Cinque Cardinali su nuovi Dubia al sinodo della… discordia (con la prima risposta del Papa)

Riportiamo la Premessa e la Lettera dal sito Scuola Ecclesia Mater che facciamo nostra e che condividiamo.

ATTENZIONE 🙏🤔🙂ai tanti dubbiosi invitiamo a meditare con parole di Don Alfredo Maria Morselli (vedi anche qui) che così ci aiuta:

“IN QUEST’ORA IN CUI LA NOSTRA AMATA E SANTA MADRE CHIESA SOFFRE IL SUO GOLGOTA , NOI PROMETTIAMO DI RESTARE CON LEI.” (Monsignor Athanasius Schneider)

Ave Maria! 🙏🏻

Qualcosa si muove, ed è un gran bene; tuttavia dobbiamo aver chiaro che stiamo vivendo un momento in cui non possiamo fare NIENTE se non patire e pregare; una cuoca tira fuori dal forno l’arrosto quando è cotto, il buon Dio ci tira fuori dal forno quando siamo santi. Non c’è altro da aggiungere e con i fogli dei dubia il Papa ci gioca a pallacanestro nel cestino della carta straccia. Certamente bisogna provare a fare qualcosa, ma la realtà è quella descritta. Senza disperare, ma ben consci che ci vuole una serie di MIRACOLI, che però ogni tanto accadono

Nuovi Dubia e Sinodo sulla sinodalità (o della discordia)

1.Abbiamo pubblicato, in assoluta anteprima, in data odierna, festa dei Santi Angeli Custodi, insieme ad alcune testate, nazionali ed internazionali, i testi integrali della Notifica ai fedeli di Cinque Cardinali (i cardd. Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun), della lettera inviata alla Santa Sede circa i primi Dubia (10.7.2023) e della lettera dei nuovi Dubia (datata 22.7.2023) sempre inviata alla medesima (21.8.2023).

2. Per chiarire questa pubblicazione è bene ripercorrere brevemente l’antefatto. I cinque cardinali firmatari, in ragione della loro responsabilità di assistenza alla Sede Petrina nella cura quotidiana della Chiesa universale, allarmati – come si legge nella Notifica ai fedeli laici a norma del can. 212 § 3 del Codice di diritto canonico – da «varie dichiarazioni di alcuni alti Prelati inerenti alla celebrazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, palesemente contrarie alla costante dottrina e disciplina della Chiesa, e che hanno generato e continuano a generare tra i fedeli e in altre persone di buona volontà grande confusione e la caduta in errore», manifestando, al contempo, la loro preoccupazione circa quanto si prospetta nell’assemblea sinodale di prossima apertura, sottoponevano a Francesco, con lettera del 10.7.2023, cinque Dubia affinché lo stesso potesse, attraverso i suoi responsa [risposte], ribadire la dottrina e la disciplina della Chiesa.

Le ragioni di preoccupazione, tra le altre cose, derivavano dal fatto che, per un verso, da più parti si erano sollevate questioni circa la possibilità di benedire le unioni tra persone dello stesso sesso (in questo senso, pioniere sono state le chiese tedesca ed olandese: cfr. Gianni Cardinale, Benedizioni delle coppie omosessuali e celibato, strappo della Chiesa tedesca, in Avvenire, 11.3.2023; Tonia Mastrobuoni, Il sinodo tedesco sfida il Vaticano: “Sì alle benedizioni delle coppie dello stesso sesso”, in La Repubblica, 10.3.2023; Innocenzo, “Per le coppie che si amano”. Il documento del sinodo cattolico tedesco sulla benedizione delle unioni omosessuali, in Progetto Gionata, 6.4.2023; Leone Grotti, Coppie gay. Cattolici e anglicani cedono alla «dittatura del relativismo», in Tempi, 2.9.2023; Luisella Scrosati, «Noi vescovi belgi benediciamo le coppie gay, con l’ok del Papa», in LNBQ, 22.3.2023); per altro verso, anche l’Instrumentum Laboris del c.d. Sinodo sulla sinodalità, lungi dal fugare questi timori,  non mancava di destare non pochi allarmi nei più attenti osservatori (cfr. Nico Spuntoni, Il Sinodo dei timori: aria di scisma nella Chiesa di Francesco?, in Il Giornale, 27.8.2023;  Jacopo Scaramuzzi, La spinta del sinodo su gay, donne diacono e preti sposati: “La crisi degli abusi chiede alla Chiesa una riforma”, in La Repubblica, 20.6.2023).

Tematica, questa, altamente divisiva all’interno della Chiesa (cfr. di recente: „Christen verschanzen sich nicht hinter glaubensfeindlichen Ideologien“, in Kath.net, 29.9.2023, trad. it. Card. Müller: “Una ‘benedizione’ fittizia di coppie dello stesso sesso non è solo una bestemmia contro il Creatore del mondo e dell’umanità, ma anche un grave peccato contro la salvezza delle persone interessate”, in Blog di Sabino Paciolla, 30.9.2023; Mons. Joseph E. Strickland, Vescovo Strickland: Dio non benedice e non può benedire il peccato, in Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan, 28.9.2023).

Oltre al thema della benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso (su cui, peraltro, la Congregazione per la dottrina della fede, con un Responsum del 22.2.2021, aveva dato già risposta negativa), altro timore destava la questione dell’accesso agli ordini sacri delle donne, in primis al diaconato, svuotando di significato il Magistero pontificio sul punto. Lo stesso Giovanni Paolo II, approvando il Responsum ad dubium del 28.10.1995 (v. nota di commento qui), in effetti, chiariva che la Lett. ap. Ordinatio Sacerdotalis del 1994 aveva avuto l’intento e l’effetto di certificare, per così dire, che quella dottrina fosse già stata proposta infallibilmente dal Magistero ordinario e universale, e quindi andava creduta per Fede. Tale orientamento era stato mantenuto lodevolmente dall’allora Congregazione per la dottrina della Fede con nota del 29.5.2018 (cfr. Gianni Cardinale, Dottrina della fede: il «no» alle donne prete è definitivo, in Avvenire, 30.5.2018).

Trattandosi di questioni attinenti direttamente al depositum fidei ed a Verità rivelate e definitive, esse non avrebbero dovuto neppure esse discusse nell’ambito di un sinodo né presentate come oggetto di disquisizione nell’ambito di un Instrumentum Laboris.

Ad colorandum, come ulteriore motivo di allarme vi era la prospettata decisione circa l’abolizione generalizzata, per la Chiesa latina, dell’obbligo del celibato sacerdotale, come richiesto, del resto, dallo stesso sinodo tedesco.

Ad onor del vero, quello del celibato sacerdotale è stato da secoli un tema caro ai Germani. Nel XVI sec., cioè all’indomani della rivolta luterana, vi fu un ampio dibattito sul celibato e sulla partecipazione dei fedeli alla messa. Il papa, sotto la pressione dell’imperatore Massimiliano II d’Asburgo, succeduto al padre Ferdinando I, nel luglio 1564, istituì a Roma una commissione di cardinali, canonisti e teologi per discutere circa il connubio dei preti: questo era un tema talmente scottante da costituire, all’epoca, il più importante negoziato tra il papa e l’imperatore del tempo. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, rispetto a quanto oggi accade. Pio IV ed il suo entourage, infatti, conducevano una politica di «iucunda concordia», come fu definita, con la corte imperiale, «cercando soluzioni di compromesso sia con Ferdinando sia con il figlio» (così ricorda Elena Bonora, Giudicare i vescovi. La definizione dei poteri nella Chiesa postridentina, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 255).

Tornando al nostro tema, quindi, i Dubia dei cardinali nascevano a ragion veduta.

La formulazione dei Dubia, infatti, afferiva proprio su questi aspetti controversi nella Chiesa di oggi, col chiaro intento di provocare (se così possiamo dire) un chiaro intervento magisteriale che fosse in grado di superare le perplessità suscitate dall’Instrumentum Laboris e che estromettesse, di fatto, dalla discussione quelle questioni su cui il Magistero si fosse pronunciato autorevolmente, scongiurando al contempo il pericolo di uno scisma lacerante per la Catholica.

3. Bergoglio, con straordinaria celerità, con lettera da lui firmata dell’11.7.2023, forniva delle risposte, le quali, in verità, lasciavano aperte le questioni a lui sottoposte ed al contempo adombravano nuove perplessità.

I cinque porporati, dopo aver studiato con attenzione la lettera bergogliana, ravvisavano che essa non riscontrava, come sarebbe stato d’uopo in simili frangenti, in maniera lapidaria (con un  o con un No), mantenendo un tono equivoco ed ambiguo, secondo uno stile a cui da tempo Francesco ci ha abituati: lo stile del “sì, ma anche no” o, se vogliamo, del “ni, che non è sì, ma neanche no”. Uno stile, se per questo, tutt’altro che assimilabile a quello evangelico: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt. 5, 37).

Un Dubium, in effetti, lo diciamo per chi fosse non avvezzo ai lavori ed al linguaggio ed alla prassi ecclesiastica, rappresenta – dal punto di vista teologico-canonico – un atto giuridico con il quale si chiede alla Sede Apostolica, ovvero ad un Dicastero della Curia romana (ad es., il Dicastero della Dottrina della Fede), la risoluzione di una o più quaestiones giuridico-teologiche sollevate, come avviene normalmente, da pastori o anche da fedeli, che hanno bisogno di un chiarimento orientativo, appunto, su una questione controversa di fronte all’incertezza suscitata da affermazioni o da prassi problematiche circa ambiti decisivi per la vita o la fede cristiana. La risoluzione di un Dubium si concreta, appunto, in un Responsum ad dubium, mediante un atto avente comunque valenza canonica (e, vista la natura dei Dubia formulati, anche teologica) (ad es., un rescritto) per tutta la Chiesa.

Al contrario, la risposta di Francesco era ritenuta – dai cinque cardinali – del tutto inadeguata allo scopo. E, possiamo dire, non pertinente con la natura dell’atto richiesto. Per questa ragione, si legge nella Notifica, riformulavano «dubia per suscitare una risposta chiara, basata sulla perenne dottrina e disciplina della Chiesa», che venivano sottoposti nuovamente alla Sede Petrina, a cui però Francesco, ad oggi, non forniva alcuna risposta.

