Liturgia

ATTENZIONE: Paolo VI, con la Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (50 anni or sono) fece entrare in vigore il 30 novembre successivo (Prima Domenica di Avvento), con l’inizio nel nuovo Anno liturgico, la nuova messa – Novus Ordo…. con tutte le conseguenze drammatiche che riepilogheremo in questa sezione, cliccando sotto sulla icona.

SCARICATE QUI in comodo pdf: LA SANTA MESSA, come dobbiamo viverla…

Ci è stato chiesto quali sono le Feste di PRECETTO, ossia quando è obbligatorio andare alla Messa oltre alla Domenica…. di fatto – d’obbligo – sono solo le Domeniche, Natale e Pasqua ma… per un vero cattolico, moralmente parlando, sarebbe bene tenere a mente che – il “precetto” esplicita da parte del fede principalmente l’Amore a Dio… per sollecitarci ad andare alla Messa… non è Dio ad avere “bisogno” di noi o dell’assemblea!
Allora, per comodità di tutti facciamo dono di questo schema conservatelo che torna utile:
Le feste di precetto stabilite per la Chiesa Cattolica oltre alla domenica, sono:
Solennità fisse:

  • la Solennità dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre
    la Solennità del Natale, 25 dicembre
    la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, 1º gennaio. Il Rito Ambrosiano celebra questa solennità la VI domenica di Avvento, mentre il 1° gennaio che celebra la solennità della Circoncisione del Signore sempre di precetto nel Rito di sempre (il Vetus Ordo) con la Riforma Liturgica è la Solennità della Madre di Dio (la Teothokos)
    la Solennità dell’Epifania, 6 gennaio
    la Solennità di San Giuseppe, 19 marzo
    la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29 giugno
    la Solennità dell’Assunzione di Maria, 15 agosto
    la Solennità di tutti i Santi, 1º novembre (per i Defunti il 2 novembre è consigliabile andare per lucrare l’indulgenza con i Suffragi)

Solennità mobili ma di precetto, ossia Feste che non cadono lo stesso giorno:
la Solennità dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno del Tempo di Pasqua
la Solennità del Corpus Domini, il giovedì dopo la Solennità di Pentecoste e, naturalmente, quanti praticano la devozione dei Primi Venerdì e Sabati del Mese.
Non sono di precetto, ancorché feste civili, i seguenti giorni:
Santo Stefano, 26 dicembre e il Lunedì dell’Angelo dopo Pasqua;
la festa del santo patrono nelle singole località.

MA ATTENZIONE:
Le feste di precetto in Italia: la Conferenza Episcopale ha abolito il carattere di festa di precetto di due solennità:
San Giuseppe;
i Santi Pietro e Paolo (che resta semi-festivo per la diocesi di Roma)
La ragione di ciò risiede nel fatto che una legge civile del 1977 ne ha soppresso il carattere festivo civile.
La stessa legge ha tolto il carattere festivo ad altre due solennità:
l’Ascensione del Signore;
e il Corpus Domini.
Esse sono state pertanto trasferite alla domenica seguente, ad eccezione del Rito Ambrosiano che le mantiene invariate al giorno proprio, sebbene non di precetto.

*Il cattolico è davvero “obbligato” ad assistere alla Messa ogni domenica (e le feste comandate)?*🙏😌
Sì, in base al Terzo Comandamento, c’è questo obbligo che però, per comprenderne il motivo è bene conoscerne il senso. Bisogna infatti partire da un aspetto fondamentale del concetto di “obbligo” quando, ad imporlo è Dio stesso. Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega meglio il senso di questo “obbligo” – il “giogo leggero” di cui parla Gesù: “Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,25-30).
Ogni fedele cattolico è “obbligato” ad assistere alla Santa Messa domenicale sulla base del Terzo Comandamento della Legge di Dio: “Ricordati di santificare le feste”. Il contesto dei Dieci Comandamenti si ritrova nel Libro dell’Esodo (20, 3-17), con un rafforzamento nel Deuteronomio (5, 7-21). Quindi, per comprendere questi “obblighi” da parte di Dio è fondamentale capire quanto Egli ci AMA poiché, i Comandamenti, non sono un “no” di Dio all’uomo, ma un sì dell’uomo alle richieste di Dio che ci ha dato i Comandamenti per Amore, perché applicandoli sono il nostro vero Bene e sono la nostra vera felicità.
Questo “obbligo”, non è dunque un peso quando se ne capisce il significato profondo e si coglie la meraviglia straordinaria che è la Santissima Eucaristia, la Comunione dei Santi, la Comunione ecclesiale, Suffragio per i Defunti, la promessa della vita eterna beata…
Ecco a seguire le indicazioni contenute nel Catechismo della Chiesa Cattolica riguardo alle domeniche e alle feste di precetto:
“2177. La celebrazione domenicale del giorno e dell’Eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa. «Il giorno di domenica in cui si celebra il mistero pasquale, per la Tradizione apostolica deve essere osservato in tutta la Chiesa come il primordiale giorno festivo di precetto».
2180 Il precetto della Chiesa definisce e precisa la Legge del Signore: « La domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa ». « Soddisfa il precetto di partecipare alla Messa chi vi assiste dovunque venga celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente ».
2181 L’Eucaristia domenicale fonda e conferma tutto l’agire cristiano. Per questo i fedeli sono tenuti a partecipare all’Eucaristia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei lattanti) o ne siano dispensati dal loro parroco. Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave.
2182 La partecipazione alla celebrazione comunitaria dell’Eucaristia domenicale è una testimonianza di appartenenza e di fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. In questo modo i fedeli attestano la loro comunione nella fede e nella carità. Essi testimoniano al tempo stesso la santità di Dio e la loro speranza nella salvezza. Si rafforzano vicendevolmente sotto l’assistenza dello Spirito Santo.
2183 «Se per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, si raccomanda vivamente che i fedeli prendano parte alla liturgia della Parola, se ve n’è qualcuna nella chiesa parrocchiale o in un altro luogo sacro, celebrata secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, oppure attendano per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia, o, secondo l’opportunità, in gruppi di famiglie»”.

Chiariamo una distinzione fondamentale: CHE COSA E’ IL PRECETTO?

A quanto letto sopra dal Catechismo bisogna ricordare che, per esempio, gli ammalati sono ESONERATI dal precetto se non possono andare alla Messa; la Messa che ascoltano per radio, alla televisione o con altri mezzi digitali NON SODDISFANO IL PRECETTO il quale può essere soddisfatto solo con la propria presenza per ricevere il Corpo e il Sangue di Gesù Eucarestia per questo, essi, sono esonerati dall’obbligo del precetto. Quindi: chiunque è impossibilitato, per gravi ragioni, di andare alla Messa, ma con spirito di amore e sacrificio si unisce alla Preghiera attraverso gli strumenti digitali, essendo esonerato dal precetto, può soddisfare il comandamento dell’amore, ma non quel precetto!


scarica qui ORDINAMENTO GENERALE DEL MESSALE ROMANO

 
 
