Il Dio di Gesù Cristo Meditazioni sul Dio Uno e Trino

Presentazione dello Staff di Cooperatores Veritatis: qualche anno fa entrammo in disputa con alcuni interlocutori i quali denunciavano una presunta stonatura nell’uso del termine, da parte di Ratzinger, “Dio di Gesù Cristo”, Dio è Dio, Gesù è Dio, dicevano, e perciò aggiungere quel “di”, inficiava la vera dottrina. Dal canto nostro replicammo che erano loro a fermarsi al titolo e a non leggere con attenzione cosa intendesse affermare Ratzinger con questa frase.

Lo scoprirete voi stessi se avrete la pazienza, ma soprattutto l’amore, di leggere fino in fondo e con verità le spiegazioni di Ratzinger. Noi vi possiamo solo sintetizzare che la frase è corretta (lasciamo perdere come invece ne distorse l’uso il vescovo progressista Bruno Forte) e non mette a rischio la dottrina cattolica, anzi, queste spiegazioni aiutano a comprendere che, proprio oggi in queste molteplicità religiose, in certo ecumenismo sincretista, questo libro nasceva con l’intento che l’Unico vero Dio – e di conseguenza l’unico autentico monoteismo – è quel Dio RIVELATO in Gesù Cristo, solo in questo modo può e deve essere interpretata la frase “il Dio di Gesù Cristo” e non perché si perde per strada la divinità di Cristo, è proprio il contrario. Del resto Gesù lo disse chiaramente: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» (Gv.14,6-7).

Spiega qui infatti Ratzinger: «Padre e Figlio non diventano una-cosa-sola al punto da dissolversi l’uno nell’altro. Rimangono uno di fronte all’altro, poiché l’amore si fonda su una reciprocità che non può essere superata. Se ciascuno rimane se stesso ed essi non si superano reciprocamente, il loro essere una-cosa-sola non può consistere nell’essere ognuno per sé, ma nella fecondità in cui ognuno si dona all’altro pur rimanendo se stesso. Essi sono una-cosa-sola per il fatto che il loro amore è fecondo e va oltre loro stessi. Nel Terzo, nel quale si donano, nel dono, essi sono insieme se stessi e una-cosa-sola».

Alla domanda “cosa significa tutto questo?” la risposta di Ratzinger è geniale e chiara: «Significa innanzitutto che Dio è, e che quindi gli ‘dèi’ non sono Dio.»

In mezzo a tanto sincretismo religioso, dove sembra prevalere  il valore di un dio generico adatto a qualunque credo e cultura, adattabile ad ogni incontro ecumenico sincretista, chiarire che invece esiste un solo Dio e che è quello “di Gesù Cristo” perché Lui ce lo ha rivelato e presentato nella qualità di Padre, al quale Egli stesso rivolgeva preghiere e suppliche, non solo è corretto, ma è il modo migliore per comprendere che solo attraverso Gesù Cristo si accede al Padre, con l’aiuto dello Spirito Santo, al Dio unico e Trino, vivo e vero. Buona lettura.

“Ai miei confratelli nel venticinquesimo della nostra ordinazione sacerdotale 1951-1976

Prefazione (*)

Quando nella primavera del 1973 tenni un quaresimale nella chiesa di S. Emmeram a Regensburg, mi venne offerta l’occasione di vagliare, sul piano pratico, alcuni principi che avevo appena sviluppato nel mio volume Dogma und Verkùndigung [Mùnchen 1973; trad. it., Dogma e predicazione, Queriniana, Brescia 1974].

Il primo e terzo capitolo di questo piccolo libro ripropongono, con alcune modifiche, quelle prediche, riflessioni sul tema che, nell’opera appena ricordata, avevo abbozzato nel capitolo Predicazione di Dio oggi.

Il secondo capitolo contiene invece delle meditazioni che tenni a Friburgo nel periodo dell’Avvento del 1972, una predica del 1975 in occasione del giubileo del concilio di Nicea e una conferenza sul tema della Pasqua che svolsi alla Radio Bavarese. Di questi testi mi sono poi servito per predicare gli esercizi spirituali a Bad Imnau, Colonia (a dei seminaristi) e a Maria Laach; per l’occasione li ristrutturai secondo la forma che qui assumono.

