Leone XIV ad Istanbul: c’è un ritorno dell’arianesimo, anche tra gli stessi credenti…

  • Nicea afferma la divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre. In Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia. Questa verità mette costantemente in crisi le nostre rappresentazioni di Dio, quando non corrispondono a quanto Gesù ci ha rivelato, e ci invita a un continuo discernimento critico sulle forme della nostra fede, della nostra preghiera, della vita pastorale e in generale della nostra spiritualità.
  • Ma c’è anche un’altra sfida, che definirei come un “arianesimo di ritorno”, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi. Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso.

Con queste parole Papa Leone ha descritto una sintesi delle urgenze della Cristianità nel mondo odierno e, per riflettere maggiormente su questo primo Viaggio Apostolico del Papa Leone XIV – vedi qui tutti i testi diffidando dei Media che spesso distorcono i contenuti del Messaggio papale – , ci faremo aiutare da alcuni interventi del nostro Don Mario Proietti che vogliamo ringraziare grandemente per un recupero sintetico del percorso storico-teologico e dottrinale, anche del modo in cui dobbiamo imparare a pensare bene della Chiesa, nella Chiesa, ieri, oggi e domani.

NICEA OGGI, FIRENZE IERI. QUANDO L’UNITÀ DIVENTA POSSIBILE E RESTA DIFFICILE. INIZIATO IL VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE.
Il primo viaggio apostolico di Papa Leone XIV a Nicea riporta la Chiesa nel luogo dove la fede venne proclamata con una chiarezza che ancora oggi sostiene il cammino di tutti i cristiani. È naturale che l’entusiasmo prenda il sopravvento.
È più serio però guardare la storia con occhi liberi e con il desiderio di comprenderne i passaggi che parlano veramente al presente.
 
Tra questi passaggi vi è il Concilio di Firenze.
A Firenze, nel 1439, non si celebrarono cerimonie di cortesia. Si affrontarono i nodi più difficili della teologia tra Oriente e Occidente. Si misero sul tavolo i temi che per secoli avevano alimentato sospetti, incomprensioni, lontananze. La dottrina fu esposta con rigore. Le formule furono vagliate una per una. La Tradizione dei Padri fu richiamata con lucidità. Il dialogo non fu un corteo diplomatico, fu un lavoro teologico serio. Anche la figura di Marco di Efeso, spesso ridotta a un simbolo di opposizione, partecipò a un confronto reale, cercando chiarezza più che scontro. Non firmò il decreto di unione e questo contribuì al successivo rifiuto, così come pesò il silenzio dei patriarchi assenti o impediti.
 
Ciò che conta è che Firenze superò le difficoltà dottrinali. Su carta, l’unione era raggiunta. La dottrina cattolica fu compresa e accolta dai vescovi orientali firmatari. Le formulazioni sul Filioque, sul primato di Pietro, sulla purificazione dopo la morte e sulla natura della Chiesa furono presentate nella loro autenticità e accolte secondo la Tradizione comune. È prudente notare che l’accordo su Filioque e primato fu espresso in termini che consentivano letture diverse, sufficienti a permettere la firma ma troppo fragili per sostenere la prassi successiva. Firenze dimostra che, quando si parte dai Padri, l’accordo sulla fede è possibile.
 
Il problema non fu la dottrina. Fu la recezione. Le Chiese orientali non accolsero l’unione. Questa mancata ricezione fu drammaticamente amplificata dalla percezione che l’Imperatore avesse accettato l’unione per necessità politica e non per intima convinzione teologica. Il clero temeva di vedere compromessa la propria identità. Il popolo percepiva il concilio come una resa all’Occidente. I monaci del Monte Athos furono i primi a respingere la firma, non perché la dottrina fosse ritenuta falsa, ma perché la ritenevano il frutto di un cedimento.
E in questo rifiuto si manifesta un sensus fidelium orientale che non può essere ignorato. Non è una prerogativa latina. È la vita della Chiesa intera che, per accogliere una verità, ha bisogno di riconoscerla come parte della propria storia. Senza questa recezione comunitaria, l’unione canonico dottrinale resta incompleta.
 
Firenze rivela la fatica dell’ecumenismo autentico. Le formule possono essere corrette. La fede può essere detta insieme. La Tradizione può essere riconosciuta come comune. L’unità ecclesiale invece esige la guarigione delle memorie, la libertà dai sospetti, la capacità di fidarsi. Non sono le verità teologiche a dividere. Sono le ferite della storia, le identità vissute come fortezze, le paure che si travestono da zelo.
 
Da questo punto di vista, il presente non è molto diverso. Le resistenze che oggi emergono da parte di alcuni ambienti monastici del Monte Athos orientale e occidentale non nascono da un surplus di fedeltà. Nascono da una rigidità che trasforma la custodia della fede in un tribunale permanente. Ogni gesto è giudicato, ogni parola è analizzata, ogni passo verso la comunione è visto come un rischio. Così si finisce per non custodire la verità, ma per irrigidirla.
Si crea un clima in cui nessuno si sente accolto, tutti si sentono sbagliati, la carità viene compressa da un rigore che non salva e che spesso non evangelizza.
Nessuno mette in dubbio che la Chiesa cattolica sia la vera Chiesa.
È una verità che non si può contestare. Firenze però insegna che questa certezza non deve mai trasformarsi in un giudizio che annulla la reale dignità ecclesiale dell’altra parte, che pur vivendo una comunione ferita custodisce sacramenti, preghiera, fede e martirio. Quando la verità viene presentata con purezza, essa sa farsi accogliere. La verità non umilia. La verità non si impone come un trofeo. La verità convince e attira.
 
Il rischio attuale non riguarda la verità, che resta stabile. Il rischio riguarda la carità. Una carità che sembra voler cedere il passo a una ragione intesa come strumento di giudizio più che come luce della fede. Una carità che, se soffocata, impedisce alla verità di brillare. L’inno alla carità di san Paolo ricorda che essa copre tutto, sopporta tutto, spera tutto, perdona tutto. Non nega la verità. Le dà forma. E questa carità non può essere a senso unico. L’unità nasce dalla reciprocità. Non è una resa. È una riconciliazione.
 
Il viaggio di Papa Leone XIV a Nicea ricorda tutto questo. Ricorda che la Chiesa ha una fede che nasce dalle stesse radici. Nicea consegna l’inizio comune. Firenze prova che quell’inizio può essere ritrovato e proclamato insieme. Il presente chiede il coraggio di guarire ciò che nel cuore dell’uomo continua a resistere, non in nome della verità, ma in nome delle ferite.
Quando la verità e la carità avanzeranno insieme, l’unità non sarà più un progetto. Sarà la semplice manifestazione di ciò che Cristo ha voluto per la sua Chiesa.
 
Una domanda impellente:
Padre Mario l’assenza del termine “Filioque” da Credo diminuirebbe la fede cattolica?
Toglierebbe il fondamento della Redenzione?
 
Risposta: il punto non è una parola in sé. La fede cattolica non vive di singoli termini, vive della verità che quei termini custodiscono. Il Filioque non è un’aggiunta decorativa. Esprime che lo Spirito Santo procede dal Padre in quanto principio primo e dal Figlio in quanto generato dal Padre. È il modo con cui la Chiesa latina ha difeso l’unità della Trinità e la divinità del Figlio. Se togli la parola ma conservi il contenuto, la fede resta intatta.
Se togli il contenuto per evitare una parola, allora sì, si indebolisce la fede. La questione non è grammaticale, è teologica. Nessuno potrebbe negare ciò che il Filioque afferma senza toccare il cuore stesso della rivelazione.
Nicea e Firenze ci ricordano che la verità può essere detta anche con linguaggi diversi, purché resti la stessa verità. La sfida ecumenica non è eliminare il Filioque, ma comprendere come confessare insieme la fede dei Padri nella sua integrità.
 

