Messainlatino, MIL il blog, prima rimosso, ora ripristinato…

AGGIORNAMENTO: ce lo spiega MessainLatino qui:

Questa volta, la notizia siamo noi. Noi, miserrimi redattori di questo umile sito in piedi dal 2008 (sull’onda dell’entusiasmo per il motu proprio Summorum Pontificum di liberalizzazione dell’antica liturgia, nonché dell’indignazione per l’ostruzionismo di molti episcopati alla sua applicazione), abbiamo subìto l’onta della censura e della rimozione: questo blog è rimasto inaccessibile per una dozzina di giorni.

Che cosa è accaduto? Con una semplice email non firmata (vedila qui a fianco) ci è stato comunicato che il blog era stato rimosso per asserita violazione della ‘hate speech policy”.

Le vere ragioni sono ignote. Possiamo solo supporre, sulla base del fatto che nelle settimane immediatamente precedenti singoli post erano stati rimossi (ma poi ripristinati), sempre con la stessa genericissima motivazione, che qualche malevolo lettore (sappiamo di qualcuno che se ne è vantato) ci abbia preso di mira, ‘flaggando’ a ripetizione i nostri contenuti. In violazione del Digital Services Act europeo, Google non ha attuato un sistema per impedire allo stesso soggetto, con un minimo di capacità informatica (tipo saper cancellare i cookies) di reiterare all’infinito tale comportamento. L’intelligenza artificiale di Google, che evidentemente è molto stupida e rudimentale, deve aver reagito alla quantità di segnalazioni rimuovendo tutto; probabilmente ciò avviene automaticamente quando si eccede un certo numero o una certa frequenza nel tempo di segnalazioni per contenuto inappropriato. Sempre in grave violazione della legge europea (e della Costituzione, se riflettiamo che la libertà di manifestazione del pensiero, quando non si commettono reati, è assicurata dal suo art. 21), Google-Blogger non ha dato il minimo preavviso né ha indicato dettagliatamente le ragioni e le espressioni incriminate, e meno ancora ci ha consentito di replicare.

Solo adesso, dopo che abbiamo presentato un ricorso d’urgenza in Tribunale, il sig. Google si è piegato e, nuovamente con una scarna email priva di motivazioni, ha ripristinato tutto il blog. Tutto, quindi incluse le parti in teoria contenenti hate speech, se mai ve ne fossero state, negli oltre 22.000 post presenti in archivio e pubblicati in questi lustri. Ma non ve ne sono: e vi sfidiamo ad indicarci nei commenti dove mai possiamo avere ecceduto nelle espressioni o nella foga dimostrativa, sì da poter incorrere nell’infamante accusa di ‘incitamento all’odio‘ (tale è la traduzione in italiano di hate speech, nelle stesse Linee Guida di Google-Blogger).

Alcuni mesi orsono il Vicepresidente americano Vance è venuto in Europa a farci un’intemerata contro la violazione nel nostro continente della libertà di manifestazione del pensiero. Fervorino tanto sgarbato quanto fondato. Ma vorremmo fargli sapere che la sua nazione, dove ha sede Google, non è evidentemente da meno e la nostra vicenda lo dimostra.

Siamo onorati di avere suscitato tanta eco mediatica e di aver ricevuto innumerevoli attestati di solidarietà. Addirittura la nostra vicenda è divenuta oggetto di due interrogazioni parlamentari: una a Strasburgo, l’altra a Roma (perché la libertà di stampa, in definitiva, interessa tutti). Nel prossimo post daremo atto di tutto questo. Quel che vorremmo fosse chiaro è che, colpendo noi, il sistema ha rivelato che nessuno è al sicuro da questa strisciante e surrettizia censura, la quale, pur in assenza di qualsivoglia reato, è subappaltata ad oligarchi privati senza nome, ai miliardari in felpa della Silicon Valley. Hodie mihi, cras tibi: neppure, chessò, un sito di cucina potrà dirsi al sicuro, il giorno in cui subisse un’alluvione di segnalazioni malevole contro le ricette dell’arrosto da parte di qualche vegano fanatico.

Siamo di nuovo in pista ed abbiamo molte buone battaglie davanti.


COSA E’ ACCADUTO?? a seguire i fatti accaduti:

Cari Amici, si dice che l’unione fa la forza, noi pensiamo ancora di più ad una forza nella carità fraterna contro una grave ingiustizia… Ricordiamo che il blog di MIL sorto nel lontano 2007, non ha mai offeso nessuno!!! Piuttosto è sempre stato un punto di riferimento per i tanti cattolici – e non – a riguardo di una diretta e corretta informazione su quanto accadeva nella Chiesa e, di riflesso, nel mondo a riguardo della sana Dottrina, dei sinodi, delle interviste ad alti prelati, sulle questioni del vero Bene comune e della Dottrina Sociale della Chiesa…

Ricorda che: Il caso di Messainlatino non è una questione interna ai tradizionalisti. È un campanello d’allarme per tutti.

