Leone XIV: “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9) La Chiesa in Libano

  • “Il passaggio tra Nicea e Beirut non è casuale. Leone XIV è sceso dalla città del Credo per entrare nella terra dove quel Credo viene messo alla prova ogni giorno.” (VEDI QUI il Viaggio a Nicea)

Con queste parole di Don Mario Proietti, proseguiamo anche noi e con lui questo storico Viaggio Apostolico, attraverso le sue riflessioni e, ricordando che QUI troverete tutti i testi ufficiali di Papa Leone XIV in questo viaggio e che qui cercheremo di riflettere e ben pensare.

Vogliamo anche sottolineare che Papa Leone è stato, oggi, il primo Papa a visitare le sacre spoglie di San Charbel, un santo fortissimo la cui devozione è diffusa in tutto il mondo ed è, per altro, un seme di unità all’interno del Libano…

«Che cosa ci insegna oggi San Charbel? Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero?». Con questa domanda Papa Leone XIV ha aperto la sua visita al monastero di San Maroun ad Annaya, in Libano, sostando in preghiera davanti alla tomba del grande eremita maronita.

Il Pontefice ha delineato la forza attuale della sua figura, sintetizzandola così: «Vorrei riassumerla così: lo Spirito Santo lo ha plasmato, perché a chi vive senza Dio insegnasse la preghieraa chi vive nel rumore insegnasse il silenzioa chi vive per apparire insegnasse la modestiaa chi cerca le ricchezze insegnasse la povertà». Una testimonianza controcorrente, ha osservato, capace tuttavia di attrarre «come l’acqua fresca e pura per chi cammina in un deserto». E un richiamo particolare anche per vescovi e ministri ordinati, perché «la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani».

RICORDA:

La Rosa d’oro e i Pontefici

Leone XIV dona la Rosa d’Oro a Maria per il Giubileo Mariano

Su una delle colline più suggestive del Libano, sorge il Monastero di San Maroun, dell’Ordine Maronita Libanese, a ovest del villaggio di Ehmej e a sud del villaggio di Mechmech, a un’altitudine di 1.200 metri.
Il primo edificio del monastero fu completato nel 1828, anno della nascita di San Charbel, che scelse l’eremo come sua dimora per raggiungere poi i confini di tanti cuori.
L’eremo dei Santi Pietro e Paolo fu costruito a 150 metri dal monastero, e successivamente annesso dall’Ordine. Dopo la
beatificazione di Charbel Makluf, il 5 dicembre 1965, alla vigilia della chiusura del
Concilio Vaticano II, l’Ordine intraprese la costruzione di una nuova chiesa, progettata
per accogliere la folla di fedeli che giungeva ad Annaya.
La consacrazione della nuova chiesa, intitolata a San Charbel e situata a ovest del monastero, ebbe luogo nel 1974.
Ancora oggi, l’Ordine continua a effettuare lavori di ristrutturazione, sia all’interno sia
all’esterno del monastero, per soddisfare le esigenze spirituali e materiali dei pellegrini.
Ha anche istituito un museo privato che ospita gli oggetti sacri del Santo e che Papa Leone ha voluto visitare. Ogni anno, migliaia di pellegrini compiono un pellegrinaggio alla tomba di San Charbel Makluf,
canonizzato da Paolo VI nel 1977.
 
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ECCO ora alcune riflessioni di Don Mario Proietti che facciamo nostre e per le quali ringraziamo.
 
LIBANO 2025. NICEA CHE SCENDE A BEIRUT. IL PRESIDENTE, IL PAPA E LA TERRA DOVE LA PACE È UNA VOCAZIONE
Il Papa, lasciata la Turchia dopo le celebrazioni per il 1700º anniversario di Nicea, è arrivato in Libano per la seconda tappa del suo viaggio sulla rotta della pace. La Santa Sede ha spiegato che questa visita vuole portare sostegno a un Paese provato, consolidare la presenza cristiana, incoraggiare la convivenza tra comunità diverse e rilanciare la vocazione del Libano a essere un “messaggio” di pace per l’intero Medio Oriente.
 
L’incontro con il Presidente e con le autorità ha mostrato subito il cuore del viaggio. Da un lato la voce di un popolo che chiede speranza e riconciliazione, dall’altro la risposta del Papa che richiama alla responsabilità, al dialogo e alla dignità di ogni persona. È in questo intreccio che l’intera visita trova il suo senso. Per comprendere la profondità di ciò che è accaduto a Beirut, conviene riascoltare i due discorsi pronunciati, diversi nello stile e complementari nel contenuto.
 
Il Libano è uno di quei luoghi che non hanno bisogno di essere difesi da slogan o statistiche. Basta ascoltare le parole di chi ci vive per capire che questa piccola porzione di terra è ancora una soglia biblica dentro un mondo che cambia a velocità insensata. Lo si è visto quando il Presidente della Repubblica ha accolto Papa Leone XIV con un discorso che non apparteneva al linguaggio delle diplomazie, ma a quello della memoria profonda.
 
Ha evocato il Libano delle Scritture, il Libano delle montagne del Cantico dei Cantici, il Libano della donna cananea che ottenne la guarigione della figlia da Gesù, il Libano consacrato alla Vergine Maria che qui è venerata da cristiani e musulmani. E ha ricordato che questo Paese non è un laboratorio teorico, è una realtà fragile e irripetibile. Per secoli ha tentato ciò che altrove è fallito: far convivere fedi diverse senza trasformare la differenza in guerra.
 
Nel suo discorso si è alzata una frase che pesa più di ogni editorialista: il Libano vive solo se vivono insieme i cristiani e i musulmani. La scomparsa degli uni o degli altri spezza la formula stessa del Paese. È la convinzione che attraversa tutta la loro storia recente. Ed è per questo che il Presidente ha parlato del Libano come della “terra della libertà e della dignità per ogni persona”, l’unico luogo al mondo dove la pluralità non è tollerata, ma costitutiva.
 
Papa Leone XIV è entrato in questa narrazione senza forzarla e senza appiattirla. Non ha risposto con la retorica dei protocolli. Ha scelto una sola frase del Vangelo per leggere la storia: “Beati gli operatori di pace.” Non ha parlato di pace come tregua, né come attesa passiva. L’ha presentata come una vocazione che richiede coraggio, memoria, sacrificio, riconciliazione.
 
Ha riconosciuto il dolore di un Paese ferito da crisi economiche, instabilità politica, conflitti regionali, emigrazione forzata. E dentro quel dolore ha visto qualcosa che il mondo spesso dimentica: la resilienza del popolo libanese, la sua tenacia, la sua capacità di ricominciare quando tutto sembra perduto. Leone XIV ha invitato i responsabili politici a non separarsi mai dalla propria gente, a non distaccarsi dal loro respiro, a restare dentro la carne viva del Paese.
 
Ha denunciato in modo sobrio e diretto quel senso di impotenza che spesso diventa il vero nemico della pace, quando sembra che le decisioni vengano prese da pochi e pagate da molti. E ha indicato una strada spirituale e sociale insieme: la riconciliazione come metodo, non come risultato temporaneo.
Colpisce la forza con cui ha difeso la dignità di chi rimane nel Paese nonostante tutto, senza giudicare chi è costretto ad andarsene. Ha ricordato che la patria non è un’ideologia, è un’appartenenza concreta, fatta di legami, di memorie, di luoghi che continuano a plasmare le persone anche quando sono lontane. E ha dato un ruolo decisivo alle donne e ai giovani, considerandoli architetti naturali di una pace duratura. La pace non nasce dai tavoli dei potenti, nasce dal lavoro capillare di chi costruisce relazioni, di chi custodisce la vita, di chi inventa modi nuovi di ricominciare.
 
In un certo senso, questi due discorsi parlavano dello stesso mistero da due prospettive diverse. Il Presidente ha descritto il Libano come una missione storica. Il Papa ha mostrato il Libano come un cammino evangelico. E nella convergenza dei due sguardi è comparsa una verità semplice: se il Libano cade, si incrina l’idea stessa che le religioni possano convivere senza annullarsi. Se il Libano regge, il Medio Oriente continua ad avere una speranza credibile di pace.
 
Il passaggio tra Nicea e Beirut non è casuale. Leone XIV è sceso dalla città del Credo per entrare nella terra dove quel Credo viene messo alla prova ogni giorno. È come se il Papa avesse detto che la fede non si custodisce nelle biblioteche, ma nei luoghi dove la vita brucia davvero. Il Libano è uno di questi luoghi. E la Chiesa, passando da lì, non visita solo un Paese. Visita un simbolo. Visita un confine che ha ancora il coraggio di tentare l’impossibile.
 
In fondo, è questo il messaggio che arriva da Beirut: la pace non è una parentesi, è una vocazione. Il Libano la porta nel sangue e la Chiesa la riconosce come un dono affidato a tutti. Se questa terra continua a vivere, lo farà perché avrà scelto ancora una volta di credere che la convivenza non è una debolezza, è una forza. E che la riconciliazione non è un miraggio, è un cammino da percorrere insieme.
Chi ha orecchi per capire la storia, oggi ha sentito qualcosa di grande.
 
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LEONE RUGGISCE, ma come Dio comanda 😉 ha ruggito il Successore dell’Apostolo Pietro, ma con carità, la verità con carità… il Papa non è un “castigamatti”… l’unità non la puoi imporre e cercarla nella carità non significa diluire la Verità…
 
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L’EQUILIBRIO ISTITUZIONALE. LO STILE DI LEONE XIV E LA FORZA DELLA DOTTRINA.
Cari amici, prima di chiudere questa giornata desidero condividere alcune risonanze che porto nel cuore dopo il viaggio apostolico del Papa in Turchia e la celebrazione dei 1700 anni di Nicea. È una riflessione semplice, nata dall’ascolto e dall’osservazione di questi giorni, senza pretendere di dire l’ultima parola sulla storia.
Sono state giornate intense quelle vissute durante il viaggio apostolico del Papa in Turchia. Lo abbiamo accompagnato come si segue un pellegrino che torna alle sorgenti, sulle orme di Nicea. Il Papa non ha assunto il volto del mendicante di unità, ha camminato con la sobrietà di Pietro, che non contratta la verità e non costruisce equilibri fragili. Questo si è visto con chiarezza nell’incontro con il Patriarca, quando ha richiamato il compito ricevuto dal Signore di confermare i fratelli nella fede e custodire la comunione dell’unica Chiesa di Cristo.
 
Ripercorrere queste giornate aiuta a cogliere il filo che le unisce. Il Papa ha visitato comunità antiche, ha ricordato la fede professata a Nicea e ha invitato a ritrovare in quella confessione del Figlio, vero Dio da vero Dio, la base oggettiva di ogni incontro. Ha parlato con tono sobrio, senza cercare effetti, senza generare equivoci e senza indulgere in gesti simbolici che in passato avrebbero attirato interpretazioni contrastanti. Anche la scelta di non sostare in preghiera nelle moschee ha mostrato uno stile istituzionale composto, capace di rispetto senza confusione.
 
