Riportiamo a Reti unificate, perché è importante parlare con un cuor solo…. il testo pubblicato oggi da corrispondenzaromana. Al termine segue un AGGIORNAMENTO sul tema trattato da altri interventi.
Pubblichiamo una traduzione italiana, autorizzata dall’autore, di un importante studio di S. E. Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana dedicato all’ipotesi del Papa eretico, nella certezza che esso possa arricchire il dibattito e offrire utili elementi di orientamento
Sulla questione di un papa eretico
La questione di come comportarsi con un papa eretico, in termini concreti, non è stata ancora trattata, nell’intera tradizione cattolica, in modo tale da avvicinarsi a qualcosa che assomigli a un vero consenso generale. Finora, né un papa né un Concilio ecumenico hanno formulato dichiarazioni dottrinali rilevanti né hanno emanato norme canoniche vincolanti sull’eventualità di come avere a che fare con un papa eretico durante il mandato del suo ufficio.
Non vi è alcun caso storico di perdita del pontificato da parte di un papa, durante il suo mandato, a causa di eresia o presunta eresia. Papa Onorio I (625-638) fu scomunicato postumo da tre Concili ecumenici (il Terzo Concilio di Costantinopoli del 681, il Secondo Concilio di Nicea del 787 e il Quarto Concilio di Costantinopoli dell’870) poiché sosteneva la dottrina eretica di quanti promuovevano il Monotelismo, contribuendo così a diffondere questa eresia. Nella lettera con cui confermò i decreti del Terzo Concilio di Costantinopoli, Papa San Leone II (682-683) lanciò l’anatema su Papa Onorio (“anathematizamus Honorium“), affermando che il suo predecessore “non illuminò questa Chiesa apostolica con la dottrina de la tradizione apostolica, ma cercò di sovvertire l’immacolata fede con un empio tradimento” (Denzinger-Schönmetzer, 563).
Il Liber Diurnus Romanorum Pontificum, una raccolta eterogenea di formulari usati nella cancelleria papale fino all’XI secolo, contiene il testo del giuramento papale, secondo il quale ogni nuovo papa, al suo insediamento, doveva giurare di aver “riconosciuto il Sesto Concilio Ecumenico che colpì con eterno anatema i creatori dell’eresia (monotelita), Sergio, Pirro, ecc., insieme con Onorio” (PL 105, 40-44).
In alcuni Breviari fino al XVI o XVIII secolo, Papa Onorio fu menzionato come eretico nelle lezioni del Mattutino per il 28 giugno, la festa di San Leone II: “In synodo Constantinopolitano condemnati sunt Sergius, Cyrus, Honorius, Pyrrhus, Paulus et Petrus, nec non et Macarius, cum discipulo suo Stephano, sed et Polychronius et Simon, qui unam voluntatem et operationem in Domnino Jesu Christo dixerunt vel praedicaverunt“. La presenza di questa lettura in alcuni Breviari lungo molti secoli mostra che molte generazioni di cattolici non hanno considerato scandaloso che un papa particolare, e in un caso molto raro, sia stato giudicato colpevole di eresia o di sostegno all’eresia. In quei tempi, i fedeli e la gerarchia della Chiesa potevano chiaramente distinguere tra l’indistruttibilità della Fede cattolica divinamente garantita dal Magistero della Sede di Pietro e l’infedeltà e il tradimento di un singolo papa nell’esercizio concreto del suo magistero.
Dom John Chapman, nel suo libro “The Condemnation of Pope Honorius” (Londra 1907), spiega che lo stesso Terzo Concilio Ecumenico di Costantinopoli, che lanciò l’anatema su Papa Onorio, determinò una chiara distinzione tra l’errore di un singolo papa e l’inerranza nella fede della Sede Apostolica come tale. Nella lettera con cui chiedevano a papa Agatone (678-681) di approvare le decisioni conciliari, i Padri del Terzo Concilio Ecumenico di Costantinopoli affermano che Roma ha una fede indefettibile, autorevolmente promulgata per tutta la Chiesa dai vescovi della Sede Apostolica, i successori di Pietro. Ci si può chiedere: come è stato possibile per il Terzo Concilio Ecumenico di Costantinopoli affermare ciò e nello stesso tempo condannare un papa come un eretico? La risposta è abbastanza chiara. Papa Onorio I era fallibile, si sbagliava, era un eretico, proprio perché non aveva ribadito autorevolmente, come avrebbe dovuto, la tradizione petrina della Chiesa romana. A quella tradizione non aveva fatto appello, ma aveva semplicemente approvato e ampliato una dottrina errata. Ma una volta riprovate dai suoi successori, le parole di papa Onorio I si resero innocue di fronte al dato dell’intransigenza nella fede della Sede Apostolica. Erano ridotte al loro vero valore, ovvero alla mera espressione della sua personale visione.
Papa San Agatone non si lasciò confondere e scuotere dal comportamento deplorevole del suo predecessore Onorio I, che aveva contribuito a diffondere l’eresia, ma mantenne la sua visione soprannaturale sull’inerranza della Sede di Pietro nell’insegnare la fede, come scrisse agli imperatori a Costantinopoli: “Questa è la regola della vera fede, che questa madre spirituale del tuo molto pacifico impero, la Chiesa Apostolica di Cristo (la sede di Roma) ha sempre sostenuta e difesa con energia sia nella prosperità che nell’avversità; che, sarà dimostrato, per grazia di Dio Onnipotente, non ha mai deviato dal sentiero della tradizione apostolica, né è stata depravata cedendo alle innovazioni eretiche, ma fin dall’inizio ha ricevuto la fede cristiana dai suoi fondatori, i principi degli Apostoli di Cristo, e rimane incontaminata fino alla fine, secondo la promessa divina dello stesso Signore Salvatore, che egli annunciò nei santi Vangeli al principe dei suoi discepoli dicendo: “Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Ep. “Consideranti mihi” ad Imperatores).
Dom Prosper Guéranger diede una breve e lucida spiegazione teologica e spirituale di questo caso concreto di un papa eretico, dicendo: “Ma quale tattica in questa campagna di Satana! Quale plauso nell’abisso allorché un giorno il rappresentante [Papa Onorio I] di Colui che é la luce apparve complice delle potenze delle tenebre per recare la notte! Previeni, o Leone, il ripetersi di situazioni così penose!” (L’Anno Liturgico, Alba (Cuneo) 1956, vol. 2, pag. 828).
Vi è, inoltre, il fatto che durante duemila anni non vi è mai stato un caso in cui un papa durante il mandato del suo ufficio sia stato dichiarato deposto a causa del reato di eresia. Papa Onorio I fu anatemizzato solo dopo la sua morte. L’ultimo caso di un papa eretico o semieretico fu il caso di Papa Giovanni XXII (1316-1334), secondo cui i santi avrebbero goduto della visione beatifica solo dopo il Giudizio Universale, nella seconda venuta di Cristo. La questione delle teorie papali erronee venne così affrontata: ci furono ammonizioni pubbliche (dell’Università di Parigi e di Re Filippo VI di Francia) e una confutazione diffuse attraverso diverse pubblicazioni teologiche e una correzione fraterna da parte del Cardinale Jacques Fournier, che poi succedette a Giovanni XXII con il nome di Papa Benedetto XII (1334-1342).
La Chiesa, nei rarissimi casi concreti di un pontefice che commette gravi errori teologici o eresie, potrebbe sicuramente continuare a vivere. La pratica della Chiesa fino ad ora è stata quella di lasciare il giudizio finale su un papa eretico regnante ai suoi successori o ad un futuro Concilio ecumenico, come nel caso di Papa Onorio I. Lo stesso sarebbe probabilmente accaduto con Papa Giovanni XXII, se non avesse ritrattato il suo errore.
I pontefici furono deposti diverse volte da poteri secolari o da gruppi criminali. Ciò avvenne specialmente durante il “saeculum obscurum”, il cosiddetto secolo buio (X e XI secolo), quando gli imperatori tedeschi deposero diversi papi indegni, non a causa della loro eresia, ma per la loro scandalosa vita immorale e per il loro abuso di potere. Tuttavia, non furono mai deposti secondo una procedura canonica, poiché ciò è impossibile a causa della struttura divina della Chiesa. Il papa ottiene la sua autorità direttamente da Dio e non dalla Chiesa; perciò la Chiesa non può deporlo, per nessuna ragione.
È un dogma di fede che il papa non possa proclamare un’eresia quando insegna ex cathedra. Questa è la garanzia divina che le porte dell’inferno non prevarranno contro la cathedra veritatis, che è la Sede Apostolica dell’apostolo San Pietro. Dom John Chapman, esperto sulla storia della condanna di papa Onorio I, scrive: “L’infallibilità è, per così dire, il vertice di una piramide. Più solenni sono le espressioni della Sede Apostolica, più possiamo essere certi della loro verità. Quando raggiungono il massimo della solennità, cioè quando sono rigorosamente ex cathedra, la possibilità di errore viene completamente eliminata. L’autorità di un papa, anche in quelle occasioni in cui non è effettivamente infallibile, deve essere implicitamente seguita e riverita. Che possa essere dalla parte sbagliata è una contingenza che la storia e la fede mostrano come possibile” (The Condemnation of Pope Honorius, London 1907, pag. 109).
Se un papa diffonde errori dottrinali o eresie, la struttura divina della Chiesa fornisce già un antidoto: la supplenza ministeriale dei rappresentanti dell’episcopato e l’invincibile sensus fidei dei fedeli. In questa materia il fattore numerico non è decisivo. È sufficiente avere anche solo un paio di vescovi che proclamino l’integrità della fede e correggano in tal modo gli errori di un papa eretico. È sufficiente che i vescovi istruiscano e proteggano il loro gregge dagli errori di un papa eretico e che i loro sacerdoti e i genitori delle famiglie cattoliche facciano lo stesso. Inoltre, poiché la Chiesa è anche una realtà soprannaturale, un mistero, un unico organismo soprannaturale, ovvero il Corpo mistico di Cristo, i vescovi, i sacerdoti e i fedeli laici – oltre a correzioni, appelli, professioni di fede e resistenza pubblica – devono necessariamente compiere anche atti di riparazione e di espiazione alla Divina Maestà per le eresie di un papa. Secondo la Costituzione dogmatica Lumen gentium(cfr 12) del Concilio Vaticano II, l’intero corpo dei fedeli non può errare nella fede, quando dai vescovi fino all’ultimo fedele laico, mostrano un consenso universale in questioni di fede e morale. Anche se un papa sta diffondendo errori teologici ed eresie, la Fede della Chiesa nel suo complesso rimarrà intatta a causa della promessa di Cristo circa l’assistenza speciale e la presenza permanente dello Spirito Santo, lo Spirito della verità, nella sua Chiesa (cfr Gv 14,17; 1 Gv 2,27).
Quando, per un imperscrutabile permesso di Dio, in un certo momento della storia e in un caso molto raro, un papa diffonde errori ed eresie attraverso il suo magistero quotidiano o non infallibile, la Divina Provvidenza risveglia allo stesso tempo la testimonianza di alcuni membri del collegio episcopale e anche i fedeli, per compensare i fallimenti temporanei del Magistero pontificio. Si deve dire che una tale situazione è molto rara, ma non impossibile, come dimostra la storia della Chiesa. La Chiesa è davvero un unico corpo organico, e quando c’è una infermità o una mancanza nella testa (il papa), il resto del corpo (i fedeli) o parti eminenti dello stesso (i vescovi) suppliscono i temporanei errori papali. Uno degli esempi più famosi e tragici di una simile situazione si verificò durante la crisi ariana del IV secolo, quando la purezza della fede fu mantenuta non tanto dall’ecclesia docens(papa ed episcopato) ma dall’ecclesia docta (fedeli), come ha affermato il beato John Henry Newman.
La teoria o l’opinione della perdita dell’ufficio papale per deposizione o ipso factoimplicitamente identifica il papa con tutta la Chiesa o manifesta l’atteggiamento malsano di un “centrismo papale”, in ultima analisi, della papolatria. I sostenitori di tale opinione (specialmente alcuni santi) manifestavano un esagerato ultramontanismo o “centrismo papale”, rendendo il pontefice una sorta di semi-dio, che non può commettere errori, nemmeno in materie fuori dell’oggetto dell’infallibilità papale. Quindi, un papa che commette errori dottrinali – il che include teoreticamente e logicamente anche la possibilità di commettere l’errore dottrinale più grave, ovvero un’eresia – è per i seguaci di questa opinione (cioè la deposizione di un papa e la perdita del suo ufficio a causa dell’eresia) insopportabile o impensabile, anche se si tratta di temi estranei all’infallibilità papale.
