Le opportunità delle Visite ad Limina del Papa con i Vescovi

Facendo riferimento alle profonde riflessioni di Sandro Magister a riguardo delle Visite ad Limina dei Vescovi dal Pontefice, vedi qui, riteniamo opportuno fare alcuni distinguo.

E’ fondamentale partire da questo appunto indiscutibile: noi, laici, non abbiamo alcun diritto a che TUTTI i Discorsi del Pontefice, soprattutto quelli rivolti ai Vescovi, debbano essere da noi conosciuti. E’ meglio perciò parlare di “opportunità” che ci viene data, quando ci si rende noto ciò che un Papa dice direttamente ai Vescovi e che è sempre rivolto al bene di una chiesa particolare, la diocesi, la vita delle parrocchie, la vita dei fedeli.

Con il termine Visita ad limina (Ad limina apostolorum) si intende indicare la “visita” che, ogni cinque anni, i vescovi di tutto il mondo fanno in Vaticano per illustrare al Pontefice quali siano le particolarità che contraddistinguono la loro Regione ecclesiastica (diocesi) dal punto di vista religioso, sociale e culturale, quali siano i nodi maggiormente problematici dal punto di vista pastorale e culturale e come interviene la Chiesa “particolare” su questi problemi…..

La prima visita ad limina è evidenziata nella lettera di san Paolo ai Galati (1,18): «In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni.»

I Vescovi, dunque, si “recano da Cefa per consultarlo” e ricevere da lui consigli pastorali ed indicazioni dottrinali laddove si rendesse necessario. Durante questa visita, dunque, Paolo ebbe modo di illustrare a Pietro (e a Giacomo) le difficoltà incontrate nell’evangelizzazione in alcune zone della Giudea. Questo può essere considerato il primo incontro di aiuto reciproco e di confronto su tematiche particolari.

Per quanto riguarda il termine visite ad limina apostolorum, risale ai primi secoli della storia della Chiesa; infatti, nel linguaggio canonico, con limina apostolorum erano indicate le tombe degli apostoli Pietro e Paolo e quindi le visite ad limina erano tutti quei pellegrinaggi compiuti dai fedeli che avevano come meta quelle stesse tombe. Lo stesso termine indicò la visita che tutti i vescovi dovevano fare a Roma, secondo quanto stabilito nel Concilio di Roma, nel 743, sotto papa Zaccaria.

Nel corso dei secoli tale pratica si andò affievolendo, ritrovando vigore solo nel 1585, sotto papa Sisto V che, con la costituzione Romanus Pontifex del 20 dicembre, ripristinò l’obbligo di tali visite dandogli cadenza triennale; le “visite” vennero riconfermato successivamente da papa Benedetto XIV con la costituzione Quod sancta del 23 novembre 1740.

Con San Pio X, nel 1909, il decreto della Congregazione concistoriale A remotissima (31 dicembre), la cadenza delle visite ad limina apostolorum fu portata a 5 anni (10 per gli Ordinari delle sedi extraeuropee), e fu stabilito che vi erano tenuti non solo i vescovi diocesani, ma anche tutti i soggetti ad essi equiparati (prelati e abati territoriali, amministratori e vicari apostolici).

_011-limina-apostolorum-3Nel 1975 con Paolo VI, la Congregazione per i vescovi riordinò ulteriormente le “visite” con il decreto Ad Romanam Ecclesiam del 29 giugno, ridistribuendo le zone per i quinquenni. Nel Codice di diritto canonico del 1983 le visite ad limina apostolorum sono prescritte da due canoni (399 e 400): «Il Vescovo diocesano è tenuto a presentare ogni cinque anni una relazione al Sommo Pontefice sullo stato della diocesi affidatagli, secondo la forma e il tempo stabiliti dalla Sede Apostolica. (…) Il Vescovo diocesano nell’anno in cui è tenuto a presentare la relazione al Sommo Pontefice, se non è stato stabilito diversamente dalla Sede Apostolica, si rechi nell’Urbe per venerare le tombe dei Beati Apostoli Pietro e Paolo e si presenti al Romano Pontefice.»

