Il matrimonio è di Dio!

Omelia di Don Alberto Secci: il Sacramento, la Chiesa e la vocazione all’amore totale.

Matrimonio di Ludovica e Fabio in rito tradizionale a Vocogno in Val Vigezzo. Sabato 9 Maggio 2026.
Omelia di don Alberto Secci.

Sia lodato Gesù Cristo.

Abbiamo fatto cantare il Veni Creator, carissimi, cioè abbiamo invocato il dono che viene dall’alto. E non solo perché questo si addice al rito del matrimonio, ma perché quando un giorno è grande c’è davvero bisogno che Dio intervenga: da sole, infatti, le nostre forze non bastano a viverlo pienamente.

Faccio subito la predica, così mi tolgo la preoccupazione e poi, con voi, mi immergo nel rito del matrimonio e nel vertice dei sacramenti che è la Santa Messa. Lo dico con libertà di preghiera: mi tolgo la preoccupazione perché non è facile per me. Voi sapete che non mi manca la parola, non so se in bene o in male, ma non mi manca. Tuttavia, quando le questioni si fanno serissime, si vorrebbe quasi fare silenzio, pregare e nient’altro.

È un giorno grande per voi, Ludovica e Fabio, certamente; ma permettetemi di dire che lo è non solo per voi, e non solo per le vostre famiglie, ma soprattutto per questa chiesa. E quando dico chiesa non intendo soltanto le mura, per quanto anch’esse non siano secondarie. Per avere queste mura avete passato una settimana non dico terribile, ma quasi; se ne è sofferto, oggi me ne rallegro, perché niente di tutto questo vi ha fatto capire quanto sia grande il dono di poter vivere il cristianesimo nella sua integralità. Ma, dicendo che è un grande giorno per questa chiesa, intendo questa comunità di fratelli e sorelle nella fede, con volti concreti e nomi precisi.

Per me è un grande giorno anche personalmente, non solo perché sono prete, ma perché si chiude, per così dire, un ciclo. Ti ho accolto al fonte battesimale 28 anni fa. Ti accolgo oggi, Fabio, all’altare che hai servito tanto, e servendo l’altare hai servito Cristo. Accolgo con te la tua sposa, Ludovica, che, rinata da poco nella grazia del fonte battesimale, è giunta qui. Mi chiedevo due giorni fa: da quanto tempo? “Due anni”, mi hanno detto. “Mi sembra un’eternità”. Quando una cosa è vera e significativa, un giorno può bastare per farla sentire come definitiva; figuriamoci due anni. Quasi come se tu fossi sempre stata qui. E, giungendo qui e incontrando l’altare, Fabio ha incontrato te.

Cosa dirvi in questo giorno? Mi pare di aver già detto molto, ma mi tocca, per dovere sacerdotale, aggiungere ancora qualche parola. Vorrei partire da ciò che San Paolo dirà fra poco nella Messa, nell’epistola: una definizione semplice e profondissima del matrimonio e, insieme, della vita. “Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla propria moglie e i due diverranno una sola carne”. Questo mistero è grande.

Innanzitutto è un mistero. È un mistero perché è più grande di voi e più grande di noi. Ma non solo il matrimonio: anche la vita è un mistero. Noi ci ritroviamo a vivere. Non abbiamo deciso di nascere, non abbiamo deciso il nostro volto, non abbiamo deciso la terra da cui veniamo. Ci ritroviamo a vivere e ci accorgiamo così che la vita è data: data da tuo padre, da tua madre, ma, in ultima istanza, data da un altro, data da Dio. Se la vita è mistero, se le vostre vite, Ludovica e Fabio, sono mistero, vuol dire che dentro hanno un compito che si chiama vocazione.

Quando uno capisce la vocazione, quando entra davvero in rapporto con Dio, quando si accorge di essere fatto continuamente da Lui, non si tratta di una cosa teorica. C’era un canto che facevamo una volta, da ragazzi cattolici militanti, che diceva in sostanza: “Io sono tu che mi fai”. Quel “tu” è Dio. Ed è vero per tutta la vita; immaginatevi per ciò che sta al cuore della vita dell’uomo, cioè il luogo dove si genera la vita: il matrimonio. Tutto questo è naturale, non è ecclesiastico. Ma proprio perché è naturale è di Dio, perché noi siamo di Dio.

