IL PAPA HA PARLATO A MONACO. IN REALTÀ HA PARLATO A TUTTA LA CHIESA
Cari amici, la visita di Papa Leone XIV nel Principato di Monaco non è stata una parentesi di rappresentanza. È stata una lezione. Breve nella durata, ampia nella portata. Il Papa è arrivato al mattino, ha attraversato le tappe pubbliche previste, dal Palazzo dei Principi alla Cattedrale, dall’incontro con i giovani e i catecumeni fino alla Messa allo Stadio Louis II, ed è poi ripartito nel tardo pomeriggio in elicottero verso il Vaticano. Tutto molto ordinato. Tutto molto misurato. Tutto molto più denso di quanto una lettura superficiale possa far credere.
Il punto è questo: IL Santo Padre non è andato a Monaco per benedire una bella cornice. È andato a mettere il Vangelo dentro una cornice che il mondo considera riuscita. Un piccolo Stato, ricco, elegante, stabile, internazionale, cattolico per tradizione. Proprio per questo simbolico. Perché quando una realtà del genere ascolta il Papa, non è soltanto Monaco a essere giudicata dalla Parola. È tutta la cattolicità benestante, organizzata, rispettabile, efficiente. Quella che rischia di pensare di stare bene solo perché funziona.
Nel saluto iniziale ha toccato subito il nervo scoperto: la piccolezza. Ha detto che i piccoli fanno la storia. Ha detto che la piccolezza può diventare vocazione all’incontro, all’amicizia sociale, alla giustizia, alla pace. Ha detto che i beni ricevuti non possono essere trattenuti, ma devono essere rimessi in circolo. È una parola che riguarda Monaco. Riguarda anche la Chiesa intera. Perché anche noi, troppo spesso, tratteniamo. Tratteniamo risorse, spazi, ruoli, tradizioni, linguaggi, perfino carismi, come se fossero proprietà da difendere e non doni da ridistribuire. E quando la Chiesa trattiene, si appesantisce. Quando si appesantisce, smette di generare.
In Cattedrale ha portato tutto a Cristo, chiamandolo “avvocato” presso il Padre. Qui il discorso si è fatto ancora più serio. La Chiesa esiste per difendere l’uomo, tutto l’uomo e ogni uomo. Non per assecondare il mondo, non per inseguirlo, non per decorarlo religiosamente. Difendere l’uomo significa annunciare il Vangelo della vita, custodire la dignità della persona, ricordare che la vita va dal concepimento alla fine naturale, sottrarre la società alla riduzione economicistica, salvare l’uomo dall’individualismo che lo isola e lo svuota. Questa parola non interpella solo i governanti di Monaco. Interpella parroci, vescovi, religiosi, laici impegnati, educatori, famiglie, associazioni, movimenti. Perché una Chiesa che non difende l’uomo nella verità finisce sempre per accompagnarlo nella sua confusione.
Con i giovani e i catecumeni ha mostrato di conoscere bene il nostro tempo. Velocità, rumore, mutazione continua, identità fragili, relazioni instabili, bisogno compulsivo di novità. Non ha risposto con moralismi stanchi. Ha risposto dicendo che ciò che dà consistenza alla vita è l’amore di Dio, accolto nel silenzio, nella preghiera, nell’ascolto, nell’Eucaristia, nell’adorazione. Qui c’è una parola severa anche per la pastorale cattolica di oggi. Perché noi spesso ci illudiamo di rinnovare la Chiesa moltiplicando attività, strumenti, iniziative, linguaggi, presenze digitali. Il Papa ci ricorda che senza vita interiore non nasce nulla di veramente cristiano. Nasce agitazione. E l’agitazione, anche quando è ecclesiale, resta agitazione.