Il senso delle visite ad limina è trattato nel Direttorio della Congregazione dei vescovi, pubblicato nel 1988 e voluto specificare da Giovanni Paolo II, e afferma che queste non sono un “semplice atto giuridico-amministrativo consistente nell’assolvimento di un obbligo rituale, protocollare e giuridico”. Esse portano un “arricchimento di esperienze” al ministero del Papa e al suo “servizio di illuminare i gravi problemi della Chiesa e del mondo”, diversi a seconda dei “luoghi, dei tempi e delle culture”.

Giovanni Paolo II, parlando all’assemblea straordinaria dei vescovi italiani il 26 febbraio 1986, disse di “annettere grande importanza” alle visite ad limina: “Esse costituiscono un’occasione privilegiata di comunione pastorale: il dialogo pastorale con ciascuno di voi mi consente di partecipare alle ansie e alle speranze che si vivono nelle Chiese da voi guidate in atteggiamento di ascolto per i suggerimenti dello Spirito”.

Tali affermazioni sono state ribadite poi anche da Benedetto XVI, nell’intervista concessa in lingua tedesca, il 5 agosto 2006, a tre testate televisive tedesche e alla Radio Vaticana, in preparazione al viaggio apostolico in Germania: “Le visite ad limina, che ci sono sempre state, vengono ora valorizzate molto di più, per parlare veramente con tutte le istanze della Santa Sede e anche con me. Io parlo personalmente con ogni singolo vescovo. (…) In questi incontri, in cui appunto centro e periferia si incontrano in uno scambio franco, cresce il corretto rapporto reciproco in una tensione equilibrata“.

_011-limina-apostolorum-2Or bene, cosa cambia oggi? In sostanza nulla perché anche Papa Francesco mantiene inalterata la necessità di questo incontro attraverso il quale può essere messo al corrente, direttamente e senza filtri, della situazione delle diocesi sparse nel mondo. Ciò che cambia è che a noi laici nulla verrà detto di ciò che vescovi e Papa si diranno a porte chiuse.

Qualcuno non è d’accordo su questa “censura”, ma è bene precisare, come abbiamo rilevato all’inizio, che in tal senso – noi laici – non abbiamo affatto alcun diritto di dover sapere tutto quanto si sono detti in privato. Ci sono questioni spinose e delicate che è meglio rimangano riservate. L’esplosione di una certa prepotenza mediatica, atta ad arricchire quel marketing abominevole attraverso il quale l’immagine del Pontefice è diventata una caricatura quotidiana, ha spesso deflagrato anche a riguardo delle parole che il Papa rivolge ai Vescovi, spesse volte storpiandole, altre volte dando un senso ed una interpretazione diversa.

Non dimentichiamo che se ne lamentava già Giovanni Paolo II nel 2004: “il magistero del Pontefice, i suoi discorsi ai vescovi, non può essere usato come uno slogan dalle telecomunicazioni. E’ fondamentale che tutti i Media, nel citare ciò che il Papa dice, portino i lettori alle fonti originali ed integrali evitando, come purtroppo avviene, di interpretare con il solo arbitrio, ciò che loro vogliono intendere, o ciò che loro vogliono far giungere ai fedeli…” (da Avvenire  2004)

Il problema, alla fine, non è se noi laici veniamo a conoscenza o meno di ciò che i vescovi e il Papa si dicono, ma che il Papa dica loro quanto di più sano è necessario dire in difesa della dottrina cattolica, in difesa della Tradizione viva della Chiesa, in difesa del “piccolo gregge” perchè, come insegna il Vangelo: quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:«Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli».  Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre». (Lc.19,39-40)

Dal canto nostro è assai più opportuno ed efficace che intensifichiamo la nostra Preghiera per i Pastori e il Papa, affinché non tacciano sulla difesa dottrina, non alterino la dottrina dei Comandamenti e della legge di Dio, non tacciano sulla autentica Tradizione della Chiesa, non tacciano sulla verità… In fondo, non è forse meglio non venire a sapere di certi discorsi, ultimamente frequenti, nei quali si fa pensare ai vescovi che “la prassi domina sulla dottrina” e che chi pratica la dottrina è “un rigido”, gettando ancora più confusione nel popolo di Dio? Gesù infatti sostiene che dai tetti viene gridata la verità e non il politicamente corretto, non l’ambiguità.