Del resto, non si sperava in una risposta da parte di questi. Lo lasciava intendere, qualche tempo fa, il neo-cardinale Víctor Manuel Fernández, neo-prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il quale, in un’intervista per La Civiltà cattolica, parlando dell’Esort. Ap. Amoris laetitia, così commentava: «Francesco ha subito inviato loro una lettera formale, confermando che il senso del capitolo VIII dell’AL è questo. Ma ha aggiunto: “Non ci sono altre interpretazioni”. Non è necessario attendersi risposte diverse dal Papa. Tanto gli orientamenti quanto la lettera del Pontefice sono stati pubblicati negli Acta Apostolicae Sedis, insieme a un rescritto che li dichiara “magistero autentico”. Di conseguenza non ci sono più dubbi, ed è chiaro che il discernimento che tiene conto dei condizionamenti o fattori attenuanti può avere conseguenze anche nella disciplina sacramentale» (Antonio Spadaro, Vita e dottrina nella fede Un dialogo con mons. Víctor Manuel Fernández, in La Civ. catt., q. 4158, 16.9.2023).

4. Per tale ragione, i Cardinali, vista la gravità dei temi affrontati dai Dubia, nonché delle materie che saranno trattate dell’imminente Sinodo sulla sinodalità, che rischia di avere effetti dirompenti sulla Chiesa e che rischia di far compiere alla stessa un percorso non dissimile da quello compiuto dalla comunità anglicana (ad es., con riferimento all’ordinazione delle donne), decidevano di dar luogo alla pubblicazione dei primi Dubia (riscontrati da Francesco l’11.7.2023) e dei secondi Dubia (rimasti privi di risposta) e ciò al fine di salvare i fedeli dalla «confusione, errore e scoraggiamento», invitandoli a pregare per la Chiesa e per la Cattedra di Pietro, «perché il Vangelo sia insegnato sempre più chiaramente e seguito sempre più fedelmente».

Un atto di responsabilità pastorale, dunque, da parte di questi porporati al fine di far comprendere ai fedeli, per un verso, che ci sono voci che gridano nel deserto della dissoluzione odierna e, per altro verso, che stiano in guardia e non si facciano disorientare dinanzi allo scoperchiarsi di un vaso di Pandora dalle conseguenze imprevedibili per la fede ed, in generale, per la vita cristiana (cfr. Roberto de Mattei, Il Sinodo sulla Sinodalità: un “vaso di Pandora” dalle conseguenze imprevedibili, in Corrispondenza romana, 20.9.2023).

Fonte – Augustinus Hipponensis


Pubblichiamo qui di seguito le domande di cinque cardinali alla Sede Apostolica su questioni cruciali dell’insegnamento cattolico. SCARICA QUI FILE IN PDF

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Notifica ai fedeli laici (can. 212 § 3)

Sui dubia sottomessi a Papa Francesco

Fratelli e sorelle in Cristo,

Noi, membri del Sacro Collegio Cardinalizio, avendo presente il dovere di tutti i fedeli “di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa” (can. 212 § 3) e, soprattutto, avendo presente la responsabilità dei Cardinali che “assistono il Romano Pontefice … come singoli … nella cura soprattutto quotidiana della Chiesa universale” (can. 349), considerate varie dichiarazioni di alcuni alti Prelati inerenti alla celebrazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, palesemente contrarie alla costante dottrina e disciplina della Chiesa, e che hanno generato e continuano a generare tra i fedeli e in altre persone di buona volontà grande confusione e la caduta in errore, abbiamo manifestato la nostra profondissima preoccupazione al Romano Pontefice. Ricorrendo alla provata prassi della sottomissione di dubia [domande] ad un superiore per fornirgli l’occasione di chiarire, attraverso i suoi responsa [risposte], la dottrina e la disciplina della Chiesa, con la nostra lettera del 10 luglio 2023 abbiamo sottomesso a Papa Francesco cinque dubia, di cui è allegata una copia. Papa Francesco ci ha risposto con lettera dell’11 luglio 2023.

Avendo studiato detta lettera, che non ha seguito la prassi dei responsa ad dubia [risposte a domande], abbiamo riformulato i dubia per suscitare una risposta chiara, basata sulla perenne dottrina e disciplina della Chiesa. Con la nostra lettera del 21 agosto 2023, noi abbiamo sottomesso al Romano Pontefice i riformulati dubia, di cui è allegata una copia. Finora non abbiamo ricevuto risposta.

Data la gravità della materia dei dubia, specialmente in vista della predetta imminente sessione del Sinodo dei Vescovi, abbiamo giudicato che è nostro dovere informare Voi fedeli (can. 212 § 3), affinché non siate soggetti a confusione, errore e scoraggiamento, invitandovi a pregare per la Chiesa universale e, in particolare, per il Romano Pontefice, perché il Vangelo sia insegnato sempre più chiaramente e seguito sempre più fedelmente.                    

Vostri in Cristo,

Walter Card. Brandmüller

Raymond Leo Card. Burke

Juan Card. Sandoval Íñiguez

Robert Card. Sarah

Joseph Card. Zen Ze-kiun

 Roma, 2 ottobre 2023

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D U B I A

1 Dubium circa l’affermazione che si debba reinterpretare la Divina Rivelazione in base ai cambiamenti culturali e antropologici in voga.

Dopo le affermazioni di alcuni vescovi, che non sono state né corrette né ritrattate,  si chiede se nella Chiesa la Divina Rivelazione debba essere reinterpretata secondo i cambiamenti culturali del nostro tempo e secondo la nuova visione antropologica che questi cambiamenti promuovono; oppure se la Divina Rivelazione sia vincolante per sempre, immutabile e quindi da non contraddire, secondo il dettato del Concilio Vaticano II, che a Dio che rivela è dovuta “l’obbedienza della fede”(Dei Verbum 5); che quanto è rivelato per la salvezza di tutti deve rimanere “per sempre integro” e vivo, e venire “trasmesso a tutte le generazioni” (7) e che il progresso della comprensione non implica alcun mutamento della verità delle cose e delle parole, perché la fede è stata “trasmessa una volta per sempre” (8), e il Magistero non è superiore alla parola di Dio, ma insegna solo ciò che è stato trasmesso (10).

2 Dubium circa l’affermazione che la diffusa pratica della benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, concorderebbe con la Rivelazione e il Magistero (CCC 2357).

Secondo la Divina Rivelazione, attestata nella Sacra Scrittura, che la Chiesa “per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone” (Dei Verbum 10): “In principio” Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò e li benedisse, perché fossero fecondi (cfr Gen 1, 27-28), per cui l’Apostolo Paolo insegna che è la conseguenza della negazione del Creatore (Rom 1, 24-32). Si chiede: può la Chiesa derogare a questo “principio”, considerandolo, in contrasto con quanto insegnato da Veritatis splendor 103, come un semplice ideale, e accettando come “bene possibile” situazioni oggettivamente peccaminose, come le unioni con persone dello stesso sesso, senza venir meno alla dottrina rivelata?

3 Dubium circa l’affermazione che la sinodalità è “dimensione costitutiva della Chiesa” (Cost. Ap. Episcopalis Communio 6), sì che la Chiesa sarebbe per sua natura sinodale.

Dato che il Sinodo dei vescovi non rappresenta il collegio episcopale, ma è un mero organo consultivo del Papa, in quanto i vescovi, come testimoni della fede, non possono delegare la loro confessione della verità, si chiede se la sinodalità può essere criterio regolativo supremo del governo permanente della Chiesa senza stravolgere il suo assetto costitutivo voluto dal suo Fondatore, per cui la suprema e piena autorità della Chiesa viene esercitata, sia dal Papa in forza del suo ufficio, sia dal collegio dei vescovi insieme col suo capo il Romano Pontefice (Lumen gentium 22).

4 Dubium circa il sostegno di pastori e teologi alla teoria che “la teologia della Chiesa è cambiata” e quindi che l’ordinazione sacerdotale possa essere conferita alle donne.

In seguito alle affermazioni di alcuni prelati, che non sono state né corrette né ritrattate, secondo cui col Vaticano II sarebbe cambiata la teologia della Chiesa e il significato della Messa, si chiede se è ancora valido il dettato del Concilio Vaticano II, che “il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale differiscono essenzialmente e non solo di grado” (Lumen Gentium 10) e che i presbiteri in virtù del “sacro potere dell’ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati” (Presbyterorum Ordinis 2), agiscono in nome e nella persona di Cristo mediatore, per mezzo del quale è reso perfetto il sacrificio spirituale dei fedeli? Si chiede, inoltre, se è ancora valido l’insegnamento della lettera apostolica di san Giovanni Paolo II Ordinatio Sacerdotalis, che insegna come verità da tenere in modo definitivo l’impossibilità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, per cui questo insegnamento non è più soggetto a cambiamento né alla libera discussione dei pastori o dei teologi.

5 Dubium circa l’affermazione “il perdono è un diritto umano” e l’insistere del Santo Padre sul dovere di assolvere tutti e sempre, per cui il pentimento non sarebbe condizione necessaria per l’assoluzione sacramentale.

Si chiede se sia ancora vigente l’insegnamento del Concilio di Trento, secondo cui, per la validità della confessione sacramentale è necessaria la contrizione del penitente, che consiste nel detestare il peccato commesso con il proposito di non peccare più (Sessione XIV, Capitolo IV: DH 1676), cosicché il sacerdote deve rimandare l’assoluzione quando sia chiaro che questa condizione non è adempiuta.

Città del Vaticano, 10 luglio 2023

Walter Card. Brandmüller

Raymond Leo Card. Burke

Juan Card. Sandoval Íñiguez

Robert Card. Sarah

Joseph Card. Zen Ze-Kiun, S.D.B.

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A Sua Santità

FRANCESCO

Sommo Pontefice

Beatissimo Padre,

Vi siamo molto grati per le risposte che ci avete gentilmente voluto offrire. Vorremmo innanzitutto chiarire che, se Vi abbiamo posto queste domande, non è per paura del dialogo con gli uomini del nostro tempo, né delle domande che potrebbero rivolgerci sul Vangelo di Cristo. Siamo infatti convinti, come Vostra Santità, che il Vangelo porti pienezza alla vita umana e offra risposta a ogni nostra domanda. La preoccupazione che ci muove è un’altra: ci preoccupa vedere che ci sono pastori che dubitano della capacità del Vangelo di trasformare i cuori degli uomini e finiscono per proporre loro non più la sana dottrina, bensì “insegnamenti secondo le loro voglie” (cf. 2 Tim 4, 3).  Ci preoccupa, inoltre, che non si comprenda che la misericordia di Dio non consiste nel coprire i nostri peccati, ma è molto più grande, in quanto ci rende capaci di rispondere al suo amore osservando i suoi comandamenti, cioè di convertirsi e credere al Vangelo (cf. Mc 1, 15).

