“Perché essere cattolici?”. Intervista del 2024 al vescovo Erik Varden

Per conoscere meglio il vescovo Erik Varden, monaco trappista, che ha guidato gli Esercizi spirituali di Quaresima per la Curia Romana, dal 22 al 27 febbraio in Vaticano, traduciamo questa intervista che egli rilasciò al giornale Catholic World Reporter il 14 novembre del 2024.

di Carl E. Olson

Il vescovo Erik Varden è nato in Norvegia nel 1974, in una famiglia luterana non praticante, ed è entrato nella Chiesa cattolica nel giugno 1993. Nel 2002, dopo dieci anni di studi all’Università di Cambridge, è entrato alla Mount Saint Bernard Abbey, nella Charnwood Forest. Nel 2002 è stato ammesso alla Mount St Bernard Abbey, un monastero trappista nel Leicestershire, in Inghilterra. Ha una Licenza in Teologia Sacra rilasciata dal Pontificio Istituto Orientale di Roma ed è stato ordinato sacerdote nel luglio 2011. Papa Francesco lo ha nominato vescovo di Trondheim nel 2019.

Il vescovo Varden è autore di numerosi saggi e di diversi libri, tra cui The Shattering of Loneliness: On Christian Remembrance e Chastity: Reconciliation of the Senses. Ha recentemente avuto con me uno scambio di corrispondenza sulla conversione, sul cattolicesimo in Norvegia e negli Stati Uniti, sulla castità, sulla sinodalità e altro ancora.

Nel libro The Shattering of Loneliness: On Christian Remembrance lei scrive: «Il mistero di Dio mi si è manifestato in modi velati, densamente incarnati. Ho vissuto il mio cammino passando da uno stadio di consapevolezza al successivo». Tenendo questo a mente, può condividere qualcosa sulla sua conversione e sul suo cammino verso e dentro la Chiesa cattolica? Quali sono stati alcuni momenti, intuizioni e decisioni essenziali?

«Una conversione è necessariamente un affare incompiuto. Prego ancora che la mia possa cominciare davvero. L’apertura alla fede è avvenuta attraverso un’esperienza di trascendenza mediata dalla musica. Il mio cammino verso la Chiesa cattolica è proceduto gradualmente, durante la tarda adolescenza. Alcune tappe importanti sono state dei libri; altre, dei credenti credibili. La scoperta della liturgia della Chiesa è stata essenziale. Sono stato colpito dalla pura oggettività del mistero celebrato, e sollevato nel trovare che esisteva una pedagogia della preghiera tracciata perché io la seguissi. Ho comprato il mio primo breviario a diciotto anni. Mi ha riempito di gioia, come fa ancora oggi. La decisione di chiedere di essere accolto nella Chiesa è venuta del tutto naturalmente. Non è mai sembrata una rottura; si è trattato di venire in possesso di me stesso, in ogni senso di questa espressione, mentre ero nello stesso tempo consapevole di incontrare un’assoluta alterità che mi faceva cenno con ospitalità. Guardo a questo processo con gratitudine».

In Entering the Twofold Mystery, il suo libro sulla conversione, lei descrive la conversione come un volgersi verso Dio, «per fare la sua volontà e sforzarsi di vivere alla sua presenza. In quanto tale, è un processo con implicazioni etiche». Per la sua esperienza e alla luce delle sue riflessioni sul mondo di oggi, quali sono gli ostacoli più significativi alla conversione? E quali sono alcune delle implicazioni etiche e morali più difficili che i convertiti del XXI secolo in Occidente devono affrontare?