Benché mi renda conto delle carenze che tale processo di formazione inevitabilmente comporta, nutro comunque la speranza di favorire una saldatura fra teologia e spiritualità, ma anche un’assimilazione personale del contenuto nella misura in cui esso risponde alla fede della chiesa.

Pentling, festa dei santi Pietro e Paolo 1976

Joseph Ratzinger

  1. 1 FEDERAGIONERATZI 6Dio

Dio ha dei nomi

Ci ricordiamo ancora di quando Juri Gagarin, ritornando dal suo viaggio nello spazio – il primo nella storia dell’umanità – affermò di non aver visto alcun dio.

Anche per l’ateo meno sprovveduto era ovvio che una simile affermazione non poteva costituire un argomento convincente contro l’esistenza di Dio. Che Dio non si possa toccare con le mani o osservare con il telescopio, che non abiti sulla luna, su Saturno, su qualche pianeta o nelle stelle, lo si sapeva già, prima che ce lo dicesse Gagarin, a prescindere dal fatto che questo viaggio nello spazio, pur rimanendo un’impresa straordinaria, se riferito ai parametri dell’Universo può venir considerato tutt’al più una breve passeggiata fuori della porta di casa, e le conoscenze che ci ha fatto acquisire sono di gran lunga inferiori a quelle di cui potevamo già disporre in base ai nostri calcoli e osservazioni.

Molto più intensa, invece, è la penosa sensazione di assenza di Dio che tutti provano ai nostri giorni. La troviamo formulata in un’antica favola ebraica, dove si racconta che il profeta Geremia un giorno riuscì, assieme al figlio, a combinare correttamente alcune lettere e parole così da dare origine a un uomo vivente. Sulla fronte del Golem – l’uomo formatosi da sé – stavano impresse le lettere che avevano consentito di svelare il mistero della creazione: yhwh È LA VERITÀ. Il Golem strappò una delle sette lettere, di cui si compone la frase nella lingua ebraica, mutando così radicalmente il senso dell’iscrizione, che ora suonava: Dio È MORTO. Inorriditi, il profeta e il figlio gli chiesero che intenzioni mai avesse. La risposta dell’uomo nuovo fu: da quando voi siete in grado di creare l’uomo, Dio è morto . La mia vita è la morte di Dio. Se l’uomo ha ogni potere, Dio non ne ha più alcuno.

Questa antichissima storia ebraica, inventata nel Medioevo cristiano, esprime, come in un sogno angoscioso, il dramma dell’uomo dell’età della tecnica. Questi ha ormai ogni potere sul mondo, conosce le sue funzioni e le leggi che ne governano il corso. Il suo sapere è potere: egli è in grado, per così dire, di smontare questo mondo per poi ricomporlo; per lui è un complesso di funzioni, di cui ci si può servire e che si possono piegare al proprio servizio. In un simile mondo, così sotto controllo, non c’è più alcuna possibilità d’intervento di Dio. L’uomo può trovare aiuto soltanto nel suo simile, perché il potere sul mondo può essere esercitato soltanto dall’uomo. Ma un Dio privato di ogni potere non è più Dio. Se il potere sta soltanto nelle mani dell’uomo, non esiste più alcun Dio.

Queste riflessioni evidenziano alcuni aspetti fondamentali del problema della conoscenza umana di Dio. Qui si osserva che questa conoscenza, in ultima analisi, non pone soltanto problemi d’ordine teorico, ma è innanzitutto una questione di prassi vitale. Dipende dal rapporto che l’uomo stabilisce fra sé e il mondo, fra sé e la propria vita. Il problema del potere è soltanto un aspetto, mentre decisioni importanti sono già state prese nella sfera dei rapporti dell’Io con il Tu e con il Noi: nell’esperienza dell’essere-amati o dell’essere- respinti.