Con la stessa sincerità con cui Voi ci avete risposto, dobbiamo aggiungere che le Vostre risposte non hanno risolto i dubbi che avevamo sollevato, ma li hanno semmai approfonditi. Ci sentiamo quindi in dovere di riproporre, riformulandole, queste domande, a Vostra Santità, che come successore di Pietro, è incaricato dal Signore di confermare i Vostri fratelli nella fede. Ciò è tanto più urgente in vista dell’imminente Sinodo, che molti vogliono utilizzare per negare la dottrina cattolica proprio sulle questioni su cui vertono i nostri dubiaVi riproponiamo quindi le nostre domande, in modo che ad esse si possa rispondere con un semplice “sì” o “no”.

1. Vostra Santità insiste sul fatto che la Chiesa può approfondire la sua comprensione del deposito della fede. Questo è effettivamente ciò che insegna Dei Verbum 8 e appartiene alla dottrina cattolica. La Vostra risposta, però, non coglie la nostra preoccupazione. Molti cristiani, compresi pastori e teologi, sostengono oggi che i cambiamenti culturali e antropologici del nostro tempo dovrebbero spingere la Chiesa a insegnare il contrario di ciò che ha sempre insegnato. Questo riguarda questioni essenziali, non secondarie, per la nostra salvezza, come la confessione di fede, le condizioni soggettive per accedere ai Sacramenti e l’osservanza della legge morale. Vogliamo quindi riformulare il nostro dubium: è possibile che la Chiesa insegni oggi dottrine contrarie a quelle che in precedenza ha insegnato in materia di fede e di morale, sia da parte del Papa ex cathedra, sia nelle definizioni di un Concilio ecumenico, sia nel magistero ordinario universale dei vescovi sparsi nel mondo (cfr. Lumen Gentium 25)?

2. Vostra Santità ha insistito sul fatto che non ci può essere confusione tra il matrimonio e altri tipi di unioni di natura sessuale e che, pertanto, qualsiasi rito o benedizione sacramentale di coppie omosessuali, che darebbero luogo a tale confusione, dovrebbero essere evitati. La nostra preoccupazione, tuttavia, è un’altra: siamo preoccupati che la benedizione di coppie omosessuali possa creare in ogni caso confusione, non solo in quanto possa farle sembrare analoghe al matrimonio, ma anche in quanto gli atti omosessuali verrebbero presentati praticamente come un bene, o almeno come il bene possibile che Dio chiede alle persone nel loro cammino verso di Lui. Riformuliamo quindi il nostro dubbio: è possibile che in alcune circostanze un pastore possa benedire unioni tra persone omosessuali, lasciando così intendere che il comportamento omosessuale in quanto tale non sarebbe contrario alla legge di Dio e al cammino della persona verso Dio? Legato a questo dubium è necessario sollevarne un altro: continua ad essere valido l’insegnamento sostenuto dal magistero ordinario universale, secondo cui ogni atto sessuale fuori del matrimonio, e in particolare gli atti omosessuali, costituisce un peccato oggettivamente grave contro la legge di Dio, indipendentemente dalle circostanze in cui si realizzi e dall’intenzione con cui si compia?

3. Voi avete insistito sul fatto che esiste una dimensione sinodale della Chiesa, in quanto tutti, compresi i fedeli laici, sono chiamati a partecipare e a far sentire la propria voce.

La nostra difficoltà, tuttavia, è un’altra: oggi si sta presentando il futuro Sinodo sulla “sinodalità” come se, in comunione con il Papa, esso rappresentasse la Suprema Autorità della Chiesa. Tuttavia, il Sinodo dei Vescovi è un organo consultivo del Papa, non rappresenta il collegio episcopale e non può dirimere le questioni in esso trattate né emanare decreti su di esse, a meno che, in casi determinati, il Romano Pontefice, cui spetta ratificare le decisioni del Sinodo, non gli abbia espressamente concesso potestà deliberativa (cf. can.343 C.I.C.). Si tratta di un punto decisivo in quanto non coinvolgere il collegio episcopale in questioni come quelle che il prossimo Sinodo intende sollevare, le quali toccano la costituzione stessa della Chiesa, andrebbe proprio contro la radice di quella sinodalità, che si afferma di voler promuovere. Ci sia permesso quindi di riformulare il nostro dubium: il Sinodo dei Vescovi che si terrà a Roma e che include solo una rappresentanza scelta di pastori e di fedeli, eserciterà, nelle questioni dottrinali o pastorali su cui sarà chiamato ad esprimersi, la Suprema Autorità della Chiesa, che spetta esclusivamente al Romano Pontefice e, una cum capite suo, al Collegio dei Vescovi (cf. can.336 C.I.C.)?

4. Nella Vostra risposta Vostra Santità ha chiarito che la decisione di San Giovanni Paolo II in Ordinatio sacerdotalis è da tenersi in modo definitivo, e ha giustamente aggiunto che è necessario comprendere il sacerdozio, non in termini di potere, ma in termini di servizio, per capire rettamente la decisione di nostro Signore di riservare gli ordini sacri soltanto agli uomini. D’altra parte, nell’ultimo punto della Vostra risposta ha aggiunto che la questione può ancora essere approfondita. Siamo preoccupati che qualcuno possa interpretare quest’affermazione nel senso che la questione non è ancora stata decisa in modo definitivo. Infatti, San Giovanni Paolo II afferma in Ordinatio sacerdotalis che questa dottrina è stata insegnata infallibilmente dal magistero ordinario e universale, e quindi che appartiene al deposito della fede. Questa è stata la risposta della Congregazione per la Dottrina della Fede ad un dubium sollevato riguardo alla lettera apostolica, e questa risposta fu approvata dallo stesso Giovanni Paolo II. Dobbiamo quindi riformulare il nostro dubium: la Chiesa potrebbe in futuro avere la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, contraddicendo così che la riserva esclusiva di questo sacramento ai battezzati di sesso maschile appartenga alla sostanza stessa del Sacramento dell’Ordine, che la Chiesa non può cambiare?

5. Infine, Vostra Santità ha confermato l’insegnamento del Concilio di Trento secondo cui la validità dell’assoluzione sacramentale richiede il pentimento del peccatore, che include il proposito di non peccare di nuovo. E ci ha invitato a non dubitare dell’infinita misericordia di Dio. Vorremo ribadire che la nostra domanda non scaturisce dal dubbio sulla grandezza della misericordia di Dio, ma al contrario, nasce dalla nostra consapevolezza che questa misericordia è così grande da renderci capaci di convertirci a Lui, di confessare la nostra colpa e di vivere come Lui ci ha insegnato. A sua volta, qualcuno potrebbe interpretare la Vostra risposta come se il solo fatto di avvicinarsi alla confessione sia una condizione sufficiente per ricevere l’assoluzione, in quanto potrebbe includere implicitamente la confessione dei peccati e il pentimento. Vorremo quindi riformulare il nostro dubium: può ricevere validamente l’assoluzione sacramentale un penitente che, pur ammettendo un peccato, si rifiutasse di fare, in qualunque modo, il proposito di non commetterlo di nuovo?

Città del Vaticano, 22 luglio 2023

Walter Card. Brandmüller

Raymond Leo Card. Burke

Juan Card. Sandoval Íñiguez

Robert Card. Sarah

Joseph Card. Zen Ze-kiun


La risposta di Francesco ai Dubia del 10 luglio 2023

http://www.scuolaecclesiamater.org/2023/10/la-risposta-di-francesco-ai-dubia-del.html

A seguito della pubblicazione dei Dubia dei cardinali, come preannunciato questa mattina da La Vida Nueva, il Dicastero della Fede pubblicava il contenuto della lettera dell’11.7.2023 (vqui). Per chiarezza ed al fine di evitare equivoci, si pubblica per intero la lettera di Francesco, di riscontro alla missiva dei Dubia del 10.7.2023, rimanendo tuttora priva di risposta la successiva lettera del 22.7-21.8.2023 contenente la riformazione dei Dubia.

Vaticano, Santa Marta, 11 luglio 2023

Eminentissimi Sig.ri Cardinali

Walter BRANDMÜLLER

Raymond Leo BURKE

Cari fratelli,

Vi scrivo in riferimento alla vostra lettera del 10 luglio scorso. In essa avete voluto portare alla mia attenzione alcuni dubbi, che secondo voi sono in qualche misura legati al processo avviato in vista del prossimo Sinodo dei Vescovi sul tema della Sinodalità.

A questo proposito, vorrei condividere alcuni aspetti molto importanti con

voi. Con il prossimo Sinodo, ho fortemente voluto attuare un processo che coinvolga la partecipazione di una parte veramente significativa di tutto il popolo di Dio.

In questo cammino, con l’aiuto e l’ispirazione dello Spirito Santo, abbiamo potuto raccogliere “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” e abbiamo potuto, ancora una volta, sperimentare che queste gioie, queste speranze, queste tristezze e angosce “sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. (Gaudium et spes, 1).

Proprio per rispondere pienamente a ciò, questo processo – che durerà fino all’ottobre 2024 – ha raccolto anche domande e consultazioni sulla struttura (partecipazione e comunione) e sulla missione della Chiesa nel tempo in cui ci capita di vivere.

Con grande sincerità, vi dico che non è molto bello avere paura di queste domande e di questi interrogativi. Il Signore Gesù, che ha promesso a Pietro e ai suoi successori un’assistenza indefettibile nel compito di prendersi cura del popolo santo di Dio, ci aiuterà, anche grazie a questo Sinodo, a essere sempre più in costante dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo e in totale fedeltà al Santo Vangelo.

Tuttavia, anche se non ritengo sempre saggio rispondere alle domande

rivolte direttamente a me (perché sarebbe impossibile rispondere a tutte), in questo caso credo sia opportuno farlo per la vicinanza del Sinodo.

