“perché la recezione di un’istanza di dignità per ogni persona non viene accompagnata da un doveroso appello alla conversione e all’impegno di restare fedeli alla legge di Dio?
La vera discriminazione è nel peccato, che separa l’uomo da Dio e dagli altri e lo divide in se stesso. La vera riconciliazione è nell’amore e nella pace di Cristo.
Dov’è l’appello alla conversione?“
Dice Papa Leone XIV: «Una comunità cristiana vive la conversione evangelica quando non si difende dal dolore di chi ha sofferto, ma se ne lascia interrogare; quando non minimizza il male, ma lo riconosce; quando non si chiude nella paura dello scandalo, ma accetta di percorrere strade esigenti di verità, di giustizia e di guarigione», anche se queste parole sono state pronunciate per situazioni gravissime quali abusi su minori da parte di appartenenti alla Chiesa e nella Gerarchia, sono un fondamento che vale per tutti gli scandali.
A seguire consigliamo anche un esempio lampante alle parole di mons. Suetta:
e: Il peccato prescinde dalla fede: su alcune uscite pretestuose del Sinodo
Di Silvio Brachetta – dall’Osservatorio Cardinale Van Thuan
Da vescovo, la mia sofferenza per le veglie LGBTQ+
L’intervento di mons. Antonio Suetta sulle veglie LGBTQ+ contro l’omotransfobia. La vera accoglienza non è inseguire l’agenda mondana e simbologie ideologiche.
Veglie di preghiera per la Giornata internazionale contro l’omotransfobia.
Sono queste le iniziative programmate da diverse diocesi italiane con la partecipazione di numerosi vescovi.
Eventi promossi nel solco di una sensibilità pastorale emersa nell’ottobre scorso dal documento di sintesi del Cammino Sinodale, intitolato “Lievito di Pace e di Speranza”, in cui se ne chiedeva esplicito sostegno.
In quell’occasione avevamo pubblicato un commento di S.E. mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia–San Remo.
Nel nuovo testo, inviato gentilmente a UCCR, mons. Suetta esprime interrogativi sulla scelta di promuovere queste veglie e sulle categorie culturali e pastorali che ne stanno alla base.
Mons. Suetta:
I mesi di maggio e giugno sono tradizionalmente dedicati alla Madonna e al Sacro Cuore di Gesù.
Mi fa molto soffrire il fatto che proprio in questo periodo, seguendo una infelice agenda mondana, si organizzino veglie di preghiera contro discriminazioni derivanti dalla cosiddetta omotransfobia.
Premesso che ogni forma discriminatoria è male e va giustamente denunciata e superata, sono molteplici le questioni che, da un punto di vista cristiano, mi sembra giusto sollevare.
Perché sposare simbologie ideologiche?
Innanzitutto perché privilegiare in forma così marcata un tipo di problema piuttosto che un altro, quando, statisticamente parlando, questa tipologia di discriminazione non è certamente la più diffusa e impattante sulla comunità umana soprattutto nel contesto occidentale, mettendone in ombra altre più diffuse e gravi?
Poi perché sposare, nel calendario, nella terminologia, nei simboli e nelle prospettive, l’impostazione ideologica e militante proveniente da visioni non soltanto contrarie alla fede, ma pure incompatibili con l’antropologia cristiana quando la dottrina cattolica mette a disposizione dei fedeli e dei pastori la ricchezza di una sapienza liberante e pacifica, che viene dalla divina rivelazione e dal magistero della Chiesa?
Dov’è l’appello alla conversione?
Ancora, perché la recezione di un’istanza di dignità per ogni persona non viene accompagnata da un doveroso appello alla conversione e all’impegno di restare fedeli alla legge di Dio?
Perché con tanta leggerezza si accetta di concorrere a sdoganare convinzioni, costumi e condotte trascurando di mostrare e insegnare a tutti la bellezza di una vita casta e la forza della purezza, di cui oggi, purtroppo, non si parla quasi più?