Da queste esperienze e decisioni di fondo, nel rapporto dell’Io con il Tu e con il Noi, dipende poi il fatto che l’uomo veda nell’essere-con e nel precedere del Totalmente Altro un concorrente, o un pericolo, oppure il fondamento della nostra fiducia. E da questo dipende anche la possibilità di contestare questo testimone o di accettarlo con rispetto e riconoscenza.

Questa idea, che ci riporta alle radici del problema di Dio, e che è lontana dalla discussione sulle prove della sua esistenza, potrebbe venir illustrata un po’ di più a partire dalla storia delle religioni. Nella storia religiosa del genere umano, la quale, nelle culture più elevate, coincide con la sua storia spirituale, Dio compare ovunque come l’Essere che ha occhi dappertutto, come il Vedere: un’idea arcaica che viene mantenuta anche nell’immagine dell’occhio di Dio, tramandataci nell’arte cristiana . Dio è Occhio, Dio è Vista. Qui si cela anche una sensazione originaria dell’uomo, quella del sentirsi conosciuto. Egli sa che una segretezza assoluta non esiste, che la sua vita è sempre esposta allo sguardo di Qualcuno, che il suo vivere è un esser-visto.

Nella preghiera di uno dei Salmi più belli dell’Antico Testamento troviamo espressa la convinzione che ha accompagnato l’uomo lungo l’intero corso della sua storia:

“Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo. Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?

Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce” (Sai 138,1-12).

Come abbiamo detto, questa sensazione di esser-visti può suscitare nell’uomo due reazioni opposte. Questo essere-esposto può turbarlo, farlo sentire in pericolo, un essere limitato nel suo stesso ambito vitale. Sensazione che può tramutarsi in irritazione e intensificarsi fino al punto da ingaggiare una lotta appassionata contro il testimone invidioso della sua libertà, della capacità illimitata del suo volere e agire. Ma può anche dare origine a un atteggiamento contrario: l’uomo che si apre all’amore, in questa presenza che continuamente lo circonda può scorgere il mistero cui aspira tutto il suo essere.

Qui egli potrà cogliere il superamento della propria solitudine, che nessuna creatura umana riuscirà mai a eliminare e che costituisce comunque una vera e propria contraddizione per l’essere che tende al Tu, a essere con l’altro. In questa presenza misteriosa egli può trovare il fondamento di quella fiducia che gli consente di vivere. È questo il luogo in cui trovare risposta al problema di Dio. Essa dipende dal modo in cui l’uomo considera originariamente la propria vita: se vuole rimanere non-visto, se preferisce restare da solo – «Sarete come Dio!» – oppure se egli, nonostante le sue inadeguatezze, anzi proprio perché essere inadeguato, è invece riconoscente a Colui che riempie e sostiene tutte le sue solitudini.

Le ragioni che sostengono l’una o l’altra scelta sono le più diverse. Dipende dalle esperienze di fondo che si fanno con il Tu: se in esso si scorge l’amore o, invece, una minaccia. E dipende anche dalla figura in cui Dio incontra l’uomo: se nelle vesti di un terribile sorvegliante che medita il momento della condanna, o come l’amore creatore che ci aspetta. Dipende inoltre dalle decisioni attraverso le quali l’uomo accetta o modifica, nel corso della propria vita, le esperienze fatte in passato.

Da queste riflessioni dovrebbe risultare chiara almeno l’impossibilità di dissociare il problema dell’esistenza di Dio da quello di chi o che cosa Dio è. Non si può provare o negare che Dio esiste, per poi chiedersi chi o che cosa egli propriamente sia.

Il contenuto racchiuso nell’idea che l’uomo si fa di Dio decide anche della possibilità o meno che qui si sviluppi una conoscenza, dove però questa conoscenza e questi contenuti sono talmente intrecciati con le decisioni di fondo che connotano la nostra vita umana, restringono o dilatano il nostro raggio di conoscenza, che la pura teoria qui rivela tutta la sua impotenza.