«Una conversione è fondamentalmente un “volgersi indietro”, un “voltarsi”. Comincia con il porsi domande su di sé, e con il senso intimo che, da qualche parte e in qualche modo, sono chiamato a qualcosa di più, a vivere diversamente. L’ostacolo principale a questo voltarsi è l’autoaffermazione che rende sordo il mio orecchio interiore a qualunque voce che non sia quella che mi conferma in ciò che sono. È significativo che il nostro discorso culturale e politico, e in una certa misura persino quello ecclesiale, diventino facilmente una camera d’eco di tali voci. Si pensi ai vari modi in cui ci aspettiamo di essere oggi “celebrati”, una parola onnipresente che non ricorre affatto solo in contesti secolari. Restando avvolto in me stesso, chiuso agli altri, coltivando una visione soggettiva del mondo, spengo il ricevitore e mi limito a trasmettere, che si tratti di monologhi interiori o di tediosi post sui social media. La tecnologia digitale ci ha dotati in modo straordinario di ciò che i francesi chiamano un dialogue de sourds, un dialogo tra sordi in cui si continua all’infinito a parlarsi l’un l’altro senza capirsi. Il risultato? La costruzione di muri divisori e l’incendio dei ponti. Per questo amo insistere sulla missione pontificale, cioè costruttrice di ponti, dei cattolici. La narrazione biblica, e poi la storia della Chiesa, racconta il nascere di un popolo a partire da individui dispersi, orientati dalla coscienza e dalla grazia verso una meta comune, infinitamente attraente. La ricerca di questa meta presuppone l’auto-trascendenza; allo stesso tempo rende possibile l’ingresso nella comunione. Direi che la principale sfida etica e morale per i convertiti, recenti o “stagionati”, sta qui. Una cosa è riconoscere solo a livello teorico un alto ideale; un’altra è ordinare le mie relazioni e le mie scelte concrete in modo che corrispondano a quell’ideale e mi aiutino ad avvicinarmi ad esso».

Trondheim, in Norvegia, dove lei si trova, è una delle aree urbane più grandi del Paese. Ma la popolazione cattolica è molto piccola, meno del 2%. Come descriverebbe la situazione della Chiesa cattolica lì? E quali sono le sfide — sia di ampio respiro che quotidiane — dell’essere un vescovo e abate cattolico in Norvegia?

«Numericamente, come dice lei, la Chiesa è piccola. Tuttavia è vivace, giovane e meravigliosamente variegata. La prelatura di Trondheim conta cattolici provenienti da 130 nazioni. È notevole trovare una tale manifestazione della cattolicità della Chiesa in una diaspora così estrema. Inoltre, la configurazione del cattolicesimo all’interno del panorama ecclesiale sta cambiando. Per lungo tempo, la Chiesa cattolica norvegese è stata un fenomeno marginale. Si intendeva, più o meno, come un frigorifero progettato per conservare frutti esotici. Non è più così. Con la marginalizzazione della fede nella società, e con l’indebolimento di altre comunità di fede, siamo risvegliati al nostro compito di essere testimoni cristiani, di diffondere il Vangelo, di assicurarci che Cristo sia presente nella nostra terra. La radicale secolarizzazione degli ultimi decenni ha causato una diffusa dimenticanza: non occorre più di una generazione e mezza perché una residua identità religiosa svanisca. Quando crescevo, negli anni ’80, la maggior parte delle persone pensava di sapere che cosa fosse il cristianesimo. Non è più così; e non vi è alcun imbarazzo legato all’ignoranza. Si tratta di una perdita culturale. Allo stesso tempo è un vantaggio per l’evangelizzazione. Oggi è possibile presentare il Vangelo nella sua novità e perché esso venga percepito come nuovo, fresco. Abbiamo davanti a noi un grande compito, insieme esigente e gioioso. Ha diversi aspetti che devono essere sviluppati simultaneamente. Dobbiamo trovare modi di comunicare l’autentico insegnamento cattolico; dobbiamo insegnare alle persone a pregare, lasciando che scoprano le ricchezze della liturgia; dobbiamo mostrare che i cattolici hanno contributi costruttivi e attraenti da offrire in politica e nella cultura; e dobbiamo rendere concreta la nostra fede nel lavoro caritativo, perché, sebbene la Norvegia sia un Paese benestante, non mancano persone nel bisogno».

