“La via che conduce alla vita buona e felice risiede nella vera religione, con cui si onora l’unico Dio e, con purissima pietà, si riconosce in Lui il principio di tutte le creature, per il quale l’universo ha un inizio, un compimento ed una capacità di conservazione. Da ciò emerge con maggiore evidenza l’errore di quei popoli che preferirono adorare una moltitudine di dèi anziché l’unico vero Dio, Signore di tutto… (..) Posso tuttavia dire, con la massima sicurezza e con buona pace di tutti coloro che amano ostinatamente i loro libri, che non si può dubitare, in questi tempi segnati dal Cristianesimo, quale religione sia da preferire e costituisca la via per la verità e la felicità.
(..) Le innumerevoli eresie, che si sono allontanate dalla disciplina cristiana, attestano che sono esclusi dalla partecipazione ai sacramenti coloro che, intorno a Dio Padre, alla sua Sapienza e al Dono divino, pensano in modo diverso da come la verità richiede e cercano di convincerne gli altri. Così appunto si crede e si insegna – e questo è il principio della salvezza umana – che la filosofia, cioè l’amore della sapienza, e la religione sono la stessa cosa, dal momento che non partecipano con noi ai sacramenti coloro di cui non condividiamo la dottrina.”
Questa citazione non è farina del nostro sacco, ma è di sant’Agostino quando già ai suoi tempi metteva in guardia contro le false religioni, il modo sbagliato di “pensare la Chiesa”, contro la banalizzazione dottrinale a vantaggio di filosofie non cristiane… LEGGI QUI il testo integrale su “La Vera religione” di sant’Agostino. A distanza di quasi duemila anni, queste parole tuonano oggi contro una certa OMISSIONE da parte dei nostri Vescovi, della CEI che dovrebbe raccogliere la voce di tutti i Vescovi in Italia, a riguardo dei “nuovi” programmi o progetti per la Vita della Chiesa ai quali mancano, però, le fondamenta, appunto, la parte dottrinale...
E’ possibile un progetto, un programma per la missione della Chiesa privata del proprio SOSTENTAMENTO? Ovvio che NO! E’ come pensare di preparare un pranzo senza gli ingredienti!! Perciò, cari Vescovi, che tanto fate per la sinodalità… perchè non ascoltate anche le nostre flebili voci?
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“L’alternativa a una Chiesa senza dottrina non è una Chiesa pastorale, ma una Chiesa dell’arbitrio e schiava dello spirito del tempo: “Praxis sine theoria coecus in via” (La pratica senza teoria è come un cieco sulla strada), dicevano i medioevali. Questa insidia è grave, e se non vinta causa gravi danni alla Chiesa. Per almeno due ragioni..
La prima è che, essendo la Sacra Doctrina niente altro che la divina Rivelazione del progetto divino sull’uomo, se la missione della Chiesa non si radica in essa, che cosa la Chiesa dice all’uomo?.
La seconda ragione è che quando la Chiesa non si guarda da questa insidia, rischia di respirare il dogma centrale del relativismo: in ordine al culto che dobbiamo a Dio e alla cura che dobbiamo all’uomo, è indifferente ciò che penso di Dio e dell’uomo.La “quaestio de veritate” diventa una questione secondaria.” (cardinale Carlo Caffarra 24.2.2016)
Anche queste parole non vengono da noi ma le facciamo nostre, sono del cardinale Carlo Caffarra – LEGGI QUI TESTO INTEGRALE – quando nel febbraio 2016 mise in guardia dalle 5 piaghe della Chiesa… e fa veramente pensare che il Cardinale Zuppi, suo Successore nella Chiesa bolognese, se ne sia dimenticato o non ne abbia fatto tesoro!!
Chiarito questo aspetto fondamentale, quanto segue, è frutto delle faticose riflessioni di Don Mario Proietti cpps che, altrettanto in modo filiale e sofferto, vogliamo fare nostre e supplicare il Cielo e la Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, Mediatrice di ogni Grazia e consolazione, che qualche Vescovo non si omologhi e non accondiscenda a questo impoverimento della missione stessa della Chiesa e che non riguarda solo loro, ma tutti i Fedeli che, davanti a certe scempiaggini, non possono e non possiamo rimanere indifferenti.
