Ratzinger spiega Perché il Catechismo (1)

Vangelo catechesi catechismo (*)

Prefazione

«La fede non dev’essere presupposta, ma proposta». L’allora Cardinale Ratzinger racconta l’impressione che provocarono in lui queste parole con cui il celebre teologo basilese, nonché suo amico personale, Hans Urs von Balthasar, aveva voluto ringraziarlo per l’invio di un suo volumetto.

In questa luce va visto il nesso inscindibile tra l’annuncio del Vangelo e la catechesi, oggetto di questa raccolta di scritti offerti ai lettori di lingua italiana. Il titolo, in verità, introduce un terzo elemento: il catechismo. Non però perché sia considerato alla stregua dei primi due, ma perché il Catechismo della Chiesa Cattolica, richiesto dai Vescovi nell’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1985, costituisce il filo rosso degli scritti qui raccolti.

La fede, quindi, deve essere proposta alla libertà di ogni uomo e di ogni donna, perché vi trovi definitiva risposta all’interrogativo che accompagna la vita: come posso raggiungere la riuscita della mia vita? come posso essere felice? Infatti la fede, dice Ratzinger, «non è una teoria, bensì un evento, un incontro col Dio vivente che è nostro Padre e che nel suo Figlio Gesù Cristo ha assunto l’umanità, nello Spirito Santo ci unisce e in tutti e tre resta l’uno, il solo Dio». Ecco perché «la catechesi non è affatto semplice comunicazione di una teoria religiosa, bensì vuole mettere in moto un processo vitale: l’immergersi nel battesimo, nella comunione con Dio».

Al lettore attento non sfuggiranno temi e accenti rintracciabili nel magistero di Papa Benedetto XVI e nel suo volume Gesù di Nazareth. Basti pensare alla convinzione che «Dio è il tema pratico e il tema realistico per l’uomo – allora e sempre»

Venezia 15 luglio 2007 – Memoria di San Bonaventura


Presentazione

Una parte non insignificante della teologia di lingua tedesca tende, anche due anni dopo la pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica, a “emarginare” quel libro, a dichiararlo sbagliato fin dalla radice. Nel frattempo, la cristianità planetaria ha giudicato in maniera indubbiamente diversa. Ovunque tale libro sia disponibile, sorge una domanda che costituisce un enigma non solo per sociologi e autori di sondaggi d’opinione, ma anche per chi rivesta incarichi ecclesiastici e per esperti di catechesi. Comunque si giudichi questo fatto, la consapevolezza di fede del popolo di Dio si esprime qui in modo tale che nessuno possa più tralasciarlo. Se da parte sua il gruppo di teologi poc’anzi menzionato non vuole sensibilmente “emarginarsi” dallo sviluppo di tale planetaria consapevolezza di fede, alla lunga non potrà ostinarsi nel suo no. Bisognerà giungere a un confronto positivo con quel libro, che adesso non può più leggersi soltanto con l’occhiale del pedante. I contributi di questo libretto vorrebbero invitare a tale svolta nell’analisi del Catechismo. Essi sono lontanissimi da ogni completezza; sono lavori occasionali che gettano qualche fascio di luce sul Catechismo ma che, proprio così, possono forse incoraggiare una lettura non preconcetta dell’intero. Se verrà suscitata una disponibilità in tal senso, questi modesti tentativi avranno raggiunto il loro scopo.

Roma, 31 luglio 1994 – card. Joseph Ratzinger


I – Perché un catechismo della chiesa cattolica?

Il “Catechismo della Chiesa cattolica” [1] è sorto da un lavoro comune di vescovi, teologi e laici di tutto il mondo che hanno cooperato per circa sei anni. Nella costituzione apostolica che lo introduce, il Papa parla a ragione dell’“armonia di tante voci”, nella quale si «esprime veramente quella che si può chiamare la “sinfonia” della fede». Egli aggiunge: “La realizzazione di questo Catechismo riflette in tal modo la natura collegiale dell’Episcopato: testimonia la cattolicità della Chiesa”[2].