IL PATER NOSTER: braccia aperte o mani giunte?
è una domanda che torna spesso, cerchiamo di capire l’essenza del perchè, A MANI GIUNTE, è la posizione più corretta 🙂
anticamente l’uso di aprire le braccia per la recita della preghiera di Gesù avveniva ma non durante la Liturgia… nella Messa è il celebrante che è l’Alter Christus a farlo a nome della Chiesa e per noi, diretto al Padre… non a caso, nel rito di sempre, il Pater Noster non viene recitato a voce alta dai laici.. ma i laici lo recitavano in molte altre circostante al di fuori della Liturgia e spesso, appunto, anche con le braccia rivolte al Cielo mentre, durante la Messa, rimanevano PROSTRATI, supplicando il Padre in silenzio di accogliere per noi la preghiera del Sacerdote…
SOLO DURANTE LA MESSA CANTATA anche i Fedeli cantavano il Pater Noster…
e i primi Cristiani questa differenza l’avevano compresa bene 😉 il punto è che oggi si sono confusi i ruoli e il fedele è diventato una sorta di concelebrante… con il celebrante…
Con il tam-tam che siamo TUTTI SACERDOTI in virtù del Battesimo, anche i laici possono simulare I GESTI del sacerdote e questo non va bene.. il concetto della spontaneità non può giustificare un errore…
anche per questo c’è molta incomprensione e persino acredine verso il rito antico: il SILENZIO domina… perchè il Sacerdote, che è l’Alter Christus – ha bisogno di questi silenzi e di questo raccoglimento durante i quali dice diverse preghiere a bassa voce e il Fedele lo ACCOMPAGNA con la Preghiera…
le motivazioni sono riportate dal Concilio di Trento che afferma:
👉 “La natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti, e cioè che qualche parte nella messa sia pronunciata a voce bassa, altre invece, a voce più alta; similmente ha introdotto cerimonie, come le benedizioni mistiche, le luci, gli incensi, le vesti e molti altri elementi trasmessi dall’insegnamento e dalla tradizione apostolica, per rendere più evidente la maestà di un sacrificio così grande, e per indurre le menti dei fedeli, con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo sacrificio”.
Si comprende bene che cosa è accaduto – oggi – con la Messa NOM e lo denunciava con amarezza lo stesso Benedetto XVI motivando il ripristino del rito antico con il Summorum Pontificum che sarebbe dovuto diventare una guida per la Messa moderna…
👉 LA MESSA la celebra solo il Sacerdote – IN PERSONA CHRISTI – (e San Tommaso usa questo termine esclusivamente in riferimento alla celebrazione dell’eucaristia e dei sacramenti per affermare che il sacerdote in quel momento agisce con lo stesso potere di Cristo “in persona” appunto)… questo è il punto nodale che con la nuova messa si è perso… anche molti sacerdoti, infatti, ABUSANO della propria autorità per fare cose che non debbono fare o far fare ai fedeli:
” il sacerdote ricordi di essere il servitore della sacra Liturgia e che nella celebrazione della Messa a lui non è consentito aggiungere, togliere o mutare nulla a proprio piacimento” (Ordinamento Generale del Messale Romano – n. 24). 😉
Come disse, infatti, S. Ambrogio:
«La Chiesa non è ferita in se stessa, […] ma in noi. Guardiamoci, dunque, dal far divenire i nostri sbagli una ferita per la Chiesa».
Si badi, quindi, che la Chiesa di Dio non riceva offesa da parte dei Sacerdoti, i quali hanno offerto se stessi al ministero con tanta solennità. Vigilino, anzi, fedelmente sotto l’autorità del Vescovo, affinché simili deformazioni non siano commesse da altri” (Ordinamento Generale del Messale Romano – n. 31).
da qui a dire poi il Pater Noster braccia aperte, a catena mano nella mano, è una conseguenza di ciò che, della Messa, non si capisce più IL MISTERO, l’essenza e la distinzione dei ruoli… perciò sarebbe bene riscoprire l’atteggiamento ORANTE delle mani giunte….


Pio XII: solo il Sacerdote celebra la Messa, i laici non concelebrano affatto!

AL GIUBILEO DELLA CONSOLAZIONELeone XIV riporta una antica usanza: gli Agnus Dei

Vetus o Novus Ordo è l’unico e sempre medesimo Sacrificio, basterebbe insegnarlo con dottrina

Omelia del cardinale Sarah, inviato del Papa: Le nostre chiese non sono sale da spettacolo…

Con Padre R. Barile OP la comprensione del Vetus e Novus Ordo della Messa e il caso di Traditionis Custodes

Riflessione sul nuovo formulario la “Messa per la custodia del creato”

SCARICA QUI la Novena allo Spirito Santo del Beato mons. Pio Alberto Del Corona OP

Papa Leone alle Chiese Orientali: libertà da ogni tendenza contraria alla comunione, difendere la propria Tradizione

Benedetto XVI Magistero per l’Esaltazione della Croce e di Maria Addolorata

SCARICA QUI pdf Dom Prosper Gueranger dalla Quaresima, le Ceneri, alla santa Pasqua

Gestis Verbisque sulla validità dei Sacramenti

Permissione Divina e: quando un atto è valido ma illecito?

Ratzinger, i 40 anni della Sacrosanctum Concilium e la “partecipatio activa” dei Fedeli


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SOSTA – Nella Messa si immola Gesù…e così devono “immolarsi” anche i fedeli che vi partecipano

  1. I fedeli che assistono alla Messa devono immolarsi con Gesù che s’immola. Devono offrire i propri sacrifici unendoli a quelli di Gesù. Sul piano ontologico tali sacrifici sono un nulla rispetto al Sacrificio (con la “S” maisucola) del Figlio di Dio che si offre al Padre; ma sul piano dell’amore essi contano.
  2. Così scrive padre Gabriele di Santa Maria Maddalena nel suo Intimità Divina“Come sul Calvario Maria Santissima non assistette passivamente alla Passione del Figlio suo, ma Ella stessa, associandosi alle intenzioni di volle offrirle al Padre, così noi, assistendo al sacrificio della Santa Messa, possiamo offrire al Padre la Vittima divina che è nostra, perché si è offerta ed immolata per tutti noi.”
  3. Ed occorre anche una partecipazione come “vittime”. Sempre padre Gabriele di Santa Maria Maddalena scrive“Perché l’oblazione, con la quale i fedeli offrono la Vittima divina al Padre celeste, abbia il suo pieno effetto, ci vuole ancora un’altra cosa: è necessario che essi immolino se stessi come vittime (come afferma la ‘Mediator Dei’ di Pio XII). (…). Gesù si offerto come Vittima al Padre abbracciando in tutto la sua volontà fino a voler morire in croce per la sua gloria; noi ci offriamo come vittime a Dio quando, rinunciando ad ogni nostra volontà che sia contraria alla sua, ci studiamo di conformarci in tutto al suo volere divino, sia mediante l’adempimento esatto dei propri doveri, sia mediante l’accettazione generosa di tutto ciò che Dio permette per noi. (…). Sul Calvario Gesù si è immolato da solo per la nostra salvezza, ma sull’Altare Egli vuole associarsi alla sua immolazione, perché se il Capo è immolato, immolate devono essere pure le membra. Che una povera creatura offra in espiazione a Dio i suoi sacrifici e la sua stessa vita che cosa può volere? Nulla. Perché noi siamo nulla. Ma se questa offerta viene unita a quella di Gesù, allora con Lui, per Lui, in Lui, diventa un’ostia gradita a Dio Padre. 

1° luglio Pretiosissimi Sanguinis Domini Nostri Jesu Christi-Sancta Missa


CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO
E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI

Decreto

per la menzione del nome di San Giuseppe
nelle Preghiere eucaristiche II, III, IV del Messale Romano

Mediante la cura paterna di Gesù, San Giuseppe di Nazareth, posto a capo della Famiglia del Signore, adempì copiosamente la missione ricevuta dalla grazia nell’economia della salvezza e, aderendo pienamente agli inizi dei misteri dell’umana salvezza, è divenuto modello esemplare di quella generosa umiltà che il cristianesimo solleva a grandi destini e testimone di quelle virtù comuni, umane e semplici, necessarie perché gli uomini siano onesti e autentici seguaci di Cristo. Per mezzo di esse quel Giusto, che si è preso amorevole cura della Madre di Dio e si è dedicato con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, è divenuto il custode dei più preziosi tesori di Dio Padre ed è stato incessantemente venerato nei secoli dal popolo di Dio quale sostegno di quel corpo mistico che è la Chiesa.

Nella Chiesa cattolica i fedeli hanno sempre manifestato ininterrotta devozione per San Giuseppe e ne hanno onorato solennemente e costantemente la memoria di Sposo castissimo della Madre di Dio e Patrono celeste di tutta la Chiesa, al punto che già il Beato Giovanni XXIII, durante il Sacrosanto Concilio Ecumenico Vaticano II, decretò che ne fosse aggiunto il nome nell’antichissimo Canone Romano. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha voluto accogliere e benevolmente approvare i devotissimi auspici giunti per iscritto da molteplici luoghi, che ora il Sommo Pontefice Francesco ha confermato, considerando la pienezza della comunione dei Santi che, un tempo pellegrini insieme a noi nel mondo, ci conducono a Cristo e a lui ci uniscono.