 
CRISTO AL CENTRO E LA DOTTRINA COME VITA: LA SVOLTA DI LEONE XIV TRA NICEA E NEWMAN
Il discorso pronunciato da Papa Leone XIV in Turchia raggiunge una profondità notevole quando affronta il cuore della fede cristiana: la verità su Gesù Cristo e il modo in cui la dottrina cresce nella storia. È un richiamo essenziale in un tempo in cui il volto di Cristo viene spesso interpretato attraverso categorie riduttive o psicologizzanti.
 
Il Papa pone al centro la cristologia. Indica un fenomeno che attraversa la cultura contemporanea e che rischia di introdursi anche nella vita ecclesiale. È la tendenza a presentare Gesù come un maestro sapienziale, come un uomo illuminato o come un profeta che ispira comportamenti morali. Una lettura che riconosce il fascino della sua figura, ma che non ne confessa la divinità.
Questo approccio si ritrova in molte interpretazioni attuali, anche in ambito teologico e mediatico. Alcuni autori, come Vito Mancuso, distinguono il Gesù storico dal Cristo della fede in modo radicale e propongono un cristianesimo centrato su un simbolo, non su una Persona divina. In questa prospettiva, Gesù diventa un esempio di pienezza umana, mentre il Cristo proclamato dagli apostoli appare come un’elaborazione successiva della comunità. Una divisione che svuota la confessione cristiana del suo contenuto essenziale.
 
Anche la divulgazione culturale segue una linea simile. La lettura proposta da divulgatori come Corrado Augias trasforma Gesù in un personaggio storico straordinario che la Chiesa avrebbe progressivamente innalzato alla dignità divina. Una visione che cancella la continuità tra la rivelazione e la proclamazione apostolica e che presenta la divinità di Cristo come un’aggiunta tardiva.
 
Il Papa riconosce in queste tendenze una forma attuale di arianesimo, più sottile e più diffusa dell’antico, perché si ammanta di apparente modernità e utilizza un linguaggio spirituale che piace a molti. L’effetto è chiaro. Gesù continua a essere ammirato, continua a essere evocato come figura di riferimento, però non è più il Figlio consustanziale al Padre. Non è più il Signore che salva, giudica e guida la storia.
La risposta del Papa è precisa e diretta. La fede cristiana si fonda sulla confessione di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Questa è la luce che orienta la Chiesa e che sostiene ogni forma autentica di annuncio e di vita cristiana. Ogni riduzione sentimentale o simbolica rende fragile il Vangelo e priva il credente della sostanza stessa della salvezza.
 
Il discorso prosegue e tocca un altro nodo fondamentale.
Il Papa introduce la questione dello sviluppo della dottrina, richiamando implicitamente l’intuizione di Newman. La dottrina non è un insieme immobile di formule, è un corpo vivo che cresce nel tempo. Le formule si ampliano, si chiariscono, si precisano. La verità rivelata rimane intatta, mentre la Chiesa la comprende con profondità crescente.
Nicea e il Primo Concilio di Costantinopoli mostrano questa dinamica. La proclamazione dell’identità divina del Figlio nel 325 e la definizione del mistero dello Spirito Santo nel 381 rivelano la vitalità del deposito della fede. La dottrina cresce, non cambia. La luce resta una, mentre la sua espressione diventa più ricca.
 
Il Papa chiede di distinguere sempre l’essenza della fede dalle forme storiche che la esprimono. Le forme sono necessarie, preziose e non possono essere ignorate, però non esauriscono la verità che custodiscono. L’essenza appartiene alla rivelazione e rimane invariabile. Riconoscere questa dinamica protegge la Chiesa da due derive opposte. Da un lato l’illusione di mutare il contenuto della fede sotto il nome di sviluppo. Dall’altro la tentazione di fissare ogni parola in una rigidità che impedisce alla dottrina di esprimere la sua ricchezza.
 
Il discorso di Leone XIV restituisce alla Chiesa un orientamento limpido. La fede nasce dalla confessione del Cristo vero Dio e vero uomo e si nutre di una dottrina che cresce nella fedeltà. Questo è il fondamento che sostiene la vita cristiana, la missione e la comunione. È la radice che illumina ogni stagione della storia e che permette al Vangelo di parlare al cuore dell’uomo senza perdere la sua identità.
 
 

PAPA LEONE XIV IN TURCHIA. UN PONTE TRA NICEA E IL PRESENTE DELLA CHIESA

Chi cerca negli interventi pontifici solo le frasi che fanno rumore si trovava già pronto con la penna in mano prima che Papa Leone XIV aprisse bocca ad Ankara. È curioso, perché quando un Papa parla davvero non servono effetti speciali. Il discorso pronunciato al Palazzo Presidenziale ha segnato l’ingresso ufficiale del pontificato sulla scena internazionale e ha definito una linea chiara: la Chiesa si muove con la forza del Vangelo, non con l’attivismo da social network.

La Turchia non è stata scelta per caso. È un luogo che custodisce l’inizio della storia cristiana e ospita il primo Concilio di Nicea. Papa Leone ha ricordato che questa terra lega Asia ed Europa, Oriente e Occidente, ma soprattutto ha sottolineato il suo ruolo interno come ponte fra le sensibilità che compongono un popolo. Non è retorica. Ogni società ha bisogno di questa capacità di mantenere unite le sue differenze e la Turchia lo rappresenta con grande evidenza.

Nel suo intervento il Papa ha toccato il nucleo del problema contemporaneo. Le società sono ferite da polarizzazioni che spingono verso estremi sempre più rumorosi. Chi alza la voce ottiene attenzione e chi semplifica viene applaudito anche quando riduce la complessità a slogan. A questo clima Papa Leone ha contrapposto una visione stabile della convivenza umana. Un popolo cresce quando custodisce la propria pluralità. Non si tratta di un invito generico alla tolleranza, è la radice della civiltà.

Da qui nasce anche la parte del discorso che ha infastidito qualche commentatore frettoloso. Alcuni si aspettavano una condanna pubblica e immediata di ogni ingiustizia subita dai cristiani in terra turca. Il Papa ha scelto un’altra strada. Ha parlato della dignità di ogni figlio di Dio. Ha richiamato il valore della libertà religiosa. Ha ricordato che i cristiani sono parte integrante della società turca. Ha citato Giovanni XXIII e la sua intuizione evangelica secondo cui isolarsi gli uni dagli altri è una logica falsa.

Il Papa ha agito con il metodo che la Chiesa usa da sempre quando si trova davanti a minoranze esposte. Non si espone chi vive in luoghi sicuri e scrive commenti dal divano. Si espone chi vive ogni giorno come piccolo gruppo in una terra complessa. La diplomazia pontificia ha uno stile preciso. Difende, sostiene, incoraggia e protegge senza accendere incendi che ricadrebbero proprio su coloro che si vogliono aiutare.

Papa Leone ha poi presentato un altro passaggio decisivo. La famiglia come primo nucleo di socialità. In una cultura che conosce il senso dei legami e riconosce il valore della donna nella vita civile, il Papa ha visto una risorsa. Non è un caso se ha messo in guardia dalle solitudini prodotte da economie consumistiche che trasformano la fragilità in profitto. La Chiesa non teme di ripetere queste verità. Il legame salva. L’amore coniugale forma. Le relazioni fondano la società.