Come è possibile vivere una giusta responsabilità verso la promozione e la realizzazione del bene comune avvallando pretese e capricci, che, male interpretando la dignità umana, violentano la corretta visione naturale del matrimonio e della famiglia e impongono situazioni drammatiche ai minori che ne vengono coinvolti, senza ovviamente nessuna condivisione di consapevolezza e di consenso, nelle varie modalità di procreazione alternativa a quella scritta nella natura dell’essere umano?
La vera accoglienza
La vera discriminazione è nel peccato, che separa l’uomo da Dio e dagli altri e lo divide in se stesso. La vera riconciliazione è nell’amore e nella pace di Cristo.
Penso alle infinite sofferenze che l’ideologia gender produce nella vita delle persone, delle famiglie e della comunità umana.
Penso che l’errore velenoso e violento di una concezione destrutturante della sessualità umana e della persona sia il vero obiettivo da contrastare con la forza della preghiera e la dolcezza della vera accoglienza e della buona testimonianza.
Lo Spirito Santo illumini le coscienze
Mi auguro che tanti cristiani e uomini di buona volontà in questo periodo preghino, da soli e comunitariamente, la Tutta Santa e Beata Vergine Maria, modello di santità, di virtù e di purezza, e offrano sacrifici di riparazione al Sacro Cuore di Gesù.
In questo santo tempo pasquale, che sta per compiersi nella Pentecoste, invochiamo lo Spirito Santo perché ammaestri le menti, illumini le coscienze e muova i cuori a cercare e perseguire il vero bene perché ad ogni uomo sia spalancata davvero la strada della vera libertà e sia riconosciuta la sua giusta dignità.
Riceviamo da Renzo Puccetti (QUI e QUI), che ringraziamo, e pubblichiamo.
“In definitiva, il “sistema Chiodi” recepito dal Gruppo 9 non è una Speranza di cura per l’uomo ferito dal peccato, è una sedazione palliativa di un morbo ritenuto incurabile col quale convivere”.
QUI MiL sul documento pro sodomia del Gruppo 9 del Sinodo: “Documento sinodale, arcobaleniti: «La mia sessualità non è un disordine, ma un dono di Dio»”.
QUI: “Courage risponde al Vaticano e denuncia una rappresentazione falsa e ingiusta della sua opera“.
QUI ancora Renzo Puccetti.
Luigi Casalini
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8-5-26
Il Rapporto Finale del Gruppo di Studio n. 9, significativamente ribattezzato dalla Segreteria del Sinodo come laboratorio per il discernimento di questioni “emergenti” (evitando il ben più onesto termine “controverse”), ha suscitato una selva di reazioni: dalle vette della gerarchia, con le dure critiche del Cardinale Müller, fino ai contributi della teologia e della bioetica meno incline ai compromessi mondani, il verdetto è quasi unanime. Si sta tentando di utilizzare la carità come paravento per un’operazione ideologica, capace di scardinare l’antropologia cristiana.
Se le testimonianze di coppie omosessuali “sposate” allegate al documento sono una zolletta zuccherosa di “angelicata desessualizzazione” (dove l’omosessualità viene presentata come un carisma amicale astratto, ignorando deliberatamente la realtà dell’atto omo-erotico e i dati oggettivi sulla stabilità e la natura di tali unioni), è però opportuno tirare fuori dall’armadio il faldone con il disegno teologico che ha progettato quel tipo di edificio.
L’ombra di Maurizio Chiodi
Non è difficile scorgere tra i sette membri della commissione l’impronta digitale dei numerosi scritti di don Maurizio Chiodi. Il teologo bergamasco è giunto al Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” solo dopo quel processo di smantellamento rivoluzionario che ha trasformato il bastione della teologia del corpo, della morale coniugale e della antropologia cattolica in un laboratorio di “nuovi paradigmi”. La sua nomina, avvenuta sotto il mandato del precedente vescovo di Roma, è stata il segnale dell’avvio di un’epoca in cui la “situazione” prevale sulla verità.
