Cristo Re: Non solo nel Cuore

La regalità sociale di Cristo Re, istituita con l’enciclica Quas Primas (1925), è una verità di fede. Gesù Cristo uomo-Dio deve regnare su individui e società. Negare questa regalità universale (sociale) è ricadere nell’arianesimo e nel cattolicesimo liberale. Ciò si scontra con lo stato moderno ideologicamente laico. Le nazioni hanno il dovere di adorare Cristo pubblicamente.

Trascrizione dell’omelia di Don Alberto Secci di domenica 26 ottobre 2025 (nel calendario tradizionale la festa di Cristo Re ricorre l’ultima domenica di ottobre).

Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato.

La domenica che precede la solennità di Ognissanti, che celebreremo sabato, ricordo che cadendo in domenica il 2 novembre, la commemorazione dei defunti è fatto obbligo nella liturgia farla lunedì 3 novembre, come è capitato già. Dicevo, la domenica che precede la solennità di Ognissanti è dedicata alla festa di Cristo Re, l’ultima domenica del mese di ottobre. Non si può sbagliare.

Vi rimando per tutta la dottrina sulla regalità sociale di nostro Signore Gesù Cristo all’enciclica Quas Primas, dell’11 dicembre 1925. L’enciclica che poi accompagnava l’istituzione di questa festa non c’entra solo con l’istituzione della festa, ma spiega la dottrina della regalità di nostro Signore. Fate questo lavoro; ci vuole un po’ di pazienza anche nella traduzione italiana. Non è il nostro italiano; è l’italiano del 1925, ma è un’enciclica densa di contenuto. Invece di cercare tante meditazioni, troppe volte sentimentali, andate sulla dottrina, andate sulla sostanza.

Rimandandovi all’enciclica, io mi esonero dall’indicarne i contenuti. Vorrei solo fare alcuni richiami che sento forti dentro. Pensavo tutta settimana alla festa di Cristo Re, a questa festa istituita e presto praticamente scomparsa spostandola all’ultima domenica dell’anno liturgico. È praticamente scomparsa; non troverei un altro termine. Di fatto, chissà che cos’è Cristo Re? Che cosa vuol dire la festa di Cristo Re?

Occorre sempre ricordare il fatto essenziale: la festa di Cristo Re non indica che il Verbo eterno, la seconda persona della Santissima Trinità, è Re, ma che l’uomo Gesù Cristo è Re, l’uomo che è Dio, il Verbo incarnato. Oggi si parla della regalità di Gesù Cristo, Uomo Dio. Perché non ci piove che la seconda persona della Santissima Trinità abbia una regalità in sé: è Dio. Ma in quanto uomo deve essere riconosciuto come Re. Che cosa vuol dire? Vuol dire che a lui è sottomesso tutto. Se all’uomo Gesù Cristo non è sottomesso tutto, cioè se lui non esercita un impero, un potere che è di salvezza e che è di liberazione—ma un potere—se non si riconosce questo, è come dire che lui non è Dio.

Guardate, mi fa impressione, ma c’è una logica di 1700 anni fa: il Concilio di Nicea (325). 100 anni fa cadrà l’enciclica Quas Primas, l’11 dicembre, con la festa di Cristo Re. Ripeto, se all’uomo Gesù Cristo non è tutto sottomesso, vuol dire che lui non è Dio. E si finisce nell’Arianesimo: ancora nel riconoscer la grandezza di Gesù, nel riconoscergli anche dei poteri divini, ma che rimandano a Dio, ad altro, ad altro da sé, per cui la sua regalità è nei cieli e non sulla terra.

