha bisogno di essere utilizzato, allora anche la nostra intelligenza, la vostra intelligenza bisogna esercitarla un po’ per non perdere questa capacità. Ma ci vuole molto di più, perché per fare una vera omelia che è condividere la fede, I.A. mai arriverà a poter condividere la fede! Questa è la parte più importante: se possiamo offrire un servizio, diciamo inculturato, nel posto, nella parrocchia dove stiamo lavorando, la gente vuole vedere la tua fede, la tua esperienza di aver conosciuto e amato Gesù Cristo e il suo Vangelo. E questo è qualcosa che dobbiamo coltivare continuamente.
E lì allora dico molto sinceramente, a tutte le domande, che parte della risposta è l’importanza di una vita di preghiera. Non solo la routine di recitare più veloce possibile il breviario, che porto anche nel cellulare, ma il tempo di stare con il Signore, di ascoltare con la Parola di Dio, con la preghiera dei Salmi, questa lode al Signore. Ma anche la capacità di entrare in dialogo, di ascoltare davvero e di esprimere le difficoltà che porto nel cuore: “Perché Signore, cosa vuoi da me? Che posso fare?”. Allora, con questa esperienza di una vita autenticamente radicata nel Signore, possiamo offrire qualcosa che non è nostro. Non è perché io sono offro quello che sono io, questo è un inganno tante volte in internet, tiktok, e vogliamo essere noi: “Io ho tanti follower, tanti like, perché vedono che io sto dicendo…”. Non sei tu: se non stiamo trasmettendo il messaggio di Gesù Cristo, forse ci stiamo sbagliando, e bisogna anche lì riflettere molto bene con molta umiltà a vedere chi siamo e quello che stiamo facendo. Ma con questo atteggiamento di amore, di servizio, di umiltà, di ascolto, possiamo scoprire veramente che cosa possiamo fare per rispondere a questa comunità dove siamo chiamati a servire.
Terza domanda
Santo Padre, in questi 39 anni di ordinazione presbiterale ho potuto sperimentare che la fraternità sacerdotale è possibile, ed è bella. Anche perché nei nostri presbitéri, a Roma, abbiamo la possibilità di accogliere anche sacerdoti di altre diocesi che sono una ricchezza, non solo per l’aiuto che danno ma anche proprio per alimentare la fraternità sacerdotale. Ed è vero che poi nello stare insieme si sperimenta quello che diceva san Giovanni Berchmans: “La vita comune è grande penitenza, ma ho sperimentato che è anche fonte di immensa gioia”. Tre semplici episodi: dopo il malore di un pomeriggio, mi sono accorto al mattino dopo che i miei confratelli, senza dir nulla, si erano organizzati durante la notte a turni di un’ora per venire riservatamente a vedere come andavano le cose, come stavo. Altro episodio che mi colpì, quando morì mia madre – io sono figlio unico, papà era già morto – un giovane confratello, vedendomi un po’ turbato, mi disse: “Romano, ricordati che, finché io sarò vivo, tu nella vita non sarai mai solo”. Ho fatto anche l’esperienza di un momento doloroso, un’incomprensione dolorosa, e lì mi ha illuminato il Vangelo: pregare per quella persona, per quel confratello, e chiedere che il Signore lo benedicesse. E, dopo pochi mesi, la gioia del messaggio della riconciliazione. Allora, di fronte a questo, dico, però ci sono dei pericoli, Santo Padre, che Le propongo, per chiedere da Lei un consiglio e qualche suggerimento. Il primo è la difficoltà di essere sé stessi per la paura del pettegolezzo, di essere venduti per trenta denari, così che qualcuno possa farsi bello raccontando delle cose. Poi, le diverse sensibilità che possiamo avere sono certamente una ricchezza, però c’è la tentazione, invece di trasformarle in opportunità, di fare squadre contrapposte che si combattono. E poi, quello che mi sembra il pericolo più grande, che è quello della gelosia: cioè quello di essere incapaci di gioire per le capacità di un confratello, che rischia di diventare un nemico semplicemente perché è apprezzato e ha successo pastorale. A volte, mi vengono in mente le parole un po’ amare di un confratello, ma che c’entrano un po’: “Se vuoi far del male a qualcuno parlane bene”, perché allora lo esponi ad essere colpito. Ma certamente Lei potrà darci una indicazione preziosa per valorizzare tutto questo. Grazie Santo Padre!