La risposta che questo libro trova e ha trovato corrisponde a tale origine e la conferma. Ovunque sia stato pubblicato, è stato un successo spettacolare. In Francia fu presto un best seller che si poteva comprare nei chioschi di aeroporti e nelle stazioni fra opere che normalmente non ci si sarebbe aspettati di trovare accanto a un Catechismo. Nel mondo di lingua spagnola e portoghese esso fu desiderato anche da persone che normalmente non leggono alcun libro. Tutta una letteratura di estratti e di riassunti dell’opera spuntò in breve tempo.

Nei Paesi di lingua tedesca si era formata un’opinione in gran parte contraria a quel testo, ma ciononostante anche lì esso sperimentò una grande richiesta. Forse il successo più spettacolare è quello dell’edizione in lingua inglese. La variabilità di quella lingua, la sua diffusione mondiale in differenti contesti culturali e gli sviluppi della sensibilità linguistica come anche di ideologie linguistiche avevano reso difficoltosa la via della traduzione, cosicché la si poté presentare solo all’inizio dell’estate 1994, dapprima in Africa, poi in Gran Bretagna, Irlanda e negli Stati Uniti d’America; ulteriori edizioni (sempre dello stesso testo) saranno pubblicate in India, nelle Filippine ed in altri Paesi anglofoni. In Inghilterra furono venduti 100.000 esemplari nelle prime due settimane dopo l’uscita. E la richiesta si mantiene. Negli Stati Uniti fu prenotato mezzo milione di copie prima che il libro entrasse in commercio; nel frattempo sono stati venduti due milioni di esemplari. Ulteriori traduzioni, specialmente nelle lingue slave, sono in corso.

Ancora in preparazione è soprattutto il testo latino, che dovrà diventare il “textus typicus”, il testo normativo su cui rivedere tutte le altre traduzioni. Che il testo normativo esca per ultimo può sorprendere. Ma permette alla competente Commissione di rivedere ancora una volta tutte le citazioni e i rimandi incrociati, nonché di studiare e di considerare ogni segnalazione di sviste, di eventuali formulazioni imprecise eccetera, in quanto tali segnalazioni non intacchino l’essenza del testo in sé. Il testo latino non sarà un testo modificato, non sarà qualcosa come una nuova edizione migliorata. Con l’approvazione mediante la costituzione papale dell’11 ottobre 1992, la versione francese è stata riconosciuta come forma definitiva del testo. Ma possibili e previsti sono miglioramenti linguistici ove il contesto non sia completamente chiaro e correzioni ove si tratti di sviste in citazioni o si tratti in altro modo della precisione di attestazioni storiche.

Prima che, nel dicembre 1992, venisse pubblicato il testo ufficiale, circolavano già diversi estratti, che perlopiù erano stati scelti tendenziosamente e si basavano su versioni provvisorie. Ciò ebbe lo svantaggio che così entrarono in circolazione delle idee imprecise, anzi false, sul libro, ma ebbe anche in sé l’elemento positivo di destare la curiosità su ciò che veramente vi era contenuto. Quasi tutte quelle pubblicazioni si appuntavano sulla parte morale del Catechismo. Leggendole, si poteva avere l’impressione che si trattasse di un indice di peccati. Spesso sembrava che la Chiesa volesse dire agli uomini soprattutto cosa non avrebbero dovuto fare, e che fosse fissata sulla ricerca dei peccati. Tuttavia, proprio in tal modo fu avviato un vivace dibattito.

Poiché certamente nessuno vuole né può vivere di divieti e di rimproveri. Ma la questione di cosa, come uomini, dovremmo fare propriamente, di cosa dovremmo fare con la vita per rendere giusti noi stessi e il mondo – questa è la questione essenziale di ogni tempo, e proprio nel nostro tempo, a fronte di tutte le catastrofi e le minacce e nella ricerca di un’autentica speranza con nuova passione, è vissuta come la questione fondamentale, che riguarda ciascuno di noi.

