Cari Amici, il Dicastero della Dottrina della Fede ha emanato LA NOTA “UNA CARO” ossia, dalla Genesi e i due diventeranno UNA SOLA CARNE, che spiega perché difendiamo la monogamia con un ELOGIO non solo di livello dottrinale ma anche con un percorso storico, un excursus teologico atto ad aiutare a comprendere LA BELLEZZA del Matrimonio e il perchè non è salutare per l’uomo e la donna, più unioni insieme… l’idea che la Chiesa debba riproporre con forza i fondamenti dottrinali e teologici della fede cristiana e della cattolicità e non fare sociologia o peggio è sempre un santo e benedetto auspicio, e speriamo che prima o poi torni anche a condannare l’errore, agli anatemi che, laddove mancassero, è evidente che altri si sentano poi in dovere di puntualizzare sulla dottrina.. Tuttavia l’omissione voluta è un bene, di cui tutti dovremmo coglierne la ricchezza e questo perchè, alla fine della fiera, diventa anche inutile la battaglia con il mondo che si ostina nel suo errore, ben sapendo di trovarsi in errore, e quando spesso, troppo spesso, i fondamenti vengono volutamente fraintesi o modificati anche dall’interno di certe pastorali (salvo poi continuare a dire: la dottrina non si tocca, non cambia) immaginando così che lo spiritello porti dove vuole, finendo per modificare di fatto la dottrina…
E dunque:
Il Documento è molto articolato e forse persino NOIOSO per chi conosce davvero la dottrina morale della Chiesa, dalla quale il testo non si discosta affatto, ma su certi versi va oltre il già conosciuto ed offre, piuttosto, ulteriori riflessioni proprio per le diverse situazioni in cui oggi ci troviamo in tema, appunto, unitivo… perché Dio ha dato quell’ORDINE, quel comando portato a compimento da Gesù in Matteo capitolo 19.
Quanto al NON CONDANNARE più certe situazioni, non è da oggi!! Il testo non si prefigge la condanna di chi convive, di chi si unisce in maniera sbagliata, ecc… perchè questa già c’è e il testo non la elimina… ciò che si prefigge è di CONOSCERE MEGLIO il perchè la monogamia è da preferirsi, perché è bene sposarsi cristianamente, perchè il MATRIMONIO è una benedizione… ed è evidente che non c’è solo l’atto procreativo, ma c’è quel DIVENTARE UNA CARNE SOLA (UNA CARO) che è a prescindere dall’avere figli o meno! La Nota è un elogio dell’unità coniugale, non una revisione della dottrina. Recupera la bellezza dell’“una caro”, quell’appartenenza reciproca che rende il matrimonio un cammino di santità, non una somma di funzioni.
Pensiamo, per esempio, a quelle Famiglie dove i Figli non arrivano e non arriveranno mai, forse che la loro UNIONE ha meno valore di chi riuscirà a procreare?
Il testo, per quanto ho letto, si riversa piuttosto in un complesso più ampio nel quale si SPIEGA che la sessualità NON è il fine ma UNO STRUMENTO che Dio benedice nel Matrimonio (monogamico) perchè i due (un uomo e una donna) diventino UNA SOLA COSA nel tentativo di procreare…
La sessualità coniugale non è un semplice strumento, ma una dimensione del dono totale che i coniugi si scambiano. È uno dei linguaggi dell’amore, e la Nota lo ribadisce proprio per evitare le riduzioni scandalistiche che stiamo leggendo in questi giorni: il tutto ridotto solo al sesso.
Il punto è che la sessualità trova la sua verità dentro l’unità (nell’Una Cara), non fuori. E quando questa unità è reale, anche le coppie che non ricevono il dono dei figli vivono pienamente la grazia del matrimonio. La Nota ricorda tutto questo con grande sobrietà e dentro la continuità del Magistero. Ed è per questo che è tanto necessaria: restituisce senso a un tema che la cultura ha svuotato.
