Mons. Suetta su certe manifestazioni: “Dov’è l’appello alla conversione?”

perché la recezione di un’istanza di dignità per ogni persona non viene accompagnata da un doveroso appello alla conversione e all’impegno di restare fedeli alla legge di Dio?
La vera discriminazione è nel peccato, che separa l’uomo da Dio e dagli altri e lo divide in se stesso. La vera riconciliazione è nell’amore e nella pace di Cristo.
Dov’è l’appello alla conversione?

A seguire consigliamo anche un esempio lampante alle parole di mons. Suetta:

Renzo Puccetti. Arcobaleniti al Sinodo “Il “Metodo Chiodi” al servizio del Sinodo: l’eutanasia della morale cattolica nel Gruppo 9


Da vescovo, la mia sofferenza per le veglie LGBTQ+

L’intervento di mons. Antonio Suetta sulle veglie LGBTQ+ contro l’omotransfobia. La vera accoglienza non è inseguire l’agenda mondana e simbologie ideologiche.

Veglie di preghiera per la Giornata internazionale contro l’omotransfobia.

Sono queste le iniziative programmate da diverse diocesi italiane con la partecipazione di numerosi vescovi.

Eventi promossi nel solco di una sensibilità pastorale emersa nell’ottobre scorso dal documento di sintesi del Cammino Sinodale, intitolato “Lievito di Pace e di Speranza”, in cui se ne chiedeva esplicito sostegno.

In quell’occasione avevamo pubblicato un commento di S.E. mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia–San Remo.

Nel nuovo testo, inviato gentilmente a UCCR, mons. Suetta esprime interrogativi sulla scelta di promuovere queste veglie e sulle categorie culturali e pastorali che ne stanno alla base.

Mons. Suetta:

I mesi di maggio e giugno sono tradizionalmente dedicati alla Madonna e al Sacro Cuore di Gesù.

Mi fa molto soffrire il fatto che proprio in questo periodo, seguendo una infelice agenda mondana, si organizzino veglie di preghiera contro discriminazioni derivanti dalla cosiddetta omotransfobia.

Premesso che ogni forma discriminatoria è male e va giustamente denunciata e superata, sono molteplici le questioni che, da un punto di vista cristiano, mi sembra giusto sollevare.

Perché sposare simbologie ideologiche?

Innanzitutto perché privilegiare in forma così marcata un tipo di problema piuttosto che un altro, quando, statisticamente parlando, questa tipologia di discriminazione non è certamente la più diffusa e impattante sulla comunità umana soprattutto nel contesto occidentale, mettendone in ombra altre più diffuse e gravi?

Poi perché sposare, nel calendario, nella terminologia, nei simboli e nelle prospettive, l’impostazione ideologica e militante proveniente da visioni non soltanto contrarie alla fede, ma pure incompatibili con l’antropologia cristiana quando la dottrina cattolica mette a disposizione dei fedeli e dei pastori la ricchezza di una sapienza liberante e pacifica, che viene dalla divina rivelazione e dal magistero della Chiesa?

Dov’è l’appello alla conversione?

Ancora, perché la recezione di un’istanza di dignità per ogni persona non viene accompagnata da un doveroso appello alla conversione e all’impegno di restare fedeli alla legge di Dio?

Perché con tanta leggerezza si accetta di concorrere a sdoganare convinzioni, costumi e condotte trascurando di mostrare e insegnare a tutti la bellezza di una vita casta e la forza della purezza, di cui oggi, purtroppo, non si parla quasi più?

Come è possibile vivere una giusta responsabilità verso la promozione e la realizzazione del bene comune avvallando pretese e capricci, che, male interpretando la dignità umana, violentano la corretta visione naturale del matrimonio e della famiglia e impongono situazioni drammatiche ai minori che ne vengono coinvolti, senza ovviamente nessuna condivisione di consapevolezza e di consenso, nelle varie modalità di procreazione alternativa a quella scritta nella natura dell’essere umano?

La vera accoglienza

La vera discriminazione è nel peccato, che separa l’uomo da Dio e dagli altri e lo divide in se stesso. La vera riconciliazione è nell’amore e nella pace di Cristo.