J.P. Sartre considerava come il vero e proprio dramma, anzi, come la tragedia dell’uomo, il fatto che egli sia gettato in una libertà che gli affidi ciò che egli stesso voglia fare di sé. Ma è proprio quello che egli non sa, e con ogni decisione egli si getta in un’avventura dall’esito indeterminato. Mi sembra che non pochi pensatori e artisti del nostro tempo si siano votati al marxismo solo perché esso forniva pur sempre una risposta coerente e in sé in qualche modo concludente a tale problematica fondamentale dell’uomo e sembrava porre tutte le forze della nostra esistenza al servizio di un grande scopo morale: creare un’umanità migliore e un mondo migliore. Ma in realtà quel marxismo era per molti solo un palliativo col quale volevano placare il sentimento di insensatezza e di disorientamento dal quale erano oppressi.

Oggi, dopo il crollo delle ideologie, la questione dell’uomo, la questione morale, è all’ordine del giorno in maniera totalmente rinnovata: cosa dobbiamo fare? Com’è che la vita si fa giusta? Cos’è che offre, a noi e al mondo intero, un futuro che sia degno di essere vissuto? Poiché il Catechismo tratta di tali questioni, è un libro che, ben oltre l’ambito meramente intrateologico o intraecclesiastico, riguarda tutti. Può contare di suscitare interesse, non da ultimo perché non riflette un’opinione privata, immaginata da questi o da quegli, bensì formula la risposta che proviene da una grande esperienza comunitaria. Quest’esperienza, però, è dovuta per parte sua a una percezione che oltrepassa il meramente umano e che rispecchia ciò che poterono vedere e udire gli uomini che furono in contatto con Dio stesso.

Dopo quanto ho detto fin qui, potrebbe certo sorgere la domanda: il Catechismo è dunque un libro morale? La risposta sarebbe: è anche questo, ma è di più. Si tratta di uomini, ma nella convinzione che la domanda sull’uomo non può essere disgiunta dalla domanda su Dio. Non si parla giustamente dell’uomo se non si parla anche di Dio; ma non possiamo parlare giustamente di Dio se lui stesso non ci dice chi egli sia. Perciò la direttiva morale offerta dal Catechismo non è separabile da ciò che esso ci dice su Dio e sulla storia di Dio.

Il Catechismo dev’essere letto come unità. Si leggono in modo sbagliato i passaggi sulla morale se li si stacca dal loro contesto, cioè dalla confessione di fede, dalla dottrina dei sacramenti e della preghiera. Poiché l’asserzione fondamentale sull’uomo è, nel Catechismo: l’uomo è creato a immagine di Dio, è simile a Dio. Tutto ciò che viene detto sul giusto comportamento degli uomini si basa su questo giudizio centrale. Su di esso si fondano i diritti umani, che sono propri dell’uomo fin dal concepimento e fino all’ultimo istante della sua esistenza. Non c’è bisogno che alcuno glieli debba dare e nessuno glieli può togliere: li possiede di per se stesso. Sull’essere a immagine di Dio si basa perciò anche la dignità umana, che resta intangibile in ogni uomo, proprio perché è un uomo. Infine, vi sono incluse anche l’unità e l’uguaglianza degli uomini: tutti gli uomini sono creature dell’unico Dio e quindi tutti dello stesso rango, tutti reciprocamente affratellati, tutti responsabili uno dell’altro e tutti chiamati ad amare il prossimo chiunque egli sia.

Nella visione del Catechismo, la domanda sull’uomo e quella su Dio sono dunque indissolubilmente intrecciate una all’altra: tutto ciò che in tal modo viene detto sul nostro comportamento morale può venir detto solamente a partire dallo sguardo su Dio, dallo sguardo sul Dio che si è manifestato in Gesù Cristo.

Ma così si vede inoltre che in questa concezione morale non si tratta di un cumulo di divieti, né di un indice dei peccati. Si tratta sempre della domanda: come posso rendere giusto l’esser uomo? Come posso far riuscire la mia vita? Il Catechismo aderisce qui, del tutto chiaramente, alla concezione morale di sant’Agostino, che nel suo principio fondamentale è semplicissima. Nelle vie intricate della sua vita si trattò sempre della domanda: come posso essere felice? E ciò ce lo chiediamo noi tutti. Il desiderio di felicità è intrinseco al nostro essere.