Dentro questo quadro è emerso un fatto che merita attenzione. I monaci del Monte Athos occidentale, solitamente pronti a cercare il pelo nell’uovo in ogni gesto ecumenico, sono rimasti in silenzio. Nessuna indignazione, nessuna allusione a cedimenti, nessuna grida di modernismo. Una calma insolita per chi, di solito, fiuta un presunto inciampo dottrinale con la rapidità di un segugio. In compenso, tra i commenti ai miei post, si sono affacciate reazioni contrariate da parte di alcuni monaci del Monte Athos orientale, scandalizzati dalla cordialità mostrata dal loro Patriarca nei confronti del Papa. È un rovesciamento curioso che aiuta a leggere lo stile di Leone XIV.
 
Si è percepita una maggiore chiarezza dottrinale, una compostezza istituzionale più definita, una prassi ecumenica che privilegia la fedeltà alla fede apostolica rispetto al sentimentalismo.
È una linea che richiama da vicino l’insegnamento di Pio XI in Mortalium animos del 1928. In quel testo, il Pontefice tracciava i criteri dell’autentica ricerca dell’unità: la Chiesa non nasce da accordi tra gruppi separati, la comunione si riconosce nella fedeltà al deposito ricevuto, la verità di Cristo non si diluisce per ottenere consenso e ogni desiderio sincero di unità merita rispetto proprio perché viene orientato verso la casa comune, custodita dal successore di Pietro. Pio XI parlava con un linguaggio asciutto e limpido, destinato a rimanere un punto fermo. La visita del Papa in Turchia si colloca idealmente su questa stessa linea.
 
Oggi, in un mondo che ha ridotto le distanze e ha avvicinato popoli e culture come mai prima, questo stile acquista nuovo valore. L’incontro non si costruisce con immagini ad effetto, ma con la solidità della dottrina e la serenità di un’autorità che non ha bisogno di difendersi attraverso gesti sorprendenti. Quando un Papa ripropone Nicea nella sua semplicità originaria, quando parla di Cristo come lo confessiamo da secoli, quando ricorda il ruolo di Pietro nella custodia della verità, l’unità non appare un sogno ma una possibilità reale, radicata nell’opera dello Spirito e non nelle emozioni del momento.
Così, a conclusione delle celebrazioni di Nicea, rimane un passo compiuto senza clamore, una parola chiara, una visita che ha parlato più attraverso la stabilità della tradizione che attraverso le cronache. Il silenzio di molti è sembrato più eloquente di qualsiasi commento.
Quando la Chiesa rimette al centro l’essenziale, tutto il resto perde forza da sé.
 

 
CHARBEL E IL PAPA: IL LIBANO COME LUOGO DOVE LA FEDE SI FA LUCE
La scena è cambiata in poche ore. Ieri il Papa pregava nel cuore della Turchia, oggi inizia la giornata inginocchiato davanti alla tomba di san Charbel, nel silenzio di Annaya, dove la pietà libanese diventa carne, storia, miracolo quotidiano.
 
L’accoglienza del superiore maronita ha il sapore delle montagne del Libano. Ogni parola gronda memoria, gratitudine, teologia. Dal Prologo di Giovanni, “grâce sur grâce”, fino al ricordo del 1925, quando un superiore maronita presentò al Papa la causa di Charbel. Oggi, esattamente un secolo dopo, un successore di Pietro si ferma nello stesso luogo. La storia a volte sembra una liturgia che ritorna, senza effetto speciale, semplicemente fede.
 
Il Papa risponde con uno stile completamente diverso, più sobrio, più essenziale. Ed è proprio questa differenza che fa risaltare la sostanza. Leone XIV non presenta Charbel come il taumaturgo da cartolina, lo mostra come un maestro di ciò che il nostro mondo rifiuta: preghiera, silenzio, modestia, povertà. Quattro parole che tagliano come pietra viva e che parlano a una Chiesa spesso distratta dal superfluo.
C’è un passaggio che pesa più di altri. Quando il Papa ricorda ai ministri ordinati “le esigenze evangeliche della vocazione”, si respira una limpida chiamata alla coerenza. San Charbel diventa una correzione fraterna per tutti, senza accuse, senza rumore, soltanto verità.
 
La forza dell’intercessione del santo è descritta con equilibrio. Non c’è magia, non c’è folklore, solo quella misericordia che Dio riversa su chi si affida. Il flusso di pellegrini che ogni mese sale ad Annaya è presentato come un fiume che nasce dalla fonte della fede, non da un turismo del miracolo.
Poi c’è il gesto finale, una lampada portata dal Papa. Non un oggetto da museo, ma un simbolo semplice e universale. È la luce che passa attraverso la vita di Charbel, è la richiesta di pace per il Libano, è l’invito a lasciare che la conversione apra la strada a ciò che la politica non riesce mai a ottenere.
 
Questa visita si incastra nella storia come una pietra che combacia. Il Libano rimane un crocevia fragile, e proprio per questo è il luogo dove la fede mostra il suo volto più autentico. Qui il Papa non fa diplomazia. Qui ricorda al mondo che la pace non nasce dalle riunioni ma dai cuori riconciliati.
 
Annaya ci consegna oggi un’immagine nitida: la santità non passa di moda e continua a illuminare quando tutto il resto vacilla. E se vogliamo che la fiamma accesa da questa tappa non si spenga, vale la pena fare ciò che il Papa ha suggerito senza proclami: tornare alla preghiera, al silenzio, alla povertà evangelica. Le uniche strade che conducono davvero alla luce.
 
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HARISSA, IL CUORE DEL LIBANO. IL PAPA E IL VOLTO VIVO DELLA SPERANZA CRISTIANA
Nel santuario di Nostra Signora del Libano, a Harissa, il Papa ha incontrato vescovi, sacerdoti, consacrati, consacrate e operatori pastorali. È stato uno degli appuntamenti più intensi del viaggio, non soltanto per i contenuti, ma per la trama di umanità e Vangelo che si è creata tra le testimonianze ascoltate e la parola del Pontefice.
 
 
Il Patriarca ha aperto l’incontro con un discorso di rara densità spirituale, mostrando il Libano come una terra che continua a credere anche nelle ferite. Harissa è apparsa come una casa materna per tutti, un santuario dove la fede diventa un ponte tra popoli, riti e religioni. La sofferenza del popolo libanese è stata descritta senza artifici: una storia di prove che non ha spento la dignità né la capacità di custodire speranza. La carità quotidiana, l’accompagnamento dei giovani, la fedeltà verso i poveri hanno riempito la scena come un Vangelo incarnato.
 
Poi hanno parlato cinque testimoni, ciascuno portando un volto concreto della missione. Il sacerdote di frontiera ha raccontato il dolore nascosto dei profughi che attraversano la notte siriana portando in mano solo una moneta, depositata di nascosto nel cestino della Messa. La religiosa che non ha abbandonato il suo convento durante la guerra ha offerto la testimonianza di una pace trovata nella preghiera, mentre le milizie circondavano la città. La lavoratrice migrante filippina ha mostrato la dignità silenziosa di chi serve lontano da casa e continua a costruire comunità. Il missionario nelle carceri ha svelato la misericordia che sboccia anche dietro le sbarre, dove un detenuto gli ha confidato: “Se siete venuti fin qui, allora Dio non mi ha dimenticato”.
 
Queste voci hanno aperto la strada alla parola del Papa. Leone XIV ha raccolto ogni frammento e lo ha trasformato in un quadro chiaro e profondo. Ha ricordato che la Chiesa libanese, nella pluralità dei suoi riti, è una icona concreta della comunione. È una terra dove l’unità non è teoria, ma respiro quotidiano. Ha ripreso le parole di Giovanni Paolo II e ha mostrato come la speranza non nasce dall’ottimismo ma dalla carità che non si arrende. Il Papa ha letto la moneta siriana, dal racconto del sacerdote, come segno sacramentale della reciprocità nella carità. Ha ricordato, citando Benedetto XVI, che la vittoria cristiana non è quella dell’odio, ma del perdono, del servizio, dell’unità.
 
Ha poi insistito sul ruolo dei giovani, ai quali non basta offrire analisi ma prospettive concrete, responsabilità reali, luoghi dove imparare a costruire futuro. Ha incoraggiato le comunità educative libanesi, così provate, a rimanere fedeli alla loro missione: formare i corpi e i cuori insieme alle menti, perché la croce rimanga la prima scuola e Cristo l’unico Maestro.
Nella testimonianza dei migranti ha riconosciuto una domanda che interpella tutta la Chiesa: nessuno deve sentirsi rifiutato. Accogliere, accompagnare, proteggere e integrare non sono slogan, ma criteri evangelici. L’immagine della “casa” che abbraccia anche chi non ha più patria è stata al centro delle sue parole.
 
La riflessione sulla missione nelle carceri ha portato il Papa al tema della misericordia come volto di Dio. Non una dottrina, ma un’esperienza che cambia la vita. Nelle lacrime dei detenuti, nella pazienza delle famiglie, nella dedizione degli operatori pastorali, Leone XIV ha visto quella luce che Cristo custodisce anche nei luoghi che il mondo preferisce ignorare.
 
Nel momento conclusivo dell’incontro, il Papa ha compiuto un gesto che appartiene alla tradizione più antica della Chiesa: la consegna della Rosa d’oro alla Madonna di Harissa. È uno dei segni più solenni del pontificato. Fin dal Medioevo i Papi benedicono una rosa d’oro nella Domenica Laetare per indicare la gioia pasquale che già fiorisce nel cuore della Quaresima. Quando la Rosa viene donata a un santuario mariano, il gesto assume un significato ancora più profondo: è il riconoscimento della fede vissuta da un popolo, è la benedizione della Chiesa universale su una comunità che custodisce la speranza, è la conferma che Maria rimane centro di unità per tutti i suoi figli.
 
Donandola al santuario di Harissa, Leone XIV ha voluto affidare il Libano alla protezione materna di Colei che veglia su queste montagne da più di un secolo. La Rosa d’oro non è un trofeo, è un simbolo di luce. L’oro richiama la regalità del Cristo risorto, il fiore rimanda alla sua grazia che fiorisce nel mondo, la fragranza rappresenta la carità che si diffonde come un profumo buono. È un invito per il Libano e per la Chiesa che vive in questa terra a diventare ciò che la Rosa significa: un riflesso del volto di Cristo, un segno di speranza nelle notti della storia, un profumo di Vangelo che non si spegne.
In un paese ferito e assetato di pace, questo dono è apparso come una benedizione che scende dall’alto e come un compito affidato a tutti. Maria, “Madre del Libano”, riceve la Rosa perché continui a custodire la fede di questo popolo e a farlo crescere nella comunione.
 
Questo incontro non è stato un evento ornamentale. È stato un laboratorio di cristianesimo reale. Ha mostrato al mondo che la Chiesa non vive soltanto di documenti e strategie. Vive di vite donate, di preghiera, di perseveranza, di coraggio. Harissa, oggi, è diventata una finestra da cui guardare cosa significa davvero essere Chiesa: rimanere, servire, amare, educare, accogliere, perdonare.
In Libano la pace non è un concetto astratto. È una necessità. Una missione. Una promessa. Il Papa lo ha ricordato senza proclami, indicando ancora una volta l’unica via che non tradisce: la conversione del cuore. Da qui deve ripartire tutto.
 