Pertanto, tenuto conto di ciò, questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco, di buon grado decreta che il nome di San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria, sia d’ora in avanti aggiunto nelle Preghiere eucaristiche II, III e IV della terza edizione tipica del Messale Romano, apposto dopo il nome della Beata Vergine Maria come segue: nella Preghiera eucaristica II: « ut cum beata Dei Genetrice Virgine Maria, beato Ioseph, eius Sponso, beatis Apostolis »; nella Preghiera eucaristica III: « cum beatissima Virgine, Dei Genetrice, Maria, cum beato Ioseph, eius Sponso, cum beatis Apostolis »; nella Preghiera eucaristica IV: « cum beata Virgine, Dei Genetrice, Maria, cum beato Ioseph, eius Sponso, cum Apostolis ».

Quanto ai testi redatti in lingua latina, si utilizzino le formule che da ora sono dichiarate tipiche. La Congregazione stessa si occuperà in seguito di provvedere alle traduzioni nelle lingue occidentali di maggior diffusione; quelle da redigere nelle altre lingue dovranno essere preparate, a norma del diritto, dalla relativa Conferenza dei Vescovi e confermate dalla Sede Apostolica tramite questo Dicastero.

Nonostante qualsiasi cosa in contrario.

Dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 1 maggio 2013, S. Giuseppe artigiano.

Antonio, Card. Cañizares Llovera
Prefetto

 + Arturo Roche
Arcivescovo Segretario


FORMULE CHE SPETTANO AL NOME DI SAN GIUSEPPE

Formulae quae ad nomen Sancti Joseph spectant
in Preces eucharisticas II, III et IV Missalis Romani inserendae,
linguis anglica, hispanica, italica, lusitana, gallica, germanica et polonica exaratae

Probatum

Ex aedibus Congregationis de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, die 1 mensis Maii 2013.

Arturus Roche
Archiepiscopus a Secretis

Italice

Nella Preghiera eucaristica II: «insieme con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con san Giuseppe, suo sposo, con gli apostoli…»;

Nella Preghiera eucaristica III:
«con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con san Giuseppe, suo sposo, con i tuoi santi apostoli….»;

Nella Preghiera eucaristica IV:
«con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con san Giuseppe, suo sposo, con gli apostoli…».

FONTE


In questo video viene spiegato il vero significato della Messa attraverso le immagini del film The Passion e la celebrazione della Messa. Una significante meditazione valida in ogni Tempo dell’Anno Liturgico e indispensabile per capire bene che cosa è la Messa e cosa essa NON è…..


2017 – DIECI ANNI SUMMORUM PONTIFICUM – GRAZIE!


Perché il pellicano è simbolo dell’Eucaristia?

Il pellicano come simbolo dell’Eucaristia ha origine da un’antica leggenda presente nei bestiari medioevali. Si narra che il pellicano, quando non ha cibo a disposizione, si ferisce con il becco il proprio petto e alimenta i suoi figlioletti con il suo sangue. Da qui la simbologia è chiara: Cristo alimenta con il suo sangue, così come il pellicano alimenta con il suo sangue i suoi figlioletti.

San Girolamo, siamo agli inizi del V secolo, si servì di questa immagine commentando il versetto 7 del salmo 101: “Assomiglio al pellicano del deserto, cono come il gufo tra le rovine”. 

Più tardi, san Tommaso d’Aquino, nel Adoro te devote, dice: “Signore Gesù, tenero pellicano, lavami, me immondo, col  tuo Sangue del quale una sola goccia già  può salvare il mondo da tutti i peccati“.

Tale simbolismo si trova ovviamente in tanti dipinti, affreschi, sculture e persino nella Commedia di Dante.

Mi pare di avere una sensibilità diversa dai miei coetanei circa la Liturgia della Chiesa; Le chiedo se sono nel giusto
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Quesito

Salve Padre Angelo
Le scrivo questa lettera per avere dei consigli riguardanti il modo di vivere la fede in Gesù Cristo:
Sono molto giovane infatti ho 16 anni, ma trovo la mia felicità nel Signore, e vivo la mia fede in modo corretto anche se, a volte vengo definito non proprio esplicitamente da alcune persone della parrocchia come “tradizionalista”.
Io non credo assolutamente alla differenza tra “tradizionalisti” e “modernisti”, per me siamo tutti cristiani, anche se però esistono modi diversi di vivere la propria comunione con il Signore.
Ad esempio vedrò di essere più pratico: Io intendo la messa come qualcosa di estremamente serio, ma allo stesso tempo sono gioioso, perché so che sono vicino al Signore. Non amo profondamente i canti di oggi, benché pieni di significato, ma preferisco ad esempio il Canto Gregoriano, che suscita nel mio cuore solennità e allo stesso tempo serenità, cosa che gli altri canti non mi comunicano e amo molto la lingua latina. Per me la liturgia è sacra, non riesco a sopportare i canti con i battiti di mani, o con i gesti, e sono molto ferreo nei regolamenti liturgici.
Non amo stravaganze come “Danze liturgiche” compiute durante la celebrazione (a parte il fatto che sono un abuso), Adorazioni eucaristiche fantasiose, e altre cose alquanto strane, fatte con il solo pretesto di attirare i giovani. Cosa che non accade, perché siamo sempre gli stessi giovani a frequentare la Chiesa (ciò mi dispiace molto), comunque guarda caso proprio in molti articoli di giornale su Internet vedo con piacere che molti giovani tornano a frequentare la messa in forma straordinaria del Rito Romano, proprio perché comunica qualcosa di unico. Non voglio dire con ciò che la messa in forma ordinaria non mi piace, la considero pur sempre alla pari della forma straordinaria. Guai a me se non fosse così.
Tale gioia che provo, dalla maggior parte delle persone non viene capita, perché mi ritengono una persona seria, che non ha voglia di manifestare la gioia per il Signore, o che rifiuta sempre di partecipare a certe attività, che personalmente non condivido, non perché siano sbagliate ma perché ho una spiritualità diversa, e devo dire estremamente rara, in particolar modo in un giovane, ma sono così e non posso farci nulla.
Per me il Signore è come un amico, ma è allo stesso tempo il mio Dio e il mio sovrano. Non so se ho reso l’idea.
Faccio bene a esser così o magari sbaglio? Pongo sempre a me stesso questa domanda. Lei cosa mi consiglia?
Ringrazio anticipatamente, e che Dio le dia sempre la forza di continuare a svolgere con gioia il suo ministero.

