PREMESSA: Il sacerdote e il diacono sono due dei tre ordini sacri nel clero cristiano che è ordinato. Il sacerdote osserva il celibato mentre un diacono può essere un uomo sposato, se però è celibe, dopo l’ordinazione diaconale non può più sposarsi… Un diacono assiste il sacerdote in molti servizi della chiesa. Il sacerdote può ascoltare le confessioni mentre un diacono non può farlo. Le vere domande che devono sorgere quando si pensa al diacono saranno, perciò, le seguenti: chi è veramente il diacono? Perché lo Spirito del Signore ha voluto che il diaconato esistesse nella Chiesa? Perché è tornato ad esistere in questo momento della storia della Chiesa?
Quanto all’idea del diaconato, spesso accade che, non avendo punti precisi di riferimento, ciascuno tende a immaginarla partendo dalle figure ecclesiali che già conosce. Si paragona così il diacono al sacerdote, o al religioso, o al laico impegnato in parrocchia, salvo poi accorgersi che il diacono non è identificabile con nessuno di questi soggetti.
Il diacono, infatti, non è un sacerdote, non celebra l’Eucaristia e non assolve i peccati; più in generale, non si colloca all’interno della comunità cristiana nella stessa posizione del parroco o ad una sorta di “sostituto” del sacerdote. Inoltre, nella maggior parte dei casi, oggi, il diacono è coniugato e ha una sua professione.
D’altra parte, il diacono non è più – come si usa dire – «un semplice laico»: riceve infatti il sacramento dell’Ordine, il primo della scala, che lo immette tra i membri del clero, ha una propria veste liturgica, sull’altare ha un posto suo, ha il compito di proclamare il vangelo e di tenere l’omelia, ha l’obbligo di celebrare la liturgia delle ore a nome dell’intera Chiesa, può celebrare il Rito del battesimo, benedire le nozze, accompagnare alla sepoltura i defunti. Egli è un ministro di Cristo a tutti gli effetti, ma non è sacerdote e neppure vi si contrappone.
Sempre allo scopo di capirne meglio il valore sarà utile considerare il diaconato a partire da una visione della Chiesa che ponga in primo piano il suo mistero di comunione e la sua missione evangelizzatrice. Il diacono contribuisce in un modo tutto suo a far sì che la Chiesa sia veramente Chiesa, cioè luogo della comunione e della carità, comunità dei figli di Dio che annunciano e testimoniano la lieta notizia della salvezza universale. Se ci si pone in questa prospettiva di evangelizzazione nella comunione, allora le differenze all’interno della Chiesa non creeranno equivoci e contrapposizioni. Da un lato, l’impegno comune di portare il Vangelo a tanta gente vicina e lontana renderà del tutto plausibile l’esistenza di figure diverse, con differenti compiti e responsabilità; dall’altro, la necessità di dare vita ad una vera comunità di fratelli nel Signore, unita e concorde, richiederà la presenza di diverse figure autorevoli, capaci di assumere la loro responsabilità istituzionale in spirito di umile servizio. In un simile quadro d’insieme la figura del diacono troverà senza fatica la sua collocazione e ci apparirà come un appello vivente al recupero della centralità della missione e della comunione nell’azione pastorale delle nostre comunità cristiane, liberando il campo anche dall’assurda pretesa delle “donne-diaconesse”, come vedremo al termine dell’articolo e delle recenti notizie.
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Informazioni utili sul diaconato: che cos’è? Quando è stato istituito? Come si diventa diaconi? Quali sono i compiti del diacono? Il diacono deve essere celibe? Al diaconato possono accedere le donne? Nella Chiesa antica c’erano le diaconesse?
da “agensir.it” del 26 maggio 2016
Sette domande con altrettante risposte per chiarire uno dei temi tornati di recente al centro dell’opinione pubblica: il diaconato. E il numero scelto – sette – non è casuale in quanto rimanda ai primi sette “diaconi” di cui si parla nel libro degli Atti degli apostoli al capitolo 6. Sia ben chiaro: è una semplice scelta evocativa, in quanto – come si suol dire teologicamente – non c’è catena di successione tra i diaconi attuali e il gruppo dei sette. Ma chi sono oggi i diaconi? E quali i loro compiti? Ecco alcune informazioni utili, proprio nella settimana in cui viene celebrato il Giubileo dei diaconi (27-29 maggio), inserito tra i grandi eventi dell’Anno Santo della misericordia.
1 Che cosa è il diaconato?
Il diaconato è un grado del sacramento dell’Ordine; gli altri due sono il presbiterato e l’episcopato. Può costituire una tappa intermedia verso il sacerdozio (diaconato transeunte, cioè di passaggio) o rimanere un ruolo di “servizio” nella vita liturgica e pastorale e nelle opere sociali e caritative (diaconato permanente). A scanso di equivoci circa i gradi dell’Ordine sacro, vale la pena ricordare quanto viene precisato nel Catechismo della Chiesa cattolica al n. 1554: “Il termine sacerdos – sacerdote – designa, nell’uso attuale, i vescovi e i presbiteri, ma non i diaconi. Tuttavia, la dottrina cattolica insegna che i gradi di partecipazione sacerdotale (episcopato e presbiterato) e il grado di servizio (diaconato) sono tutti e tre conferiti da un atto sacramentale chiamato ‘ordinazione’, cioè dal sacramento dell’Ordine”.
Ai diaconi, viene chiarito ancora nella Lumen Gentium 29, “sono imposte le mani non per il sacerdozio ma per il servizio”.