Il fine è QUELL’UNA CARA… e mentre il mondo fa del sesso IL FINE, la Chiesa ribadisce che esso è uno strumento per giungere al fine.
Lo ribadisce del resto il Testo nell’introduzione laddove afferma:
“Per non attendere, dunque, da questa Nota qualcosa che essa non intende sviluppare, è necessario insistere sul fatto che, nelle pagine che seguono, essa non si occuperà dell’indissolubilità coniugale – un’unione che dura nel tempo fino a quando la morte non separi i coniugi cristiani – né del fine della procreazione: entrambi i temi sono abbondantemente trattati nella teologia e nel Magistero.
La Nota si soffermerà solo sulla prima proprietà essenziale del matrimonio, l’unità, che può essere definita come l’unione unica ed esclusiva tra una sola donna e un solo uomo o, in altre parole, come l’appartenenza reciproca dei due, che non può essere condivisa con altri.“
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“UNA CARO”: ELOGIO DELLA MONOGAMIA
Recensione della Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca
La Nota “Una caro”, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede, è un testo che intende rimettere al centro la verità luminosa della monogamia come dono, vocazione e forma originaria dell’amore umano. Non è una trattazione tecnica, né un documento difensivo.
È una proposta, una presentazione positiva del matrimonio cristiano come un’unione unica, esclusiva e feconda. Il titolo latino, che richiama l’espressione biblica “una sola carne”, indica fin da subito che l’intenzione è quella di riportare l’attenzione sul cuore della comunione coniugale, mettendo in luce la sua bellezza e la sua forza simbolica.
Il Dicastero offre questo testo non solo ai vescovi, ma anche alle coppie, ai fidanzati e ai giovani che cercano orientamento in un mondo che spesso confonde la libertà con la moltiplicazione delle possibilità. L’obiettivo è rafforzare la riflessione ecclesiale su una proprietà del matrimonio finora poco sviluppata nel Magistero più recente, cioè l’unità. Si tratta di un approfondimento che nasce sia dal dialogo con i vescovi africani sul tema della poligamia, sia dall’osservazione della crescita, nei Paesi occidentali, di nuove forme pubbliche di relazioni non esclusive che rischiano di banalizzare il legame d’amore e trasformarlo in un’esperienza frammentata.
La Nota risponde a questo scenario ricordando che rinunciare liberamente a ogni altra possibilità in nome di un amore unico è una scelta che custodisce la dignità della persona e rende possibile la fedeltà.
Il documento compone un ampio mosaico.
Le sue radici affondano nella Scrittura, dove l’unione dell’uomo e della donna è descritta come un incontro che spezza la solitudine e genera una comunione di volti e di sguardi. L’espressione “una sola carne” non è un’immagine poetica, ma la manifestazione concreta della vocazione a essere uno nell’amore.
L’analogia tra monoteismo e monogamia è presentata come un’indicazione profonda: come Dio è uno e chiede un cuore indiviso, così l’amore umano trova la sua verità nell’esclusività. La storia della Chiesa ha sempre conservato questa prospettiva, dai Padri fino al pensiero più recente, con riferimenti a Pio XI, che parlava del primato della nobiltà dell’amore coniugale, e al Concilio Vaticano II, che definiva il matrimonio come intima comunione di vita e di amore.
La Nota dedica ampio spazio anche alla dimensione personalista del matrimonio. Richiama la riflessione di Karol Wojtyła, che vede nella monogamia l’unica via per trattare l’altro come un soggetto d’amore e non come un oggetto strumentale. È un modo per ricordare che la sessualità, quando è vissuta nell’orizzonte della donazione totale, non è mai riducibile a impulso o bisogno, perché diventa un linguaggio che unisce, arricchisce e costruisce la relazione.
Questa visione permette di superare ogni deformazione utilitaristica e di restituire al dono dei corpi il suo significato più profondo.