In particolare:

Domanda 1

a) La risposta dipende dal significato che voi date alla parola “reinterpretare”. Se si intende “interpretare meglio” l’espressione è valida. In questo senso il Concilio Vaticano II ha affermato che è necessario che attraverso il lavoro degli esegeti – aggiungo io dei teologi – “maturi il giudizio della Chiesa” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 12).

b) Pertanto, se è vero che la Rivelazione divina è immutabile e sempre vincolante, la Chiesa deve essere umile e riconoscere che non esaurisce mai la sua insondabile ricchezza e ha bisogno di crescere nella sua comprensione.

c) matura quindi anche nella comprensione di ciò che essa stessa ha affermato nel suo Magistero.

d) I cambiamenti culturali e le nuove sfide della storia non modificano la Rivelazione, ma possono stimolarci a rendere più espliciti alcuni aspetti della sua straripante ricchezza, che offre sempre di più.

e) È inevitabile che questo possa portare a una migliore espressione di alcune affermazioni passate del Magistero, e in effetti è stato così nel corso della storia.

f) D’altra parte, è vero che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma è anche vero che sia i testi della Scrittura sia le testimonianze della Tradizione hanno bisogno di un’interpretazione che permetta di distinguere la loro sostanza perenne dai condizionamenti culturali. Ciò è evidente, ad esempio, nei testi biblici (come Es 21,20-21) e in alcuni interventi magisteriali che tolleravano la schiavitù (cfr. Niccolò V, Bolla Dum Diversas, 1452). Non si tratta di una questione secondaria, data la sua intima connessione con la verità perenne della inalienabile dignità della persona umana. Questi testi hanno bisogno di essere interpretati. Lo stesso vale per alcune considerazioni neotestamentarie sulla donna (1 Cor 11, 3-10; 1 Tim 2,11-14) e per altri testi della Scrittura e testimonianze della Tradizione che oggi non possono essere materialmente ripetute.

g) È importante sottolineare che ciò che non può cambiare è ciò che è stato rivelato “per la salvezza di tutti” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 7). La Chiesa deve quindi discernere costantemente tra ciò che è essenziale per la salvezza e ciò che è secondario o meno direttamente collegato a questo obiettivo. A questo proposito, vorrei ricordare quanto affermato da San Tommaso d’Aquino: “quanto più si scende al particolare, tanto più aumenta l’indeterminatezza” (Summa Theologiae I-II, q. 94, art. 4).

h) Infine, una singola formulazione di una verità non può mai essere adeguatamente compresa se si trova da sola, isolata dal contesto ricco e armonioso dell’intera Rivelazione. La “gerarchia delle verità” implica anche la collocazione di ogni verità in una giusta connessione con le verità più centrali e con la totalità dell’insegnamento della Chiesa. Questo può portare, in ultima analisi, a diversi modi di esporre la stessa dottrina, anche se “a quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo” (Evangeli Gaudium, 40). Ogni linea teologica ha i suoi rischi, ma anche le sue opportunità.

Domanda 2

a) La Chiesa ha una concezione molto chiara del matrimonio: un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta alla generazione di figli. Solo una tale unione la chiama “matrimonio”. Altre forme di unione lo fanno solo “in modo parziale e analogo” (Amoris laetitia 292), per questo non possono essere chiamate “matrimonio” in senso stretto.

b) Non è solo una questione di nomi, ma la realtà che chiamiamo matrimonio ha una costituzione essenziale unica che richiede un nome esclusivo, non applicabile ad altre realtà. È certamente molto più di un semplice “ideale”.

c) Per questo motivo la Chiesa evita qualsiasi tipo di rito o di sacramentale che possa contraddire questa convinzione, facendo capire che qualcosa che non è un matrimonio sia riconosciuto come tale.

d) Nei rapporti con le persone, tuttavia, non dobbiamo perdere la carità pastorale che deve permeare tutte le nostre decisioni e i nostri atteggiamenti. La difesa della verità oggettiva non è l’unica espressione di questa carità, che è fatta anche di gentilezza, pazienza, comprensione, tenerezza e incoraggiamento. Non possiamo quindi diventare giudici che si limitano a negare, respingere, escludere.

e) La prudenza pastorale deve quindi discernere adeguatamente se esistono forme di benedizione, richieste da una o più persone, che non trasmettano una concezione errata del matrimonio. Giacché infatti, quando si chiede una benedizione, è una richiesta di aiuto a Dio, una supplica per un modo migliore di vivere, una fiducia in un Padre che può aiutarci a vivere meglio.

f) D’altra parte, anche se ci sono situazioni che da un punto di vista oggettivo non sono moralmente accettabili, la stessa carità pastorale esige che non si trattino semplicemente come “peccatori” altre persone la cui colpa o responsabilità può essere attenuata da vari fattori che influenzano l’imputabilità soggettiva (cfr. San Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 17).

g) Le decisioni che, in determinate circostanze, possono rientrare nella prudenza pastorale, non devono necessariamente diventare una norma. In altre parole, non è opportuno che una Diocesi, una Conferenza Episcopale o qualsiasi altra struttura ecclesiale autorizzi costantemente e ufficialmente procedure o regole per ogni tipo di questione, poiché tutto ciò che “fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma” giacché questo “darebbe luogo a una casistica insopportabile” (Amoris laetitia 304). Il Diritto Canonico non deve e non può coprire tutto, né le Conferenze episcopali possono pretendere di farlo con i loro vari documenti e protocolli, perché la vita della Chiesa e la vita della Chiesa percorre molti canali oltre a quelli normativi.

Domanda 3

a) Pur riconoscendo che la suprema e piena autorità della Chiesa è esercitata o dal Papa in virtù del suo ufficio o dal collegio episcopale insieme al suo capo, il Romano Pontefice (cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22), tuttavia con questi dubia voi stessi manifestate il vostro bisogno di partecipare, di dare liberamente il vostro parere e di collaborare, e quindi rivendicate una qualche forma di “sinodalità” nell’esercizio del mio ministero.

b) La Chiesa è un “mistero di comunione missionaria”, ma questa comunione non è solo affettiva o eterea, ma implica necessariamente una partecipazione reale: che non solo la gerarchia, ma tutto il popolo di Dio, in modi e a livelli diversi, possa far sentire la propria voce e sentirsi parte del cammino della Chiesa. In questo senso possiamo effettivamente dire che la sinodalità, come stile e dinamismo, è una dimensione essenziale della vita della Chiesa. Su questo punto, San Giovanni Paolo II ha detto cose molto belle nella Novo Millennio Ineunte.

c) Altra cosa è sacralizzare o imporre una particolare metodologia sinodale che piace a un gruppo, per farne la norma e il canale obbligato per tutti, perché questo porterebbe solo a “congelare” il cammino sinodale, ignorando le diverse caratteristiche delle varie Chiese particolari e la variegata ricchezza della Chiesa universale.

Domanda 4

a) “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale differiscono essenzialmente” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen Gentium, 10). Non è conveniente sostenere una differenza di grado che implichi considerare il sacerdozio comune dei fedeli come qualcosa di “seconda categoria” o di valore inferiore (“un grado inferiore”). Entrambe le forme di sacerdozio si illuminano e si sostengono a vicenda.

b) Quando San Giovanni Paolo II ha insegnato che l’impossibilità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne deve essere affermata “definitivamente”, non stava in alcun modo denigrando le donne e dando il potere supremo agli uomini. San Giovanni Paolo II ha affermato anche altre cose. Ad esempio, che quando parliamo di potere sacerdotale “siamo nell’ambito della funzione, non della dignità o della santità” (San Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 51). Sono parole che non abbiamo recepito a sufficienza. Egli ha anche sostenuto chiaramente che, mentre il sacerdote presiede da solo l’Eucaristia, i compiti “non danno àdito alla superiorità degli uni sugli altri”; (San Giovanni Paolo I, Christifideles laici, nota 190; cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, V). Ha anche affermato che se la funzione sacerdotale è “gerarchica”, non deve essere intesa come una forma di dominio, “è tuttavia totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo.” (San Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 27). Se non si comprende questo e non si traggono le conseguenze pratiche di queste distinzioni, sarà difficile accettare che il sacerdozio sia riservato ai soli uomini e non si potranno riconoscere i diritti delle donne o la necessità che esse partecipino, in vari modi, alla guida della Chiesa.

c) D’altra parte, per essere rigorosi, riconosciamo che una dottrina chiara e autorevole sulla natura esatta di una “dichiarazione definitiva” non è ancora stata sviluppata in modo esaustivo. Non è una definizione dogmatica, eppure deve essere rispettata da tutti. Nessuno può contraddirla pubblicamente, eppure può essere oggetto di studio, come nel caso della validità delle ordinazioni nella Comunione anglicana.

Domanda 5

a) Il pentimento è necessario per la validità dell’assoluzione sacramentale e implica il proposito di non peccare. Ma qui non c’è matematica, e ancora una volta devo ricordarvi che il confessionale non è una dogana. Non siamo padroni, ma umili amministratori dei Sacramenti che nutrono i fedeli, perché questi doni del Signore, più che reliquie da custodire, sono aiuti dello Spirito Santo per la vita delle persone.

b) Ci sono molti modi di esprimere il pentimento. Spesso, nelle persone con un’autostima gravemente ferita, dichiararsi colpevoli è una tortura crudele, ma l’atto stesso di avvicinarsi alla confessione è un’espressione simbolica del pentimento e della ricerca dell’aiuto divino.

c) Vorrei anche ricordare che “a volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio” (Amoris laetitia 311), ma dobbiamo imparare a farlo. Seguendo San Giovanni Paolo II, sostengo che non dobbiamo pretendere dai fedeli risoluzioni di emendamento troppo precise e sicure, che alla fine finiscono per essere astratte o addirittura egolatriche, ma che anche la prevedibilità di una nuova caduta “non pregiudica l’autenticità del proposito” (San Giovanni Paolo II, Lettera al cardinale William W. Baum e ai partecipanti al corso annuale della Penitenzieria Apostolica, 22 marzo 1996, 5).

d) Infine, deve essere chiaro che tutte le condizioni solitamente legate alla confessione non sono generalmente applicabili quando la persona si trova in una situazione di agonia o con capacità mentali e psichiche molto limitate.

Cari fratelli,

Credo che queste risposte saranno in grado di soddisfare le vostre domande.

Non dimenticate di pregare per me. Io lo faccio per voi.

Fraternamente,

Francesco


“Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.”
(Giovanni Paolo II – Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis – 22.5.1994)
Nel 1995, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, rispose in modo netto al dubium sul sacerdozio femminile. La domanda chiedeva se l’insegnamento della Chiesa sul rifiuto dell’ordinazione femminile dovesse essere considerato definitivo. Il cardinale Ratzinger – che dieci anni dopo sarebbe diventato Papa Benedetto XVI – rispose affermativamente.