2 Quando è stato istituito il diaconato?
Il servizio dei diaconi nella Chiesa è documentato fin dai tempi degli apostoli. Ne parlano anche i padri della Chiesa. Per sant’Ignazio di Antiochia, ad esempio, una Chiesa particolare senza vescovo, presbitero e diacono sembra impensabile. Testimonianze sono pure presenti nei diversi Concili e nella prassi ecclesiastica. Dal V secolo, però, per diversi motivi, il diaconato conobbe un lento declino, finendo con il rimanere solo come tappa intermedia per i candidati all’ordinazione sacerdotale. Il Concilio di Trento (1545-1563) dispose che il diaconato permanente venisse ripristinato, ma tale prescrizione non trovò concreta attuazione. Fu il Concilio Vaticano II a ristabilire il diaconato permanente (Lumen Gentium 29).
3 Come si diventa diaconi?
Gli aspiranti al diaconato devono ricevere un’accurata preparazione, a norma del diritto. In molte diocesi il percorso formativo – umano, spirituale, dottrinale e pastorale – dura almeno cinque anni e prevede lo studio teologico, un tirocinio nelle comunità parrocchiali, oltre a incontri di approfondimento. Questo iter non finisce con l’ordinazione. Chi riceve il diaconato, infatti, è chiamato a una formazione permanente, “considerata – sia da parte della Chiesa, che la impartisce, sia da parte dei diaconi, che la ricevono – come un mutuo diritto-dovere fondato sulla verità dell’impegno vocazionale assunto” (Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti, n.63).
4 Quali sono i compiti del diacono?
Il ministero del diacono è sintetizzato dal Concilio Vaticano II con la triade “diaconía della liturgia, della predicazione e della carità”, con cui serve “il popolo di Dio, in comunione col vescovo e con il suo presbiterio”. Pertanto, il diacono, “secondo le disposizioni della competente autorità”, può “amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi, leggere la Sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali (le benedizioni, ad esempio, ndr), presiedere al rito funebre e alla sepoltura. Essendo dedicati agli uffici di carità e di assistenza, i diaconi si ricordino del monito di S. Policarpo: ‘Essere misericordiosi, attivi, camminare secondo la verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti’” (Lumen Gentium 29).
5 Il diacono deve essere celibe?
Il candidato al diaconato transeunte deve essere celibe e può essere ammesso all’ordinazione solo dopo aver compiuto i 23 anni di età. I diaconi permanenti, invece, possono essere ordinati sia tra i battezzati celibi, sia tra coloro che sono già sposati; se però sono celibi, dopo l’ordinazione non possono più sposarsi. Similmente non si può più risposare il diacono rimasto vedovo. Per diventare diacono l’età minima è di 25 anni per i celibi e di 35 per le persone sposate, previo consenso della moglie, in ottemperanza alle disposizioni determinate dalle Conferenze episcopali.
6 Al diaconato possono accedere le donne?
Nella Chiesa cattolica non è previsto un accesso delle donne a questo ministero.
Papa Francesco, ricevendo in Vaticano il 12 maggio 2016 l’Unione internazionale delle superiore generali, in risposta alla domanda di una religiosa, ha annunciato di voler “costituire una commissione ufficiale che possa studiare la questione” delle diaconesse, “soprattutto riguardo ai primi tempi della Chiesa”. Completando questa informazione possiamo dire, oggi dicembre 2025 che, quelle commissioni si sono concluse con un “nulla di fatto”… La risposta è un “NO”! chiaro e definitivo.
7 Nella Chiesa antica c’erano le diaconesse?
Notizie certe circa un diaconato femminile organizzato si hanno per le Chiese d’Oriente. Nel Trattato “Didascalia apostolorum” (“Didascalia degli Apostoli”) si parla delle diaconesse, assegnando loro un ruolo subordinato ai vescovi, ai presbiteri ma anche ai diaconi. Le loro competenze rientravano in servizi di tipo ausiliario, a supporto assistenziale e organizzativo delle comunità cristiane e tuttavia MAI IN CAMPO LITURGICO. In ogni caso non si trattava del corrispondente femminile del diaconato maschile.
Da qui si era da più parti giunti a conclusioni affrettate: con alcuni quotidiani e siti online che avevano travisato le parole del Papa, leggendole – erroneamente – come un’apertura alle donne diacono e addirittura al sacerdozio femminile. Niente di tutto questo. Padre Federico Lombardi, che ancora rivestiva il suo ruolo di portavoce vaticano, già il 13 maggio 2016, aveva esplicitato la posizione di Papa Francesco: «Bisogna essere onesti – aveva precisato l’allora direttore della Sala Stampa Vaticana -: il Papa non ha detto che abbia intenzione di introdurre un’ordinazione diaconale delle donne, e meno che meno ha parlato di ordinazione sacerdotale delle donne. Anzi, parlando della predicazione nel corso della Celebrazione eucaristica ha fatto capire che a questo non pensa affatto… ».
Infatti, Papa Francesco, il 10 maggio 2019, ha consegnato alla presidente dell’Unione internazionale delle superiori generali (Uisg) le conclusioni della commissione che aveva formato proprio su sollecitazione di un interrogativo delle religiose (nel 2016), confermando la prassi della Chiesa di non poter dare il diaconato alle donne, ecco le sue parole: «Se il Signore non ha voluto il ministero sacramentale per le donne, non va». E dice ancora: «Io oggi consegno ufficialmente alla presidente il risultato a cui sono arrivati in accordo tutti» (i membri della commissione, ndr) ha detto il Papa nel lungo scambio a braccio che ha avuto con le 850 religiose di tutto il mondo riunite a Roma e concludendo: «Io non posso fare decreto sacramentale senza fondamento teologico storico».