La genesi dell’errore: dal “Male Intrinseco” alla “Morale della Situazione” passando per la divinizzazione della coscienza
Per comprendere il Rapporto del Gruppo 9, bisogna smontare il sofisma teologico di cui Chiodi è capofila. Il punto di rottura con la Veritatis Splendor risiede nel superamento del concetto di atto intrinsecamente cattivo. Nella teologia di Chiodi, la norma morale non è più un assoluto che proibisce determinati atti in ogni circostanza (come l’adulterio o la pratica omosessuale), ma diventa un’istanza ideale che deve misurarsi con la “storia” e la “fragilità” del soggetto.
Un esempio per tutti. In un articolo a commento di Amoris laetitia riguardo alla proibizione assoluta della contraccezione, Chiodi, con un linguaggio tanto lineare quanto comprensibile a qualsiasi parrocchiano, scrive:
“L’oggetto, dunque, non è la norma, bensì è l’atto nel quale la coscienza risponde alle esperienze della vita buona che, anticipandola, le dischiudono quel compimento che tuttavia non si compie se essa non vi si determina”.
Traduzione simultanea dal teologhese contemporaneo all’Italiano comprensibile:
- Gli assoluti morali non vengono formalmente negati, ma restano sullo sfondo come le gride manzoniane: solenni nella formulazione, ma sistematicamente disattivate dal primato del discernimento situazionale; insomma un elegante «tana libera tutti».
In questo schema, il “bene possibile” sostituisce il “bene oggettivo”. Non esiste più una natura umana con leggi iscritte nel cuore da Dio, ma una libertà umana che, nel groviglio delle proprie ferite e dei condizionamenti sociali, “decide” cosa sia bene per sé in quel momento. È anche il trionfo del proporzionalismo: si pesano i pro e i contro, le intenzioni e i sentimenti, finché l’eccezione non divora la regola. Se una relazione oggettivamente disordinata genera “pace” o “stabilità”, per Chiodi quella pace diventa il segno della presenza di Dio, a prescindere da ciò che la Scrittura dice dell’atto in sé. È la morale trasformata in un’equazione psicologica dove il risultato deve essere sempre l’auto-assoluzione.
Quando nello stesso articolo Chiodi scrive in modo altrettanto chiaro che “La coscienza non è riducibile a una consapevolezza di sé, né alla conoscenza di una verità “oggettiva”, né a una facoltà che applica la legge morale, né al giudizio che mi dice che cosa devo fare “hic et nunc”. Essa coincide con la totalità del sé (persona), nella sua valenza insieme patica (pathos) e pratica (praxis), egli non lo dice chiaramente, ma di fatto musealizza il concetto di coscienza erronea: la totalità del sé è un fatto, è una realtà, non è un atto della ragione fallibile come il giudicare in coscienza.
La coscienza e il discernimento selettivo: un esperimento mentale
Ma perché il sistema morale di Maurizio Chiodi sembra essere applicato quasi esclusivamente all’ambito della morale sessuale e riproduttiva (coppie divorziate e risposate, coppie omosessuali, contraccezione, fecondazione in vitro), mentre non viene mai seriamente esteso ad altri ambiti della vita morale, dove pure esistono relazioni stabili, legami affettivi e forme di “bene vissuto” dentro il male?
E allora proviamo a prendere sul serio, fino in fondo, lo stesso schema interpretativo. Immaginiamo due fratelli cresciuti in un contesto criminale, dove la lealtà reciproca, la protezione del gruppo e la solidarietà interna costituiscono il sistema reale di valori vissuti. In quel contesto, una rapina compiuta per sostenere il gruppo, senza violenza diretta contro la vittima, può essere percepita come inserita in una trama di beni relazionali: fedeltà, cura, sopravvivenza condivisa, identità comune.
Ora, se il criterio decisivo diventa davvero il vissuto concreto della relazione, la storia affettiva e il discernimento della coscienza situata, allora la domanda non è più evitabile: perché questo schema viene applicato con una certa apertura a situazioni coniugali irregolari, mentre non viene nemmeno preso in considerazione in ambiti analoghi di solidarietà criminale strutturata?