Il Libano, con la sua ferita e la sua forza, rimane un punto luminoso nel Medio Oriente. E la visita del Papa, intrecciata a testimonianze così autentiche, ne ha rivelato la vocazione: essere un segno di comunione, un ponte di speranza, un profumo di Cristo nel mondo.
 
 

VISITA E PREGHIERA SULLA TOMBA DI SAN CHARBEL MAKLŪF

SALUTO DEL SANTO PADRE

Monastero di San Maroun (Annaya) – Lunedì, 1° dicembre 2025

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Cari fratelli e sorelle!

Ringrazio il Superiore Generale per le sue parole e per l’accoglienza in questo bel Monastero di Annaya. Anche la natura che circonda questa casa di preghiera ci attrae con la sua bellezza austera.

Rendo grazie a Dio che mi ha concesso di venire pellegrino alla tomba di San Charbel. I miei Predecessori – penso specialmente a San Paolo VI, che lo ha beatificato e canonizzato – l’avrebbero tanto desiderato.

Carissimi, che cosa ci insegna oggi San Charbel? Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero?

Vorrei riassumerla così: lo Spirito Santo lo ha plasmato, perché a chi vive senza Dio insegnasse la preghiera, a chi vive nel rumore insegnasse il silenzio, a chi vive per apparire insegnasse la modestia, a chi cerca le ricchezze insegnasse la povertà. Sono tutti comportamenti contro-corrente, ma proprio per questo ne siamo attratti, come l’acqua fresca e pura per chi cammina in un deserto.

In particolare, a noi vescovi e ministri ordinati, San Charbel richiama le esigenze evangeliche della nostra vocazione. Ma la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani.

E poi c’è un altro aspetto che è decisivo: San Charbel non ha mai smesso di intercedere per noi presso il Padre Celeste, fonte di ogni bene e di ogni grazia. Già durante la sua vita terrena molti andavano da lui per ricevere dal Signore conforto, perdono, consiglio. Dopo la sua morte tutto questo si è moltiplicato ed è diventato come un fiume di misericordia. Anche per questo, ogni 22 del mese, ci sono migliaia di pellegrini che vengono qui da diversi Paesi per passare una giornata di preghiera e di ristoro dell’anima e del corpo.

Sorelle e fratelli, oggi vogliamo affidare all’intercessione di San Charbel le necessità della Chiesa, del Libano e del mondo. Per la Chiesa chiediamo comunione, unità: a partire dalle famiglie, piccole chiese domestiche, e poi nelle comunità parrocchiali e diocesane, fino alla Chiesa universale. Comunione, unità. E per il mondo chiediamo pace. Specialmente la imploriamo per il Libano e per tutto il Levante. Ma sappiamo bene – e i santi ce lo ricordano – che non c’è pace senza conversione dei cuori. Perciò San Charbel ci aiuti a rivolgerci a Dio e a chiedere il dono della conversione per tutti noi.

Carissimi, come simbolo della luce che qui Dio ha acceso mediante San Charbel, ho portato in dono una lampada. Offrendo questa lampada affido alla protezione di San Charbel il Libano e il suo popolo, perché cammini sempre nella luce di Cristo. Grazie a Dio per il dono di San Charbel! Grazie a voi, che ne custodite la memoria. Camminate nella luce del Signore!


INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E GLI OPERATORI PASTORALI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santuario di Nostra Signora del Libano (Harissa) – Lunedì, 1° dicembre 2025

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Carissimi fratelli nell’Episcopato,
sacerdoti, religiosi e religiose,
fratelli e sorelle, buongiorno! Buongiorno! (in arabo)

Con grande gioia vi incontro durante questo viaggio, che ha per motto “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9). La Chiesa in Libano, unita nei suoi molteplici volti, è un’icona di queste parole, come affermava San Giovanni Paolo II, tanto affezionato al vostro Popolo: «Nel Libano di oggi – diceva – voi siete responsabili della speranza» (Messaggio ai cittadini del Libano, 1° maggio 1984); e aggiungeva: «Create, là dove vivete e lavorate, un clima fraterno. Senza ingenuità, sappiate dare fiducia agli altri e siate creativi per far trionfare la forza rigeneratrice del perdono e della misericordia» (ibid.).

Le testimonianze che abbiamo ascoltato – grazie a ciascuno di voi! – ci dicono che queste parole non sono state vane, anzi, che hanno trovato ascolto e risposta, perché qui si continua a costruire comunione nella carità.

Nelle parole del Patriarca, che ringrazio di cuore, possiamo cogliere la radice di questa tenacia, simboleggiata dalla grotta silenziosa in cui San Charbel pregava davanti all’immagine della Madre di Dio, e dalla presenza di questo Santuario di Harissa, segno di unità per tutto il Popolo libanese. È nello stare con Maria presso la Croce di Gesù (cfr Gv 19,25) che la nostra preghiera, ponte invisibile che unisce i cuori, ci dà la forza per continuare a sperare e a lavorare, anche quando attorno tuona il rumore delle armi e le stesse esigenze della vita quotidiana diventano una sfida.

Uno dei simboli contenuti nel “logo” di questo viaggio è l’ancora. Papa Francesco la evocava spesso nei suoi discorsi come segno della fede, che permette di andare sempre oltre, anche nei momenti più oscuri, fino al cielo. Diceva: «La nostra fede è l’ancora in cielo. Noi abbiamo la nostra vita ancorata in cielo. Cosa dobbiamo fare? Aggrapparci alla corda […]. E andiamo avanti perché siamo sicuri che la nostra vita ha come un’ancora nel cielo, su quella riva dove arriveremo» (Udienza generale, 26 aprile 2017). Se vogliamo costruire pace ancoriamoci al Cielo e, lì saldamente diretti, amiamo senza timore di perdere ciò che passa e doniamo senza misura.

Da queste radici, forti e profonde come quelle dei cedri, l’amore cresce e, con l’aiuto di Dio, prendono vita opere concrete e durature di solidarietà.

Padre Youhanna ci ha parlato di Debbabiyé, il piccolo villaggio in cui svolge il suo ministero. Là, pur nel bisogno più estremo e sotto la minaccia dei bombardamenti, cristiani e musulmani, libanesi e profughi d’oltre confine, convivono pacificamente e si aiutano a vicenda. Fermiamoci sull’immagine, che lui stesso ha suggerito, della moneta siriana trovata nella borsa delle elemosine insieme a quelle libanesi. È un particolare importante: ci ricorda che nella carità ciascuno di noi ha qualcosa da dare e da ricevere, e che il nostro donarci a vicenda ci arricchisce tutti e ci avvicina a Dio. Papa Benedetto XVI, durante il suo viaggio in questo Paese, parlando della potenza unificatrice dell’amore anche nei momenti di prova, diceva: «È proprio adesso che bisogna celebrare la vittoria dell’amore sull’odio, del perdono sulla vendetta, del servizio sul dominio, dell’umiltà sull’orgoglio, dell’unità sulla divisione, […] saper convertire le nostre sofferenze in grido d’amore verso Dio e di misericordia verso il prossimo» (Discorso durante la Visita alla Basilica di St. Paul a Harissa, 14 settembre 2012).

Solo così non si rimane schiacciati dall’ingiustizia e dal sopruso, anche quando, come abbiamo sentito, si è traditi da persone e organizzazioni che speculano senza scrupoli sulla disperazione di chi non ha alternative. Solo così si può tornare a sperare per il domani, pur nella durezza di un presente difficile da affrontare. In proposito, penso alla responsabilità che tutti abbiamo, in tal senso, nei confronti dei giovani. È importante favorire la loro presenza, anche nelle strutture ecclesiali, apprezzandone l’apporto di novità e dando loro spazio. Ed è necessario, pur tra le macerie di un mondo che ha i suoi dolorosi fallimenti, offrire loro prospettive concrete e praticabili di rinascita e di crescita per il futuro.

Loren ci ha parlato del suo impegno nell’aiuto ai migranti. Migrante lei stessa, da tempo è impegnata a sostenere chi, non per scelta ma per necessità, ha dovuto lasciare tutto per cercare lontano da casa un avvenire possibile. La storia di James e Lela, che lei ha raccontato, ci tocca profondamente, e mostra l’orrore di ciò che la guerra produce nella vita di tante persone innocenti. Papa Francesco ci ha ricordato più volte, nei suoi discorsi e nei suoi scritti, che di fronte a drammi simili non possiamo restare indifferenti, e che il loro dolore ci riguarda e ci interpella (cfr Omelia nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 29 settembre 2019). Da una parte, il loro coraggio ci parla della luce di Dio che, come ha detto Loren, risplende anche nei momenti più bui; dall’altra, però, ciò che hanno vissuto ci impone di impegnarci, affinché nessuno debba più fuggire dal suo Paese a causa di conflitti assurdi e spietati, e affinché chi bussa alla porta delle nostre comunità non si senta mai respinto, ma accolto con le parole che Loren stessa ha citato: “Benvenuto a casa!”.

Di questo ci parla anche la testimonianza di suor Dima, che ha scelto, di fronte all’esplodere della violenza, di non abbandonare il campo, ma di tenere aperta la scuola, facendone un luogo di accoglienza per i profughi e un polo educativo di straordinaria efficacia. In quelle stanze, infatti, oltre a dare assistenza e aiuto materiale, si impara e si insegna a condividere “pane, paura e speranza”, ad amare in mezzo all’odio, a servire anche nella stanchezza e a credere in un futuro diverso al di là di ogni aspettativa. La Chiesa in Libano ha sempre curato molto l’istruzione. Incoraggio tutti voi a continuare in quest’opera lodevole, venendo incontro soprattutto a chi è nel bisogno e non ha mezzi, a chi si trova in situazioni estreme, con scelte improntate alla carità più generosa, perché alla formazione della mente sia sempre unita l’educazione del cuore. Ricordiamoci che la nostra prima scuola è la Croce e che l’unico nostro Maestro è il Cristo (cfr Mt 23,10).

Padre Charbel, in proposito, parlando della sua esperienza di apostolato nelle carceri, ha detto che proprio lì, dove il mondo vede solo muri e crimini, negli occhi dei detenuti, a volte smarriti, a volte illuminati da una nuova speranza, noi vediamo la tenerezza del Padre che non si stanca mai di perdonare. Ed è proprio così: vediamo il volto di Gesù, riflesso in quello di chi soffre e di chi si prende cura delle ferite che la vita ha provocato. Tra poco faremo il gesto simbolico della consegna della Rosa d’oro a questo Santuario. È un gesto antico, che ha tra i suoi significati quello di esortarci ad essere, con la nostra vita, profumo di Cristo (cfr 2Cor 2,14). Davanti a questa immagine, mi viene da pensare al profumo che sale dalle tavole libanesi, tipiche per la varietà dei cibi che offrono e per la forte dimensione comunitaria del condividerli. È un profumo fatto di mille profumi, che colpiscono nella loro diversità e talvolta nel loro insieme. È così il profumo di Cristo. Non è un prodotto costoso riservato a pochi che se lo possono permettere, ma l’aroma che si sprigiona da una mensa generosa su cui trovano posto tante pietanze diverse e da cui tutti possono attingere insieme. Sia questo lo spirito del rito che ci apprestiamo a compiere, e soprattutto quello con cui ogni giorno ci sforziamo di vivere uniti nell’amore.