Quanto al sacerdozio al femminile, Papa Francesco stesso ha ribadito il “no” definitivo della Chiesa citando per altro Giovanni Paolo II. Inoltre ha incaricato il prefetto della CdF, Ladaria, di confermare ufficialmente che non verrà cambiata la decisione ribadita da Giovanni Paolo II nel 1994, con un lungo articolo sul quotidiano della Santa Sede. Infatti, lo stesso Papa Francesco, nella conferenza stampa durante il volo di ritorno dal viaggio apostolico in Svezia, il 1° novembre 2016, ha ribadito: «Sull’ordinazione di donne nella Chiesa cattolica, l’ultima parola chiara è stata data da san Giovanni Paolo II, e questa rimane» (qui la fonte).
LEGGIAMO COSA E’ STATO DETTO, il 30 maggio 2018, ED OGGI RIBADITO:
La Santa Sede ribadisce in modo netto e chiaro che la dottrina sul sacerdozio riservato agli uomini è definitiva e quindi irreformabile. Lo fa con un lungo articolo sull’Osservatore Romano dell’arcivescovo Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) che verrà creato cardinale il pomeriggio del prossimo 28 giugno, il quale ribadisce con vigore quanto a sua volta ribadito con fermezza da san Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis del 1994, dopo che la Comunione anglicana aveva permesso l’ordinazione delle donne.
Un intervento particolarmente autorevole, firmato da un ecclesiastico nominato da papa Francesco alla guida dell’ex sant’Uffizio, che dovrebbe stroncare ogni illazione su una possibile apertura all’ordinazione delle donne. Gesù Cristo – ricorda Ladaria – «ha voluto conferire» il sacramento dell’ordine «ai dodici apostoli, tutti uomini, che, a loro volta, lo hanno comunicato ad altri uomini». Così la Chiesa «si è riconosciuta sempre vincolata a questa decisione del Signore, la quale esclude che il sacerdozio ministeriale possa essere validamente conferito alle donne».
L’arcivescovo gesuita quindi rimarca che l’Ordinatio sacerdotalis, «al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa» e «in virtù del [suo] ministero di confermare i fratelli», insegna «che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa». E che la Cdf «in risposta a un dubbio sull’insegnamento di Ordinatio sacerdotalis , ha ribadito che si tratta di una verità appartenente al deposito della fede». Ladaria quindi afferma che «desta seria preoccupazione veder sorgere ancora in alcuni Paesi delle voci che mettono in dubbio la definitività di questa dottrina». «Per sostenere che essa non è definitiva, – rileva – si argomenta che non è stata definita ex cathedra e che, allora, una decisione posteriore di un futuro Papa o Concilio potrebbe rovesciarla. Ma «seminando questi dubbi – commenta – si crea grave confusione tra i fedeli, non solo sul sacramento dell’ordine come parte della costituzione divina della Chiesa, ma anche sul magistero ordinario che può insegnare in modo infallibile la dottrina cattolica».
Ladaria, citando il Concilio di Trento ripreso dal Denzinger-Hünermann, ribadisce che per quel che riguarda il sacerdozio ministeriale, la Chiesa riconosce che l’impossibilità di ordinare donne appartiene alla «sostanza del sacramento» dell’ordine. E «la Chiesa non ha capacità di cambiare questa sostanza, perché è precisamente a partire dai sacramenti, istituiti da Cristo, che essa è generata come Chiesa». Non si tratta quindi «solo di un elemento disciplinare, ma dottrinale, in quanto riguarda la struttura dei sacramenti, che sono luogo originario dell’incontro con Cristo e della trasmissione della fede». Dopo aver accennato ad alcuni approfondimenti teologici sul tema Ladaria rileva come «i dubbi sollevati sulla definitività di Ordinatio sacerdotalis hanno conseguenze gravi anche sul modo di comprendere il magistero della Chiesa». E ribadisce «che l’infallibilità non riguarda solo pronunciamenti solenni di un Concilio o del Sommo Pontefice quando parla ex cathedra, ma anche l’insegnamento ordinario e universale dei vescovi sparsi per il mondo, quando propongono, in comunione tra loro e con il Papa, la dottrina cattolica da tenersi definitivamente».
E proprio «a questa infallibilità si è riferito Giovanni Paolo II in Ordinatio sacerdotalis ». Così egli «non ha dichiarato un nuovo dogma ma, con l’autorità che gli è stata conferita come successore di Pietro, ha confermato formalmente e ha reso esplicito, al fine di togliere ogni dubbio, ciò che il magistero ordinario e universale ha considerato lungo tutta la storia della Chiesa come appartenente al deposito della fede». E lo ha fatto con «uno stile di comunione ecclesiale» testimoniata anche dalla «consultazione previa che ha voluto avere a Roma con i presidenti delle Conferenze episcopali che erano seriamente interessati a tale problematica». E in quella occasione «tutti, senza eccezione, hanno dichiarato, con piena convinzione, per l’obbedienza della Chiesa al Signore, che essa non possiede la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale». Ladaria infine ricorda gli interventi di Benedetto XVI di sostegno alla dottrina tradizionale, rimarcando come lo stesso papa Francesco ha fatto lo stesso. Nel paragrafo 104 dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium («Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo sposo che si consegna nell’Eucaristia»), invitando a non interpretare questa dottrina come espressione di potere, ma di servizio, in modo che si percepisca meglio l’uguale dignità di uomini e donne nell’unico corpo di Cristo. E nella conferenza stampa, durante il volo di ritorno dal viaggio apostolico in Svezia, il 1° novembre 2016, quando il Pontefice regnante ha ribadito: «Sull’ordinazione di donne nella Chiesa cattolica, l’ultima parola chiara è stata data da san Giovanni Paolo II, e questa rimane».