Mi veniva in mente, e perdonate la digressione, che vi ricorderete quando si leggeva insieme il grande Eliot, I cori della rocca, e si diceva: “Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima”. Sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima, sebbene non si sappia quando o perché o come o dove. Eliot scrive nella prima metà del Novecento. Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, ma per nessun dio. E questo non era mai accaduto prima.

Per questo insisto: il mistero, innanzitutto, è la coscienza di essere creature. Anche noi, anche voi che siete fedeli cattolici e, per molti aspetti, tradizionali, portiamo dentro questo veleno culturale che diventa ottenebramento anche del sentimento. L’abbiamo dentro. Non era mai accaduto prima che gli uomini abbandonassero Dio per nessun altro dio. Come si fa allora a pensare che bastiamo noi stessi? Che senso ha la vita? Che senso ha sposarsi e mettere al mondo i figli, se non per consegnarli a colui che la vita è, e che è una vita senza fine?

San Paolo dice poi un’altra cosa, e questa è la seconda che mi preme ricordare a voi, che già la sapete. Ma quante volte dobbiamo ripeterci le cose? Vedrete che il matrimonio sarà proprio questo: ripetere molte volte le cose che contano. E quando si decide di non ripeterle più, lì comincia il pericolo. Campanello d’allarme. “Eh, gliel’ho già detto”, e invece va ridetto. Così anche la Chiesa deve ridire a se stessa e al mondo ciò che conta.

La seconda cosa è che il mistero è grande, e San Paolo aggiunge: “Lo dico in rapporto a Cristo e alla Chiesa”. Il mistero, mysterium, è il termine con cui si definisce il sacramento. Cioè: da quando Gesù Cristo, Dio fatto uomo, è venuto ed è morto in croce, l’umano non deve restare semplicemente umano; deve diventare divino, deve essere elevato a sacramento. Non solo il matrimonio: tutto l’umano.

E la cosa che mi preme di più ricordarvi è che non c’è niente di più umano del matrimonio. Ma il matrimonio, da solo, non può bastare a livello umano, perché dopo le conseguenze del peccato originale noi abbiamo assolutamente bisogno che tutto l’umano sia elevato alla grazia. Per questo il matrimonio, dice la dottrina della Chiesa, è elevato da Cristo alla dignità di sacramento. Non è un dettaglio liturgico, non è uno sghiribizzo il fatto di non iniziare subito la Messa, perché il matrimonio è sacramento in sé, a tutti gli effetti. Dopo ci sarà il vertice dei sacramenti, che è la Santa Messa, il sacrificio di Cristo sull’altare, ma essi restano distinti. Tant’è vero che io posso fare la predica prima dei due sacramenti.

Perché tutto questo? Perché non bisogna dimenticare la grandezza di questo fatto. Il matrimonio è nell’ordine naturale di Dio, ma è elevato alla dignità di sacramento, cioè abitato da Cristo. È una forma che Cristo prende perché voi siate santificati e possiate collaborare pienamente all’opera di Dio.

Qual è l’inganno? Pensare che il matrimonio cristiano sia semplicemente una benedizione degli sposi. No. La religione naturale che sta diffondendosi al posto del cattolicesimo — e anche di chi osa chiamarsi cattolico senza esserlo davvero — è questa: che l’umano resti umano e, in più, riceva un aiuto da Dio, esattamente come facevano i pagani nei momenti più solenni della loro vita, invocando gli dei. No: qui non si tratta soltanto di chiedere aiuto divino. Qui Dio prende la vostra umanità e la fa diventare casa sua, opera sua, azione sua, creazione sua, nuova creazione. Questo è il sacramento.

Nella Messa, la materia sarà il pane e il vino, che diventano corpo, sangue, anima e divinità di nostro Signore Gesù Cristo. Nel matrimonio, la materia è il vostro consenso. Tant’è vero che ci vogliono i testimoni: bisogna essere certi che quel consenso ci sia. E la Chiesa ha indagato perché fosse libero, vero e cosciente. Ma questo non è poco, fratelli. Per questo nessun Papa può cambiare questa legge che vale per sempre: un matrimonio per tutta la vita. Tutta la vita.