Papa Francesco aveva già chiarito che il tema del sacerdozio femminile è fuori discussione. A una domanda della giornalista brasiliana Anna Ferreira, sul volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Rio 28 luglio 2013, il Papa aveva espressamente detto che «con riferimento all’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e dice: “No”. L’ha detto Giovanni Paolo II, ma con una formulazione definitiva. Quella è chiusa, quella porta…».

… cosa fa ora papa Francesco?? si rimangia quanto aveva affermato??

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Dubia durante il pontificato di Benedetto XVI

Nel 2012, durante il pontificato di Benedetto XVI, è stato proposto un dubium sulla possibilità per i sacerdoti di unirsi ai diaconi per rinnovare i voti sacerdotali durante la Messa crismale. A tale dubium, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha risposto negativamente, spiegando che “il Concilio Ecumenico Vaticano II, quando parla di diaconi, li distingue dai presbiteri e ne specifica la natura. Nella Messa crismale, quindi, solo i sacerdoti sono chiamati a rinnovare le loro promesse sacerdotali, poiché partecipano insieme al vescovo allo stesso sacerdozio e ministero di Cristo”.

Quattro anni prima, nel 2008 e quindi ancora durante il pontificato di Benedetto XVI, la Congregazione per la Dottrina della Fede era intervenuta su un dubium riguardante la celebrazione del Battesimo. Le domande erano due. La prima recitava: “Se il battesimo conferito con le formule “Ti battezzo nel nome del Creatore, del Redentore e del Santificatore” e “Ti battezzo nel nome del Creatore, del Liberatore e del Sostenitore” è valido?”; la seconda chiedeva: “Le persone che sono state battezzate con queste formule devono essere battezzate in forma assoluta?”. Le risposte sono state negativa per il primo caso e affermativa per il secondo.

Dubia sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Paolo VI

Anche durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II non sono mancati i dubia e le relative risposte. Nel 2001, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti si trovò di fronte a un dubium espresso sulle disposizioni riguardanti la celebrazione del sacramento della Penitenza, con particolare riferimento alla possibilità di confessarsi durante la celebrazione della Messa. 

“La celebrazione del sacramento della Penitenza”, ha spiegato la Congregazione, “è uno dei ministeri propri del sacerdote. È chiaro che è lecito confessarsi durante la celebrazione della Messa. Se si svolge una concelebrazione, è fortemente richiesto che alcuni sacerdoti si astengano dal concelebrare per essere a disposizione dei fedeli che desiderano accostarsi al sacramento della Penitenza”.

Nel 1995, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, rispose in modo netto al dubium sul sacerdozio femminile. La domanda chiedeva se l’insegnamento della Chiesa sul rifiuto dell’ordinazione femminile dovesse essere considerato definitivo. Il cardinale Ratzinger – che dieci anni dopo sarebbe diventato Papa Benedetto XVI – rispose affermativamente.

Durante il pontificato di Paolo VI, nel 1971 – pochi anni dopo la fine della celebrazione del Concilio Vaticano II – fu proposto un dubium sulla possibilità o meno che anche i laici potessero tenere l’omelia. La risposta fu, ovviamente, negativa.

Infine, nel 1965, fu presentato un dubium sulla preghiera dei fedeli, se fosse o meno obbligatoria durante la celebrazione della Messa nei giorni feriali. La risposta fu che la preghiera dei fedeli nelle celebrazioni feriali non è obbligatoria.

  • Se ciò ch’è stato definito definitive tenendum può esser oggetto di discussione e quindi di mutamento a cosa si riducono i dogmi e le verità imposte a credere dalla Chiesa nel suo magistero solenne o ordinario infallibile? In tutte le risposte io noto il dire e non dire, amare contraddizioni, argomentazioni fumose, insomma una gran confusione che sempre più erode la Verità.” (Dante Pastorelli)

Altra citazione (Andrea Sandri):

  • Ma quando Francesco dice che la questione delle ordinazioni delle donne deve essere studiata «come nel caso della validità delle ordinazioni nella Comunione anglicana». Intende
    1) Le ordinazioni anglicane prima del 1896 (maschili senza tocco);
    2) Le ordinazioni anglicane tra il 1896 e il 1992 (maschili con tocco);
    3) Le ordinazioni anglicane dal 1992 in poi (maschili e femminili con tocco limitato ai maschi rigidi)?
    Se intende 3), si tratta di un modo di assorbire il problema iniziale (ordinare le donne?) nella novazione del concetto di ordinazione (come ordinare validamente TUTTE?).
  • non è un caso che su questa questione, Francesco, ignora completamente il documento di Benedetto XVI Anglicanorum Coetibus (Costituzione apostolica, mica una catechesi) nel quale aveva già chiarito DEFINITIVAMENTE ogni questione 😉


Il Sinodo, i “dubia” e il Papa che verrà

di Roberto de Mattei da Corrispondenza Romana del 4 ottobre 2023

Il 4 ottobre, solennità di san Francesco di Assisi, si è aperta la XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla “sinodalità”. Molte dichiarazioni e polemiche di opposto segno hanno preceduto e stanno accompagnando l’evento.  Il 2 ottobre, di fronte alla «varie dichiarazioni di alcuni alti Prelati (…) palesemente contrarie alla costante dottrina e disciplina della Chiesa, e che hanno generato e continuano a generare tra i fedeli e in altre persone di buona volontà grande confusione e la caduta in errore», cinque cardinali hanno reso noto di aver manifestato la loro «profondissima preoccupazione al Romano Pontefice», sottomettendo a papa Francesco cinque dubia su alcune questioni concernenti l’interpretazione della Divina Rivelazione, la benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, la sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa, l’ordinazione sacerdotale delle donne e il pentimento come condizione necessaria per l’assoluzione sacramentale (qui).

I cinque cardinali sono il tedesco Walter Brandmüller, lo statunitense Raymond Leo Burke, il messicano Juan Sandoval Íñiguez, il guineano Robert Sarah, il cinese Joseph Zen Ze-kiun, i quali si dicono a loro volta certi che anche lo scomparso cardinale George Pell «condivideva questi ‘dubia’ e sarebbe stato il primo a sottoscriverli».

Lo stesso 2 ottobre, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato una risposta di papa Francesco ai dubia, che però, come gli stessi dubia, era antecedente alla pubblicazione (qui).  

Il 10 luglio 2023 i cinque cardinali hanno infatti consegnato i loro dubia al Papa e al prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede. Il giorno successivo, 11 luglio, Francesco ha risposto con una lettera in sette pagine, in lingua spagnola. La risposta è stata giudicata insoddisfacente dai cinque cardinali che il 21 agosto hanno riformulato i loro dubia, in maniera tale che ad essi il Papa dovesse rispondere con un “sì” o con un “no”, «per suscitare una risposta chiara, basata sulla perenne dottrina e disciplina della Chiesa». Non avendo ricevuto risposta, il 2 ottobre i cinque cardinali hanno deciso di rendere pubblici i loro dubia.

La cronologia degli eventi ha tuttavia un’importanza secondaria. Il dato di fatto è che, secondo Francesco, la sua lettera dell’11 luglio vuole rispondere anche ai nuovi dubia del 21 agosto. La riposta del Papa, però, suscita interrogativi ancora maggiori di quelli che hanno provocato i dubia dei cardinali. Il Papa, infatti, utilizza l’espediente dialettico usato nell’Amoris laetitia, per contraddire, o quanto meno indebolire, attraverso il caso concreto, la regola generale della fede. Un esempio è dato da uno dei punti più controversi, quello delle benedizioni alle coppie omosessuali. Il Papa prima sembra confermare la dottrina tradizionale, ma poi aggiunge che, in «determinate circostanze», sarebbe lasciata al discernimento dei sacerdoti la possibilità di derogare la norma. Così almeno il suo linguaggio ambivalente è stato interpretato, senza smentite, dalla stampa internazionale.

Alla vigilia dell’apertura del Sinodo, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha risposto in termini analoghi all’arcivescovo emerito di Praga, Dominik Duka, che, a nome della Conferenza episcopale ceca, ha posto dieci domande riguardanti l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Il Dicastero ha risposto che il Papa «permette in certi casi, dopo un adeguato discernimento», la possibilità per i divorziati risposati di accedere ai sacramenti, anche senza rimanere casti, affermando che questa indicazione deve essere considerata «magistero ordinario della Chiesa» (qui).

Di fronte a questa situazione, qualcuno ha osservato che la presentazione dei dubia è utile quando permette al Papa di ribadire in maniera chiara la dottrina cattolica, ma non quando ha come risultato quello di aumentare la confusione tra i fedeli. Qualcun altro ha obiettato che cinque cardinali, su 242, quanti ne conta oggi il Collegio cardinalizio, rappresentano una minoranza insignificante. Inoltre nessuno dei cinque cardinali occupa posti di responsabilità in Curia o nelle diocesi e per di più tre di essi sono ultra novantenni. D’altra parte, tutti devono ammettere che i dubia sono ragionevoli, ben costruiti e soprattutto coerenti con il Magistero perenne della Chiesa. La loro importanza sta in ciò che manifestano: l’esistenza di un forte disagio di fronte al processo rivoluzionario che sta aggredendo la Chiesa.

C’è chi ha rilevato che il modello dei dubia non è la più alta forma di dissenso che si possa lecitamente avere verso le autorità ecclesiastiche. La Correctio filialis del 16 luglio 2017 (http://www.correctiofilialis.org/it/ ) ha rappresentato l’espressione più forte di resistenza a papa Francesco, all’interno di ciò che permette il diritto canonico. Tuttavia malgrado il grande impatto avuto dalla Correctio filialis, la forza dei dubia è ben più rilevante, perché gli autori non sono teologi o studiosi, ma cardinali di Santa Romana Chiesa, diretti collaboratori del Papa, che hanno tra i loro compiti quello, altissimo, di eleggere il Vicario di Cristo. Nessuna voce poteva dunque esprimersi in maniera più autorevole. Va aggiunto, inoltre, che il cardinale  Gerhard Ludwig Müller, ex prefetto della Dottrina della Fede, invitato da papa Francesco a partecipare al Sinodo, pur non essendo uno dei firmatari del documento, lo ha pubblicamente approvato (qui). Né può escludersi che altri cardinali o vescovi possano nei prossimi giorni o settimane esprimere la loro adesione visto che, come ha affermato il cardinale Burke nel suo discorso del 3 ottobre al convegno della Nuova Bussola,  «molti fratelli dell’episcopato e anche del Collegio cardinalizio sostengono questa iniziativa, anche se non sono nella lista ufficiale dei firmatari» (qui).