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Diaconato e celibato per il Regno di Dio
A fianco della figura del diacono sposato vi è anche quella del diacono celibe. Sebbene il numero dei diaconi non sposati sia piuttosto ridotto rispetto a quello dei diaconi coniugati, essi sono una realtà e vanno considerati come un dono prezioso alla Chiesa. Chi diventa diacono da celibe resta celibe per tutta la vita, per la semplice ragione che il diaconato si riceve a partire da una scelta di vita che va considerata definitiva. Prima di intraprendere il cammino di formazione al diaconato e durante questo stesso cammino, la persona non sposata sarà invitata a compiere una verifica seria e serena su questo punto. Essa deve capire bene per quali ragioni non si sia sposata. La chiamata al diaconato può essere senz’altro l’occasione per riconoscere una precedente chiamata al celibato per il Regno di Dio, già presente e attiva in una vita di generoso servizio al prossimo. Una cosa comunque è certa: non ci si consacra allo stato verginale semplicemente perché non si è trovata la persona giusta e tantomeno perché non si è riusciti a formarsi una famiglia. Qualcuno però dirà: «Ma perché allora queste persone non sposate non diventano sacerdoti?». A questa domanda non si può dare che una risposta: «Perché la loro vocazione è quella al diaconato e non al sacerdozio». Non sta a noi decidere che cosa una persona deve diventare. Il compito della Chiesa, per mezzo dei Ministri, è capire che cosa Dio vuole da lei ed aiutarla nel discernimento vocazionale.
“Per una persona sposata vivere castamente non significa non avere rapporti coniugali, ma viverli secondo la legge di Dio, e cioè senza fare contraccezione e senza usare del coniuge a scopo di libidine.
Il diacono sposato è tenuto alla castità delle persone sposate, non alla castità dei sacerdoti o dei religiosi, i quali promettono di astenersi in assoluto da qualsiasi uso della genitalità.
Pertanto il diacono sposato può avere figli generati anche dopo l’ordinazione diaconale.
Tuttavia la Chiesa chiede ai diaconi sposati di rimanere vedovi (e pertanto di non risposarsi) qualora morisse la moglie. In altri termini, non concede loro di risposarsi.” (fonte AmiciDomenicani)
Simbolismo della stola
- È simbolo del potere o dell’autorità sacerdotale ed è l’insegna per eccellenza della dignità sacerdotale.
- Visto che la stola era una veste utilizzata da persone di una certa dignità, simboleggia la dignità del primo uomo, dell’uomo prima del peccato originale.
- Simboleggia l’innocenza necessaria per compiere il servizio sacerdotale e l’abito di gloria con cui sarà rivestito il servo buono e fedele dal Signore come ricompensa per i suoi meriti. Evoca quindi l’abito della festa che il Padre ha messo al figliol prodigo quando è tornato a casa vergognandosi di ciò che aveva fatto. Solo Dio può concederci questo abito e renderci degni di presiedere la sua tavola, di stare al suo servizio.
- Visto che si porta sul collo viene assimilata a un giogo, il giogo dolce di Nostro Signore, ovvero gli obblighi dello stato sacerdotale.
- Simboleggia le pecore che il buon pastore porta sulle spalle.
- La stola richiama anche le corde con le quali Nostro Signore è stato trascinato al Calvario.
- La stola del diacono è simbolo di sacrificio e di generosità al servizio della comunità cristiana, è anche per questo uno dei motivi per cui, il diaconato alle donne, non è mai stato pensato dagli Apostoli e neppure dalla Chiesa.
La stola del diacono indossata “di traverso”, dalla spalla sinistra al fianco destro, ricorda la missione affidata al diacono, custode del servizio sacramentale nella Chiesa. Servizio generoso alla comunità cristiana al presbitero e al Vescovo che lo ha Ordinato, ma è anche diaconia Veritatis, servizio alla Verità, voce che grida nel deserto del pensiero unico contro le ideologie e l’apostasia in ogni tempo, voce fuori dal coro, che desidera annunciare Cristo Sapienza della Genti che è dottrina della Chiesa.











Avete detto diaconesse?
di Don Patrick de La Rocque, FSSPX
(parroco di Saint-Nicolas-du-Chardonnet a Parigi)
Pubblicato sul sito della Fraternità San Pio X in Francia: La Porte Latine
Una terribile menzogna
Quando oggi si vedono delle ragazze servire Messa, quando si vedono le donne che provvedono alle letture durante la Messa o a distribuire la Comunione mentre il celebrante rimane seduto, quanto si sa che esse possono già pronunciare l’omelia nelle «liturgie della parola» distinte dalla «liturgia eucaristica», si può essere solo inquieti per questo nuovo passo di cui ha parlato Papa Francesco. Ma in questa sempre più grande protestatizzazione della Chiesa, la cosa più odiosa è lo pseudo appello alla Tradizione fatto a guisa di giustificazione: perché non istituire un diaconato femminile permanente visto che esisteva già nei primi secoli della Chiesa?
Prima ancora di soffermarci sulla natura di questa istituzione che non è sopravvissuta al primo millennio, sottolineiamo che essa non è stata trasmessa fino a noi, e non senza ragione come vedremo. Di conseguenza, la veduta di Papa Francesco attiene all’archeologismo (a) condannato da Pio XII e non alla Tradizione.
D’altronde, le diaconesse di allora sarebbero rimaste scandalizzate se qualcuno avesse proposto loro di servire all’altare o di distribuire la Comunione durante l’azione liturgica. Questo fu loro sempre espressamente vietato e intervenivano gravi ammonimenti ecclesiastici se una di loro si fosse avventurata anche solo a toccare un sacro lino come la palla (1).
E sarebbero ancora rimaste scandalizzate se si fosse detto loro che un giorno si sarebbe presa in considerazione l’idea che delle donne ancora sposate potessero diventare diaconesse. Esse infatti dovevano avere almeno sessant’anni per diventare diaconesse, dovevano essere vedove di un solo marito o vergini e in ogni caso vivere in perfetta continenza.