Ma chiediamoci: come si mostra il Dio biblico? Chi è propriamente questo Dio? Nella storia biblica della rivelazione, sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento, di fondamentale importanza si è rivelata sempre l’autopresentazione di Dio a Mosè, così come ci viene descritta in Es. 3.

Qui bisogna anzitutto tenere ben presenti il contesto storico e il luogo in cui Dio si manifesta. Il contesto storico ci è presentato dalla stessa parola di Dio: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze» (v. 7). Dio si rende garante del diritto. Egli difende i deboli dai potenti. E’ questo il suo vero volto. È questo il nucleo della legislazione veterotestamentaria, che mette sotto la protezione personale di Dio la vedova, l’orfano, lo straniero. E lo ritroviamo anche al centro della predicazione di Gesù, che si è messo dalla parte di quelli che vengono accusati, dei condannati, dei morenti e che, appunto così, li ha posti sotto la protezione di Dio.

In tale contesto rientra anche la sua lotta per il significato del sabato (ne basti un accenno): nell’Antico Testamento il sabato è il giorno della libertà delle creature, il giorno nel quale l’uomo e l’animale, lo schiavo e il padrone riposano. È il giorno in cui viene ripristinata, in mezzo a un mondo dove regnano la disuguaglianza e la schiavitù, la comunione fraterna di tutte le creature. Per un giorno la creazione ritorna al punto di partenza: tutti sono liberi in virtù della libertà di Dio.

L’atteggiamento che Gesù assume nei confronti del sabato si traduce in una lotta non contro il giorno di sabato, ma perché questo giorno riacquisti il suo significato originario: perché sia il giorno della libertà di Dio e non si tramuti, sotto l’influenza dei legulei, nel suo contrario, in un giorno tormentato dall’osservanza di prescrizioni minuziose.

Il luogo dell’avvenimento descritto da Es. 3 è il deserto.

Per Mosè, Elia e Gesù, esso è il luogo della vocazione e della preparazione. Se non si esce dall’ingranaggio della vita quotidiana, se non ci si confronta con la potenza della solitudine, non si può fare nessuna esperienza di Dio. Se per quanto concerne il contesto storico diremo che un cuore avido ed egoistico non può conoscere Dio, tenendo conto di questo secondo aspetto dovremo ammettere che Dio non può essere trovato nemmeno da un cuore confuso e distratto.

_IMITAZIONE DI CRISTO Ratzinger 4Ma andiamo al nocciolo del problema.

Dio si presenta a Mosè con un nome che traduce nella formula: «Io sono colui che sono!» . Questo processo di traduzione è inesauribile.

Tutta la storia di fede che seguirà, fino alla professione di fede in Dio da parte di Gesù, è un’interpretazione continua e rinnovata di queste parole che, in questo modo, acquistano sempre maggior profondità. Ma fin dall’inizio è chiaro che con una simile spiegazione il nome di ‘YHWH’ si differenzia nettamente da tutti gli altri nomi cui si ricorre per qualificare gli dèi.

Questo non è un nome fra i tanti, poiché colui che lo porta non è uno che possa confondersi con altri. Il suo nome è mistero, e lo pone in una condizione che non può essere equiparata a quella di qualsiasi altro. «Io sono colui che sono!»: ciò significa vicinanza, potere sul presente e sul futuro. Dio non è prigioniero di quel che avviene «dall’eternità»; egli è sempre presenza:

«Io sono».

È contemporaneo a ogni tempo e anteriore a ogni tempo. Posso invocare questo Dio qui e ora: Lui è qui e mi risponde in questo momento. Alcuni secoli più tardi, alla fine del grande esilio, si rivelò decisivo un altro aspetto. Le potenze di questo mondo, che hanno operato meraviglie così grandi e dichiarato morto ‘YHWH’, vengono detronizzate nel corso di una notte. Sono potenze che passano. Lui, invece, rimane! Egli ‘è’. Il suo «Io sono» non significa soltanto presenza di Dio, ma anche la sua stabilità. Mentre tutto passa, egli è oggi, ieri e domani. Eternità non significa passato, ma affidabilità incondizionata, solidità che sempre sostiene. Dio è: questo vale anche per noi, in un tempo in cui si confonde ampiamente ciò che è conforme al tempo con il bene, il moderno con il vero. Ma il tempo non è Dio. Dio è l’eterno, mentre il tempo è un idolo, quando diventa oggetto di venerazione .