Tant’è vero che il Vangelo proprio della Messa degli sposi dice: “In quel tempo si avvicinarono a Gesù dei farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Gesù rispose: “Non avete letto che il Creatore, da principio, li fece maschio e femmina?”. E disse: “Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla propria moglie e i due diverranno una sola carne”. Ciò che cita San Paolo. Per questo essi non sono più due, ma una sola carne. Dunque, quello che Dio ha unito, l’uomo non separi. Nessun uomo, neanche il Papa.

Mi fanno sorridere quelli che aspettano che la gerarchia, prima o poi, conceda qualcosa. Conceda cosa? Dio è Dio, noi non siamo Dio. Noi siamo i ministri di Dio, questo sì. Però, fratelli, quando si dice che è un sacramento, cioè uno dei sette sacramenti, vi prego di fare attenzione a un punto: non si può dimenticare il sacramento fondamentale, senza il quale non ci sono i sacramenti, che è la Chiesa. La Chiesa come pezzo di umanità trasformata dalla grazia.

San Paolo, nell’epistola, si dilunga dicendo: “Il marito è capo della moglie, come Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del corpo di lei”. Cristo salva la Chiesa, salva il corpo della Chiesa. Così il marito è capo nel senso che salva la sua sposa. Fabio, salva Ludovica. Ma come la Chiesa è sottomessa a Cristo, Ludovica, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. Questo ormai non si legge più, perché rischi la denuncia. Ma è la parola di Dio. E poi dice ai mariti, così il marito si calma subito e capisce che essere capo vuol dire un’altra cosa: “Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, al fine di santificarla”.

E come ha dato la vita Cristo per la Chiesa? Con la morte in croce, col Calvario. Fabio, devi dare tutta la vita, tutta. Così i mariti devono amare le loro mogli come il proprio corpo. Chi si spaventa delle prime parole è sciocco: se uno arriva fino in fondo a San Paolo, capisce che chi ama la propria moglie, Fabio, ama se stesso. Non puoi più vivere per te stesso. E questo, in modo reciproco, vale per te, Ludovica.

Ma perché tutto questo non resti retorica? Perché c’è il rischio. Bisogna vivere pienamente quella realtà che è il corpo mistico di Cristo, e che si chiama Chiesa. Per favore: la Chiesa, che è una societas giuridicamente ordinata alla gerarchia, poi esistenzialmente si vive con volti precisi, con amici della fede, con persone con cui ti confronti, parli, decidi le cose. Questa è la forma che Dio ha scelto per essere presente. Il Signore ha istituito la Chiesa, e la prima Chiesa è la comunità degli apostoli: avevano tutto in comune, tutto.

Guardate che su questo passa una nuova eresia: si può cercare la quinta essenza della verità cattolica dimenticando il metodo di Cristo. Eppure da quel metodo hanno preso tutti le grandi esperienze religiose. Penso al vostro sacerdote domenicano: che cos’è la vita di San Domenico, se non il fatto che da questa comunione e unità profonda dei fratelli nella fede parte la missione? Questo vale per tutto, per la Chiesa. Il prete c’è per edificare la Chiesa di Dio là dove il Signore lo ha posto. E lì troverete anche la capacità di dimenticare voi stessi.

Perché amare la propria moglie morendo per lei, e amare il proprio marito più di se stessa, dove troviamo questa capacità? Certo, nel sacramento: confessione, comunione, in questo alimento continuo che ci assimila sempre più a Cristo. Ma attenti: educativamente il sacramento funziona quando corrisponde a una comunità, a dei volti. Vi supplico: non fatevi fregare dal demonio su questo. È sempre stata così la Chiesa, così sono cresciute le parrocchie.