Il discorso ha avuto un respiro più ampio. Papa Leone ha denunciato le strategie di potere che alimentano conflitti globali. Ha ripreso l’immagine di Papa Francesco che parlava di una guerra mondiale a pezzi. Ha invitato il mondo a cambiare rotta e a recuperare la capacità di collaborare sulle vere sfide: la pace, la lotta alla miseria, la cura della casa comune e l’educazione. La Santa Sede non dispone di eserciti, possiede un’unica forza che è quella spirituale e morale. È con questa forza che intende cooperare con tutte le nazioni per lo sviluppo integrale dell’umanità.

Nel quadro di questo discorso appare evidente quanto siano superficiali certe reazioni che lamentano mancate condanne e assenze di parole forti. Chi dice che un Papa non difende i cristiani perché non usa il tono che si desidera probabilmente non ha familiarità con la responsabilità che si porta addosso quando si parla in una terra dove i cristiani sono pochi e vulnerabili. Pio IX conosceva bene questa responsabilità, proprio come la conosce Papa Leone. Il coraggio non si misura dal volume della voce, si misura dalla capacità di proteggere.

Questo viaggio inaugura un pontificato che ha scelto di parlare con chiarezza e realismo, senza enfasi di superficie. Papa Leone XIII parlò di ponti e civiltà, Giovanni XXIII fece della Turchia una tappa decisiva della sua vita, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI cercarono il dialogo come stile, Papa Francesco invitò a una cultura dell’incontro. Papa Leone XIV riprende tutto questo e lo rilancia con un tono sobrio e diretto.

L’impressione è che il nuovo Papa non voglia conquistare consenso, vuole costruire pace. Non cerca applausi immediati, orienta verso l’essenziale. Non si perde nelle reazioni del momento, indica una direzione che durerà nel tempo. Un ponte che resta stabile mentre tutti urlano da una sponda all’altra.

Ogni ponte richiede manutenzione. La Chiesa ha deciso di iniziare questo lavoro in una terra che conosce l’inizio della sua storia. È un gesto che vale più di molte parole. È un invito silenzioso e forte a ricordare che il cristianesimo non cresce dove ci si chiude, cresce dove si costruisce.


NEL CUORE DELLA CHIESA NASCENTE: IL DISCORSO DI LEONE XIV IN TURCHIA E LA FORZA DI UNA FEDE CHE RINASCE NELLA PICCOLEZZA

Il primo incontro di Papa Leone XIV con i vescovi, i sacerdoti, i consacrati e gli operatori pastorali in Turchia offre un orientamento luminoso per la vita della Chiesa. Il luogo non è un dettaglio, perché questa terra custodisce una storia che accompagna l’intero itinerario della rivelazione. Abramo, dopo la partenza da Ur dei Caldei, raggiunge Haran, città situata nell’attuale sud-est anatolico, nella regione di Şanlıurfa. È da lì che ascolta nuovamente la voce di Dio che lo guida verso la terra promessa. La memoria di questa tappa permette di comprendere la scelta del Papa, che collega le radici della fede a una regione attraversata dal patriarca, dagli apostoli e dai grandi concili.

La Turchia è la terra in cui Antiochia ha ascoltato per la prima volta il nome di “cristiani”, dove Ignazio ha guidato la comunità, dove Paolo ha iniziato i suoi viaggi apostolici e dove, secondo un’antica tradizione, Giovanni ha vissuto e consegnato alla Chiesa l’ultima parola della rivelazione. È una geografia che non appartiene al passato, perché continua a parlare anche oggi alle comunità cristiane che vi abitano.

Il Papa entra in questa storia con uno sguardo limpido e propone la via della piccolezza come criterio per la Chiesa. La Scrittura la indica più volte. È il germoglio che spunta, è il seme che cresce nella terra, è il piccolo resto che custodisce la promessa. La Chiesa trova la sua forza quando vive questa logica evangelica, perché la sua luce non dipende dalla quantità dei suoi membri o dal prestigio delle sue istituzioni. La sorgente della missione è sempre la presenza del Signore che la guida.

Il discorso raggiunge il suo centro teologico nel riferimento ai 1700 anni del Concilio di Nicea. Il Papa lo valorizza come criterio stabile di discernimento. Nicea custodisce l’essenza della fede cristiana, perché proclama la verità su Gesù Cristo, Figlio di Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio. Questa verità è la radice dell’identità cristiana e continua a chiedere vigilanza. In molti ambienti contemporanei, infatti, il rischio di ridurre Cristo a semplice maestro morale o figura storica è sempre presente. Il Papa descrive questa tendenza come un nuovo arianesimo, silenzioso e diffuso, capace di svuotare la fede senza negarla apertamente.

Il richiamo al Primo Concilio di Costantinopoli, convocato nel 381, mostra il respiro vitale della dottrina cristiana. La formulazione del Credo viene approfondita e completata, soprattutto nel rapporto con il mistero dello Spirito Santo. La dottrina cresce come un organismo vivente che custodisce la verità e la rende più chiara. Le formule non imprigionano la fede, la proteggono e la trasmettono. Questa visione, espressa con precisione da Newman, illumina il lavoro della tradizione che sviluppa senza rompere e approfondisce senza mutare il cuore del contenuto.

In questa prospettiva, il Papa guarda alla Chiesa turca con un’attenzione paterna. Le comunità presenti nel Paese sono piccole e preziose. Vivono una condizione simile a quella delle prime generazioni cristiane, radicate nella testimonianza, nella fedeltà e nella discrezione. Il Papa le invita a coltivare una forma di inculturazione che renda la lingua e i gesti del Vangelo vicini alla vita quotidiana della gente. Il Vangelo entra nelle culture con rispetto e pazienza, come accadeva nei secoli dei Padri.

Il Papa ricorda anche la presenza di migranti e rifugiati, offrendo un giudizio sereno che mette al centro la persona e il Vangelo. Il servizio ai più fragili diventa un luogo reale di testimonianza. La Chiesa vive questa dimensione senza ideologie, perché la carità non ha bisogno di proclami, ma di mani che accompagnano e di sguardi che riconoscono.

La conclusione con San Giovanni XXIII è profondamente evocativa. Giovanni guardava i pescatori del Bosforo nella notte e ammirava la loro costanza e la luce delle loro torce. Il Papa propone la stessa immagine come ispirazione per i pastori e i fedeli della Turchia, chiamati a gettare le reti con la stessa fedeltà semplice e operosa.

Il discorso di Leone XIV indica una direzione chiara. Una fede radicata nelle origini, una cristologia luminosa, un riferimento solido al Credo, una dottrina che vive e cresce, una missione che nasce dalla presenza di Cristo più che dalle strutture. È un invito a riscoprire la forza della piccolezza evangelica, che accompagna la Chiesa fin dall’inizio e continua a generare luce anche quando i numeri sembrano minimi. La storia della salvezza nasce così e continua così: un seme, una mano che lo custodisce, una promessa che non viene mai meno.


INCONTRO ECUMENICO DI PREGHIERA
NEI PRESSI DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI DELL’ANTICA BASILICA DI SAN NEOFITO
ove si tenne il Concilio

DISCORSO DEL SANTO PADRE İznik 
Venerdì, 28 novembre 2025
[Multimedia]

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Cari fratelli e sorelle!

In un tempo per molti aspetti drammatico, nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità, il 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi.