La Messa finale ha svelato la radice di tutto: l’idolatria. Commentando il Vangelo di Caifa e del sinedrio, ha mostrato come il potere, quando teme di perdere sé stesso, arrivi a ritenere sacrificabile l’innocente. È una logica antica. È anche terribilmente attuale. Il Papa ha parlato dei molti calcoli con cui ancora oggi si eliminano gli innocenti e ha legato questa violenza all’idolatria del potere e del denaro. Ha detto anche una cosa molto forte: gli idoli sono “piccole idee” che rimpiccioliscono Dio e rimpiccioliscono l’uomo. E qui la parola diventa universale. Perché anche nella Chiesa ci sono piccole idee che diventano idoli. L’idolo del consenso. L’idolo dei numeri. L’idolo dell’immagine. L’idolo della tranquillità. L’idolo dell’efficienza. L’idolo della conservazione di sé. A quel punto il rischio è sempre lo stesso: sacrificare l’essenziale per salvare l’apparato. Ragionare come Caifa, con linguaggio magari più devoto.
La visita a Monaco, dunque, non è stata una cartolina. È stata una verifica. Una verifica anche per noi. Le nostre comunità stanno rimettendo in circolo i doni ricevuti oppure li stanno amministrando con paura? Le nostre parrocchie stanno formando cristiani capaci di preghiera, silenzio, adorazione, coscienza, oppure stanno solo organizzando presenze? Le nostre opere ecclesiali difendono davvero l’uomo intero, oppure si limitano a scegliere cause compatibili con il consenso del tempo? Le nostre strutture servono la missione, oppure chiedono alla missione di servire loro?
Quando il Papa parla a un piccolo Stato, la Chiesa farebbe bene a non ascoltare da turista. Perché in realtà sta parlando a lei. E Leone XIV, con grande sobrietà, a Monaco ha detto proprio questo: il Vangelo non serve a nobilitare il prestigio. Serve a convertire il cuore, a smascherare gli idoli, a liberare l’uomo, a rendere la Chiesa più povera di sé e più piena di Cristo. Il resto fa scena. E la scena, si sa, dura poco.
Il programma e link ai testi:
| 07:00 | Partenza in elicottero dall’Eliporto di Città del Vaticano per Monaco |
| 09:00 | Arrivo all’Eliporto di Monaco ACCOGLIENZA UFFICIALE |
| 09:25 | CERIMONIA DI BENVENUTO nel Palazzo del Principe di Monaco |
| 09:40 | VISITA DI CORTESIA A S.A.S. IL PRINCIPE DI MONACO |
| 11:00 | INCONTRO CON LA COMUNITÀ CATTOLICA nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione |
| 11:45 | INCONTRO CON I GIOVANI E I CATECUMENI nell’area antistante la Chiesa di Santa Devota |
| 15:30 | SANTA MESSA nello Stadio Louis II |
| 17:35 | CONGEDO UFFICIALE presso l’eliporto di Monaco |
| 17:45 | Partenza in elicottero dall’Eliporto di Monaco per Città del Vaticano |
| 19:45 | Arrivo all’Eliporto di Città del Vaticano |
Montecarlo, l’omelia che scuote i ricchi: Leone XIV sfida il dio denaro nel cuore del lusso
Nel tempio dell’opulenza il Papa ribalta la prospettiva: la ricchezza non è potere ma responsabilità. Un discorso destinato a lasciare il segno, tra Vangelo e dottrina sociale
Francesco Anfossi 28 marzo 2026 • 14:04
C’era chi, alla vigilia, si interrogava sull’opportunità di una visita pastorale di Leone XIV nel cuore scintillante del Principato, la scintillante Montecarlo, con la sua concentrazione quasi simbolica di ricchi – molti dei quali oltretutto hanno la residenza qui per eludere le tasse – appariva a molti come una cornice dissonante per l’annuncio evangelico. E tuttavia è proprio in questa apparente dissonanza che si è rivelata la coerenza più profonda e coraggiosa del gesto.