E ancora: nell’adulterio il bene sottratto è un bene assai più prezioso di un bracciale, è la comunione personale unica, fondata su fedeltà, esclusività e promessa reciproca; quando il coito adulterino lo distrugge, la vita è molto più intensamente stravolta e impoverita di quanto non avvenga per la perdita, per quanto grave, di soldi o preziosi, in linea di principio reintegrabili. Il dolore è solo accresciuto dal benessere di chi gode i frutti di quella sottrazione
E allora la domanda diventa radicale: se il discernimento può, in alcune interpretazioni pastorali, condurre fino all’accesso alla Comunione e alla benedizione per coppie divorziate e risposate, perché un analogo percorso non viene neppure concepito per una coppia di ladri altrettanto stabilmente unita da un vincolo affettivo, di lealtà e di vita condivisa?
La domanda, a questo punto, non è malevola: è logica. Un principio che si applica dove le conclusioni sono gradite al mondo e si arresta dove diventerebbero scandalose, non è un principio filosofico, è uno strumento ideologico.
La “Grazia a buon mercato” e lo svuotamento della croce
Il sistema teologico di Chiodi, che permea il Rapporto del Gruppo 9, opera una sorta di “eutanasia del peccato”. Se la circostanza e la struttura psicologica del soggetto diventano i criteri ultimi di validazione di una relazione, il male oggettivo svanisce. Ma qui sorge il paradosso: se il peccato sparisce, la Misericordia di Dio a che cosa serve? A che pro il sacrificio redentivo di Cristo? Per cosa gli sputi, le percosse, lo scherno, la frusta, la corona di spine, la croce, la lancia? Chiodi e i suoi emuli ambiscono ad essere evangelici, più evangelici di quanto non lo sia stata la Chiesa nei suoi duemila anni, ma dimenticano proprio le parole di Gesù. Egli ci parla di matrimonio, non di unioni, di indissolubilità, non di divorzio, di uomo e donna, non di coppie dello stesso sesso. E ci dice di sforzarci (agonízomai (ἀγωνίζομαι) è il verbo di Luca, il verbo che indica l’argomento, la lotta) di passare dalla porta stretta. All’adultera si rivolge non con un approccio psicologico di comprensione e giustificazione, ma con quello della verità e della misericordia “Neanch’io ti condanno, va e non peccare più). Abrogare il peccato, disse san Giovanni Paolo II rivolgendosi proprio ai docenti del suo Pontificio Istituto GPII per Studi su Matrimonio e Famiglia, “è rendere vana la croce di Cristo”.
L’orgoglio del pastoralismo: essere “più buoni di Gesù”
Siamo di fronte a quello che potremmo definire l’orgoglio del pastoralismo. Cercando di eliminare l’oggettività del male per non turbare il vissuto soggettivo, questa teologia finisce per voler essere “più buona di Cristo”. È il tentativo prometeico di essere “più misericordiosi di Cristo”: Gesù salva il peccatore riconoscendo il peccato; il sistema del Gruppo 9 pretende di salvare il peccatore diluendo il peccato in un labirinto di condizionamenti storici, psicologici, sociologici, intenzionali. Ora sì che la Chiesa amministra la misericordia di Dio, mica quella insensibile, arcigna e legalistica che da San Pietro e San Paolo è giunta a San Giovanni Paolo II.
La richiesta impossibile
In questo scenario al sacerdote si domanda di discernere. Ma su cosa? Mica su ciò che il penitente in confessionale ha fatto, ma su tutte le limitazioni, i condizionamenti, i suoi limiti che lo hanno portato a quel comportamento, così come gli vengono raccontati: di fatto al sacerdote si chiede di surrogare il giudizio di Dio senza però che questi abbia le qualità dell’Altissimo. Più buoni di Dio e più giusti di Dio. Il serpente manderebbe un biglietto di felicitazioni.
Il paradosso del “fermo accompagnamento”
Una pastorale del genere non può che produrre o una Babele casuistica, oppure il suo opposto: un suono bitonale che nasce dalla fusione dell’ascolto (in rigoroso silenzio) e dell’accompagnamento giustificativo (restando ben piantati e fermi nello stesso disordine).