Qui, nella Chiesa negli Stati Uniti, molta attenzione è rivolta alle divergenze su liturgia, questioni della vita, immigrazione ed educazione, tra le altre cose. A suo avviso, la situazione è simile o diversa nei Paesi scandinavi e in Europa? Che cosa vede quando guarda alla Chiesa negli Stati Uniti?

«Non conosco la Chiesa negli Stati Uniti così bene da poterla commentare con un grado adeguato di autorità. Ciò di cui sono più consapevole, vedendola da lontano, non sono tanto le sue divisioni quanto la sua evidente vitalità, persino un senso di rinascita, attestato da nuove e solide vocazioni, da una vita intellettuale vibrante, da varie forme di iniziativa apostolica. Naturalmente, vivere intensamente all’interno della Chiesa significa essere confrontati con una gamma di sensibilità e convinzioni. Queste possono essere impegnative e faticose; ma possiamo per lo più farvi fronte finché rimaniamo radicati insieme nelle cose essenziali. Ecco perché penso sia cruciale continuare ad affermare queste essenzialità. Lo faremo efficacemente seguendo il grande motto del Concilio Vaticano II, “Ritorno alle fonti!” — leggendo le Scritture con perseveranza, con intelligenza e umiltà; studiando il Catechismo della Chiesa, uno straordinario scrigno di tesori; prestando attenzione alla testimonianza dei santi; e verificando ogni nostra intuizione con l’intenzione dichiarata di Cristo, pronunciata la notte prima della sua passione: “Perché tutti siano una cosa sola”».

La sinodalità è stata un grande tema nella Chiesa negli ultimi anni, con il recente incontro di un mese su questo tema a Roma. Qual è la sua comprensione della sinodalità? Che cosa pensa di questo focus continuo sulla sinodalità e che cosa ritiene possa scaturirne?

«Direi che potremmo essere tutti un po’ stanchi di sentire la parola “sinodalità”. Qualsiasi termine, se usato continuamente per un lungo periodo, rischia di suonare vuoto. Una synodos è letteralmente “una via percorsa insieme”. Sta a indicare una comunione in cammino verso una meta condivisa. Non c’è particolare virtù nel semplice essere “in cammino”; la via deve condurre da qualche parte. Dobbiamo sapere dove stiamo andando. Per noi cristiani la parola “via”, umile e quotidiana, ha ricche risonanze. I primi discepoli di Gesù parlavano della Chiesa semplicemente come della “Via”. Così la chiamavano anche gli altri. Verso la fine degli Atti, quando san Paolo presenta un breve curriculum a una folla riunita a Gerusalemme, confessa che, prima di incontrare il Cristo risorto, egli “perseguitò questa Via sino alla morte, incatenando uomini e donne e gettandoli in prigione”. I cristiani erano percepiti come un gruppo compatto che seguiva un itinerario diverso da quello della maggior parte delle persone. Ciò era considerato una provocazione pericolosa. Ora che il sinodo formale sembra essere giunto a una conclusione, possiamo guardare alle sue realizzazioni e chiederci: sono stato rafforzato nella mia decisione di seguire in modo totale la via di Cristo? Se sì, la metterò in pratica impegnandomi più pienamente nella mia parrocchia o comunità? La nostra via è riconoscibilmente distinta dalla via del mondo? La seguiamo alle condizioni di Cristo, cioè camminando come egli ha camminato, prendendo su di noi la nostra croce?».

Ho apprezzato tutti i suoi libri, ma penso che il suo più recente, sulla castità, sia particolarmente perspicace e impegnativo. È corretto dire che l’attuale crisi riguardo alla sessualità è insieme antropologica ed escatologica? Perché un approccio cristocentrico alla sessualità è così vitale sia sul piano personale sia su quello sociale e culturale?