L’omelia pronunciata nella cattedrale dell’Immacolata Concezione del Principato di Monaco ha dissipato ogni esitazione. Il Papa ha scelto deliberatamente uno dei luoghi più segnati dall’opulenza per pronunciare una parola sul denaro che fosse, insieme, evangelica e profetica. Non un discorso contro i ricchi, ma un richiamo alla verità della ricchezza. Non una condanna ideologica, bensì un discernimento morale.
Quello che già si delinea come il “discorso di Montecarlo” si iscrive nel solco del magistero sociale della Chiesa e ne ripropone, con accenti attuali, il nucleo essenziale: il denaro non è mai un male assoluto. È, piuttosto, una realtà penultima, che trova il suo senso solo se ordinata allo sviluppo integrale della persona umana. È qui che risuona l’eco della grande tradizione della dottrina sociale cattolica: la ricchezza non è fine, ma mezzo; non è potere, ma responsabilità, a cominciare dal dovere di pagare delle tasse (su cui il Vangelo e la dottrina sono chiarissime, basterebbe il solo passo “dai a Cesare quel che è di Cesare”).
Nel cuore di un contesto segnato dalle diseguaglianze, Leone XIV ha richiamato con forza la logica evangelica delle Beatitudini. Dio non guarda alle distinzioni sociali, non misura l’uomo con il metro del possesso. Anzi, nella rivelazione di Cristo si manifesta una predilezione per i poveri, che non è esclusione dei ricchi, ma invito alla conversione del cuore.
Il riferimento alla Rerum Novarum di Papa Leone XIII – richiamo costante nel pontificato di Leone XIV, a partire dal nome scelto – appare qui tutt’altro che ornamentale. In quell’enciclica del 15 maggio 1891, la prima grande sintesi della dottrina sociale della Chiesa, il denaro viene sottratto tanto alla demonizzazione quanto all’assoluzione.
La prospettiva è limpida: la proprietà privata è un diritto naturale, radicato nella dignità della persona e nel suo lavoro. L’uomo ha diritto a possedere, a migliorare la propria condizione, a raccogliere i frutti della propria fatica. Ma proprio qui si inserisce la dimensione morale: il possesso non è mai svincolato dal dovere.
Il denaro, infatti, non è neutro. È segnato dall’uso che se ne fa. Quando diventa fine ultimo, quando si trasforma in criterio esclusivo di valore (e gli esempi nel mondo non mancano), allora si altera l’ordine delle cose. Leone XIII lo affermava con sobrietà, ma con chiarezza: l’accumulazione senza misura e lo sfruttamento del lavoro umano sono ferite inflitte alla giustizia.
Il punto decisivo è che la ricchezza comporta una responsabilità sociale. I beni, pur legittimamente posseduti, conservano una destinazione universale. Non si tratta di negare la proprietà, ma di orientarla. Non è socialismo, che prevedeva la dittatura di una di queste classi, il proletariato, né semplice liberismo: è una visione che tiene insieme libertà e giustizia, iniziativa e solidarietà.
In questa luce si comprende anche la fermezza della condanna dello sfruttamento ribadita anche nell’omelia di Montecarlo. Il salario non può essere lasciato alla sola logica del mercato. Deve consentire una vita dignitosa. Se il denaro diventa strumento di compressione dei diritti, esso entra in contraddizione con la sua stessa legittimità.
Leone XIV, a Montecarlo, ha riproposto questa verità con linguaggio pastorale ma con contenuto morale preciso: l’economia non può essere separata dall’etica, perché l’uomo non può essere separato dalla sua dignità.
In fondo, la tradizione della Chiesa non ha mai negato il valore del denaro, ma lo ha sempre relativizzato. Lo accetta come necessario, ma lo sottopone a una condizione: deve servire il bene comune. Quando invece diventa potere che schiaccia, accumulo sterile, misura unica del valore, ipocrisia, allora si corrompe.
C’è una felice immagine evocata dal cardinale Jaime Sin, arcivescovo delle Filippine, scomparso nel 2005, che con sapienza pastorale sapeva tradurre in parole semplici una verità complessa: «Il denaro è lo sterco del diavolo. Ma è un ottimo fertilizzante».