Conclusione
In definitiva, il “sistema Chiodi” recepito dal Gruppo 9 non è una Speranza di cura per l’uomo ferito dal peccato, è una sedazione palliativa di un morbo ritenuto incurabile col quale convivere.
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e: Il peccato prescinde dalla fede: su alcune uscite pretestuose del Sinodo
Di Silvio Brachetta – dall’Osservatorio Cardinale Van Thuan
Il Sinodo in corso, in uno degli ultimi documenti pubblicati [qui], ripete in modo ossessivo che si deve imporre una sorta di «nuovo paradigma» nella teologia morale. Al di là del fiume di parole astratte e introduttive – circa l’universalità della legge che ostacolerebbe la particolarità dell’individuo – si vorrebbe imporre quello che in sostanza è un errore: il peccato è tale in proporzione alla fede del soggetto.
Ai lavori del Sinodo, cioè, viene sostenuta con forza la testimonianza di due «omosessuali credenti», che giustificano i loro atti omoerotici. E il Sinodo approva: «il racconto testimonia della “scoperta” che il peccato, in radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale), ma nella “mancanza di fede” in un Dio che desidera il nostro “compimento”». Si vuole insinuare che il peccato di omoerotismo non sta nell’atto umano – «nella relazione di coppia (omosessuale)» – ma nella «mancanza di fede». Al contrario, il magistero e la tradizione apostolica insegnano che il peccato è consumato nell’atto umano, a prescindere dallo stato di fede del soggetto.
San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, dice che il peccato è una delle tre cose che «si oppongono alla virtù»[1]. E specifica che si contrappone all’«atto» verso cui «la virtù è ordinata»[2]. Null’altro, infatti, è il peccato se non «l’atto disordinato», opposto all’atto della virtù, che invece è «retto e ordinato»[3]. Le altre due sono la malizia e il vizio, che si oppongono alla virtù in quanto bene e in quanto virtù stessa.
Il peccato è certamente l’effetto di due cause (malizia e vizio), ma la sua ragione d’essere più profonda – la sua essenza – ha a che fare esclusivamente con l’azione, con l’atto umano. Non con la fede, non con la rivelazione cristiana o altro. Questo sembra contraddire il Confiteor, cioè l’Atto penitenziale che si recita durante la liturgia, dove il penitente ammette di avere peccato «in pensieri, parole, opere e omissioni»[4]. Ma tutti questi quattro concetti sono atti umani.
Lo spiega lo stesso san Tommaso, distinguendo gli atti umani interni («atti eliciti») da quelli esterni («atti imperati»)[5]. Già dal senso letterale di questa distinzione si comprende che il ruolo di causa dell’atto umano, in generale, è proprio l’atto interno, ovvero la volontà libera nel suo arbitrio – e dunque il pensiero. È pur vero che l’uomo può essere tentato dai pensieri che provengono dai demoni, ma la tentazione in sé non è un peccato, perché il pensiero cattivo può essere contrastato ed eliminato dalla mente.
San Tommaso, inoltre, fa una precisazione ulteriore, che fuga ogni dubbio: gli atti possono «esistere nella volontà» o fuori da essa – i quali però «appartengono alla volontà mediante le altre potenze». È anche vero che verremo giudicati da quello che realmente facciamo e, non tanto, da quello che pensiamo. Tuttavia è fuorviante credere che nell’atto umano la volontà stia fuori, in quanto impalpabile.
È giusto, insomma, ritenere che si possa peccare in pensieri, parole (che derivano dall’intelligenza e dalla volontà), opere (i fatti) e omissioni (assenza di fatti). Si vede proprio dalle omissioni il carattere attuale della volontà: verremo giudicati anche dal non fare qualcosa di buono, poiché il non farlo dipende da un atto di libera volontà, come causa primaria – cioè pur sempre da un’azione. Lo dice lo stesso Gesù Cristo: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno […]. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, […]»[6].