«Sì, penso che sia corretto. La crisi riguardo alla sessualità è sintomatica di una crisi più profonda, relativa a ciò che significa essere un essere umano; e questa nasce da una perplessità più fondamentale riguardo alla finalità dell’esistenza umana e della realtà in quanto tale. Per questo penso che una risposta cattolica al discorso corrente sulla sessualità debba fare più che limitarsi a fornire verdetti morali — o a indulgere nello sdegno. Avremo una parola buona da dire se fondiamo il nostro argomentare sulla solidità e la ricchezza della nostra eredità, chiedendoci: “Chi siamo? Da dove veniamo e dove stiamo andando?”. È mia esperienza che queste domande risuonano profondamente nel nostro tempo e che, ponendole, possiamo coinvolgere i nostri contemporanei, anche atei, in un’autentica conversazione, mostrando l’intelligibilità e l’attrattiva della posizione cristiana. Un approccio cristocentrico alla sessualità è consapevole di Cristo come Alfa e Omega della condizione umana. Ricorderà che siamo fatti a immagine di Dio per diventare come Dio; che i nostri desideri immediati, corporei, sensibili e affettivi sono scintille di una fiamma più essenziale che ci attira verso la comunione con la Luce increata, verso “l’ardore della piena divinità”, come scrisse Elizabeth Barrett Browning in una poesia ardente. Nessun’altra categoria è sufficiente a rendere conto dell’intensità del desiderio che abita uomini e donne che aspirano a essere pienamente vivi. Il nostro establishment secolare non ha accesso a queste categorie. Perciò noi, come cristiani, abbiamo la responsabilità di rappresentarle in modo responsabile e degno».

In conclusione, due domande correlate. Per coloro che non sono cattolici o cristiani, perché essere cattolici e cristiani? E per coloro che sono cattolici, quali segni di speranza vede oggi nella Chiesa? Come crescere più profondamente nella fede, nella speranza e nella carità?

«Perché essere cattolici? Perché ciò che la fede insegna è vero, e perché la verità ci rende liberi. Riscoprire il vero senso della libertà è un compito capitale oggi, quando la nozione di “libertà” è spesso strumentalizzata retoricamente, amputata dal suo fondamento nella verità. Quanto ai segni di speranza nella Chiesa, ne vedo un’immensa varietà, viva nella carità e nella bontà. Mi incoraggia la sincerità di molti giovani in ricerca, spinti dalle evidenti fragilità del nostro mondo a cercare coordinate che durino. Cresciamo nelle virtù cardinali scommettendo su di esse la nostra esistenza, vivendole non solo in occasionali gesti pubblici, ma nella realtà umile e quotidiana delle nostre vite. Riconosciamo allora la verità delle grandi parabole del Signore sul granello di senape, sul lievito nella pasta».

Un pensiero conclusivo?

«Mi sono recentemente confrontato molto con l’eredità del beato Jurgis Matulaitis, un grande confessore lituano morto nel 1927. Nel suo diario scrisse: “Signore, lascia che io sia uno straccio per i piatti nella tua Chiesa, adatto a pulire i pasticci e poi a essere gettato in un angolo buio. Voglio essere usato e consumato così, perché la tua casa sia un po’ più pulita e luminosa”. In questi giorni, quando una tendenza mondana vorrebbe rifondere la vocazione cristiana in termini trionfalistici di “guerre culturali”, abbiamo bisogno di questa prospettiva. Essa ci sfida a dedicarci fedelmente all’opera salvifica in atto di Cristo, a lasciarci usare dove c’è bisogno di noi, senza alcuna preoccupazione di essere visti e lodati, perseguendo il bene perché è bene, amandolo perché è amabile, condividendolo perché desideriamo che gli altri siano davvero felici. È così che avviene un vero rinnovamento della Chiesa. È così che, poco a poco, il volto della terra si rinnova».

Traduzione a cura del nostro Staff

(fonte: catholicworldreporter.com)

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