Uno dei temi centrali è l’appartenenza reciproca. È un’espressione che descrive la decisione di appartenersi con libertà, realismo e maturità. L’appartenenza non è possesso, non è dominio, non è fusione che cancella le identità. È la scelta di due libertà che si consegnano l’una all’altra riconoscendo l’unicità irripetibile dell’altra persona. La comunione cresce nel tempo, si modella attraverso le prove e le fatiche, diventa complicità, confidenza, capacità di portare insieme il peso della vita.
La Nota sottolinea che questa reciprocità è la base che rende possibile la fedeltà e la stabilità richieste dall’indissolubilità.
Il documento affronta anche la carità coniugale, definendola la forza unitiva che unifica i significati procreativo e unitivo dell’amore. Non si limita a ripetere concetti già noti, ma li presenta in un modo che invita a guardare al matrimonio come alla più grande amicizia, dopo l’amore per Dio. In questa prospettiva, la comunione degli sposi diventa feconda in molti modi: nel dono della vita, nella testimonianza, nella capacità di creare un ambiente familiare in cui i figli possono crescere in sicurezza e pace.
La Nota mantiene un realismo pastorale che la rende preziosa. Non esige dagli sposi il peso impossibile di riprodurre perfettamente l’unione tra Cristo e la sua Chiesa, ma incoraggia un cammino graduale, fatto di pazienza, ascolto, riconciliazione. Ciò che conta è lasciarsi guidare dallo Spirito che opera nella fragilità e nella crescita. L’unione dei corpi, pur non essendo il tema principale del documento, resta descritta come realtà naturalmente aperta alla vita, in continuità con quanto affermato da Paolo VI sulla connessione inscindibile tra unità e fecondità.
Nel suo complesso, “Una caro” è un elogio della monogamia che restituisce dignità e profondità a un tema che oggi rischia di essere ridotto a scelta sentimentale o a costrutto sociologico. La Nota offre una visione ampia, serena e coerente del matrimonio come riflesso della comunione trinitaria, capace di mostrare che l’amore esclusivo non è una limitazione, ma un dono che permette di crescere, maturare e generare vita.
È un testo da leggere con calma, perché illumina aspetti fondamentali della vocazione coniugale e offre una risposta chiara alle derive culturali che confondono l’amore con la dispersione.
È una proposta che parla al cuore della Chiesa e alla coscienza di ogni coppia, e merita di essere accolta come occasione di approfondimento e di rinnovamento del proprio cammino.
LA NOTA “UNA CARO” NON CAMBIA NULLA: RICHIAMA ALLA SERIETÀ DELL’AMORE CRISTIANO
Da quando la Nota Una caro è stata pubblicata, i giornali hanno iniziato a suonare la solita fanfara, gridando alla rivoluzione come se la Chiesa avesse appena scoperto che l’amore coniugale è fatto anche di tenerezza, di unità, di desiderio.
Titoli che parlano di “permesso”, quasi che il cattolicesimo fosse vissuto finora in uno stato di perenne interdizione, bloccato da una rigida ingegneria riproduttiva e in attesa di un timbro che liberasse gli sposi dal Medioevo.
La cosa fa sorridere, e non nel modo simpatico. Rivela la solita ignoranza sulla dottrina cattolica, un’ignoranza costruita da decenni di propaganda anticlericale, da una narrazione popolare che ha trasformato la Chiesa in una specie di caricatura moralista, mentre la sua visione dell’amore è sempre stata infinitamente più ricca, più realista, più umana.
Basta leggere la Scrittura senza i pregiudizi ricevuti al liceo. La Genesi racconta l’unione dell’uomo e della donna come un incontro di volti, un legame di reciprocità, un “dabaq” che parla di adesione profonda, lo stesso verbo che descrive l’unione dell’anima con Dio. Il Cantico dei Cantici canta un amore esclusivo e totalizzante, fatto di nostalgia, di desiderio, di dono.