San Tommaso si limita a commentare sant’Agostino d’Ippona, secondo cui il peccato è «un atto, una parola o un desiderio contrario alla legge eterna»[7]. Quindi il peccato è un fatto (factum), dove anche la parola e il desiderio, come si è visto, sono fatti – e dunque atti. Il peccato, allora, è allo stesso tempo soggettivo e oggettivo. È soggettivo perché è commesso dal singolo ed è oggettivo in quanto contravviene la legge eterna. Tutto il genere umano è capace di commettere (e di fatto commette) peccati di ogni genere, tanto fuori quanto dentro la fede cristiana.
Nella realtà del peccato, certamente la fede e la grazia hanno un ruolo decisivo alla salvezza eterna della persona. Non però nel senso di snaturare la legge eterna e, quindi, l’essenza attuale del peccato. A priori, la fede e la grazia concedono la vittoria al penitente che vuole abbandonare il peccato e ottenere il perdono. Inoltre, il penitente associa i meriti personali a quelli di Gesù Cristo, i soli che possono ottenere la salvezza. A posteriori, la fede e la grazia consentono di dare spazio alla misericordia infinita di Dio e alle relative attenuanti.
Se però Dio dà una mano, non bisogna strappargli tutto il braccio: la misericordia e le attenuanti[8] si consumano a posteriori, nel confessionale, dopo il peccato. Prima del peccato l’uomo (credente o meno) è tenuto a fuggire il peccato veniale e mortale e ad abbracciare la fede, in modo che la grazia possa agire e renderlo forte nelle virtù. Il ruolo della Chiesa non è quello di giustificare il peccato, ma di predicare la crescita spirituale di ogni uomo «de virtute in virtutem»[9]. Che poi il peccato non dipenda dalla fede, ma da un atto libero della volontà, lo prova anche l’evidenza: anche il più santo e virtuoso degli uomini può cadere e peccare.
Dietro l’errore sinodale si nasconde una subdola incoerenza: che la grazia distrugga la libertà umana, così che l’uomo di fede sarebbe sempre più impossibilitato a peccare.
Silvio Brachetta
(Immagine: Di Conferencia Episcopal Española, Flickr, CC BY-SA 2.0)
[1] S.Th., I-II, q. 71, a. 1 co.
[2] Ibid.
[3] Ibid.
[4] «Nimis cogitatione, verbo, opere, et omissione». L’«omissione» è un’aggiunta al Messale del 1970.
[5] S.Th., I-II, q. 6, pr.
[6] Mt 25, 41-42.
[7] «Factum vel dictum vel concupitum aliquid contra legem aeternam», Contra Faustum Manichaeum, XXII, 27.
[8] Verifica della piena avvertenza e del deliberato consenso al male.
[9] «Cresce lungo il cammino il suo vigore», Sal 84, 8.
ULTERIORE ESEMPIO EXTRA DI AGGIORNAMENTO
Cardinale Eijk: il rapporto del Sinodo sulle unioni omosessuali deve essere confutato con forza
Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto dal Cardinale Willem Eijk, pubblicato su National Catholic Register. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.

Il rapporto recentemente pubblicato dal Gruppo di studio n. 9 del Sinodo (qui in italiano, ndr) rappresenta un preoccupante allontanamento dal costante insegnamento morale della Chiesa cattolica. Sebbene gli autori affermino di non possedere «la competenza o, soprattutto, la necessaria autorizzazione ecclesiastica» per affrontare in modo definitivo singole questioni morali, la metodologia e l’impostazione del rapporto minano sistematicamente la capacità della Chiesa di proclamare e applicare la propria dottrina morale. Non si tratta semplicemente di una carenza tecnica, ma di una contraddizione fondamentale dell’insegnamento cattolico che richiede una risposta decisa.
La preoccupazione più immediata riguarda il modo in cui il rapporto tratta le relazioni omosessuali. Il documento presenta testimonianze di persone con attrazioni omosessuali senza fornire il quadro morale della Chiesa per comprendere queste esperienze. Il rapporto afferma che un testimone «rende testimonianza della scoperta che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (dello stesso sesso), ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione». Gli autori del rapporto riproducono questa affermazione senza correzioni o chiarimenti.