 


Visite ad limina – excursus storico

Autore: Angelo Turchini
La visita ‘ad limina apostolorum’ in pellegrinaggio devoto è una prassi remotissima, affonda nei primi secoli (tracce in una lettera indirizzata al papa dal concilio di Sardica del 343), legata al culto delle reliquie degli apostoli Pietro e Paolo; papa Zaccaria (741-752) sarebbe stato il primo a imporla come obbligo ai vescovi nel sinodo romano del 743; i vescovi più vicini dovevano recarsi a Roma, quelli più lontani potevano assolvere all’obbligo tramite un chirografo (probabilmente una relazione sullo status).

L’omaggio al successore di Pietro, visitando le basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, e comunque la sede apostolica, vedrà diverse fasi e momenti, compresa la fissazione della periodicità, variabile a seconda della distanza da Roma (ogni anno, ogni due, se al di qua o al di là delle Alpi, e ogni tre o cinque, poi ogni quattro, se oltremare) non ben definita ancora alla fine del XII secolo; Gregorio VII (sinodo romano del 1079) stabilisce che i vescovi, prima della consacrazione, giurino di fare una visita ‘ad limina’ annuale (anche tramite delegati); poi il concilio Lateranense del 1215 (c. 26) prevederà la visita ‘ad limina’ del vescovo (personalmente se possibile) per la conferma dell’elezione. Gregorio IX nel 1234 (costituzione apostolica Rex pacificus) dà forza di legge all’obbligo del giuramento dal 1234 la visita ‘ad limina’ per disposizione di papa Gregorio IX viene richiesta a tutti i vescovi, con frequenza proporzionata alla distanza. Al di là dell’oggetto della visita propriamente detta (al papa e alle tombe degli apostoli) si fissa un anche contenuto della visita, ovvero la presentazione dello ‘status’ della chiesa particolare, esplicitamente ricordato nella tradizione canonistica già verso il 1265 (E. Ostiense), divenendo poi opinione comune (e non considerando il pagamento di censi dovuti alla sede apostolica).

Per soddisfare all’atto dovuto e universalmente previsto dalla bolla Romanus pontifex emanata da papa Sisto V il 20 dicembre 1587, il vescovo si deve recare a Roma ogni tre anni (almeno per le diocesi italiane) per prestare il dovuto omaggio, e presentare, personalmente o tramite procuratore specifico o delegato, le ‘relationes ad limina’ ovvero le relazioni sulla diocesi alla competente Congregazione romana (in questo caso quella detta del Concilio) perché potesse rendersi conto della situazione delle diocesi, stimolare l’attività dei vescovi, risolvere tutti i dubbi e le difficoltà; la norma verrà poi incorporata nel Pontificale romano. Le relazioni da allora prodotte tendono a dare un resoconto, una descrizione completa della diocesi, sia di quanto sotto il controllo e giurisdizione episcopale sia di quanto esente, e sono scritture molto utili per conoscere la vita e la storia delle diocesi, permettendo di cogliere la complessità e la diversità delle istituzioni presenti in chiave sincronica e diacronica, offrendo soprattutto dati pertinenti alle istituzioni ecclesiastiche e alla loro organizzazione, con precisi riferimenti ad un quadro d’insieme della realtà (sia pure limitata ad alcuni ambiti, mentre vorremmo sapere molto di più per tanti altri), percepita e selezionata dal vescovo in ottemperanza ad un obbligo previsto con tempistica, formalità, contenuti ben determinati. Esse sono conservate e disponibili nell’Archivio Segreto Vaticano, nel fondo della Congregazione del Concilio.

