Parla il professor Polisca, medico personale di Benedetto XVI: un esempio di fede vissuta, senza paura, fino alla fine…

“Certo, non posso dire che non mi sia dispiaciuto, sì, però conoscendolo un poco, dicevo: “Se l’ha deciso Papa Benedetto, è una cosa buona”. Io non la capisco per intero certamente, ma è certo una cosa buona.”

io ricordo un fatto: uscendo un giorno dal monastero Mater Ecclesiae, incontro un gruppo di persone. C’è un sacerdote, si volge verso il monastero, allarga le braccia e dice ad alta voce: “Santo Padre Benedetto, perché ci hai lasciati?”, ad alta voce. Certe volte mi chiedevo: “Chi è il medico, chi è il paziente qui, in questo nostro rapporto?”.

Il Papa Benedetto è un esempio di fede vissuta, e la fede vissuta genera la speranza, fonda la carità, ma produce anche serenità, senza paura, fino alla fine.

Il medico personale del compianto Benedetto XVI, professore Patrizio Polisca, è nato a Petriano (PU-provincia di Pesaro e Urbino nel 1953). Specialista in cardiologia, anestesia e rianimazione e professore di cardio chirurgia all’Università Tor Vergata di Roma, è stato anche cardiologo di Giovanni Paolo II e archiatra pontificio, direttore dei Servizi sanitari vaticani.
Il professor Patrizio Polisca è stato medico personale di Benedetto XVI dal 15 giugno 2009 fino alla morte del Papa emerito (avvenuta il 31 dicembre 2023), rimanendo il suo medico di fiducia anche dopo la rinuncia al pontificato e la fine del suo incarico ufficiale come archiatra pontificio nel luglio 2015.

Il Professore Patrizio Polisca, medico personale di Papa Benedetto XVI, condivide ricordi toccanti e intimi su Benedetto XVI. Dalla sua continua meraviglia per il Creato alla storica decisione della rinuncia vissuta con immensa serenità, fino all’ultimo respiro affrontato con la certezza di non essere mai solo.

“La prima notizia è stata per me sicuramente fonte di di gioia, no? Ero molto contento. Però un minutino dopo ho anche vissuto una una sorta di sensus di sproporzione tra quello che mi avrebbe sarebbe stato il futuro, l’incarico, la delicatezza dell’incarico, anche la, diciamo, anche le difficoltà e un po’ la il senso di inadeguatezza. Questa sproporzione per me, e da qui nascevano altri sentimenti… dovrei dire di timore, non proprio di paura, ma di timore.

Ma immediatamente dopo, o subito subito dopo, o quasi, questo timore è stato abbastanza fugato, perché potevo contare sulla fiducia del Santo Padre. Lui mi ricevette nel dicembre del 2008, nella seconda loggia, in udienza privata, lui e io da soli, esordì dicendo: “Lei sa perché noi oggi siamo qui. Noi siamo amici da tempo, e io vorrei che sia lei ad accompagnarmi in questo tratto della vita”.

Dunque, la paura si sciolse. Non ho più realmente avuto paura, e ma anche vi presagivo che il rapporto non sarebbe stato solo di carattere professionale, ma sarebbe andato oltre, avrebbe avuto altri orizzonti più ampi, di carattere più umano ed esteso, diciamo così, ed ampio. Questa è stata un po’ la mia sensazione del primo momento.

È stato un rapporto silenzioso, anche perché da Papa non era facile incontrarsi frequentemente. La vita del Papa non lascia un minuto di respiro al Papa stesso, ogni Papa, tutti i Papi, quindi non era sempre facile poter incontrarsi per motivi anche professionali o meno, però c’è stato sempre un rapporto bello, diciamo proprio di silenzioso ma profondo, che poi si si svilupperà nel futuro.

Certo, io mi trovavo di fronte a una a una personalità troppo elevata, no? Quindi cosa potevo io dire? Di che cosa potevo parlare? E quindi ho cercato di mettermi in ascolto. Sono rimasto sempre in ascolto del suo pensiero, dei suoi, diciamo, delle sue visioni, no? Lui aveva una visione importante, profonda della vita, no? Però potevo interagire per ciò che riguarda gli aspetti… lui era molto attratto un po’ da tutto, direi, tra parentesi, una curiosità non solo sana, ma scientifica, direi così, no? Quindi attratto dalla creazione, dal creato. Quindi anche gli argomenti biologici, di carattere biologico, di maggior mia pertinenza, che cercavo di spiegare eccetera, lo attraevano, era contento.

Ma la cosa che mi diciamo che mi colse, era un po’ questo suo, direi quasi, istinto di rapportare l’esperienza del quotidiano, l’osservazione della natura, del creato, di rapportarla al Creatore. Questo era un fatto per lui immediato: un fiore, la bellezza di un fiore lo portava subito a riferire della bellezza del Creatore. E questo un po’ era anche un po’ il nucleo, mi pare, anche del suo atteggiamento, no? Il Creatore, il Dio Creatore che non è solo il Creatore, è anche il Salvatore, ma è anche Carità, cioè Dio amore. E su questo punto lui stesso mi disse di aver imbastito anche tutta la sua riflessione spirituale, ma anche intellettuale. E questo per me era affascinante, molto affascinante, mi attraeva. A dire il vero, nell’intimo mio avrei voluto diventare quasi un suo allievo, però sai, tentare non era facile. Però devo dire, è sempre stato il mio ispiratore, ed è tutt’oggi, e tutt’ora lo è.