La teoria o l’opinione teologica secondo la quale un papa eretico può essere deposto o perdere l’ufficio era estranea al primo millennio. Ha avuto origine solo nell’alto medioevo, in un periodo in cui il papo-centrismo arrivò a un certo apice, quando inconsapevolmente il papa fu identificato con la Chiesa in quanto tale. Ciò presagiva già, nella sua radice, l’atteggiamento mondano di un principe assolutista secondo il motto: “L’État, c’est moi!” o, in termini ecclesiastici: “Io sono la Chiesa!”.
L’opinione che sostiene che un papa eretico perde il suo ufficio ipso facto, è diventata comune a partire dall’alto Medioevo fino al XX secolo. Rimane un’opinione teologica e non un insegnamento della Chiesa e quindi non può rivendicare il titolo di un costante e perenne insegnamento della Chiesa in quanto tale, poiché nessun Concilio ecumenico e nessun papa hanno sostenuto esplicitamente tale opinione. La Chiesa, tuttavia, condannò un papa eretico, ma solo dopo la morte e non durante il mandato del suo ufficio. Anche se alcuni santi Dottori della Chiesa (ad esempio S. Roberto Bellarmino e S. Francesco di Sales) sostengono una tale opinione, essa non prova la sua certezza o un consenso dottrinale generale. Si sa che anche i Dottori della Chiesa hanno errato; questo è il caso di San Tommaso d’Aquino sulla questione dell’Immacolata Concezione, sulla questione della materia del sacramento dell’Ordine o sul carattere sacramentale dell’ordinazione episcopale.
C’è stato un periodo nella Chiesa in cui si aveva, per esempio, un’opinione teologica comune oggettivamente sbagliata secondo la quale la consegna degli strumenti era materia del sacramento dell’Ordine; un’opinione, tuttavia, che non poteva invocare antichità né universalità, anche se fu per un tempo limitato supportata da un papa (dal decreto di Eugenio IV) o da libri liturgici (anche se per un breve periodo). Questa opinione comune fu tuttavia corretta da Pio XII nel 1947.
La teoria – di deporre un papa eretico o della perdita del suo ufficio ipso facto a causa dell’eresia – è solo un’opinione, che non soddisfa le necessarie categorie teologiche dell’antichità, dell’universalità e del consenso (semper, ubique, ab omnibus). Non ci sono state dichiarazioni del Magistero ordinario universale o del Magistero pontificio che avrebbero sostenuto le teorie della deposizione di un papa eretico o della perdita del suo ufficio ipso facto a causa dell’eresia. Secondo una tradizione canonica medievale, poi raccolta nel Corpus Iuris Canonici (la legge canonica valida nella Chiesa latina fino al 1918), un papa potrebbe essere giudicato in caso di eresia: “Papa a nemine est iudicandus, nisi deprehendatur a fide devius“, cioè “il papa non può essere giudicato da nessuno, a meno che non sia stato trovato deviante dalla fede” (Decretum Gratiani, Prima Pars, dist. 40, c. 6, 3. pars). Il Codice di Diritto Canonico del 1917 tuttavia, eliminò la norma del Corpus Iuris Canonici, che parlava di un papa eretico. E nemmeno il Codice di Diritto Canonico del 1983 prevede tale norma.
La Chiesa ha sempre insegnato che anche una persona eretica, automaticamente scomunicata a causa dell’eresia formale, può tuttavia amministrare validamente i sacramenti e che un prete eretico o scomunicato può in un caso estremo esercitare anche un atto di giurisdizione impartendo a un penitente l’assoluzione sacramentale. Le norme dell’elezione papale, valide fino a Paolo VI incluso, ammettevano che anche un cardinale scomunicato poteva partecipare all’elezione ed essere eletto papa: “Nessun Cardinale elettore potrà essere escluso dall’elezione, attiva e passiva, del Sommo Pontefice, a causa o col pretesto di qualunque scomunica, sospensione, interdetto o di altro impedimento ecclesiastico; queste censure dovranno ritenersi sospese soltanto agli effetti di tale elezione” (Paolo VI, Costituzione Apostolica Romano Pontifice eligendo, 35). Questo principio teologico deve essere applicato anche al caso di un vescovo eretico o di un papa eretico, che nonostante le loro eresie possono validamente compiere atti di giurisdizione ecclesiastica e quindi non perdere ipso facto l’ufficio a causa dell’eresia.
La teoria o opinione teologica che consente la deposizione di un papa eretico o la perdita del suo ufficio ipso facto a causa dell’eresia è in pratica inattuabile. Se fosse applicata nella pratica, creerebbe una situazione simile a quella del Grande Scisma, che la Chiesa già sperimentò disastrosamente alla fine del XIV e all’inizio del XV secolo. Infatti, ci sarà sempre una parte del collegio cardinalizio e una parte considerevole dell’episcopato mondiale e anche dei fedeli che non saranno d’accordo nel considerare un concreto errore papale (errori) come eresia formale (eresie), e di conseguenza continueranno a considerare il papa regnante come l’unico papa legittimo.
Uno scisma formale, con due o più pretendenti al trono pontificio – che sarà una conseguenza inevitabile anche di una deposizione canonica di un papa – causerà necessariamente più danni alla Chiesa nel suo complesso che un periodo relativamente breve e molto raro in cui un papa diffonde errori dottrinali o eresie. La situazione di un papa eretico sarà sempre relativamente breve rispetto ai duemila anni di esistenza della Chiesa. In questo caso raro e delicato bisogna lasciare spazio a un intervento della Divina Provvidenza.
Il tentativo di deporre un papa eretico ad ogni costo è segno di un comportamento troppo umano, che alla fine riflette una riluttanza a sopportare la croce temporale di un pontefice eretico. Forse riflette anche l’emozione troppo umana della stizza. In ogni caso, offrirà una soluzione eccessivamente umana e, in quanto tale, in qualche modo simile al comportamento nella politica. La Chiesa e il Papato sono realtà non puramente umane, ma anche divine. La croce di un papa eretico – anche quando è di durata limitata – è la più grande croce immaginabile per tutta la Chiesa.
Un altro errore nell’intenzione o nel tentativo di deporre un papa eretico consiste nell’identificazione indiretta o subconscia della Chiesa con il papa o nel fare del papa il punto focale della vita quotidiana della Chiesa. Ciò significa in definitiva e subconsciamente un cedimento a un ultramontanismo malsano, al papo-centrismo e alla papolatria, cioè un culto della personalità papale.
Ci sono stati effettivamente periodi nella storia della Chiesa quando, per un tempo considerevole, la Sede di Pietro rimase vacante. Ad esempio dal 29 novembre 1268 al 1° settembre 1271, non ci fu nessun papa e nemmeno alcun anti-papa. Pertanto, i cattolici non dovrebbero rendere il pontefice, le sue parole e le sue azioni il proprio punto focale quotidiano.
Si può diseredare i figli di una famiglia. Tuttavia non si può diseredare il padre di una famiglia, per quanto sia colpevole o si comporti mostruosamente. Questa è la legge della gerarchia che Dio ha stabilito anche nella creazione. Lo stesso vale per il papa, che durante il suo mandato è il padre spirituale dell’intera famiglia di Cristo sulla terra. Nel caso di un padre criminale o mostruoso, i bambini devono ritirarsi da lui o evitarne il contatto. Tuttavia, non possono dire: “eleggeremo un nuovo e buon padre per la nostra famiglia”. Sarebbe contrario al buon senso e alla natura. Lo stesso principio dovrebbe essere applicabile quindi alla questione del deporre un papa eretico. Il papa non può essere deposto da nessuno; solo Dio può intervenire e lo farà a suo tempo, poiché Egli non sbaglia nella sua provvidenza (“Deus in sua dispositione non fallitur“). Durante il Concilio Vaticano I, Mons. Zinelli, Relatore della commissione conciliare sulla Fede, parlò in questi termini della possibilità di un papa eretico: “Se Dio permette un male così grande (cioè un papa eretico), i mezzi per porre rimedio a tale la situazione non mancheranno” (Mansi 52, 1109).
La deposizione di un pontefice eretico finirebbe per favorire l’eresia del conciliarismo, del sedevacantismo e un atteggiamento mentale simile a quello di una comunità puramente umana o politica. Promuoverebbe anche una mentalità simile al separatismo del mondo protestante o all’autocefalismo nella comunità delle chiese ortodosse.
La teoria o opinione che permette la deposizione e la perdita dell’ufficio si rivela inoltre essere nelle sue radici più profonde – sebbene inconsciamente – anche una sorta di “donatismo” applicato al ministero papale. La teoria donatista identificava i sacri ministri (sacerdoti e vescovi) quasi con la santità morale di Cristo stesso, richiedendo quindi per la validità del loro ufficio l’assenza di errori morali o di cattiva condotta nella loro vita pubblica. In un modo simile, la suddetta teoria esclude la possibilità che un papa possa commettere errori dottrinali, cioè eresie, dichiarando per questo stesso fatto il suo ufficio invalido o vacante, proprio come fecero i donatisti, che dichiaravano l’ufficio sacerdotale o episcopale invalido o vacante a causa di errori nella vita morale.
Si può immaginare che in futuro l’autorità suprema della Chiesa (il Papa o il Concilio ecumenico) potrebbe stabilire le seguenti o simili norme canoniche vincolanti per il caso di un papa eretico o manifestamente eterodosso:
• Un papa non può essere deposto in nessuna forma e per nessun motivo, neppure per ragioni di eresia.
• Ogni nuovo papa eletto che prende possesso del suo ufficio è obbligato, in virtù del suo ministero di maestro supremo della Chiesa, a prestare il giuramento di proteggere l’intero gregge di Cristo dai pericoli delle eresie e di evitare nelle sue parole e azioni ogni apparenza di eresia, nel rispetto del suo dovere di rafforzare nella fede tutti i pastori e i fedeli.
• Un papa che diffonde evidenti errori teologici o eresie o contribuisca alla loro diffusione con le sue azioni e omissioni dovrebbe essere debitamente corretto in una forma fraterna e privata dal Decano del Collegio cardinalizio.
• Dopo le correzioni private infruttuose, il Decano del Collegio dei Cardinali è tenuto a rendere pubblica la sua correzione.
• Insieme alla correzione pubblica, il Decano del Collegio cardinalizio deve fare un appello alla preghiera per il papa affinché possa riacquistare la forza per confermare in modo inequivocabile l’intera Chiesa nella Fede.
• Allo stesso tempo il Decano del Collegio dei Cardinali dovrebbe pubblicare una formula di Professione di Fede, in cui verrebbero respinti gli errori teologici che il Papa insegna o tollera (senza necessariamente nominare il Papa).
• Se il Decano del Collegio dei Cardinali dovesse omettere o non fare la correzione, l’appello alla preghiera e la pubblicazione di una Professione di Fede, ogni cardinale, vescovo o un gruppo di vescovi dovrebbe farlo e, se anche i cardinali e i vescovi omettono o non riescono a farla, qualsiasi membro dei fedeli cattolici o qualsiasi gruppo di fedeli cattolici dovrebbe farlo.
• Il Decano del Collegio cardinalizio o un cardinale, o un vescovo o un gruppo di vescovi, o un fedele cattolico o un gruppo di fedeli cattolici che hanno fatto la correzione, appello alla preghiera, e la pubblicazione della Professione di Fede non possono essere sottoposti a sanzioni canoniche o accusati di mancanza di rispetto verso il papa per questo motivo.
Nel caso estremamente raro di un papa eretico, la situazione spirituale della Chiesa può essere descritta con le parole usate da Papa San Gregorio Magno (590-604), che parlava della Chiesa del suo tempo come di “una vecchia nave tristemente danneggiata; perché le acque stanno entrando da tutte le parti, e le giunture, colpite dalle scosse quotidiane della tempesta, stanno diventando marce e preannunciano il naufragio” (Registrum I, 4, Ep. ad Ioannem episcopum Constantinopolitanum).
Gli episodi evangelici di Nostro Signore che calma il mare tempestoso e salva Pietro, che stava affondando nell’acqua, ci insegnano che anche nella situazione più drammatica e umanamente disperata di un papa eretico, tutti i Pastori della Chiesa e i fedeli dovrebbero credere e confidare che Dio, nella Sua Provvidenza, interverrà e Cristo calmerà la furiosa tempesta e restituirà ai successori di Pietro, suoi Vicari sulla terra, la forza di confermare tutti i Pastori e fedeli nella Fede cattolica e apostolica.