Il problema di una sollecitazione alla visita era già stato presente a C. Borromeo che ne aveva disposto le modalità tematiche nel VI concilio provinciale del 1582, relazionando con particolare riguardo sullo stato della chiesa, sulla disciplina del clero e sul progresso dei fedeli ‘in via Domini’; poi papa Gregorio XIII sul finire del pontificato aveva elaborato un questionario apposito probabilmente rivolto a questo fine, e incentrato sulla attività dei vescovi: non è qui il caso di soffermarvisi se non per un doveroso richiamo ai suoi Capita rerum quarum rationem…nunc ab episcopis petit; ma Sisto V non sembra offrire precise istruzioni in proposito; alcune formule, come una “formula ultima episcoporum per se visitantium”, e un’altra “formula episcoporum visitantium limina apostolorum per procuratorem”, peraltro compariranno nel 1588. Successivamente interviene ancora papa Benedetto XIII proponendo nel 1725 un questionario molto ricco, in cui ai punti principali sullo stato della chiesa materiale (I.), sul vescovo (II.), sul clero secolare (III.) e regolare (IV.), sulle monache (V.), sul seminario (VI.), sugli oneri delle messe, le confraternite e i pia loca (VII.), sui fedeli (VIII.), richieste, quesiti, problemi (IX.) segue una serie articolata e precisa di paragrafi oggetto di ulteriore richiesta informativa; seguirà un intervento di Benedetto XIV con la costituzione Quod sancta del 23 novembre 1740. Le ‘relationes’ stavano con l’Archivio del buon governo sino al 1767, trasferite quindi in un’altra stanza sotto la terrazza di Pio IV, e riordinate prima del trasferimento a Parigi e il ritorno in Vaticano.

Uno schema ideale prevede (anche se l’ordine non è rispettato nella sequenza) nascita e sviluppo della diocesi, la diocesi, amministrazione della medesima (vicario e simili), cattedrale e residenza episcopale, capitolo della cattedrale, collegiate, monasteri maschili e femminili, fondazioni religiose, pia loca e confraternite, parrocchie, fedeli, clero, azione episcopale, residenza e attività pastorale (sinodi, visite, clero, liturgia, seminario e scuole e simili. Nulla sfugge nella relazione al controllo episcopale, anche gli esenti sono oggetto di un discorso da parte di chi conosce bene la realtà diocesana da un punto di osservazione eccezionale, ma spesso si riscontra genericità, magari circa l’organizzazione regolare, e quella caritativo assistenziale; naturalmente si presta particolare attenzione ai problemi maggiormente avvertiti.

Le relazioni, sfruttate ancora episodicamente nella ricerca delle realtà diocesane, magari erroneamente considerate inadeguate alla conoscenza della vita religiosa e istituzionale, possono essere sommarie o analitiche, più o meno ben strutturate, fino a presentare la trattazione divisa in capitoli, quindi in paragrafi, a loro volta ulteriormente articolati per punti (la cosa è agevolata avendo a modello gli schemi emanati), per chiudere con una serie di domande o postulati, o quesiti; tuttavia anche nella loro asciuttezza e talvolta secchezza schematica presentano un quadro documentario notevolmente ricco e articolato, offrendo articolate forme di presenza della chiesa nel contesto della società. Nella loro attendibilità gioca la persona del vescovo estensore, l’attenzione, l’impegno, la conoscenza.

La struttura in genere segue un ordine definito, che parte dalla descrizione della città, per passare a parlare dell’episcopato (in realtà offrendo un breve curriculum del vescovo e della sua attività), presentando poi il territorio diocesano, la struttura istituzionale e la popolazione nel suo complesso; si passa poi alla cattedrale, alla prestazione del culto e dei divini offici nella medesima, quindi alle parrocchie con particolare riguardo all’amministrazione dei sacramenti, per venire alla presentazione dei loca pia, delle case religiose presenti (monasteri maschili e femminili); infine si segnalano alcuni casi particolari, prima di concludere in generale sulla diocesi nel suo complesso, presentando eventuali questioni per cui in qualche modo si richiede l’intervento della S. Congregazione del concilio. Nella estensione non mancano aspetti di ripetitività quando viene assunto il modello della visita precedente non solo per lo schema, ma anche sotto l’aspetto lessicale (con intere frasi e parti del discorso, per punti non problematici) che va ben oltre la struttura dei temi affrontati; importano anche valutazioni talora affidate a un aggettivo o a un avverbio.