Questa domanda interpella in modo particolare i cristiani, che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione (cfr Omelia S. Messa Pro Ecclesia, 9 maggio 2025). Negando la divinità di Cristo, Ario lo ridusse a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione, cosicché il divino e l’umano rimasero irrimediabilmente separati. Ma se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4; cfr S. Ireneo, Adversus haereses, 3, 19; S. Atanasio, De Incarnatione, 54, 3).

Questa confessione di fede cristologica è di fondamentale importanza nel cammino che i cristiani stanno percorrendo verso la piena comunione: essa infatti è condivisa da tutte le Chiese e Comunità cristiane nel mondo, comprese quelle che, per vari motivi, non utilizzano il Credo Niceno-Costantinopolitano nelle loro liturgie. Infatti, la fede «in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli […] della stessa sostanza del Padre» (Credo Niceno) è un legame profondo che unisce già tutti i cristiani. In questo senso, per citare Sant’Agostino, anche in ambito ecumenico possiamo dire che «sebbene noi cristiani siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno» (Esposizione sul Salmo 127).

Partendo dalla consapevolezza che siamo già legati da questo profondo vincolo, attraverso un cammino di adesione sempre più totale alla Parola di Dio rivelata in Gesù Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo, nell’amore reciproco e nel dialogo, siamo tutti invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita. Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo di Gesù Cristo, che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni.

La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze. Il desiderio di piena comunione tra tutti i credenti in Gesù Cristo è sempre accompagnato dalla ricerca di fraternità tra tutti gli esseri umani. Nel Credo Niceno professiamo la nostra fede «in un solo Dio Padre»; tuttavia, non sarebbe possibile invocare Dio come Padre se rifiutassimo di riconoscere come fratelli e sorelle gli altri uomini e donne, anch’essi creati a immagine di Dio (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Dich. Nostra aetate, 5). C’è una fratellanza e sorellanza universale, indipendentemente dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione o dall’opinione. Le religioni, per loro natura, sono depositarie di questa verità e dovrebbero incoraggiare le persone, i gruppi umani e i popoli a riconoscerla e a praticarla (cfr Discorso alla conclusione dell’Incontro di preghiera per la Pace, 28 ottobre 2025). L’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione.

Sono profondamente grato a Sua Santità Bartolomeo, il quale, con grande saggezza e lungimiranza, ha deciso di commemorare insieme il 1700° anniversario del Concilio di Nicea proprio nel luogo in cui fu celebrato; e ringrazio calorosamente i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunioni Cristiane Mondiali che hanno accolto l’invito a partecipare a questo evento. Possa Dio Padre, onnipotente e misericordioso, ascoltare la fervida preghiera che gli rivolgiamo oggi e concedere che questo importante anniversario porti frutti abbondanti di riconciliazione, di unità e di pace.

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IL COMMENTO DI DON MARIO PROIETTI CHE CONDIVIDIAMO

IL RITORNO A NICEA. IL PAPA DICE NO AL CRISTO “INFLUENCER” E RIPORTA LA FEDE AL CENTRO DELL’UNITÀ

Ci sono momenti nella vita della Chiesa in cui le parole non servono per riempire un evento, ma per rimettere le cose al loro posto. Il discorso che Papa Leone XIV ha pronunciato a Nicea, nei pressi degli scavi dell’antica basilica di San Neofito, è uno di quei momenti. Nessuna ricerca dell’applauso. Nessuna frase da slogan. Uno di quei testi che obbligano a ripensare la fede partendo da ciò che la sostiene.

Così, il millesettecentesimo anniversario del Primo Concilio di Nicea diventa, nelle parole del Papa, un tornante decisivo. Non una rievocazione per appassionati di archeologia teologica, ma una chiamata a correggere la deriva più sottile del cristianesimo contemporaneo: la riduzione di Gesù Cristo a figura ispiratrice, guida morale o simbolo di solidarietà. Il Papa parla con chiarezza e ricorda che la battaglia di Nicea è ancora la nostra battaglia. Il nodo è sempre lo stesso: l’identità reale del Salvatore.

Il centro del discorso è la riaffermazione di Cristo come “Dio vero da Dio vero, Luce da Luce”. Il Papa sceglie un linguaggio diretto e intercetta senza giri di parole le deviazioni moderne.

La frase sul rischio di ridurre Cristo a “leader carismatico o superuomo” è il segnale di un problema reale: la tentazione di trasformare Gesù in un semplice maestro di vita. È la versione aggiornata dell’errore ariano, che separa il divino dall’umano e svuota l’Incarnazione del suo significato più profondo. Con Cristo ridotto a figura esemplare, la fede smette di essere partecipazione alla vita di Dio. Non c’è più quella “partecipazione alla natura divina” di cui parla la Seconda Lettera di Pietro. Senza la divinità del Figlio, la redenzione si scioglie come neve.

Il Papa non riduce l’ecumenismo a una diplomazia religiosa. L’unità emerge dalla dogmatica, non dalle emozioni. La fede nicena rimane un vincolo reale tra tutti i cristiani, anche tra coloro che non usano il Credo niceno-costantinopolitano nelle liturgie. Questo è il punto decisivo: l’unità non nasce dal minimo comune denominatore etico, ma dalla verità condivisa sul Verbo consustanziale al Padre.

La citazione di Sant’Agostino, “nell’unico Cristo siamo uno”, illumina il discorso. L’unità non è un progetto da costruire da zero, è un fondamento già presente. Il Papa lo richiama con uno stile lineare che mette a nudo la realtà: dove c’è la stessa fede in Cristo vero Dio e vero uomo, c’è già comunione.

Il Papa allarga l’orizzonte e collega Nicea alla visione cristiana dell’umanità. La dignità umana non si fonda su un sentimento, ma sulla creazione a immagine di Dio. Questo permette di usare un linguaggio di fraternità universale che deriva dalla comune origine nel Creatore. Rimane chiara la differenza tra questa fraternità di ordine creaturale e la fraternità in senso pieno che nasce dalla grazia dell’adozione filiale in Cristo. La filiazione divina è dono soprannaturale, non automatismo naturale, e questa verità illumina l’antropologia cristiana senza attenuarne la portata universale.

Da qui nasce anche il rifiuto netto dell’uso politico della religione. Il Papa indica la via di una pace radicata nella verità della creazione, non in un universalismo dolciastro che annulla le differenze. La fede cristiana genera dialogo, incontro e ricerca della pace. Nessuna fede autentica genera violenza o fanatismo, perché la verità non produce idolatrie.

Il discorso si chiude con due segnali di grande peso. Il primo è la gratitudine al Patriarca Bartolomeo, riconosciuto per l’intuizione di celebrare insieme l’anniversario di Nicea proprio nel luogo del concilio. Un gesto che esprime più di mille protocolli: l’unità cresce attraverso scelte concrete.

Il secondo è la proclamazione del Credo niceno-costantinopolitano nella forma senza Filioque, una forma rispettosa dell’Oriente e profondamente radicata nella tradizione del primo millennio. Questa scelta è già un messaggio: la verità nicena è il cuore dell’unità e l’unità cresce nel rispetto delle differenze storiche.

Il Papa ha parlato chiaro. Niente Cristo ridotto a simbolo etico. Niente fede annacquata per piacere al mondo. La sua piena divinità rimane il fondamento della nostra speranza, dell’unità della Chiesa e della pace tra gli uomini. Nicea non è un ricordo. È il punto da cui ripartire.