 
 
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INFINE….

una bellissima sorpresa e una visita davvero speciale al Carmelo più ricco di vocazioni nel Levante…
30.11.2025 Visita storica, quando IL BENE NON FA CHIASSO…
“Al termine dell’Incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico nel Palazzo Presidenziale, dopo il suo arrivo in Libano, Papa Leone XIV ha raggiunto il Monastero delle Sorelle Carmelitane della Theotokos a Harissa.
Dopo averle salutate tutte individualmente, ha ricevuto il saluto delle Superiore delle due comunità, ha ricordato il valore di tre parole al cuore della loro vocazione, umiltà, preghiera e sacrificio, concludendo con la preghiera del Padre Nostro recitata insieme e impartendo la benedizione a tutti i presenti.
La visita è durata circa mezz’ora.”
Fonte: Sala Stampa della Santa Sede
 
ECCO LE FOTO
 
 

LA VISITA CONTINUA: IL DIALOGO INTERRELIGIOSO ED ECUMENICO QUI IL TESTO DEL PAPA….

IL PAPA A BEIRUT. IL GESTO, LA PAROLA, L’ULIVO.

Come Leone XIV ha Raddrizzato l’Asse di un Incontro che Poteva Diventare Solo Retorica

Avevamo detto che questo incontro ecumenico e interreligioso andava ascoltato alla luce della convivenza libanese, non come un episodio isolato ma come una lettura spirituale della storia reale di un Paese che vive ogni giorno nella tensione tra ferita e vocazione.

L’incontro, lungo e talvolta ridondante, non è stato una preghiera comune, non è stato un rito condiviso, non è stato nemmeno un manifesto di buone intenzioni. È stato invece un grande spazio di parola, un sinodo aperto delle coscienze religiose del Libano davanti al Vescovo di Roma, dove ognuno ha detto ciò che vive, ciò che teme, ciò che spera, con il tono più solenne che il Medio Oriente conosce.

Dentro questa fiumana di discorsi, citazioni, memorie e dichiarazioni, il Papa non si è perso. Quando ha preso la parola, ha fatto ciò che nessuno degli altri ha fatto: ha riportato il dialogo alla sua sorgente, ha rimesso Cristo al centro senza mai pronunciarlo come clava, ha mostrato che la pace non nasce dalle formule ma dalle radici.

Ha scelto il Vangelo come chiave interpretativa, non un’immagine vaga, non una frase accomodante, ma la scena della donna siro-fenicia che implora Gesù fuori dai confini di Israele. In quella pagina la fede insiste, il Maestro ascolta, il confine cede senza perdere identità, la misericordia apre la strada dove nessuno la immaginava. È un modo delicato e preciso di dire che il dialogo non è la diluizione della verità, è l’incontro tra un cuore che chiede e un Dio che risponde. Nella regione di Tiro e Sidone Gesù si è lasciato toccare da una straniera, e in quel gesto ha mostrato come la fede può attraversare i confini senza cancellarli.

È da lì che Leone XIV ha fatto partire la sua parola. Ha guardato il Medio Oriente senza romanticismi, ricordando che il mondo spesso osserva queste terre con scoraggiamento, quasi rassegnato alla perenne ripetizione dei conflitti.

Eppure proprio qui, dove gli occhi degli altri vedono caos, lui ha visto invece luci tenaci, come il cedro e l’ulivo. Ha citato entrambi con naturalezza. Il cedro, radice profonda e forza antica, simbolo della resistenza che nasce da una storia lunga e non si lascia spezzare dal vento. L’ulivo, vita che dura, olio che cura, luce che brilla grazie a ciò che viene spremuto.

Sono immagini che parlano ai cristiani e ai musulmani, alla Bibbia e al Corano, alla cultura e alla fede. Non sono ornamenti poetici, sono la teologia delle radici. Senza radici, nessun dialogo si regge. Senza radici, nessuna pace dura. Senza radici, ogni parola è solo teatro. Quando ha parlato della convivenza, non l’ha definita un esperimento politico, ma un’opera dello Spirito che attraversa la storia concreta di un popolo che ha imparato a vivere insieme perché separarsi significherebbe morire.

Poi il Papa ha fatto una cosa che, in questo contesto, vale più di un trattato. Ha scelto Maria. Non come simbolo neutro, non come icona del buon sentimento interreligioso, ma come Madre del Verbo incarnato, venerata dai cristiani e rispettata dai musulmani. Ha ricordato la festa nazionale del 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, celebrata da tutti in Libano. È stato un modo sobrio per dire che la vera convivenza passa sempre da una figura che non è una sintesi artificiale, ma un ponte reale, perché rimanda a Dio senza negare nessuno. Maria non amalgama, orienta. È in Lei che il Papa ha deposto il suo desiderio di pace, non nel compromesso culturale.

Nel clima solenne dell’incontro, dove echi politici e riferimenti teologici si intrecciavano, Leone XIV non ha ceduto né alla retorica né all’irenismo. Ha parlato da cristiano, da pastore, da uomo che conosce il peso della storia e la leggerezza della speranza. Non ha annacquato la fede, non ha accentuato differenze. Ha indicato la via che il cristiano può percorrere in ogni incontro: la via del Vangelo, della dignità dell’uomo, del rispetto e della verità detta senza aggressività e senza paura.

E alla fine il gesto che riassume tutto: l’ulivo piantato. Non un simbolo decorativo, non un esercizio coreografico, ma una domanda piantata nella terra. L’ulivo vive se viene curato, muore se viene ignorato. Sta lì come un esame di coscienza del Libano. Dice che la pace non cresce da sola, che la convivenza non si improvvisa, che il dialogo non è automatico, che la storia può cambiare solo se qualcuno decide di cambiare il proprio cuore. E allo stesso tempo racconta che qualcosa è possibile, che questa terra non è condannata ai suoi fantasmi.

L’incontro è stato grande, solenne, affollato, forse persino dispersivo. Il Papa, con poche parole e due simboli, gli ha dato un senso. Non ha fatto diplomazia spirituale. Ha fatto il suo mestiere: ha consegnato Cristo come chiave di lettura dell’uomo e della storia. Se questa parola sarà accolta, l’ulivo crescerà. Se verrà dimenticata, la terra lo dirà da sola. Ed è forse la cosa più vera detta oggi.


LA VOSTRA SPERANZA È PIÙ FORTE DEL NOSTRO CINISMO ADULTO

Il discorso di Papa Leone XIV ai giovani del Libano

Ci sono parole che non accarezzano ma svegliano. A Bkerké, nel piazzale affacciato sulla valle, Papa Leone XIV ha guardato i giovani libanesi come si guarda la parte migliore di un popolo. Non ha fatto complimenti, ha fatto verità. Ha pronunciato una frase che resterà nella memoria del Libano come un giudizio e un invito: «Voi siete il presente e il futuro è già nelle vostre mani». Questa affermazione non assolve gli adulti, li smaschera. Mentre le generazioni mature si rifugiano nella rassegnazione, i ragazzi hanno mostrato di saper trasformare la crisi in dono, la paura in coraggio, il dolore in speranza.

Il Papa ha ascoltato testimonianze dure come pietre e luminose come l’alba. Ha riconosciuto nei volti dei giovani «stelle che brillano nel cielo della notte, offrendo un barlume del primo sorgere del giorno». Ha detto che nei loro racconti «molti possono riconoscere le proprie esperienze, sia le positive sia le dolorose», perché il Libano è un Paese che conosce la gloria e la ferita, la luce e l’abisso. Ha ricordato che gli adulti spesso dimenticano il bene, mentre «voi avete la speranza, avete il tempo, avete più tempo per sognare».

La parte centrale del discorso ha toccato la radice evangelica del loro impegno: «Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Non sono parole decorative, sono la descrizione esatta di ciò che questi giovani hanno fatto negli anni più difficili della storia recente. Il Papa lo ha riconosciuto senza esitazione: «Vivete nella luce del Vangelo e sarete benedetti agli occhi del Signore. La vostra patria, il Libano, rifiorirà ancora, bella e vigorosa come il cedro».

L’immagine del cedro è stata sviluppata con una forza simbolica che il Libano comprende senza bisogno di spiegazioni. «La forza del cedro sta nelle sue radici, che di solito hanno la stessa dimensione dei rami. Il numero e la forza dei rami corrispondono al numero e alla forza delle radici». Questa frase, così semplice, ha reso trasparente la sua visione: il Paese rinasce solo se rinascono le sue profondità, la sua onestà nascosta, il suo tessuto morale fatto di uomini e donne che servono senza cercare vantaggi.

A chi ha chiesto come costruire la pace in un Paese che vive ogni giorno la minaccia dell’ignoto, il Papa ha risposto con realismo evangelico: «La pace non è autentica se è il prodotto di interessi di parte. È genuina e sincera solo quando faccio agli altri ciò che vorrei fosse fatto a me». Poi ha ricordato il principio di san Giovanni Paolo II, che vale più delle mille strategie politiche degli ultimi anni: «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono». Una verità che taglia ogni retorica e che in Libano assume il peso di una profezia.

La seconda domanda dei giovani riguardava l’amicizia e l’amore, spesso soffocati dall’egoismo o consumati come fossero oggetti. Leone XIV ha risposto con una franchezza quasi ascetica: «Il nostro io non può essere al centro di un’amicizia o di un rapporto d’amore. Se amiamo solo quando ci conviene, non porterà frutto. Non è amore vero se lo viviamo soltanto come soddisfazione temporanea». Ha spiegato che relazioni solide nascono solo da «fiducia reciproca e apertura agli altri» e che «solo l’eterno respiro di Dio, che è amore, può rendere feconde le relazioni».

Al cuore del suo discorso si è aperta una dichiarazione che merita di essere scolpita nella memoria del Paese: «La carità parla un linguaggio universale, perché parla al cuore di ogni uomo». Non è un concetto astratto. Il Papa ha indicato esempi concreti: la luce di Sharbél, la forza gentile di chi ha sofferto senza perdere la fede, la vita luminosa di chi è rimasto nella sua terra come seme di speranza.

Poi un gesto inatteso. Ha quasi sospeso l’intero discorso per consegnare ai giovani una preghiera semplice, come se volesse metterla nelle loro tasche perché la custodiscano nei giorni difficili. È la preghiera attribuita a san Francesco: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace. Dove è odio, fa’ ch’io porti amore. Dove è offesa, che io porti il perdono. Dove è errore, la verità. Dove è disperazione, la speranza. Dove è tristezza, la gioia. Dove è tenebra, la luce».