Si pone però un altro interrogativo, ancor più generale, più fondamentale: che significa propriamente un «nome di Dio»?

Il fatto che nell’Antico Testamento Dio abbia dei nomi non esprime forse la reminiscenza del mondo politeistico, quando la fede israelitica dovette progressivamente imporre la sua immagine?

A favore di questa interpretazione stanno i diversi nomi di Dio che abbondano nei più antichi racconti della tradizione, mentre progressivamente scompaiono nello sviluppo successivo della fede veterotestamentaria; si mantiene il nome di ‘YHWH’, ma, per rispetto del secondo comandamento, prima di Gesù non lo si pronuncia più da molto tempo. Il Nuovo Testamento non conosce precisi nomi divini, e nella traduzione greca dell’Antico Testamento il nome di YHWH era stato continuamente sostituito dalla designazione di ‘Signore’.

Questo, però, è soltanto un aspetto.

E’ vero, i singoli nomi di Dio scompaiono nella misura in cui ci si distanzia dalle posizioni politeistiche; d’altra parte, però, l’idea che Dio abbia un nome gioca un ruolo decisivo proprio del Nuovo Testamento. Nel cap. 17 del vangelo di Giovanni, che per diversi aspetti può essere considerato il vertice dell’evoluzione della fede neotestamentaria, ricorre quattro volte la locuzione «il nome di Dio». Il brano principale risulta caratterizzato, nei vv. 6 e 26, dalla confessione di Gesù, il quale attesta di essere stato inviato per rivelare agli uomini il nome di Dio: Gesù appare come il nuovo Mosè che compie e realizza pienamente ciò che era iniziato nel roveto ardente in modo soltanto frammentario e oscuro.

Che cosa significa, dunque, il nome di Dio?

Lo comprenderemo forse alla luce della contrapposizione che a esso soggiace. L’Apocalisse parla dell’antagonista di Dio, della bestia.

La bestia, che esercita un potere contrario a quello di Dio, non ha un nome, ma solo un numero. Per il veggente questo suo numero è 666 (13,18). È un numero e rende numeri.

Che cosa significhi lo abbiamo vissuto nei campi di concentramento, orrendi soprattutto perché cancellano il volto, cancellano la storia, trasformano l’uomo in nu-mero, lo riducono a ingranaggio di un’enorme macchina. L’uomo qui non è altro che una funzione.

Oggi non dovremmo mai dimenticare che il campo di concentramento prefigurava la sorte di un mondo che corre il rischio di assumere, se accetta la legge universale della ‘macchina’, la stessa struttura dei campi di concentramento. Infatti, se non si danno altro che funzioni, anche l’uomo si ridurrà a una funzione. Le macchine che egli ha costruito gli impongono la loro stessa legge. L’uomo deve poter essere letto dal computer, e ciò è possibile soltanto se egli viene tradotto in numeri. Tutto il resto non conta. Ciò che non è funzione non ha valore alcuno.

La bestia è il numero e trasforma in numeri. Dio, invece, ha un nome e chiama per nome. Egli è persona e cerca la persona. Ha un volto e cerca il nostro volto. Ha un cuore e cerca il nostro cuore. Per Lui noi non siamo una funzione all’interno della grande macchina mondiale. Sono proprio gli individui che non assolvono delle funzioni quelli che egli predilige. Nome significa possibilità di essere interpellati, significa comunione. Per questo motivo Cristo è il vero Mosè, il compimento ultimo della rivelazione del nome. Egli non porta un nome nuovo, ma fa di più: lui stesso è il volto di Dio, è il nome di Dio, la possibilità di invocare Dio come un Tu, come persona, come cuore.