Va anche sottolineato che Francesco non ha trattato i cinque cardinali da ribelli od eretici, ma ha mostrato di prendere sul serio i loro quesiti. Nella risposta alla terza domanda dei cardinali, Francesco si rivolge ad essi, affermando, con una punta di ironia: «Con queste domande stesse manifestate il vostro bisogno di partecipare, di esprimere liberamente il vostro parere e di collaborare, chiedendo così una forma di “sinodalità” nell’esercizio del mio ministero». E’ evidente che nella prospettiva “politica” di papa Francesco c’è l’idea di trasformare il Sinodo in un “parlamento” della chiesa, con partiti e correnti che si affrontano dialetticamente, ma è anche vero, che nessuna censura potrà essere esercitata a questo punto contro chi esprima pubblicamente la propria fedeltà alla dottrina di sempre.

C’è, ancora, chi, nel campo tradizionalista, critica i cardinali, per non avere essi esplicitamente affermato che le deviazioni del Sinodo sono una conseguenza degli errori del Concilio Vaticano II. Naturalmente è vero che il gruppo di lavoro che ha coadiuvato i cardinali, soprattutto nella diffusione del documento è formato da ecclesiastici e laici seguaci della cosiddetta “ermeneutica della continuità”. I dubia non esprimono però questa linea, storicamente fallita e incapace di aggregare attorno a sé un’autentica resistenza al processo di autodemolizione della Chiesa e possono essere condivisi da un ampio schieramento che comprende, non solo tradizionalisti e conservatori, ma anche ogni cattolico che giudica le vicende della Chiesa alla luce della vera fede e della sana ragione.

D’altra parte, in questo momento di confusione ogni esercito schiera le sue truppe e ogni reggimento alza le sue bandiere. Non è un caso che lo stesso giorno in cui i cardinali hanno pubblicato la loro “Notifica”, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò abbia pubblicato un discorso in cui esprime le sue convinzioni sull’invalidità dell’elezione di Papa Francesco per “vizio di consenso”. Francesco, secondo mons. Viganò, avrebbe ottenuto l’elezione con il dolo, prefiggendosi di fare «l’esatto contrario di ciò che Gesù Cristo ha dato mandato a San Pietro e ai suoi Successori di fare: confermare i fedeli nella Fede» (qui).

Tra chi ritiene che Francesco sia il legittimo Papa, seppure indegno, e chi lo considera un usurpatore, eletto con l’intento di distruggere la Chiesa, c’è un discrimine che non è solo di linguaggio, ma di contenuto. In quest’ora di profonda afflizione per la Chiesa esiste un fossato, tra chi considera Francesco un “antipapa” e chi prega, come noi facciamo, affinché il Signore «non tradat eum in ánimam inimicórum éius». A Roma intanto, come scrive Guido Horst sul Tagespost (qui), la domanda principale che si pongono i vescovi, gli arcivescovi e i cardinali riuniti, non riguarda i temi in discussione nel Sinodo, ma  è un’altra: “Chi sarà il prossimo Papa”?


Leggiamo dal sito personale del cardinale Zen.

Ci pare una risposta veramente dura alla risposta del Papa ai Dubia (vedi sopra).

Da leggere tutto.

E con lui card. Müller scrive a mons. Duka (QUI): «Fernández va contro la dottrina cattolica, e con lui c’è il papa»

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ANALISI DELLE RISPOSTE DATE AI 5 DUBIA COME ORIGINARIAMENTE FORMULATI

I cinque Cardinali dei 5 Dubia non hanno pubblicato le risposte del Papa l’11 luglio ai 5 Dubia presentati il 10 luglio 2023, perché queste non sono precise risposte e non hanno risolto i dubbi. Adesso, dal momento che la Santa Sede le ha pubblicate, mi sembra conveniente che rispondiamo a quelle risposte, cosicché i fedeli capiscano perché noi cinque non le abbiamo trovate adeguate come risposte. Data la strettezza del tempo, non ho consultato gli altri quattro Cardinali e perciò di questa iniziativa sono solo io personalmente responsabile.

Premessa

Non è presunzione mettere in discussione le risposte del Papa? No.

1. Nessun cattolico maturo crederà che «chiunque contraddice il Santo Padre è eretico e scismatico», come ha affermato l’eminentissimo Fernandez. Difatti il nostro Santo Padre è meravigliosamente umile nel riconoscere gli errori, suoi e di coloro che lo hanno preceduto nella Chiesa (come, per esempio, ha fatto il viaggio fino in Canada ed ha impiegato sei giorni a dire il «mea culpa» per le cosiddette crudeltà commesse molti anni fa contro i giovani aborigeni nelle scuole residenziali).

2. Nel caso presente, mi viene il fondato dubbio che quelle risposte non vengano dalla penna del Sommo Pontefice, dal momento che posso questa volta citare in mio favore quello che l’Eminentissimo Fernandez ha detto di un documento firmato con l’autorità del Papa: «io non ci fiuto l’odore del Papa». Difatti, l’incredibile prontezza delle risposte (11 luglio), specialmente in contrasto al caso degli altri famosi 5 Dubia del 2016 semplicemente ignorati, fa sospettare che queste risposte fanno parte dell’arsenale che gli organizzatori del Sinodo, probabilmente con l’aiuto dell’Eminentissimo, avevano già preparato per rispondere ai disturbatori della loro agenda.

3. Del resto, in quello che dirò, mi dico consenziente col Papa su gran parte di quello che dice, solo che le sue risposte non sono state precise risposte ai nostri Dubia, anzi qualche volta li confermano. Veniamo all’analisi.

Analisi della risposta al primo Dubium.

Posso essere d’accordo con i paragrafi (a) (b) (c) (d) (e) dove si parla di progresso, di migliore comprensione, di migliore espressione, di migliore interpretazione, di più espliciti alcuni aspetti, di più maturo giudizio…

Tutto questo va bene, ma non al punto di negare ciò che è stato affermato prima dal Magistero. Il Santo John Henry Newman ha giustamente detto che lo sviluppo della dottrina della Chiesa è sempre omogeneo. Su questo ha scritto tutto un libro.

I paragrafi (f) (g) (h) sono più complicati.

Paragrafo (f)

Il caso degli schiavi. La schiavitù faceva parte essenziale dell’ordine della società, perfino i più rispettati filosofi, come Platone e Aristotele, riconoscevano che gli uomini sono divisi in tre categorie: filosofi, soldati e schiavi. L’incipiente comunità cristiana non poteva neanche pensare di poter cambiare tutto questo. Ma la Lettera di San Paolo a Filemone fa vedere come la concezione dell’uomo figlio di Dio cominciava già a cambiare radicalmente la relazione tra il padrone e lo schiavo e finirà per mettere in discussione l’istituzione stessa della schiavitù.

Il caso della donna. Quando si capisce come siano preziosi il carisma petrino e quello mariano, che sono due compiti diversi, ma non c’è questione di diversa dignità (a questo proposito, pensate come sia grande il potere della mamma per il suo preponderante peso nella educazione delle giovani vite. Anche quando queste diventano re e regine, credono loro dovere di onorare la regina madre).

Paragrafo (g)

La frase «per la salvezza di tutti» non si riferisce a una parte della rivelazione, ma a tutta la rivelazione, i cui contenuti formano, sì, una gerarchia di valori, ma in un insieme armonioso e non è permesso opporre gli uni contro gli altri.

Paragrafo (h)

Dove, invece, nel paragrafo (h) si parla della teologia e dei suoi «rischi» come tranquillamente accettabili, mi viene da domandare: l’autorità della Chiesa non ha il dovere di difendere i fedeli semplici dai rischi che possono minacciare la purezza della fede?

Analisi della risposta al secondo Dubium.

I paragrafi (a) (b) (c) hanno riaffermato l’unica concezione vera del matrimonio che, del resto, nessun cattolico mai ha osato negare. Ma ci lascia sbalorditi la frase del paragrafo (a), che cita da «Amoris laetitia»: «Altre forme di unione lo fanno solo in modo parziale e analogo» !?

Ugualmente ci fa difficoltà la frase del paragrafo (a) dove permette certe forme di benedizione delle unioni omosessuali. Tale unione non implica attività sessuali tra persone dello stesso sesso, che sono chiaramente peccaminose, come peccaminosa è qualunque attività sessuale fuori del matrimonio legittimo?

Riguardo la nostra attitudine generale verso gli omosessuali, i paragrafi (e) (f) sono tendenziosi nell’opporre la comprensione e tenerezza alla sola difesa della verità oggettiva, al solo negare, respingere ed escludere, al trattare gli omosessuali solo come peccatori. Difatti noi siamo convinti che con la comprensione e tenerezza dobbiamo pure presentare a loro la verità oggettiva che l’attività omosessuale è peccato, è contraria al piano d’amore di Dio. Dobbiamo pure incoraggiarli ad una metanoia nella Chiesa e fidare nell’aiuto di Dio per portare la loro pesante croce sulla via verso la felicità eterna.

Il paragrafo (g)

Questo paragrafo (g) è pastoralmente insostenibile. Come può la Chiesa, in una materia così importante, lasciare il popolo senza una norma chiara e fidarsi del discernimento individuale? Non è così che scoppierà un caos di casistica pericolosissima per le anime?

Analisi della risposta al terzo Dubium.

L’originale Dubium parte dal fatto che il presente Sinodo, che non è costituito da tutto il collegio dei vescovi, sembra voglia dirimere questioni che solo un Concilio ecumenico col Papa ha diritto di decidere. Questo sarebbe sbagliato.

Il paragrafo (a) della risposta sembra invece partire dalla sinodalità intesa semplicemente come un parlare e camminare insieme nella Chiesa. In questo senso, il fatto che dei Cardinali abbiano presentato dei Dubia al Papa conferma che essi sono d’accordo su questo principio della sinodalità. Il paragrafo (b) continua a sviluppare il concetto suesposto e dice che «tutto il popolo di Dio partecipa alla missione in modi e a livelli diversi». Ecco, è importante non dimenticare «in modi e a livelli diversi». Difatti, i documenti del Sinodo ad un certo punto riconoscono pure la differenza tra «making decisions» e «taking decisions» (cioè, la differenza tra partecipare nel processo in vista di una decisione e l’atto stesso della decisione). Ma i medesimi documenti suggeriscono anche che la gerarchia debba, non solo «sentire», ma «ascoltare», obbedire alla voce del popolo, cioè ai laici, capovolgendo la piramide della costituzione gerarchica della Chiesa fondata da Gesù sugli apostoli.