Penso alle infinite sofferenze che l’ideologia gender produce nella vita delle persone, delle famiglie e della comunità umana.

Penso che l’errore velenoso e violento di una concezione destrutturante della sessualità umana e della persona sia il vero obiettivo da contrastare con la forza della preghiera e la dolcezza della vera accoglienza e della buona testimonianza.

Lo Spirito Santo illumini le coscienze

Mi auguro che tanti cristiani e uomini di buona volontà in questo periodo preghino, da soli e comunitariamente, la Tutta Santa e Beata Vergine Maria, modello di santità, di virtù e di purezza, e offrano sacrifici di riparazione al Sacro Cuore di Gesù.

In questo santo tempo pasquale, che sta per compiersi nella Pentecoste, invochiamo lo Spirito Santo perché ammaestri le menti, illumini le coscienze e muova i cuori a cercare e perseguire il vero bene perché ad ogni uomo sia spalancata davvero la strada della vera libertà e sia riconosciuta la sua giusta dignità.


Renzo Puccetti. Arcobaleniti al Sinodo “Il “Metodo Chiodi” al servizio del Sinodo: l’eutanasia della morale cattolica nel Gruppo 9

Riceviamo da Renzo Puccetti (QUI e QUI), che ringraziamo, e pubblichiamo.
“In definitiva, il “sistema Chiodi” recepito dal Gruppo 9 non è una Speranza di cura per l’uomo ferito dal peccato, è una sedazione palliativa di un morbo ritenuto incurabile col quale convivere”.
QUI MiL sul documento pro sodomia del Gruppo 9 del Sinodo: “Documento sinodale, arcobaleniti: «La mia sessualità non è un disordine, ma un dono di Dio»”.

QUI: “Courage risponde al Vaticano e denuncia una rappresentazione falsa e ingiusta della sua opera“.
QUI ancora Renzo Puccetti.

Luigi Casalini
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8-5-26

​Il Rapporto Finale del Gruppo di Studio n. 9, significativamente ribattezzato dalla Segreteria del Sinodo come laboratorio per il discernimento di questioni “emergenti” (evitando il ben più onesto termine “controverse”), ha suscitato una selva di reazioni: dalle vette della gerarchia, con le dure critiche del Cardinale Müller, fino ai contributi della teologia e della bioetica meno incline ai compromessi mondani, il verdetto è quasi unanime. Si sta tentando di utilizzare la carità come paravento per un’operazione ideologica, capace di scardinare l’antropologia cristiana.

​Se le testimonianze di coppie omosessuali “sposate” allegate al documento sono una zolletta zuccherosa di “angelicata desessualizzazione” (dove l’omosessualità viene presentata come un carisma amicale astratto, ignorando deliberatamente la realtà dell’atto omo-erotico e i dati oggettivi sulla stabilità e la natura di tali unioni), è però opportuno tirare fuori dall’armadio il faldone con il disegno teologico che ha progettato quel tipo di edificio.

​L’ombra di Maurizio Chiodi

​Non è difficile scorgere tra i sette membri della commissione l’impronta digitale dei numerosi scritti di don Maurizio Chiodi. Il teologo bergamasco è giunto al Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” solo dopo quel processo di smantellamento rivoluzionario che ha trasformato il bastione della teologia del corpo, della morale coniugale e della antropologia cattolica in un laboratorio di “nuovi paradigmi”. La sua nomina, avvenuta sotto il mandato del precedente vescovo di Roma, è stata il segnale dell’avvio di un’epoca in cui la “situazione” prevale sulla verità.

La genesi dell’errore: dal “Male Intrinseco” alla “Morale della Situazione” passando per la divinizzazione della coscienza

​Per comprendere il Rapporto del Gruppo 9, bisogna smontare il sofisma teologico di cui Chiodi è capofila. Il punto di rottura con la Veritatis Splendor risiede nel superamento del concetto di atto intrinsecamente cattivo. Nella teologia di Chiodi, la norma morale non è più un assoluto che proibisce determinati atti in ogni circostanza (come l’adulterio o la pratica omosessuale), ma diventa un’istanza ideale che deve misurarsi con la “storia” e la “fragilità” del soggetto.