Come viene recepito dai vescovi l’obbligo della presentazione della relazione sulla diocesi? E’ evidente una lettura pastorale, e non burocratica, dell’atto, per quanto incanalato in forme e modalità determinate, e anche ripetute; la cosa non viene spesso esplicitata dal vescovo estensore e, quando ciò accade compare generalmente in occasione d’inizio episcopato. Spesso i vescovi ripercorrono rapidamente la loro carriera, scrivendo il loro curricolo a partire dalla nomina, sottolineando tuttavia di osservare la residenza, di espletare le visite pastorali e via dicendo; una volta esposto lo stato materiale della diocesi (ovvero la struttura istituzionale) si passa a descrivere la parte formale del clero ed i costumi della popolazione e la valutazione talora volge al panegirico. Dalle relazioni traluce la coscienza dei doveri episcopali, la percezione soggettiva dei problemi, e i loro riflessi pastorali, e insieme la limitazione dei medesimi ad una sfera precisa, di tipo amministrativo, generalmente (e obbligatoriamente) rivolta a tutta la diocesi; del resto ci si rifà ai dettami del concilio di Trento, assunti come principi motori delle dinamiche pastorali, e della stessa coscienza episcopale.

Le relazioni, una volta accolte, vengono esaminate negli uffici curiali romani, che vi lasciano tracce e appunti, da sottolineature di richiamo marginale su alcuni aspetti o punti problematici o anche apprezzabili; in qualche caso si procede a sottolineature, o ancora ad annotazioni con parentesi quadre; a margine ancora compare qualche nota del lettore che probabilmente si appunta dubbi ed eventuali quesiti di qualche problema da affrontare e discutere, evidentemente meritevole di approfondimento ulteriore, da trattare o sottoporre a parere alla Congregazione (talora anche il referente), comunque meritevoli di risoluzione adeguata, tanto più se il vescovo chiede lumi sul da farsi e via dicendo. A tale riguardo non mancano annotazioni del lettore curiale con qualche riferimento giuridico richiamando risoluzioni già adottate altrove, atto a costituire evidentemente la base della risposta alla richiesta esplicitamente posta nel corso della relazione; si apre una pratica e diverse scritture possono accrescere il fascicolo della visita.

Fonti e Bibl. essenziale

Per l’epoca precedente al Tridentino mi limito a segnalare J. Cottier, Eléments nouveauz des normes de la visite “ad limina” et elur valeur juridique respective, des Décrétales au concile de Trent, “Ephemerides juris canonici”, VIII, 1952, 1; poi cfr. La sacra Congregazione del Concilio. Quarto centenario della fondazione (1564-1964).
Studi e ricerche, Città del Vaticano 1964; per il questionario, edito in fine al concilio romano del 1725, rinvio ad A. Lucidi, De visitatione sacrorum liminum seu instructio S. C. Concilii S. M. Benedicti XIII super modo conficiendi relationes de statu ecclesiarum exposita et illustrata…, I, 1-2, Romae-Parisiis-Tauruni 1866 (2a ed. 1878) (riproposto in F.L. Ferraris, Bibliotheca canonica iuridica moralis theologica nec non ascetica polemica rubricistica historica, V, K-O, Romae 1889, 165-168);
si v. M. Rosa, Religione e società nel Mezzogiorno tra Cinque e Seicento, Bari 1976, 17-74 (Geografia e storia religiosa per l’Atlante storico italiano, già edito in “Nuova rivista storica”, 1969), poi M. Chiabò, C. Ranieri, L. Roberti, Le diocesi suburbicarie nelle “visitae ad limina” dell’Archivio segreto vaticano, Città del Vaticano 1988, quindi A. Turchini, Lo stato materiale e spirituale della diocesi di Pesaro nelle ‘visite ad limina’, secoli XVII-XVIII, in Pesaro dalla devoluzione all’illuminismo, IV, 1, Venezia 2005, 31-49, e Le relazioni “ad limina” della diocesi di Catania (1595-1890), Catania 2009; infine v. gli importanti contributi di D. Menozzi, Per l’utilizzazione delle “relationes ad limina” in sede storica. L’esempio di Reggio Emilia e Guastalla, in Presiedere la carità.
Studi in onore di mons. G. Baroni, vescovo di Reggio Emilia e Guastalla, a c. di E. Mazza, D. Gianotti, Genova 1988, 407-415 e, dello stesso autore, L’utilizzazione delle “relationes ad limina” nella storiografia, “Storia e problemi contemporanei”, V, 1992, n. 99, 135-156.