INCONTRO CON LA COMUNITÀ CATTOLICA
OMELIA DEL SANTO PADRE
NELLA CELEBRAZIONE DELL’ORA MEDIA
Cattedrale dell’Immacolata Concezione
Sabato, 28 marzo 2026
______________________________
Cari fratelli e sorelle,
presso Dio e davanti a Dio abbiamo un avvocato: Gesù Cristo, il giusto (cfr 1Gv 2,1-2). Con queste parole, l’apostolo Giovanni ci aiuta a cogliere il mistero della salvezza. Nella nostra fragilità, appesantiti dal fardello del peccato che segna la nostra umanità, incapaci di abbracciare con le nostre sole forze la pienezza della vita e della felicità, siamo stati raggiunti da Dio stesso per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo. Egli – afferma l’Apostolo – come una vittima di espiazione ha preso su di sé il male dell’uomo e del mondo, lo ha portato con noi e per noi, lo ha attraversato trasformandolo e ci ha liberati per sempre.
Cristo è il centro dinamico, è il cuore della nostra fede ed è a partire da questa centralità che vorrei rivolgermi a voi, mentre saluto cordialmente Sua Altezza il Principe Alberto, Sua Eccellenza Mons. Dominique-Marie David, i sacerdoti e i religiosi e le religiose presenti, esprimendo a tutti voi la gioia di essere qui e di condividere il vostro cammino ecclesiale.
Guardando a Cristo come “avvocato”, in riferimento alla Lettura che abbiamo ascoltato, vorrei offrirvi alcune riflessioni.
La prima riguarda il dono della comunione. Gesù Cristo, il giusto, intercedendo per l’umanità presso il Padre, ci riconcilia con Lui e tra di noi. Egli non viene per operare un giudizio che condanna, ma per offrire a tutti la sua misericordia che purifica, guarisce, trasforma e ci rende parte dell’unica famiglia di Dio. Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende “avvocato” a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro. Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa.
Questa comunione è il segno per eccellenza della Chiesa, chiamata ad essere nel mondo riflesso dell’amore di Dio che non fa preferenze di persone (cfr At 10,34). In questo senso, vorrei dire che la vostra Chiesa, qui nel Principato di Monaco, possiede una grande ricchezza: essere un luogo, una realtà nella quale tutti trovano accoglienza e ospitalità, in quella mescolanza sociale e culturale che è un vostro tratto tipico. Il Principato di Monaco, infatti, è un piccolo Stato abitato però in modo variegato da monegaschi, francesi, italiani e persone di tante altre nazionalità. Un piccolo Stato cosmopolita, in cui alla varietà delle provenienze si associano anche altre differenze di tipo socio-economico. Nella Chiesa, tali differenze non diventano mai occasione di divisione in classi sociali ma, al contrario, tutti sono accolti in quanto persone e figli di Dio, e tutti sono destinatari di un dono di grazia che incoraggia la comunione, la fraternità e l’amore vicendevole. Questo è il dono che proviene da Cristo, nostro avvocato presso il Padre. Infatti, tutti siamo stati battezzati in Lui e, perciò, afferma San Paolo, «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
Un secondo aspetto, però, mi sembra necessario sottolineare: l’annuncio del Vangelo a difesa dell’uomo. Desiderando che tutti accolgano la buona notizia dell’amore del Padre, Gesù si schiera come “avvocato” soprattutto a difesa di coloro che erano ritenuti abbandonati da Dio e che sono giudicati dimenticati ed emarginati, facendosi voce e volto del Dio misericordioso che «difende i diritti di tutti gli oppressi» (Sal 103,6).
Penso allora a una Chiesa chiamata a farsi “avvocato”, cioè a difendere l’uomo: tutto l’uomo e tutti gli esseri umani. Si tratta di un cammino di discernimento critico e profetico teso a promuovere «uno sviluppo integrale dell’umanità, che ne rispetti la dignità e l’identità autentica, come anche il fine ultimo, che rimanda a un mistero di comunione piena col Dio Trinità e tra noi» (Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas?, 22).