Papa San Agatone (678-681), che ebbe il difficile compito di limitare il danno causato da papa Onorio I all’integrità della Fede, lasciò parole vivide in un ardente appello a ciascun successore di Pietro, che deve essere sempre consapevole del suo grave dovere di custodire intatta la purezza verginale del Deposito della Fede: “Guai a me se trascuro di predicare la verità del mio Signore, che ha sinceramente predicato. Guai a me, se copro con il silenzio la verità che sono tenuto a dare al mio gregge, cioè di insegnare e convincere il popolo cristiano. Che cosa dirò nel futuro giudizio di Cristo stesso, se arrossisco – Dio non lo voglia! – nel predicare qui la verità delle sue parole? Quale soddisfazione potrò dare per me stesso, circa le anime che mi sono state affidate, quando Egli chiederà un rigido resoconto dell’ufficio che ho ricevuto? “(Ep. “Consideranti mihi” ad Imperatores).
Quando il primo Papa, San Pietro, si trovava materialmente in catene, tutta la Chiesa implorò la sua liberazione: “Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui” (Atti 12,5). Quando un papa diffonde errori o persino eresie, è in catene spirituali o in una prigione spirituale. Pertanto, l’intera Chiesa deve pregare senza sosta per la sua liberazione da questa prigione spirituale. L’intera Chiesa deve avere una perseveranza soprannaturale in tale preghiera e una fiducia soprannaturale nel fatto che in fondo è Dio che governa la Sua Chiesa e non il Papa.
Quando papa Onorio I (625-638) adottò un atteggiamento ambiguo sulla diffusione della nuova eresia monotelita, san Sofronio, Patriarca di Gerusalemme, mandò un vescovo dalla Palestina a Roma, dicendogli: “Vai alla Sede Apostolica, dove sono le fondamenta della santa dottrina, e non cessare di pregare finché la Sede Apostolica non condanni la nuova eresia”.
Nel trattare il tragico caso di un pontefice eretico, tutti i membri della Chiesa, a cominciare dai vescovi, fino ai semplici fedeli, devono usare tutti i mezzi legittimi, come le correzioni private e pubbliche al papa errante, costanti e ardenti preghiere e professioni pubbliche della verità, affinché la Sede Apostolica possa di nuovo professare con chiarezza le verità divine, che il Signore ha affidato a Pietro e a tutti i suoi successori. “Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede” (Primo Concilio Vaticano, Costituzione dogmatica Pastor aeternus, cap. 4).
Ogni Papa e tutti i membri della Chiesa devono ricordare le parole sagge e senza tempo che il Concilio Ecumenico di Costanza (1414-1418) ha pronunciato sul Papa, visto come la prima persona nella Chiesa ad essere vincolata dalla Fede, di cui deve scrupolosamente custodirne l’integrità: “Poiché il Romano Pontefice esercita un così grande potere tra i mortali, è giusto che sia sempre più legato dai vincoli incontrovertibili della fede e dai riti che devono essere osservati riguardo ai sacramenti della Chiesa. Perciò decretiamo e ordiniamo, affinché la pienezza della fede possa risplendere in un futuro Romano Pontefice con singolare splendore fin dal primo momento del divenire papa, che da quel momento in poi chi sarà eletto Romano Pontefice farà la seguente confessione e professione pubblica” (Trentanovesima sessione del 9 ottobre 1417, ratificata da papa Martino V).
Nella stessa sessione, il Concilio di Costanza decretò che ogni nuovo papa eletto dovesse fare un giuramento di fede, proponendo la seguente formula, di cui citiamo i passaggi più cruciali:
- “Io, N., papa eletto, con cuore e bocca confesso e professo a Dio onnipotente, che crederò fermamente e conserverò la Fede Cattolica secondo le tradizioni degli Apostoli, dei Concili Generali e degli altri Santi Padri. Conserverò questa fede immutata fino all’ultimo punto e confermerò, difenderò e predicherò fino alla morte e allo spargimento del mio sangue, e allo stesso modo seguirò e osserverò in ogni modo il rito tramandato dei sacramenti ecclesiastici della Chiesa Cattolica”.
Quanto sarebbe urgente mettere in pratica un simile giuramento del papa, soprattutto ai nostri giorni! Il pontefice non è un monarca assoluto, che possa fare e dire ciò che gli piace, che possa cambiare la dottrina o la liturgia a sua discrezione. Sfortunatamente, nei secoli passati – contrariamente alla tradizione apostolica dei tempi antichi – il comportamento dei papi come monarchi assoluti o semi-divinità divenne comunemente accettato nella misura in cui influenzava le visioni teologiche e spirituali della maggioranza dei vescovi e dei fedeli, e specialmente della pia gente. Il fatto che il papa debba essere il primo nella Chiesa a dover evitare novità, obbedendo in modo esemplare alla tradizione della Fede e della Liturgia, a volte è stato dimenticato nella coscienza dei vescovi e dei fedeli da una cieca e pia accettazione di un assolutismo papale.
Il giuramento pontificio del Liber Diurnus Romanorum Pontificum considerava come obbligo principale e qualità più distinta di un nuovo papa, la sua incrollabile fedeltà alla Tradizione, così come gli è stata tramandata da tutti i suoi predecessori: “Nihil de traditione, quod a probatissimis praedecessoribus meis servatum reperi, diminuere vel mutare, aut aliquam novitatem admittere; sed ferventer, ut vere eorum discipulus et sequipeda, totis viribus meis conatibusque tradita conservare ac venerari” (“Non cambierò nulla della Tradizione ricevuta, e nulla di ciò che ho trovato prima di me custodito dai miei venerandi predecessori, né intaccherò, altererò, o permetterò qualsiasi innovazione in essa; anzi riverentemente la salvaguarderò con ardente affetto come un vero e fedele discepolo, trasmettendola con tutta la mia forza e il massimo sforzo”).
Lo stesso giuramento papale ha definito, in termini concreti, la fedeltà alla lex credendi (la regola della fede) e alla lex orandi (la regola della preghiera). Per quanto riguarda la lex credendi (la regola della fede), il testo del giuramento dice:
“Verae fidei rectitudinem, quam Christo autore tradente, per successori tuos atque discipulos, usque ad exiguitatem meam perlatam, in tua sancta Ecclesia reperi, totis conatibus meis, usico ad animam et sanguinem custodire, temporumque difficultates, cum tuo adjutorio, toleranter sufferre” (“Prometto di mantenere con tutte le mie forze, fino alla morte e allo spargimento del mio sangue, l’integrità della vera fede, il cui autore è Cristo, e che, attraverso i suoi successori e discepoli, è stata trasmessa alla mia umile persone e che io ho trovato nella Sua Chiesa. Prometto anche di sopportare con pazienza le difficoltà dei tempi”).
Per quanto riguarda la lex orandi, il giuramento del Papa afferma:
“Disciplinam et ritum Ecclesiae, sicut inveni, et a sanctis praecessoribus meis traditum reperi, illibatum custodire” (“Prometto di mantenere inviolata la disciplina e la liturgia della Chiesa come le ho trovate e come sono state trasmesse dai miei santi predecessori”).
Negli ultimi cento anni, ci sono stati alcuni esempi spettacolari di un assolutismo papale. Quando consideriamo la lex orandi, furono drastici e radicali i cambiamenti operati dai Papi Pio X, Pio XII e Paolo VI e, riguardo alla lex credendi, da Papa Francesco.
Pio X divenne il primo papa nella storia della Chiesa latina a compiere una riforma tanto radicale dell’ordine della salmodia (cursus psalmorum), che portò alla creazione di una forma di un nuovo Ufficio Divino riguardo alla distribuzione dei salmi. Poi ci fu Papa Pio XII, che approvò per l’uso liturgico una versione latina radicalmente modificata del millenario e melodioso testo del Salterio della Vulgata. La nuova traduzione latina, il cosiddetto “Salterio Piano”, era un testo fabbricato artificialmente dagli accademici ed era, nella sua ricercatezza, difficilmente pronunciabile. Questa nuova traduzione latina, giustamente criticata con il proverbio “accessit latinitas, recessit pietas“, venne di fatto respinta da tutta la Chiesa sotto il pontificato di Papa Giovanni XXIII. Papa Pio XII cambiò anche la liturgia della Settimana Santa, un tesoro liturgico millenario della Chiesa, introducendo rituali inventati parzialmente ex novo. Un cambiamento liturgico, tuttavia, fu eseguito da Papa Paolo VI con una riforma rivoluzionaria del rito della Messa e degli altri sacramenti, una riforma liturgica, che nessun papa prima ha osato eseguire con tale radicalità.
Un cambiamento teologicamente rivoluzionario è stato fatto da Papa Francesco in quanto egli approvò le norme in alcune chiese locali che prevedano di ammettere alla Sacra Comunione in casi singolari e eccezionali adulteri sessualmente attivi (che convivono nelle cosiddette “unioni irregolari”). Anche se queste norme locali non rappresentano una norma generale nella Chiesa, tuttavia costituiscono una negazione pratica della verità dell’assoluta indissolubilità del matrimonio sacramentale rato e consumato. Altro cambiamento radicale nelle questioni dottrinali è la modifica della dottrina biblica e del Magistero bimillenario della Chiesa riguardo alla legittimità in via di principio della pena di morte. Un successivo mutamento dottrinale è stata l’approvazione di Papa Francesco della frase contenuta nel documento interreligioso di Abu Dhabi del 4 febbraio 2019, secondo cui, la diversità dei sessi e delle razze insieme con la diversità delle religioni corrisponde alla sapiente volontà di Dio. Questa formulazione in quanto tale richiede una correzione papale ufficiale, altrimenti costituirebbe una evidente contraddizione del Primo Comandamento del Decalogo e dell’inequivoco ed esplicito insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo, dunque, costituirebbe in ultima istanza una contraddizione della Rivelazione Divina.
Su questo sfondo si staglia e fa riflettere un fatto impressionante della vita di Papa Pio IX: di fronte alla richiesta di un gruppo di vescovi di introdurre un piccolo cambiamento nel Canone della Messa per inserirvi il nome di San Giuseppe, rispose: “Non posso farlo. Io sono solo il Papa!”.
La seguente preghiera di Dom Prosper Guéranger, in cui elogia Papa San Leone II per la sua strenua difesa dell’integrità della Fede all’indomani della crisi causata da Papa Onorio I, dovrebbe essere pregata assiduamente da ogni papa e da tutti i fedeli, specialmente nel nostro tempo:
“San Leone, mantieni il pastore al disopra della zona delle maleiche brume che si levano dalla terra; conserva nel gregge quella preghiera che deve salire continuamente a Dio per lui dalla Chiesa (Atti 12, 5): e Pietro, fosse anche sepolto nel profondo delle più oscure prigioni, non cesserà di contemplare il puro splendore del Sole di giustizia; e l’intero corpo della santa Chiesa si troverà nella luce. Il corpo infatti – dice Gesù – è rischiarato dall’occhio: se l’occhio è semplice, tutto il corpo risplende (Mt. 6, 22). Ammaestrati da te sul valore del beneficio che il Signore ha elargito al mondo quando lo stabilì sull’ insegnamento infallibile dei successori di Pietro, conosciamo ora la forza della roccia che sostiene la Chiesa; sappiamo che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa (ibid. 16, 18). Mai infatti lo sforzo di quelle potenze dell’abisso andò tanto oltre come nella funesta crisi [di Papa Onorio] alla quale tu ponesti termine. Del resto, il loro successo, per quanto doloroso, non andava contro le promesse divine: non già al silenzio di Pietro [di Papa Onorio e al suo sostegno all’eresia], ma al suo insegnamento é stata promessa l’immancabile assistenza dello Spirito di verità” (L’Anno liturgico, Alba (Cuneo) 1956, vol. 2, p. 829).
Il caso estremamente raro di un papa eretico o semi-eretico deve alla fine essere sopportato e sofferto alla luce della fede nel carattere divino e nell’indistruttibilità della Chiesa e dell’ufficio petrino. Papa San Leone Magno formulò questa verità, affermando che la dignità di San Pietro non si attenua nei suoi successori, per quanto indegni possano essere: “Cuius dignitas etiam in indigno haerede non deficit” (Serm. 3, 4).
Potrebbe verificarsi la situazione davvero stravagante di un papa che pratica abusi sessuali su minori o subordinati in Vaticano. Cosa dovrebbe fare la Chiesa in questa circostanza? La Chiesa dovrebbe tollerare un pontefice predatore sessuale di minori o subordinati? Per quanto tempo la Chiesa dovrebbe tollerare un tale papa? Dovrebbe perdere il papato ipso facto a causa di tali abusi? In tale situazione potrebbe sorgere una nuova teoria o opinione canonica o teologica che consenta la deposizione di un papa e la perdita del suo ufficio a causa di mostruosi crimini morali (ad esempio i suddetti abusi sessuali su minori e subordinati). Tale opinione sarebbe analoga al parere che ritiene possibile la deposizione di un papa e la perdita del suo ufficio a causa dell’eresia. Tuttavia, una tale nuova teoria o opinione (deposizione di un papa e la perdita del suo ufficio a causa di mostruosi reati sessuali) non corrisponderebbe sicuramente alla perenne mente e pratica della Chiesa.