IL RITORNO A NICEA. L’ECUMENISMO CHE NASCE DALLA FEDE E NON DAI SENTIMENTI

Una distesa d’acqua che riflette il cielo e custodisce la memoria, quasi un’eco del Lago di Galilea.

Il lago di İznik, che oggi lambisce quelle rovine sommerse, possiede una quiete che richiama l’inizio evangelico. Qui lo sguardo ritrova la stessa trasparenza che avvolgeva la chiamata dei primi discepoli. L’acqua diventa invito a tornare alla sorgente, là dove tutto è cominciato tra reti, barche e parole semplici capaci di cambiare il mondo. La Chiesa, radunata davanti a questo specchio d’acqua, sembra riascoltare lo stesso timbro che risuonò in Galilea: il richiamo all’essenziale.

Nicea, però, non parla solo di Galilea. Parla anche di popoli. Questa città non è stata ponte perché affacciata su un mare aperto. È stata ponte perché posta nel cuore dell’Impero, cerniera naturale tra le regioni greche e l’Asia Minore, tra l’Europa balcanica e l’Oriente siriaco ed egiziano. Qui convergevano le rotte della storia. Qui Roma, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme potevano incrociare i loro passi senza barriere. Nicea era un punto d’incontro reale tra Oriente e Occidente, non per geografia marina ma per geografia della fede. Era il luogo dove le differenze non diventavano scisma, ma dialogo.

In quel punto del Mediterraneo, millesettecento anni fa, i Padri della Chiesa si ritrovarono per custodire l’essenziale. Non per discutere sfumature, ma per difendere l’identità di Cristo quando la fede veniva indebolita da teorie seducenti che rischiavano di svuotare l’Incarnazione. Lì vennero scolpiti i capisaldi del cristianesimo che professiamo ancora oggi. Lì il Verbo consustanziale al Padre fu proclamato come luce che nessun errore ha potuto spegnere.

I secoli che seguirono trasportarono le Chiese in itinerari diversi. Divisioni politiche, scontri tra potenze, incomprensioni dottrinali e ferite storiche generarono correnti parallele, ciascuna con il proprio ritmo e il proprio linguaggio. Due tradizioni che conservavano lo stesso Credo finivano per guardarsi da lontano. Due mondi che avevano condiviso Nicea si trovarono a procedere su strade separate.

Ritrovarsi oggi sulla stessa riva, davanti allo stesso lago, restituisce un’immagine che supera la cronaca. Non è solo memoria. È una possibilità. La spiaggia diventa una soglia che invita a una conversione comune: uscire dalle autoreferenzialità e ritornare all’essenziale. Guardare l’orizzonte significa riconoscere che l’unità non nasce dai progetti umani, ma dalla verità ricevuta insieme. Lì, tra pietre antiche e acqua quieta, si comprende che l’ecumenismo non è un esercizio diplomatico ma un ritorno alle radici.

In questo scenario, il Papa ha parlato di ecumenismo con la sobrietà delle cose vere. Nessuna retorica sentimentale. Nessuna ricerca del consenso immediato. L’unità dei cristiani nasce dalla fede professata. La fede nicena rimane un vincolo reale tra tutte le Chiese, anche tra quelle che non usano il Credo niceno-costantinopolitano nelle liturgie. Il punto è semplice: la comunione non nasce dal minimo comune denominatore etico, ma dalla verità condivisa del Cristo consustanziale al Padre.

Sant’Agostino torna come una fiamma che illumina il cammino. “Nell’unico Cristo siamo uno.” Non è un augurio. È un fatto. L’unità non è un progetto da inventare, è un fondamento da riscoprire. Dove c’è la stessa fede in Cristo vero Dio e vero uomo, lì la comunione è già reale. Il Papa lo ricorda con uno stile essenziale che mette a nudo il cuore della questione: l’ecumenismo non nasce dalla diplomazia religiosa, ma dal riconoscimento dell’unica fede professata da secoli.

Da Nicea riparte quindi una strada. Una strada che non passa attraverso compromessi teologici, ma attraverso il ritorno alla verità che ci ha generati. Qui si comprende che il cristianesimo vive della luce del Verbo eterno che illumina ogni uomo. Qui si intuisce che l’unità non è un sentimento, è un dono da custodire nella verità.

Il Papa ha fatto ciò che era necessario: riportare l’ecumenismo al suo principio. Nessun Cristo ridotto a simbolo morale. Nessuna fede diluita per piacere al mondo. La piena divinità del Figlio rimane il fondamento della nostra speranza, della nostra comunione e della pace tra i popoli.

Nicea non è un ricordo. È un punto di ripartenza.


ULTERIORI AGGIORNAMENTI DELLA VISITA DOPO QUESTA PRIMA GALLERIA DI FOTO….


LA VISITA IN TURCHIA VOLGE AL TERMINE….. e condividiamo le riflessioni di Don Mario Proietti mentre, PER I TESTI DEL PAPA, CLICCRE QUI.

Ci sono scene che vanno guardate non con gli occhi del dibattito, ma con gli occhi della fede. A Istanbul, davanti alla firma della dichiarazione congiunta, ciò che appare è l’immagine dei due fratelli. Pietro e Andrea.
Il successore di Pietro e il successore di quel fratello che condusse Pietro al Signore. L’Ortodossia conserva questa memoria come fondamento del suo Patriarcato, e la Chiesa cattolica riconosce senza esitazione che la loro successione apostolica è reale e valida.
 
Davanti a questo, ogni disputa si ridimensiona. Resta il Mistero. Resta Cristo che non abbandona la sua Chiesa e che, nei giorni più inattesi, fa emergere un’unità più profonda delle divisioni.
La dichiarazione congiunta non finge che le ferite siano già guarite. Indica però tre impegni concreti.
Primo, custodire insieme la fede di Nicea. Questo è totalmente compatibile con la dottrina cattolica, perché non chiede aggiustamenti né compromessi, ma solo di radicarsi nell’unico Credo che professiamo da sempre: il Figlio consustanziale al Padre, la Trinità santa, la Risurrezione del Signore. Qui l’unità non è un sogno, è già realtà.
 
Secondo, continuare il dialogo teologico sui punti che ancora impediscono la piena comunione. Questo è non solo possibile, ma doveroso secondo la Chiesa cattolica. La dottrina non si negozia, si chiarisce. Il primato petrino non è oggetto di baratto, e il dialogo serve proprio a dirlo senza arroganza e senza paura.
 
Terzo, lavorare per una data comune della Pasqua. Anche questo è perfettamente compatibile con la dottrina cattolica. Non tocca il dogma, non altera la liturgia romana, non intacca la fede. È un desiderio pastorale e simbolico che può diventare un segno potente, se sarà il Signore a permetterlo.
Accanto a questi, ci sono due impegni più ampi: testimoniare insieme la pace e rifiutare ogni uso della religione per giustificare violenza. Qui non c’è nulla che contraddica la fede cattolica. È anzi il Vangelo nella sua forma più essenziale.
Messo tutto insieme, questo incontro non è una fusione, non è un’irresponsabile confusione delle Chiese. È un gesto che chiede una lettura più alta della storia. Uno sguardo che sa riconoscere che Cristo guida la sua Chiesa in un eterno presente che dialoga con l’eternità.
È questo lo sguardo che permette di vedere due fratelli che, dopo secoli, si parlano ancora. E di ascoltare, dietro le parole dei loro successori, la promessa del Signore che continua: «Io sono con voi tutti i giorni».
 