SI LEGGA ANCHE QUI:
Fr. Akinwale domenicano per il Sinodo: La sinodalità non deve allontanarsi dalla dottrina apostolica
Abbiamo a mente, sempre, il monito di San Paolo (2Tim.4,1-8)
[1] Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno:
[2] annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.
[3] Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie,
[4] rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole.
[5] Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.
[6] Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
[7] Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
[8] Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
Fine della cristianità, per Zuppi non è un fatto ma un dogma
Non solo è finita, la vecchia società cristiana è un fardello inutile per il presidente della CEI, che all’assemblea generale annuncia la nuova “buona novella”: la secolarizzazione vi farà liberi. Un dato elevato a principio, in base al quale la Chiesa dovrebbe lasciare che il mondo la illumini sulla fede.
Per il cardinale Zuppi la secolarizzazione è un kairos, il tempo voluto da Dio, l’opportunità designata dalla provvidenza, la volontà divina che si fa presente nella storia. Lo ha detto nella prolusione dell’Assemblea dei vescovi italiani apertasi ad Assisi il 17 novembre scorso, sostenendo che con la secolarizzazione «ciò che tramonta è un ordine di potere e cultura, non la forza viva del Vangelo … il credente di oggi non è più il custode di un mondo cristiano, ma il pellegrino di una speranza che continua a farsi strada nei cuori … la fine della cristianità non è una sconfitta, ma un kairos: l’occasione di tornare all’essenziale, alla libertà degli inizi, a quel sì pronunciato per amore, senza paura e senza garanzie».
Abbiamo riportato qui alcuni passaggi significativi di una tesi da respingere nettamente. Intendiamoci, niente di nuovo, l’aveva già sostenuta, non molto tempo fa, il vescovo emerito di Malines-Bruxelles, Josef de Kesel (si veda la rivista Teologia 1/2025) pressappoco con le stesse parole di Zuppi. L’avevano sostenuta molti teologi fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, e anche prima. Però che lo ripeta nuovamente il presidente dei vescovi italiani infastidisce comunque.
Se si pensa che la fine della cristianità sia un kairos, allora si pensa anche che la cristianità sia stata un errore durato secoli. Anche questa valutazione non è stata inventata da Zuppi, infatti per esempio è presente in modo organico in Umanesimo integrale di Maritain che risale a circa novant’anni fa. Come è noto, Maritain voleva sostituire alla cristianità una “nuova cristianità”, ma chi ha visto la brutta fine di quest’ultima ha finito per rimpiangere alla grande quella antica. Zuppi pensa che la cristianità non sia stata un kairos e che il Vangelo sia stato coperto e offuscato dalla “civiltà cristiana”.
Di conseguenza apprezza la distruzione che di quella ricchezza spirituale è stata fatta, e ringrazia Dio che sia stata fatta. Egli assimila quella grandiosa epopea cristiana – il lettore si concentri un attimo a pensare cosa abbiano significato quei secoli cristiani … – al potere, alla paura, ad una fede imposta, alla guerra ai nemici, alla difesa di qualcosa da proteggere, alla mancanza di accoglienza e di coraggio. (”Ma come si permette!”, verrebbe da dire).
Suscita fastidio che dica che ora, grazie alla secolarizzazione, si può finalmente annunciare il Vangelo in modo luminoso, come se i santi e i cristiani del passato lo avessero fatto in modo offuscato; che solo ora finalmente si possa «sperimentare la maternità della Chiesa e vivere d’ascolto della parola che diventa vita», come se i nostri padri nella fede non lo avessero già fatto. La societas christiana non è stato un errore, errata è la stupefacente superficialità di questa condanna da parte di chi sostiene, grazie alla secolarizzazione, di non più condannare.
A parte questo enorme svarione della condanna della christianitas, il problema serio è l’applicazione da parte di Zuppi di un dogma, ormai molto diffuso in questa Chiesa priva di dogmi. La società secolarizzata è un dato di fatto. Chi nega che quella di oggi lo sia? Ma i dati di fatto, se considerati solo come tali, sono privi di senso, non esprimono nessuna assiologia; non sono né un valore né un disvalore. Zuppi però la considera un valore e trasforma un dato di fatto in un principio di senso. Un principio addirittura da cui partire per avere luci sulla fede cristiana. La secolarizzazione di oggi è il dogma, giudica il cristianesimo, la Chiesa, la rivelazione, insieme ai secoli cristiani da Teodosio in poi, visti come una zavorra.