Scrive lo stesso Don Mario Proietti con il quale facciamo proprie le sue riflessioni sui fatti:

Il caso di Messainlatino non è una questione interna ai tradizionalisti. È un campanello d’allarme per tutti. Perché ci dice che non è più il contenuto a essere valutato, ma la reazione che provoca. E che la reazione è sufficiente per eliminare il contenuto. È il trionfo dell’emotivo sul razionale, della pelle sull’anima.” 🤔🥹
esatto Don Mario Proietti!!! il problema è proprio questo ed anche il nostro canale una volta è stato vittima si “segnalazioni” simili…
e tutti i social funzionano così e che, a rispondere alla richiesta di chiarimenti, non troviamo delle persone, ma una macchina che agisce attraverso degli standard da loro prefissati e, di conseguenza, dei contenuti di un testo messo sotto accusa, non interessa nulla… solo se si arriva, per chi può, a mettere in mezzo degli avvocati, forse potrà ottenere una qualche giustizia parlando tra ESSERI UMANI e non tra esseri umani con una macchina predisposta a farti perdere…

Condividiamo ora il messaggio di Don Mario Proietti:

HATE SPEECH: L’INQUISIZIONE ROVESCIATA DEL NOSTRO TEMPO
Messainlatino è stato rimosso. Non per errori dottrinali. Non per incitamento reale alla violenza.
Ma per “hate speech”. Una formula vaga, che ormai basta da sola a zittire ogni voce che non si adegua.
In questo articolo, rifletto su cosa stia diventando oggi la libertà nella Chiesa e nel mondo: non più il luogo del confronto, ma la fragile quiete del pensiero unico.
È ancora possibile dire la verità senza essere accusati di odio? O l’odio è diventato il nuovo nome della verità che fa paura?
Leggi. Rifletti. Condividi. Non per schierarti, ma per pensare.
È accaduto ieri, nel silenzio ovattato dell’estate digitale. Il blog Messainlatino, da anni voce autorevole, anche se non condivisibile in tutte le posizioni assunte, nel panorama cattolico legato alla liturgia tradizionale, è stato rimosso dalla piattaforma Blogger con un comunicato laconico e impersonale. Motivo: violazione della policy contro l’hate speech.
Nient’altro. Nessun esempio concreto. Nessuna possibilità di dialogo. Solo un’etichetta che oggi pesa più di mille argomentazioni. Etichetta che basta da sola a rendere colpevoli senza processo e a condannare senza diritto di replica.
Certo, il termine hate speech ha un significato preciso. Indica il discorso che incita alla violenza o alla discriminazione verso persone o gruppi per motivi legati alla razza, al genere, all’orientamento sessuale, alla religione. Una definizione che, nella sua formulazione originaria, rispondeva all’esigenza giusta di proteggere le minoranze, di impedire derive violente, di favorire una convivenza civile.
Ma col tempo quella definizione si è allargata come una pelle troppo stirata.
È diventata arma. Scudo. Muro. È bastato sostituire il criterio della verità con quello della percezione soggettiva, e tutto si è ribaltato. Se ciò che dico ti urta, allora ti odio. Se ti disturba, allora è violenza. Se non ti conferma, allora ti aggredisce. Così il Vangelo stesso, che da sempre è pietra d’inciampo, può diventare sospetto. Così l’ammonizione evangelica suona come offesa. Così l’invito alla conversione diventa discriminazione. E così, alla fine, ciò che la Chiesa ha sempre insegnato può venire etichettato come intollerante, superato, colpevole.
Chi afferma che l’uomo e la donna sono diversi e complementari, può essere accusato di sessismo.
Chi proclama che la vita va protetta dal concepimento alla morte naturale, può essere accusato di integralismo.
Chi difende la liturgia tradizionale come tesoro della Chiesa, può essere sospettato di ostilità al Concilio.
E chi denuncia, con argomenti teologici e spirituali, le ambiguità di certi documenti sinodali, può essere accusato di odio. Non perché odia. Ma perché non si lascia omologare. Perché non tace. Perché non annuisce.