Il ragionamento di questo testimone è fondamentalmente errato. Gli atti omosessuali sono intrinsecamente malvagi: questa è dottrina cattolica consolidata. Un cristiano credente che compie tali atti viene certamente meno alla fede, nella misura in cui non riesce a confidare nella grazia di Dio, che gli permette di evitare il peccato. Ma questo non significa che il peccato risieda principalmente nella mancanza di fede piuttosto che nell’atto stesso, come suggerisce il testimone. Il fatto che gli autori non chiariscano questo punto crea una pericolosa ambiguità.
Una seconda testimonianza è ancora più problematica. Questo testimone ha inizialmente cercato aiuto presso Courage International, l’apostolato cattolico che insegna alle persone che provano attrazione per lo stesso sesso a vivere in accordo con l’insegnamento della Chiesa sulla castità. Il rapporto dipinge Courage in modo negativo, suggerendo che “separa fede e sessualità” e affermando falsamente che offre terapie di conversione. Il testimone alla fine trova rifugio in comunità cristiane e presso sacerdoti che accolgono “persone che vengono rifiutate per appartenere alla comunità LGBT”. L’implicazione evidente è che questo secondo testimone, che vive in una relazione omosessuale, lo fa con il sostegno e l’approvazione di questi sacerdoti e comunità. Elevando tali testimonianze senza commenti dottrinali, il rapporto normalizza di fatto le relazioni omosessuali all’interno di un contesto ecclesiale. Ciò rappresenta un chiaro tentativo di indebolire la proclamazione dell’insegnamento morale cattolico.
Il problema più profondo risiede nell’intero quadro metodologico del rapporto. Gli autori subordinano tutto alla descrizione di un “processo sinodale” incentrato sulle pratiche e sulle esperienze delle persone. Rifiutano esplicitamente ciò che definiscono “la proclamazione astratta e l’applicazione deduttiva di principi enunciati in modo immutabile e rigido”. Al contrario, sostengono il mantenimento di una “tensione feconda tra ciò che è stato stabilito nella dottrina della Chiesa e la Sua pratica pastorale e le pratiche di vita”.
Questo linguaggio suona pastorale e incentrato su Cristo, ma nasconde un radicale allontanamento dalla teologia morale cattolica. Gli autori invocano l’affermazione di Gesù secondo cui «il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato» per suggerire che le norme morali non possono essere assolute — che devono esserci eccezioni basate sulle circostanze e sulle esperienze individuali. Si tratta di un’interpretazione fondamentalmente errata della Scrittura.
L’insegnamento di Gesù sul sabato riguardava la legge positiva divina — norme rivelate nella Scrittura che non sono intrinsecamente assolute a meno che non coincidano con la legge naturale. Le leggi liturgiche ebraiche sono effettivamente cadute in disuso nel Nuovo Testamento. Ma la legge morale riguardante il matrimonio e la sessualità ha un carattere del tutto diverso. Queste norme derivano dalla legge naturale, che riflette i propositi di Dio nel creare gli esseri umani, il matrimonio e la sessualità stessa. Dio ha creato il matrimonio come donazione totale e reciproca tra un uomo e una donna, attraverso la quale essi possono trasmettere la vita umana. La differenziazione sessuale e l’apertura alla vita sono elementi essenziali di questo dono totale. Gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso non possono costituire un tale dono totale perché sono chiusi alla trasmissione della vita per loro stessa natura. Qualsiasi atto che violi le intenzioni creative di Dio per il matrimonio e la sessualità è sempre inammissibile, senza eccezioni. Queste sono norme assolute della legge naturale, stabilite per proteggere valori non negoziabili.
Il rapporto crea un’ambiguità deliberata proprio su questo punto. Gli autori scrivono che «la verità universale dell’umano, nella sua espressione storica, non può quindi essere determinata una volta per tutte, ma si trova nelle forme concrete delle diverse culture, in un dialogo incessante». Suggeriscono che giungere alla conoscenza morale richieda un processo sinodale a lungo termine di ascolto tra culture ed esperienze.