L’istituzione delle diaconesse nell’antichità
Chi erano allora queste diaconesse dei primi tempi della Chiesa?
Ne parla già San Paolo nella sua Lettera ai Romani: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa (he diakonos) della Chiesa di Cencre» (Rm. 16, 1-4). Ma a detta degli stessi moderni: «non si può dedurne che questo appellativo indichi la specifica funzione di “diacono”» (2).
In effetti, i termini diakonia, diakonos, ecc., assenti nell’Antico Testamento, ma frequenti nel Nuovo, hanno un primario significato generale che allora indicava il servizio, il servitore. In base a questo senso lato, essi si applicavano primariamente a Cristo, servitore di Dio, ma anche a tutti i cristiani.
Ora, diversi indizi lasciano pensare che è in questo senso lato che è stato impiegato il termine nei confronti di Febe. Non si può quindi usare questo testo per rivendicare un’istituzione apostolica al diaconato femminile, com’è il caso del diaconato maschile, che invece è chiaramente affermato in Atti 6, 1-6.
L’istituzione delle diaconesse lo si riscontra in Oriente nel II secolo e solo nel V in Occidente.
Il ruolo delle diaconesse
Per comprendere in cosa consistette questa istituzione, occorre immergersi nel contesto dell’epoca, dove la separazione degli uomini e delle donne era molto marcata, soprattutto in Oriente. Qui, ancora oggi, peraltro, gli uomini e le donne non si mischiano in chiesa e hanno porte separate per accedervi. E sorgerebbero degli inconvenienti a sbagliare l’accesso: ne hanno fatto le spese in Irak i nostri giovani volontari della parrocchia! [aa]
Questa separazione allora era tale che talvolta diventava complicato per il diacono l’esercizio del suo ministero in aiuto delle persone di sesso femminile. Lo stesso vescovo aggregava a sé delle donne come intermediarie, per esempio nella visita alle ammalate. Esse quindi si occupavano della cura dei poveri e dei malati del loro stesso sesso, assicuravano l’ordine e il silenzio nei ranghi femminili in chiesa, erano generalmente presenti agli incontri di una donna col vescovo, il sacerdote o il diacono. Concorrevano anche alla formazione particolare delle catecumene o si incaricavano delle constatazioni corporali indispensabili se una vergine veniva accusata di infedeltà al suo voto di castità.
Non avevano alcuna funzione liturgica, salvo quelle imposte dalla decenza. Infatti, allora i battesimi degli adulti erano i più numerosi e venivano fatti solo per immersione totale del corpo, come l’attinente unzione delle catecumene che non si faceva solo sulle spalle, ma su tutto il corpo; era quindi a queste diaconesse che si affidavano tali funzioni, sempre alla totale dipendenza del sacerdote o del vescovo. E mentre spettava alle diaconesse ungere l’intero corpo delle catecumene, questo veniva fatto solo dopo l’unzione propriamente sacerdotale fatta sulla testa dell’interessata. Ogni altra funzione era loro strettamente interdetta e in nessun caso potevano accostarsi all’altare durante le funzioni liturgiche.
E’ facile constatare da tutto questo come siamo ben lontani dalle rivendicazioni femministe che sono all’origine della proposta di oggi…
Le condizioni per divenire diaconessa
Se le diaconesse non sono di istituzione apostolica, nondimeno si sono applicate ad esse le norme stabilite da San Paolo (I Tim. 3, 11 e 5,9-11) per poter diventare membri della comunità delle «vedove»: i capi della Chiesa le sceglievano tra le vedove anziane di più di sessant’anni che erano state sposate solo una volta. Più tardi si aggiunsero le vergini che avevano consacrato la loro verginità, e va da sé che tutte erano tenute alla perfetta castità. Infatti, tutte dovevano aver fatto professione monastica, perché quelle che allora si chiamavano «vedove» erano semplicemente delle religiose.
L’anzianità era importante, secondo la raccomandazione di San Paolo in I Tim. 5, 11-13:
«Le vedove più giovani non accettarle perché, non appena vengono prese da desideri indegni di Cristo, vogliono sposarsi di nuovo e si attirano così un giudizio di condanna per aver trascurato la loro prima fede. Inoltre, trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene.»
Tuttavia, c’erano delle eccezioni e il V secolo ci mostra che l’età minima era stata abbassata a quarant’anni (3). Ma allora esse dovevano risiedere in un monastero, almeno fino a cinquant’anni, «affinché esercitassero il loro ministero solo al riparo dagli uomini e non fossero esposte ai pericoli di una vita troppo libera.» (4).
L’ordinazione delle diaconesse
Al pari delle religiose odierne, allora alle diaconesse venivano assegnate queste funzioni con una consacrazione presieduta dal vescovo. Le Costituzioni Apostoliche risalenti al IV secolo ne riportano il rito (5).
Si trattava di una certa partecipazione al potere dell’Ordine com’è il caso del diacono?
Nient’affatto! Sant’Epifanio, che riporta molti degli elementi relativi alle diaconesse, è chiaro:
«Se nel Nuovo Testamento le donne fossero state chiamate ad esercitare il sacerdozio o ad assumere un altro ministero canonico, prima di tutto la funzione sacerdotale avrebbe dovuto essere affidata a Maria. Ma Dio ha disposto diversamente, non affidandole neanche il potere di battezzare. Quanto all’ordine delle diaconesse, se esiste in seno alla Chiesa, non lo è per svolgere la funzione del sacerdozio o di qualche altro ministero simile. Le diaconesse sono destinate a salvaguardare la decenza che si impone nei confronti del sesso femminile, sia prestando il loro aiuto nell’amministrazione del battesimo, sia esaminando le donne che soffrivano di qualche infermità o erano state oggetto di qualche violenza, sia intervenendo ogni qualvolta fosse necessario scoprire il corpo di altre donne, affinché tali nudità non fossero esposte agli sguardi degli uomini che compiono le sacre cerimonie e non fossero viste dagli stessi diaconi.» (6).