Il Catechismo ci mostra, partendo dalla fede della Chiesa, che si può avere la felicità solo con gli altri, nella responsabilità per l’intera umanità. Ma a loro volta la comunione fra gli uomini e la responsabilità vicendevole possono aversi, in ultimo, solo nella comunione con Dio e nella responsabilità davanti a Dio. La morale è in tal senso una dottrina su ciò che è la felicità e su come trovarla – ma per l’appunto non una felicità egoistica, che è una felicità apparente, bensì quella vera.

Del resto è molto semplice anche la risposta fondamentale che il Catechismo esprime con la Bibbia e con la fede della Chiesa: la felicità dell’uomo è l’amore. Per questo, la morale del Catechismo è la dottrina di ciò che è amore. A tal proposito esso dice che l’essenza del vero amore si è resa visibile per noi nella persona di Gesù Cristo, nella sua parola come nella sua vita e nella sua morte. Esso ci dice inoltre che i Dieci Comandamenti sono solo un’interpretazione delle vie dell’amore; che li leggiamo giustamente solo se li compitiamo insieme a Gesù Cristo. Per questo nella parte morale si trovano insieme e divengono prassi tutti i contenuti essenziali della professione di fede. Poiché la morale del Catechismo proviene da ciò che il Creatore ha posto nel cuore di ognuno: il desiderio di felicità e di amore.

In ciò diviene visibile, inoltre, ciò che significa essere a immagine di Dio: l’uomo è simile a Dio perché può amare ed è capace di verità. Il comportamento morale è perciò, nel senso più profondo della parola, comportamento conforme alla creazione. Quando la tradizione morale cattolica e – al suo seguito – anche il Catechismo parlano della natura dell’uomo, della legge naturale e del comportamento conforme a natura, non si riferiscono a una qualche sorta di biologismo, bensì al comportamento secondo ciò che il Creatore ha posto nel nostro essere. Seguendo ciò, si giunge all’amore come nocciolo di ogni morale, e se a sua volta si persegue questa, si incontra Cristo come l’amore di Dio – amore che si è fatto uomo.

Mi sono soffermato così a lungo sulla visione della questione morale illustrata dal Catechismo non per isolare nuovamente la morale, bensì – tutto al contrario – per destare l’interesse verso il Catechismo nel suo complesso – anche verso ciò che non risponde in maniera immediata a una curiosità del presente. In questo senso vorrei adesso aggiungere qualche breve cenno sulle altre parti e su alcune peculiarità della struttura del Catechismo.

La prima parte segue, come faceva la catechesi battesimale già dai tempi più antichi, la professione di fede, e precisamente il cosiddetto Symbolum Apostolicum. Questo era, nei primi secoli, la professione battesimale della Chiesa di Roma, che a partire da Roma divenne il segnavia per l’intera cristianità occidentale. Ma nella sua struttura essenziale e nelle sue affermazioni esso coincide in tutto e per tutto coi simboli battesimali orientali; il fatto che l’abbiamo usato come filo conduttore del Catechismo non può pertanto essere considerato come una preferenza unilaterale per la tradizione occidentale. Una tradizione risalente fino al IV secolo divide questa professione in dodici articoli, conformemente al numero dei dodici apostoli. Tale suddivisione è assolutamente sensata, ma la struttura originaria è più semplice: come professione battesimale, sia il credo apostolico sia la formula battesimale sono anche, semplicemente, una professione del Dio uno e trino: Padre, Figlio e Spirito Santo. Noi ci siamo attenuti a questa struttura triadica comune a tutte le professioni battesimali.

Così risalta bene la gerarchia delle verità: la fede cristiana è, in ultima istanza, semplicemente fede in Dio, tutto il resto ne è uno sviluppo. La nostra fede non è una teoria, bensì un evento, un incontro col Dio vivente che è nostro Padre e che nel suo Figlio Gesù Cristo ha assunto l’umanità, nello Spirito Santo ci unisce e in tutti e tre resta l’uno, il solo Dio. Attraverso il collegamento della dottrina della fede con la professione battesimale diviene dunque chiaro altresì che la catechesi non è affatto semplice comunicazione di una teoria religiosa, bensì vuole mettere in moto un processo vitale: l’immergersi nel battesimo, nella comunione con Dio.