Analisi della risposta al quarto Dubium.

Riguardo al sacerdozio ministeriale il Concilio Vaticano II dice che è differente dal sacerdozio comune «non solo di grado, ma essenzialmente», dunque, anche di grado. Con l’ordinazione sacramentale il ministro agisce in persona Christi, partecipa al sacerdozio di Cristo in un grado superiore. Con ciò però si parla della funzione e non della dignità o santità o qualunque altra superiorità delle persone, come pure il Papa è d’accordo, citando dalla Christifideles laici.

Nel paragrafo (c) riconosce che l’esclusivo conferimento del sacerdozio ministeriale ai maschi non è un dogma, ma una dichiarazione definitiva, chiara e autorevole, che deve essere rispettata da tutti. Ma la risposta lascia una coda: «eppure può essere soggetto di studio, come nel caso della validità delle ordinazioni nella Comunità Anglicana». Dunque, nonostante la dichiarazione definitiva, si potrà ancora discutere ad infinitum?! Tra l’altro, il paragone qui usato non è adeguato, perché la validità delle ordinazioni nella Comunità Anglicana è un problema storico, mentre il nostro caso è di natura teologica.

Analisi della risposta al quinto Dubium.

Paragrafo (a)

Proprio perché noi siamo amministratori e non padroni dei Sacramenti, dobbiamo seguire le regole, assicurarci del pentimento e della risoluzione. Perché facendo questo facciamo diventare la confessione «una dogana»?!

Paragrafo (b)

Il confessore non deve umiliare il penitente, ma il penitente deve essere umile, deve sapere che è necessario esprimere il proposito di non peccare più (anche di evitare le occasioni prossime di peccato. Ma una sincera promessa non esclude previsione di possibili ricadute, l’importante è far capire che il peccato ci allontana da Dio e dalla nostra felicità, non solo quella eterna, ma anche quella di oggi.

Siamo pure convinti che dobbiamo imparare a diventare veramente i messaggeri della misericordia infinita di Dio, la quale è capace di fare anche di noi peccatori dei santi.


articolo scritto da Card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede e pubblicato sul blog Settimo Cielo di Sandro Magister

Eminenza, caro fratello Dominik Duka…

Eminenza, caro fratello Dominik Duka,

ho letto con grande attenzione la “Risposta” del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) ai tuoi “dubia” sull’esortazione apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia” (”Risposta a una serie di domande”, in seguito “Risposta”) e vorrei condividere con te la mia valutazione.

Uno dei “dubia” che hai presentato al DDF riguarda l’interpretazione di “Amoris Laetitia” contenuta in una lettera dei vescovi della regione di Buenos Aires del 5 settembre 2016, che permette l’accesso ai sacramenti ai divorziati che vivono in una seconda unione civile, anche se continuano a comportarsi come marito e moglie senza volontà di cambiare vita. Secondo la “Risposta” questo testo di Buenos Aires appartiene al magistero pontificio ordinario, essendo stato accettato dal Papa stesso. Francesco ha infatti affermato che l’interpretazione offerta dai vescovi di Buenos Aires è l’unica interpretazione possibile di “Amoris Laetitia”. La “Risposta” ne trae la conseguenza che si deve prestare l’assenso religioso dell’intelligenza e della volontà a questo documento di Buenos Aires, come succede per altri testi del magistero ordinario del Papa (cfr. “Lumen Gentium” 25,1).

Al riguardo è innanzitutto necessario chiarire, dal punto di vista dell’ermeneutica generale della fede cattolica, qual è l’oggetto dell’assenso dell’intelligenza e della volontà che ogni cattolico deve offrire al magistero autentico del Papa e dei vescovi. In tutta la tradizione dottrinale, e in particolare in “Lumen Gentium” 25, tale assenso religioso riguarda la dottrina della fede e della morale che riflette e garantisce l’intera verità della rivelazione. Le opinioni private di papi e vescovi sono espressamente escluse dal magistero. Inoltre qualsiasi forma di positivismo magisteriale contraddice la fede cattolica, perché il magistero non può insegnare ciò che non ha nulla a che fare con la rivelazione, né ciò che contraddice specificamente la Sacra Scrittura (”norma normans non normata”), la tradizione apostolica e le precedenti decisioni definitive del magistero stesso (“Dei Verbum” 10; cfr. DH 3116-3117).

C’è dunque un assenso religioso da rendere al testo di Buenos Aires? Dal punto di vista formale, è già discutibile chiedere l’assenso religioso dell’intelligenza e della volontà a un’interpretazione teologicamente ambigua di una conferenza episcopale parziale (la regione di Buenos Aires), che a sua volta interpreta un’affermazione di “Amoris Laetitia”e che richiede una spiegazione e la cui coerenza con l’insegnamento di Cristo (Mc 10,1-12) è in discussione.

Di fatto, il testo di Buenos Aires sembra in discontinuità almeno con gli insegnamenti di Giovanni Paolo II (“Familiaris Consortio” 84) e di Benedetto XVI (“Sacramentum Caritatis” 29). E, anche se la “Risposta” non lo dice, ai documenti del magistero ordinario di questi due Papi va dato anche l’assenso religioso dell’intelligenza e della volontà.

Tuttavia, la “Risposta” sostiene che il testo di Buenos Aires offre un’interpretazione di “Amoris Laetitia” in continuità con i Papi precedenti. È proprio così?

Vediamo innanzitutto il contenuto del testo di Buenos Aires, riassunto nella “Risposta”. Il paragrafo decisivo della “Risposta” riguarda il terzo “dubium”. Dopo aver detto che già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI permettevano l’accesso alla comunione quando i divorziati e risposati accettano di vivere in continenza, viene indicata la novità di Francesco:

“Francesco mantiene la proposta della piena continenza per i divorziati e i risposati [civilmente] in una nuova unione, ma ammette che vi possano essere difficoltà nel praticarla e quindi permette, in certi casi, dopo un adeguato discernimento, l’amministrazione del sacramento della Riconciliazione anche quando non si riesca nel essere fedeli alla continenza proposta dalla Chiesa” [sottolineato nello stesso testo].

Di per sé, l’espressione “anche quando non si riesca nel essere fedeli alla continenza proposta dalla Chiesa” può essere interpretata in due modi. Il primo: questi divorziati cercano di vivere in continenza, ma, date le difficoltà e a causa della debolezza umana, non ci riescono. In questo caso, la “Risposta” potrebbe essere in continuità con l’insegnamento di San Giovanni Paolo II. La seconda: questi divorziati non accettano di vivere in continenza e non ci provano nemmeno (non c’è quindi proposito di emendarsi), viste le difficoltà che incontrano. In questo caso ci sarebbe una rottura con il magistero precedente.

Tutto sembra indicare che la “Risposta” si riferisca alla seconda possibilità. In realtà, questa ambiguità è risolta nel testo di Buenos Aires, che separa il caso in cui al meno si cerca di vivere in continenza (n.5) da altri casi in cui non è così (n.6). In questi ultimi casi, i vescovi di Buenos Aires affermano: “In altre circostanze più complesse, e quando non è stato possibile ottenere una dichiarazione di nullità, l’opzione menzionata [cercare di vivere in continenza] può di fatto non essere praticabile”.

È vero che questa frase contiene un’altra ambiguità, in quanto afferma: “e quando non è stato possibile ottenere una dichiarazione di nullità”. Alcuni, notando che il testo non dice “e quando il matrimonio era valido”, hanno limitato queste circostanze complesse a quelle in cui, anche se il matrimonio è nullo per ragioni oggettive, queste ragioni non possono essere provate davanti al foro ecclesiale. Come si vede, sebbene Papa Francesco abbia presentato il documento di Buenos Aires come l’unica interpretazione possibile di “Amoris Laetitia”, la questione ermeneutica non è risolta, perché esistono ancora diverse interpretazioni del documento di Buenos Aires. Alla fine, ciò che osserviamo, sia nella “Risposta” che nel testo di Buenos Aires, è una mancanza di precisione nella formulazione, che può consentire interpretazioni alternative.

In ogni caso, però, anche prescindendo da queste imprecisioni, sembra chiaro ciò che vogliono dire sia la “Risposta” che il testo di Buenos Aires. Si potrebbe formulare come segue: ci sono casi particolari in cui, dopo un periodo di discernimento, è possibile dare l’assoluzione sacramentale a un battezzato che, dopo aver contratto un matrimonio sacramentale, mantiene rapporti sessuali con una persona con cui vive una seconda unione, senza che il battezzato debba prendere la risoluzione di non continuare ad avere questi rapporti, sia perché discerne che non gli è possibile, sia perché discerne che questa non è la volontà di Dio per lui.

Vediamo innanzitutto se questa affermazione può essere in continuità con gli insegnamenti di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. L’argomentazione della “Risposta” secondo cui Giovanni Paolo II aveva già ammesso alcuni di questi divorziati alla comunione, e che quindi Francesco solo fa un passo nella stessa direzione, non regge. La continuità, infatti, non va ricercata nel fatto che qualcuno poteva essere ormai ammesso alla comunione, ma nel criterio di quest’ammissione. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI permettono di ricevere la comunione ai divorziati che, per gravi motivi, vivono insieme senza avere rapporti sessuali. Ma non lo permettono quando queste persone hanno abitualmente rapporti sessuali, perché qui c’è un peccato oggettivamente grave, nel quale si vuole rimanere e che, in quanto tocca il sacramento del matrimonio, acquista un carattere pubblico. La rottura tra l’insegnamento del documento di Buenos Aires e il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si percepisce quando si guarda all’essenziale, che è, come ho detto, il criterio di ammissione ai sacramenti.

Per essere più chiari, immaginiamo che, per assurdo, un futuro documento del DDF proponga un’argomentazione simile per permettere l’aborto in alcuni casi, in questo modo: “Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno già permesso l’aborto in alcuni casi, per esempio quando la madre ha un cancro all’utero e questo cancro deve essere curato; adesso l’aborto è permesso in alcuni altri casi, per esempio nei casi di malformazione del feto, in continuità con ciò che hanno insegnato i Pontefici precedenti”. Si può notare la fallacia di questa argomentazione. Il caso di un’operazione per un cancro all’utero è possibile perché non si tratta di un aborto diretto, ma di una conseguenza non voluta di un’azione curativa sulla madre (secondo quello che è stato chiamato il principio del doppio effetto). Non ci sarebbe continuità, ma discontinuità tra le due dottrine, perché la seconda nega il principio che reggeva la prima posizione e che condannava qualsiasi aborto diretto.