Seconda parte

Autore: Angelo Turchini

Anche se le vicende storiche influenzano la realizzazione delle visite ‘ad limina’e la conseguente trasmissione delle relazioni a Roma – fra 1853 e 1870 a Milano ad esempio ci fu una interruzione delle relazioni, poi riprese con regolarità – non cambia molto per quanto concerne la pratica, che nella prassi segue una tradizione secolare consolidata; anche se gli argomenti trattati restano sostanzialmente quelli tradizionali e, in genere, quelli di carattere preminentemente istituzionale, la stesura talora sembra più libera, al di là di schemi prestabiliti.

Alcune innovazioni circa le scadenze relative alla visita e alla relativa relazione arrivano con il CIC del 1917 (can. 340-342), che obbliga alla presentazione della relazione alla Sede apostolica ogni 5 anni (c. 340), adeguandosi al decreto A remotissima (31 dicembre 1909), con cui Pio IX aveva portato la scadenza a cinque anni per i vescovi europei (e a dieci per gli extraeuropei), ribadendo l’obbligo di effettuare la relazione quinquennale (can. 380) anche nel giuramento di fedeltà alla Sede apostolica prima della consacrazione episcopale.

Il vescovo è poi tenuto a relazionare secondo il formulario e le modalità predeterminate dalla Sede apostolica, con riferimento ai decreti Ad sacra limina del 28 febbraio 1959 e Ad Romanam Ecclesiam del 29 giugno 1975; quest’ultimo prevede anche che la relazione sia da inviare alla congregazione competente in anticipo (da non meno di tre a sei mesi prima) per permettere una adeguata conoscenza preliminare della realtà locale, utile in quanto finalizzata per eventuali colloqui; della Congregazione dei vescovi si vede pure l’apposito Formulario per la relazione quinquennale (Città del Vaticano 1981).

Successivamente il CIC emanato nel 1983 (can. 399-400), affermando che “il vescovo diocesano è tenuto a presentare ogni cinque anni una relazione al sommo Pontefice sullo stato della diocesi affidatagli, secondo la forma e il tempo stabiliti dalla Sede apostolica” (can. 399), mette in primo piano la relazione ovviamente connessa alla visita ‘ad limina’; infatti solo poi precisa che “il vescovo diocesano nell’anno in cui è tenuto a presentare la relazione al sommo Pontefice… si rechi nell’Urbe per venerare le tombe dei beati apostoli Pietro e Paolo e si presenti al romano Pontefice” (can. 400).

L’importanza della visita ‘ad limina’ viene inoltre focalizzata da alcune precisazioni, soprattutto nel richiamo alla configurazione come giusta causa per l’assenza del vescovo dalla residenza in diocesi (can. 395, § 2) in quanto obbligo “personale” cogente, al punto da essere soddisfatto in caso di legittimo impedimento (come da tradizione secolare consolidata) tramite vescovo coadiutore o ausiliare o “sacerdote idoneo” (can. 400, § 2).

