Francesco è il legittimo Romano Pontefice. Nonostante tutto

Da quando è diventato Romano Pontefice Jorge Mario Bergoglio, che ha scelto il nome di Francesco, la crisi dottrinale non ha più freni. Dato che corre così velocemente, qualcuno ha avanzato l’ipotesi che papa Francesco non sia il legittimo Vescovo di Roma. Ma s’inganna. Don Alfredo M. Morselli, parroco e teologo, ci spiega perché — nonostante tutto — Francesco è il legittimo 266° Successore di Pietro. E ci rammenta che riconoscere l’evidenza — la legittimità di papa Francesco — non significa accettare passivamente ogni decisione presa da Francesco. Avevamo davvero bisogno di una parola autorevole sull’argomento.

Perché, nonostante tutto, Francesco è il Papa

di don Alfredo M. Morselli (23-10-2019)

  1. Il primum movens della fede.

L’ipotesi che Francesco non sia Papa (come pure ogni forma di sedevacantismo) si confuta con la prima via di San Tommaso:

“È dunque necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da un altro. Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto a movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e così via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito, perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, e di conseguenza nessun altro motore, perché i motori intermedi non muovono se non in quanto sono mossi dal primo motore, come il bastone non muove se non in quanto è mosso dalla mano”[1].

Anche la propositio fidei  deve avere un primo motore, in questo caso non “non mosso”, ma ingiudicabile, non sottoposto a nessun giudizio privato, compreso il giudizio di contraddizione con la Tradizione.

Il Magistero è il “primum movens”, ingiudicabile e sicuro, della propositio fidei, perché garantito dalle promesse del Salvatore.

La totale dipendenza della nostra fede da un giudizio obiettivo esterno garantisce che essa sia un “dono dall’alto”, il vero contrario dell’immanentismo modernista, e che rimanga sia “dono” (quindi non mia scelta), sia “dall’alto”[2] (= soprannaturale, e quindi non ridotto a un giudizio naturale, a una scelta propria).

Certamente “la carne e il sangue” di Pietro possono sporcare il “dono dall’alto”; quidquid recipitur in aliquo subjecto, sub specie recipientis recipitur. Tuttavia se ciò dovesse accadere (e nella storia della Chiesa è accaduto), sarà sempre in modo che non potrà mai succedere che le porte dell’inferno prevalgano.

Il colpo da maestro di satana è quello di farci credere di combattere il modernismo con un principio modernista e luterano: il giudizio proprio, privato, immanente.

È il falso sillogismo secondo il quale “siccome non capisco come il Papa non si contraddica, allora si contraddice”.

La “resistenza in faccia”[3] a Pietro quando ascolta la carne e il sangue può – e a volte deve – essere posta in modo da non porsi mai “a monte” della propositio, ma sempre “a valle”; una possibilità di questa lecita resistenza è costituita dai dubia (cioè domande, non accuse) e dalla fedeltà al CCC. Quest’ultimo non usato per giudicare il magistero del momento, ma come áncora certa quando ai dubia non viene data risposta.

E le suddette motivazioni sono le stesse per le quali il Romano Pontefice non può essere deposto.

È vero che un ipotetico Papa eretico (ammesso e non concesso che possa esserci) non potrebbe fa parte della Chiesa e quindi sarebbe decaduto ipso facto. Ma chi può giudicare il primum movens della propositio fidei? Ritorna il falso sillogismo “Siccome non capisco come… allora il Papa non è Papa”.

  1. L’ipotesi della elezione invalida

Se qualcuno, per negare che Francesco sia Papa, rivangasse ipotesi dell’elezione invalida, non ho altro da aggiungere a quanto scrisse tempo fa il prof. Roberto De Mattei, nella sua recensione al libro di Antonio Socci Il Segreto di Benedetto XVI. Perché è ancora papa.[4]

“L’accettazione pacifica e universale di papa Francesco

Per quanto riguarda i dubbi sull’elezione del cardinale Bergoglio, al di là delle sottigliezze giuridiche, non c’è stato alcun cardinale, partecipante al Conclave del 2013, che abbia sollevato dubbi sulla validità di quell’elezione. Tutta la Chiesa ha accettato e riconosciuto Francesco come legittimo Papa e, secondo il diritto canonico, la pacifica “universalis ecclesiae adhaesio” (adesione della Chiesa universale) è segno ed effetto infallibile di un’elezione valida e di un papato legittimo. La professoressa Geraldina Boni in un approfondito studio dal titolo Sopra una rinuncia. La decisione di papa Benedetto XVI e il diritto [Geraldina Boni, Sopra una rinuncia. La decisione di papa Benedetto XVI e il diritto (Bononia University Press, Bologna 2015)] ricorda come le costituzioni canoniche in vigore, non considerano invalida un’elezione frutto di patteggiamenti, accordi, promesse od altri impegni di qualsiasi genere come la possibile pianificazione dell’elezione del cardinale Bergoglio.

Quanto scrive la prof.ssa Boni coincide con ciò che Robert Siscoe e John Salza osservano, sulla base dei più autorevoli teologi e canonisti: «… è dottrina comune della Chiesa che l’accettazione pacifica e universale di un Papa fornisce certezza infallibile della sua legittimità» [Robert Siscoe e JohnSalza, “Is Francis or Benedict the True Pope?” (two-part series), in “Catholic Family News”, Sept-Oct. 2016].

Sul diritto di un Papa a dimettersi, non ci sono dubbi in proposito. Il nuovo Codice di Diritto canonico disciplina l’eventualità della rinuncia del Papa nel can. 332 § 2, con queste parole: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti». La rinuncia di Benedetto XVI è stata libera e ritualmente manifestata. Se Benedetto XVI avesse subito pressioni avrebbe dovuto dirlo, o avrebbe almeno dovuto lasciarlo capire. Nelle sue Ultime conversazioni con Peter Seewald (Garzanti, Milano 2016), ha dichiarato invece il contrario, ribadendo che la sua decisione è stata pienamente libera, immune da ogni costrizione”.