Questo atteggiamento mentale è ormai largamente diffuso nei teologi: si parte dalla situazione dell’uomo moderno secolarizzato, tecnologico, scientifico e si ripensa in sua funzione la dottrina cattolica. Ma la situazione attuale secolarizzata non è nata spontaneamente come l’erba, ma è stata prodotta da filosofie e teologie sbagliate, a cominciare dalla Riforma in giù. Essa è stata prodotta da un lungo processo condotto contro la Chiesa. Forze anticristiane hanno prodotto questa secolarizzazione e ora la Chiesa parte da questa secolarizzazione – considerata un kairos – e rivede la propria missione in funzione di una situazione creata da forze anticristiane.
Zuppi fa precisamente questo e in ciò è animato da una mentalità storicistica per cui la situazione attuale è sempre e comunque più giusta e conveniente di quella precedente, dalla quale bisogna liberarsi. Il kairos di oggi è superiore a quello di ieri, anzi quello di ieri non lo era. Non ci si fa interrogare dal kairos, lo si interroga e gli si fa dire quello che vogliamo che dica. Il kairos indica il tempo qualitativo, ma così diventa tempo quantitativo, ossia sociologia.
Questo spiacevole intervento del cardinale Zuppi avviene nel centenario della Quas primas di Pio XI sulla Regalità sociale di Cristo. Più precisamente ad una ventina di giorni della data della sua pubblicazione, l’11 dicembre 1925. Secondo Zuppi Quas primas non esprimeva nessun kairos, era un errore perché voleva una società cristiana, era un imprigionamento della fede dentro le esigenze inquinanti del potere politico, era la ricerca di un consenso. La Quas primas, stando al discorso di Zuppi, pensava che il Vangelo avesse bisogno di protezione politica e non di cuori che lo incarnassero. Per fortuna dopo di essa sono arrivati la secolarizzazione e il cardinale Zuppi.
Commento che condividiamo di Charlie Bunga Banyangumuka su FB
ZUPPI HA RAGIONISSIMA MA È CONCAUSA DEL TUTTO
Hanno destato scalpore le parole pronunciate da Sua Eminenza il cardinale Matteo Zuppi, che ha detto chiaro e tondo:” La Cristianità è finita”. Ciò che è sfuggito ai più è che Sua Eminenza abbia aggiunto “ma non il cristianesimo”, spiegando bene come con Cristianità lui intendesse una società cristiana funzionante.
Sul fatto che non viviamo in una Christianitas, sfido chiunque non sia ideologico a dare contro al Cardinale: le istituzioni non sono nemmeno vagamente cattoliche, lo stato è indifferentista, si lavora la domenica, la società non tributa onori pubblici alla Santissima Trinità et similia.
Con Christianitas si è sempre inteso questo: una società in cui il Cristo è al centro e nessuno sano di mente può dire che in una società in cui trionfino aborto, oppressione dei poveri, tasse eccessive, divorzi e tutto il resto sia una società da Christianitas; chiunque lo pensi è pregato di levarsi le fette di salame dagli occhi.
Ciò che però va detto è che Sua Eminenza, e tutto ciò che rappresenta, è parte attiva di questo processo, almeno in fase terminale.
La Scristianizzazione della società, iniziata lentamente secoli fa, passata per il liberalismo ottocentesco e la libertà religiosa (tutti temi condannati dai Papi), ha visto il tramonto dell’ultimo argine proprio quando, dagli anni ’60, la gerarchia ha comandato la ritirata della prima linea, ritirata che si è tramutata in una disastrosa rotta davanti ad un nemico incalzante.
Il trionfo della libertà religiosa, l’ecumenismo, la revisione dei concordati anche in stati a maggioranza cattolici (come avvenuto in Ecuador su pressioni della Santa Sede) sono da ricercare nelle cause di ciò che il cardinale denuncia, dicendo il vero.
Bisognerebbe però essere coerenti, come altri hanno già fatto, avendo il coraggio di guardarsi intorno e allo specchio e comprendere come quelle aperture siano state delle falle, e porvi rimedio.
AGGIORNAMENTO AL DISCORSO DEL PAPA AI VESCOVI di Don Mario Proietti che condividiamo:
- Il fatto che il Papa abbia sentito il bisogno di ripetere con tanta forza “di porre Gesù Cristo al centro”…. dice chiaramente che non è più un presupposto condiviso. Quando si deve ridire l’ovvio, significa che l’ovvio non lo è più. Ed è proprio qui che passa il discernimento per la Chiesa italiana: se Cristo torna al centro, si riallineano tutti gli altri elementi, inclusi linguaggio, priorità pastorali e criteri di giudizio.