Torna l’Arianesimo con il cattolicesimo liberale che non vuole la regalità sociale di nostro Signore Gesù Cristo. O meglio, dice che non è possibile affermarla, che è impraticabile, che non è predicabile. E si accontenta di riconoscere una regalità nel proprio cuoricino a Gesù: “Signore, tu sei il re della mia vita!” Solo della tua, non della vita degli altri, non degli stati, non delle nazioni, non delle istituzioni. E che se ne fa il Signore di regnare solo sul tuo cuoricino, quando è venuto a salvare il mondo? A salvare il mondo dalla distruzione, dalla morte causata dal peccato, dal distacco da Lui.

Non c’è niente da fare: torna all’Arianesimo se non si riconosce la regalità sociale di nostro Signore Gesù Cristo. Voi direte: “Eh, ma ci ha messo tanti anni la Chiesa a fare questa festa! 1925, ci ha messo 1900 anni”. Ma perché prima non era necessario? Non era necessario perché ogni uomo ragionevole diceva: “Se Cristo è Dio, è il Re di tutto, tutti gli devono obbedienza”. Si è costruita tutta la civiltà così: man mano che si convertivano, si convertivano gli uomini, si convertivano le società, i gruppi, le autorità, fino ad arrivare al concetto cristiano di potere. Per cui il potere è sacro, viene da Dio (pensate al re), ma deve obbedire a Dio. Sentite tutto il dramma dello Scisma anglicano lì. È chiaro che se non si riconosce la regalità sociale di Gesù Cristo, si va presto a dire che è stato un errore della Chiesa Cattolica. “Eh, cos’è una preghierina insieme? Si annulla lo scisma”.

Eh, la follia è una roba seria, perché è una ribellione. C’è all’origine una ribellione che non vuol riconoscere la regalità di Cristo. È l’uomo che torna a sottrarsi al potere liberante, ripeto, liberante, salvifico. Ma perché liberi e salvi, deve esercitare il potere su di te. Tu devi accettare la sua potestas. “Signore, guida la mia vita”. Cosa vorrebbe dire: “Gesù, salvami, ma non guidare la mia vita. Fa’ che io condivida le idee di tutti, le mode del momento, che prima o poi sono l’espressione del tuo volere?” Perché la nuova, la nuova religione fa così: siccome la maggioranza sente un problema, allora diventa una rivelazione. Fratelli, non si può con un po’ di machia risolvere un problema che è drammatico, che sta alla radice.

Ripeto: se Cristo non ha tutto sottomesso a sé, non è Dio. Nicea, Quas Primas, la lotta all’Arianesimo, l’affermazione della regalità di Cristo. Per questo, la regalità sociale di nostro Gesù Cristo è una verità di fede. Non è una questione culturale o storica; è una regalità di fede.

Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Re dei re, Signore dei signori, deve regnare sulle società non meno che sugli individui. Non deve regnare solo in te. Ma tu sei, tu sei per natura, per come Dio ti ha creato, un essere sociale. Anche sulla società deve regnare. Se no, doveva finire la tua salvezza e la salvezza dei tuoi cari? La redenzione, attenti bene, la salvezza delle anime si prolunga necessariamente nella sottomissione degli Stati e delle loro leggi al giogo soave, leggero, della legge di Cristo.

Ma il grande, il grande problema è che gli Stati, da troppi secoli (all’origine ci sta la grande crisi protestante, non solo, e poi il razionalismo, il laicismo), si considerano una nuova religione. Ho trovato in questi giorni un libro che parla d’altro, ma con in un’introduzione interessantissima una definizione dello Stato moderno. Ve la leggo per capire qual è il problema, perché se si abbraccia questa idea di Stato, è impossibile riconoscere il Cristianesimo come realtà, non come afflato psicologico.

Si tratta lo Stato moderno di uno Stato ideologicamente laico. Ce l’hanno insegnato in tutte le salse che non deve essere laico per lasciar liberi tutti. Organizzato in modo geometrico, dove non vi è che l’individuo. È un bel problema, eh? E la Chiesa finisce per non essere riconosciuta, perché la nostra consistenza è Gesù Cristo. Ma [per alcuni] la nostra consistenza [diventa] l’appartenenza a questa etnia sui generis, come diceva Paolo VI. La nostra identità è l’appartenenza alla Chiesa, se lo Stato non riconosce questa società. Tant’è vero che sono stati necessari i Concordati, perché anche gli Stati laici non arrivassero fino in fondo alla loro laicità.