Un esempio per tutti. In un articolo a commento di Amoris laetitia riguardo alla proibizione assoluta della contraccezione, Chiodi, con un linguaggio tanto lineare quanto comprensibile a qualsiasi parrocchiano, scrive:

“L’oggetto, dunque, non è la norma, bensì è l’atto nel quale la coscienza risponde alle esperienze della vita buona che, anticipandola, le dischiudono quel compimento che tuttavia non si compie se essa non vi si determina”.

Traduzione simultanea dal teologhese contemporaneo all’Italiano comprensibile:

Gli assoluti morali non vengono formalmente negati, ma restano sullo sfondo come le gride manzoniane: solenni nella formulazione, ma sistematicamente disattivate dal primato del discernimento situazionale; insomma un elegante «tana libera tutti».

​In questo schema, il “bene possibile” sostituisce il “bene oggettivo”. Non esiste più una natura umana con leggi iscritte nel cuore da Dio, ma una libertà umana che, nel groviglio delle proprie ferite e dei condizionamenti sociali, “decide” cosa sia bene per sé in quel momento. È anche il trionfo del proporzionalismo: si pesano i pro e i contro, le intenzioni e i sentimenti, finché l’eccezione non divora la regola. Se una relazione oggettivamente disordinata genera “pace” o “stabilità”, per Chiodi quella pace diventa il segno della presenza di Dio, a prescindere da ciò che la Scrittura dice dell’atto in sé. È la morale trasformata in un’equazione psicologica dove il risultato deve essere sempre l’auto-assoluzione.

Quando nello stesso articolo Chiodi scrive in modo altrettanto chiaro che “La coscienza non è riducibile a una consapevolezza di sé, né alla conoscenza di una verità “oggettiva”, né a una facoltà che applica la legge morale, né al giudizio che mi dice che cosa devo fare “hic et nunc”. Essa coincide con la totalità del sé (persona), nella sua valenza insieme patica (pathos) e pratica (praxis), egli non lo dice chiaramente, ma di fatto musealizza il concetto di coscienza erronea: la totalità del sé è un fatto, è una realtà, non è un atto della ragione fallibile come il giudicare in coscienza.

La coscienza e il discernimento selettivo: un esperimento mentale

Ma perché il sistema morale di Maurizio Chiodi sembra essere applicato quasi esclusivamente all’ambito della morale sessuale e riproduttiva (coppie divorziate e risposate, coppie omosessuali, contraccezione, fecondazione in vitro), mentre non viene mai seriamente esteso ad altri ambiti della vita morale, dove pure esistono relazioni stabili, legami affettivi e forme di “bene vissuto” dentro il male?

E allora proviamo a prendere sul serio, fino in fondo, lo stesso schema interpretativo. Immaginiamo due fratelli cresciuti in un contesto criminale, dove la lealtà reciproca, la protezione del gruppo e la solidarietà interna costituiscono il sistema reale di valori vissuti. In quel contesto, una rapina compiuta per sostenere il gruppo, senza violenza diretta contro la vittima, può essere percepita come inserita in una trama di beni relazionali: fedeltà, cura, sopravvivenza condivisa, identità comune.

Ora, se il criterio decisivo diventa davvero il vissuto concreto della relazione, la storia affettiva e il discernimento della coscienza situata, allora la domanda non è più evitabile: perché questo schema viene applicato con una certa apertura a situazioni coniugali irregolari, mentre non viene nemmeno preso in considerazione in ambiti analoghi di solidarietà criminale strutturata?