 
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L’AVVENTO A ISTANBUL. QUANDO IL PAPA RESTITUISCE ALLA FEDE IL SUO MONTE DI LUCE
La Messa della prima Domenica di Avvento celebrata da Papa Leone XIV a Istanbul non è stata un semplice atto liturgico nel calendario di un viaggio. È stata una chiave di lettura. Ha rimesso l’Avvento alla sua sorgente più pura e, nello stesso tempo, ha dato un respiro teologico e spirituale a tutto ciò che questi giorni hanno rappresentato per la Chiesa.
Il Papa ha aperto riportando il Natale al suo cuore: Cristo «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». È raro che un Pontefice inizi l’Avvento con la voce di Nicea.
 
È un gesto che dice chiaramente che il Natale non è una stagione sentimentale, ma la celebrazione del mistero eterno del Figlio. In una città che custodisce la memoria di Andrea, e dopo l’incontro fraterno con il Patriarca Bartolomeo, questa frase ha avuto il peso di una dichiarazione spirituale: l’unità dei cristiani nasce nel dogma, non nelle emozioni.
 
Il Papa ha poi lasciato che la Liturgia parlasse. Isaia, con il monte del Signore che si innalza sopra gli altri monti, è diventato immagine della Chiesa chiamata a essere luce. Non una luce ostentata, ma quella che nasce dalla santità concreta. San Pietro, condotto da Andrea; Agostino, conquistato da Ambrogio: il Papa ha mostrato che la fede si trasmette sempre per irradiazione, non per propaganda. Il bene è contagioso quando è vero.
 
Ed è qui che la sua parola è diventata una riflessione che riguarda tutti i cristiani, oggi. «Se vogliamo davvero essere di aiuto alle persone che incontriamo, vigiliamo su noi stessi». Non si illumina nessuno se la luce dentro si spegne. Vigilare significa coltivare la fede con la preghiera, nutrirla con i Sacramenti, viverla nella carità concreta, e lasciare indietro ciò che appesantisce l’anima. San Paolo lo dice senza esitazioni: «Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce». È un Avvento che non chiede decorazioni, ma conversione.
 
Il Papa ha poi offerto un’immagine potente: i ponti sul Bosforo.
Tre passaggi che uniscono due continenti. Così devono essere i cristiani, dice: ponti dentro la Chiesa, tra le Chiese cristiane, con i credenti di altre religioni. Ponti che esistono già, ma che hanno bisogno di manutenzione quotidiana, perché la grazia costruisce l’unità, e la nostra libertà può sostenerla o indebolirla. L’unità non si improvvisa. Si custodisce.
Infine, la sua parola si è raccolta nel punto più semplice e più vero: il Signore che attendiamo viene ogni giorno. Bussa alla porta di ciascuno. L’Avvento non è un conto alla rovescia verso il Natale. È una postura del cuore che si tiene desto per riconoscere Cristo nella vita concreta. I santi di questa terra, ha detto il Papa, lo insegnano: la santità è l’unico ponte che non crolla.
Così l’Avvento a Istanbul diventa un invito per tutti noi. Tornare a Nicea per custodire il Natale. Tornare alla vigilanza per custodire la fede. Tornare alla luce per custodire la missione. Il resto passa. Questa è la parte che resta.
 
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NICEA E L’ABBRACCIO DELLE ORIGINI. IL PAPA E IL PATRIARCA SAHAK II NELLA FEDE DEGLI APOSTOLI
Ci sono giorni in cui la storia sembra tornare al punto da cui è partita. Basta un gesto, una parola, un incontro, e all’improvviso il tempo si apre come una finestra che lascia entrare la luce delle origini.
 
Così è stato quando Papa Leone XIV ha varcato, questa mattina, la soglia della cattedrale armena apostolica di Istanbul. In quel momento non si sono incontrati soltanto due pastori, si sono toccate due memorie vive, due linee apostoliche che risalgono ai passi di Bartolomeo e di Taddeo, gli apostoli che, secondo la Tradizione più antica, portarono la fede in Armenia.
 
La loro predicazione non fu un evento secondario del primo secolo. Fu un fuoco acceso ai confini dell’Impero, una scintilla che si diffuse senza clamore e che ancora oggi illumina un popolo che ha attraversato persecuzioni, dispersioni, tragedie e rinascite. Quando la Chiesa armena parla dei suoi fondatori apostolici non rievoca un mito. Custodisce una realtà spirituale che ha dato forma alla sua identità e alla sua liturgia. E quando il Vescovo di Roma entra in quella cattedrale, quel legame diventa un ponte che unisce il presente al primo annuncio.
 
Il Patriarca Sahak II ha accolto il Papa con parole che sembravano respirare la stessa aria dei Padri di Nicea. Una gioia fraterna, un rispetto profondo, una coscienza viva della responsabilità che la fede nicena ci affida. Rivolgendosi a Leone XIV non solo come ospite d’onore ma come fratello e co custode della fede nicena, ha parlato della comunità armena come di un piccolo gregge che vive in una terra complessa, segnato da ferite antiche e da fatiche presenti.
 
Ha ricordato i Papi che nei tempi bui difesero il popolo armeno e ha riconosciuto nella visita di Leone XIV una benedizione per i cristiani di Turchia. In particolare, ha espresso profondo rispetto per il ministero del Vescovo di Roma, successore dell’apostolo Pietro, lodando il papato per aver a lungo servito come bussola morale e per aver difeso la dignità di ogni essere umano. Gli armeni non dimenticano i Papi che alzarono la loro voce nei tempi di sofferenza.
È raro ascoltare un capo di Chiesa orientale esprimersi con questa limpidezza, unendo memoria, gratitudine e speranza senza cercare consensi umani.
Sahak II ha parlato dell’unità come di una esigenza che nasce dal cuore stesso del Vangelo. Ha ricordato che la divisione ferisce il Corpo di Cristo e che il cammino verso la comunione cresce attraverso la preghiera e il dialogo. Ha richiamato con forza il valore di Nicea e ha detto che non fu solo un incontro di vescovi. Fu un punto di svolta spirituale che richiama all’essenzialità della verità e all’universalità della fede in Cristo che supera nazioni, etnie e tempi.
 
Il Papa ha risposto con la sobrietà dei pastori radicati nella Tradizione. Ha ringraziato Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli e per i legami fraterni sempre più stretti tra le due Chiese. Ha ricordato la visita di Catholicos Khoren I nel 1967, primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a incontrare il Vescovo di Roma dopo il Concilio Vaticano II, e la dichiarazione congiunta del 1970 firmata con Vasken I. Ha ricordato il valore delle dichiarazioni comuni e ha reso grazie per la testimonianza del popolo armeno. Ha richiamato con forza l’importanza della Commissione mista per il dialogo teologico.
 
Le sue parole hanno messo in luce un tratto essenziale del suo pontificato. L’unità nasce dalla verità condivisa, cresce attraverso lo scambio dei doni che lo Spirito ha donato alle Chiese e richiede fedeltà al deposito apostolico. Per questo Leone XIV ha auspicato che la Commissione mista internazionale possa riprendere il suo lavoro nella ricerca di un modello di piena comunione insieme naturalmente, citando San Giovanni Paolo II.
In questo incontro non si è respirata nostalgia. Si è vista memoria viva. Nicea non è stata evocata come un anniversario da ricordare. È stata indicata come il luogo spirituale in cui le Chiese possono ritrovarsi. La fede apostolica rimane una forza che plasma la storia e che ancora oggi può ricomporre ciò che i secoli hanno spezzato. Il Papa ha invocato l’esempio di San Nerses IV Shnorhali, grande Catholicos e poeta del XII secolo, che lavorò instancabilmente per l’unità, chiedendo che la sua preghiera sostenga il cammino verso la piena comunione.
 
