Prima la Rivelazione poi la devozione

Solo nel nome di Gesù, nostra pietra angolare, troviamo salvezza dal peccato. La liturgia ci insegna ad affermare Cristo sempre.

Santa Messa SS. Nome di Gesù in rito tradizionale a Vocogno in Val Vigezzo (VB).
Omelia di don Alberto Secci di Domenica 4 Gennaio 2026.

Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato.

Vorrei chiedervi un poco di attenzione su questo fatto, in sé semplice ma per noi a volte complicato, che è questo: la devozione non deve precedere e superare la rivelazione. Prima c’è la rivelazione, poi c’è la devozione. Avete notato com’è fatto il tempo di Natale? Lo state notando? Il tempo di Natale che poi apre al tempo dell’Epifania… lo vivete in modo distratto? Il giorno di Natale, l’ottava di Natale (in cui si parla della circoncisione di Gesù) e poi la domenica del Santissimo Nome di Gesù: la Chiesa ci “complica” il Natale perché la liturgia segue la rivelazione. La preghiera cristiana è basata su come Dio si è mostrato e su come ha fatto le cose; la devozione deve seguire questo percorso. Un esempio plastico è il canto d’inizio della messa, l’introito “In nomine Jesu”.

Se fossimo ferventi e sapessimo cantarlo tutti, bisognerebbe prepararsi giorni prima per ogni introito. Chi è abituato al Natale “anglicano” che alberga nella Chiesa Cattolica potrebbe trovare lugubre il canto gregoriano, ma esso è la forma in canto della preghiera in cui la rivelazione precede la devozione. Al contrario, quando si cercano canti sentimentali, la devozione precede la rivelazione ed è un disastro; questo avviene spesso nei canti mariani, tanto belli quanto pericolosi. Questa scuola deriva dal protestantesimo, che solletica il sentimento nel canto e nell’ascolto musicale. Nel gregoriano no, perché la rivelazione deve guidare tutto.

Voi vedete com’è disastroso quando la devozione precede la rivelazione, anche in campo morale. Pensate alla carità svuotata dalla rivelazione che diventa amore sentimentale: molti hanno tradito Cristo non essendo educatori severi. Se pregate così, non ve ne accorgete e finite i vostri giorni nel peccato mortale stabilizzato, convinti che “il Signore mi ama”, ma di là scoprirete che l’amore è un’altra cosa. Per salvarci, la liturgia ci offre la festa del Nome di Gesù con l’introito: “In nomine Jesu omne genu flectatur” (nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e negli inferi) e ogni lingua confessi che Gesù regna., Qui non c’è nulla di sentimentale: è tutto dogma, verità di fede e rivelazione.

La liturgia non usa un’esortazione natalizia, ma salta di trent’anni agli Atti degli Apostoli, al discorso di Pietro dopo la guarigione del paralitico al tempio. Pietro afferma con tono di rivelazione: “È per il nome di nostro Signore Gesù Cristo, il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio risuscitò dai morti, che costui ora sta davanti a voi sano”. Egli è la pietra angolare scartata dai costruttori e non c’è altro nome sotto il cielo dato agli uomini in virtù del quale dobbiamo essere salvati. Se il Natale non arriva a questo annuncio, non è il Natale di Cristo.

Oggi, dopo il laicismo e la secolarizzazione aiutata da molti ecclesiastici, la gente si chiede perché debba essere salvata. Ci sono i “cristiani ammodernati” che dicono scioccamente di essere già salvati in anticipo, ma la salvezza non può essere teorica., O senti adesso il bisogno di essere salvato o è una beffa al Signore. Ma da cosa devi essere salvato? Dal peccato. Gesù viene a pagare il prezzo dei tuoi peccati: la circoncisione, otto giorni dopo la nascita, è il primo sangue versato, anticipo della passione redentrice.

Per questo non dobbiamo dimenticare tre punti:

  1. Peccato e redenzione: il Natale è snaturato se si annulla la coscienza del peccato.
  2. Invocare e affermare il nome di Gesù: chi invocherà il suo nome sarà salvato, ma il nome va anche affermato con forza, come fece Pietro. Se la Chiesa non afferma Cristo, tradisce. Dobbiamo smetterla di dare tutto per scontato e tornare ad affermare Gesù opportunamente e importunamente. Ai figli, invece di parlare solo di “responsabilità”, ricordate la redenzione, la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso.
  3. Fare tutto nel nome di Gesù: come dice San Paolo, ogni azione, anche il lavoro che rimandate, va compiuta nel Suo nome.

Infine, ricordiamo che la vita cristiana su questa terra dovrebbe terminare, nel momento della morte, invocando tre volte: “Jesu, Jesu, Jesu”. Questo è ciò che conta: non vivere in modo distratto per non essere distratti nel momento supremo.

Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato.

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