Ha chiesto ai giovani di custodire ogni giorno un frammento di silenzio per pregare. Ha chiesto che non perdano «la gioia del Vangelo e l’entusiasmo cristiano». Ha ricordato che «la speranza non delude, perché gli spazi interiori di Dio restano sempre aperti». Li ha chiamati «futuro della Chiesa intera e del vostro amato Paese». E li ha affidati alla Madonna con queste parole: «Dalla cima di questo monte, guarda questo popolo nuovo del Libano. Fallo crescere forte come il cedro e fa’ fiorire il mondo di speranza».

In questo incontro i giovani non hanno ricevuto un incoraggiamento, hanno ricevuto una missione. Il Papa non ha parlato alla loro fragilità, ha parlato alla loro forza. Ha visto in loro ciò che troppi adulti non sanno più vedere. Forse per questo le sue prime parole, ascoltate nel silenzio attento del piazzale, restano la verità che tutti devono accogliere: la speranza dei giovani è più forte del nostro cinismo adulto. Non resta che seguirli.


INCONTRO CON I GIOVANIDISCORSO DEL SANTO PADRE

Piazzale antistante il Patriarcato di Antiochia dei Maroniti (Bkerké)
Lunedì, 1° dicembre 2025

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Assalamu lakum! (la pace sia con voi)

Cari giovani del Libano, assalamu lakum!

Questo è il saluto di Gesù risorto (cfr Gv 20,19) e sostiene la gioia del nostro incontro: l’entusiasmo che sentiamo nel cuore esprime l’amorevole vicinanza di Dio, che ci riunisce come fratelli e sorelle per condividere la fede in Lui e la comunione fra di noi.

Ringrazio tutti voi per il calore col quale mi avete accolto, così come Sua Beatitudine per le cordiali parole di benvenuto. In modo particolare saluto i giovani provenienti dalla Siria e dall’Iraq, e i libanesi venuti in patria da vari Paesi. Siamo tutti radunati qui per ascoltarci gli uni gli altri e per chiedere al Signore di ispirare le nostre scelte future. A questo proposito, le testimonianze che Anthony e Maria, Elie e Joelle hanno condiviso con noi ci aprono davvero il cuore e la mente.

I loro racconti parlano di coraggio nella sofferenza. Parlano di speranza nella delusione, di pace interiore nella guerra. Sono come stelle lucenti in una notte buia, nella quale già scorgiamo il chiarore dell’aurora. In tutti questi contrasti, molti tra noi possono riconoscere le loro stesse esperienze, nel bene come nel male. La storia del Libano è intessuta di pagine gloriose, ma è segnata anche da ferite profonde, che stentano a rimarginarsi. Queste ferite hanno cause che travalicano i confini nazionali e si intrecciano con dinamiche sociali e politiche molto complesse. Carissimi giovani, forse vi rammaricate di aver ereditato un mondo lacerato da guerre e sfigurato dalle ingiustizie sociali. Eppure c’è speranza, e c’è speranza dentro di voi! Voi avete un dono che tante volte a noi adulti sembra ormai sfuggire. Voi avete speranza! E voi avete il tempo! Avete più tempo per sognare, organizzare e compiere il bene. Voi siete il presente e tra le vostre mani già si sta costruendo il futuro! E avete l’entusiasmo per cambiare il corso della storia! La vera resistenza al male non è il male, ma l’amore, capace di guarire le proprie ferite, mentre si curano quelle degli altri.

La dedizione di Anthony e Maria per chi era nel bisogno, la perseveranza di Elie e la generosità di Joelle sono profezie di un futuro nuovo, da annunciare con la riconciliazione e con l’aiuto reciproco. Si avvera così la parola di Gesù: «Beati i miti, perché erediteranno la terra» e «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,5.9). Cari giovani, vivete alla luce del Vangelo, e sarete beati agli occhi del Signore!

La vostra patria, il Libano, rifiorirà bella e vigorosa come il cedro, simbolo dell’unità e della fecondità del popolo. Voi sapete bene che la forza del cedro è nelle radici, che normalmente hanno le stesse dimensioni dei rami. Il numero e la forza dei rami corrisponde al numero e alla forza delle radici. Allo stesso modo, il tanto bene che oggi vediamo nella società libanese è il risultato del lavoro umile, nascosto e onesto di tanti operatori di bene, di tante radici buone che non vogliono far crescere solo un ramo del cedro libanese, ma tutto l’albero, in tutta la sua bellezza. Attingete dalle radici buone dell’impegno di chi serve la società e non “se ne serve” per i propri interessi. Con un generoso impegno per la giustizia, progettate insieme un futuro di pace e di sviluppo. Siate la linfa di speranza che il Paese attende!

A questo proposito, le vostre domande permettono di tracciare un cammino certamente impegnativo, ma proprio perciò appassionante.  

Mi avete chiesto dove trovare il punto fermo per perseverare nell’impegno per la pace. Carissimi, questo punto fermo non può essere un’idea, un contratto o un principio morale. Il vero principio di vita nuova è la speranza che viene dall’alto: è Cristo! Gesù è morto e risorto per la salvezza di tutti. Egli, il Vivente, è il fondamento della nostra fiducia; Egli è il testimone della misericordia che redime il mondo da ogni male. Come ricorda Sant’Agostino, riecheggiando l’apostolo Paolo, «in Lui è la nostra pace, e da Lui viene la nostra pace» (Commento al Vangelo di Giovanni, LXXVII, 3). La pace non è autentica se è solo frutto di interessi di parte, ma è davvero sincera quando io faccio all’altro quello che vorrei l’altro facesse a me (cfr Mt 7,12). Con animo ispirato, San Giovanni Paolo II diceva che «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono» (Messaggio per la XXXV Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2002). È proprio così: dal perdono viene la giustizia, che è fondamento della pace.

La vostra seconda domanda può allora trovare risposta proprio in questa dinamica. È vero, viviamo tempi nei quali le relazioni personali appaiono fragili e si consumano come se fossero oggetti. Anche tra i più giovani, a volte, alla fiducia nel prossimo si contrappone l’interesse individuale, alla dedizione verso l’altro si preferisce il proprio tornaconto. Questi atteggiamenti rendono superficiali anche parole bellissime come l’amicizia e l’amore, che spesso vengono confuse con un senso di soddisfazione egoistica. Se al centro di una relazione di amicizia o di amore c’è il nostro io, questa relazione non può essere feconda. Allo stesso modo, non si ama davvero se si ama a termine, finché dura un sentimento: un amore a scadenza è un amore scadente. Al contrario, l’amicizia è vera quando dice “tu” prima di “io”. Questo sguardo rispettoso e accogliente verso l’altro ci consente di costruire un “noi” più grande, aperto all’intera società, a tutta l’umanità. E l’amore è autentico e può durare per sempre solo quando riflette lo splendore eterno di Dio, Dio che è amore (cfr 1Gv 4,8). Relazioni solide e feconde si costruiscono insieme sulla reciproca fiducia, su questo “per sempre”, che palpita in ogni vocazione alla vita familiare e alla consacrazione religiosa.

Carissimi giovani, cos’è che più di qualsiasi cosa esprime la presenza di Dio nel mondo? L’amore, la carità! La carità parla un linguaggio universale, perché parla ad ogni cuore umano. Essa non è un ideale, ma una storia rivelata nella vita di Gesù e dei santi, che sono nostri compagni tra le prove della vita. Guardate in particolare a tanti giovani che, come voi, non si sono lasciati scoraggiare dalle ingiustizie e dalle contro-testimonianze ricevute, anche nella Chiesa, ma hanno provato a tracciare nuove strade, alla ricerca del Regno di Dio e della sua giustizia. Con la forza che ricevete da Cristo, costruite un mondo migliore di quello che avete trovato! Voi giovani siete più diretti nel cucire relazioni con gli altri, anche diversi per background culturale e religioso. Il vero rinnovamento, che un cuore giovane desidera, comincia dai gesti quotidiani: dall’accoglienza del vicino e del lontano, dalla mano tesa all’amico e al profugo, dal difficile ma doveroso perdono del nemico.

Guardiamo a quanti esempi stupendi ci hanno lasciato i santi! Pensiamo a Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, due giovani che sono stati canonizzati in quest’anno santo del Giubileo. Guardiamo ai tanti santi libanesi. Quale bellezza singolare è manifesta nella vita di Santa Rafqua, che con forza e mitezza resistette per anni al dolore della malattia! Quanti gesti di compassione ha compiuto il Beato Yakub El-Haddad, aiutando le persone più abbandonate e dimenticate da tutti!

Quale luce potente proviene dalla penombra in cui decise di ritirarsi San Charbel, lui che è divenuto uno dei simboli del Libano nel mondo! I suoi occhi sono raffigurati sempre chiusi, come per trattenere un mistero infinitamente più grande. Attraverso gli occhi di San Charbel, chiusi per vedere meglio Dio, noi continuiamo a cogliere con più chiarore la luce di Dio. È bellissimo il canto a lui dedicato: “O tu che dormi e i tuoi occhi sono luce per i nostri, sulle tue palpebre è fiorito un grano d’incenso”. Cari giovani, anche sui vostri occhi brilli la luce divina e fiorisca l’incenso della preghiera. In un mondo di distrazioni e vanità, ogni giorno abbiate un tempo per chiudere gli occhi e per guardare solo Dio. Egli, se a volte sembra essere silenzioso o assente, si rivela a chi lo cerca nel silenzio. Mentre vi impegniate nel fare il bene, vi chiedo di essere contemplativi come San Charbel: pregando, leggendo la Sacra Scrittura, partecipando alla Santa Messa, sostando in adorazione. Papa Benedetto XVI diceva ai cristiani del Levante: «Vi invito a coltivare continuamente l’amicizia vera con Gesù attraverso la forza della preghiera» (Esort. ap. Ecclesia in Medio Orientee, 63).

Miei cari amici, tra tutti i santi e le sante risplende la Tutta Santa, Maria, Madre di Dio e Madre nostra. Molti giovani portano la corona del Rosario sempre con sé in tasca, al polso o al collo. Com’è bello guardare a Gesù con gli occhi del cuore di Maria! Anche da qui, dove siamo in questo momento, com’è dolce sollevare lo sguardo alla Nostra Signora del Libano, con speranza e fiducia!

Cari giovani, permettetemi infine di consegnarvi la preghiera, semplice e bellissima, attribuita a San Francesco d’Assisi: «O Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace: dove è odio, fa che io porti l’Amore; dove è offesa, che io porti il perdono; dove è discordia, che io porti l’unione; dove è dubbio, che io porti la fede; dove è errore, che io porti la verità; dove è disperazione, che io porti la speranza; dove è tristezza, che io porti la gioia; dove sono le tenebre, che io porti la luce». Questa preghiera mantenga viva in voi la gioia del Vangelo, l’entusiasmo cristiano. “Entusiasmo” significa “avere Dio nell’animo”: quando il Signore abita in noi, la speranza che Lui ci dona diventa feconda per il mondo. Vedete, la speranza è una virtù povera, perché si presenta a mani vuote: sono mani libere per aprire le porte che sembrano chiuse dalla fatica, dal dolore e dalla delusione.