In tal modo la prima parte trapassa di per sé nella seconda, nella quale sono illustrati i sette sacramenti. I sacramenti sono Chiesa in esecuzione. L’intera storia delle religioni conosce dei segni sacri. L’uomo può toccare l’eterno solo nel sensibile, ma le cose di questo mondo sono intrinsecamente costruite anche per mediare il contatto con Dio. Così i segni del creato e il cosmo di simboli elaborato dalle religioni poterono essere accolti nella fede, conformemente al compito di Cristo, come segni della redenzione. Perciò abbiamo sempre tentato di presentare i sacramenti a partire dalla loro forma liturgica. Questa seconda parte rappresenta così anche un’introduzione all’ufficio divino della Chiesa.

La nostra difficoltà era che, in un libro destinato alla Chiesa intera, non dovevamo partire da un determinato rito, per esempio da quello latino. La concretizzazione verso i singoli riti deve avvenire di volta in volta nella catechesi. Noi ci siamo sforzati di porre in evidenza la struttura fondamentale comune dei diversi riti. Ciò non fu sempre facile, ma divenne un compito appassionante: ora si può vedere come, nella gran diversità delle forme liturgiche, i simboli portanti restino tuttavia comuni e conducano a manifestarsi la volontà di Cristo stesso.

La quarta parte, sulla preghiera, riassume in un certo modo le tre parti precedenti: la preghiera è fede applicata. Essa è legata indissolubilmente al mondo sacramentale: i sacramenti presuppongono il pregare personale e dal canto loro offrono alla preghiera personale un orientamento stabile solo inserendola nel pregare comune della Chiesa e così nel dialogo di Cristo con il Padre. Ma anche preghiera e morale sono indissolubili: solo a partire dal rivolgersi a Dio si aprono le vie dell’essere uomini. Dalla preghiera riceviamo sempre di nuovo le correzioni necessarie; mediante la riconciliazione con Dio diviene possibile la riconciliazione con gli altri.

Ma, sulla linea delle grandi tradizioni catechetiche, il Catechismo dà alla parte sulla preghiera, che in sostanza è un commento al Padre nostro, anche un altro significato: la preghiera è espressione della nostra speranza. Il fatto che preghiamo significa che dobbiamo chiedere, dimostra che la nostra vita e il mondo sono imperfetti e bisognosi di un aiuto superiore. Il fatto che ci sia consentito di pregare e che riusciamo a pregare dimostra che ci è donata la speranza che troviamo riassunta nelle parole: venga il tuo regno. Quando le diciamo, preghiamo per il mondo attuale, ma preghiamo al tempo stesso anche per la vita eterna, per il mondo nuovo. Si mostra così, nelle quattro parti del Catechismo, l’armonia di fede, speranza e amore. Poiché crediamo, possiamo sperare; poiché crediamo e speriamo, possiamo amare.

In chiusura, ancora qualche cenno tecnico sulla lettura del libro.

Informazioni storiche e punti di vista complementari sulla dottrina della fede sono posti in caratteri minori e possono anche essere tralasciati da lettori meno interessati alla specializzazione.

Ma abbiamo posto in caratteri piccoli anche un numero abbastanza cospicuo di brevi, incisivi testi dei Padri, della liturgia, del magistero e dalla storia della Chiesa, che dovrebbero accennare qualcosa della ricchezza della fede e della sua bellezza. In ciò abbiamo mirato a un equilibrio delle testimonianze provenienti dall’est e dall’ovest, per far risaltare il carattere autenticamente cattolico del Catechismo; abbiamo tentato di includere debitamente anche parole di sante.

Il carattere catechetico del libro emerge con maggior chiarezza nelle brevi affermazioni di principio poste ogni volta alla fine di un’unità tematica. Il Catechismo stesso dice in proposito che il loro scopo è di fornire indicazioni alla catechesi locale per brevi formule sintetiche e facilmente memorizzabili.