È naturale che con l’andar degli anni… lui aveva ormai un’età di 85 anni quasi, 85 anni quasi o più o un po’ di più, un po’ meno… è chiaro che le forze fisiche si riducono, e lui di questo era consapevole, ma soprattutto era consapevole della sua responsabilità, fortissimo il senso di responsabilità nei confronti della Chiesa.

Allora nel suo spirito maturò questa decisione, questo arrivò a questo convincimento di lasciare, di lasciare. Ma, questo l’ha anche detto lui pubblicamente, l’ha anche scritto, la decisione lui l’ha vagliata, quindi è nata nel suo animo, ma l’ha vagliata a lungo. Con chi? Nel colloquio, a lungo ha avuto con il Signore, così dice e così ha ripetuto sempre. Quindi c’è anche un imprimatur, diciamo, come devo dire, non solo della grazia, ma insomma coincideva questa decisione anche con una volontà di Dio, se vogliamo dire. Io penso, no?

E per lui e lui e questa decisione, diciamo, l’ha realizzata, attuata l’ha attuata, diciamo così, con uno spirito di grande serenità. Certamente tutti gli altri piangevano, dopo l’ho saputo, lui è rimasto sereno. Questo mi ha e mi ha colto alla grande, diciamo così, no? Non stupito no, però mi ha inciso, ha inciso sulla mia sul mio sulla mia intimità interiorità, diciamo, no? Certo, non posso dire che non mi sia dispiaciuto, sì, però conoscendolo un poco, dicevo: “Se l’ha deciso Papa Benedetto, è una cosa buona”. Io non la capisco per intero certamente, ma è certo una cosa buona. Questa è un po’ la mia quello che posso dire di quel tempo, il giudizio finale che devo dare sulla vicenda.

E il rapporto è stato più facile, più regolare, più tempi per stare con lui. Diciamo, me lo sono un po’ goduto, se vogliamo dire semplicemente, no? Come un figlio può godere gli anni della anzianità del padre, un po’ così. E questo ancor più… io ricordo un fatto: uscendo un giorno dal monastero Mater Ecclesiae, incontro un gruppo di persone. C’è un sacerdote, si volge verso il monastero, allarga le braccia e dice ad alta voce: “Santo Padre Benedetto, perché ci hai lasciati?”, ad alta voce. E mi ha commosso. In quel momento anche ho realizzato maggiormente anche il mio privilegio, che è stata probabilmente una grazia, dobbiamo dire così, perché in quel tempo il rapporto era talmente così eh come devo dire intimo, costante eccetera, che chi ne ha goduto forse sono stato io.

Certe volte mi chiedevo: “Chi è il medico, chi è il paziente qui, in questo nostro rapporto?”. Mi chiedevo, senza dirlo ovviamente, e mi sono trovato anch’io ad essere paziente molte volte perché uscivo da quei colloqui, da quegli incontri molto rasserenato e sereno, diciamo così, e in pace. Ed è difficile parlarne. Però, insomma, ci proviamo. Ci proviamo.

Diciamo che non è mancata mai a lui la consapevolezza della sua condizione e anche quella che sarebbe stata il momento finale. Ma di fronte a questa a questo evento, lui ha sempre mantenuto una serenità di spirito. “Se il Signore vuole che vada, vado. Se il Signore vuole che resti, resto”, così mi diceva.

Gli ultimi momenti sono stati caratterizzati in questa consapevolezza, sempre da questo status. Quel che mi rimane è il suo sguardo sereno e il suo volto composto, quando gli occhi si chiusero a questo mondo e… un po’ difficile.

Conoscendolo un poco era proprio questo, no? Lui attraversa stava attraversando quella che era aveva definito precedentemente “la strada dell’ultima solitudine”, no? Quella via che conduce nella valle della morte. E lui era convinto di non essere solo, che nessuno di noi sarebbe sarà mai solo se crede. Non sarà mai solo in quel frangente, e così, alla mia percezione, è stato per lui. L’abbiamo accompagnato fino alla fine, ma devo dire che questo passaggio io l’ho percepito, l’ho percepito, e questo, diciamo, devo dire mi ha consolato, sotto un certo aspetto.

Quindi, un messaggio finale che ci lascia questa persona è un messaggio di speranza, prima di tutto. Il Papa Benedetto è un esempio di fede vissuta, e la fede vissuta genera la speranza, fonda la carità, ma produce anche serenità, senza paura, fino alla fine. Questo è il messaggio che mi porto.”

Si ringrazia la: Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger Benedetto XVI

I commenti sono chiusi.

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