Risposta del sacerdote

Carissimo,

  1. mi pare di notare in te, ragazzo di sedici anni, una maturità superiore a quella dei tuoi coetanei.
    Penso che si tratti certamente di sensibilità e di predisposizioni naturali (scrivi infatti: “ma sono così e non posso farci nulla”).
    Ma credo anche che si tratti anche di doni di grazia, di una sensibilità infusa da Dio stesso che ti attrae verso quella che tu definisci una spiritualità diversa.
  2. Ieri noi domenicani abbiamo celebrato la festa di San Tommaso d’Aquino. Ho ancora l’animo pieno di quanto abbiamo vissuto e per questo faccio volentieri riferimento a lui, soprattutto alla sua esperienza di adolescente.
    Aveva sedici anni quando lasciò l’abbazia di Montecassino per recarsi all’università di Napoli.
    Era diverso dai suoi compagni. Era raccolto, taciturno e nello stesso tempo aveva una grande gioia perché possedeva Dio e raccordava tutto quanto vedeva a Dio. Nella sua compostezza e serietà c’era una soavità che emanava dal suo volto e dal suo portamento.
    Quando sarà più avanti negli anni, i suoi primi biografi diranno che era sempre pieno di Spirito Santo, tanta era la serenità che di cui godeva e che spandeva attorno a sé.
  3. Napoli era un città incantevole, con un golfo splendido e il mare davanti. Accanto c’era una campagna fertile. Il clima era salubre. Molti signori avevano stabilito la loro dimora in quella città. E insieme con le loro ricchezze vi avevano portato anche i mali originati dall’attaccamento alle ricchezze dal momento che “l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali” (1 Tm 6,10). Sicché si diceva a quei tempi: Napoli è un paradiso terrestre, ma abitato da demoni.
    Molti giovani che frequentavano l’università si lasciavano travolgere dal clima godereccio che si era instaurato.
    Napoli rappresentava per Tommaso il pericolo che Cartagine fu per Agostino.
    Ma mentre Agostino, non ancora battezzato e privo delle risorse della grazia, ne rimase travolto, Tommaso e per la sua indole e per la formazione ricevuta dai monaci benedettini di Montecassino si accorse del pericolo, si comportò come Daniele in Babilonia e non si lasciò contaminare dal clima morale della città.
    Tutto questo per dirti: conserva gelosamente i talenti di natura e di grazia che il Signore ha messo dentro il tuo cuore.
    Sono una ricchezza per te, per i tuoi compagni e per tutta la Chiesa.
  4. Vengo adesso ad alcune annotazioni.
    Circa la Messa celebrata secondo il Novus Ordo: indubbiamente ha dei vantaggi nei confronti della gente che ne viene resa partecipe.
    C’è la Parola di Dio ascoltata. Prima la leggeva il sacerdote a bassa voce, mentre la gente soddisfaceva alle proprie devozioni.
    C’è l’interagire col sacerdote nelle acclamazioni sicché la celebrazione della Messa non è solo un atto del sacerdote cui la comunità assiste, ma l’offerta del Sacrificio da parte della Chiesa o della comunità per mezzo del sacerdote.
    Mi dici che nelle Messe celebrate col Vetus Ordo c’è qualcosa di sacro che colpisce.
    Questo può esserci benissimo anche nella Messa celebrata secondo la Riforma. Dipende da come viene celebrata. Io ho visto sacerdoti celebrare con vera devozione così come ho visto sacerdoti celebrare con il rito vecchio ma senza alcun trasporto.
    Sulla musica e sui canti che vengono eseguiti in tante Messe spesso si sente un modo di cantare che forse può piacere sul momento, ma che crea un senso di sciatto e che non eleva in nessuna maniera. Su questo ti do ragione.
  5. Personalmente sono convinto che molto dipenda dal sacerdote che celebra.
    Se qiesti fino all’ultimo ride, scherza, parla, gioca, sarà difficile per lui immergersi in quel clima nuovo che porta alla presenza di Dio, fa ascoltare con attenzione e con commozione la sua Parola, si unisce alle intenzioni salvifiche per le quali Gesù Cristo compie il sacrificio di Sé sull’altare per la vita di chi è presente e per tutto il mondo.
    In passato la preparazione era obbligatoria e nelle Sacrestie c’erano grandi cartelloni con tutte le preghiere che i sacerdoti dovevano dire in ginocchio prima della celebrazione e ce n’erano altre che dovevano ugualmente dire in ginocchio terminata la celebrazione della Messa.
    Queste preghiere non sono state tolte, tanto che vi sono tutte in fondo al Messale. Ma chi le recita?
    Capisco che terminata la Messa ci si debba salutare.
    È cosa doverosa anche questa.
    Ma poi il sacerdote deve tornare alla Comunione che ha appena fatto e continuare a stare in comunione col Signore, riascoltare gli echi della sua Parola e farla vibrare nella propria anima, raccomandare al Signore più a lungo che può se stesso e i fedeli che gli sono stati affidati.
    Pertanto i riti sono importanti. Ma tutto può essere banalizzato se non vengono compiuti e preparati dall’atteggiamento interiore.
    Mi è capitato di vedere sacerdoti giovani che uscivano per celebrare la Messa col tricorno in testa, ma di soprannaturale nel loro atteggiamento non c’era nulla. Nulla che elevasse. Si sentiva che c’era solo esteriorità.
  6. Mi dici che molti giovani vanno alla Messa celebrata col vecchio Rito e che provano qualcosa di unico.
    Io dico: come sarebbe bello invece se ci celebrasse col Nuovo Rito ma con la devozione e la preparazione dovuta!
    Si avvertirebbe che la Liturgia rinnovata non toglie nulla a quanto di bello e di sacro c’era precedentemente, ma lo arricchisce rendendo più piena la partecipazione al Mistero, alla Realtà nascosta, e la fa gustare maggiormente.
  7. Alcuni (forse: molti) sacerdoti per rendere attraente la partecipazione alla Messa e alla preghiera cercano sempre qualcosa di nuovo e pensano di aiutare maggiormente la partecipazione “distraendo” in continuazione.
    Sì, forse riescono a far seguire di più sul momento.
    Ma se non premono sulla vita di grazia, sulla santità di vita da condurre, se non fanno “gustare la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro” (Eb 6,5), se non vanno in profondità costruiscono poco e non avvicinano a Gesù Cristo.
  8. Gesù Cristo è Dio venuto tra noi, si intrattiene con noi come con amici. Ci chiama ad un’intimità con Lui che non ha eguali in questo mondo.
    Ma rimane sempre Colui che San Paolo definisce “nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,13).
    Dinanzi a Lui talvolta proviamo un grande senso di vicinanza e di intimità, come quello provato da Giovanni nell’ultima Cena quando posò la testa sul petto del Signore.
    E qualche altra volta ci sentiamo come Giovanni quando vide Gesù risorto secondo la descrizione dell’Apocalisse: “Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi” (Ap 1,17-18).
    Nella liturgia della Chiesa e nella nostra esperienza personale passiamo e dobbiamo passare dall’uno all’altro di questi sentimenti.
    La liturgia li deve favorire e tutte e due.
    Rimane vero però che quando favorisce l’intimità lo fa sempre attraverso un grande senso di raccoglimento.

In conclusione: continua così.
Non reprimere la sensibilità innata e la sensibilità infusa soprannaturale da Dio nel tuo cuore.
Senza giudicare gli altri, nella persuasione che vi sono diverse sensibilità e che il Signore trae ognuno secondo le proprie personali necessità, continua per questa strada, che arricchisce te, gli altri e la Chiesa tutta.
Ti ricordo al Signore perché ti consolidi sempre più nell’unione con Lui e ti benedico.
Padre Angelo


7 dritte perché tuo figlio ritorni alla fede (e ad andare a Messa)

Brandon Vogt è un ingegnere industriale, vive in una fattoria vicino a Orlando, in Florida, con sua moglie e otto figli. Si è convertito  al cattolicesimo nel 2008, cosa che ha rivoluzionato la sua vita, spingendolo, innanzitutto, a fondare una scuola superiore cattolica, la Chesterton Academy di cui è anche preside e ad elaborare sempre nuove strategie per l’evangelizzazione. Ha anche creato Return, un programma per aiutare i genitori a ricondurre i propri figli nell’ovile della santa madre Chiesa.

Uno degli articoli sul suo blog si riferisce proprio a ciò: si tratta di 7 dritte che permetterebbero di raggiungere questo scopo. Ovviamente non si tratta di ottenere una conversione “fast”: ciascuno di questi passaggi potrebbe richiedere mesi o anche anni, ma tutto sta ad incominciare. Preghiera, digiuno e sacrificio, come premessa assolutamente necessaria, al punto che, secondo Vogt, se non si parte da qui, tutto il resto del programma è inutile.

1) Riguardo la preghiera, il consiglio è quello di iniziare a pregare ogni giorno per 5 o 10 minuti per la conversione del proprio figlio. Ciò che si raccomanda è soprattutto la costanza, così come si afferma nel vangelo, nella parabola sulla “vedova importuna” che prega con insistenza (Lc 18,1-8). Riguardo il digiuno e i sacrifici, ci si può privare di un pasto, ma si può anche fare il sacrificio di non utilizzare Facebook o Netflix per una settimana o decidere di sopportare volontariamente un po’ di dolore, offrendo tutto a Dio e unendole alla croce di Gesù, affinché Egli riempia nuovamente di grazia la vita del proprio figli.