I Padri della Chiesa non hanno mai ridotto il matrimonio a una fabbrica della prole. Agostino vede negli sposi un camminare fianco a fianco; Crisostomo ricorda che l’unione non è commercio ma comunione di vita; Tertulliano parla della bellezza di due persone che si appartengono nella fede, nella carne, nel destino.
San Tommaso d’Aquino definisce il matrimonio come una coniunctio vitae, una comunione indissolubile che comprende tutto, anche la dimensione affettiva e fisica. La procreazione è un fine altissimo, però non è l’unico bene inscritto nell’amore degli sposi.
Sant’Alfonso de’ Liguori, nel Settecento, distingue chiaramente il dono reciproco dei corpi come fine essenziale del matrimonio, insieme al vincolo che li unisce.
Il Magistero moderno, da Pio XI in poi, ha ribadito con forza che l’amore coniugale possiede una sua nobiltà propria, capace di elevare spiritualmente i coniugi e di trasformare la loro vita in un cammino di santità condivisa.
Il Concilio Vaticano II ha raccolto tutto questo e lo ha espresso con limpidezza, dicendo che il matrimonio è intima comunione di vita e di amore. Il Catechismo del 1992 ha ripreso e sintetizzato questa visione, affermando che il patto coniugale è ordinato sia al bene dei coniugi che alla procreazione e all’educazione dei figli.
Nulla di nuovo, semplicemente la Tradizione che cammina.
Per questo la Nota Una caro non introduce alcuna concessione. Non ribalta nulla. Non apre porte che non fossero già spalancate. Richiama alla memoria ciò che la Chiesa ha sempre custodito: l’unione dei corpi è parte di un amore esclusivo, reciproco, fecondo, totalizzante. Se molti la vivono come una novità, il problema non è la Nota.
Il problema è la smemoratezza culturale, l’incapacità di leggere la Tradizione senza il filtro di pregiudizi che ci sono stati consegnati già piegati e stirati.
Il punto decisivo è che la Nota non è un testo sentimentale, né un capitolo di sociologia affettuosa. È un testo serio. È la riaffermazione della grande responsabilità insita nell’amore umano. La Chiesa non esalta il desiderio senza indicare la sua misura; non riconosce la tenerezza senza custodire la verità; non benedice l’unione dei corpi senza chiedere che sia vissuta secondo il disegno di Dio.
In questo senso, la Nota è perfettamente in continuità con Paolo VI e con Humanae vitae, che restano un faro per comprendere la dignità dell’amore. L’enciclica ha difeso il cuore dell’unione coniugale contro ciò che la degrada: la contraccezione artificiale, che spezza la logica del dono, trasforma l’altro in un mezzo, riduce l’atto più alto a un gioco di consumo, separa il piacere dalla responsabilità, taglia il legame tra il desiderio e il senso.
E qui è il punto finale, quello che non può mancare. La dottrina cattolica è seria perché prende sul serio la vita umana. Prende sul serio la libertà, la responsabilità, la maturità. Prende sul serio il fatto che l’amore non è un impulso cieco, ma una vocazione alla santità.
La Nota non vuole liberare gli sposi dalle regole, vuole liberarli dalla banalità.
Ricorda che il peccato non è un inciampo tecnico, non è una caduta in un elenco di proibizioni. Il peccato è perdita di senso. Perdita di senso delle parole, delle opere, dei desideri, delle ambizioni. Quando l’uomo vive un gesto senza significato, quel gesto si svuota e trascina con sé la persona. Quando l’amore perde il suo significato, si trasforma in possesso, consumo, gioco. Quando ritrova il senso, torna ad essere vocazione, crescita, dono, unità.
Per questo la Nota non è una novità. È una chiamata. Ricorda alla Chiesa e al mondo che l’amore umano merita di più di quanto la cultura gli concede.
Merita verità, bellezza, responsabilità.
Merita Dio.