01 Vicario di Cristo 1Il nome proprio di Gesù svela il mistero del nome del roveto ardente.

Ora appare chiaro che Dio non aveva detto in modo definitivo il proprio nome e che il suo discorso era stato temporaneamente interrotto. Il Nome di Gesù, infatti, contiene la voce ‘YHWH’ nella sua forma ebraica e vi aggiunge dell’altro: «Dio salva». Io sono colui che sono, ora, a partire da Gesù, significa: Io sono colui che vi salva.

Il suo essere è redenzione.

Oggi, 8 marzo, la chiesa celebra la festa di san Giovanni ‘di Dio’, la cui istituzione, quella dei ‘Fratelli della misericordia (Fatebenefratelli)’ svolge anche ai nostri giorni un’attività a favore degli ammalati. Fin dall’istante della sua conversione, quest’uomo ha vissuto la propria vita consumandosi interamente a favore degli altri: dei sofferenti e dei reietti, e anche per i più poveri di allora, i malati di mente e le prostitute, ai quali cercò di rendere possibile un nuovo modo di vivere. Leggendo le sue lettere avvertiamo immediatamente la passione in cui quest’uomo si consumò per alleviare le sofferenze degli oppressi.

«Sto lavorando oberato dai debiti e sono prigioniero per amore di Cristo. Così carico di debiti che spesso non ho neppure il coraggio di varcare la soglia di casa, per paura delle ingiunzioni di pagamento. La mia più grande afflizione sta nel vedere tanti fratelli e prossimi soffrire oltre ogni limite, osservare la miseria che li opprime nel corpo o nell’anima, e non poterli aiutare. Ma io edifico su Cristo, poiché è lui che conosce il mio cuore» .

A me sembra davvero profondamente sensato che a quest’uomo sia stato dato l’appellativo ‘di Dio’. E in realtà, in questa vita che si consumò per gli uomini appare chiaramente chi Dio è: il Dio del roveto ardente, il Dio di Gesù Cristo, colui che è il diritto di chi è privato di ogni diritto, l’eterno e vicino a noi che ha un nome e dà nome.

Potessimo anche noi essere sempre di più ‘di Dio’, per conoscerlo in modo sempre più approfondito e aiutare anche i nostri simili a giungere alla sua conoscenza.

Dio è Uno e Trino

Quante volte facciamo distrattamente il segno di croce e invochiamo il nome della Trinità divina?

Questo gesto significa rinnovare le promesse battesimali, accettare le parole con le quali siamo stati fatti cristiani, accogliere ciò che nel battesimo e senza la nostra partecipazione e riflessione ci è stato donato, assimilarlo nella nostra vita personale. Allora, infatti, ci è stata versata dell’acqua sul capo e su di noi è stata pronunciata la parola: «Ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». La chiesa rende l’uomo cristiano pronunciando il nome del Dio trinitario. Fin dall’inizio è questo il modo di cui essa si serve per esprimere ciò che considera davvero decisivo per essere cristiani: la fede nel Dio uno e trino.

Questo ci delude.

Lo sentiamo tanto distante dalla nostra vita che ci appare inutile, incomprensibile. Sebbene attraverso una breve formula, ci aspettiamo qualcosa che ci attragga, ci stimoli, qualcosa che si mostri immediatamente importante per l’uomo e la sua vita. Ma è appunto quel che traspare da questa formula: il cristianesimo è interessato innanzitutto a Dio, non alla chiesa o all’uomo. Il suo specifico orientamento non riguarda le nostre speranze, i nostri timori e desideri, ma Dio, la sua sovranità e potenza. La prima proposizione della fede cristiana, l’orientamento di fondo della conversione del cristiano suona: Dio è.

Ma che cosa significa questo? Che cosa significa nella vita quotidiana in questo nostro mondo? Significa innanzitutto che Dio è, e che quindi gli ‘dèi’ non sono Dio.

È Lui che dobbiamo adorare, e nessun altro. Ma non è vero forse che gli dèi sono morti ormai da tempo? Una simile espressione non è forse chiara a tal punto da suonare vuota, priva di senso? Chi osserva però attentamente la realtà si pone anche un’altra domanda: è proprio vero che nel nostro tempo non si veneri più alcun idolo? Non esiste proprio nulla che oggi si adori accanto e contro Dio? Non è vero che dopo la ‘morte di Dio’ gli dèi hanno ripreso a esercitare il loro inquietante potere?