2) La formazione è il secondo passo necessarioIn particolare conoscere la Bibbia e il Catechismo della Chiesa Cattolica. «Non puoi offrire ciò che non hai. Sicuramente l’idea di condividere la tua fede ti entusiasma, ma l’entusiasmo e la buona volontà non ti porteranno molto lontano. Devi conoscere la tua fede. Le due migliori fonti sono la Bibbia e il Catechismo. Familiarizza con loro e leggili ogni giorno, a piccole dosi» esorta Vogt. È importante cercare buoni libri cattolici che  aiutino a spiegare e difendere la fede, in modo da poter rispondere ai dubbi del proprio figlio sulla dottrina della Chiesa.

3) Piantare i semi è il passo ulteriore. Prima di iniziare a discutere di Dio o della Chiesa col proprio figlio, bisogna piantare piccoli semi di fede e di fiducia nella sua vita. Il primissimo seme non è altro che l’amore incondizionato. Il proprio figlio deve sapere che è amato nonostante tutto: nonostante le sue scelte morali o la sua lontananza dalla Chiesa e che, il suo genitore per lui desidera solo il Bene. Solo allora si predisporrà all’ascolto. Piccoli semi possono essere anche dei doni, come DVD, libri o CD, che gli facciano riconsiderare la sua posizione nei confronti della Chiesa.

4) Ulteriore passo: iniziare il dialogo. Ad un certo punto bisognerà avviare un dialogo su Dio e sulla Chiesa«Potresti dire: “Posso chiederti una cosa? Mi chiedo se un giorno potrai parlare di argomenti spirituali. So che il tuo rapporto con la Chiesa non è chiaro, ma sarai disposto a parlarne con me un giorno? Voglio solo sentire quello che hai da dire”. E fai proprio questo: ascolta!» L’ obiettivo, infatti, è quello di sapere perché il proprio figlio ha lasciato la Chiesa. Le sue ragioni potrebbero  essere diverse da quelle che ci si aspetta, sostiene Vogt. Per scoprirlo, sicuramente è importante chiedergli in cosa crede e perché; e cosa lo ha portato via, senza rispondere subito alle obiezioni o alle critiche, ma accettandole e mostrandosi aperti all’ascolto.

5) Promuovere il dialogo, sicuramente è il quinto passo, dopo aver compreso le ragioni per cui il proprio figlio ha abbandonato la Chiesa. Parlare in modo allegro e positivo per chiarire eventuali malintesi è fondamentale. «Ad esempio, se dice: “Non sono mai cresciuto spiritualmente come cattolico”, è probabile che non abbia mai compreso appieno l’Eucaristia o che non gli sia mai stato insegnato nulla sui grandi maestri spirituali della nostra tradizione». Per questo è importante spingerlo all’approfondimento e a riconsiderare, su queste basi, le proprie idee.

6) Dopo aver finalmente creato un varco col dialogo e la formazione, il passo successivo è sicuramente invitarlo ad un evento parrocchiale, come una catechesi o un ritiro o un gruppo di studio biblico. L’obiettivo, infatti è quello di accompagnarlo nella vita della parrocchia, affinché possa ristabilire, con essa, il suo legame comunitario. Il legame comunitario non è infatti qualcosa di accessorio o marginale, ma costitutivo di chiunque voglia riaccostarsi, appunto, alla comunità cristiana.

7) E infine, ciliegina sulla torta, “chiudere il cerchio”. Bisogna aiutare il proprio figlio a riconciliarsi formalmente con la Chiesa. «Molte persone, quando arriva questo momento, rimangono bloccate, sottolinea Vogt, «un sacerdote una volta mi raccontò il caso di una donna che aveva lasciato la Chiesa quando era adolescente ed era rimasta lontana per più di trent’anni. Il suo motivo? Non sapevo come tornare indietro. Non lasciare che ciò accada. Quando tuo figlio è pronto per tornare, parla con il tuo prete e determina i passi giusti per chiudere il cerchio».

La chiave di tutto è, comunque, non perdere mai la speranza. «Disperazione», dice Vogt, «non è una parola contemplata nel dizionario di Dio. Finché tuo figlio respira ancora, c’è speranza. Dio ama tuo figlio più di te stesso. Per quanto tu possa desiderare che tuo figlio torni a casa, Dio desidera infinitamente di più il suo ritorno e lavora incessantemente affinché ciò accada, anche quando la situazione sembra impossibile»


Ho sentito dire un po’ di tempo fa che si possono dedicare le Messe a delle particolari intenzioni. Che cosa si deve fare praticamente?

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Quesito

Salve,
Ho sentito dire un po’ di tempo fa che si possono dedicare le Messe a delle particolari intenzioni.
Mi piacerebbe chiedere ad un sacerdote che conosco se può aggiungere alle intenzioni una mia richiesta, ovvero di aiutare le persone (i miei cari in particolare) a convertirsi.
Mi dispiace infatti restare a guardare senza riuscire a fare granché.
È una cosa che si può fare? Se sì, è gratuito o occorre dare una piccola offerta alla Chiesa per sostenerla?
E per farla basta semplicemente chiedere o serve fare altro per aggiungerlo alle intenzioni?


Risposta del sacerdote

Caro Matteo,
1. La celebrazione della Santa messa altro non è che il rendere presente il sacrificio di Cristo in mezzo a noi.
Ora il sacrificio di Cristo è la sorgente di ogni benedizione, cioè di ogni dono e di ogni grazia.

2. Per questo i cristiani fin dall’inizio celebrano la Santa Messa essenzialmente per quattro motivi.
Il primo: col sacrificio di Cristo noi offriamo a Dio la giusta adorazione per la sua grandezza.
Non c’è atto di adorazione più grande che quello della messa.
In segno di questo al termine della preghiera eucaristica il sacerdote dice: “per Cristo in Cristo e con Cristo, a te Dio Padre onnipotente nell’unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”.
Se si soppesano queste parole una per una ci si accorge subito dell’enorme portata di tale atto di adorazione.
Congiunti a Cristo e al suo sacrificio, uniti all’amore infinito dello Spirito Santo, diamo a Dio ogni onore e gloria.
E concludiamo dicendo che vogliamo che “ogni onore e gloria” gli siano dati per tutti i secoli dei secoli.
È il cosiddetto fine latreutico o di adorazione.

3. Il secondo fine è di ringraziamento.
Lo ringraziamo per tutti i benefici che Dio ci ha dato e in particolare per l’incarnazione, morte, risurrezione e ascensione al cielo del Nostro Signore Gesù Cristo.
La Messa è il grazie più bello che si possa dare a Dio Padre perché ci si congiunge con Gesù Cristo e al grazie che Egli ha pronunciato nell’ultima cena.
È un grazie che ha un valore e un merito infinito.
A Messa noi ringraziamo il Padre per tutti i doni che ci ha dato. E lo ringraziamo con il grazie più bello e a lui più gradito, qual è quello di Gesù Cristo.
È il cosiddetto fine eucaristico o di ringraziamento della Santa Messa.
E poiché talvolta riceviamo grazie che ci stanno particolarmente a cuore, alcuni fedeli opportunamente fanno celebrare una Santa Messa in rendimento di grazie per la grazia ricevuta.
San Tommaso ricorda che il dire grazie dispone l’anima a ricevere altre grazie.

4. Il terzo fine è di espiazione dei peccati.
Non si può dimenticare che la Santa Messa è il memoriale della passione del Signore e che nella sua passione Cristo ha espiato i nostri peccati.
È il cosiddetto fine soddisfatorio.
Molte persone giustamente fanno celebrare la Santa Messa in suffragio delle anime del Purgatorio o anche per ottenere la grazia della conversione per qualche persona in particolare.

5. Il quarto fine è di implorazione di grazie.
Tutte le grazie di cui abbiamo bisogno Gesù Cristo ce le ha già meritate con la sua passione, che viene resa presente e operante sull’altare durante la Santa Messa.
In tal modo Cristo per mezzo della Santa Messa mette davanti a noi la sorgente di ogni benedizione.
È il cosiddetto fine impetratorio.
Per questo molte persone fanno celebrare delle Sante Messe per ottenere qualche grazie particolare.