Poi, a partire dal CIC 1983, con la costituzione Pastor bonus del 28 giugno 1988 papa Giovanni Paolo II ricorda la visita quinquennale e la relazione da farsi da parte dei vescovi (art. 28-35), sottolineando in appendice l’importanza pastorale della visita ‘ad limina’, il nesso fra chiesa particolare e chiesa universale, il consolidamento di una collegialis conformatio dei vescovi e insieme della comunione gerarchica; infatti se il singolo vescovo è tenuto a visitare in pellegrinaggio il sepolcro degli Apostoli, ed è possibile l’incontro fra vescovo e pontefice per un colloquio personale, le visite sono però organizzate per gruppi episcopali della stessa conferenza episcopale che magari indirizzano istanze comuni alla Sede apostolica; resta appieno la possibilità di contatto con le varie realtà della Curia romana per problemi, questioni, richieste, chiarificazioni, informazioni, precisazioni.

Da ultimo un Direttorio per la visita ‘ad limina’ (Città del Vaticano 1988) significativamente emanato nella stessa data della Pastor bonus da parte della Congregazione per i vescovi precisa le modalità di adempimento.

Fonti e Bibl. essenziale

Cfr. V. Cárcel Orti, Nota storico giuridica, in Direttorio per la visita ‘ad limina’, Città del Vaticano 1988, 31-34; Id., Historia, derecho y diplomatica de la visita ‘ad limina’, Valencia 1990; F.M. Cappello, De visitatione liminum, I-II, Roma 1912-1913; G. Ghirlanda, La visita ‘ad limina Apostolorum’, “Civiltà cattolica”, 140/II, 1989, 359-382; E. Apeciti, Visita ‘ad limina’, in Dizionario della Chiesa ambrosiana, VI, Milano 1993, 3978-3979; U. Dovere, La chiesa di Napoli nel 1860. Considerazioni in margine a una relazione ‘ad limina’, “Campania sacra”, 26, 1995, 7-98.


AGGIORNAMENTO AL 30.1.2026

Leone XIV ai vescovi del Perù: “Vivere ad instar Apostolorum”

Città del Vaticano – Dopo la visita a sorpresa di ieri, consumata con discrezione durante il loro pranzo fraterno, questa mattina Leone XIV ha ricevuto in udienza i vescovi del Perù giunti a Roma per la Visita ad limina ApostolorumL’incontro si è svolto nella Sala del Concistoro, secondo una prassi antica: il pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli e i colloqui con i Dicasteri trovano il loro compimento nell’abbraccio con il Successore di Pietro e in una parola che orienta. 

Ad aprire l’incontro è stato il saluto del presidente della Conferenza episcopale, mons. Carlos García Camader, con un breve intervento di ringraziamento. Leone XIV ha risposto con un discorso denso, costruito come una consegna spirituale e pastorale: una lettura della situazione ecclesiale peruviana “con sguardo di fede”, a partire dai rapporti inviati dai presuli (“Siate certi che sono stati letti con attenzione”, ha detto Leone), e una proposta di metodo capace di attraversare le crisi senza irrigidirsi in tattiche di breve respiro. L’abitudine di rivolgere un discorso alle Conferenze episcopali che si recano dal Papa in Visita ad limina Apostolorum appartiene a quelle consuetudini che, col passare degli anni, si sono progressivamente affievolite fino quasi a scomparire. Con i vescovi peruviani Leone XIV ha scelto di riprendere questa forma, senza che al momento sia chiaro se intenda adottarla stabilmente anche con altri episcopati. Nelle prime due Visite ad limina accolte nei giorni scorsi, infatti, non si era seguito lo stesso schema.

Unità, comunione, fedeltà al Vangelo e dedizione totale

Il Papa ha collocato l’Ad Limina dentro un orizzonte provvidenziale: il 300° anniversario della canonizzazione di san Toribio de Mogrovejo, richiamato come figura-matrice dell’episcopato latinoamericano. Il Papa ha utilizzato Toribio come criterio di discernimento, memoria viva di un governo pastorale che unisce visita, riforma, annuncio, cura del clero e amore concreto per il popolo. Leone XIV ha ricordato che “vivere ad instar Apostolorum”, “alla maniera degli Apostoli” significa vivere con semplicitàcoraggio e piena disponibilità a lasciarsi guidare dal Signore. È un’espressione che, nelle parole del Papa, si traduce quasi in un piccolo “programma” episcopale articolato per nuclei.