Una presentazione più o meno adeguata del Catechismo dovrebbe dire molte altre cose ancora, per esempio sul carattere ecumenico del libro, sul suo rapporto con i Catechismi locali, sul concreto lavoro catechetico ed altro ancora. Ma qui non si aspira alla completezza; si vorrebbe solo destare disponibilità a una lettura non preconcetta ed offrire un ausilio per trovare l’accesso a questa lettura.

A conclusione vorrei porre le parole che il Catechismo, alla fine della Prefazione, riprende dal Catechismo tridentino: “lo scopo di ogni dottrina e di ogni insegnamento è condurre all’amore che mai finirà. Quando si insegna cosa credere, cosa sperare o cosa fare, bisogna sempre essere indirizzati all’amore di nostro Signore. Dunque tutti devono comprendere che ogni atto di virtù cristiana non ha altra origine che l’amore e non ha altro fine che l’amore” (n°25, Cat. Rom., Prooemium 10).

– continua


Note

(*) Titolo originale: Evangelium, Katechese, Katechismus.  Streiflichter auf den Katechismus der katholischen Kirche © Verlag Neue Stadt, München – Zürich – Wien, 1995 © Libreria Editrice Vaticana, 00120 Città del Vaticano  – Edizione italiana © Marcianum Press, Venezia 2007, a cura di Carlo Carniato

[1] Nell’ambito linguistico tedesco si è ampiamente affermata la denominazione di “Catechismo mondiale”, che può valere come designazione abbreviata, ma rispetto al titolo originale comporta uno slittamento non del tutto scevro di rischi. Il Catechismo è un libro della Chiesa intera e per la Chiesa intera; solo attraverso la Chiesa vivente esso parla anche al mondo. Molte polemiche divengono inconsistenti se questa differenza è vista chiaramente. Mancano del tutto la verità, ad esempio, le osservazioni che B. J. Hilberath credette di dover offrire su ThQ 173 (1993) 312 s. (Ein Katechismus für die ganze Welt?) su modalità di nascita e scopo del libro. L’autore parla di un Catechismo romano “che favorisce la confusione tra fede ed espressione di fede”, e perviene così al suo verdetto buttato giù risolutamente: “di un simile Catechismo le Chiese locali hanno così poco bisogno quanto il Sinodo africano ha bisogno del Vaticano come luogo di riunione!” (313). Ciò suona magnifico a orecchie tedesche, solo che tutti i numerosi vescovi africani con cui ho potuto parlare mi hanno detto che il loro Sinodo effettivamente ha bisogno della Sede di San Pietro come luogo di riunione. Un po’ oltre, Hilberath dice: “ma la pretesa dei funzionari vaticani di poter abbracciare con lo sguardo, dalla sede centrale, tutto e l’intero, è temeraria ed anche pericolosa nelle sue conseguenze” (317). Io non conosco i “funzionari vaticani” che avanzano tale pretesa. Il Catechismo, comunque, non è nato in quel modo, bensì proprio nel modo che Hilberath illustra, più avanti, come sua rappresentazione ideale. Le testimonianze di fede delle Chiese locali confluirono, furono vagliate dai loro rappresentanti e congiunte nell’insieme, e così si poté “realizzare un vero Catechismo cattolico”. Peccato che Hilberath non abbia trovato il tempo di informarsi sulle reali modalità di nascita del Catechismo.

[2] Purtroppo, a causa di letture del testo superficiali e affrettate, su tale importante questione sono stati messi in circolazione molti giudizi erronei. Si è fatto notare, ad esempio, che la parola “ecumene” ricorre solo una volta nell’indice analitico. Ora, ciò mostra solo quanto poco si possa aprire un libro soltanto a partire dall’indice analitico. Dall’inizio alla fine il Catechismo mostra sempre anche un dialogo con tutte le altre tradizioni cristiane. Come voce dell’ortodossia, merita di esser letto il contributo di Th. Nikolau, Gemeinsame altkirchliche Traditionen stärker berücksichtigen. Der Katechismus der katholischen Kirche aus orthodoxer Sicht, in “KNA Ökumenische Information”, n. 19, maggio 1994, pp. 5-14.