In che cosa confidiamo e crediamo? Il denaro, il potere, la reputazione, l’opinione pubblica, il sesso non sono forse diventati dei poteri di fronte ai quali gli uomini si piegano, ai quali rendono un servizio idolatrico? E il mondo non assumerebbe un altro aspetto nel caso in cui questi dèi venissero deposti dai loro troni?

Dio è: significa che al di sopra di tutti i nostri obiettivi e interessi stanno la verità e il diritto. Sta il valore di ciò che, dal punto di vista terreno, è privo di qualsiasi valore. C’è l’adorazione di Dio, la vera adorazione, che protegge l’uomo dalla dittatura dei fini e che è la sola in grado di difenderlo dalla dittatura esercitata dagli idoli.

Dio è: significa anche che noi tutti siamo sue creature. Soltanto creature, ma appunto come tali veramente originate da Dio. Noi siamo creature, volute da Lui e destinate all’eternità: lo è anche il nostro vicino, anche la persona antipatica che mi sta accanto. L’uomo non viene dal caso, non è il risultato di una pura lotta per l’esistenza, che farebbe trionfare ciò che è adatto allo     scopo, ciò che riesce a imporsi: l’uomo è frutto dell’amore creativo di Dio.

Dio è: qui bisogna sottolineare soprattutto la paroletta ‘è’, tradurre dunque la formula nella seguente proposizione: Dio è realmente, e ciò significa che opera, agisce e può agire. Non è un’origine lontana o un indeterminato ‘verso dove del nostro trascendere’. Non ha preso affatto le distanze dalla sua macchina del mondo, non ha abdicato a ogni sua funzione perché tutto ormai funzionerebbe da sé. Il mondo è e rimane il suo mondo, il presente è il suo tempo, e non il passato. Egli può agire, e agisce in modo davvero reale ora, in questo mondo e nella nostra vita. Noi riponiamo in Lui la nostra fiducia? Nei calcoli che facciamo lungo il corso della nostra vita, nel nostro vivere quotidiano, egli rientra come realtà? Abbiamo compreso che cosa significa la prima tavola dei dieci comandamenti, questa istanza davvero fondamentale che è rivolta alla vita dell’uomo, ripresa poi dalle prime tre invocazioni del Padre nostro, che intendono renderla orientamento di fondo del nostro spirito, del nostro vivere?

Dio è. E la fede aggiunge: Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, uno e trino. Questo punto così centrale rimane avvolto, nella cristianità, in un silenzio imbarazzante. La chiesa non è forse andata troppo oltre? Non sarebbe stato forse meglio lasciare che questa immensità, che questa inaccessibilità rimanesse avvolta nel suo mistero?

Del resto, che significato può avere per noi? Certo, questa proposizione è e rimane espressione dell’alterità di Dio, il quale è infinitamente più grande di noi, trascende ogni nostro pensiero ed essere. Tuttavia, se non avesse avuto nulla da dirci, non ci sarebbe stato manifestato nemmeno il suo contenuto. Sì, egli poteva essere compreso soltanto entro gli schemi di un linguaggio umano, poiché si era già inserito nel processo di riflessione e di vita degli uomini.

_03 Dio di Gesù Cristo 2Che cosa, dunque, significa questo? Incominciamo dal momento in cui Dio stesso ha voluto manifestarsi. Egli si denomina ‘Padre’.

La paternità umana può fornire un’anticipazione di ciò che Lui è. Ma quando questa paternità non esiste, quando la si esperimenta soltanto come un fenomeno biologico, e non anche umano e spirituale, diventa vuoto anche ogni nostro discorso su Dio Padre. Se la paternità umana scompare, non riusciamo nemmeno a pensare e parlare di Dio.

Morto non è Dio, bensì ciò che nell’uomo costituisce la premessa perché Dio viva nel mondo.