Ma la difficoltà dell’insegnamento della “Risposta” e del testo di Buenos Aires, secondo la formulazione proposta, non sta solo nella sua discontinuità con l’insegnamento di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Infatti, questo insegnamento si oppone ad altre dottrine della Chiesa, che non sono solo affermazioni del magistero ordinario, ma sono state insegnate in modo definitivo come appartenenti al deposito della fede.

Il Concilio di Trento insegna, in effetti, le seguenti verità: che la confessione sacramentale di tutti i peccati gravi è necessaria per la salvezza (DH 1706-1707); che vivere in una seconda unione come marito e moglie mentre esiste il vincolo coniugale è un peccato grave di adulterio (DH 1807); che una condizione per dare l’assoluzione è la contrizione del penitente, che include il dolore per il peccato e il proposito di non peccare più (DH 1676; 1704); che al battezzato non è impossibile osservare i precetti divini (DH 1536,1568). Tutte queste affermazioni non richiedono solo un assenso religioso, ma devono essere credute con fede ferma, in quanto sono contenute nella rivelazione, o almeno accolte e ritenute fermamente in quanto sono proposte dalla Chiesa in modo definitivo. In altre parole, la scelta non è più tra due proposizioni del Magistero ordinario, ma è in gioco l’accettazione di elementi costitutivi della dottrina cattolica.

La testimonianza di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e del Concilio di Trento viene in fondo ricondotta alla chiara testimonianza della Parola di Dio, che il Magistero serve. Su questa testimonianza si deve basare tutta la pastorale dei cattolici che vivono in seconde unioni dopo un divorzio civile, perché solo l’obbedienza alla volontà di Dio può servire alla salvezza delle persone. Gesù dice: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei;  e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,11s). E la conseguenza è: “Né i fornicatori né gli adulteri […] erediteranno il regno di Dio” (1 Cor 6,10). Questo significa anche che questi divorziati non sono degni di ricevere la comunione prima di aver ricevuto l’assoluzione sacramentale, il che a sua volta richiede il pentimento dei propri peccati, insieme al proposito di emendarsi. Qui non c’è alcuna mancanza di misericordia, ma al contrario, in quanto la misericordia del Vangelo non consiste nel tollerare il peccato, ma nel rigenerare il cuore dei fedeli affinché vivano secondo la pienezza dell’amore che Cristo ha vissuto e ci ha insegnato a vivere.

Ne consegue che coloro che rifiutano l’interpretazione di “Amoris Laetitia” offerta dal testo di Buenos Aires e dalla “Risposta” non possono essere accusati di dissenso. Il loro problema non è quello di percepire un’opposizione tra ciò che essi comprendono e ciò che il Magistero insegna, ma di percepire un’opposizione tra due insegnamenti diversi dello stesso Magistero, uno dei quali è stato ormai affermato in modo definitivo. Sant’Ignazio di Loyola ci invita a ritenere che ciò che vediamo bianco è nero se la Chiesa gerarchica lo stabilisce così. Ma Sant’Ignazio non ci invita a credere, affidandoci al Magistero, che sia bianco ciò che il Magistero stesso ci ha detto prima, in modo definitivo, essere nero.

Inoltre, le difficoltà sollevate dal testo della “Risposta” non finiscono qui. Infatti, la “Risposta” va oltre quanto affermato in “Amoris Laetitia” e nel documento di Buenos Aires su due punti gravi.

Il primo punto tocca la questione: chi decide sulla possibilità di amministrare l’assoluzione sacramentale ai divorziati in seconda unione al termine del percorso di discernimento? Nel “dubium” che hai presentato alla DDF, caro fratello, proponi diverse alternative che ti sembrano possibili: potrebbe essere il parroco, il vicario episcopale, il penitenziere…. La soluzione data nella “Risposta” deve essere stata per te una vera sorpresa, che non saresti riuscito neppure a immaginare. Infatti, secondo il DDF, la decisione finale deve essere presa in coscienza da ogni fedele (n.5). Se ne deduce che il confessore si limita a obbedire a questa decisione di coscienza. Colpisce che si dica che la persona deve “mettersi davanti a Dio ed esporgli la propria coscienza, con le sue possibilità e i suoi limiti” (ibid.). Se la coscienza è la voce di Dio nell’uomo (“Gaudium et Spes” 36), non si comprende cosa voglia dire “mettere la propria coscienza davanti a Dio”. Sembra che qui la coscienza sia piuttosto il punto di vista privato di ogni individuo, che si colloca poi davanti a Dio.

Ma lasciamo da parte questo punto per concentrarci sulla sorprendente affermazione contenuta nel testo del DDF. Sono i fedeli stessi a decidere se ricevere o meno l’assoluzione, e il sacerdote deve solo accettare questa decisione! Se questo si applica in generale a tutti i peccati, allora il sacramento della Riconciliazione perde il suo significato cattolico. Non è più l’umile richiesta di perdono di chi si trova davanti a un giudice misericordioso, il quale riceve l’autorità di Cristo stesso; ma si tratta dell’assoluzione di se stessi dopo aver esplorato la propria vita. Questo non è lontano da una visione protestante del sacramento, condannata da Trento, quando insiste sul ruolo del sacerdote a modo di giudice nella confessione (cfr. DH 1685; 1704; 1709). Il Vangelo afferma, riferendosi al potere delle chiavi: “Tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19). Ma il Vangelo non dice: “ciò che gli uomini decideranno in coscienza che tu devi sciogliere in terra, sarà sciolto in cielo”. È sorprendente che il DDF abbia potuto presentare al Santo Padre per la sua firma, nel corso di un’udienza, un testo con un tale errore teologico, compromettendo così l’autorità del Santo Padre.

La sorpresa è ancora più grande perché la “Risposta” cerca di appoggiarsi a Giovanni Paolo II per sostenere che la decisione spetta al singolo fedele, occultando che il testo citato di Giovanni Paolo II è direttamente opposto alla “Risposta”. Infatti, la “Risposta” cita “Ecclesia de Eucharistia” 37b, dove si dice, nel caso della ricezione dell’Eucaristia: “Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza”. Ma vediamo la frase che aggiunge in seguito Giovanni Paolo II, che la “Risposta” non riporta, e che risulta essere l’idea principale di questo paragrafo da “Ecclesia de Eucharistia”: “Nei casi però di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto” (ibidem). Come si vede, il DDF ha selezionato la premessa del testo di San Giovanni Paolo II omettendo la conclusione principale, che si oppone alla tesi del DDF. Se il DDF vuole presentare un insegnamento contrario a quello di san Giovanni Paolo II, il minimo che può fare è non cercare di usare il nome e l’autorità del santo Pontefice. Sarebbe meglio riconoscere onestamente che, secondo il DDF, Giovanni Paolo II si è sbagliato in questo insegnamento del suo Magistero.

La seconda novità contenuta nella “Risposta” è che ogni diocesi è incoraggiata a produrre le proprie linee guida per questo processo di discernimento. Ne deriva una conclusione immediata: se le linee guida sono diverse, accadrà che dei divorziati potranno ricevere l’Eucaristia secondo le linee di una diocesi e non secondo quelle di un’altra. Ora, l’unità della Chiesa cattolica ha significato fin dai primi tempi l’unità nella ricezione dell’Eucaristia: poiché mangiamo lo stesso pane, siamo lo stesso corpo (cf. 1Cor 10,17). Se un fedele cattolico può ricevere la comunione in una diocesi, può riceverla in tutte le diocesi che sono in comunione con la Chiesa universale. Questa è l’unità della Chiesa, che si basa e si esprime nell’Eucaristia. Pertanto, il fatto che una persona possa ricevere la comunione in una Chiesa locale e non possa riceverla in un’altra è una definizione esatta di scisma. È impensabile che la “Risposta” del DDF voglia promuovere una cosa del genere, ma questi sarebbero gli effetti probabili di abbracciare il suo insegnamento.

Di fronte a tutte queste difficoltà nella “Risposta” del DDF, qual è la via d’uscita per coloro che vogliono rimanere fedeli alla dottrina cattolica? Ho già detto che il testo di Buenos Aires e quello della “Risposta” non sono precisi. Non dicono chiaramente ciò che intendono dire, e quindi lasciano aperte altre interpretazioni, per quanto improbabili. Questo lascia spazio a dubbi sulla loro interpretazione. D’altra parte, è insolito il modo in cui la “Risposta” registra l’approvazione del Santo Padre, con una semplice firma datata a piè di pagina. La formula abituale sarebbe stata: “il Santo Padre approva il testo e ne ordina (o permette) la pubblicazione”, ma nulla di tutto ciò appare in questo “Appunto” poco curato. Questo apre un dubbio ulteriore sull’autorità della “Risposta”.

Queste domande ci permettono di sollevare un nuovo “dubium”, secondo ciò che ho formulato in precedenza: esistono casi in cui, dopo un periodo di discernimento, è possibile dare l’assoluzione sacramentale a un battezzato che mantiene rapporti sessuali con una persona con cui convive in una seconda unione, se questo battezzato non vuole fare il proposito di non continuare ad avere questi rapporti?

Caro fratello, finché questo “dubium” non sarà risolto, l’autorità della “Risposta” ai tuoi “dubia” e della lettera di Buenos Aires rimane in sospeso, date le imprecisioni che tali testi contengono. Questo apre un piccolo spazio alla speranza che ci sia una “Risposta” negativa a questo “dubium”. In questo caso, a beneficiarne non sarebbero in primo luogo i fedeli, che in ogni caso non sarebbero obbligati ad accettare una “Risposta” positiva al “dubium” in quanto in contraddizione con la dottrina cattolica. Il principale beneficiario sarebbe l’autorità che risponde al “dubium”, che verrebbe preservata intatta, poiché non chiederebbe più ai fedeli l’assenso religioso dell’intelligenza e della volontà riguardo a verità contrarie alla dottrina cattolica.

Sperando che questa spiegazione chiarisca il significato della “Risposta” che hai ricevuto dal DDF, ti invio i miei saluti fraterni “in Domino Iesu”,

Card. Gerhard Ludwig Müller, Roma

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