Lo Stato moderno basta a se stesso, non conosce trascendenze e finalità. Perché lo Stato deve riconoscere Gesù Cristo Re? Ma perché lo Stato è fatto da uomini che devono essere salvati, il cui destino eterno è Gesù Cristo, è la sua grazia. Non conosce trascendenza né finalità e non conosce altri doveri rispetto al suo volere. Non—attenti bene—lo Stato moderno non è sottomesso alla moralità, ma piuttosto è l’artefice della moralità. Avete ben voglia di fare manifestazioni per fermare le leggi immorali. Alla radice c’è questo marcio che, scusate, è il peccato originale fatto struttura. Lo Stato decide la moralità di un’azione, se è bene o male.

Pio XI scrive così nell’enciclica: “La celebrazione di questa festa che si rinnova ogni anno sarà anche d’ammonimento per le nazioni“. È il Papa, eh, che scrive, eh, che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti. Li richiamerà al pensiero del giudizio finale: saranno giudicati anche loro, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato (scacciato o ignorato e disprezzato), vendicherà terribilmente le tante ingiustizie ricevute. Perché è la Sacra Scrittura (andate a vedere anche l’Epistola di oggi): Dio Padre dà il potere di giudizio a Gesù Cristo. Lo cantiamo nel Credo: verrà a giudicare i vivi e i morti. Non Dio, Gesù Cristo, che è l’Uomo Dio, e il suo regno non avrà fine.

Non c’era bisogno di una festa fino nei tempi moderni. Perché? Perché era chiaro che un uomo che ragionava riconosceva questa cosa qui. Ma subentrando il cattolicesimo liberale a fare distinguo, per cui “va bene per me, ma non per lo Stato”, la Chiesa ha trovato la necessità in Pio XI di affermare di nuovo con un’enciclica e una festa la regalità di Cristo. È una definizione ex cathedra? No. Ma è magistero ordinario. In che senso? È in continuità con tutto quello che i Pontefici hanno sempre insegnato, [che] i Padri della Chiesa han detto, [che] la grande Teologia ha illuminato. Per cui è questione di fede. La potenza del magistero ordinario non sta solo nel soggetto del Papa; è nella continuità con i secoli, perché il Cristianesimo non lo si inventa, lo si trasmette.

Carissimi, che fare? Beh, intanto celebrar bene Cristo Re (cerchiamo di farlo). Certamente pregare tanto, ma non farsi ingannare dal nuovo pensiero che pensa, che dice, che sia una riflessione più profonda quella della Chiesa quando accetta la laicità imperterrita dello Stato. La separazione Stato-Chiesa fu condannata.

La Chiesa certamente è molto pratica, perché è una madre che deve governare. Quindi, quando non è possibile affermare totalmente questa verità nella concretezza, tollera che lo Stato non riconosca pienamente Cristo Re e si accorda per il bene delle anime. È tutta la questione dei Concordati. Tollerra, ma non può definire dottrina di verità quella che parla dell’assoluta laicità dello Stato, che non è obbligato a riconoscere Cristo e la sua legge. Questo non potrà mai farlo, e qualora lo facesse, si distrugge in se stessa. La Chiesa, se si adatta, si trasforma e non è più cattolica; diventa un’altra cosa. Diventa una religione di Stato, diventa una religione—è avvenuto così con tutte le eresie seguite agli scismi—una religione di stato, una religione per la comunità, una religione per l’organizzazione degli uomini. Questa cosa qui non salva e non libera. Per cui occorre resistere con la mente e, anche quando è necessario, con le azioni, perché la verità della regalità di Cristo sia affermata non solo nella nostra vita.

Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato.

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