INCONTRO CON I VESCOVI ITALIANI ALLA CONCLUSIONE
DELLA 81ª ASSEMBLEA GENERALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
[17-20 novembre 2025]
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di Santa Maria degli Angeli di Assisi
Giovedì, 20 novembre 2025
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Carissimi fratelli nell’episcopato, buongiorno!
Ringrazio vivamente il Cardinale Presidente per le parole di saluto che mi ha rivolto e per l’invito a essere con voi oggi per concludere l’81ª Assemblea Generale. E sono contento di questa mia prima sosta, seppur brevissima, ad Assisi, luogo altamente significativo per il messaggio di fede, fraternità e pace che trasmette, di cui il mondo ha urgente bisogno.
Qui San Francesco ricevette dal Signore la rivelazione di dover «vivere secondo la forma del santo Vangelo» (2Test 14: FF 116). Il Cristo, infatti, «che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà» (2Lf 5: FF 182).
Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto. Come vi dicevo in giugno: in questo tempo abbiamo più che mai bisogno «di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma» (Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025). E questo vale prima di tutto per noi: ripartire dall’atto di fede che ci fa riconoscere in Cristo il Salvatore e che si declina in tutti gli ambiti della vita quotidiana.
Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro (cfr 2Cor 5,14). E la fede in Lui, nostra pace (cfr Ef 2,14), ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace. Viviamo un tempo segnato da fratture, nei contesti nazionali e internazionali: si diffondono spesso messaggi e linguaggi intonati a ostilità e violenza; la corsa all’efficienza lascia indietro i più fragili; l’onnipotenza tecnologica comprime la libertà; la solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro. Eppure, la Parola e lo Spirito ci esortano ancora ad essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche nelle nostre comunità, dove, senza reticenze e timori, dobbiamo ascoltare e armonizzare le tensioni, sviluppando una cultura dell’incontro e diventando, così, profezia di pace per il mondo. Quando il Risorto appare ai discepoli, le sue prime parole sono: «Pace a voi» (Gv 20,19.21). E subito li manda, come il Padre ha mandato Lui (v. 21): il dono pasquale è per loro, ma perché sia per tutti!
Carissimi, nel nostro precedente incontro ho indicato alcune coordinate per essere Chiesa che incarna il Vangelo ed è segno del Regno di Dio: l’annuncio del Messaggio di salvezza, la costruzione della pace, la promozione della dignità umana, la cultura del dialogo, la visione antropologica cristiana. Oggi vorrei sottolineare che queste istanze corrispondono alle prospettive emerse nel Cammino sinodale della Chiesa in Italia. A voi Vescovi spetta adesso tracciare le linee pastorali per i prossimi anni, perciò desidero offrirvi qualche riflessione affinché cresca e maturi uno spirito veramente sinodale nelle Chiese e tra le Chiese del nostro Paese.
Anzitutto, non dimentichiamo che la sinodalità indica il «camminare insieme dei cristiani con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione a tutta l’umanità» (Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 28). Dal Signore riceviamo la grazia della comunione che anima e dà forma alle nostre relazioni umane ed ecclesiali.
Sulla sfida di una comunione effettiva desidero che ci sia l’impegno di tutti, perché prenda forma il volto di una Chiesa collegiale, che condivide passi e scelte comuni. In questo senso, le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale, ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi, soprattutto laddove le esigenze dell’annuncio cristiano ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme e a ripensare l’agire pastorale unendo le forze. Al contempo, guardando la fisionomia della Chiesa in Italia, incarnata nei diversi territori, e considerando la fatica e talvolta il disorientamento che tali scelte possono provocare, auspico che i Vescovi di ogni Regione compiano un attento discernimento e, magari, riescano a suggerire proposte realistiche su alcune delle piccole diocesi che hanno poche risorse umane, per valutare se e come potrebbero continuare a offrire il loro servizio.
Ciò che conta è che, in questo stile sinodale, impariamo a lavorare insieme e che nelle Chiese particolari ci impegniamo tutti a edificare comunità cristiane aperte, ospitali e accoglienti, nelle quali le relazioni si traducono in mutua corresponsabilità a favore dell’annuncio del Vangelo.