6. Mi piace ricordare che il papà di Santa Teresa di Gesù Bambino quando vide che la sua bambina era in fin di vita e ormai vicino alla morte decise di far celebrare una novena di Sante Messe e accompagnò questa richiesta con un’offerta molto grande, con diverse monete d’oro.
Proprio nell’ultimo giorno della novena, che coincise con la festa di Pentecoste, Teresa improvvisamente guarì.

7. Così proprio con la testimonianza del papà di Santa Teresa di Gesù bambino veniamo al discorso dell’offerta.
Perché i fedeli accompagnano la richiesta della celebrazione la Santa Messa secondo le loro intenzioni con un’offerta?
Perché in questo modo sentono di unirsi al sacrificio di Gesù Cristo in maniera più forte, più concreta, più coinvolgente perché si uniscono con un sacrificio personale.
Puoi certamente chiedere al sacerdote di ricordare qualche tua particolare intenzione durante la celebrazione della messa. Lo puoi fare senza dargli alcun offerta. Il sacerdote ti ricorderà volentieri.

8. Ma, per far celebrare la Messa secondo le tue intenzioni (la cosa è ben diversa da un semplice ricordo) la Chiesa ti consiglia di unirti più strettamente al sacrificio di Cristo con un sacrificio personale.
Il sacrificio personale è quello dell’offerta.
L’esempio del papà di Santa Teresa è molto eloquente. Non si è limitato a chiedere di ricordarsi nella Messa. In questo modo il suo coinvolgimento sarebbe stato più ideale che reale.
Aveva bisogno di una grazia grande. E ha voluto accompagnare una richiesta così grande con un sacrificio personale altrettanto grande.

9. Scendendo alle determinazioni pratiche, puoi far celebrare Sante Messe per qualsiasi intenzione.
Ad esempio: in onore della Santissima Trinità. Oppure in onore di uno dei vari misteri della vita (la sua Natività, la sua passione, la sua morte, la sua risurrezione)
Oppure puoi far celebrare delle Messe in onore della Madonna o di qualche santo: perché il Signore li glorifichi ulteriormente concedendo loro di dispensare grazie su grazie alla Chiesa e a te in particolare, che fai celebrare quella Santa Messa.
Puoi far celebrare la Santa Messa in suffragio di qualche defunto. Il più delle volte la gente fa così.
Ma puoi farlo celebrare anche per la conversione dei peccatori o di qualche persona in particolare.
Infine puoi far celebrare una Santa Messa per le tue intenzioni particolari. Non è necessario che tu le manifesti al sacerdote.

10. Stabilito questo da parte tua, devi presentarti al sacerdote e chiedergli se può celebrare una Santa Messa secondo le tue intenzioni.
Queste intenzioni le puoi tenere segrete, oppure gliele puoi manifestare, soprattutto se si tratta di suffragio perché allora nella Messa viene menzionato anche il nome del defunto e i presenti possono pregare per lui.
Puoi indicargli anche una data e lui dirà se in quel giorno non è già impegnato con altre intenzioni. Diversamente ne indicherai un’altra.
L’offerta gliela puoi dare subito oppure anche al termine della Messa celebrata.

11. Per avere un’indicazione sulla quantità dell’offerta, non attenerti al minimo come se si andasse a comprare qualche cosa.
Il mio consiglio è quello di andare sempre al largo nella generosità, convinto che il Signore farà altrettanto nei nostri confronti.

Ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo


 
Il momento è solenne! Alla presenza del Dio santo Onnisciente, sia il sacerdote che il popolo sentono la loro colpa e chiedono pubblicamente grazia e perdono.
Mentre il nostro Signore prese su di sé i peccati di tutto il mondo sulla croce per espiarli, il sacerdote, all’inizio della Messa, si prostra ai piedi dell’altare. In spirito di umiltà, si presenta come se fosse carico dei peccati del popolo davanti al Padre Eterno, per avere misericordia.
In questo quadro, il sacerdote personifica anche Cristo sul Monte degli Ulivi, che, inchinato sotto il peso dei peccati del mondo, cadde sul Suo Volto; il suo sudore divenne gocce di sangue, e pregò sinceramente il Suo Padre Celeste.
Allo stesso modo, il rappresentante di Cristo, il sacerdote, prega per il perdono dei propri peccati e dei peccati di tutti i presenti, per i quali un tempo è stato pagato il prezzo della redenzione, e ogni giorno viene offerto di nuovo per operare la remissione dei peccati.
Ecco perché bisogna unirsi al Confiteor e pregare con devozione e umiltà…… I peccati veniali sono perdonati qui per chi recita bene la preghiera, con cuore contrito e veramente pentito.

Comunione in bocca o sulla mano? Un po’ di chiarezza

 
di Federico Catani
(da Spunti, bollettino dell’Associazione Luci sull’Est, luglio 2020)
 

Per un cattolico non c’è tesoro più grande dell’Eucaristia. Eppure mai come oggi il Santissimo Sacramento viene profanato in ogni modo. Sacrilegi dei satanisti, cambiamenti della stessa dottrina della Santa Messa, possibilità per i pubblici peccatori di ricevere la Comunione senza alcun pentimento sono soltanto alcuni degli attacchi che subisce Gesù Sacramentato. 

A seguito dell’emergenza Coronavirus, poi, in molte chiese si è imposta forzosamente la Comunione sulla mano, motivandola con ragioni igieniche alquanto opinabili, visto che molti scienziati sostengono che riceverla sulla lingua non sia affatto più pericoloso, anzi. Ora, poiché
purtroppo c’è da temere che la situazione straordinaria generata dalla pandemia porterà di fatto al divieto permanente della ricezione dell’Eucaristia in bocca, occorre essere chiari: questo nessuno può imporlo, nemmeno il Papa! 
 
Nell’Ostia santa c’è realmente e sostanzialmente Nostro Signore Gesù Cristo vivo e vero, nel suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Dunque non si può ricevere come qualsiasi altra cosa. 
 
Nata come abuso… 
 
La Comunione sulla mano è nata come un abuso. Negli anni Sessanta, nei Paesi dell’Europa settentrionale, ovvero quelli con un episcopato ed un clero marcatamente progressista e disobbediente, si introdusse in maniera del tutto arbitraria tale modo di ricezione dell’Eucaristia. Di fronte al fatto compiuto e alla volontà da parte degli artefici del cambiamento di proseguire su questa strada, la Sacra Congregazione per il Culto Divino rispose con l’istruzione Memoriale Domini (28 maggio 1969). Il documento, voluto ed approvato da Papa Paolo VI, ribadisce che il modo di distribuire la Santa Comunione in bocca «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l’Eucaristia». Cambiare poteva rappresentare un pericolo. L’istruzione vaticana, infatti, paventava che si arrivasse «a una minore riverenza verso l’augusto Sacramento dell’altare», «alla profanazione dello stesso Sacramento» e «alla adulterazione della retta dottrina». Soltanto un ingenuo non vede che quelli che allora apparivano “solo” dei rischi sono divenuti terribili realtà. Nonostante ciò, i responsabili di tale scempio ed i loro allievi, anziché vergognarsi e ritirarsi in silenzio, continuano a dare lezioni. 
 
Ebbene, la Memoriale Domini conclude affermando che «la Sede Apostolica esorta veementemente i vescovi, sacerdoti e fedeli a sottomettersi diligentemente alla legge ancora in vigore [ovvero la Comunione in bocca n.d.r.] e un’altra volta confermata, attendendo tanto al giudizio apportato dalla maggior parte dell’Episcopato [all’epoca contrario alla Comunione sulla mano n.d.r.], come alla forma che utilizza il rito attuale della sacra liturgia, come, infine, al bene comune della stessa Chiesa». 
 
Una falla nella diga 
 
Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, il documento apre però una falla nella diga, rivelatasi ben presto fatale. Infatti l’istruzione dice pure che, laddove non sia possibile frenare la pratica della Comunione sulla mano, con le dovute condizioni la Santa Sede concederà un indulto, a patto però che venga ribadita nella catechesi la verità dogmatica sull’Eucaristia. Questa deleteria apertura ha fatto sì che a poco a poco, quasi tutte le conferenze episcopali del mondo chiedessero l’indulto, imponendo di fatto il nuovo modo di agire, per puro spirito di conformismo ai tempi. E la Santa Sede ha sempre avallato le richieste dei vescovi. In Italia, ad esempio, per un solo voto di scarto (uno solo!), la Comunione in mano venne introdotta nel luglio del 1989. 
 