Questo è il primo servizio che l’annuncio del Vangelo deve rendere: illuminare la persona umana e la società affinché, alla luce di Cristo e della sua Parola, scoprano la propria identità, il significato della vita umana, il valore delle relazioni e della solidarietà sociale, lo scopo ultimo dell’esistenza e il destino della storia.
A questo riguardo, desidero incoraggiarvi a prestare un servizio appassionato e generoso nell’evangelizzazione. Annunciate il Vangelo della vita, della speranza e dell’amore; portate a tutti la luce del Vangelo perché venga difesa e promossa la vita di ogni uomo e ogni donna dal suo concepimento alla fine naturale; offrite nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l’uomo all’individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza.
È importante che l’annuncio del Vangelo e le forme della fede, così radicate nella vostra identità e società, si guardino dal rischio di ridursi ad abitudine, seppur buona. Una fede viva è sempre profetica, capace di suscitare domande e offrire provocazioni: stiamo davvero difendendo l’essere umano? Stiamo proteggendo la dignità della persona nella custodia della vita in tutte le sue fasi? È davvero giusto e improntato alla solidarietà il modello economico e sociale vigente? È abitato dall’etica della responsabilità, che ci aiuta ad andare oltre la «logica dello scambio di equivalenti e del profitto come fine a se stesso» (Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 38), per costruire una società più equa?
Carissimi, tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, nostro avvocato presso il Padre, genera una fede radicata nel rapporto personale con Lui, una fede che si fa testimonianza, capace di trasformare la vita e rinnovare la società. Questa fede ha bisogno di essere annunciata con strumenti e linguaggi nuovi, anche digitali, e ad essa tutti devono essere introdotti e formati con continuità e creatività. Ciò vale in particolare per coloro che si stanno aprendo all’incontro con Dio, ai catecumeni e ai ricomincianti, verso i quali vi raccomando un’attenzione particolare.
La vostra Santa Patrona, la vergine e martire Devota, vi ispiri col suo esempio e Maria Santissima, Vergine Immacolata, interceda per voi e vi guidi sempre lungo il cammino.
INCONTRO CON I GIOVANI E I CATECUMENI
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Area antistante la Chiesa di Santa Devota
Sabato, 28 marzo 2026
______________________________
Cari fratelli e sorelle,
carissimi giovani! Cari amici, buongiorno!
Sono felice di essere qui con voi e vi saluto di cuore. Ringrazio l’Arcivescovo per le parole che mi ha rivolto.
Come ha sottolineato, la chiesa in cui ci troviamo è dedicata a Santa Devota, Patrona del Principato di Monaco: una giovane coraggiosa, che ha saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino al martirio. Il suo corpo, dalla Corsica, è provvidenzialmente arrivato fin qui, su quella che oggi è la costa monegasca. Volevano annientarla, cancellare ogni suo ricordo, e invece il suo sacrificio ha portato il messaggio di pace e d’amore del Vangelo ancora più lontano. Questo ci aiuta a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità.
In questa chiesa, recentemente, alla memoria della Santa Martire Devota si è unita quella di San Carlo Acutis, altro giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia.
Carissimi giovani, questi due Santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli. Anche oggi, infatti, come è stato ricordato, la fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono il Battesimo.
Nelle vostre testimonianze avete parlato di tutto questo. Benjamin, che ringrazio per quanto ha condiviso, chiede come fare per non lasciarsi trascinare lontano da sé stesso, dagli altri e da Dio dalle distrazioni di un mondo – il nostro – in continuo mutamento. La sua domanda è importante, e riguarda un aspetto fondamentale della vita cristiana: la vitalità del rapporto con Cristo e, in esso, il senso di unità che si crea in noi stessi e con gli altri. Un grande formatore di giovani, in proposito, ha detto che «la radice dell’unità di vita è nel cuore, […] è un fatto del cuore, è un dono di Dio, da chiedere con umiltà» (C.M. Martini, Da Betlemme al cuore dell’uomo, Edizioni Terra Santa, 2013).