  1. Portare la Croce non vuol dire stare con le mani in mano

Riconoscere Francesco Papa non comporta una sorta di quietismo o accettazione passiva del drammatico status quo; esso ci spinge verso un sempre maggior triplice impegno: preghiera, azione, sacrificio, sull’esempio dei Santi Pastorelli di Fatima.

Prima ci facciamo santi, prima finisce la notte; e durante la notte rimane l’obbligo imposto da San Paolo:

“Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero”[5].

NOTE

[1] “Omne ergo quod movetur, oportet ab alio moveri. Si ergo id a quo movetur, moveatur, oportet et ipsum ab alio moveri et illud ab alio. Hic autem non est procedere in infinitum, quia sic non esset aliquod primum movens; et per consequens nec aliquod aliud movens, quia moventia secunda non movent nisi per hoc quod sunt mota a primo movente, sicut baculus non movet nisi per hoc quod est motus a manu” (S. Th. Iª q. 2 a. 3 co.).

[2] “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento”. Gc 1,17.

[3] Cf. Gal 2,11.

[4] Recensione consultata qui.

[5] 2 Tim 4, 1-5.

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RICORDA ANCHE

È più grave il delitto di scisma o il delitto di apostasia?

Art. 2 del Codice Diritto Canonico
– §1“I delitti contro la fede, di cui all’art. 1, sono l’eresia, l’apostasia e lo scisma, a norma dei canoni 751 e 1364 del Codice di Diritto Canonico e dei cann. 1436 e 1437 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali”.
👉 – Il primo delitto contro la fede è l’eresia, ed è definita nel can. 751 CIC come: «L’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa» e dove, la gravità sta in quella “ostinazione”…
👉 – Il secondo delitto contro la fede è l’apostasia. Essa si manifesta con un atto formale che attesta il rifiuto intenzionale della fede e l’abbandono della Chiesa. Consiste in «un ripudio totale della fede cristiana, sia in foro esterno che interno, fatto con un atto positivo della volontà da una persona battezzata» (can. 751 CIC); Il delitto in questione può anche realizzarsi con il consapevole ed effettivo accoglimento di una religione incompatibile con quella cristiana..
👉 – L’ultimo delitto contra fidem è lo scisma, definito come «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti» (can. 751 CIC).
ATTENZIONE…. Lo scisma, a differenza dell’eresia e dell’apostasia, non è determinato direttamente dalla negazione della verità di fede.
Il suo elemento costitutivo è la negazione del primato del Romano Pontefice o di altre cause riguardanti direttamente l’unità della Chiesa cattolica.
E dunque:
… perché possa parlarsi di formale adesione ad un movimento scismatico sono necessarie due condizioni:
1 – L’atto interiore consistente nel condividere liberamente e coscientemente il nocciolo dello scisma […] in modo tale che questa scelta abbia il sopravvento sull’obbedienza al Papa, ossia al riconoscimento del suo ruolo petrino;
2 – L’esteriorizzare la scelta di cui al punto n. 1, il che potrà avvenire mediante la partecipazione esclusiva alle funzioni ecclesiastiche e scismatiche e la non partecipazione alle funzioni della Chiesa Cattolica.
La pena prevista per questi delitti è, a norma del can. 1364 CIC, la scomunica latae sententiae, fermo restando il disposto del can. 194 §1 n.2, ovvero la rimozione dall’ufficio. Qualunque fedele può commettere questa tipologia di delitto, ma se il reo è un chierico, quest’ultimo può inoltre essere punito con le pene indicate dal can. 1336 §1 CIC, cioè con alcune pene espiatorie. Se poi la gravità dello scandalo o la promulgata contumacia lo richiedano, ad esempio il reo continua a dichiararsi scismatico e a creare scandalo nella comunità, possono essere aggiunte altre pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale.
San Pio X ed il suo Catechismo al n° 124 (commento p. Dragone, 1963). Domanda:
«Chi è fuori della comunione dei santi?»;
Risposta: «E’ fuori della comunione dei santi chi è fuori della Chiesa, ossia i dannati, gl’infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati»;
Spiegazione: «Eretico è il battezzato che non si sottomette al giudizio della chiesa riguardo alle verità rivelate. Seguendo il suo criterio o le sue passioni fa una scelta, accetta alcune verità ed altre le rigetta, facendo se stesso giudice della verità».
DUNQUE, secondo la dottrina della Chiesa:
– L’eresia detta «materiale» si ha in chi non è consapevole; l’eresia detta «formale» si ha in chi è consapevole; il «peccato di eresia» si ha nell’errante consapevole che non fa pubblica confessione; il «delitto di eresia» si ha nell’errante consapevole che fa pubblica confessione, ovvero si manifesta eretico «formale».
– Lo scisma, a differenza dell’eresia e dell’apostasia, non è determinato direttamente dalla negazione della verità di fede. Il suo elemento costitutivo è la negazione del primato del Romano Pontefice o di altre cause riguardanti direttamente l’unità della Chiesa cattolica. Spesso la conseguenza esterna di tale atteggiamento è l’abbandono della comunità ecclesiale nella quale il Romano Pontefice, Vescovo di Roma e Vicario di Cristo, è riconosciuto come Capo e fondamento di unità.
– L’apostasia si manifesta con un atto formale che attesta il rifiuto intenzionale della fede e l’abbandono della Chiesa. Consiste in «un ripudio totale della fede cristiana, sia in foro esterno che interno, fatto con un atto positivo della volontà da una persona battezzata» (can. 751 CIC). Perché possa ricorrere la fattispecie presa in considerazione, non occorre che il reo disconosca la fede cristiana nella sua interezza, ma è sufficiente che egli neghi una qualche verità che ne costituisce il fondamento dottrinale e dogmatico, senza la quale la stessa Verità che si suol impugnare contro la Chiesa, non potrebbe sussistere.
 