La tolleranza di un papa eretico come una croce non significa passività o approvazione della sua condotta erronea. Si dovrebbe fare tutto il possibile per rimediare a tale situazione. Sopportare la croce di un papa eretico, in nessun caso significa acconsentire alle sue eresie o essere passivo. Proprio come la gente deve sopportare, per esempio, un regime iniquo o ateo come una croce (molti cattolici hanno vissuto sotto un tale regime in Unione Sovietica, sopportando questa situazione come una croce, in spirito di espiazione), o come i genitori debbono portare la croce di un figlio adulto, divenuto un miscredente o immorale, o come i membri di una famiglia devono portare come una croce per esempio un padre alcolizzato. I genitori non possono “deporre” il figlio errante dall’appartenenza alla famiglia, così come i bambini non possono “deporre” il padre in errore dall’appartenenza alla famiglia o dal titolo di “padre”.
È più sicuro e conforme a una visione più sovrannaturale della Chiesa non deporre un papa eretico. Fare così, con tutte le contromisure pratiche e concrete da prendere, non significa in nessun caso passività o collaborazione con gli errori papali, ma un impegno molto attivo e una vera compassione con la Chiesa, che, nel tempo di un papa eretico o semi-eretico, vive le sue ore di Golgota. Più un papa diffonde ambiguità dottrinali, errori o persino eresie, più nella Chiesa risplenderà brillantemente la pura Fede cattolica dei piccoli: la Fede dei bambini innocenti; delle suore religiose; in particolare la fede delle gemme nascoste della Chiesa: le monache di clausura; la fede dei fedeli laici eroici e virtuosi di ogni condizione sociale; la fede dei singoli sacerdoti e vescovi. Questa pura fiamma di fede cattolica, spesso alimentata da sacrifici e atti di espiazione, brucerà più intensamente della codardia, dell’infedeltà, della rigidità spirituale e della cecità di un papa eretico.
La Chiesa ha un carattere così divino che può esistere e vivere per un periodo di tempo limitato nonostante un papa regnante eretico, proprio a causa della verità che il papa non è sinonimo o identico alla Chiesa. La Chiesa ha un carattere così divino che nemmeno un papa eretico è in grado di distruggerla; anche se ne danneggia pesantemente la vita, però la sua azione ha una durata limitata. La fede di tutta la Chiesa è più grande e più forte degli errori di un papa eretico e questa fede non può essere sconfitta. La costanza di tutta la Chiesa è maggiore e più duratura del disastro relativamente breve di un papa eretico. La vera roccia su cui risiede l’indistruttibilità della Fede e della santità della Chiesa è Cristo stesso, essendo il papa solo il suo strumento, proprio come ogni sacerdote o vescovo è solo uno strumento di Cristo Sommo Sacerdote.
La salute dottrinale e morale della Chiesa non dipende esclusivamente dal papa, poiché per legge divina questa è garantita nella situazione straordinaria di un papa eretico dalla fedeltà dell’insegnamento dei vescovi e in ultima analisi anche dalla fedeltà dell’intero corpo dei fedeli laici, come sufficientemente dimostrato dal beato John Henry Newman e dalla storia. La salute dottrinale e morale della Chiesa non dipende in misura tale dagli errori dottrinali relativamente brevi di un singolo papa da rendere la Sede Papale vacante. Come la Chiesa può sopportare un tempo senza papa (è già accaduto nella storia per un periodo di diversi anni), allo stesso tempo è per costituzione divina così forte che può anche reggere un papa eretico di breve durata.
L’atto di deporre un pontefice o il dichiarare vacante la sua cattedra per la perdita del papato ipso facto dovuta ad eresia, sarebbe una novità rivoluzionaria nella vita della Chiesa, che atterrebbe a una questione molto importante della sua costituzione e della sua vita. La via più sicura (via tutior) da seguire in una materia così delicata, anche quando non è di natura pratica o strettamente dottrinale, è quella che si orienta secondo il senso perenne della Chiesa.
Nonostante tre Concili Ecumenici successivi (il Terzo Concilio di Costantinopoli nel 681, il Secondo Concilio di Nicea nel 787 e il Quarto Concilio di Costantinopoli nell’870) e papa San Leone II nel 682 abbiano scomunicato papa Onorio I per eresia, essi non hanno nemmeno implicitamente dichiarato che Onorio avesse perso il papato ipso facto a causa dell’eresia. Infatti, il pontificato di Papa Onorio I fu considerato valido anche dopo aver sostenuto l’eresia nelle sue lettere al Patriarca Sergio nel 634, poiché regnò altri quattro anni fino al 638.
Il seguente principio, formulato da papa Santo Stefano I (+ 257), anche se in un contesto diverso, dovrebbe essere una linea guida nel trattare la delicatissima e rara questione di un papa eretico: “Nihil innovetur, nisi quod traditum est“, cioè “Non ci sia innovazione rispetto a ciò che è stato tramandato”.
21 marzo 2019
+ Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Santa Maria ad Astana
La dichiarazione sulle diverse religioni, fatta da papa Francesco il 13 settembre a Singapore, è probabilmente destinata ad alimentare un certo sedevacantismo, che rifiuta di riconoscere l’autorità del regnante pontefice, a causa delle sue vere o presunte eresie.
Se il dissenso, o la resistenza, a molte esternazioni del Papa possono essere giustificati, non lo è però la superficialità con cui in alcuni ambienti si affronta il difficile e delicato problema della suprema autorità nella Chiesa.
In un libro di riferimento (Ipotesi Teologica di un Papa eretico, Edizioni Solfanelli, Chieti 2018), Arnaldo Xavier da Silveira (1929-2018) ha offerto un’esposizione sistematica della questione del Papa eretico. Sulla base di un’accurata ricerca, l’autore dimostra come la possibilità che un Papa possa cadere in eresia sia condivisa dalla maggior parte dei teologi. Non c’è invece consenso nello stabilire se un eventuale Papa eretico perde la sua carica e, in tal caso, quando e come ciò avvenga.
La sentenza più sicura, secondo da Silveira ed altri autori, sembra quella di san Roberto Bellarmino, secondo cui un Papa che cadesse in eresia pubblica e notoria, smetterebbe di essere membro della Chiesa e quindi cesserebbe, ipso facto, di essere capo della Chiesa.
Su questa base, alcuni sedevacantisti argomentano: a) Francesco ha dimostrato, con le sue parole e i suoi atti, di essere un eretico pubblico; b) Se Francesco è un eretico pubblico, allora non è più membro della Chiesa e, in questo caso, non può essere considerato il vero capo della Chiesa visibile istituita da Cristo; c) dunque Francesco non è il Papa, ma è semplicemente Jorge Mario Bergoglio, “inimicus Ecclesiae”.
Il problema è in realtà più complesso e va affrontato proprio alla luce dell’insegnamento di san Roberto Bellarmino e dei più sicuri teologi.
Nell’enciclica Mystici corporis del 29 giugno 1943, Pio XII spiega che il Corpo Mistico della Chiesa, a somiglianza del Verbo Incarnato, possiede una profonda vita spirituale, insieme con una struttura organica e sociale. Come il suo Fondatore, la Chiesa consta di un elemento umano, visibile ed esterno, dato dagli uomini che la compongono, e di un elemento divino, spirituale e invisibile, dato dai doni soprannaturali che pongono la società umana sotto l’influsso dello Spirito Santo, anima e principio unitivo di tutto l’organismo.
Per essere salvati è necessario appartenere, tramite la fede soprannaturale, all’anima della Chiesa, perché «senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Eb. 11, 6). La fede, tuttavia, è solo l’inizio della nostra esistenza divina: la vita piena, intensa, si chiama grazia santificante. Chi commette il peccato gravissimo di eresia, si separa dall’anima della Chiesa.
Per appartenere al corpo della Chiesa sono invece necessari tre elementi; la professione esteriore della fede cattolica, la partecipazione ai sacramenti della Chiesa e la sottomissione ai legittimi pastori. Gli eretici sono automaticamente separati anche dal corpo della Chiesa?
Nella stessa enciclica Mystici corporis, Pio XII afferma che «tra i membri della Chiesa bisogna annoverare esclusivamente quelli che ricevettero il lavacro della rigenerazione, e professando la vera fede, non si separarono da se stessi, disgraziatamente, dalla compagine di questo corpo, e non ne furono separati dalla legittima autorità per gravissime colpe commesse».
C’è qui una distinzione, implicita ma fondamentale, tra la separazione legale e quella spirituale degli eretici dal Corpo Mistico, che si richiama alla differenza tra l’anima e il corpo della Chiesa. Il Papa spiega che, mentre l’eresia, per sua natura, separa la persona spiritualmente dalla Chiesa, la separazione legale avviene solo quando la persona abbandona volontariamente la Chiesa o è separata da essa da una sentenza ecclesiastica.
Non bisogna confondere il peccato e il delitto di eresia. Il primo appartiene alla sfera morale, il secondo a quella giuridica. L’eresia, per sua natura costituisce un peccato e ci separa spiritualmente dalla Chiesa, predisponendoci anche a una separazione giuridica. Ma il vincolo spirituale è distinto da quello giuridico. John Salza e Robert Siscoe hanno approfondito questo punto in True or False Pope (Saint Thomas Aquinas Seminary, 2015, pp. 143-189). La separazione formale avviene quando l’autorità della Chiesa riconosce il delitto di eresia, condannando pubblicamente l’eretico. Ma chi ha l’autorità di pronunciare una sentenza contro il Papa, che non ha nessun superiore al di sopra di lui? E’ chiaro che un eventuale intervento della Chiesa, dei cardinali o del Concilio, sarebbe un’azione puramente dichiarativa che manifesta pubblicamente l’esistenza di un delitto di eresia. Il Vicario di Gesù Cristo, infatti, non è sottoposto ad alcuna giurisdizione umana: il suo giudice diretto e immediato può essere solo Dio stesso.
Il Papa può separarsi da sé stesso dalla Chiesa, ma solo in seguito ad un’eresia notoria, manifesta al popolo cattolico e professata con pertinacia. La perdita del pontificato, in questo caso, non sarà il risultato di una deposizione da parte di qualcuno, ma di un atto del papa stesso che diventando un eretico formale e notorio, si sarà escluso da solo dalla Chiesa visibile, dimettendosi tacitamente dal Pontificato.
Però un’eresia professata all’esterno può essere definita pubblica senza essere necessariamente notoria. Il celebre canonista Franciscus Xaverius Wernz, nel suo Jus Decretalium (tomus VI, 1913, pp. 19-23), fa un importante distinzione tra delitto pubblico e delitto notorio. Un delitto è publicum quando, pur essendo diffuso, non è riconosciuto come tale da tutto il popolo. Notorio significa qualcosa di più: il delitto è riconosciuto da tutti come un’evidenza: «I fatti notori non hanno bisogno di prova» (can. 1747). La notorietà presuppone la consapevolezza, da parte di chi ascolta le parole eretiche, dell’intrinseca malizia di chi le pronuncia. Se a pronunciarle è un Pontefice, finché quest’avvertenza manca e il Papa è tollerato e accettato dalla Chiesa universale, l’eretico resterà vero Papa e, in linea di principio, i suoi atti saranno validi.
Oggi la larga maggioranza dei cattolici, a cominciare dalle gerarchie ecclesiastiche, interpreta pro bono le parole e i gesti di papa Francesco. Non possiamo dire dunque che la sua perdita di fede sia evidente e manifesta. Né sembra possibile provarne la pertinacia. Così le giuste indicazioni dei grandi teologi classici sono difficili da seguire nella pratica. Quando san Roberto Bellarmino o il padre Wenz scrivevano i loro libri, la società era però ancora cattolica, il sensus fidei era sviluppato ed era facile discernere l’eresia di un prete, di un vescovo o addirittura di un Papa. Oggi, la larga maggioranza dei battezzati, semplici fedeli, sacerdoti, vescovi, vivono immersi nell’eresia, e pochi sono in grado di distinguere tra la verità e l’errore penetrati all’interno del Tempio di Dio.