Il primo è l’unità e la comunione. Il Papa lega la credibilità dell’evangelizzazione alla qualità delle relazioni tra i pastori e tra questi e il Popolo di Dio: “la credibilità del nostro annuncio passa attraverso una comunione reale e affettiva”, capace di superare divisioniprotagonismi e ogni forma di isolamento. Qui la memoria di Toribio viene utilizzata da Prevost come una vera e propria lezione di governo: i Concili di Lima sono il segno di una Chiesa che affronta le fratture convocando, ascoltando, decidendo insieme, custodendo l’unità senza spegnere la verità.

Il secondo nucleo riguarda la fedeltà al Vangelo e l’annuncio integro. Leone XIV insiste su un punto che taglia trasversalmente le discussioni contemporanee: l’evangelizzazione non nasce dall’originalità del predicatore, ma dall’obbedienza a una Parola ricevuta. “San Toribio non proclamò una parola propria, ma una Parola ricevuta”. Da questa radice, il Papa chiede un annuncio “chiarocoraggioso e gioioso”, capace di dialogare con la cultura senza smarrire l’identità cristiana. Il Papa parla di chiarezza (contro l’ambiguità), coraggio (contro la timidezza che si traveste da prudenza), gioia (contro una pastorale ridotta a gestione di emergenze).

Il terzo nucleo è la dedizione totale al ministero. Il Santo Padre richiama l’esempio degli Apostoli “che non riservarono nulla per sé”, fino al martirio, e lo accosta alla biografia di Toribio: pericoli e sofferenze affrontati “per un solo motivo: l’amore per le anime”. In questa frase c’è un’idea precisa di episcopato, quella di Leone: l’autorità come consumo di sé, come disponibilità a farsi attraversare dalle fatiche del popolo senza trasformarle in retorica. È una consegna che vale anche per le periferie interne: diocesi segnate da fragilità sociali, ferite istituzionali, tensioni ecclesiali.

Il quarto nucleo è la vicinanza pastorale, descritta con pragmaticità: “andare incontro”, “ascoltare”, “accompagnare”, “comprendere”. Il Papa cita Paolo: “mi sono fatto tutto per tutti”, e applica quella logica a un episcopato chiamato a camminare dentro la vita reale, non sopra di essa. La vicinanza, nelle sue parole, abbraccia il presbiterio, i seminaristi, la vita consacrata e tutto il Popolo di Dio, con una particolare predilezione per i più fragili e i bisognosi. Qui affiora una delle immagini più profonde dell’intero discorso, presa dalla Positio di san Toribio: l’amore pastorale capace di “portarli nelle sue viscere come se fosse padre di ciascuno”. È un linguaggio che non cerca effetti: esprime un modello di paternità spirituale che si misura nella cura, nella pazienza, nella prossimità quotidiana.

Infine, Leone XIV ha voluto ricordare che “il Perù occupa un posto speciale nel mio cuore”. E con i suoi vescovi ha ricordato le “gioie e fatiche” condivise, la “fede semplice” della gente, la forza di “una Chiesa che sa attendere anche in mezzo alle prove”. Il Papa indica così un tratto della sua lettura ecclesiale: la pazienza come virtù storica, la capacità di attraversare tempi lunghi senza cedere all’irrequietezza. In questo quadro, l’invito conclusivo assume la forma di un vero e proprio mandato: far fruttificare oggi l’eredità dei santi peruviani – ToribioRosaMartinoGiovanni – come patrimonio operativo, non celebrativo.

Un discorso, rivolto ai vescovi peruviani ma valido per tutti noi, che propone una grammatica di Chiesa: comunione come condizione di credibilità, verità annunciata senza timore, dedizione come stile di governo, vicinanza come forma della paternità pastorale. In tempi in cui l’episcopato è spesso osservato con lente politica, Leone XIV riconduce l’ad limina alla sua sostanza: un atto di fede, e insieme una responsabilità storica. 

d.F.M.
Silere non possum

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