 

La Chiesa come si comporta se il Papa è accusato di eresia?

Il pontefice può essere accusato come Dottore privato e in documenti di Magistero

Un Papa può cadere in eresia? E se ciò avviene, deve sottoporsi a un normale processo? La prassi che si dovrebbe seguire in questi casi ce la racconta Carlo Maria Di Pietro, giornalista e scrittore, che ha curato numerose pubblicazioni legate all’apologetica cattolica.  

LA POTESTA’ DI GIURISDIZIONE DEL PAPA
Il «Papa», premette Di Pietro, governa ed insegna, ha «Primato di giurisdizione» conferitogli da Cristo; ha «Potestà di giurisdizione». La  Potestà di giurisdizione è il potere partecipato da Cristo Re e Capo della Chiesa a questa Medesima quale Società perfetta, a cui perciò spetta legiferare, giudicare, punire in foro esterno ed interno in ordine alla salvezza dei fedeli. La «Potestà di giurisdizione» è quindi il potere di insegnare, di legiferare, di giudicare, di punire, esercitato in ordine alla vita eterna, proprio dalla Chiesa come perfetta «Società giuridica», ad essa partecipato da Cristo Re, Mediatore e Pastore universale, a cui il Padre ha dato ogni potere.

IL PENSIERO SANT’ALFONSO
Secondo Sant’Alfonso (cf. Verità della Fede e storia delle Eresie), tutti coloro i quali sostengono che un “Papa possa essere notoriamente eretico” sono degli «inutili impugnatori dell’Autorità di Cristo» e del «Papa» stesso, alla stregua dei luterani. Una delle caratteristiche della Chiesa fondata da Gesù è l’«Unità» (Una, Santa, Cattolica, Apostolica), significa che è una nella Fede, nella Morale o Costume, nel Culto e nella Disciplina. 

IL CATECHISMO DI SAN PIO X
San Pio X ed il suo Catechismo al n° 124 (commento p. Dragone, 1963). Domanda: «Chi è fuori della comunione dei santi?»; Risposta: «E’ fuori della comunione dei santi chi è fuori della Chiesa, ossia i dannati, gl’infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati»; Spiegazione: «Eretico è il battezzato che non si sottomette al giudizio della chiesa riguardo alle verità rivelate. Seguendo il suo criterio o le sue passioni fa una scelta, accetta alcune verità ed altre le rigetta, facendo se stesso giudice della verità». L’eresia detta «materiale» si ha in chi non è consapevole; l’eresia detta «formale» si ha in chi è consapevole; il «peccato di eresia» si ha nell’errante consapevole che non fa pubblica confessione; il «delitto di eresia» si ha nell’errante consapevole che fa pubblica confessione, ovvero si manifesta eretico «formale».

LA COMUNIONE DEI SANTI
L’«Autorità legittima» constata l’eresia nel soggetto, il reo è «fuori della comunione dei santi». L’eretico «formale» si rifiuta con ostinazione di sottomettersi all’insegnamento ed al giudizio della Chiesa; viene espulso; non partecipa alla «comunione dei santi» e non può salvarsi; non può né insegnare e né governare, a tal proposito la Scrittura: «Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (Mt 15,14).Papa Pio XII nella Mystici Corporis distingue tra chi esce dalla Chiesa da se stesso tramite eresia, scisma o apostasia; e chi ne è cacciato fuori dall’«Autorità», dunque «Diritto ecclesiastico», cioè tramite la «scomunica».

CHI CONVOCA IL CONCILIO
In Verità della Fede [vol. I, Marietti, 1826, p. 142] si leggono le parole del santo «Dottore utilissimo» (sant’Alfonso): «La seconda cosa certa si è, che quando in tempo di scisma si dubita, chi fosse il vero Papa, in tal caso il concilio può esser convocato da’ cardinali, e da’ vescovi; ed allora ciascuno degli eletti è tenuto di stare alla definizione del concilio, perché allora si tiene come vacante la sede apostolica. E lo stesso sarebbe nel caso, che il Papa cadesse notoriamente e pertinacemente in qualche eresia. Benché allora, come meglio dicono altri, non sarebbe il Papa privato del pontificato dal concilio come suo superiore, ma ne sarebbe spogliato immediatamente da Cristo, divenendo allora soggetto affatto inabile, e caduto dal suo officio».

ERESIA COME DOTTORE PRIVATO
Alla luce di queste premesse può esistere un Papa eretico? Di Pietro evidenzia: «Qualora il Papa dovesse pronunciare eresia come dottore privato (omelia, dissertazione, intervista), ovverosia quando quei documenti dove c’è l’eresia non sono atti di Magistero, il problema c’è ma è differente rispetto al caso che vedremo in seguito». Giovanni XXII, per esempio, per aver proferito “solo” una prossimità all’eresia, fu sottoposto all’esame del Sant’Uffizio dall’Inquisizione e dovette ritrattare le sue erronee dichiarazioni. Ci troviamo di fronte al caso di sospetta eresia e non di eresia, eppure la Chiesa si è tutelata sottoponendo le dichiarazioni del Pontefice all’Inquisizione per una valutazione approfondita.