Torniamo alla distinzione tra sfera spirituale e sfera giuridica. San Roberto Bellarmino nel secondo libro del De Romano Pontifice fa un interessante esempio a proposito di Novaziano e di Baio. Novaziano (220-258) fu un eretico che negò la legittimità del Papa Cornelio e arrivò ad autoproclamarsi Papa, rifiutando pubblicamente l’autorità della Chiesa; Michele di Bay (1513-159) conosciuto come Baio, professore a Lovanio, nei Paesi Bassi, cadde in eresia e fu censurato da Pio V e da Gregorio XIII ma, a differenza di Novaziano, non rinnegò il Papa e la Chiesa come regola infallibile della fede. Bellarmino spiega come Novaziano fu un eretico manifesto che, al contrario di Baio, perse cariche e giurisdizione nella Chiesa.
In conclusione, può avvenire che un Papa si separi spiritualmente dalla Chiesa, pur rimanendo canonicamente Papa, così come può avvenire che dei fedeli si separino spiritualmente da un Papa, pur riconoscendone la legittimità canonica. I veri cattolici non devono separarsi dal Papa ma dalle eresie e dagli errori professati purtroppo fin dai più alti vertici della Chiesa e poi tutto attendere da Dio.

Come spiegano i teologi, la Chiesa fondata da Gesù Cristo è il Regno di Dio su questo mondo, il compimento della Redenzione, la perfezione dell’opera dello Spirito Santo, la più gloriosa manifestazione della Santissima Trinità. La glorificazione della Santissima Trinità è lo scopo ultimo della Chiesa e dell’intera creazione. La santità di Dio, Uno e Trino, costituisce la ragione della santità della Chiesa, che è per sua natura intrinsecamente santa, pura ed immacolata, anche se composta da peccatori. Questa santità è testimoniata dai suoi membri. Per quanto possa essere grande la corruzione all’interno della Chiesa, vi sarà sempre un numero sufficiente di santi che mantengono la vera fede e conducono una vita di perfezione. La santità del Corpo Mistico non esige che tutti i suoi membri siano santi, ma che vi siano dei santi e che la loro santità appaia come il frutto dei principi e delle regole di santità affidate da Cristo alla Chiesa (Corrado Algermissen, La Chiesa e le chiese, Morcelliana 1942, pp. 3-15).
Purtroppo questa dimensione soprannaturale della Chiesa è estranea non solo a coloro che la combattono ma talvolta anche a coloro che la difendono. La Chiesa, ha sempre avuto i suoi detrattori e i suoi difensori, ma oggi c’è il rischio che anche questi ultimi possano considerarla alla stregua di un’azienda o di un movimento politico.
Papa Francesco, ad esempio, appare spesso come un leader politico, piuttosto che come il successore di Pietro. Ma al di là del discutibile esercizio del suo governo e della rappresentazione mediatica che ne viene fatta, egli resta il legittimo Vicario di Cristo, 266º papa della Chiesa cattolica.
Legittimi successori degli Apostoli sono i cardinali che lo circondano e ai quali spetterà eleggere il suo successore. Però le controversie che avvolgono la figura del regnante Pontefice si estendono anche al Sacro Collegio, per gli errori pubblicamente professati da alcuni porporati e per gli scandali morali che, a torto o a ragione, coinvolgono alcuni di essi. Scandali ed errori hanno accompagnato fin dalle sue origini la vita della Chiesa, che ha costituito al suo interno tribunali ecclesiastici che potessero verificare le accuse e irrogare ai colpevoli le dovute pene ecclesiastiche. Un preoccupante fatto nuovo è che condanne e assoluzioni oggi sono decretate sui media, prima che nelle aule dei tribunali ecclesiastici, capovolgendo quella tradizione di discrezione e giustizia che ha sempre caratterizzato l’operato della Chiesa al suo interno.
La stampa internazionale ha dato rilievo nei giorni scorsi al caso del cardinale peruviano Juan Luis Cipriani Thorne, arcivescovo di Lima, che secondo la ricostruzione della vicenda del quotidiano spagnolo El País del 25 gennaio, seguita dall’intervento del Cardinale e da una dichiarazione della Sala stampa vaticana, ha subito dei provvedimenti della Santa Sede restrittivi della sua attività pubblica, del luogo di residenza e dell’uso delle insegne cardinalizie. Ciò perché il Papa sembra ritenerlo colpevole di delitti gravi in materia morale e lo ha sanzionato penalmente, ma senza che nessuno conosca le prove su cui si basano tali sanzioni. Per ora il cardinale Cipriani si è dichiarato innocente e ha protestato per il mancato rispetto delle regole giuridiche. Come il cardinale Cipriani, l’arcivescovo peruviano José Antonio Eguren, coinvolto nelle recenti vicende che hanno portato alla soppressione del Sodalitium Christianae Vitae, ha denunciato di essere stato sottoposto a un processo in cui non sono stati rispettati i suoi diritti, lasciando intendere che la Santa Sede procede sul piano giuridico utilizzando pratiche indegne della Chiesa di Cristo.
Il rischio è che agli abusi morali di cui sono accusati questi prelati si sovrappongano abusi giuridici altrettanto gravi. Ciò può sollevare una nebbia di incertezza attorno ai numerosi scandali, che negli ultimi anni del pontificato hanno colpito il collegio cardinalizio, a cominciare, dal caso del cardinale statunitense Theodore McCarrick, dimesso dallo stato clericale da papa Francesco nel febbraio 2019, per gli abusi sessuali in cui è stato coinvolto.
Un mese dopo, nel marzo 2019, l’arcivescovo emerito di Santiago del Cile Ricardo Ezzati Andrello, nominato cardinale dallo stesso papa Bergoglio nel 2014, ha dovuto rassegnare le sue dimissioni da arcivescovo, per aver insabbiato denunce di abusi sessuali su minori. Negli stessi giorni, in Francia, il cardinale Philippe Barbarin è stato condannato a sei mesi di reclusione con sospensione della pena per non aver denunciato abusi sessuali commessi da un sacerdote nella sua diocesi. Sebbene la condanna sia stata successivamente annullata in appello nel gennaio 2020, Barbarin ha presentato le sue dimissioni da arcivescovo di Lione, che Papa Francesco ha accettato nel marzo 2020.
Il 24 settembre 2020 papa Francesco ha accolto la rinuncia del cardinale Becciu ai “diritti connessi al cardinalato”, compreso quello di entrare in un futuro conclave. Becciu era coinvolto nello scandalo di un investimento immobiliare a Londra. Si è sempre dichiarato innocente, ma nel dicembre 2023 un tribunale del Vaticano, composto esclusivamente da giudici laici, lo ha condannato a cinque anni e sei mesi di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici per reati finanziari, tra cui appropriazione indebita, riciclaggio di denaro, frode, estorsione e abuso d’ufficio. Non sembra avere avuto conseguenze penali invece la vicenda del cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, coordinatore del gruppo chiamato a consigliare il Papa nel governo della Chiesa. Nel 2017 il cardinale honduregno si è trovato al centro di accuse di cattiva gestione finanziaria, inclusa la ricezione di ingenti somme di denaro dalla Università cattolica dell’Honduras, di cui è stato cancelliere, ma si è dimesso da arcivescovo della diocesi solo nel 2023, a 81 anni.
Gli scandali dottrinali e morali pervadono ormai tutto il corpo sociale della Chiesa, sfigurandone l’immagine. Chiunque frequenti le comunità ecclesiali, conosce la triste situazione in cui versano molte di esse. Il quadro presenta parroci opportunisti e codardi; vescovi affaristi, ignoranti di teologia e di diritto canonico; superiori di ordini religiosi più attenti a organizzare lobby all’interno delle proprie congregazioni che al bene dei fedeli; religiose e religiosi, ormai disamorati dalla Chiesa, che calpestano i loro voti religiosi. Per non parlare dello stato di degrado in cui versano gli edifici ecclesiastici, quando non siano sostenuti da potenti contributi statali od europei, ma soprattutto colpisce la sciatteria e l’indifferenza con cui viene celebrato il Santo Sacrificio della Messa, sempre più lontano, non solo nella forma, ma anche nello spirito, da quello apostolico.
E’ questa una ragione per fare di tutt’erba un fascio e buttare a mare con disprezzo la Chiesa visibile? Non è quanto farebbe la Madonna, che ai piedi della Croce raddoppiava il suo amore per il Corpo piagato di Nostro Signore. La Chiesa sulla terra è Cristo stesso, sopravvivente in modo mistico. La storia della Chiesa ne riflette la vita. L’intera vita del Figlio di Dio fu una Via Crucis e tale è la vita della Chiesa attraverso le travagliate vicende storiche. E come nella vita di Gesù al Venerdì santo seguì la trionfale domenica di Pasqua, così i membri della Chiesa parteciperanno un giorno alla sua glorificazione, Per questo Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvo» (Mt 24, 13-14).
Le ferite inflitte alla Chiesa dai suoi membri interni devono dunque alimentare la nostra perseveranza e la nostra fiducia nella indefettibilità della Chiesa. Tanto più essa è mortificata, tanto più deve crescere il nostro desidero di esaltarla e glorificarla.
I cuori magnanimi confidano nel trionfo finale della Chiesa, destinata a risplendere, santa ed immacolata, non solo alla fine dei tempi, ma in un futuro storico che la Provvidenza certamente realizzerà secondo i suoi misteriosi disegni.
RICORDA CHE:
«È GIUSTO RESISTERE A UN PAPA ERETICO? Sì! POICHÉ NON SI DEVE OBBEDIENZA»
Resistere sì, delegittimarlo, NO!
1. “Se il papa ordinasse qualcosa contro la Sacra Scrittura, gli articoli di fede, la verità dei sacramenti, i comandamenti della legge naturale o divina, egli non deve essere obbedito e non bisogna curarsi dei suoi ordini“. (Cardinale Giovanni di Torquemada)
2. “Per resistere e per difendere se stessi non è richiesta alcuna autorità… quindi come è lecito resistere al papa se assale una persona, è altrettanto lecito resistergli se assale le anime… e tanto più se tenta di distruggere la Chiesa. E’ lecito resistergli, affermo, col non fare quello che comanda e impedendo l’esecuzione dei suoi progetti”. (San Roberto Bellarmino)
3. «Il potere delle chiavi di Pietro non si estende fino al punto che il Sommo Pontefice possa dichiarare “non peccato” quello che è peccato, oppure “peccato” quello che non è peccato. Ciò sarebbe, infatti, chiamare male il bene, e bene il male»
(San Roberto Bellarmino – cfr. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. IV cap. VI, p. 214, e anche Lumen gentium, n. 25)
4. L’arcivescovo Kenrick: “Il suo potere [del papa] gli venne conferito per edificare non per distruggere. Se egli se ne serve per sete di dominio -quod absit!- difficilmente troverà popoli che gli siano obbedienti”. 5. “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. (At 5,29)
5. Talvolta Santa Caterina arriva ad ipotizzare che il Papa possa essere un demonio incarnato. Ma anche in tal caso va obbedito.
Ecco le sue parole: “O Verbo dolce, Figlio di Dio, tu hai riposto il tuo sangue nel corpo della santa Chiesa e vuoi che ci sia amministrato per le mani del tuo vicario.
Perciò è stolto colui che si allontana e agisce contro questo vicario che tiene le chiavi del sangue di Cristo crocifisso.
Anche se fosse un demonio incarnato, io non devo alzare il capo contro di lui, ma sempre umiliarmi chiedendo il sangue per misericordia: perché in altro modo non lo potete avere, né in altro modo potete partecipare il frutto del sangue.
Vi prego, dunque, per l’amore di Cristo crocifisso, che non operiate mai più contro il vostro capo” (Lettera 28, a Bernabò Visconti, signore di Milano).
Un vero papa può essere eretico? sì, ma nessuno può deporlo.
Di seguito è presentato e ampliato il contenuto del video in cui don Tullio dimostra la falsità dell’affermazione: “Un papa canonicamente eletto non potrebbe essere pervicacemente eretico perché verrebbe meno il dogma della infallibilità papale”.
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Il dogma della infallibilità papale[1] non dice che il papa non possa cadere in errore e non possa diventare eretico, ma dice che il papa quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, in forza del suo supremo potere apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quella infallibilità di cui il Divino Redentore volle fosse corredata la Sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi. Pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per sé stesse e non per il consenso della Chiesa.
Quindi l’infallibilità papale non significa che il papa non può cadere in eresia, dice semplicemente che il papa in alcuni momenti dice delle cose che sono assolutamente infallibili.
La questione del papa eretico è stata trattata da molti autori, come leggiamo in un libro intitolato “Ipotesi teologica di un papa eretico” di Arnaldo Xavier da Silveira, con la presentazione del Prof. Roberto De Mattei[2] dove vediamo molti autori che precisano questa dottrina e anche che cosa accade per un papa eretico, a significare che un papa può essere veramente eretico.