Permettetemi di chiudere. Ho balbettato qualcosa. Voglio citare un prete che mi ha sempre commosso. È stato all’inizio della mia decisione per l’esistenza. Il don Berna di Torino, morto da tanti anni, consumato dalla passione apostolica, celebrando un matrimonio mi ha colpito. Questo sacerdote cita il cardinal Wyszyński: erano gli anni in cui andava di moda la Polonia. Nelle sue lettere dal carcere, voi sapete, scrive: “Padre, fa’ che non sprechi tempo solo per me”. Come sono adatte queste parole al matrimonio: fa’ che esso sia sempre per te, per Dio e per le tue cose. Risveglia il desiderio di dimenticare me stesso, tutto ciò che soddisfa il mio comodo, i miei istinti, il mio amor proprio. E su questo rischiamo tutti, continuamente.

E don Berna giungeva, carissimi, e io lo dico a voi, carissimi Ludovica e Fabio: queste parole sono vere per voi, perché le imparate e continuerete a impararle dai vostri amici, da un movimento di vita sorto per la grazia di Dio. Noi non siamo estranei. E se mi permettete, parenti della sposa e dello sposo, non offendetevi, ma voi siete i parenti, fratelli, nonni; ma io posso dire di essere loro parente per la grazia. E tanti qui presenti sono parenti di Ludovica e Fabio per la grazia. E questa parentela non è più piccola: questa è la Chiesa.

Paolo VI disse un giorno una parola che è rimasta come un grido. Si rese conto alla fine che il disastro era compiuto. Parlando della Chiesa, quasi una razza, un’etnia, diventiamo stessa carne, stesso sangue, perché in noi circola la carne, il sangue di Cristo. Più di così, carissimi, continuerete a imparare queste cose: la dimenticanza di sé, dai vostri amici, da questo movimento di vita che vi ha coinvolto personalmente. Se siete qui oggi è perché il prete c’è per questo. Vedete, io ho sognato il monastero per tutta la vita; poi, a un certo punto, è arrivata un’età in cui non mi prenderebbero più. Ma il monastero è questo: il Signore mi ha detto che il mio monastero è questa comunità di persone che vivono integralmente la fede. E io sono qui per questo, e difendo questo per questo, non per una comodità personale.

Ecco allora il punto: perché Cristo ci trasformi a sua immagine e noi, attraverso l’opera della Chiesa, diventiamo testimonianza trasparente per tutti quelli che incontriamo. Il vostro matrimonio è importantissimo in questo momento della nostra storia, perché da come lo vivrete molti potranno imparare e sperare ancora sia nella grazia del sacramento del matrimonio sia nella grazia del sacramento della Chiesa.

Mi raccomando: Cristo, diceva don Berna, io lo ripeto con forza, non ha mai detto nulla che non trovasse conferma nella storia. Ciò che Cristo dice accade e funziona. Siamo noi che roviniamo il disegno di Dio. E diceva don Berna: noi lo diciamo tremando, ma con certezza, siamo noi la sua storia. Noi siamo la storia di Cristo.

Questo è il cristianesimo. Il grande inganno è la seconda parte di Eliot, in I cori della rocca, quando parla della Chiesa che ha abbandonato l’umanità. Si domanda: sì, quando la Chiesa spiritualizza Cristo, quando lo rende parola o sentimento e non presenza. Cristo è presenza, non parola e sentimento: è presenza perché è sacramento, ma soprattutto perché c’è un corpo presente nella storia. Si chiama Chiesa cattolica. Ma la Chiesa cattolica c’è se ci siamo noi, nella realtà che viviamo della grazia di Cristo. E voi due non siete un’altra cosa.

Siamo la sua storia nel mondo, con la quale Cristo conferma che non smentisce nulla. E voi due, una sola carne, siete la sua storia da oggi, fra qualche istante, quando faremo il matrimonio, nell’esperienza della vostra libertà, fedeltà e fecondità, come Dio vorrà dare. Nell’esperienza della vostra libertà, fedeltà e fecondità, tutti possano vedere un segno sacramentale, un frammento della libertà, della fedeltà, della fecondità di Dio.

Per questo mi raccomando: la vostra casa sia per questo, anche materialmente, casa per Dio, per l’opera di Dio, per la Chiesa e quindi per noi vostri amici nella fede. Che la Madonna vi copra col suo manto in questo istante.

Sia lodato Gesù Cristo.

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