Per i cristiani di Turchia, piccoli e tenaci, la visita del Papa è stata un balsamo. Per la Chiesa universale un richiamo a ciò che conta davvero. Il Patriarca ha ricordato le difficoltà dei cristiani del Medio Oriente, l’immigrazione e il calo demografico, chiedendo che la voce del Papa sia sostegno per le comunità vulnerabili. Ha richiamato anche l’erosione dei valori morali in Occidente e ha detto che in tali momenti l’unità diventa essenziale.
In un tempo in cui molti si affannano a reinventare la Chiesa secondo criteri mondani, qui si è visto il contrario. Due pastori che non hanno bisogno di inventare nulla perché credono nella forza della Tradizione ricevuta dagli apostoli. La presenza del Papa è stata definita un segno potente che le Chiese si avvicinano come fratelli e non come rivali, poiché l’unità è la volontà di Dio.
Alla fine resta un’immagine semplice e potente. In quella cattedrale dedicata alla Madre di Dio il successore di Pietro e il successore nella linea di Bartolomeo e Taddeo si sono salutati come fratelli. Non come rivali, non come leader di blocchi ecclesiali, ma come custodi di una fede più antica di tutti i nostri conflitti.
La storia ricomincia sempre così. Quando due mani si stringono nel nome di Cristo e quando la voce degli apostoli torna a farsi sentire tra i vivi.
 

 
IL SALUTO DI PAPA LEONE XIV AL FANAR. NICEA DIVENTA PAROLA PRESENTE
C’è qualcosa di sorprendentemente semplice e antico nel modo in cui Papa Leone XIV ha concluso la Divina Liturgia nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio. Non c’erano effetti speciali né formule studiate per il pubblico occidentale. Era il Vescovo di Roma, in mezzo ai Patriarchi d’Oriente, dentro una liturgia che non è sua e che pure riconosce come sorella. Il contesto, più che le parole, ha fatto da primo commento al discorso.
 
Sul volto dei presenti c’era la memoria di questi giorni, segnati dal pellegrinaggio a Nicea. Non come visita archeologica. Siamo nel ritorno a un’origine. Il Papa e i Patriarchi hanno pregato insieme dove i Padri del 325 hanno difeso la fede in Cristo consustanziale al Padre. E quella difesa è diventata il punto di partenza di qualunque discorso sull’unità. Ora, a Istanbul, il Papa ha voluto chiudere quel percorso con un gesto da pastore: un saluto che raccoglie ciò che Nicea significa nell’oggi.
 
Il contesto dice più di mille analisi: Roma e Costantinopoli erano di nuovo faccia a faccia, non per rievocare antiche glorie, ma per riconoscere che, nonostante mille ferite, il cuore è rimasto comune. Il luogo stesso, la chiesa patriarcale, con la presenza del Santo Sinodo e la festa di Sant’Andrea, incarnava questa verità: le radici dell’Oriente non si comprendono senza l’Occidente, e l’Occidente non si comprende senza l’Oriente. È in mezzo a questa cornice che il Papa ha parlato. E lo ha fatto con una parola chiave: consapevolezza.
 
Il Papa non ha detto che la comunione è già perfetta. Non ha detto che le divergenze sono finite. Non ha detto che bastano sorrisi e abbracci per cancellare secoli di distanza. Ha detto qualcosa di più serio: la fede nicena ci unisce in una comunione reale.
È l’affermazione più forte del discorso, ed è anche la più sobria. Non è diplomazia. Non è poesia. È dogmatica pura, espressa con calma.
Chi professa il Credo niceno-costantinopolitano sta dentro la stessa radice. Questa radice è Cristo, non un’autorità politica né un’identità culturale. Ed è da questa radice che il Papa legge le parole di Paolo VI e Atenagora: la memoria delle scomuniche andava sanata, perché non poteva oscurare una fede che nessun millennio ha mai cancellato.
 
Il saluto di Leone XIV si muove così: prima riconosce ciò che già ci unisce, poi guarda a ciò che ancora manca, senza falsificare né una né l’altra cosa.
Il passaggio più delicato è quello sulla missione del Papa. Non ha parlato di primato in termini polemici. Non ha detto “dovete riconoscere il nostro ruolo”. Ha detto: il mio compito è custodire la comunione di tutti.
Questa frase pesa più di qualunque formula giuridica.
Perché mostra il primato nella forma del servizio, non nella forma del dominio. È il linguaggio del primo millennio, non quello delle controversie successive.
E qui il Papa non sta cercando consensi. Sta dicendo che l’unità non è una concessione dell’Occidente né un ritorno nostalgico all’impero cristiano. È un dono ricevuto, da custodire, secondo la responsabilità propria di ciascuno nella Chiesa.
 
Il Papa ha toccato tre temi che molti leggeranno male: pace, creato, tecnologia. Ogni volta che un Papa ne parla, qualcuno pensa alla politica. Qui, invece, sono frutti della fede. Chi vive la stessa fede in Cristo non può non lavorare insieme su quegli ambiti dove l’uomo soffre e il creato geme. È un discorso che nasce dall’Incarnazione: Dio non è venuto ad abitare un’idea. Lui abita il mondo concreto. È in questo mondo che i cristiani, divisi o no, portano un compito comune.
La pace, dice il Papa, si costruisce con le scelte, però nasce dalla preghiera. La cura del creato è conversione, non ideologia. La tecnologia è un dono da ordinare al bene, non un idolo da subire. Questi punti non sono compromessi. Sono conseguenze.
 
Il Papa ha concluso invocando Andrea e Pietro. Non come simboli. Pietro e Andrea sono due fratelli veri, due testimoni della stessa fede, due colonne che non smettono di parlare.
Qui c’è il passaggio più alto del discorso: il Papa non chiude guardando a Roma, né guardando a Costantinopoli. Guarda a due fratelli, due apostoli, due martiri. Il principio dell’unità non è in una sede, piuttosto va guardato nella fede che loro hanno confessato. È un’unità che chiede tempo, responsabilità e verità. Non è un’utopia. Non è un progetto politico. È ciò che Cristo ha pregato e che la Chiesa continua a cercare.
Il saluto del Papa al Fanar non è stato un epilogo. È stato il completamento di un ritorno alle sorgenti. Nicea ha ricordato chi è Cristo. Il Fanar ha ricordato chi siamo noi. Cristiani separati da mille vicende, eppure già fratelli nella fede che professiamo.
Se questo viaggio avrà un futuro, non nascerà da iniziative mediatiche. L’unità nascerà da questa consapevolezza semplice e antica, perchè l’unità non si inventa, si riconosce e si costruisce nella verità.
 
 

DISCORSO DEL SANTO PADRE
AL TERMINE DELLA DIVINA LITURGIA

Chiesa Patriarcale di San Giorgio (Istanbul)
Domenica, 30 novembre 2025

[Multimedia]

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Santità, amato fratello in Cristo,
Beatitudini,
Cari Fratelli nell’Episcopato,
Membri del Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico,
Cari fratelli e sorelle!

Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’Apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa. Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle. Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali.

Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa. Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico.

Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione.