Per chiarire ulteriormente la questione bisogna notare che ci fu un teologo, Alberto Pighi, che affermava che il papa non potrebbe mai cadere in eresia né in quanto papa né in quanto uomo, come persona privata. Questa dottrina di Pighi non è quella presentata dal documento famoso “Pastor Aeternus” (1870) in cui si definisce il dogma della infallibilità papale. Infatti, durante il Concilio Vaticano I, nella sessione dell’11 Luglio, il relatore generale Mons. Gasser respinse l’accusa fatta alla deputazione da alcuni padri conciliari di seguire l’opinione di Alberto Pighi, secondo cui il papa non avrebbe mai potuto cadere in eresia. Vincent Gasser spiegò che la dottrina del Concilio Vaticano I, che ha dogmatizzato l’infallibilità papale, non è quella di Alberto Pighi, né l’opinione estremista di alcuna altra scuola. Quindi Gasser voleva affermare chiaramente che dichiarando il papa infallibile in alcune occasioni, non si negava che in altre occasioni il papa potesse addirittura diventare eretico.
Che il papa possa diventare eretico è stato detto ultimamente dal Card. Burke, canonista, il quale in una conferenza del 2018 ha riportato un testo di San Roberto Bellarmino “De Romano Pontifice” che dice: Per il momento basta affermare che, come dimostra la storia, è possibile che il Romano Pontefice, esercitando la pienezza del potere, possa cadere nell’eresia o nell’abbandono del suo primo dovere di salvaguardare e promuovere l’unità della fede, del culto e della disciplina.”[3]
Il papa può diventare eretico anche secondo affermazioni del Card. Journet. In un suo testo[4] egli afferma che importanti teologi del Medioevo e dell’età barocca hanno sostenuto la tesi della possibilità di un papa personalmente eretico e scismatico, tesi che non contraddice la tesi solennemente proclamata al CVI dell’infallibilità del papa allorché ex cathedra proclama la dottrina della Chiesa.
Anche il Prof. Ghirlanda, canonista, sostiene la stessa tesi: “C’è il caso ammesso in dottrina della notoria apostasia, eresia e scisma, nella quale il papa potrebbe cadere e decadrebbe ipso iure dal suo ufficio”.[5]
Quindi non è vero che il dogma della infallibilità proclamato dalla Pastor Aeternus implichi che il papa non possa cadere in eresia.
D’altra parte, come evidenziato nel primo libro “Tradimento della sana dottrina attraverso Amoris Laetitia”[6], in vari casi ci sono stati gravi, per non dire gravissimi, errori di papi che sono stati ritenuti in linea ereticale. Per esempio, in un caso particolarmente significativo è quello di Papa Onorio, che fu addirittura condannato e anatemizzato da Papa Leone II e da altri papi, dai concili ecumenici, e soprattutto dal Terzo Concilio di Costantinopoli, dopo la sua morte:: “Il 9 agosto 681, alla fine della XVI sessione, vennero rinnovati gli anatemi contro tutti gli eretici e i fautori dell’eresia, compreso Onorio, che fu considerato eretico ed anatemizzato”[7].
Poi esiste il caso di Papa Liberio, del quale San Girolamo affermò che aveva sottoscritto l’eresia.
Esistono anche altri casi che si possono trovare nel primo volume del libro di don Tullio Rotondo, gratuitamente scaricabile qui: https://www.tradimentodellasanadottrina.it/. Nel testo viene citato anche il caso del Papa Pasquale II. San Bruno di Segni definì un trattato sottoscritto da Pasquale II come una eresia. Pasquale II dopo aver resistito nell’errore ritrattò l’Accordo di Ponte Mammolo anche perché i vescovi francesi, con in particolare Sant’Ugo, avrebbero detto che non avrebbero seguito il papa per questa via di evidente errore. Pasquale II fu quindi corretto da San Bruno di Segni, ma all’inizio non volle ritrattare l’errore e perseverò ostinatamente in esso, solo successivamente lo ritrattò.
Poi abbiamo anche il caso di Giovanni XXII, i cui errori addirittura fecero indignare il re di Francia il quale lo avvertì che lo avrebbe fatto processare per eresia. Come leggiamo nella storia di Hubert Jedin, famoso storico della Chiesa: “Giovanni XXII scandalizzò il mondo con le sue prediche e il governo francese si scagliò contro tali errori papali e minacciò di agire contro di lui per eresia”.
Un ulteriore autore moderno, il canonista Prof. Romano, che riprende quanto afferma il Prof. Ghirlanda, ha affermato: “In dottrina si considera anche la possibilità della sede vacante per notoria apostasia eresia o scisma, ma del papa”. La dottrina prevede quindi che il papa decada dal papato per eresia.
Evidentemente un papa legittimamente eletto può cadere in eresia; egli non è totalmente esente dall’eresia perché infallibile in alcuni momenti. Per i vari gradi di infallibilità si può vedere anzitutto cosa dice il Magistero[8] . Interessante è anche l’articolo del Prof. Nicola Barile[9].
Non si può quindi affermare che il papa, perché sbaglia o commette errori in linea ereticale non sia papa, e cioè sia stato irregolarmente eletto.
Per concludere: La storia della Chiesa ci riporta vari errori di papi anche di livello ereticale e il papa può cadere in eresia, come il Card. Burke ha anche precisato in un articolo del dicembre 2016: “Se un Papa affermasse formalmente un’eresia decadrebbe, con questo atto, dal Papato. Ѐ automatico. … Sì, potrebbe succedere. Ѐ un pensiero tremendo, e spero che non ne saremo testimoni in futuro”[10]. Poi spiega che il papa può cadere in eresia, però per la dichiarazione di eresia del papa e la sua decadenza dall’ufficio occorre l’intervento dei cardinali.
Luisella Scrosati sulla Nuova Bussola Quotidiana mette in guardia dal pericolo insito nella volontà di mettere in dubbio la validità dell’attuale Papa che la Chiesa ha riconosciuto come tale – dal momento che nessun cardinale né alcun vescovo hanno impugnato la validitàà dell’elezione di Bergoglio – perché significa ritenere che quanto la Chiesa propone ai fedeli come insegnamento definitivo è in realtà revocabile, mettendo in tal modo a repentaglio tutta la struttura dell’insegnamento magisteriale della Chiesa.
Lettera Firmata
Note:
[1] Cfr. “Pastor Aeternus” in fine https://www.vatican.va/content/pius-ix/it/documents/constitutio-dogmatica-pastor-aeternus-18-iulii-1870.html
[2] https://www.corrispondenzaromana.it/arnaldo-da-silveira-lipotesi-teologia-di-un-papa-eretico/
[3] https://www.corrispondenzaromana.it/il-cardinale-burke-affronta-lipotesi-del-papa-eretico/
[4] Charles Journet, Oeuvres complètes volume X : 1938-1943 (Théologie) (French Edition) (p.346). Lethielleux Editions. 2010. Edizione del Kindle.
[5] Ghirlanda SJ “Cessazione dall’ufficio di Romano Pontefice”, www.chiesa.espressonline.it, 2.3.2013 http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350455.html
[6] T. Rotondo “Tradimento della sana dottrina attraverso Amoris Laetitia” vol. I c. 1, gratuitamente consultabile e scaricabile a questo sito https://www.tradimentodellasanadottrina.it/
[7] R. de Mattei “ Onorio I il caso controverso di un Papa erertico” https://www.robertodemattei.it/onorio-i-il-caso-controverso-di-un-papa-eretico/
[8] Cfr. “Veritatis Donum” https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19900524_theologian-vocation_it.html ; vari testi legati alla “Ad tuendam fidem” https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_1998_professio-fidei_it.html
[9] https://www.ilpensierocattolico.it/new/nicola-barile-uc-berkeley-la-chiesa-e-il-papa-lettura-aristotelico-tomista-della-situazione-attuale/
[10] http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2016/12/il-cardinal-burke-non-sto-dicendo-che.html
Questioni scolastiche – III – Criticare il Papa?
Le precedenti questioni:
Questio I – Se sia lecito criticare
Questio II – Se sia lecito offendere
Quaestio III
Se sia lecito criticare il Papa
Il Papa non può essere criticato.
Infatti, il codice di diritto canonico, al 1404, asserisce che “Prima sedes a nemine iudicatur“, Nessuno può giudicare il soglio pontificio.
Esso rivendica il diritto di giudicare gli uomini e le società in nome della legge divina e naturale che custodisce, ma non può essere giudicato da alcuna autorità umana, perché nessuna autorità sulla terra gli è moralmente o giuridicamente superiore.
La bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, confermata nel 1516 dal Concilio Lateranense V, sanziona il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio.
Nel Decreto di Graziano (pars I, dist. 40, cap.VI) vi è questo canone: “Nessun mortale avrà la presunzione di parlare di colpa del papa, poiché, incaricato di giudicare tutti, egli non dev’essere giudicato da alcuno, a meno che non devii dalla fede”
In contrario:
S.Paolo si oppose a Pietro “a viso aperto”.
S. Tommaso d’Aquino, nella sua Somma Teologica, II-II, arg. 33, art. 4, afferma:
“Si noti però che quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente. Perciò S. Paolo, che pure era suddito di S. Pietro, per il pericolo di scandalo nella fede lo rimproverò pubblicamente. E S. Agostino [Glossa ord. su Gal 2, 14] commenta: «Pietro stesso diede l‘esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capitasse loro di allontanarsi dalla giusta via“.
Nel Catechismo della Chiesa cattolica, 907, sui fedeli laici si legge:
“In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona” (dal CIC 212/3)
Risposta:
La bolla di Bonifacio VIII e gli altri documenti simili vanno letti nell’ambito alla lotta al conciliarismo – la tesi per cui i concili sono superiori ai papi, e della lotta tra potere spirituale e temporale. Devono essere applicati, ma è importante stabilire i limiti entro cui valgono. Come ci ricorda Ratzinger nel suo documento sul Primato di Pietro, nell’elencare dove il Pontefice abbia responsabilità, “(…) ciò non significa che il Papa abbia un potere assoluto. Ascoltare la voce delle Chiese è, infatti, un contrassegno del ministero dell’unità, una conseguenza anche dell’unità del Corpo episcopale e del sensus fidei dell’intero Popolo di Dio“.
Il Papa, come qualsiasi essere umano, è criticabile per ciò che non attiene al suo mandato. Per tutto ciò che invece esso riguarda le sue decisioni devono essere sì accettate dai fedeli, ma si può segnalare e dissentire quando si ravvisi qualcosa di non conforme al Vangelo. In questo occorre esercitare grande prudenza e discrezione, in quanto il criticare potrebbe causare un indebolimento di quella stessa verità che si vorrebbe vedere trionfare. Ma, d’altra parte, non si può permettere che la menzogna – in ogni sua accezione – possa diffondersi e prosperare per mancanza di azione. Come asserisce Papa Felice III, ripreso anche da Leone XIII, “Non resistere all’errore è approvarlo, non difendere la verità è ucciderla. Chiunque manca di opporsi ad una prevaricazione manifesta può essere considerato un complice occulto”.
Da notare che il Papa deriva la sua potestà proprio dalla conformità alla verità evangelica. Dove questa conformità fosse compromessa, e cadesse nell’eresia, quella stessa potestà sarebbe per ciò stesso nulla e invalida. Papa Innocenzo III dice che si deve obbedire al papa in tutto, fino a che egli non si rivolti contro l’ordine universale della Chiesa: in tal caso, a meno che non sussista una ragionevole causa, non va seguito, perché, comportandosi così, non è più soggetto a Cristo e quindi si separa dal corpo della Chiesa. “Soltanto per il peccato che commettessi in materia di fede, io potrei essere giudicato dalla Chiesa” (Sermo IV in cons. Pont.. P.L. 217.670)
In altre parole: il Papa non è sindacabile per le sue scelte come Papa, a meno che non ci sia un serio pericolo per la fede. Se il pericolo dovesse essere reale e prefigurarsi l’eresia, i pronunciamenti stessi sarebbero falsi e il Pontefice decadrebbe dal suo stato. Il Papa non può fare ciò che vuole, ma solo ciò che acconsente alla volontà di Cristo.
“Il potere delle chiavi di Pietro non si estende fino al punto che il Sommo Pontefice possa dichiarare ‘non peccato’ quello che è peccato, oppure ‘peccato’ quello che non è peccato. Ciò sarebbe, infatti, chiamare male il bene, e bene il male, la qualcosa è, sempre è stata e sarà lontanissima da colui che è il Capo della Chiesa, colonna e fondamento della verità” (cfr. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. IV cap. VI, p. 214, e anche Lumen gentium, n. 25).