Il Signore sarà sempre con voi, e state certi del sostegno di tutta la Chiesa nelle sfide decisive della vostra vita e nella storia del vostro amato Paese. Vi affido alla protezione della Madre di Dio e Nostra Signora, che dalla sommità di questo monte guarda a questa nuova fioritura. Giovani libanesi, crescete vigorosi come i cedri e fate fiorire il mondo di speranza!

[Benedizione]

Grazie a tutti! Shukran!


Il Papa nell’ospedale psichiatrico di Beirut: “Voi malati siete nel cuore di Dio” – Ultimo giorno della visita apostolica del Papa, breve ma intenso.

Leone XIV visita l’ospedale di de La Croix gestito dalle suore francescane della Croce che quotidianamente si prendono cura di 800 disabili mentali e malati psichiatrici. Grande accoglienza per il Pontefice che riceve in dono oltre 70 rosari fatti a mano dai pazienti. Dal Papa l’invito a non dimenticare i poveri: “Non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”.
 

A ciascuno di voi oggi il Signore ripete: ti amo, ti voglio bene, sei mio figlio! Non dimenticatelo mai! Shukrán! Allah ma’akum (Grazie! Dio sia con voi)”.

Sorrisi sghembi e sguardi spenti dalla malattia e dalle difficoltà della vita quelli che accolgono questa mattina Papa Leone XIV nell’Ospedale de la Croix, uno dei più grandi ospedali per disabili mentali del Medio Oriente, prima tappa dell’ultimo giorno del viaggio apostolico in Libano. Ottocento malati sono seduti nel teatro della struttura, fondata nel 1919 dal beato cappuccino padre Yaaqoub, trasformata in manicomio nel 1937 e in nosocomio per disabili mentali nel 1951. Uomini, donne, anziani, giovani, alcuni affetti da tossicodipendenza (a loro è riservato uno dei cinque padiglioni) accolgono il Papa con le loro sciarpette bianche con impresso lo stemma papale e il volto di padre Yaaqoub, le bandierine libanesi e vaticane. Restano immobili e ogni tanto applaudono motivati dalle suore Francescane della Croce che quotidianamente si prendono cura di loro, insieme a un personale di infermieri e volontari. Come Jean, militare in pensione, che racconta: “Facciamo il possibile per loro”.

L’attesa per l’arrivo del Papa 

Nel complesso situato sul Mount-Lebanon, da dove la vista della baia di Beirut toglie il respiro, ci sono una farmacia centrale, un dispensario, ambulatori, un teatro e una sala cinematografica e teatrale, cucine e lavanderia. Sono riunite là almeno un migliaio di persone, considerando i chilometri e chilometri di persone assiepate da dietro le transenne sin dalla strada centrale. Ancora bandiere in questa terz’ultima tappa del Papa in Libano, ancora striscioni (uno con il volto di Robert Francis Prevost giovane agostiniano), ancora fiori e immaginette. In mezzo poi un gruppo i bambini della vicina scuola di St. Jacques che hanno allestito un piccolo Conclave, con guardie svizzere, cardinali e anche un piccolo Papa, Elysha, con tanto di anello piscatorio e scarpe bianche. Le suore li hanno preparati spiegando il significato di quegli abiti e prima dell’arrivo di Leone gli fanno ripetere cori, canti e saluti. Uno pure in italiano: “Cccciao Papa Leone!”.

Il Pontefice arriva all’ingresso principale della residenza della Congregazione in auto. Le suore gli corrono incontro e una pure gli si stringe al collo. La madre superiora, suor Marie Makhlouf, insieme alla direttrice dell’ospedale, suor Rose Hanna, e la superiora del Convento, suor Hiam El Badawi, accompagnano il Papa nel teatro e anche lì l’accoglienza è festante. Una suora chiede in videochiamata di salutare una familiare e Leone la benedice, in sala risuonano le zaghroutah, le urla – tipiche delle donne mediorientali – segno di felicità e festeggiamento.

La commozione della madre superiora, suor Marie

A prendere la parola, lottando con la commozione che la interrompe più di una volta, la superiora suor Marie ringrazia il Papa per aver scelto di visitare una realtà che accoglie persone “ferite dalla loro solitudine” e “assenti dai media e dai palcoscenici”. Sottolinea come la presenza del Papa confermi che i più poveri e dimenticati “sono un tesoro della Chiesa” e non un peso per la società. Infine definisce la missione dell’ospedale un “miracolo quotidiano” sostenuto dalla Provvidenza e dalla generosità silenziosa dei benefattori. Anche due pazienti portano poi la loro testimonianza a Papa Leone. Una degente descrive la visita come una “luce” che dà coraggio e allevia le sofferenze, auspicando che il mondo possa conoscere la realtà umana e accogliente dell’ospedale e la santità di Abouna Yaacoub. Un altro paziente dice pure lui “grazie” al Papa per questo viaggio vissuto come dono e grazia per il popolo libanese. A nome di tutti i malati, chiede la benedizione per queste persone “che portano ogni giorno la propria croce” e anche per le religiose che li servono.

“Qui abita Gesù”

Leone XIV ascolta e sembra commuoversi. “Sono contento di incontrarvi, era un mio desiderio, perché qui abita Gesù: sia in voi ammalati, sia in voi che ne avete cura, le Suore, i medici e tutti gli operatori sanitari e il personale”, esordisce, in francese. Assicura che tutto il popolo dell’ospedale libanese è nel suo cuore e nelle sue preghiere. Anche il Papa ricorda la santità della vita del fondatore e la sua testimonianza portata avanti dalle Francescane della Croce. Il loro è “un prezioso servizio”, dice: “Grazie, care Sorelle, per la missione che portate avanti con gioia e dedizione!”.

Prezioso è pure il servizio degli operatori: “La vostra presenza competente e premurosa e la cura degli ammalati sono un segno tangibile dell’amore compassionevole di Cristo. Siete come il buon samaritano, che si ferma presso chi è ferito e se ne prende cura per sollevarlo e guarirlo”, dice il Papa. È vero, ammette, “a volte può sopraggiungere la stanchezza o lo scoraggiamento, soprattutto per le condizioni non sempre favorevoli in cui vi trovate a lavorare”. L’incoraggiamento è allora ad andare avanti, nonostante qualche difficoltà, avendo davanti sempre “il bene che avete possibilità di realizzare”.

Non dimenticare i più fragili

“Quanto si vive in questo luogo è un monito per tutti, per la vostra terra ma anche per l’intera umanità: non possiamo dimenticarci dei più fragili, non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”, conclude Papa Leone. In particolare cristiani, aggiunge, sono chiamati a prendersi cura dei poveri: “Il Vangelo stesso ce lo chiede”.

A conclusione dell’incontro le suore consegnano al Papa 77 Rosari con i nomi dei malati e degli operatori che li hanno realizzati a mano. Suor Marie regala invece una icona fatta a mano di Abouna Yaacoub, nella speranza che venga presto canonizzato.

SALUTO DEL SANTO PADRE

Ospedale “De La Croix” (Jal ed Dib) – Martedì, 2 dicembre 2025

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Buongiorno! (in arabo)

Grazie per la vostra calorosa accoglienza! Grazie! (in arabo)

Sono contento di incontrarvi, era un mio desiderio, perché qui abita Gesù: sia in voi ammalati, sia in voi che ne avete cura, le Suore, i medici e tutti gli operatori sanitari e il personale. Vorrei anzitutto salutarvi con affetto e assicurarvi che siete nel mio cuore e nelle mie preghiere. E vi ringrazio per il bell’inno che avete cantato! Grazie al coro e ai compositori: è un messaggio di speranza!

Questo ospedale è stato fondato dal Beato Padre Jacques, Padre Yaakub, instancabile apostolo della carità di cui ricordiamo la santità della vita, che si è manifestata in particolare nell’amore per i più poveri e sofferenti. Le Suore Francescane della Croce, da lui fondate, continuano la sua opera e svolgono un prezioso servizio: grazie, care Sorelle, per la missione che portate avanti con gioia e dedizione!

Vorrei anche salutare con tanta gratitudine il personale dell’Ospedale. La vostra presenza competente e premurosa e la cura degli ammalati sono un segno tangibile dell’amore compassionevole di Cristo. Siete come il buon samaritano, che si ferma presso chi è ferito e se ne prende cura per sollevarlo e guarirlo. A volte può sopraggiungere la stanchezza o lo scoraggiamento, soprattutto per le condizioni non sempre favorevoli in cui vi trovate a lavorare; vi incoraggio a non perdere la gioia di questa missione e, nonostante qualche difficoltà, vi invito ad avere sempre davanti a voi il bene che avete possibilità di realizzare. È una grande opera agli occhi di Dio!

Quanto si vive in questo luogo è un monito per tutti, per la vostra terra ma anche per l’intera umanità: non possiamo dimenticarci dei più fragili, non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità. In particolare noi cristiani, che siamo la Chiesa del Signore Gesù, siamo chiamati a prenderci cura dei poveri: il Vangelo stesso ce lo chiede e – non dimentichiamolo – il grido dei poveri che attraversa anche la Scrittura ci interpella: «Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo» (Esort. ap. Dilexi te, 9).

A voi, cari fratelli e sorelle segnati dalla malattia, vorrei solo ricordare che siete nel cuore di Dio nostro Padre. Egli vi porta sul palmo delle sue mani, vi accompagna con amore, vi offre la sua tenerezza attraverso le mani e i sorrisi di chi si prende cura della vostra vita. A ciascuno di voi oggi il Signore ripete: ti amo, ti voglio bene, sei mio figlio! Non dimenticatelo mai!

Grazie a tutti! Shukrán! Allah ma’akum (Grazie! Dio sia con voi)


L’ULTIMA LEZIONE DEL LIBANO. IL PAPA E LA DIFESA DELLA VITA NEL TEMPO DELLE EUTANASIE PITOSE (don Mario Proietti cpps)
 
L’ultima mattinata del viaggio di Papa Leone XIV in Libano ha offerto una scena che rimarrà impressa a lungo nella memoria della Chiesa. Non una piazza gremita, non un incontro diplomatico, non un discorso solenne. Un ospedale psichiatrico, il “De La Croix” di Jal ed Dib, la casa dei dimenticati, di coloro che non sanno più pronunciare il proprio nome e che il mondo considera un peso, un silenzio ingombrante, una vita senza utilità apparente.
 
Lì il Papa ha ascoltato, commosso, le parole di una suora che a fatica riusciva a parlare. Ha accolto il canto di chi vive nella fragilità quotidiana. Ha benedetto operatori che resistono in condizioni difficili. Ha incontrato volti segnati dalla sofferenza e dalla solitudine. Questa visita contiene un messaggio potente per il nostro Occidente smarrito, che cerca nel suicidio assistito e nelle eutanasie pietose una fuga dalla propria paura.
 