La sinodalità, che implica un esercizio effettivo di collegialità, richiede non solamente la comunione tra di voi e con me, ma anche un ascolto attento e un serio discernimento delle istanze che provengono dal popolo di Dio. In questo senso, il coordinamento tra il Dicastero per i Vescovi e la Nunziatura Apostolica, ai fini di una comune corresponsabilità, deve poter promuovere una maggiore partecipazione di persone nella consultazione per la nomina di nuovi Vescovi, oltre all’ascolto degli Ordinari in carica presso le Chiese locali e di coloro che si apprestano a terminare il loro servizio.
Anche su quest’ultimo aspetto, permettetemi di offrirvi qualche indicazione. Una Chiesa sinodale, che cammina nei solchi della storia affrontando le emergenti sfide dell’evangelizzazione, ha bisogno di rinnovarsi costantemente. Bisogna evitare che, pur con buone intenzioni, l’inerzia rallenti i necessari cambiamenti. A questo proposito, tutti noi dobbiamo coltivare l’atteggiamento interiore che Papa Francesco ha definito “imparare a congedarsi”, un atteggiamento prezioso quando ci si deve preparare a lasciare il proprio incarico. È bene che si rispetti la norma dei 75 anni per la conclusione del servizio degli Ordinari nelle diocesi e, solo nel caso dei Cardinali, si potrà valutare una continuazione del ministero, eventualmente per altri due anni.
Cari fratelli, ritornando all’orizzonte della missione della Chiesa in Italia, vi esorto a fare memoria della strada percorsa dopo il Concilio Vaticano II, scandita dai Convegni ecclesiali nazionali. E vi esorto a preoccuparvi che le vostre Comunità, diocesane e parrocchiali, non perdano la memoria, ma la mantengano viva, perché questo è essenziale nella Chiesa: ricordare il cammino che il Signore ci fa compiere attraverso il tempo nel deserto (cfr Dt 8).
In questa prospettiva, la Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà.
Non si dimentichi in tale contesto la sfida che ci viene posta dall’universo digitale. La pastorale non può limitarsi a “usare” i media, ma deve educare ad abitare il digitale in modo umano, senza che la verità si perda dietro la moltiplicazione delle connessioni, perché la rete possa essere davvero uno spazio di libertà, di responsabilità e di fraternità.
Camminare insieme, camminare con tutti, significa anche essere una Chiesa che vive tra la gente, ne accoglie le domande, ne lenisce le sofferenze, ne condivide le speranze. Continuate a stare vicini alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine. Continuate a spendervi nella cura dei poveri: le comunità cristiane radicate in modo capillare nel territorio, i tanti operatori pastorali e volontari, le Caritas diocesane e parrocchiali fanno già un grande lavoro in questo senso e ve ne sono grato.
Su questa linea della cura, vorrei anche raccomandare l’attenzione ai più piccoli e vulnerabili, perché si sviluppi anche una cultura della prevenzione di ogni forma di abuso. L’accoglienza e l’ascolto delle vittime sono il tratto autentico di una Chiesa che, nella conversione comunitaria, sa riconoscere le ferite e si impegna per lenirle, perché «dove profondo è il dolore, ancora più forte dev’essere la speranza che nasce dalla comunione» (Veglia del Giubileo della Consolazione, 15 settembre 2025). Vi ringrazio per quanto avete già fatto e vi incoraggio a portare avanti il vostro impegno nella tutela dei minori e degli adulti vulnerabili.
Carissimi fratelli, in questo luogo San Francesco e i primi frati vissero appieno quello che, con linguaggio odierno, chiamiamo “stile sinodale”. Insieme, infatti, condivisero le diverse tappe del loro cammino; insieme si recarono dal Papa Innocenzo III; insieme, di anno in anno, perfezionarono e arricchirono il testo iniziale che era stato presentato al Pontefice, composto, dice Tommaso da Celano, «soprattutto di espressioni del Vangelo» (1Cel 32: FF 372), fino a trasformarlo in quella che oggi conosciamo come prima Regola. Questa scelta convinta di fraternità, che è il cuore del carisma francescano insieme alla minorità, fu ispirata da una fede intrepida e perseverante.
Possa l’esempio di San Francesco dare anche a noi la forza per compiere scelte ispirate da una fede autentica e per essere, come Chiesa, segno e testimonianza del Regno di Dio nel mondo. Grazie!