La verità 
 
La Comunione in mano, tanto amata dai protestanti, è stata pensata proprio per ridurre il Santissimo Sacramento a mero simbolo, attaccando così il dogma cattolico sull’Eucaristia. E viene persino fondata sul Vangelo. Eppure, come spiega mons. Nicola Bux, «lo “spezzare il pane”, da cui il nome dato alla Messa dagli Atti degli Apostoli, non significa che il Sacramento sia stato dato in mano ai discepoli, ma, come attesa Giovanni (cfr 13,26-27), che fu come il boccone porto da Gesù a Giuda, uso ancora invalso presso gli orientali, che ancora fanno la Comunione imboccando i fedeli. Un boccone di pane intinto non può essere dato in mano, ma solo in bocca». Ma se anche Gesù durante l’Ultima Cena avesse dato il pane e il vino in mano agli Apostoli, bisogna tener presente che questi erano i primi vescovi! Il sacerdote ha le mani consacrate con l’unzione, ed è per questo che è l’unico ad avere il “privilegio” e il grave compito di toccare le specie eucaristiche. 
 
Oltretutto, al contrario di quanto falsamente sostenuto dai novatori, nei casi in cui, nei primi secoli, si riceveva la Comunione in mano, lo si faceva con ogni riguardo e riverenza, spesso senza toccarla direttamente, non come accade adesso. E, come scriveva il passionista p. Enrico Zoffoli, è falso che la prassi della “Comunione sulla lingua” abbia avuto inizio nel secolo IX: documenti incontrovertibili (ignorati o taciuti) dimostrano il contrario. Basti pensare che a Roma, fin dal II secolo, sotto papa s. Sisto I (115-125), ai laici fu proibito persino di toccare i vasi sacri… 
 
In ogni frammento del pane consacrato, infatti, c’è tutto Nostro Signore ed è una profanazione lasciare che anche uno solo cada a terra e vanga calpestato. Nella cosiddetta Messa tridentina, infatti, dopo la consacrazione il sacerdote non separa più il pollice e l’indice delle mani finché non arriva il momento della purificazione, terminata la distribuzione della Comunione. Oggi invece questa fede eucaristica si è tragicamente persa, anche tra i sacerdoti. I fedeli, poi, sembra vadano a ricevere una caramella: tutti si comunicano ma ben pochi si confessano! In pratica, quello che fino agli anni Sessanta era un abuso, una disubbidienza, un attacco alla verità cattolica, oggi è divenuto la normalità. Eppure l’istruzione della Congregazione del Culto Divino era accompagnata da una lettera pastorale in cui viene nitidamente evidenziato che «la nuova maniera di comunicarsi non dovrà essere imposta in modo che escluda l’uso tradizionale». 
 
Solo da un ritorno generale al modo tradizionale di ricevere Gesù Sacramentato, in bocca ed in ginocchio, potranno sgorgare grazie abbondanti e si tornerà ad avere una primavera della Chiesa. Pertanto, i laici non debbono stancarsi di chiedere questo ai pastori e di comunicarsi solo in bocca, perché questa è, ancora oggi e nonostante tutto, la norma della Chiesa. 
 
 
IL GRANDE MOMENTO DEI LAICI 
 
«L’assalto organizzato contro il dogma eucaristico tende a colpire il Sacerdozio, e, in esso, a sopprimere la Gerarchia per demolire la Chiesa come società visibile istituita da Cristo, propagata dagli Apostoli, presieduta da Pietro e Successori nella sede di Roma. Ora, eliminata la Chiesa, resterebbe dissolto il Cristianesimo, ridotto ad uno dei tanti discutibili orientamenti religiosi dello spirito umano: esattamente secondo il programma del mondialismo massonico. 
 
Se il Mistero Eucaristico è la sintesi di tutte le verità di fede (compresa quella della natura della Chiesa) e costituisce la profonda essenza della liturgia che lo esprime e celebra; segue che offendere il culto eucaristico equivale a tradire la fede. 
 
I nemici del Cristianesimo oggi hanno preferito colpire l’Eucaristia insinuando ed anche imponendo a livello liturgico delle novità le quali — contro la lettera e lo spirito della riforma inaugurata dal Vaticano II — mirano ad estinguere insensibilmente nei fedeli la più illuminata e amorosa venerazione del Santissimo. 
 
Contro tale congiura insorge la coscienza cristiana di un popolo, troppo spesso ignaro, timido, passivo. Se “Gesù sarà in agonia sino alla fine del mondo”, proprio per questo, secondo Pascal, “durante questo tempo, non bisogna dormire”. 
 
La missione dei laici, riconosciuta solennemente dal Concilio, impone ad essi il dovere di scuotersi per salvare la Chiesa, come già in altri tempi, e difenderla soprattutto dai suoi nemici interni; i quali, sedotti dal peggiore ecumenismo, tentano di abbatterla, trascinandola nel vortice di una esegesi biblica inquinata di storicismo e agnosticismo». 
 
Padre Enrico Zoffoli c.p. (1915-1996)
 

SOSTA – Quali sono i 15 punti per capire come sia più autenticamente cattolica la Messa cosiddetta “Tridentina”?