In Libano, davanti ai malati psichiatrici, è stata proclamata un’altra verità. La dignità dell’uomo non dipende dalla sua efficienza, dal suo rendimento o dalla sua autonomia. È amata. Porta in sé un riflesso di Dio. Nessuna fragilità cancella la gloria di essere creature volute e custodite.
Le suore del De La Croix hanno ricordato che non scelgono chi accogliere. Aprono la porta a coloro che non vengono scelti da nessuno. Vivono della povera offerta che la Provvidenza invia, eppure non manca loro nulla. Hanno raccontato che ogni giorno la loro casa si regge su un miracolo silenzioso, simile al pane moltiplicato nel Vangelo. Questo è lo sguardo cristiano sul dolore, un mistero da accogliere con fede.
 
Il Papa ha risposto con parole che non hanno bisogno di spiegazioni. Ha detto che Gesù abita proprio lì, nelle stanze dove il mondo non entra. Ha riconosciuto il valore di una missione che custodisce la vita fragile con tenerezza e perseveranza. Ha invitato a non cedere allo scoraggiamento. Ha ricordato che il grido dei poveri attraversa la Scrittura e chiama la Chiesa alla fedeltà. Ha indicato che una società che corre verso comodità facili e ignora gli ultimi si consegna a una perdita di umanità. Si è piegato su ciascuno, dicendo parole che solo un padre può dire: “Voi siete nel cuore di Dio. Non dimenticatelo mai.” Così semplici e così vere da far tremare.
 
Il gesto compiuto oggi a Jal ed Dib rivela ciò che il cristianesimo porta nella storia. La vita ferita non si elimina, si accompagna con rispetto e pazienza. La sofferenza non è un ostacolo alla dignità. È il luogo dove Dio si rende presente in modo più forte. Il malato non è un costo. È maestro, perché con la sua sola esistenza obbliga a riscoprire il cuore dell’umanità.
 
In un tempo in cui l’Occidente vede la dipendenza come un fallimento, il Papa mostra che la dipendenza è una chiamata alla comunione. Dove molti guardano un corpo che non ce la fa, la Chiesa riconosce un figlio che attende di essere amato. Dove la cultura dominante propone l’uscita rapida dalla sofferenza, la fede mostra la via della compagnia e della misericordia.
 
La visita al De La Croix resta la pagina più evangelica dell’intero viaggio. Non perché sia stata clamorosa, ma perché ha restituito a tutti il significato stesso della vita. La Chiesa non salva il mondo con discussioni teoriche. Lo salva restando accanto agli ultimi. Lo salva lasciandosi commuovere. Lo salva riconoscendo che ogni vita, anche la più fragile, è una ricchezza preziosa.
 
Questa mattina, nel silenzio ferito di un ospedale psichiatrico, la Chiesa ha mostrato ciò che la rende credibile. Non le conferenze stampa. Non i titoli dei giornali. Non le dispute tra tradizionalisti e progressisti. Solo questo: una mano che tocca un malato, un Papa che si commuove davanti a chi il mondo non guarda, un gruppo di suore che continua a servire senza avere nulla e che pure non manca di niente.
L’Occidente smarrito può ritrovare un futuro ripartendo da qui, da chi non produce, da chi non parla, da chi non decide. Ripartendo dall’uomo nella sua debolezza. È la via che Cristo ha scelto per redimerci, la via che il Papa ha mostrato oggi, senza proclami, con la semplicità di un padre che abbraccia i suoi figli più feriti.

Il racconto per immagini di ciò che resta dopo la doppia esplosione avvenuta nel 2020. I famigliari delle vittime chiedono ancora giustizia. Papa Leone XIV si è raccolto in Preghiera sul posto portando conforto, preghiera e speranza abbracciando alcuni che hanno perso un proprio Caro.


SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

“Beirut Waterfront” (Beirut) – Martedì, 2 dicembre 2025

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Cari fratelli e sorelle,

Al termine di queste giornate intense, che abbiamo condiviso con gioia, celebriamo il nostro rendimento di grazie al Signore per tanti doni della sua bontà, per come si fa presente in mezzo a noi, per la Parola che ci offre in abbondanza e per quanto ci ha donato di vivere insieme.

Anche Gesù – come abbiamo appena ascoltato nel Vangelo – ha parole di gratitudine per il Padre e, rivolgendosi a Lui, prega dicendo: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra» (Lc 10,21).

La dimensione della lode, però, non sempre trova spazio dentro di noi. A volte, appesantiti dalle fatiche della vita, preoccupati per i numerosi problemi che ci circondano, paralizzati dall’impotenza dinanzi al male e oppressi da tante situazioni difficili, siamo più portati alla rassegnazione e al lamento, che allo stupore del cuore e al ringraziamento.

L’invito a coltivare sempre atteggiamenti di lode e di gratitudine, lo rivolgo proprio a voi, caro popolo libanese. A voi che siete destinatari di una bellezza rara con la quale il Signore ha impreziosito la vostra terra e che, al contempo, siete spettatori e vittime di come il male, in molteplici forme, possa offuscare questa magnificenza.  

Da questa spianata che si affaccia sul mare, anch’io posso contemplare la bellezza del Libano cantata dalla Scrittura. Il Signore vi ha piantato i suoi alti cedri, nutrendoli e saziandoli (cfr Sal 104,16), ha reso profumate le vesti della sposa del Cantico dei Cantici col profumo di questa terra (cfr Ct 4,11) e a Gerusalemme, città santa rivestita di luce per la venuta del Messia, Egli annuncia: «La gloria del Libano verrà a te, con cipressi, olmi e abeti, per abbellire il luogo del mio santuario, per glorificare il luogo dove poggio i miei piedi» (Is 60,13).

Allo stesso tempo, però, tale bellezza è oscurata da povertà e sofferenze, da ferite che hanno segnato la vostra storia – sono appena stato a pregare nel luogo dell’esplosione, al porto –; è oscurata da tanti problemi che vi affliggono, da un contesto politico fragile e spesso instabile, dalla drammatica crisi economica che vi opprime, dalla violenza e dai conflitti che hanno risvegliato antiche paure.

In uno scenario di questo tipo, la gratitudine cede facilmente il posto al disincanto, il canto della lode non trova spazio nella desolazione del cuore, la sorgente della speranza viene disseccata dall’incertezza e dal disorientamento.

La Parola del Signore, però, ci invita a trovare le piccole luci splendenti nel cuore della notte, sia per aprirci alla gratitudine che per spronarci all’impegno comune a favore di questa terra.

Come abbiamo ascoltato, il motivo del ringraziamento di Gesù al Padre non è per opere straordinarie, ma perché rivela la sua grandezza proprio ai piccoli e agli umili, a coloro che non attirano l’attenzione, che sembrano contare poco o niente, che non hanno voce. Il Regno che Gesù viene a inaugurare, infatti, ha proprio questa caratteristica di cui ci ha parlato il profeta Isaia: è un germoglio, un piccolo virgulto che spunta su un tronco (cfr Is 11,1), una piccola speranza che promette la rinascita quando tutto sembra morire. Così viene annunciato il Messia e, venendo nella piccolezza di un germoglio, può essere riconosciuto solo dai piccoli, da coloro che senza grandi pretese sanno riconoscere i dettagli nascosti, le tracce di Dio in una storia apparentemente perduta.

È un’indicazione anche per noi, perché possiamo avere occhi per riconoscere la piccolezza del germoglio che spunta e cresce pur dentro avvenimenti dolorosi. Piccole luci che risplendono nella notte, piccoli virgulti che spuntano, piccoli semi piantati nell’arido giardino di questo tempo storico possiamo vederli anche noi, anche qui, anche oggi. Penso alla vostra fede semplice e genuina, radicata nelle vostre famiglie e alimentata dalle scuole cristiane; penso al lavoro costante delle parrocchie, delle congregazioni e dei movimenti per andare incontro alle domande e alle necessità della gente; penso ai tanti sacerdoti e religiosi che si spendono nella loro missione in mezzo a molteplici difficoltà; penso ai laici come voi impegnati nel campo della carità e nella promozione del Vangelo nella società. Per queste luci che faticosamente cercano di illuminare il buio della notte, per questi germogli piccoli e invisibili che aprono però la speranza nel futuro, oggi dobbiamo dire come Gesù: “ti rendiamo lode, o Padre!”. Ti ringraziamo perché sei con noi e non ci lasci vacillare.

Allo stesso tempo, questa gratitudine non deve rimanere una consolazione intimistica e illusoria. Deve portarci alla trasformazione del cuore, alla conversione della vita, a considerare che è proprio nella luce della fede, nella promessa della speranza e nella gioia della carità che Dio ha pensato la nostra vita. E, perciò, tutti noi siamo chiamati a coltivare questi virgulti, a non scoraggiarci, a non cedere alla logica della violenza e all’idolatria del denaro, a non rassegnarci dinanzi al male che dilaga. 

Ciascuno deve fare la sua parte e tutti dobbiamo unire gli sforzi perché questa terra possa ritornare al suo splendore. E abbiamo un solo modo per farlo: disarmiamo i nostri cuori, facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco, risvegliamo nel nostro intimo il sogno di un Libano unito, dove trionfino la pace e la giustizia, dove tutti possano riconoscersi fratelli e sorelle e dove, finalmente, possa realizzarsi quanto ci descrive il profeta Isaia: «Il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme» (Is 11,6).

Questo è il sogno a voi affidato, è ciò che il Dio della pace mette nelle vostre mani. Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!

Fratelli e sorelle, vorrei dire anch’io ripetendo le parole di Gesù: “Ti rendo lode o Padre”. Elevo la mia gratitudine al Signore per aver condiviso con voi questi giorni, mentre porto nel cuore le vostre sofferenze e le vostre speranze. Prego per voi, perché questa terra del Levante sia sempre illuminata dalla fede in Gesù Cristo, sole di giustizia, e grazie a Lui custodisca la speranza che non tramonta.

Il Papa ai leader politici: ascoltate il grido dei popoli che invocano pace

Al termine della Messa celebrata nel Beirut Waterfront, Leone XIV rivolge un accorato appello a chi guida i Paesi segnati da guerre e violenze perchè si scelga la strada della pacificazione in Medio Oriente come in Guinea Bissau. Il Pontefice rivolge poi un pensiero anche alle vittime dell’incendio di Hong Kong. “La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo. Occorre educare il cuore alla pace”

Durante l’Anno giubilare, ho desiderato farmi pellegrino di speranza nel Medio Oriente, implorando da Dio il dono della pace per questa amata terra, segnata da instabilità, guerre e dolore.

Le ultime parole di Papa Leone, al termine della messa celebrata nel Beirut Waterfront nel suo penultimo appuntamento in Libano, sono un richiamo forte alla pace: parola chiave del suo pontificato. Una parola che in questa terra è desiderio di tutti e che il Pontefice invita a ricercare nel Signore soprattutto nei momenti di sconforto e disperazione. “Guardiamo a Lui con speranza e coraggio, – afferma in inglese – invitando tutti a incamminarsi sulla via della convivenza, della fraternità e della pace”.

Siate costruttori di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!