VISITA NON RICONOSCIUTA E VISITE ACCOLTE: IL PIANTO DI CRISTO ILLUMINA LA CHIESA DI OGGI
La conclusione dell’81ª Assemblea generale dei vescovi italiani ad Assisi, vissuta con la visita del Santo Padre, entra oggi in una luce particolare. Nulla accade per puro caso nella vita della Chiesa. Le circostanze si intrecciano con la Parola del giorno e la rivelano con una chiarezza discreta.
Nel Vangelo di oggi Gesù contempla Gerusalemme e piange. La città amata non riconosce la visita del suo Signore. Il termine che Luca utilizza è forte: la visita indica il passaggio di Dio che guarda, custodisce, scruta e accompagna. Questo movimento richiama la stessa radice del ministero episcopale. Il vescovo è l’”episkopos”, colui che guarda dall’alto, colui che veglia e visita il gregge. Il linguaggio evangelico diventa così una chiave preziosa per leggere quanto accade oggi nella vita della Chiesa.
I vescovi italiani concludono ad Assisi l’Assemblea con la presenza e la parola del Papa. La visita del Successore di Pietro alla CEI assume un valore simbolico che illumina la pagina evangelica. Ieri la città santa non ha riconosciuto il tempo in cui è stata visitata da Dio. Oggi la Chiesa, la nuova Gerusalemme, è chiamata a riconoscere la visita del Pastore universale che conferma nella fede. La continuità tra i due gesti si coglie nella radice stessa del verbo visitare: il Signore visita il suo popolo; il vescovo visita la Chiesa locale; il Papa visita i suoi fratelli nel ministero. La giornata diventa così un trionfo del verbo visitare.
Il pianto di Gesù su Gerusalemme mostra un amore che non si stanca. Il Signore guarda la città e vede la sua risposta insufficiente. Le lacrime non sono un giudizio disperato, ma il segno di una premura che non si spegne. Questo sguardo illumina il compito dei vescovi, chiamati a riconoscere il passaggio del Signore nel proprio ministero. Ogni visita pastorale, ogni momento di ascolto, ogni discernimento nasce da qui. Il vescovo visita perché Cristo visita. Il popolo accoglie il vescovo perché egli porta in sé la memoria di questa visita divina.
La presenza del Papa ad Assisi offre un volto concreto a questo mistero. Il Successore di Pietro si fa pellegrino tra i vescovi italiani e rinnova la grazia dell’unità. Pietro conferma la fede, custodisce la comunione e richiama la Chiesa alla sua vocazione. La visita del Papa diventa, in questo senso, invito a non perdere l’occasione.
Il Vangelo parla della città che non riconosce ciò che conduce alla pace. La Chiesa, al contrario, è chiamata a riconoscerlo. Riconoscere la visita del Signore significa accogliere la guida dei Pastori, sostenere il loro discernimento e condividere la responsabilità ecclesiale. Oggi, riconoscere la via che conduce alla vera gioia richiede tre impegni: comprendere e attuare il senso della sinodalità; farsi carico delle istanze dei poveri e dei deboli, il cui grido incessante sale a Dio; e continuare a indicare al mondo che l’unica strada verso la gioia vera è Gesù Cristo, unico Salvatore.
Le lacrime di Cristo rivelano il desiderio di vedere la sua Sposa luminosa. Il ministero episcopale nasce da questa stessa passione. L’”episkopos” veglia affinché il gregge non si perda. Custodisce il popolo perché non cerchi altrove ciò che Dio offre. Educa i fedeli a riconoscere la voce del Pastore vero. La visita del Papa conferma questa identità. Il suo arrivo ad Assisi è un segno di cura: una cura che invita il popolo a un ascolto più profondo, a un’adesione più sincera e a una comunione più limpida.
In questo intreccio di visite si riconosce l’opera del Signore: la visita di Cristo a Gerusalemme, la visita dei vescovi al proprio popolo, la visita del Papa ai vescovi. La Scrittura offre la cornice. La liturgia offre la luce. La vita ecclesiale offre l’occasione. Il pianto di Gesù ricorda che ogni visita porta con sé una grazia. Riconoscerla significa entrare nella pace che viene da Dio. Accoglierla significa camminare verso la fedeltà. Custodirla significa vivere da Chiesa che attende il suo Signore e apre il cuore alla sua voce.