ERESIA IN DOCUMENTI DI MAGISTERO 
Qualora il Pontefice dovesse pronunciare eresia in documenti di Magistero (solenne, straordinario oppure ordinario ed universale), questi dimostrerebbe di non possedere la potestà di giurisdizione o di averla perduta. Ci fa notare la cosa il Diritto, il Magistero, come viene anche ben riassunta da sant’Alfonso sopra citato. Il Denzinger alla voce infallibilità e magistero riporta decine di documenti che testimoniano che la Prima Sedes è senza macchia dottrinale. Nel caso in cui, dunque, un Pontefice dovesse manifestare eresia in documenti di Magistero (alle condizioni suddette), questi, avendo dimostrato di aver perduto la potestà di giurisdizione, non è più legittimato a governare la Chiesa.

COME SI TUTELA LA CHIESA IN QUESTI CASI?
Prosegue Di Pietro: la Chiesa si tutela con le armi che il Diritto (divino ed ecclesiastico) le danno. Valutata la presenza di un’eresia, il soggetto viene fraternamente richiamato. Se il Pontefice si corregge, secondo tradizione, si ritiene che questi, essendo nuovamente in grado di volere il bene della Chiesa, e non avendo perso il senno, torna Pontefice. Il documento contenete l’eresia, pertanto, non diventerà Magistero e andrà censurato.

IL CONCILIO IMPERFETTO GENERALE
Se il Pontefice non dovesse correggersi, la Chiesa rileva canonicamente la pertinacia dell’eresia, unita alla notorietà della stessa. Solo allora si procede con la convocazione di un Concilio imperfetto generale (generale almeno moralmente) deputato alla rimozione del non Papa, alla qualifica di antipapa per lo stesso, all’elezione (o designazione) di un Pontefice regnante. Durante il periodo che intercorre fra l’eresia manifesta e la rimozione del soggetto reprobo, la Chiesa solitamente può essere definita in sede vacante, come stabilito dalle costituzioni sulla Sede Vacante.


Don Alfredo Morselli: “Risposta ad Andrea Cionci: perché, nonostante tutto, il Papa è Francesco – del 26 luglio 2022

 
Il seguito del post, pubblicato da MiL QUI, sul cosiddetto “Codice Ratzinger“.
Luigi
 
Gentilissimo Dott. Cionci,
 
Ho letto la sua risposta ad un mio scritto in cui ho cercato di spiegare, in modo semplice, come le teorie del “Codice Ratzinger”, del “Messaggio in bottiglia”, e le altre teorie secondo le quali il vero ed unico Papa sarebbe ancora Benedetto XVI, sono prive di fondamento: e sono pure dannose, perché distolgono o buoni cristiani dal fare quel che invece bisogna oggi doverosamente compiere.
La ringrazio perché ha osservato come, pur cercando io di confutarLa con decisione, ho mantenuto un doveroso rispetto per la Sua persona (pur senza tante manfrine pseudo-ecumeniche). Le assicuro anche un ricordo nella S. Messa, perché possa progredire nella conoscenza della verità e del santo amor di Dio.
 
Lei mi rimprovera di non aver esaminato tutti i Suoi scritti, ma di avere “considerato solo pochi articoli, qua e là”.
 
Innanzi tutto, Le dico che quanto pubblicato su Messainlatino.it è preso da una breve nota sul mio profilo di Facebook, nota pensata come una risposta semplice e sintetica a tanti fedeli che mi chiedevano lumi sulla questione. La nota non è nata né come una risposta diretta a Lei (benché non La snobbi assolutamente), né come un articolo scientifico.
 
Ma il motivo principale della brevità della risposta è, che quando faccio la doccia, al termine, chiudo il rubinetto e non cerco di mettere un dito in ogni buco del soffione. Per cui – benché non mi sia dedicato a leggere la Sua opera omnia – ho cercato di portare due argomenti decisivi, che fanno crollare tutte le Sue conclusioni, le quali – a mio avviso – peccano per essere più ampie delle premesse.
 
E ribadisco i due argomenti.
 
I) 1.300.000.000 di cattolici non possono sbagliarsi su chi è il Papa. Il Pontefice è il primum movens della propositio ecclesiae: Non esiste una fede che non sia proposta a credere dalla Chiesa e quindi dal Romano Pontefice: se 1.3000.000 di cattolici, che vogliono credere a ciò che Dio ci ha rivelato e la Chiesa ci propone a credere, guardassero a un punto di riferimento sbagliato, non potrebbero credere: sarebbe impossibile l’atto di fede.
 
Tra questi 1.300.000.000 ci sono dei santi, dei martiri, tanti buoni fedeli, il cui sensus fidei non può complessivamente ingannarsi.
 
Se ci fosse un errore sull’identità Papa, sarebbe impossibile Credere Deo (cf Summa Theologiae, IIª-IIae q. 2 a. 2), cioè credere non perché scegliamo noi gli articoli a cui credere, ma perché ci sono proposti come un dono dall’alto (cf, Gc 1,17). E se lo strumento di detto dono è fallace, vien a essere minato lo stesso atto di fede.
 
Sarebbe pure impossibile Credere Deum, perché anche l’oggetto materiale della fede sarebbe imprecisato, e la Tradizione sarebbe ridotta a un libro, vuoi il Denzinger, vuoi il Catechismo della Chiesa Cattolica, da interpretare ciascuno come può. Verrebbe a cadere la possibilità del Magistero vivo, cioè una propositio qui e ora, a cui si deve una risposta qui e ora, qual è l’assenso proprio dell’atto di fede.
 
II) Benedetto XVI non può incappare nel peccato di simulare e mentire in vista di un bene.
 
Non ho preso in esame l’ipotesi della menzogna nell’atto di rinuncia (ancorché sarebbe un argomento a mio favore, ma ci sarebbe voluta una risposta troppo lunga ed elaborata, rispetto al proposito iniziale della mia nota), ma nel fatto che Benedetto XVI abbia concelebrato con Francesco, e che lo abbia chiamato “Santità”.
 