Risposta Papa Leone XIV
Grazie. Potrei dire, come il professore: “Ma lei ha già risposto alla sua domanda, e quindi…”. Comincio con una cosa veramente dolorosa – direi negativa – che è un po’ come una delle “pandemie” del clero a livello universale, a volte. Si chiama l’“invidia clericalis”, che è quella in cui un sacerdote, che vede che un altro è stato chiamato ad essere parroco di una parrocchia più grande, più bella, chiamato ad essere vicario, chiamato non so… allora si rompono proprio i rapporti; e non solo questo, ma anche con i pettegolezzi, criticando, dicendo… Si distrugge invece di vedere come costruire vincoli, ponti di amicizia, di fraternità sacerdotale. Quindi, dico questo subito per lasciarlo da parte, ma stiamo attenti, per favore, a questa realtà. Siamo tutti umani, ci sono sentimenti, emozioni, tante cose, però, come sacerdoti – e spero già dal seminario – possiamo dare modelli di vita, dove i sacerdoti possano essere davvero amici, fratelli, e non nemici o indifferenti gli uni verso gli altri. E non so cosa è peggio: se essere nemico o essere indifferente verso l’altro, c’è da pensare in tutti e due.
Ho visto esempi bellissimi di fraternità sacerdotale e ne dico qualcuno, perché può servire anche per tutti, i più giovani e i più grandi. Un sacerdote di Chicago, che aveva i suoi compagni di seminario che avevano fatto, dal giorno dell’ordinazione sacerdotale, un patto, un accordo: che tutti i mesi – non so, hanno scelto il quarto giovedì, non so… – che tutti i mesi avrebbero fatto, una volta al mese, un incontro tra di loro. Era una “classe” di un buon numero di sacerdoti, e io ne ho fatto la conoscenza quando uno di loro, che era già vescovo ausiliare a Chicago, aveva 93 anni, e ancora si radunavano quelli sopravvissuti fino a quell’età. Hanno voluto, per tutta la vita, continuare questa bellissima amicizia che avevano formato già dal seminario. Ma non era solo un riunirsi e basta, era un’esperienza di preghiera, in cui dedicavano un momento della giornata a pregare, poi a studiare.
E qui voglio dire un’altra cosa a tutti: che lo studio nella nostra vita dev’essere permanente, continuo. Quando sento da qualcuno che mi dice – questo è storico, me lo ha detto un sacerdote –: “Io non ho più aperto un libro da quando sono uscito dal seminario”. Mamma mia – ho pensato – che tristezza! E quanto è triste per i suoi fedeli, che devono ascoltare Dio sa che cosa. Dobbiamo anche aggiornarci, e quel gruppo di sacerdoti, in questo raduno che facevano tutti i mesi, ad ognuno, ogni volta a turno, dicevano: “Tocca a te, scegli un articolo, una cosa”. La persona poi lo mandava a tutti in anticipo, tutti lo leggevano, poi nel momento della condivisione parlavano di teologia, di pastorale, di nuove iniziative, della realtà della Chiesa, ecc. Era una cosa bellissima. E per loro propria iniziativa.
E lì, allora, un altro punto molto importante: se io resto qui seduto a dire: “Nessuno viene a trovarmi” – può succedere a qualcuno di voi –, non abbiamo paura di bussare alla porta dell’altro, di prendere l’iniziativa, di dire ai compagni o a un gruppo di amici, ad alcuni: “Perché non facciamo un incontro ogni tanto, per studiare insieme, riflettere insieme, un momento di preghiera e poi un buon pranzo?”. Il parroco con la migliore cuoca può invitare gli altri, così si fa un buon pranzo insieme. Questi di cui parlo, i sacerdoti a Chicago, lì i sacerdoti diocesani tutti giocano a golf. Allora, in estate, andavano anche a fare un po’ di sport insieme. La cosa è che qualcuno deve prendere l’iniziativa. Forse non può essere con tutti – sono anche molto realista qui –, Dio ci ha fatti tutti diversi, grazie a Dio! Non sono due della stessa taglia, per dire, però mi trovo meglio con quello o questo. Quell’altro è una buona persona però non avrò la fiducia – che è quello che Lei diceva nella domanda –, non si può dire tutta la storia della tua vita a chiunque passa di lì. Bisogna trovare alcune persone con cui vivere un’esperienza, per avere forse la possibilità di avere un’amicizia, un rapporto fraterno con un po’ più di profondità, e di condividere la vita, di non trovarti solo. Come questo giovane sacerdote che Le ha detto: “Finché ci sarò io tu non sarai mai solo”. Dovremmo cercare di costruire rapporti fraterni sacerdotali anche in questo senso. Non sarà sempre il parroco con i suoi vicari, forse è meglio un gruppo di parroci, non so, bisogna vedere la realtà. Però creare situazioni per rompere questa tendenza che ci porta alla solitudine, all’isolamento gli uni dagli altri. E cercare veramente di prendere un po’ di tempo – non può essere tutti i giorni evidentemente –, però con una certa periodicità, di fare un raduno, e non via schermo. Quello è importante, può anche avere un suo valore, ma in presenza, trovarsi insieme, fare un incontro, per condividere le gioie e anche le difficoltà della vita. Condividere esperienze. Può esserci un momento in cui uno si trova in crisi, sia per la salute sia per qualche difficoltà, se si trova da solo, la crisi molte volte ci porta lontano da ciò che è la nostra vita. Se ho un gruppo di fiducia dove ho vissuto un’esperienza, posso continuare a camminare insieme a loro, se c’è qualcuno con cui condividere le difficoltà, i momenti delle prove ecc. Quindi questo sarebbe molto concretamente un tipo di esperienza che ancora oggi si possa sognare; questo tipo di vita sacerdotale, per promuovere un’autentica fraternità sacerdotale.