  1. Nella Messa del Vecchio Rito il sacerdote celebra ai piedi di un altare che è rialzato rispetto al piano dei fedeli perché esso deve rappresentare la collina del Calvario. Dunque, già questo fa chiaramente capire ciò che è davvero la Messa.
  2. Il sacerdote è rivolto verso Dio, con le spalle al popolo, perché agisce come altro-Cristo (in persona Christi) offrendo il Sacrificio all’Eterno Padre.
  3. I fedeli sono più in basso in quanto impersonano (in un certo senso) Maria e san Giovanni ai piedi della Croce.
  4. Tutta la celebrazione si rivolge dunque in maniera verticale, dal basso verso l’alto, dall’uomo a Dio; tutto è orientato verso l’Eterno Padre, tanto i fedeli quanto il sacerdote.
  5. Il testo della consacrazione sottolinea senza equivoci l’attualita dell’azione sacrificale e il ruolo di altro-Cristo del sacerdote. Per esempio: il carattere tipografico (tramite il grassetto) e la punteggiatura (tramite il punto fermo) fanno capire –nella preghiera eucaristica- che la narrazione è distinta dalla consacrazione come azione attuale e realizzazione presente del Mistero. Anche la posizione (“Chinato sopra”) e il tono della voce (“segretamente”) del sacerdote mutano dal momento in cui questi riproduce le mosse di Gesù, realizzando in tal modo il miracolo della transustanziazione (la trasformazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo). Dunque, c’è differenza rispetto ad un tono uniforme che potrebbe dare invece l’impressione di una semplice narrazione di un evento e non della sua ri-attualizzazione.
  6. Nella Consacrazione la frase “Ogni volta che farete ciò, lo farete in memoria di me” è certamente più chiara rispetto all’espressione “Fate questo in memoria di me”, che più facilmente può essere interpretata come semplice ricordo. L’espressione “questo calice” rispetto al semplice “il calice” è anch’essa indicativa. L’aggettivo dimostrativo “questo” vuole infatti significare che il calice sul quale il sacerdote proferisce la formula consacratoria, non è un calice qualsiasi, ma è misticamente quello stesso calice impugnato da Gesù consacrante, così come l’azione consacratoria del sacerdote è misticamente una sola e medesima con quella di Gesù consacrante.
  7. La genuflessione del sacerdote immediatamente dopo la Consacrazione di ciascuna delle due Specie, esprime la fede nell’avvenuta transustanziazione a motivo delle parole consacratorie appena pronunciate. Nel Nuovo Rito il sacerdote s’inginocchia una sola volta e non immediatamente dopo la consacrazione, bensì solo dopo aver elevato ciascuna delle due Specie per mostrarle ai fedeli presenti. La genuflessione immediatamente dopo la Consacrazione sta a significare che l’Eucaristia non è tale solo se (come affermano i protestanti) vi è la partecipazione dei fedeli, ma già unicamente nel potere ministeriale del sacerdote.
  8. Il sacerdote, pur non trovando possibilità di inutile protagonismo, compare per quel che è: ministro di Dio avente ontologicamente una qualità che i semplici fedeli non hanno. In questo rito non c’è spazio per una confusione tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale e gerarchico del celebrante. Per esempio: il Confiteor iniziale è detto prima dal prete, e poi dall’accolito in nome del popolo. Questa distinzione segna chiaramente la differenza esistente tra il celebrante e i fedeli.
  9. Il fedele si prepara con il Confiteor e proclamando non una sola volta, ma per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste parole “O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato” L’espressione “nella mia casa” rispetto a “partecipare alla tua mensa” è sicuramente più chiara per far capire che l’Eucaristia non è semplicemente una mensa (in senso protestante) ma l’entrata di Gesù vero e vivo nel fedele.
  10. La Comunione si riceve in ginocchio, direttamente in bocca, in posizione di adorazione sottolineando in tal modo il rispetto e la venerazione nei confronti dell’Eucaristia e facendo più facilmente capire le verità della Presenza Reale e del Sacerdozio ministeriale. Da una parte, pertanto, si capisce la grandezza incommensurabile di un Dio che viene a trovare dimora nella propria piccolezza; dall’altra, non vi è la possibilità di equivocare pensando che l’Eucaristia sia solo un simbolo, un “pane che deve far ricordare” e basta.
  11. La Messa non termina immediatamente dopo la Comunione. In questo modo si fa capire che il Ringraziamento non è a discrezione del fedele, bensì è un atto doveroso e fondamentale per rendere fruttuosa la Comunione stessa.
  12. Dopo la Comunione il sacerdote non si siede, gesto (questo) non “educativo” perché potrebbe spingere i fedeli che hanno ricevuto l’Eucaristia a fare altrettanto.
  13. La liturgia della Parola non dura di più rispetto alla liturgia eucaristica, centro e apice della Messa; e la Comunione non è relegata all’ultimissima fase del Rito.
  14. Il latino ha la funzione di lingua sacra e solenne e aiuta il fedele a comprendere la grandezza del Mistero che si sta realizzando: la straordinarietà di ciò che accade sull’altare-Calvario è sottolineato appunto dall’uso di un linguaggio straordinario (fuori dall’ordinario), non quotidiano. Scrive Pio XII nella Mediator Dei“L’uso della lingua latina è un chiaro e nobile segno di unità (fra i cattolici di tutto il mondo, siano essi italiani o tedeschi, bianchi o neri) e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina”. Il latino è un superamento dello “spazio” e del “tempo”. Superamento dello spazio, perché indipendentemente da dove ci si trovi, la lingua è sempre la stessa. Superamento del tempo, perché essendo il latino una lingua non in evoluzione, meglio può esprimere la stabilità del dogma. Inoltre bisogna chiedersi: la Messa va capita o vissuta? Oggi abbiamo un paradosso: tutti capiscono le parole della Messa, ma nessuno sa più cos’è la Messa. Un tempo non si capivano le parole della Messa, ma molti di più sapevano cosa fosse la Messa.
  15. I silenzi fanno adeguatamente capire che il compito del fedele non è tanto quello di “vocalmente” partecipare quanto quello di “aderire”. Il modello per eccellenza è la Vergine Maria che ai piedi della Croce non parlava, ma contemplava ed offriva. Chi più di Lei ha fatto fruttificare quell’Avvenimento? Insomma, per rendere fruttuoso il Mistero della Messa bisogna condividere e nascondersi piuttosto che apparire.

QUID EST QUOD ME QUÆREBÁTIS?
nescebátis quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? (Luc. 2, 42-52)
Dominica prima post Epiphanian.
Santæ Familiæ Iesu, Mariæ, Ioseph.
 
* «Cristo, dice S. Paolo, possiede un sacerdozio infinito, perché egli sarà sempre».
E questo sacerdozio è «secondo l’ordine», vale a dire a rassomiglianza «di quello di Melchisedech». S. Paolo ricorda questo personaggio misterioso dell’antico Testamento che raffigura, con suo nome e la sua offerta di pane e di vino, il sacerdozio e il sacrificio di Cristo.
Melchisedech significa «Re di giustizia», e la Santa Scrittura ci dice che era «Re di Salem», che significa «Re di pace». Gesù è re. Egli, nel momento della sua passione, ha affermato davanti a Pilato la propria sovranità; egli è re di giustizia poiché compirà ogni giustizia; è re di pace. Viene per ristabilirla quaggiù fra Dio e gli uomini. Ed è nel suo sacrificio che la giustizia finalmente soddisfatta e la pace finalmente recuperata, si sono date il bacio della riconciliazione.
[…] Infatti per opera di Gesù Cristo, Uomo-Dio, suo Figlio adorato immolato sull’altare, ogni gloria e ogni onore sono resi al Padre. Non c’è in tutta la religione, azione che tranquillizzi altrettanto l’anima, convinta del suo nulla e desiderosa di rendere a Dio omaggi che non siano indegni della grandezza divina. Tutti gli omaggi riuniti della creazione e del mondo dei beati non rendono al Padre Eterno la gloria che Egli riceve nell’offerta di suo Figlio. È necessaria la fede per comprendere il valore della Messa, quella fede che è come una partecipazione alla conoscenza che Dio ha di sé stesso e delle cose divine. Nella luce della fede, noi possiamo guardare l’altare come lo guarda l’Eterno Padre.
 
[…] Che confidenza dobbiamo avere in questo sacrificio di espiazione! Qualunque siano le nostre offese e la nostra ingratitudine, una S. Messa dà più gloria a Dio che non gliene abbiano tolta, per così dire, tutte le nostre ingiurie. «O Eterno Padre, guardate questo altare, guardate il vostro Figlio che mi ha amato e si è dato per me sul Calvario, che ora vi presenta per me le sue soddisfazioni infinite e dimenticate queste colpe che ho commesse contro la vostra bontà! Io vi offro questa oblazione in cui trovate le vostre compiacenze, in riparazione di tutte le ingiurie fatte alla vostra divina maestà».
[…] C’è una partecipazione più intima, che noi dobbiamo cercare di effettuare. Cos’è questa partecipazione? È di identificarci, per quanto possiamo, con Gesù Cristo nella sua doppia qualità di pontefice e di vittima, per essere trasformati in lui.
È possibile questo? Ho detto che al momento dell’Incarnazione, Gesù è stato consacrato pontefice e che, in quanto uomo, egli ha potuto offrirsi a Dio come vittima. Ora – ed è questa una verità che vi ho esposta lungamente – nella sua Incarnazione il Verbo ha associato ai suoi misteri e alla sua persona, per mezzo di una unione mistica, tutta l’umanità. L’umanità intera costituisce un corpo mistico, di cui Cristo è la testa, una società, di cui egli è il capo e di cui noi siamo le membra.
 
Le membra non possono, per principio, separarsi dalla testa, né restare estranee alla sua azione.
L’azione per eccellenza di Gesù, quella che riassume la sua vita e completa tutto il suo valore, è il suo sacrificio. Come egli ha preso in sé la nostra natura umana, tranne il peccato, così egli vuole farci partecipare al mistero capitale della sua vita. Noi non eravamo certamente presenti col nostro corpo al Calvario, quando egli si è immolato per noi, dopo essersi sostituito a noi; ma egli ha voluto, dice il Concilio di Trento, che il suo sacrificio si perpetuasse, con la sua infinita virtù, per mezzo del ministero della sua Chiesa e dei suoi sacerdoti.
 
È vero. Solo i sacerdoti partecipano, per mezzo del sacramento dell’Ordine, al sacerdozio di Cristo e hanno il diritto di offrire ufficialmente il corpo e il sangue di Gesù Cristo. Ma tuttavia tutti i fedeli possono in modo vero, quantunque con un titolo interiore, offrire l’Ostia santa.*
(Dom C. Marmion, “Cristo vita dell’anima”.
Edizioni Radio Spada)

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