Lei mi ha obiettato: “…il fatto che abbia concelebrato con una miriade di vescovi legittimi e uno infedele usurpatore ha fatto sì che lui stesso rendesse la messa “lecita””.
 
Lei mi evade il nocciolo della questione: quella Messa è stata una cum Papa Francesco, come ha detto il primo concelebrante, e come tutti gli altri concelebranti hanno creduto. In quel momento forse che Benedetto XVI avrebbe, che so, incrociato le dita, simulando quindi un atto di culto esternamente in un modo, e compiendolo in interiore in un altro? Non solo sarebbe stata una bugia, far credere a tutti che ha concelebrato una cum, ma anche un sacrilegio.
 
Perché tanti martiri cristiani sono morti per non aver voluto sacrificare agli idoli? Sarebbe bastato offrire l’incenso, e dire tra sé: “Ciò che faccio esteriormente non corrisponde al vero”. Ma ciò non è lecito, perché non si può mentire in cose sacre, e non si può comunicare in sacris con un usurpatore. E se io celebro una cum, è perché credo che Francesco non è un usurpatore.
 
Lei ha scritto: “…se egli chiama il suo persecutore con un titolo che questi si è auto attribuito (Santo Padre) non è né sacrilegio, né atto immorale e non cambia di una virgola la realtà canonica”.
 
Tutto questo sarebbe invece gravemente immorale, perché sarebbe un pubblico riconoscimento di un titolo ritenuto interiormente usurpato, riconoscimento che trarrebbe in inganno milioni di persone che hanno visto quel video. Sarebbe una falsa attribuzione, atto in sé gravemente immorale.
 
Benedetto avrebbe mancato anche al dovere di confermare i fratelli nella fede: un Papa è lì per chiarire i dubbi, non per crearli.
 
Lei, inoltre, ha portato l’argomento che in passato ci sono stati diversi antipapi; rispondo che nego paritatem, perché gli antipapi rivendicavano di essere i veri papi, e non strizzavano l’occhiolino, riconoscendo il papa legittimo e poi, quasi esotericamente, per chi avrebbe potuto intendere, additavano loro stessi.
 
Concludo con una precisazione: Lei ha scritto che la mia persona “da diversi anni si batte pubblicamente contro le deviazioni bergogliane”. La correggo: da cinquant’anni mi batto contro ogni modernismo, già dai tempi del referendum sul divorzio, contro i “Cattolici per il no” (Bausola, Carretto & C.), a Bologna contro i cosiddetti Cristiani per il Socialismo, contro l’Avvenire d’Italia diretto da Raniero La Valle, contro la volontà di impoverire la Chiesa, propria del dossettismo, contro il metodo della cosiddetta Officina bolognese (Alberigo e successori), contro i ribelli ad Humane vite, contro i cinque democristiani che firmarono la legge 194, fino ai negatori di Veritatis Splendor e Familiaris Consortio, e contro i protettori degli omoeretici e delle lobby gay : Lei si può immaginare il prezzo pagato per tutto questo.
 
E prima ancora, da chierichetto di sette otto anni, mi arrabbiavo già quando mi fecero dire “a Dio che allieta la mia giovinezza”, al posto di “qui laetificat iuventutem meam” (erano gli esperimenti che nella diocesi di Bologna, guidata da Lercaro, si facevano ben prima della riforma)
 
Nella buona battaglia, per grazia, non sono un operaio dell’ultima ora.
 
Ma nei confronti di Francesco, ho mantenuto il metodo dei dubia, insegnatomi dal Card. Caffarra (con cui ho avuto lunghe conversazioni sull’attuale pontificato e la crisi nella Chiesa). Il metodo dei dubia consiste di non porsi alla pari con il Romano Pontefice, ma nel fare domande: Signora Maestra, non ho capito come la sua affermazione non contraddica quanto fa parte delle fede cattolica, sottoponendo sempre ogni singola mia affermazione al giudizio della Chiesa stessa. E più mi sembra che il Papa la combini grossa, più prego per Lui.
 
Con Lei e con tanti condivido il pensiero che la crisi nella Chiesa sia oggi misteriosa, e che corrisponda al nucleo principale della terza parte del segreto di Fatima: la Madonna ha mostrato ai Pastorelli tre inferni: l’inferno dei singoli (dovuto, per la maggioranza dei dannati, ai peccati della carne), l’inferno delle nazioni (il comunismo), l’inferno della Chiesa, l’attuale crisi, quanto di peggio si possa immaginare, fatte sempre salve le promesse di Gesù “Non praevalebunt”.
 
Ma per uscire da questa crisi non possiamo escogitare soluzioni intellettualmente comode, un modernismo di segno contrario piuttosto che il contrario del modernismo.
 
Non credo di averLa convinta, ma, ugualmente, La benedico di cuore.

Mons. Athanasius Schneider / Il giusto significato dell’obbedienza al Papa

 
Uno strumento snello ed efficace come il blog ha, però, l’inconveniente di fagocitare i contenuti. E dunque – in relazione alla situazione attuale, conseguente anche alla scomunica di mons. Viganò – dopo la presentazione del Compendio scritto e diffuso da mons. Athanasius Schneider [vedi], ripropongo un testo molto in tema, già pubblicato nella nostra traduzione da LifeSiteNews, nel quale il vescovo Schneider discute la natura e i limiti dell’obbedienza al Papa. Citando san Tommaso d’Aquino e altre fonti, spiega che ogni autorità e ogni obbedienza hanno dei limiti. “L’obbedienza”, dice, “non è cieca o incondizionata, ma ha dei limiti. Dove c’è peccato, mortale o meno, non abbiamo semplicemente il diritto, ma il dovere di disobbedire». Qui l’indice dei precedenti. Sul tema delle “due forme” del rito vedi.