A tal proposito, desidero esprimere la gratitudine dell’intera Chiesa cattolica e il profondo ringraziamento personale per il continuo sostegno di Sua Santità e del Patriarcato ecumenico al lavoro della Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Vi chiedo di continuare a compiere ogni sforzo affinché tutte le Chiese ortodosse autocefale tornino a partecipare attivamente a tale impegno. Da parte mia, desidero confermare che, in continuità con quanto insegnato dal Concilio Vaticano II e dai miei predecessori, perseguire la piena comunione tra tutti coloro che sono battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, nel rispetto delle legittime differenze, è una delle priorità della Chiesa cattolica e in modo particolare del mio Ministero di Vescovo di Roma, il cui ruolo specifico a livello di Chiesa universale consiste nell’essere al servizio di tutti per costruire e preservare la comunione e l’unità.

Per rimanere fedeli alla volontà del Signore di prenderci cura non solo dei nostri fratelli e sorelle nella fede, ma di tutta l’umanità e dell’intero creato, le nostre Chiese sono chiamate a rispondere insieme agli appelli che lo Spirito Santo rivolge loro oggi. Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace.

Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato.

Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati.

Nel rispondere a queste sfide, sono fiducioso che tutti i cristiani, i membri di altre tradizioni religiose e molte donne e uomini di buona volontà possano cooperare in armonia e lavorare al bene comune.

Santità, con questi pensieri nel cuore, porgo a Lei e ai fratelli e alle sorelle che oggi celebrano la festa del Santo Patrono i miei più fervidi auguri di ogni bene, di salute e serenità. Desidero ringraziarVi sinceramente per la calorosa e fraterna accoglienza che mi avete riservato in questi giorni. Per questo, invocando l’intercessione dell’Apostolo Andrea e di suo fratello, l’Apostolo Pietro, di San Giorgio Megalomartire a cui è dedicata questa Chiesa, dei Santi Padri del Primo Concilio di Nicea, dei numerosi Santi Pastori di questa antica e gloriosa Chiesa di Costantinopoli, chiedo a Dio Padre misericordioso di benedire abbondantemente tutti i presenti.

Hrònia Pollà, Ad multos annos!


LE CONCLUSIONI di questo viaggio Apostolico storico

L’EQUILIBRIO ISTITUZIONALE. LO STILE DI LEONE XIV E LA FORZA DELLA DOTTRINA.
Cari amici, prima di chiudere questa giornata desidero condividere alcune risonanze che porto nel cuore dopo il viaggio apostolico del Papa in Turchia e la celebrazione dei 1700 anni di Nicea. È una riflessione semplice, nata dall’ascolto e dall’osservazione di questi giorni, senza pretendere di dire l’ultima parola sulla storia.
 
Sono state giornate intense quelle vissute durante il viaggio apostolico del Papa in Turchia. Lo abbiamo accompagnato come si segue un pellegrino che torna alle sorgenti, sulle orme di Nicea. Il Papa non ha assunto il volto del mendicante di unità, ha camminato con la sobrietà di Pietro, che non contratta la verità e non costruisce equilibri fragili. Questo si è visto con chiarezza nell’incontro con il Patriarca, quando ha richiamato il compito ricevuto dal Signore di confermare i fratelli nella fede e custodire la comunione dell’unica Chiesa di Cristo.
 
Ripercorrere queste giornate aiuta a cogliere il filo che le unisce. Il Papa ha visitato comunità antiche, ha ricordato la fede professata a Nicea e ha invitato a ritrovare in quella confessione del Figlio, vero Dio da vero Dio, la base oggettiva di ogni incontro. Ha parlato con tono sobrio, senza cercare effetti, senza generare equivoci e senza indulgere in gesti simbolici che in passato avrebbero attirato interpretazioni contrastanti. Anche la scelta di non sostare in preghiera nelle moschee ha mostrato uno stile istituzionale composto, capace di rispetto senza confusione.
 
Dentro questo quadro è emerso un fatto che merita attenzione. I monaci del Monte Athos occidentale, solitamente pronti a cercare il pelo nell’uovo in ogni gesto ecumenico, sono rimasti in silenzio. Nessuna indignazione, nessuna allusione a cedimenti, nessuna grida di modernismo. Una calma insolita per chi, di solito, fiuta un presunto inciampo dottrinale con la rapidità di un segugio. In compenso, tra i commenti ai miei post, si sono affacciate reazioni contrariate da parte di alcuni monaci del Monte Athos orientale, scandalizzati dalla cordialità mostrata dal loro Patriarca nei confronti del Papa. È un rovesciamento curioso che aiuta a leggere lo stile di Leone XIV.
 
Si è percepita una maggiore chiarezza dottrinale, una compostezza istituzionale più definita, una prassi ecumenica che privilegia la fedeltà alla fede apostolica rispetto al sentimentalismo. È una linea che richiama da vicino l’insegnamento di Pio XI in Mortalium animos del 1928.
In quel testo, il Pontefice tracciava i criteri dell’autentica ricerca dell’unità: la Chiesa non nasce da accordi tra gruppi separati, la comunione si riconosce nella fedeltà al deposito ricevuto, la verità di Cristo non si diluisce per ottenere consenso e ogni desiderio sincero di unità merita rispetto proprio perché viene orientato verso la casa comune, custodita dal successore di Pietro. Pio XI parlava con un linguaggio asciutto e limpido, destinato a rimanere un punto fermo. La visita del Papa in Turchia si colloca idealmente su questa stessa linea.
 
Oggi, in un mondo che ha ridotto le distanze e ha avvicinato popoli e culture come mai prima, questo stile acquista nuovo valore. L’incontro non si costruisce con immagini ad effetto, ma con la solidità della dottrina e la serenità di un’autorità che non ha bisogno di difendersi attraverso gesti sorprendenti. Quando un Papa ripropone Nicea nella sua semplicità originaria, quando parla di Cristo come lo confessiamo da secoli, quando ricorda il ruolo di Pietro nella custodia della verità, l’unità non appare un sogno ma una possibilità reale, radicata nell’opera dello Spirito e non nelle emozioni del momento.
Così, a conclusione delle celebrazioni di Nicea, rimane un passo compiuto senza clamore, una parola chiara, una visita che ha parlato più attraverso la stabilità della tradizione che attraverso le cronache. Il silenzio di molti è sembrato più eloquente di qualsiasi commento. Quando la Chiesa rimette al centro l’essenziale, tutto il resto perde forza da sé.
 

 
Grazie mille per le sue riflessioni che condivido totalmente Don Mario Proietti e per le quali ringrazio sempre, ricordandola nel Rosario, per l’aiuto che mi (e ci) offre 🙂 
Ridendo e scherzando nel suo post precedente ho azzardato a dire: LEONE RUGGISCE, ma come Dio comanda 😉 ha ruggito il Successore dell’Apostolo Pietro, ma con carità, la verità con carità…
il Papa non è un “castigamatti”… l’unità non la puoi imporre e cercarla nella carità non significa diluire la Verità… questo è il nocciolo di una sintesi che porterò nel cuore di questi giorni… con immensa gratitudine nel cuore per altro della Novena all’Immacolata e all’inizio di questo Avvento davvero storico… Nicea, Costantinopoli non sono il passato, ma è un presente che ci accompagna come Tradizione vuole, davvero… Grazie di cuore.
 
 
 
 
PICCOLA GALLERIA FOTOGRAFICA a conclusione di questo viaggio
 
 

Una stola unica, donata dal Patriarca Bartolomeo a Papa Leone XIV per i 1700 anni di Nicea: seta pregiata, 605 gemme, dittici dipinti a mano e il versetto “veritatem facientes in caritate”. Un segno forte di fraternità tra Roma e Costantinopoli.

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