In definitiva: non si può criticare il Papa per tutto ciò che concerne il suo ufficio, a meno di non ravvisare un pericolo per la fede. Ma per ciò occorrono grande umiltà e prudenza.
Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”
La questione degli abusi sessuali nella Chiesa ha un po’ messo in disparte il dibattito su Amoris laetitia e su tutto ciò che ne era seguito a proposito di aderenza del magistero alla retta dottrina. Ma, com’è ovvio, le questioni sono collegate. Appare dunque il caso di riprendere il filo della discussione e lo facciamo con uno specialista, monsignor Nicola Bux, teologo consultore della Congregazione per le cause dei santi, dopo esserlo stato in quella della dottrina della fede, del culto divino e dell’ufficio delle celebrazioni pontificie.
Autore, fra numerosi altri libri, del saggio Pietro ama e unisce. La responsabilità del papa per la Chiesa universale (Edizioni Studio Domenicano), monsignor Bux è appena rientrato in Italia dall’Argentina, dove, a Buenos Aires, è stato invitato al XXI Encuentro de formacion catolica, sul tema La liturgia, fuente y expresion de la fe.
Don Nicola, eresia e scisma, parole che sembravano sparite dal vocabolario dei cattolici, stanno tornando al centro di numerose analisi e osservazioni sulla situazione attuale della Chiesa. Vogliamo fare un po’ il punto sullo status quaestionis dopo Amoris laetitia e il successivo dibattito?
Mi sembra che dopo la pubblicazione, avvenuta il 24 settembre 2017, della Correctio filialis de haeresibus propagatis (Correzione filiale in ragione della propagazione di eresie), e la Dichiarazione promulgata a Roma, dalla conferenza del 7 aprile scorso, dove intervennero i cardinali Brandmüller e Burke, l’idea che il papa stesso, mediante il suo magistero, sia incorso in affermazioni eretiche è ormai al centro di un vasto dibattito, che di giorno in giorno si fa sempre più appassionato. All’origine c’è l’esortazione apostolica Amoris laetitia, nella quale, secondo i quaranta firmatari della Correctio (saliti nel frattempo a duecentocinquanta, senza contare le migliaia di adesioni collegate all’iniziativa) sarebbero rintracciabili ben sette proposizioni eretiche riguardanti il matrimonio, la vita morale e la ricezione dei sacramenti.
È appena il caso di notare che i problemi, almeno per quanto riguarda Amoris laetitia, si sono notevolmente aggravati e complicati. Come noto, sono stati pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis la lettera di papa Bergoglio ai vescovi argentini della regione di Buenos Aires ed i criteri indicati da questi ultimi per l’accesso alla comunione da parte dei divorziati passati a nuove nozze, il tutto accompagnato da un rescritto ex audientia SS.mi del cardinale segretario di Stato, che, su approvazione del papa, considera questi due precedenti documenti come espressione del “magistero autentico” dell’attuale papa e, quindi, come magistero a cui prestare devoto ossequio di intelletto e volontà.
Parallelamente, il cardinale Brandmüller, uno dei quattro porporati dei dubia (gli altri sono Burke, Meisner e Caffarra, gli ultimi due nel frattempo scomparsi) in un articolo ha rilanciato l’idea, che anch’io avevo manifestato, di una professione di fede da parte del papa.
A questo proposito, don Nicola, anche alla luce delle dichiarazioni del cardinale Müller sulla necessità di una pubblica disputatio su Amoris laetitia e delle parole del segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Parolin, secondo il quale “all’interno della Chiesa è importante dialogare”, è realistico immaginare che dal papa possa arrivare una risposta e che si possa giungere a una sua professione di fede per dissipare dubbi e ombre?
L’unità autentica della Chiesa si fa nella verità. La Chiesa è stata posta dal Fondatore – Colui che ha detto: “Io sono la verità” – come “la colonna e il fondamento della verità” (1 Tim 3, 15). Senza la verità non sussiste l’unità, e la carità sarebbe una finzione. L’idea che la Chiesa sia una federazione di comunità ecclesiali, un po’ come le comunità protestanti, renderebbe difficile al papa fare una professione di fede cattolica. Infatti, dopo i due ultimi sinodi, si sono fatte strada una fede e una morale che potremmo definire, almeno, a due velocità: prova ne sia che in taluni luoghi non è possibile dare la comunione ai divorziati risposati e in altri sì. Non pochi vescovi e parroci, pertanto, si trovano in grande imbarazzo, a causa di una situazione pastorale instabile e confusa. Stando così le cose, mi sembra realistico pensare a un “tavolo” all’interno della Chiesa, per capire che cosa sia cattolico e cosa non lo sia: un confronto dottrinale, dal quale soltanto dipende la pastorale. Lo sviluppo dottrinale trae sempre giovamento dal dibattito. L’esempio viene da Joseph Ratzinger, che prima da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, poi da papa ha ricevuto vari teologi dissenzienti, confrontandosi con loro.
E se il confronto non ci sarà?
Temo che si approfondirà l’apostasia e si allargherà lo scisma di fatto. Proprio il confronto razionale e caritatevole all’interno della Chiesa renderebbe necessaria la professione di fede del papa, con abiura, evidentemente, degli eventuali errori ed opinioni erronee dichiarate sino a quel momento, per riaffermare la fede cattolica quale termine di paragone, regola della fede di ogni cattolico. Tra l’altro questa situazione è diventata ancor più urgente a seguito delle ultime novità introdotte dal papa, come quella relativa alla definizione di “antievangelicità” della pena capitale: definizione svolta, in maniera discutibile, mutando un articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica secondo una visione decisamente storicistica, e che pone una serie di problemi. Pure di coscienza. Tanto più che i precedenti catechismi, penso a quello Romano o Tridentino o a quello cosiddetto Maggiore di San Pio X, insegnavano la legittimità della pena capitale e la sua piena conformità alla Divina Rivelazione. Il catechismo tridentino addirittura definiva la norma che consentiva all’autorità statale di comminare ad un reo, colpevole di gravi delitti, la giusta pena, non esclusa quella capitale, come “legge divina”. Ed i problemi, dicevo, sono notevoli, perché o si ammette che la Chiesa abbia insegnato la legittimità di qualcosa di anti-evangelico praticamente da duemila anni o si deve ammettere che sia stato papa Bergoglio ad errare, ritenendo anti-evangelico ciò che, al contrario, è conforme almeno astrattamente alla Rivelazione. La questione è molto delicata. Ma prima o poi dovrà porsi. E non solo per la pena capitale.
Molti si chiedono: se il papa si sente libero di cambiare un articolo del Catechismo secondo le mutate esigenze del popolo di Dio o la diversa sensibilità dell’uomo d’oggi, potrà farlo anche in altri punti, ancora più rilevanti?
È un interrogativo davvero inquietante e, del pari, una legittima preoccupazione quella di tenere indenne il depositum fidei dalle sensibilità contingenti della società di oggi o di domani.
Tornando alla domanda iniziale, sarebbe necessaria una professione simile a quella che Paolo VI fece nel 1968, al fine di riaffermare ciò che è cattolico, di fronte agli errori e alle eresie che si erano diffuse subito dopo il concilio Vaticano II, in specie a causa della pubblicazione del Catechismo olandese. Nel nostro caso, però, si tratterebbe di riaffermare alcune verità sui sacramenti, sulla morale e sulla dottrina sociale della Chiesa, e parimenti rigettare quanto di dubbio o erroneo possa essersi diffuso, pure involontariamente, su tali temi.
Qualcuno ha osservato che l’iniziativa della Correctio, per quanto clamorosa, non è una novità, perché già ai tempi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, e ancor prima di Paolo VI, vi furono manifesti e petizioni di teologi, chierici e laici, sia a carattere individuale sia organizzati. Si trattò di prese di posizione di studiosi i quali, ritenendo che il Concilio Vaticano II, attraverso l’anti-dogmatismo o lo sviluppo disomogeneo del dogma, avesse introdotto una rottura con la Chiesa precedente, accusavano quei pontefici di centralismo e di non apertura alle istanze della modernità. Lei trova che si tratti davvero di un’analogia con quanto sta avvenendo oggi?
No, perché quello era un attacco non-cattolico al magistero cattolico. In modo speculare, altri teologi e laici, che nutrivano sospetti sul Concilio, manifestavano la contrarietà ad ogni sana innovazione. In entrambi i casi si trattò di proteste e non di correzione. Ora i primi, collocati nei posti chiave dell’establishment ecclesiastico, tacciono o conducono una difesa d’ufficio, senza mai entrare nel merito delle eresie che vengono contestate, in particolare, all’esortazione apostolica Amoris laetitia. Occorre ricordare che San Pio X, nell’enciclica Pascendi, avverte che non confessare mai chiaramente la propria eresia, è il comportamento tipico dei modernisti, perché in tal modo possono occultarsi all’interno della Chiesa.
Ma perché secondo lei sarebbe auspicabile una professione di fede? E se il papa, come tutto lascia pensare, non la farà, che cosa potrebbe succedere?
Nel Decreto di Graziano (pars I, dist. 40, cap.VI) vi è questo canone: “Nessun mortale avrà la presunzione di parlare di colpa del papa, poiché, incaricato di giudicare tutti, egli non dev’essere giudicato da alcuno, a meno che non devii dalla fede”. L’allontanamento e la deviazione dalla fede si chiama eresia, parola che viene dal greco “airesis” e vuol dire scelta e assolutizzazione di una verità, minimizzando o negando le altre che sono nel novero delle verità cattoliche (ricordo a questo proposito che von Balthasar scrisse un saggio intitolato “La verità è sinfonica”). Ovviamente la deviazione deve essere manifesta e pubblica. E in caso di eresia manifesta, secondo san Roberto Bellarmino, il papa può essere giudicato. Ricordo che Bellarmino fu anche prefetto del Sant’Uffizio, figura che ha proprio la funzione di sorvegliare sul rispetto dell’ortodossia della fede da parte di tutti, compreso il papa, il quale peraltro è il primo a dover svolgere tale funzione di controllo. Il papa è chiamato dal Signore a diffondere la fede cattolica, ma per farlo deve dimostrarsi capace di difenderla. Gli ortodossi – i cristiani d’Oriente separati da Roma – si chiamano così proprio perché hanno sottolineato il primato della vera fede quale condizione della vera Chiesa. Altrimenti la Chiesa cessa di essere colonna e fondamento della verità. Di conseguenza, chi non difende la vera fede decade da ogni incarico ecclesiastico, patriarcale, eparchiale eccetera.
Scusi don Nicola, sta dicendo che in caso di eresia, proprio come un cristiano eretico cessa di essere membro della Chiesa, anche il papa cessa di essere papa e capo del corpo ecclesiale, e perde ogni giurisdizione?
Sì, l’eresia intacca la fede e la condizione di membro della Chiesa, che sono la radice e il fondamento della giurisdizione. Questo è il pensiero dei padri della Chiesa, in specie di Cipriano, che ebbe a che fare con Novaziano, antipapa durante il pontificato di papa Cornelio (cfr Lib. 4, ep. 2). Ogni fedele, compreso il papa, con l’eresia si separa dall’unità della Chiesa. È noto che il papa è nello stesso tempo membro e parte della Chiesa, perché la gerarchia è all’interno e non sopra la Chiesa, come affermato in Lumen gentium (n. 18). Di fronte a questa eventualità, così grave per la fede, alcuni cardinali, o anche il clero romano o il sinodo romano, potrebbero ammonire il papa con la correzione fraterna, potrebbero “resistergli in faccia” come fece Paolo con Pietro ad Antiochia; potrebbero confutarlo e, se necessario, interpellarlo al fine di spingerlo a ravvedersi. In caso di pertinacia del papa nell’errore, bisogna prendere le distanze da lui, in conformità con ciò che dice l’Apostolo (cfr. Tito 3,10-11). Inoltre la sua eresia e la sua contumacia andrebbero dichiarate pubblicamente, perché egli non provochi danno agli altri e tutti possano premunirsi. Nel momento in cui l’eresia fosse notoria e resa pubblica, il papa perderebbe ipso facto il pontificato. Per la teologia e il diritto canonico, pertinace è l’eretico che mette in dubbio una verità di fede coscientemente e volontariamente, cioè con la piena coscienza che tale verità sia un dogma e con la piena adesione della volontà. Ricordo che si può avere ostinazione o pertinacia in un peccato d’eresia commesso anche solo per debolezza. Inoltre, se il papa non volesse mantenere l’unione e la comunione con l’intero corpo della Chiesa, come quando tentasse di scomunicare tutta la Chiesa o di sovvertire i riti liturgici fondati sulla tradizione apostolica, potrebbe essere scismatico. Se il papa non si comporta da papa e capo della Chiesa, né la Chiesa è in lui né lui è nella Chiesa. Disobbedendo alla legge di Cristo, oppure ordinando ciò che è contrario al diritto naturale o divino, ciò che è stato ordinato universalmente dai concili o dalla Sede apostolica, il papa si separa da Cristo, che è il capo principale della Chiesa e in rapporto al quale si costituisce l’unità ecclesiale. Papa Innocenzo III dice che si deve obbedire al papa in tutto, fino a che egli non si rivolti contro l’ordine universale della Chiesa: in tal caso, a meno che non sussista una ragionevole causa, non va seguito, perché, comportandosi così, non è più soggetto a Cristo e quindi si separa dal corpo della Chiesa. Non nascondo, però, che quanto indicato, sebbene sia limpido e liscio nella teoria, nella pratica incontra non poche difficoltà; inconvenienti anche di carattere canonistico».