«L’autorità è definita dai suoi limiti, e anche l’obbedienza è definita dai suoi limiti. La consapevolezza di questi limiti porta alla perfezione nell’esercizio dell’autorità e alla perfezione nell’esercizio dell’obbedienza».
 
Il giusto significato dell’obbedienza al Papa

La santa Chiesa è innanzitutto e più radicalmente un’istituzione divina e, nel suo significato soprannaturale,  è un mistero. In secondo luogo, ha anche la realtà umana e visibile, i membri visibili e la gerarchia (papa, vescovo, sacerdote).
 
Quando la Madre Chiesa sta attraversando una delle crisi più profonde della sua storia, come è nel nostro tempo, in cui la crisi tocca in misura spaventosa tutti i livelli della vita ecclesiale, la Divina Provvidenza ci chiama ad amare la nostra Madre Chiesa, umiliata e derisa non in primo luogo dai suoi nemici, ma dall’interno dai suoi pastori. Siamo chiamati ad aiutare la nostra Madre Chiesa, ciascuno al suo posto, ad aiutarla per un vero rinnovamento attraverso la nostra stessa fedeltà all’immutabile integrità della fede cattolica, attraverso la nostra fedeltà alla costante bellezza e sacralità della sua liturgia, la liturgia di tutti i tempi, attraverso la nostra intensa vita spirituale in unione con Cristo, e attraverso atti di amore e di carità.

Il mistero della Chiesa è più grande del solo Papa o del vescovo. A volte papi e vescovi hanno fatto del male alla Chiesa, ma allo stesso tempo Dio si è servito di altri strumenti, spesso semplici fedeli, semplici sacerdoti, o pochi vescovi, per restaurare la santità della fede e della vita nella Chiesa.
 
Essere fedeli alla Chiesa non significa obbedire interiormente a tutte le parole e agli atti di un Papa o di un Vescovo, poiché il Papa o il Vescovo non coincidono con tutta la Chiesa. E se un Papa o un Vescovo sostiene una via che lede l’integrità della fede e della liturgia, allora non si è in alcun modo obbligati a seguirlo interiormente, perché bisogna seguire la Fede e le norme della Chiesa di tutti i tempi, degli apostoli e dei santi.
 
La Chiesa cattolica è l’unica Chiesa fondata da Cristo, ed è volontà espressa di Dio che tutti gli uomini diventino membri della Sua unica Chiesa, membri del Corpo mistico di Cristo. La Chiesa non è proprietà privata di un Papa; anzi, egli è solo il vicario, il servo, di Cristo. Pertanto, non si può far dipendere il divenire pienamente cattolici dal comportamento di un Papa particolare. Bisogna sicuramente obbedire al Papa quando propone infallibilmente la verità di Cristo, quando parla ex cathedra, cosa molto rara. Dobbiamo obbedire al Papa quando ci ordina di obbedire alle leggi e ai comandamenti di Dio, [e] quando prende decisioni amministrative e giurisdizionali (nomine, indulgenze, ecc.). Se però un Papa crea confusione e ambiguità circa l’integrità della fede cattolica e della sacra liturgia, allora non bisogna obbedirgli, e bisogna obbedire alla Chiesa di tutti i tempi e ai Papi che, nel corso di due millenni, hanno insegnato costantemente e chiaramente tutte le verità cattoliche nello stesso senso. Verità cattoliche che troviamo espresse nel Catechismo. Bisogna obbedire al Catechismo e alla liturgia di tutti i tempi, che i santi e i nostri antenati hanno seguito.

Insieme ad altre riflessioni si propone nelle righe seguenti un breve riassunto del magistrale intervento del Prof. Roberto de Mattei, “Obbedienza e Resistenza nella storia della Chiesa”, tenuto a Roma Life Forum, 18 maggio 2018 [qui].
 
È falsa obbedienza quando una persona divinizza uomini che rappresentano l’autorità nella Chiesa (papa o vescovo), quando questa persona accetta ordini e acconsente alle affermazioni dei suoi superiori, che evidentemente ledono e indeboliscono la chiarezza e l’integrità della fede cattolica.
 
L’obbedienza ha un fondamento, uno scopo, condizioni e limiti. Solo Dio non ha limiti: è immenso, infinito, eterno. Ogni creatura è limitata e quel limite definisce la sua essenza. Pertanto, sulla terra non esiste né autorità illimitata, né obbedienza illimitata. L’autorità è definita dai suoi limiti, e anche l’obbedienza è definita dai suoi limiti. La consapevolezza di questi limiti porta alla perfezione nell’esercizio dell’autorità e alla perfezione nell’esercizio dell’obbedienza. Il limite insuperabile dell’autorità è il rispetto della legge divina dell’integrità e della chiarezza della fede cattolica, e il rispetto di questa legge divina dell’integrità e della chiarezza della fede cattolica è anche il limite insuperabile dell’obbedienza.