Quarta domanda
Il giorno della Sua elezione, Santità, ho capito che ero ormai tra i sacerdoti più anziani. Anche il Papa è più giovane di me di un anno! E quando faccio le riunioni in Vicariato, tutti sono più giovani di me – il Cardinale, il Vicegerente, il Vescovo, i Direttori –, e quindi è un’esperienza continua di questa età, ormai la maturità. In parrocchia c’è un Vescovo emerito, che è più grande di me, ma ci sono tre sacerdoti proveniente da varie diocesi, e lì facciamo una bella esperienza di fraternità, per continuare questo discorso così importante. E questi giovani sono una ricchezza. Rappresento quindi la generazione dei preti anziani, oggi qui sono la voce di tutti i presbiteri avanti negli anni. Molti sentono la solitudine dopo una vita totalmente dedicata al Vangelo e alla Chiesa: dopo tanta gente, tanta solitudine. Molti, purtroppo, segnati dalla malattia, si sono necessariamente messi da parte prima ancora della pensione. La domanda è duplice: cosa suggerisce a chi di noi è solo e malato, e che ormai offre la sua fragilità e il suo limite, insieme al Pane eucaristico, a Gesù vittima. Ma Le chiedo anche questo, Santità: come possiamo, noi sacerdoti anziani, nei nostri presbitéri, aiutare i più giovani a rimanere giovani spiritualmente, entusiasti nell’annunciare la Parola, appassionati nel costruire la Chiesa sposa di Cristo?
Risposta Papa Leone XIV
Una cosa che dico è che, anche se non si può fare tutto perfettamente, bisogna prepararsi nella vita, in un certo senso, a poter accettare, quando arriva il momento, l’età, l’anzianità, la malattia, e anche la solitudine. Però, se uno ha vissuto tutta una vita con un certo spirito di dialogo, di amicizia, comunione e fraternità, in effetti si possono trovare risposte molto concrete a questa esperienza di essere solo e malato, per esempio. Ci sono persone – lo diciamo con una certa franchezza – che già come giovani vanno per le strade della vita con una certa amarezza, non hanno mai saputo vivere esperienze di amicizia, di fraternità o di comunione. E quindi già da giovani, o dalla mezza età, vivono già con questa amarezza, mai contenti di niente e sempre con questo spirito un po’ negativo.
Se uno vive tutta la vita come un cammino che ci porta avanti, anche con il peso degli anni, tante volte anche – o da giovane o da anziano – con malattie, con queste difficoltà, avrà la capacità, con la grazia di Dio, di accettare la croce, la sofferenza che viene, perché lo fa con lo stesso spirito di preghiera e sacrificio che ha voluto avere il giorno dell’ordinazione sacerdotale, quando ha detto al Signore: “Sì, Signore, ti voglio seguire in tutto e accetterò ciò che mi dà la vita come parte della tua volontà”.
Allora lì ci vuole tutta una spiritualità, che bisogna coltivare, anche dal Seminario e in avanti. Non posso dire a un ragazzo di 22 anni: “Preparati per quando arriverai a 80”, però è tutto un cammino, è tutto un modo di entrare nella vita con un certo spirito di gratitudine. Non ho parlato di questo ancora, ma cominciando con la gratitudine per essere stati chiamati ad essere sacerdoti. Tante volte dimentichiamo quanto è grande la nostra vocazione, e quanto è importante per la vita della Chiesa. Non per un senso di clericalismo – “Ecco qui ci sono io” –, ma perché il Signore ci ha chiamati ad essere suoi amici, discepoli, servitori di tutto il suo popolo, e questo è bellissimo! Allora, vivere con uno spirito di gratitudine dal primo giorno del mio sacerdozio mi potrà aiutare a vivere, anche come anziano, come persona con la croce di una malattia, a dire: “Grazie Signore per la vita, per il dono che mi dai”.