E ancora: nell’adulterio il bene sottratto è un bene assai più prezioso di un bracciale, è la comunione personale unica, fondata su fedeltà, esclusività e promessa reciproca; quando il coito adulterino lo distrugge, la vita è molto più intensamente stravolta e impoverita di quanto non avvenga per la perdita, per quanto grave, di soldi o preziosi, in linea di principio reintegrabili. Il dolore è solo accresciuto dal benessere di chi gode i frutti di quella sottrazione

E allora la domanda diventa radicale: se il discernimento può, in alcune interpretazioni pastorali, condurre fino all’accesso alla Comunione e alla benedizione per coppie divorziate e risposate, perché un analogo percorso non viene neppure concepito per una coppia di ladri altrettanto stabilmente unita da un vincolo affettivo, di lealtà e di vita condivisa?

La domanda, a questo punto, non è malevola: è logica. Un principio che si applica dove le conclusioni sono gradite al mondo e si arresta dove diventerebbero scandalose, non è un principio filosofico, è uno strumento ideologico.

La “Grazia a buon mercato” e lo svuotamento della croce

​Il sistema teologico di Chiodi, che permea il Rapporto del Gruppo 9, opera una sorta di “eutanasia del peccato”. Se la circostanza e la struttura psicologica del soggetto diventano i criteri ultimi di validazione di una relazione, il male oggettivo svanisce. Ma qui sorge il paradosso: se il peccato sparisce, la Misericordia di Dio a che cosa serve? A che pro il sacrificio redentivo di Cristo? Per cosa gli sputi, le percosse, lo scherno, la frusta, la corona di spine, la croce, la lancia? Chiodi e i suoi emuli ambiscono ad essere evangelici, più evangelici di quanto non lo sia stata la Chiesa nei suoi duemila anni, ma dimenticano proprio le parole di Gesù. Egli ci parla di matrimonio, non di unioni, di indissolubilità, non di divorzio, di uomo e donna, non di coppie dello stesso sesso. E ci dice di sforzarci (agonízomai (ἀγωνίζομαι) è il verbo di Luca, il verbo che indica l’argomento, la lotta) di passare dalla porta stretta. All’adultera si rivolge non con un approccio psicologico di comprensione e giustificazione, ma con quello della verità e della misericordia “Neanch’io ti condanno, va e non peccare più). Abrogare il peccato, disse san Giovanni Paolo II rivolgendosi proprio ai docenti del suo Pontificio Istituto GPII per Studi su Matrimonio e Famiglia, “è rendere vana la croce di Cristo”.

​L’orgoglio del pastoralismo: essere “più buoni di Gesù”

​Siamo di fronte a quello che potremmo definire l’orgoglio del pastoralismo. Cercando di eliminare l’oggettività del male per non turbare il vissuto soggettivo, questa teologia finisce per voler essere “più buona di Cristo”. È il tentativo prometeico di essere “più misericordiosi di Cristo”: Gesù salva il peccatore riconoscendo il peccato; il sistema del Gruppo 9 pretende di salvare il peccatore diluendo il peccato in un labirinto di condizionamenti storici, psicologici, sociologici, intenzionali. Ora sì che la Chiesa amministra la misericordia di Dio, mica quella insensibile, arcigna e legalistica che da San Pietro e San Paolo è giunta a San Giovanni Paolo II.

​La richiesta impossibile

​In questo scenario al sacerdote si domanda di discernere. Ma su cosa? Mica su ciò che il penitente in confessionale ha fatto, ma su tutte le limitazioni, i condizionamenti, i suoi limiti che lo hanno portato a quel comportamento, così come gli vengono raccontati: di fatto al sacerdote si chiede di surrogare il giudizio di Dio senza però che questi abbia le qualità dell’Altissimo. Più buoni di Dio e più giusti di Dio. Il serpente manderebbe un biglietto di felicitazioni.

Il paradosso del “fermo accompagnamento”

Una pastorale del genere non può che produrre o una Babele casuistica, oppure il suo opposto: un suono bitonale che nasce dalla fusione dell’ascolto (in rigoroso silenzio) e dell’accompagnamento giustificativo (restando ben piantati e fermi nello stesso disordine).

Conclusione

​In definitiva, il “sistema Chiodi” recepito dal Gruppo 9 non è una Speranza di cura per l’uomo ferito dal peccato, è una sedazione palliativa di un morbo ritenuto incurabile col quale convivere.

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