Educare il cuore alla pace

Leone XIV invoca un cambio di rotta per il Medio Oriente, assumendo un atteggiamento nuovo e soprattutto rifiutando “la logica della vendetta e della violenza, per superare le divisioni politiche, sociali e religiose, per aprire capitoli nuovi all’insegna della riconciliazione e della pace”.

La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo, con i risultati deplorevoli che sono sotto gli occhi di tutti. Occorre cambiare strada, occorre educare il cuore alla pace.

Preghiere per i popoli in conflitto

Dinanzi a 150mila persone, il Pontefice assicura la sua preghiera per il Medio Oriente e “per tutti i popoli che soffrono a causa della guerra”.

Offro anche preghiere auspicando una pacifica soluzione delle attuali controversie politiche in Guinea Bissau. E non dimentico le vittime dell’incendio a Hong Kong e le loro famiglie.

In ascolto del dolore e della richiesta di pace

Nel cuore di Papa Leone c’è, dopo questi giorni di affetto e calore che ha avvertito in più occasioni, “l’amato Libano” e pertanto assicura preghiere per il Paese dei Cedri chiedendo l’impegno della comunità internazionale a “non risparmiare alcuno sforzo nel promuovere processi di dialogo e riconciliazione”. Il Vescovo di Roma invita poi a mettersi tutti “al servizio della vita, del bene comune, dello sviluppo integrale delle persone”.

Rivolgo un accorato appello a quanti sono investiti di autorità politica e sociale, qui e in tutti i Paesi segnati da guerre e violenze: ascoltate il grido dei vostri popoli che invocano pace!

Coraggio!

“A voi, cristiani del Levante, cittadini a pieno titolo di queste terre, – conclude il Papa – ripeto: coraggio! Tutta la Chiesa guarda a voi con affetto e ammirazione. La Vergine Maria, Nostra Signora di Harissa, vi protegga sempre!”.

Appello al termine della Santa Messa

Cari fratelli e sorelle,

in questi giorni, con il mio primo Viaggio Apostolico, compiuto durante l’Anno giubilare, ho desiderato farmi pellegrino di speranza nel Medio Oriente, implorando da Dio il dono della pace per questa amata terra, segnata da instabilità, guerre e dolore.

Cari cristiani del Levante, quando i risultati dei vostri sforzi di pace tardano ad arrivare, vi invito ad alzare lo sguardo al Signore che viene! Guardiamo a Lui con speranza e coraggio, invitando tutti a incamminarsi sulla via della convivenza, della fraternità e della pace. Siate costruttori di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!

Il Medio Oriente ha bisogno di atteggiamenti nuovi, per rifiutare la logica della vendetta e della violenza, per superare le divisioni politiche, sociali e religiose, per aprire capitoli nuovi all’insegna della riconciliazione e della pace. La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo, con i risultati deplorevoli che sono sotto gli occhi di tutti. Occorre cambiare strada, occorre educare il cuore alla pace.

Da questa piazza, prego per il Medio Oriente e per tutti i popoli che soffrono a causa della guerra. Offro anche preghiere auspicando una pacifica soluzione delle attuali controversie politiche in Guinea Bissau. E non dimentico le vittime dell’incendio a Hong Kong e le loro famiglie.

Prego in modo speciale per l’amato Libano! Chiedo nuovamente alla comunità internazionale di non risparmiare alcuno sforzo nel promuovere processi di dialogo e riconciliazione. Rivolgo un accorato appello a quanti sono investiti di autorità politica e sociale, qui e in tutti i Paesi segnati da guerre e violenze: ascoltate il grido dei vostri popoli che invocano pace! Mettiamoci tutti al servizio della vita, del bene comune, dello sviluppo integrale delle persone.

E a voi, cristiani del Levante, cittadini a pieno titolo di queste terre, ripeto: coraggio! Tutta la Chiesa guarda a voi con affetto e ammirazione. La Vergine Maria, Nostra Signora di Harissa, vi protegga sempre!


Congedo da Beirut – 2.12.2025
“Partire è più difficile che arrivare. Siamo stati insieme, e in Libano stare insieme è contagioso: ho trovato qui un popolo che non ama l’isolamento, ma l’incontro. Così, se arrivare significava entrare con delicatezza nella vostra cultura, lasciare questa terra è portarvi nel cuore. Noi non ci lasciamo, dunque, ma essendoci incontrati andremo avanti insieme. E speriamo di coinvolgere in questo spirito di fraternità e di impegno per la pace tutto il Medio Oriente, anche chi oggi si considera nemico”, dice il Papa nel suo discorso di congedo presso l’Aeroporto Internazionale di Beirut.
Il Papa viene accolto dal Presidente della Repubblica libanese.
E il suo discorso avviene subito dopo quello del Presidente che lo ringrazia per questa visita e per il suo affetto per il Libano.
Ho visto di quanta venerazione il vostro popolo circonda la Beata Vergine Maria, tanto cara sia ai cristiani sia ai mussulmani. Ho pregato alla tomba di San Charbel, percependo le profonde radici spirituali di questo Paese: quanta linfa dalla vostra storia può sostenere il difficile cammino verso il futuro! Mi ha toccato il cuore la breve visita al porto di Beirut, dove l’esplosione ha devastato non soltanto un luogo, ma tante vite. Ho pregato per tutte le vittime e porto con me il dolore e la sete di verità e di giustizia di tante famiglie, di un intero Paese”, aggiunge ancora il Papa salutando tutti i presenti.


L’ANSIA DELL’UNITÀ. QUANDO ORTODOSSI E TRADIZIONALISTI TEMONO LA STESSA COSA
Cari amici, il Santo Padre sta per fare rientro in Vaticano e ho voluto fermarmi un momento a raccogliere le risonanze di questo viaggio apostolico, il primo del pontificato di Leone. È stato un viaggio che ci ha permesso di intuire il suo taglio ecclesiale e spirituale, senza ricorrere a confronti inutili con chi lo ha preceduto.
La Chiesa cresce nello Spirito Santo e i carismi dei pastori servono sempre a edificare, ciascuno nel proprio tempo.
 
Siamo spesso tentati di restare affezionati alle simpatie o alle percezioni. La storia, però, è più severa. Passano le persone, anche i Papi, come lo stesso Leone ha ricordato nel suo primo incontro con la Curia. Resta Cristo, che ha promesso di essere con noi per sempre. Resta la Chiesa con la sua missione. Ogni divisione che nasce dalle fazioni è un ostacolo, e rientra in quella mondanità spirituale che papa Francesco ha più volte denunciato.
 
Noi non abbiamo eredità umane da difendere. La vera eredità è Gesù Cristo. Per questo siamo chiamati a una docilità concreta nei cambiamenti storici che lo Spirito opera nella sua Chiesa. Quando ci fermiamo ai parallelismi, rischiamo di perdere la dimensione profetica del ministero.
 
Abbiamo visto in questi giorni come la narrazione pubblica si sia accesa solo su un gesto isolato del Papa, quello nella moschea, mentre tutto ciò che ha detto e compiuto è passato sotto silenzio. È un errore rivelatore. Eppure, proprio in questo viaggio, abbiamo potuto conoscere la sensibilità personale di Leone: la sua timidezza davanti alle folle, la sua capacità di emozionarsi, la sua limpida volontà di radicarsi nella grande Tradizione apostolica senza imitare nessuno. Questo è un dono.
 
Alla fine del viaggio ho voluto ascoltare come il mondo ha reagito, ed è stato sorprendente vedere due letture molto distanti, una dall’area ortodossa e una dal mondo tradizionalista cattolico. Due emisferi spirituali lontani e non comunicanti, eppure, in modo inatteso, speculari. In mezzo restava il gesto del Papa e la fatica di comprenderlo senza lasciarsi impedire dalle proprie ansie interiori. È nata così una riflessione che desidero condividere.
 
Da parte ortodossa ho incontrato un’analisi molto articolata, che teme una sorta di sospensione del dogma in nome dell’unità. Secondo questa sensibilità, alcuni dialoghi appaiono come tentativi di sciogliere in pochi incontri ciò che secoli di storia hanno definito con sofferenza. Il rischio visto da Oriente è che dispute cristologiche come il Filioque o il significato di Calcedonia vengano ridotte a semplici equivoci di linguaggio.
 
Per questa prospettiva, mettere tra parentesi l’autorità dei Concili per favorire un avvicinamento sarebbe un colpo inferto alla stessa struttura della fede. L’ansia nasce dall’idea che la Tradizione possa trasformarsi in un terreno negoziabile, mentre per loro è un fondamento non toccabile. La paura non è infondata, almeno nella sua radice: si avverte il desiderio autentico di custodire la verità ricevuta.
 
Sul versante opposto, il mondo cattolico tradizionalista vive lo stesso viaggio con sospensione.
Qui il timore riguarda l’annuncio. Si percepisce il rischio che il dialogo interreligioso attenui la specificità cristiana, che la fraternità universale oscuri l’urgenza dell’evangelizzazione, e che la missione venga sostituita dalla buona educazione diplomatica.
Per questa sensibilità, la presenza del Papa in contesti non cristiani può sembrare una resa, un rinunciare a proclamare ciò che abbiamo ricevuto dagli Apostoli. L’ansia nasce dall’idea che il Vangelo possa essere trattato come un contributo tra altri e non come la luce decisiva per ogni uomo. Anche questa paura ha una radice seria: la missione appartiene alla natura stessa della Chiesa.
 
Le due reazioni non si incrociano, non dialogano, non si riconoscono. Eppure sono lo specchio l’una dell’altra. Gli ortodossi temono che l’unità scavalchi i Concili. I tradizionalisti temono che l’unità relativizzi il Magistero. Entrambi vivono l’unità come un possibile indebolimento della propria identità.
Cambia il linguaggio, non cambia la paura. È l’ansia che sorge quando la verità, invece di essere luce, diventa per tutti una muraglia da difendere.
 
Così, davanti al gesto del Papa, le due falangi opposte hanno reagito allo stesso modo: non chiedendosi cosa il Papa volesse dire, ma verificando se quel gesto confermava o minacciava la loro visione della Chiesa. Il rischio è evidente: quando la paura prende il posto della fiducia, la teologia smette di respirare.
Non si tratta di accusare nessuno.
Si tratta di capire che l’identità cristiana non si perde nel dialogo, e non si custodisce mediante l’allarme permanente.
Si custodisce dentro un rapporto vivo con Cristo, dentro la Chiesa che Lui guida. L’unità non nasce mai dalla fretta. Non nasce mai dal sospetto. Nasce dalla verità riconosciuta senza ansie difensive, cresce nell’umiltà e nella fiducia che lo Spirito dirige davvero il cammino della Chiesa.
 
Il viaggio del Papa ci lascia questa domanda discreta: siamo capaci di guardare ai gesti del Pastore senza filtrarli attraverso le nostre paure? Siamo capaci di accogliere il fatto che l’identità non è un tesoro da trattenere ma un dono che si rafforza quando lo si offre? L’Oriente e l’Occidente hanno mostrato in questi giorni la loro vulnerabilità condivisa. Forse è proprio da qui che può ripartire un cammino più libero, più evangelico e più vero.
 
 
 

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