Sapete molto bene che in molti Paesi – in Europa, in Italia… In Canada è già legale –, se ne parla in molti posti, dell’eutanasia: la questione del fine vita, persone che non hanno più un senso di vita e stanno lì con la croce di una malattia e dicono: “Questa non voglio portarla più, preferisco togliermi la vita”. Se noi siamo così negativi sulla nostra vita, e a volte con meno sofferenza di quella che portano tante persone, come possiamo dire loro: “No, tu non puoi toglierti la vita, devi accettare…”. Però poi noi ci comportiamo così, molto negativi in tutto. Cioè, dobbiamo essere noi i primi testimoni del fatto che la vita ha un grandissimo valore. E la gratitudine durante tutta la vita è molto importante.
Anche l’umiltà. L’umiltà: l’atteggiamento di voler riconoscere che non sono io, è il Signore che mi ha dato la vita, è il Signore che mi accompagna e che mi porta nelle sue braccia, anche in quei momenti in cui sono più debole. Il Signore è lì con noi. E vivere con questo spirito dà vita, speranza.
Oltre a questo, la vicinanza. E qui vorrei invitare tutti i presenti a pensare: sicuramente tutti conosciamo qualche anziano, qualche malato, sacerdote, laico, religiosa… che vivono momenti di grande difficoltà. Chiamiamo, andiamo a visitarli. Facciamo uno sforzo anche noi ad aiutare queste persone che soffrono. Istituzionalmente, in passato, era più frequente che il sacerdote nella parrocchia – non so, per dire, tutti i giovedì – portava la Comunione e l’Olio (degli infermi), andava a visitare tutti i malati nella parrocchia. Oggi, con meno sacerdoti, più anziani, è diventato: “Vabbè, mandiamoci i laici, lo fanno loro”. È un bel servizio che i laici fanno, portando la Comunione per esempio nelle case. Ma questo non significa che il sacerdote può restare in casa a vedere internet, mentre gli altri stanno visitando. Cioè, anche per noi, è un servizio, un apostolato, una forma di pastorale molto importante vivere questa vicinanza con quelli che soffrono.
I sacerdoti anziani hanno anch’essi un servizio. Anche se sono malati a letto, se hanno vissuto una vita veramente di servizio e sacrificio, sanno molto bene che la loro preghiera può essere anche un grande servizio, un grande dono. La loro vita ancora ha un senso grande. E che possono ricordare e accompagnare ancora tante persone, situazioni, comunità, che hanno bisogno della loro preghiera. Per vivere quello spirito – certo, se uno non ha pregato per quarant’anni e poi dice qui sono a letto, non so cosa fare, è difficile –: anche lì, bisogna vivere una formazione continua della nostra vita spirituale. Parte dalla preparazione, prima di diventare diciamo anziani e malati.
E qui posso inserire ancora una cosa in più, per tutti, e che può prendere forme diverse: non abbiamo paura di continuare la bella prassi dell’accompagnamento spirituale, di avere qualcuno nella tua vita che ti conosce. Un amico, bene. Però tante volte un buon confessore, può essere un sacerdote, una persona di molta saggezza spirituale, che potrà accompagnarti e aiutarti nei momenti di grande difficoltà. Siamo tutti umani, tutti passiamo momenti difficili, di dolore di tutti i tipi, però avere qualcuno di fiducia che veramente ci può accompagnare da molto vicino, nel cuore, nello spirito, è anche un dono grande che possiamo riconoscere come aiuto alla nostra vita. E alcuni, spero che molti di voi abbiate questo dono – non tutti ce l’hanno – che abbiate il dono anche di saper accompagnare gli altri quando vivono questo tipo di difficoltà.
Quindi, non è solo un periodo di anzianità, è tutta una vita che dobbiamo vivere in questo camminare insieme, camminare con Gesù e crescere in questo spirito di fede, speranza e autentica carità.
Era l’ultima domanda. Se mi domandate altre cose, forse non ci sono più risposte oggi! Però voglio dire di nuovo e molto sinceramente che sono molto contento di questo incontro con voi. Purtroppo non si può realizzare più spesso… Come Vescovo diocesano, tutti i mesi avevo un incontro con i sacerdoti, e questo lo dico per i Vescovi. Ho saputo di una diocesi dove il Vescovo arrivava per i primi dieci minuti per l’incontro con il clero, poi andava via… Spero che non sia Lei… ma era un altro Paese! Bisogna saper vivere e accompagnare e camminare insieme, Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, Vicari episcopali, parroco con i suoi vicari, vivere questo spirito. Non solo quello che dice nella carta un programma, ma un autentico spirito di fraternità in questo senso, e di un impegno di fare insieme quello che è la nostra missione di servire nella Chiesa. Allora vi auguro sinceramente un buon cammino quaresimale, che è tempo di conversione e di gioia per tutti. E che abbiamo anche opportunità nel futuro di vivere in questo spirito. Possiamo concludere con la benedizione.
RICORDIAMO ANCHE QUANTO SEGUE:
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