L’estinzione delle diaconesse
Come dicevamo inizialmente, l’ordine delle diaconesse è totalmente sparito, per così dire, alla fine del primo millennio, ed ha conosciuto la sua «età d’oro» dal III al V secolo. In Occidente sono sparite nel VI secolo, con l’evoluzione del rito battesimale latino che da un lato abbandonò l’immersione totale del battezzato a favore del rito d’effusione, in vigore ancora oggi, e dall’altro riguardava sempre meno gli adulti. La stessa evoluzione c’è stata nella Chiesa d’Oriente, quantunque più lentamente.
Il titolo di diaconesse divenne quindi una semplice distinzione onorifica, molto spesso usurpata dalle stesse Superiore religiose…
Conclusione
Come si può vedere, l’antica istituzione delle diaconesse non ha alcunché a che vedere con una partecipazione delle donne al primo grado del potere dell’Ordine: il diaconato. Si è trattato invece di una consacrazione religiosa votata alla vita attiva, da cui l’uso del termine diakonos per designarla, per il suo significato che rinvia infatti alla nozione di servizio e dunque di servitore. All’epoca in cui la verginità consacrata si viveva unicamente sottoforma di vita contemplativa, le diaconesse si distinguevano dalle vergini consacrate per la loro vocazione attiva.
D’altronde, fu proprio questo titolo di diaconesse che molto più tardi venne ripreso dai protestanti per istituire delle vocazioni attive, essi che prima avevano denigrato tanto la vita consacrata e i voti religiosi. Si trattò allora di semplici associazioni caritatevoli, come il gruppo ospedaliero nel XIII distretto di Parigi, in cui le donne, assumendo l’impegno della verginità per il tempo dell’esercizio della funzione di diaconesse, si mettevano al servizio dei malati, dei poveri o dell’insegnamento popolare. In una parola, questi protestanti avevano una visione molto più corretta di ciò che furono le diaconesse dei primi tempi, rispetto alle attuali donne che avanzano rivendicazioni e sono impregnate di femminismo.
A queste donne, religiose o no, che oggi si appellano a San Paolo e alla diaconessa Febe per reclamare un diaconato permanente femminile, ricordiamo solamente quest’altro insegnamento di San Paolo, per invitarle alla vera fedeltà all’insegnamento apostolico:
«Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. […] Chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto scrivo è comando del Signore; se qualcuno non lo riconosce, neppure lui è riconosciuto. […] Ma tutto avvenga decorosamente e con ordine.» (I Cor. 14, 34-40).
NOTE
a – Cos’è l’“archeologismo”? Nell’enciclica Mediator Dei, Papa Pio XII metteva in guardia i cattolici contro l’errore chiamato “archeologismo” o desiderio imprudente ed eccessivo del ritorno a pratiche, espressioni o costumi dell’Antichità della Chiesa, ignorando il legittimo progresso dei secoli e l’esperienza multisecolare della Chiesa.
Ecco un passo di questo documento sempre attuale:
«Come, difatti, nessun cattolico di senso può rifiutare le formulazioni della dottrina cristiana composte e decretate con grande vantaggio in epoca più recente dalla Chiesa, ispirata e retta dallo Spirito Santo, per ritornare alle antiche formule dei primi Concili, o può ripudiare le leggi vigenti per ritornare alle prescrizioni delle antiche fonti del Diritto Canonico, così, quando si tratta della sacra Liturgia, non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per le mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l’eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall’illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono con grande danno delle anime, e che la Chiesa, vigilante custode del «deposito della fede» affidatole dal suo Divino Fondatore, a buon diritto condannò [Pio VI, Costituzione Auctorem fidei, 28 agosto 1794].»
1 – Decretale di Papa Soter
2 – Commissione Teologica Internazionale, Diaconato, evoluzione e prospettive, 2003, cap. 2, § 4.
aa – Da parte nostra, ricordiamo che fino a pochissimi anni fa, soprattutto nelle nostre chiese di campagna, era usuale che le donne e gli uomini sedessero in chiesa su banchi separati, in genere sui banchi di sinistra le donne e su quelli di destra gli uomini. – NdT.
3 – Concilio di Calcedonia (451), can. 15.
4 – Novelles, VI, 6, Corpus juris civilis
5 –Costituzioni Apostoliche, VIII, 19-20.
6 – Sant’Epifanio, Hær., 79, 3.

E VENIAMO AD OGGI, dicembre 2025 poichè abbiamo un aggiornamento ufficiale
In molti ci state chiedendo un parere sulla notizia di ieri…. 🤔
ATTENZIONE A QUANTI, riportando la questione delle donne-diaconesse…. riflettono in modo errato una frase che non è propriamente come da titoloni trasmesso 😉 il giudizio è definitivo, ed è un NO, sul diaconato femminile inteso appunto che l’unico diaconato è quello sacerdotale… fine della storia, ciò che NON è definitivo è trovare, secondo loro, altre forme di ministero NON SACRAMENTALE che coinvolga ulteriormente la donna attraverso la grazia del Battesimo …
Don Mario Proietti qui lo spiega molto bene… non diamo linfa ai falsi titoloni…. affermare che: Il diaconato femminile NO, ma la risposta NON è definitiva… è un FALSO… e, invece di affidarvi ai MEDIA, leggete attentamente qui il testo ufficiale 🙏
DIACONATO FEMMINILE, TRA ASPETTATIVE E REALTÀ.