Questo è semplicemente falso. Le intenzioni con cui Dio ha creato la persona umana nel contesto del matrimonio e della sessualità sono verità universali, stabilite una volta per tutte, che gli esseri umani possono conoscere spontaneamente attraverso la legge morale naturale e che si trovano nella Sacra Scrittura. San Paolo insegna che quando i gentili «fanno istintivamente ciò che la legge richiede, essi, pur non avendo la legge, sono legge a se stessi. Dimostrano che ciò che la legge richiede è scritto nei loro cuori» (Romani 2,14-15).
Il rifiuto da parte del rapporto di applicare verità morali universali ad azioni specifiche diventa ancora più chiaro nel suo principio di «pastorale». Questo principio guida il «discernimento delle questioni emergenti» all’interno del processo sinodale. La commissione preferisce l’espressione «questioni emergenti» a «questioni controverse» perché «la logica dell’emergenza sottolinea la capacità dell’intero Popolo di Dio di “rimanere con il problema”» piuttosto che risolvere i problemi. In pratica, ciò significa evitare «una prospettiva di risoluzione dei problemi, o quella di chi presume di dedurre l’azione dalla semplice applicazione delle norme». La commissione non cerca «una soluzione generalizzabile», ma piuttosto «modi concreti per avviare un processo sotto forma di ascolto». Ciò rappresenta «il superamento del modello teorico che deriva la prassi da una dottrina “preconfezionata”». In altre parole, il rapporto mette da parte l’applicazione della dottrina della Chiesa e della teologia morale classica nella cura pastorale e nella confessione.
Ciò deriva da un persistente malinteso che affligge la teologia pastorale sin dagli anni ’60: l’idea che la cura pastorale consista nel trovare compromessi tra l’insegnamento morale della Chiesa e la realtà concreta della vita delle persone. Questo approccio presuppone che la verità morale abbia un duplice status — verità dottrinale astratta da un lato, verità esistenziale concreta dall’altro — con priorità data a quest’ultima per creare spazio per eccezioni alle norme universali.
Papa Giovanni Paolo II ha respinto con forza questo approccio in Veritatis Splendor: «Su questa base si cerca di legittimare soluzioni cosiddette “pastorali” contrarie all’insegnamento del Magistero e di giustificare un’ermeneutica “creativa” secondo la quale la coscienza morale non è in alcun modo obbligata, in ogni caso, da un particolare precetto negativo».
La vera cura pastorale non cerca compromessi con la verità morale. Il pastore conduce le persone alla verità, che si trova in ultima analisi nella Persona di Gesù Cristo. Egli deve incoraggiare coloro che sono affidati alle sue cure ad allineare le loro azioni alla verità, come stabilita nelle norme morali. Non c’è autentica carità pastorale nell’oscurare la verità morale o nel suggerire che le norme universali ammettano eccezioni basate sulle circostanze individuali. Il rapporto del Gruppo di studio 9 contraddice fondamentalmente l’insegnamento morale cattolico e ne mina completamente l’applicazione alla condotta morale. Esso relativizza la dottrina morale della Chiesa, con conseguenze che si estendono ben oltre le questioni di sessualità fino alla protezione della vita umana stessa. Questo rapporto deve essere confutato con forza.
Nel frattempo, i fedeli possono essere certi che numerosi cardinali e vescovi faranno conoscere le loro obiezioni al Magistero romano.
L’insegnamento della Chiesa non è oscuro, né è soggetto a revisione attraverso processi sinodali. È la verità che ci rende liberi.
Cardinale Willem Eijk
Il cardinale Willem Eijk è arcivescovo di Utrecht, in Olanda. Ex medico, dal 2004 è membro della Pontificia Accademia per la Vita. È autore del libro del 2025, The Bond of Love: Catholic Teaching on Marriage and Sexual Ethics, pubblicato da Emmaus Academic.