L’epoca moderna e quella post-moderna ci hanno arricchiti di tante cose buone, che ci offrono stimoli e possibilità prima sconosciute, a tanti livelli: da quello culturale a quello medico e della salute, da quello tecnico a quello della comunicazione. Esse ci mettono di fronte, però, anche a sfide importanti, che non possiamo ignorare e che dobbiamo affrontare con lucidità e consapevolezza. Come ha detto Benjamin, viviamo in un mondo che sembra andare sempre di fretta, smanioso di novità, cultore di una fluidità senza legami, segnato da un bisogno quasi compulsivo di continui cambiamenti: nelle mode, nell’aspetto, nelle relazioni, nelle idee e perfino in dimensioni della persona costitutive per la sua stessa identità.
Ma ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. E amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità. Solo così l’inquietudine trova pace – anche noi desideriamo la pace! – e si riempie il vuoto interiore di cui parlava Andreia, non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti, artificiali, a volte persino violente. Da queste cose bisogna sgomberare la porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola verso la felicità vera.
Tutto questo, carissimi, ha bisogno di preghiera, di spazi di silenzio, di ascolto, per far tacere la frenesia del fare e del dire, dei messaggi, dei reel, delle chat, e per approfondire e gustare la bellezza dell’essere veramente e concretamente insieme. San Carlo Acutis, in proposito, parlava dell’Eucaristia come dell’“autostrada per il Cielo” e dell’Adorazione Eucaristica come di un bagno di sole, capace di abbronzare l’anima.
Potrebbe esserci, qui, anche una risposta alla domanda di Ethan sulla preparazione prossima a ricevere il Battesimo la notte di Pasqua: vivere la Settimana Santa, nella contemplazione dei misteri della Passione, in un clima di ascolto della voce dello Spirito e di ciò che succede nel proprio cuore, facendone l’occasione per una serena e profonda revisione della propria vita, passata e presente.
E se questo conta per la vita spirituale e per la preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità. Ethan chiedeva come possiamo dare testimonianza del dono di vita che riceviamo in Cristo; e Sophie domandava come essere testimoni di speranza per chi, segnato dalla sofferenza, rischia di perdere la luce e il conforto della fede. Di fronte alle sfide, Gesù ci ha raccomandato: «Non siate in ansietà di come parlerete o di quello che dovrete dire […]. Non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20). Si riferiva alle persecuzioni sofferte per il Vangelo, ma noi possiamo applicare le sue parole ad ogni circostanza in cui la carità ci richiede di affrontare una prova importante per noi e per gli altri. Le parole e i gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi troviamo le risposte fondamentali della vita. Se il canale del suo agire in noi è aperto, e se è aperto lo scambio reciproco, con cui facciamo di tale rapporto d’amore un dono comune e condiviso, possiamo avere fiducia che le parole giuste e la forza necessaria ad agire verranno, al momento opportuno.
In questo senso potremmo leggere anche la frase bellissima, ma a volte fraintesa, di Sant’Agostino: «Ama e fa’ ciò che vuoi» (In litteram Ioannis ad Parthos, 7, 8). Ama, cioè sii un dono gratuito a Dio e agli altri; sii vicino, non andare via, anche quando non potrai risolvere tutti i problemi e aggiustare tutte le difficoltà. Rimani, con amore e con fede. Monaco è un Paese bellissimo, ma la vera bellezza la porti tu, quando sai guardare negli occhi chi soffre o chi si sente invisibile tra le luci della città.
È così che Santa Devota ha trovato la forza di donare la sua vita fino in fondo, ed è così che San Carlo Acutis ha vissuto il suo cammino di santità, lasciando un sentiero di luce anche nel mondo del web.
Cari giovani, non abbiate paura di donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore di Dio e del prossimo.