Ammettiamo, comunque, che si possa arrivare a un tal punto. Quali le conseguenze per la fede e per la Chiesa?
Chi vuol essere papa non può rinnegare la verità cattolica, anzi, deve aderirvi in toto se vuole rivendicare l’autorità magisteriale. Vale infatti ciò che Ratzinger scriveva anni fa, sottolineando che il papa non può “imporre una propria opinione”, ma deve “richiamare proprio il fatto che la Chiesa non può fare ciò che vuole e che anch’egli, anzi proprio lui, non ha facoltà di farlo”, perché “in materia di fede e di sacramenti, come circa i problemi fondamentali della morale”, la Chiesa può solo “acconsentire alla volontà di Cristo”. Nel caso di opposizione tra il testo di un documento pontificio e altre testimonianze della Tradizione, è lecito a un fedele istruito, e che abbia accuratamente studiato la questione, sospendere o negare il suo assenso al documento stesso. Nel caso di Amoris laetitia c’è chi ha dimostrato che il documento è farraginoso e contraddittorio in non pochi punti, e le citazioni di san Tommaso sono apposte a proposizioni che sostengono cose contrarie al pensiero dell’Angelico. Si comprende, quindi, quanto ebbe a scrivere Joseph Ratzinger: “Al contrario, sarà possibile e necessaria una critica a pronunciamenti papali, nella misura in cui manca a essi la copertura nella Scrittura e nel Credo, nella fede della Chiesa universale. Dove non esiste né l’unanimità della Chiesa universale né una chiara testimonianza delle fonti, là non è possibile una decisione impegnante e vincolante; se essa avvenisse formalmente, le mancherebbero le condizioni indispensabili e si dovrebbe perciò sollevare il problema circa la sua legittimità” (Joseph Ratzinger, Fede, ragione, verità e amore, Lindau, 2009, p. 400). In breve, se il papa non custodisce la dottrina, non può esigere la disciplina; se poi perdesse la fede cattolica, decadrebbe dalla Sede apostolica. “Il potere delle chiavi di Pietro non si estende fino al punto che il Sommo Pontefice possa dichiarare ‘non peccato’ quello che è peccato, oppure ‘peccato’ quello che non è peccato. Ciò sarebbe, infatti, chiamare male il bene, e bene il male, la qualcosa è, sempre è stata e sarà lontanissima da colui che è il Capo della Chiesa, colonna e fondamento della verità” (cfr. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. IV cap. VI, p. 214, e anche Lumen gentium, n. 25). Di conseguenza il papa che, quale persona privata, si identificasse con l’eresia, non sarebbe più Sommo Pontefice o Vicario di Cristo sulla terra.
Lei stesso, però, ha detto che ci sono difficoltà pratiche non di poco conto…
Per un papa, in effetti, vige una sorta di immunità da giurisdizione. Per cui, sebbene in teoria si dica che i cardinali possono accertare la sua eresia, certamente nella pratica la cosa diventerebbe difficoltosa, a causa del fondamentale principio Prima sedes a nemine iudicatur, ripreso dal can. 1404 c.i.c. Nessuna chiesa, in quanto figlia, può giudicare la madre, cioè la Sede apostolica. Ancor meno alcuna pecora del gregge può ergersi a giudicare il proprio pastore. Se guardiamo come è stato applicato questo principio nella storia della Chiesa, e del papato in particolare, notiamo che anche in caso di accusa di eresia, o addirittura vera e propria apostasia del papa, tutto si è concluso con un nulla di fatto. Faccio un paio di esempi. Il primo che mi viene in mente è quello del papa Marcellino. Questi, secondo le fonti antiche, in special modo il Liber Pontificalis, dinanzi alla grande persecuzione dioclezianea del IV secolo d.C., avrebbe ceduto ed avrebbe offerto incenso agli idoli, avrebbe cioè apostatato, sebbene ciò non sarebbe del tutto storicamente certo (per esempio, alcuni autori e storici della Chiesa antica, come Eusebio di Cesarea e Teodoreto di Ciro, negano questa circostanza, affermando che questo papa rifulse, invece, durante la Grande persecuzione). A seguito di ciò, sarebbe stato convocato un sinodo a Sinuessa, località tra Roma e Capua, nei pressi dell’attuale Mondragone, nel 303 con lo scopo di accertare e dichiarare l’apostasia del papa. Ora, è vero che gli atti di questo sinodo sono considerati apocrifi e risalenti al VI secolo, tuttavia è indubbio che da essi emerge il chiaro rifiuto dei sinodali di accertare e condannare Marcellino per il suo atto di apostasia. Anzi, i sinodali chiedono allo stesso papa di giudicare il suo gesto ed auto-comminarsi la giusta punizione, riconoscendo nei confronti del papa una sorta di immunità da giurisdizione, proprio per quel principio che ho sopra detto e cioè che la Prima Sede non può essere giudicata da nessuno. Per la cronaca, Marcellino, comunque, pare si pentì del gesto, testimoniò la sua fede e morì martire. Per questo è venerato come papa e martire il 26 aprile.
Il secondo caso è quello di papa san Leone III e del suo famoso giuramento, rappresentato da Raffaello in un celebre affresco della Stanza dell’incendio di Borgo nelle celebri Stanze del Palazzo apostolico. Vi compare il papa Leone III in abiti pontificali, che presta il suo giuramento sui Vangeli, dinanzi a Carlo Magno ed ad una folla di dignitari, laici ed ecclesiastici, ed al popolo di Dio, il 23 dicembre dell’anno 800, nella Basilica di San Pietro. Il papa era accusato – sebbene le fonti antiche non siano molto precise al riguardo – di spergiuro ed adulterio (non si sa con chi) da parte dei nipoti del predecessore, papa Adriano I. Venuto a Roma Carlo Magno per mettere ordine tra coloro che appoggiavano il papa e gli oppositori, il papa, liberamente, “senza essere giudicato e corretto da nessuno, spontaneamente e volontariamente”, si purificò dinanzi a Dio delle colpe, dichiarando e professando la sua innocenza dalle accuse mossegli. Il papa concluse: “Questo dichiaro spontaneamente per eliminare ogni sospetto: non già che ciò sia prescritto dai canoni, neppure che così io voglia creare un precedente ed imporre un tale uso nella santa Chiesa ai miei successori ed ai miei confratelli nell’episcopato”.
Nel dipinto di Raffaello compare una scritta: Dei non hominum est episcopos iudicare, cioè: Tocca a Dio, non agli uomini giudicare i vescovi. Si tratta di un’allusione alla conferma, data nel 1516 dal Concilio Lateranense V, della bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, in cui si sanzionava il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio.
Insomma, tante difficoltà pratiche…
Un’ulteriore difficoltà è, poi, nell’individuazione degli esatti contorni di un’eresia. Guardi, a differenza del passato, la teologia non è più affidabile, ma è diventata una sorta di arena nella quale converge tutto ed il suo contrario. Per cui, affermata una verità, vi sarà sempre qualcuno disposto a difendere l’esatto contrario. Come vede, ci sono non poche difficoltà pratiche, teologiche e giuridiche alla questione del giudizio del papa eretico. Forse – e lo dico proprio da un punto di vista pratico – sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di papa Benedetto XVI, se cioè essa sia piena o parziale (“a metà”, come qualcuno ha detto) o dubbia, giacché l’idea di una sorta di papato collegiale mi sembra decisamente contro il dettato evangelico. Gesù non disse, infatti, “tibi dabo claves …” rivolgendosi a Pietro e ad Andrea, ma lo disse solo a Pietro! Ecco perché dico che, forse, uno studio approfondito sulla rinuncia potrebbe essere più utile e proficuo, nonché aiutare a superare problemi che oggi ci sembrano insormontabili. È stato scritto: “Giungerà anche un tempo delle prove più difficili per la Chiesa. Cardinali si opporranno a cardinali e vescovi a vescovi. Satana si metterà in mezzo a loro. Anche a Roma ci saranno grandi cambiamenti” (Saverio Gaeta, Fatima, tutta la verità, 2017, p. 129). E questo grande cambiamento, con papa Francesco, lo possiamo vedere in maniera palpabile, stante la chiara intenzione di segnare una linea di discontinuità o rottura con i precedenti pontificati. Questa discontinuità – una rivoluzione – genera eresie, scismi e controversie di varia natura. Tutte, però, possono ricondursi al peccato. E questo lo constatava già Origene: “Dove c’è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece, regna la virtù, lì c’è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un’anima sola” (In Ezechielem homilia, 9,1, in Sources Chrétiennes 352, p. 296).
Anche la liturgia ha risentito di tutto ciò, e lei lo ha scritto più volte nei suoi libri…
Esatto. Si celebra come se Dio non fosse presente, un’animazione mondana. Ma qui ci confortano le parole che sant’Atanasio di Alessandria rivolgeva ai cristiani che soffrivano sotto gli ariani: “Voi rimanete al di fuori dei luoghi di culto, ma la fede abita in voi. Vediamo: che cosa è più importante, il luogo o la fede? La vera fede, ovviamente. Chi ha perso e chi ha vinto in questa lotta, chi mantiene la sede o chi osserva la fede? È vero, gli edifici sono buoni, quando vi è predicata la fede apostolica; essi sono santi, se tutto vi si svolge in modo santo… Voi siete quelli che sono felici, voi che rimanete dentro la Chiesa per la vostra fede, che la mantenete salda nei fondamenti come sono giunti fino a voi dalla tradizione apostolica, e se qualche esecrabile gelosamente cerca di scuoterla in varie occasioni, non ha successo. Essi sono quelli che si sono staccati da essa nella crisi attuale. Nessuno, mai, prevarrà contro la vostra fede, amati fratelli, e noi crediamo che Dio ci farà restituire un giorno le nostre chiese. Quanto più i violenti cercano di occupare i luoghi di culto, tanto più essi si separano dalla Chiesa. Essi sostengono che rappresentano la Chiesa, ma in realtà sono quelli che sono a loro volta espulsi da essa e vanno fuori strada” (Coll. Selecta SS. Eccl. Patrum. Caillu e Guillou, vol. 32, pp 411-412). Preghiamo, però, che la Divina Provvidenza intervenga a favore della Chiesa, affinché non accada che possiamo trovarci dinanzi all’eventualità che ho descritto; lo auspicava, a meno di un mese dalla rinuncia di Benedetto XVI, anche l’insigne canonista gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, al termine di un importante articolo (La Civiltà Cattolica, 2 marzo 2013).
In conclusione, possiamo dire che l’eresia non consiste solo nel diffondere dottrine false, ma anche nel tacere la verità sulla dottrina e sulla morale?
Certamente sì. Se a qualcuno desse fastidio il termine dottrina, usi il termine insegnamento, perché entrambi sono la traduzione del greco didachè. Dove manca la dottrina, vi sono problemi morali, come stiamo vedendo! Quando il papa e i vescovi fanno questo, utilizzano il loro ufficio per distruggerlo. Dice sant’Agostino: pascono se stessi, cercano i propri interessi, non già gli interessi di Gesù Cristo, proclamano la sua parola ma per diffondere le loro idee. Il nome di Gesù Cristo, diceva il cardinale Biffi, è diventato una scusa per parlare d’altro: migrazioni, ecologia eccetera. Così non siamo più unanimi nel parlare (1 Cor 1,10) e la Chiesa è divisa.
A proposito, si evitino ulteriori modifiche ai testi del messale romano in lingua italiana, in specie al Padre Nostro, perché produrrebbero ulteriori divisioni tra i fedeli.