Cari amici, oggi è stata pubblicata la Sintesi ufficiale della Commissione di studio sul diaconato femminile, presieduta dal Cardinale Petrocchi. Ho cercato di leggerla senza aspettative ideologiche, lasciando parlare il testo. Il risultato è molto diverso da ciò che molti si attendevano o attendono. Non siamo davanti a una riforma imminente, e nemmeno a un “quasi sì” mascherato. La Sintesi, al contrario, presenta una serie di elementi dottrinali che rendono oggi impraticabile e, certamente anche domani, l’ammissione delle donne al diaconato come grado del sacramento dell’Ordine.
La prima soglia riguarda la storia. Le cosiddette diaconesse dei primi secoli non erano il corrispettivo femminile del diacono ordinato. I loro compiti erano legati a esigenze pastorali e culturali dei contesti in cui operavano, non alla sacramentalità dell’Ordine, e non rientravano nella successione apostolica. La documentazione antica non offre alcun fondamento per costruire un diaconato femminile sacramentale sul modello attuale.
La seconda soglia riguarda la teologia. La Commissione ha votato all’unanimità che l’ipotesi di un diaconato femminile sacramentale solleva interrogativi seri sulla compatibilità con la dottrina cattolica del ministero ordinato. Quando l’unanimità dei teologi convocati dal Papa riconosce un problema dottrinale, significa che non siamo davanti a una questione disciplinare da aggiustare, ma a un nodo profondo della fede della Chiesa.
Il terzo punto è il più esplicito. La Commissione ha affermato, con voto ampiamente favorevole, che allo stato attuale della Scrittura, della Tradizione e del Magistero, la strada che porta all’ordinazione diaconale delle donne risulta esclusa. La formula “allo stato attuale” non indica un’attesa di sviluppo, ma un riconoscimento che lo stato attuale coincide con la Tradizione viva della Chiesa. L’orientamento espresso dalla Commissione è chiaro, fondato e motivato.
Rimane aperto un nodo teologico, che è forse il cuore del dibattito: il significato sacramentale del ministro ordinato. Una parte della Commissione ha affermato che la mascolinità di Cristo, e quindi quella del ministro ordinato, fa parte del segno sacramentale, perché il ministro rappresenta Cristo Sposo nei confronti della Chiesa. Un’altra parte non ha voluto assumere questa formulazione. Questo dissenso non apre una strada pratica, ma mostra su quali punti sarà necessario approfondire, perché la questione non si risolve con argomenti sociologici ma con una comprensione teologica del sacramento.
A questo proposito, è importante dire con chiarezza che l’ipotesi di un diaconato femminile non è preclusa per mancanza di volontà, ma per ragioni strutturali. Per renderla possibile si dovrebbe separare il diaconato dagli altri due gradi dell’Ordine, negando la loro unità sacramentale. Si dovrebbe ridefinire la configurazione del ministro a Cristo, modificando il nesso tra rappresentazione sacramentale e mascolinità di Cristo Sposo. Si dovrebbe allontanare il ministero ordinato dal significato nuziale che da sempre struttura il rapporto tra Cristo e la Chiesa. Si dovrebbe contraddire la Tradizione costante d’Oriente e d’Occidente, che ha sempre riservato l’Ordine agli uomini battezzati. Si dovrebbe anche reinterpretare la sacramentalità non più come segno efficace dato da Cristo, ma come funzione attribuibile per analogia sociale. Tutto questo non è un semplice aggiustamento, è un mutamento che snaturerebbe l’Ordine stesso.
Per questo la Commissione, pur lasciando formalmente al Papa il giudizio definitivo, mostra che la via sacramentale è di fatto impraticabile. Non perché manchi coraggio pastorale, ma perché sarebbe necessario trasformare la struttura teologica dell’Ordine, e questo non appartiene allo sviluppo della dottrina, ma al suo abbandono.
Dove invece la Commissione registra una convergenza significativa è nella valorizzazione reale della diaconia battesimale. Qui il testo è ampio e deciso: occorre riconoscere, sostenere e istituzionalizzare il servizio delle donne nei ministeri laicali già esistenti e in quelli che potranno emergere secondo le necessità della comunità. La Chiesa non nega la vocazione delle donne al servizio ecclesiale, la riconosce e vuole promuoverla senza confondere piani sacramentali e piani battesimali. È una direzione che non nasce dalla pressione culturale, ma dal Vangelo stesso, che chiede a tutti di partecipare alla missione della Chiesa secondo la propria grazia.
La conclusione è semplice. La Commissione non apre spazi che non esistono. Mostra con onestà ciò che è impossibile e ciò che invece è urgente. La strada non è forzare il sacramento dell’Ordine perché assomigli alle aspettative del mondo, bensì approfondire la bellezza della diaconia che nasce dal Battesimo e che trova la sua forma più alta nella vita di Maria, la prima credente e la più grande serva del Signore.
E… giusto per non far dire che facciamo parlare solo i preti… ecco un bellissimo commento di UNA DONNA… ha molto da insegnare e si chiama
Zarish Imelda Neno

LA FORMA DELLA FEDE: STORIA DI UNA PRESSIONE ASIMMETRICA SULLA CHIESA CATTOLICA
(una riflessione “extra” di Don Mario Proietti cpps, che condividiamo)
Cari amici, c’è un fenomeno curioso che attraversa la storia dell’Occidente. La Chiesa cattolica viene continuamente invitata a cambiare, a reinventarsi, ad adeguarsi alle attese del mondo. È un ritornello che da due secoli risuona con insistenza, come se la Chiesa fosse l’unica realtà religiosa che debba aggiornare la propria identità per essere accettata. Nessuno pretende che l’Islam ordini donne imam o abolisca la sharia. Nessuno chiede all’ebraismo di riformulare i suoi codici millenari. Solo alla Chiesa viene chiesto di rinunciare alla forma che ha custodito fin dagli inizi.