A voi, giovani catecumeni, che vi preparate al Battesimo, e a voi che già avete ricevuto tale dono di grazia, rivolgo il mio augurio più caloroso: possiate vivere in Cristo una vita piena e autentica; possiate essere, per il bene di tutti, nella fede, nella speranza, nella giustizia e nella carità, costruttori di pace. Voi siete il volto giovane di questa Chiesa e di questo Stato. Monaco è un Paese piccolo, ma può essere un grande laboratorio di solidarietà, una finestra di speranza. Portate il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni di cammino.
Vi affido all’intercessione di Maria nostra Madre, di Santa Devota e San Carlo Acutis. E vi dono di cuore la mia benedizione.
OMELIA DEL SANTO PADRE
Stadio Louis II
Sabato, 28 marzo 2026
______________________________
Cari fratelli e sorelle,
il Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Gv 11,45-57) riporta una sentenza crudele verso Gesù: ci racconta, infatti, del giorno nel quale i membri del sinedrio «decisero di ucciderlo» (v. 53). Perché gli accade questo? Perché ha risuscitato Lazzaro dalla morte; perché ha ridato vita al suo amico, davanti alla cui tomba pianse, unendosi al dolore di Marta e Maria. Proprio Gesù, che è venuto nel mondo per liberarci dalla condanna della morte, alla morte viene condannato. Non si tratta di una fatalità, ma di una volontà precisa e ponderata.
Il verdetto di Caifa e del sinedrio nasce infatti da un calcolo politico, che ha alla base la paura: se Gesù continuasse a dare speranza, trasformando il dolore del popolo in gioia, «verranno i romani» e devasteranno il paese (cfr v. 48). Invece di riconoscere nel Nazareno il Messia, cioè il Cristo tanto atteso, i capi religiosi vedono in Lui una minaccia. Il loro sguardo è distorto, al punto che sono proprio i dottori della Legge a violarla. Dimenticando la promessa di Dio al suo popolo, essi vogliono uccidere l’innocente, perché dietro la loro paura c’è l’attaccamento al potere. Se però gli uomini scordano la Legge che comanda di non uccidere, Dio non scorda la promessa che prepara il mondo alla salvezza. La sua provvidenza fa di quel verdetto omicida il modo per manifestare un supremo intento d’amore: per quanto malvagio, Caifa «profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione» (v. 51).
Siamo così testimoni di due moti opposti: da una parte la rivelazione di Dio,che mostra il suo volto come Signore onnipotente e salvatore, dall’altra l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli. Non è quello che accade oggi? Al loro punto d’incrocio sta il segno di Gesù: dare la vita. È un segno che trova nel risuscitato Lazzaro il suo anticipo, la profezia più prossima di quel che al Cristo accadrà nella sua passione, morte e risurrezione. In quella Pasqua, il Figlio porterà a compimento l’opera del Padre con la potenza dello Spirito Santo: come all’inizio dei tempi Dio ha dato vita all’essere dal nulla, così nella pienezza dei tempi riscatta ogni vita dalla morte, che ne rovina il creato.
Da questa redenzione vengono la gioia della fede e la forza della nostra testimonianza, in ogni luogo e in ogni tempo. Nella storia di Gesù è infatti riassunta la vicenda di tutti noi, a cominciare dai più piccoli e oppressi: ancora oggi, quanti calcoli si fanno nel mondo per uccidere innocenti; quante finte ragioni si pretendono per toglierli di mezzo! Davanti all’insistenza del male, però, sta l’eterna giustizia di Dio, che sempre ci riscatta dai nostri sepolcri, come con Lazzaro, e ci dona nuova vita. Il Signore libera dal dolore infondendo speranza, converte la durezza di cuore trasformando il potere in servizio, proprio mentre manifesta il vero nome della sua onnipotenza: misericordia.È la misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto.