Ed è proprio questo che colpisce nel caso di Messainlatino: il fatto che non venga contestato un singolo contenuto, ma una linea di pensiero. Una postura. Una fedeltà. Una voce fuori dal coro. Che disturba proprio perché esiste.
E allora ci si interroga.
Se oggi basta esprimere una posizione teologicamente fondata per essere accusati di hate speech, chi sarà il prossimo?
Se anche una mia riflessione sul Sinodo, composta, rispettosa, documentata, può venire segnalata da qualcuno come incitamento all’odio, solo perché non gli piace e non sa come controbattere, allora non siamo più nel campo del confronto, ma nel dominio del sospetto. Siamo entrati in un’epoca in cui il dissenso è equiparato al pericolo. E chi dissente non è più interlocutore, ma bersaglio.
Così l’etichetta di hate speech diventa la via comoda per non ascoltare. Per non rispondere. Per non pensare.
E allora, diciamolo, chi è che odia davvero? Chi propone idee diverse, o chi rifiuta ogni confronto?
C’è un paradosso che fa riflettere. La Chiesa, nei secoli, ha saputo superare la tentazione dell’Inquisizione. Ha compreso che imporre la verità con la forza non serve, che la coscienza non si vince con il potere. E ha scelto, non senza fatica, la via del dialogo.
Ma ora assistiamo a un’inversione inquietante: è il mondo laico a farsi inquisitore. Non brucia più i corpi, ma cancella le parole. Non chiede abiure, ma impone silenzi. E se il silenzio non basta, rimuove. Segnala. Chiude.
Allora sì, siamo di fronte a un nuovo tipo di censura. Non dichiarata, ma reale.
Non istituzionale, ma pervasiva. Che agisce attraverso piattaforme, algoritmi, segnalazioni anonime. E che lascia dietro di sé un vuoto gelido. Il vuoto del pensiero unico.
Il caso di Messainlatino non è una questione interna ai tradizionalisti.
È un campanello d’allarme per tutti. Perché ci dice che non è più il contenuto a essere valutato, ma la reazione che provoca. E che la reazione è sufficiente per eliminare il contenuto. È il trionfo dell’emotivo sul razionale, della pelle sull’anima. Ma la verità, quella vera, non può essere messa ai voti. Non si misura a lacrime. Non si decide per alzata di mano. La verità brucia, ma salva. Ferisce, ma guarisce. Umilia, ma redime. Ed è per questo che il Vangelo sarà sempre, inevitabilmente, segno di contraddizione.
Chi difende la verità con mitezza non odia. Ama. Chi ammonisce con rispetto non giudica. Serve. Chi denuncia il peccato non condanna il peccatore, ma gli tende la mano. È l’odio a deformare.
Ma anche la menzogna può mascherarsi da gentilezza. Anche l’adulazione può uccidere. Anche il silenzio può essere complice.
Lo diceva san Tommaso: odiare il peccato significa amare l’anima del peccatore. E non correggere chi sbaglia, aggiunge la Scrittura, è un atto di disprezzo, non di tolleranza.
Per questo oggi è necessario un discernimento serio. Non basta più dire “odio” per avere ragione. Bisogna chiedersi: qual è l’intenzione? qual è il contenuto? qual è il tono? Solo così si distingue la franchezza dalla violenza, la carità dal cinismo, la testimonianza dall’arroganza. Solo così si riconosce il discepolo dal provocatore. E solo così si protegge davvero ciò che va protetto, senza ridurre tutto al conformismo dei sentimenti.
In definitiva, non si tratta di difendere un blog, ma la libertà di credere, pensare e parlare secondo coscienza. Libertà che oggi viene erosa non da leggi persecutorie, ma da processi invisibili, da codici opachi, da decisioni unilaterali prese in nome della tolleranza. Ma la tolleranza non è il contrario della verità. È la sua umile custodia. E senza verità non c’è libertà, ma solo manipolazione. Un giorno, forse, ci si accorgerà che non era l’odio il problema, ma la paura della verità.

VEDI QUI IL VIDEO DIRETTA con il dott Luigi Casalini

Questionario ai vescovi e messa in latino, Anche il sito web della Conferenza Episcopale Tedesca ammette: Francesco ha mentito


UN ALTRO CASO:

NON TI INFORMANO: TI EDUCANO. IL POTERE SOTTILE DELLA PROPAGANDA SOFISTICATA
di Don Mario Proietti! 16 luglio 2025
Abbiamo già visto come un titolo ben confezionato, anche se ingannevole, possa trasformare una percezione in verità. Ma c’è un passaggio ancora più raffinato e, per certi versi, più pericoloso: quello in cui la propaganda si traveste da cultura. Non più titoli gridati, ma articoli sobri, ben scritti, apparentemente imparziali. Eppure costruiti con uno scopo preciso: non far conoscere, ma far schierare.
È il caso di tante testate “autorevoli”, anche cattoliche. Un esempio recente ha coinvolto Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana. L’8 luglio 2025 è stato pubblicato un articolo sul cosiddetto rapporto Dinah, un documento che denuncia gli abusi sessuali compiuti da membri di Hamas durante l’attacco del 7 ottobre 2023.
Fin qui, nulla da eccepire: si tratta di un contributo giornalistico, come tanti altri, su un tema tragico e delicato.
Il problema è sorto quando quell’articolo è stato trasformato in uno strumento di propaganda governativa.
Il governo israeliano, attraverso l’Israeli Government Advertising Agency, ha acquistato spazi pubblicitari su Google per promuovere in modo massivo proprio quel link, senza autorizzazione della testata.
In pratica, il nome Avvenire è stato usato per dare autorevolezza e risonanza internazionale a una campagna politica mirata, veicolata come contenuto “informativo” ma in realtà parte di una strategia diplomatica.
La direzione del quotidiano ha poi chiarito di non aver autorizzato né ricevuto alcun compenso per quella sponsorizzazione, avvenuta a loro insaputa.
Ma il danno era fatto.
Il lettore, vedendo un articolo su Avvenire promosso su larga scala come fosse una notizia chiave, non poteva sapere di essere davanti a una forma di propaganda indiretta, pensata per suscitare consenso politico e rafforzare una narrazione precisa del conflitto.
Il punto non è qui giudicare i contenuti del rapporto, né assolvere né condannare, ma far emergere la dinamica che lo accompagna: un’informazione formalmente corretta può essere usata per orientare l’opinione pubblica senza che se ne accorga.
Non si offre più al lettore la libertà di farsi un’idea, ma lo si conduce lentamente, silenziosamente, verso una posizione precostituita. Anche chi si informa con attenzione, leggendo articoli ben scritti, può diventare inconsapevole portavoce di una linea politica. Perché non sta più cercando la verità: la sta ricevendo già confezionata, già selezionata, già depurata da ogni dubbio.
Questo vale per Putin trasformato in mostro, per Trump ridotto a caricatura, per Israele assolutizzato in un ruolo salvifico o vittimistico.
Non si tratta di negare fatti o storie vere. Ma di denunciare la costruzione narrativa che si fa senza più onestà intellettuale, usando le stesse tecniche che un tempo attribuivamo solo ai regimi: ripetizione, semplificazione, decontestualizzazione, reazione emotiva.
Questa nuova forma di indottrinamento non ti dice cosa pensare. Ti insegna come pensare. Ti costruisce un orizzonte morale ed emotivo in cui certi giudizi sono già pronti, già approvati, già “buoni”. Il lettore crede di formarsi, ma in realtà viene formato. Con parole dosate, immagini selezionate, silenzi strategici. È la pedagogia del consenso.
Il problema non è solo esterno. Anche dentro la Chiesa si affaccia questo pericolo.
Non si tratta di scegliere una fazione, progressista o tradizionalista, ma di resistere a ogni uso ideologico dell’informazione.
Quando un articolo, anche su una rivista ecclesiale, induce a pensare male di chi non è allineato, o a ridicolizzare una posizione legittima, non è più informazione.
È tentazione. Tentazione di orgoglio intellettuale, di appartenenza ideologica, di rifiuto dell’ascolto.
In tutto questo, la questione più grave è la perdita della libertà interiore.
Ci si illude di essere critici, e invece si è solo reattivi. Si crede di essere imparziali, e si è già schierati. Si pensa di sapere, e invece si è stati addestrati. Non alla verità, ma alla reazione.
È il contrario dello spirito evangelico. Gesù non ha mai imposto una lettura del mondo. Ha offerto segni, parabole, incontri. E ha lasciato all’intelligenza del cuore il compito di discernere. Lo Spirito Santo, che guida alla verità tutta intera (cf. Gv 16,13), non urla nei titoli, non costruisce schieramenti. Ma opera nella coscienza limpida, libera, umile.
Nel tempo delle opinioni obbligate e delle narrazioni pilotate, abbiamo bisogno di Maria. Lei, Vergine del Carmelo, è la Donna che custodisce la verità nel silenzio. È la Madre che non schiera, ma protegge. È la Regina che non domina, ma guida. Il suo sguardo non giudica, ma penetra. E il suo manto, che ci avvolge nello scapolare, è protezione anche contro le menzogne eleganti, quelle che si insinuano come pensiero giusto, ma allontanano dallo Spirito.
Alla scuola di Maria, impariamo a distinguere. A riconoscere il linguaggio della manipolazione. A respingere la semplificazione ideologica. A cercare, nella libertà dei figli di Dio, la sola verità che salva: quella che passa per la croce, che non si impone, che si riceve. Quella che si chiama Gesù.

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