San Tommaso pone la domanda: “I sudditi sono tenuti a obbedire in tutto ai loro superiori?” ( Summa teologiae, II-IIae, q. 104, a. 5); la sua risposta è negativa. Come spiega, le ragioni per cui un soggetto non può essere obbligato a obbedire in ogni cosa al suo superiore sono duplici. Primo: per ordine di un’autorità superiore, dato che la gerarchia delle autorità deve essere rispettata. Secondo: se un superiore comanda a un suddito di fare cose illecite, ad esempio quando i figli non sono tenuti a obbedire ai genitori in materia di contrarre matrimonio, preservare la verginità o simili. Conclude san Tommaso: «L’uomo è soggetto a Dio in modo assoluto, e in tutte le cose, interne ed esterne: è quindi tenuto a obbedire a Dio in tutte le cose. Tuttavia, i sudditi non sono tenuti a obbedire ai loro superiori in tutte le cose, ma solo in alcune cose. (…) Si possono quindi distinguere tre tipi di obbedienza: il primo, sufficiente alla salvezza, obbedisce solo nelle questioni obbligatorie; il secondo, essendo perfetto, obbedisce in tutte le cose lecite; il terzo, essendo disordinato, obbedisce anche nelle cose illecite» (Summa theologiae , II-IIae, q. 104, a. 3).

L’obbedienza non è cieca o incondizionata, ma ha dei limiti. Dove c’è peccato, mortale o meno, non abbiamo semplicemente il diritto, ma il dovere di disobbedire. Ciò vale anche nelle circostanze in cui è comandato di fare qualcosa di dannoso per l’integrità della fede cattolica o per la sacralità della liturgia. La storia ha dimostrato che un vescovo, una conferenza episcopale, un Concilio, [e] anche un Papa hanno pronunciato errori nel loro magistero non infallibile. Cosa dovrebbero fare, in tali circostanze, i fedeli? Nelle sue diverse opere, san Tommaso d’Aquino insegna che, dove la fede è a rischio, è lecito, anzi proprio, resistere pubblicamente a una decisione papale, come fece san Paolo a san Pietro, primo papa. Infatti «san Paolo, che era soggetto a san Pietro, lo rimproverò pubblicamente per un imminente rischio di scandalo in materia di fede. Summa theologiae, II-II, q. 33, a. 4, annuncio 2).
 
La resistenza di san Paolo si manifestò come una correzione pubblica di san Pietro, il primo papa. San Tommaso dedica un’intera domanda alla correzione fraterna nella Summa. La correzione fraterna può essere diretta anche dai sudditi ai superiori, e dai laici contro i prelati. “Poiché però un atto virtuoso ha bisogno di essere moderato dalle debite circostanze, ne consegue che quando un suddito corregge il suo superiore, lo debba fare in modo conveniente, non con impudenza e durezza, ma con mansuetudine e rispetto” ( Summa theologiae , II-II, q. 33, a. 4, ad 3). Se c’è un pericolo per la fede, i sudditi sono tenuti a rimproverare i loro prelati, compreso il Papa, anche pubblicamente: «Perciò, a causa del rischio di scandalo nella fede, Paolo, che era infatti soggetto a Pietro, lo rimproverò pubblicamente ” (ibidem ).

La persona e l’ufficio del Papa ha il suo significato nell’essere solo il Vicario di Cristo, uno strumento e non un fine, e come tale questo significato va usato, se non si vuole capovolgere il rapporto tra i mezzi e il fine. È importante sottolinearlo in un momento in cui, soprattutto tra i cattolici più devoti, c’è molta confusione al riguardo. E anche l’obbedienza al Papa o al Vescovo è uno strumento, non un fine.
 
Il Romano Pontefice ha piena e immediata autorità su tutti i fedeli, e non c’è autorità sulla terra a lui superiore, ma non può, né con affermazioni errate e/o ambigue, modificare e indebolire l’integrità della fede cattolica, la costituzione divina della la Chiesa, o la tradizione costante della sacralità e del carattere sacrificale della liturgia della Santa Messa. Se ciò accade, vi è la legittima possibilità e dovere dei vescovi e anche dei fedeli laici non solo di presentare appelli privati ​​e pubblici e proposte di correzioni dottrinali, ma anche di agire nella “disobbedienza” di un ordinamento pontificio che cambia o indebolisce l’integrità della fede, della costituzione divina della Chiesa e della liturgia. Questa è una circostanza molto rara, ma possibile, che non viola, ma conferma, la regola della devozione e dell’obbedienza al Papa che è chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli. Tali preghiere, appelli, proposte di correzioni dottrinali e una cosiddetta “disobbedienza” sono, al contrario, un’espressione di amore per il Sommo Pontefice per aiutarlo a convertirsi dal suo comportamento pericoloso nel trascurare il suo dovere primario di confermare tutta la Chiesa nella fede in modo inequivocabile e vigoroso.

Bisogna anche ricordare quanto insegna il Concilio Vaticano I: «Lo Spirito Santo è stato promesso ai successori di Pietro non perché, mediante la sua rivelazione, facessero conoscere qualche nuova dottrina, ma perché, mediante il suo aiuto, custodissero religiosamente e esponessero fedelmente la rivelazione o deposito della fede trasmessa dagli apostoli» (Concilio Vaticano I, Costituzione dogmatica Pastor aeternus, cap. 4).
 
Da qualche secolo nella vita della Chiesa prevale un positivismo giuridico, unito a una specie di papolatria. Tale atteggiamento tende a ridurre gli ordini esteriori del superiore e la legge a mero strumento nelle mani di coloro che detengono il potere, dimenticando il fondamento metafisico e morale della legge stessa. Da questo punto di vista legalistico, che ormai permea la Chiesa, ciò che l’autorità promulga è sempre giusto.
 
I trattati spirituali tradizionali ci insegnano come obbedire alla Chiesa e al Papa, o al vescovo. Tuttavia, si riferiscono ai tempi di normalità, quando il Papa e i vescovi hanno difeso e protetto valorosamente e senza ambiguità l’integrità della fede e della liturgia. Viviamo ora, ovviamente, nel tempo eccezionale di una crisi globale della fede a tutti i livelli della Chiesa. Un fedele cattolico deve riconoscere l’autorità suprema del Papa e il suo governo universale. Sappiamo però che, nell’esercizio della sua autorità, il Papa può commettere abusi di autorità a danno evidente della fede cattolica e della sacralità della liturgia della Santa Messa, come purtroppo è avvenuto nella storia. Vogliamo obbedire al Papa: tutti i Papi, compreso l’attuale Papa; ma se, nell’insegnamento di qualche Papa, troviamo una contraddizione evidente, la nostra regola di giudizio segue la tradizione bimillenaria della Chiesa, cioè il costante insegnamento dei Papi nel corso dei secoli e dei millenni.