La voce dei profeti, che abbiamo ascoltato, attesta come Dio realizza il suo disegno di salvezza. Nella prima Lettura, Ezechiele annuncia che l’opera divina inizia come liberazione (Ez 37,23) e si compie come santificazione del popolo (cfr v. 28): un itinerario di conversione, proprio come quello che stiamo sperimentando nella Quaresima. Si tratta di un’iniziativa coinvolgente, non privata o individuale, che trasforma le nostre relazioni con Dio e verso il prossimo.
Anzitutto, la liberazione assume la forma di una purificazione dagli «idoli», dagli «abomini» (v. 23). Che cosa sono? Con questo termine, il profeta indica tutte quelle cose che rendono schiavo il cuore, che lo comprano e lo corrompono. La parola idolo significa “piccola idea”, cioè una visione diminuita, che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente, trasformandolo in un oggetto, ma la mente dell’uomo. Gli idolatri sono dunque persone di corte vedute: guardano a ciò che rapisce i loro occhi, annebbiandoli. E così, proprio le cose grandi e buone di questa terra diventano idoli, trasformandosi in forme di schiavitù non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza, lasciando il prossimo nella miseria e nella mestizia. L’affrancamento dagli idoli è allora liberazione da un potere che si è fatto predominio, dalla ricchezza che degrada in bramosia, dalla bellezza truccata in vanità.
Dio non ci abbandona in queste tentazioni, ma soccorre l’uomo debole e triste, che crede siano gli idoli del mondo a salvargli la vita. Come insegna sant’Agostino, «l’uomo si libera dal loro dominio quando crede in colui che per risollevarlo ha offerto un esempio di umiltà» (De civitate Dei, VII, 33). Quest’esempio è la vita stessa di Gesù, Dio fatto uomo per la nostra salvezza. Anziché castigarci, Egli distrugge il male col suo amore, avverando una solenne promessa: «Io li purificherò: saranno mio popolo e io sarò il loro Dio» (Ez 37,23). Il Signore cambia la storia del mondo chiamandoci dall’idolatria alla vera fede, dalla morte alla vita.
Perciò, cari fratelli e sorelle, dinanzi alle molte ingiustizie che feriscono i popoli e alla guerra che dilania le nazioni, si leva costante la voce del profeta Geremia, proclamata oggi come salmo: «Cambierò il loro lutto in gioia / li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni»(Ger 31,13). La purificazione dall’idolatria, che rende gli uomini schiavi di altri uomini, si compie come santificazione, dono di grazia che rende gli uomini figli di Dio, fratelli e sorelle tra di loro. Questo dono illumina il nostro presente, perché le guerre che lo insanguinano sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro. Ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo. Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere.
La Chiesa a Monaco è chiamata a dare testimonianza vivendo nella pace e nella benedizione di Dio: allora, carissimi, fate felici molti con la vostra fede, manifestando la gioia autentica, che non si vince per una scommessa, ma si condivide con la carità. Fonte di questa gioia è l’amore di Dio: amore per la vita nascente e indigente, da accogliere e curare sempre; amore per la vita giovane e anziana, da incoraggiare nelle prove di ogni età; amore per la vita sana e malata, a volte sola, sempre bisognosa di essere accompagnata con cura. Vi aiuti la Vergine Maria, vostra Patrona, ad essere luogo di accoglienza, di dignità per i piccoli e i poveri, di sviluppo integrale e inclusivo.
Nella lunga Quaresima del mondo, proprio mentre il male imperversa e l’idolatria rende indifferenti i cuori, il Signore prepara la sua Pasqua. Il segno di quest’evento è l’uomo: è Lazzaro, chiamato dal sepolcro; siamo noi, peccatori perdonati; è il Crocifisso Risorto, autore della salvezza. Egli è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), che sostiene il nostro pellegrinaggio e la missione della Chiesa nel mondo: donare la vita di Dio. Compito sublime e impossibile, senza donare la nostra vita al prossimo. Compito appassionante e fecondo, quando il Vangelo illumina i nostri passi.