Questa asimmetria non è casuale. La Chiesa è l’unica a presentarsi con una pretesa di verità universale e una struttura capace di incidere sulla morale pubblica globale, sfidando il secolarismo e il relativismo.
Il Risorgimento italiano segna l’inizio di questa pressione moderna. Il nuovo Stato liberale percepisce la Chiesa come un ingombro al progetto nazionale e interviene con decisione sulla sua vita. Le leggi Siccardi e Rattazzi sopprimono ordini religiosi, espropriano beni, riducono la presenza ecclesiale nello spazio pubblico. La Presa di Porta Pia chiude il potere temporale e apre una stagione in cui la Chiesa viene trattata come residuo del passato. Si diffonde l’idea che la fede sia tollerabile solo se confinata nella sfera privata.
Un clima simile attraversa l’Europa. In Germania il Kulturkampf pretende di controllare la vita ecclesiale e di piegarla al progetto statale. In Francia la legge del 1905 sancisce una separazione in cui la Chiesa non ha più alcuna rilevanza pubblica riconosciuta. Il messaggio è chiaro. La fede può esistere se smette di incidere sulla società.
Negli stessi anni cresce una pressione interna. Il Modernismo tenta di rileggere il dogma secondo le categorie della filosofia contemporanea e propone una religione adattata alla coscienza del tempo. La risposta di Pio X sottolinea che il cristianesimo non nasce da un processo culturale. Nasce dalla Rivelazione e custodisce un fondamento che non dipende dal mondo.
Il Novecento vede poi la violenza dei totalitarismi. In Messico, in Spagna, nei Paesi dell’Est la Chiesa viene perseguitata e privata della libertà. L’obiettivo è togliere alla fede la capacità di formare l’uomo libero. L’attacco non riguarda solo l’istituzione. Riguarda la visione dell’uomo che la Chiesa difende. Oltre alle persecuzioni, vide anche il tentativo di rinnovamento organico interno. Il Concilio Vaticano II (1962-1965) è stato un evento centrale, in cui la Chiesa ha cercato un “aggiornamento” per comunicare meglio il Vangelo al mondo moderno. Tuttavia, questo rinnovamento è avvenuto nel solco della Tradizione e della Rivelazione, ribadendo i fondamenti dottrinali e liturgici. Non fu un cedere alle pressioni esterne, ma una missione più efficace. Questo dimostra che la Chiesa è capace di cambiare i modi, mantenendo immutata la sua essenza, in netto contrasto con le richieste successive che mirano invece a stravolgere i contenuti di fede e morale.
Nel dopo concilio inizia una fase diversa. La pressione non mira più a togliere alla Chiesa il suo spazio, ma a cambiare la sua dottrina e la sua morale. La stagione seguita all’enciclica Humanae vitae (1968) rende evidente che una parte dell’Occidente, influenzata dalla licenza sessuale e dal benessere individuale, vorrebbe una morale cattolica modellata sulle proprie convinzioni. La richiesta è sempre la stessa. Una Chiesa più flessibile, più sommessa, più vicina alle tendenze del tempo.
In questo contesto si inserisce anche l’insistenza crescente contro il celibato sacerdotale. La cultura dominante percepisce il celibato come un anacronismo o un ostacolo e non riesce a comprenderne il valore spirituale. In realtà è uno dei segni più forti della vita ecclesiale. Il sacerdote appartiene interamente al Signore e vive una dedizione che non si può spiegare con categorie puramente umane. Una società che fatica a sostenere la stabilità affettiva trova insopportabile che un uomo viva una consegna così radicale. La pressione a eliminarlo non nasce da esigenze pastorali, ma dal desiderio di ridurre il sacerdozio a una funzione. Il celibato custodisce invece un’eccedenza che rivela il carattere soprannaturale della vocazione. Toglierlo indebolirebbe la fisionomia stessa della Chiesa e la renderebbe simile alle religioni che sorgono dal basso.
Con l’ingresso nel ventunesimo secolo la pressione assume nuove forme. Molti chiedono una revisione radicale dell’antropologia cristiana. La dottrina sul matrimonio e sulla famiglia diventa bersaglio quotidiano. Si pretende l’apertura del sacerdozio alle donne, non come frutto di un discernimento spirituale, ma come adeguamento a una cultura che riduce tutto a diritti da rivendicare. Le questioni etiche su vita, morte e sessualità vengono lette come ostacoli a un progresso inteso senza riferimenti ultimi.
Il risultato è un paradosso evidente. In un tempo che si dichiara relativista, il relativismo non rispetta la libertà della Chiesa. La tolleranza moderna diventa intollerante verso l’unica realtà che conserva una verità ricevuta e non negoziabile. La Chiesa si trova così di fronte a una scelta decisiva. Assecondare la pressione del mondo significherebbe perdere la forma stessa della fede, diventando solo un’eco di ciò che è di moda. Restare fedele custodisce ciò che è stato affidato da Cristo e sostiene l’uomo anche quando non lo sa.
La storia mostra che ogni volta che la Chiesa ha resistito a queste pressioni, è rimasta se stessa. La santità ha continuato a fiorire. La carità ha continuato a servire. La missione ha continuato ad annunciare. La fedeltà non ha mai soffocato la vita. L’ha protetta. Questo valeva ieri e vale oggi. Chi chiede alla Chiesa di cambiare forma non conosce la sua natura. Chi la vuole fedele comprende che la verità non si piega al tempo, illumina il tempo.