Secondo padre Enrico Zoffoli [qui], i mali peggiori della Chiesa non derivano dalla malizia del mondo, dall’ingerenza o dalla persecuzione dei laici da parte delle altre religioni, ma soprattutto dagli elementi umani che compongono il Corpo Mistico: i laici e il clero. «È la disarmonia prodotta dall’insubordinazione dei laici all’opera del clero e del clero alla volontà di Cristo» ( Potere e obbedienza nella Chiesa, Milano 1996, p. 67):
 
All’autorità di un Papa o di un Vescovo che eccede i limiti della legge divina dell’integrità e della chiarezza della fede cattolica, si deve opporre una ferma resistenza, che può diventare pubblica. Questo è l’eroismo del nostro tempo, la via più grave della santità oggi. Diventare santi significa fare la volontà di Dio; fare la volontà di Dio significa obbedire sempre alla sua legge, in particolare quando ciò è difficile o quando ciò ci pone in conflitto con uomini che, pur in quanto legittimi rappresentanti della sua autorità sulla terra (papa, vescovo), purtroppo diffondono errori o indeboliscono l’integrità e la chiarezza della fede cattolica.
 
Tali momenti sono molto rari nella storia della Chiesa, eppure sono avvenuti, come è evidente agli occhi di tutti, accade anche nel nostro tempo.
 
Molti, nel corso della storia, hanno manifestato comportamenti eroici, resistendo alle leggi ingiuste dell’autorità politica. Ancora maggiore è l’eroismo di coloro che hanno resistito all’imposizione da parte dell’autorità ecclesiastica di dottrine che divergono dalla costante Tradizione della Fede e dalla Liturgia della Chiesa. La resistenza filiale, devota, rispettosa non porta all’allontanamento dalla Chiesa, ma moltiplica l’amore per la Chiesa, per Dio, per la sua Verità, perché Dio è fondamento di ogni autorità e di ogni atto di obbedienza.

A causa dell’amore per il ministero pontificio, dell’onore della Sede Apostolica e della persona del Romano Pontefice alcuni santi, ad esempio santa Brigida di Svezia e santa Caterina da Siena, non hanno esitato a ammonire i Papi, a volte anche in termini un po’ forti, come possiamo vedere santa Brigida riportando le seguenti parole del Signore, rivolte a papa Gregorio XI: «Incominciate a riformare la Chiesa che ho acquistato con il mio stesso sangue, affinché sia ​​riformata e ricondotta spiritualmente al suo stato originario di santità. Se non obbedisci a questa mia volontà, allora puoi essere certo che sarai da me condannato davanti a tutta la mia corte celeste con lo stesso tipo di sentenza e di giustizia spirituale con cui si condanna e punisce un prelato mondano che deve essere spogliato del suo rango. Viene pubblicamente spogliato del suo sacro abito pontificio, sconfitto, e maledetto. Questo è quello che ti farò. Ti manderò lontano dalla gloria del cielo. Tuttavia, Gregorio, figlio mio, ti esorto ancora a convertirti a me con umiltà. Ascolta il mio consiglio” (Libro dell’Apocalisse, 4, 142).
 
Santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, rivolse al papa Gregorio XI il seguente brusco monito, chiedendogli di riformare vigorosamente la Chiesa o, se non lo avesse fatto, di rinunciare al pontificato: «Santissimo e dolcissimo padre, la tua povera indegna figlia Caterina in Cristo dolce Gesù, si raccomanda a te nel suo Preziosissimo Sangue. La verità divina esige che tu esegua giustizia sull’abbondanza di molte iniquità commesse da coloro che sono nutriti e pascolati nel giardino della Santa Chiesa. Poiché Egli ti ha dato autorità e tu l’hai assunta, dovresti usare la tua virtù e potenza; e se non sei disposto ad usarle, sarebbe meglio tu rinunciassi a ciò che hai assunto; sarebbe più onore a Dio e salute alla tua anima”.

Quando coloro che hanno autorità nella Chiesa (Papa, Vescovi), com’è il caso nel nostro tempo, non adempiono fedelmente il loro dovere di custodire e difendere l’integrità e la chiarezza della fede cattolica e della liturgia, Dio chiama i subordinati, sovente i piccoli e semplici della Chiesa, per sopperire ai difetti dei superiori, mediante appelli, proposte di correzione e, con grande forza, mediante sacrifici vicari e preghiere.
 
Durante la profonda crisi della Chiesa del Quattrocento, dove l’alto clero spesso dava cattivo esempio e veniva gravemente meno ai propri doveri pastorali, Nicola cardinale di Cusa (1401-1464) fu profondamente commosso da un sogno che gli mostrava la realtà spirituale del potere dell’offerta di sé, della preghiera e del sacrificio vicario. Vide in sogno la seguente scena: Più di mille suore stavano pregando nella chiesetta. Non erano in ginocchio ma in piedi. Stavano a braccia aperte, i palmi rivolti verso l’alto in un gesto di offerta. Nelle mani di una suora magra, giovane, dall’aspetto infantile, Nicola vide il papa. Si poteva vedere quanto fosse pesante questo carico per lei, ma il suo viso irradiava un bagliore gioioso. Questo atteggiamento dovremmo emulare.
 
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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