La crisi della paternità che noi oggi stiamo vivendo tocca il centro della crisi che minaccia l’uomo nella sua umanità. Quando la paternità rappresenta soltanto un fatto biologico privo di una vera dimensione umana, o una forma di tirannia che dev’essere rifiutata, allora si è qui inferta come una ferita alla stessa struttura dell’essere umano.

Per la sua completezza questo essere-uomo esige il ‘padre’ nel suo vero senso, cioè in quel senso che ci è stato manifestato nella fede: come responsabilità per l’altro, responsabilità che non domina l’altro, ma lo rende libero perché divenga se stesso; come amore che non vuole imprigionare l’altro, ma nemmeno lo lascia semplicemente nella sua condizione, spacciando questo per libertà, mentre vuole che realizzi quella verità profonda che ha le sue radici nel Creatore.

Una simile paternità è ovviamente possibile solo quando si accetta la propria figliolanza.

Il detto di Gesù: «Uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Mt 23,9) ci fa comprendere il modo corretto di esercitare la nostra paternità: non nell’imporre il nostro potere su altre persone, ma nel renderci responsabili della verità che si è aperta a Dio e che può, dunque, rendere l’altro libero perché diventi se stesso, senza egoismi, per Dio, nel quale egli si trova.

Dobbiamo però anche riflettere sul fatto che nella Bibbia Dio ci si manifesta innanzitutto nella figura di ‘Padre’. E ciò implica che anche il mistero della maternità abbia origine in Lui, a Lui rimandi o da Lui si scosti nelle sue deformazioni esattamente come la paternità.

Che l’uomo sia ‘immagine di Dio’ riesce comprensibile, nel suo contenuto reale ed estremamente pratico, proprio qui. Egli non è immagine di Dio in modo astratto: ci troveremmo allora di fronte anche a un Dio astratto. Lo è nella sua realtà concreta, e questa è relazione: lo è come padre, madre, figlio. Sono caratterizzazioni che, se riferite a Dio, vanno considerate ‘immagini’, ma lo sono perché l’uomo è ‘immagine’ e lo sono con la pretesa di realtà che è loro propria. Sono immagini che esigono l’ ‘immagine’ e in questo possono diventare presenza di Dio o la sua ‘morte’. Il divenire uomo dell’uomo e la sua conoscenza di Dio sono tra loro inseparabili, proprio perché l’uomo è l’immagine’ di Dio.

Distruggere l’essere umano significa compromettere l’immagine stessa di Dio.

La dissoluzione della paternità e della maternità, che si preferirebbero trasferite al laboratorio o perlomeno ridotte a un puro momento biologico che non riguarderebbe l’uomo come tale, sono intimamente legate alla dissoluzione della figliolanza, che verrebbe meno alla piena uguaglianza dell’inizio.

Questo è il programma della hybris che vuole allo stesso tempo sottrarre l’uomo alla sfera biologica per renderlo lì nuovamente schiavo. Essa arriva fino alle radici dell’essere-uomo e della nostra stessa possibilità di pensare Dio: un Dio che non può essere più immaginato non può essere nemmeno pensato. Quando il pensiero impiega tutte le sue energie per rendere impossibile l’immaginazione, ogni ‘prova dell’esistenza di Dio’ si rivela inutile.

Ovviamente in queste riflessioni critiche sul nostro tempo non dobbiamo coinvolgere la Chiesa. Da una parte non possiamo dimenticare che anche ai nostri giorni ci sono offerti ottimi esempi di paternità e di maternità, e che grandi figure come Janusc Korczak e Madre Teresa dimostrano come, anche a prescindere dall’aspetto biologico, sia possibile realizzare il senso più vero e profondo della paternità e maternità.

D’altra parte dobbiamo tener conto del fatto che la realizzazione totalmente pura resta sempre un’eccezione e che l’immagine di Dio nell’uomo ha sempre conosciuto delle contaminazioni e deformazioni. È perciò vuoto romanticismo dire: risparmiateci i dogmi, la cristologia, lo Spirito Santo, la Trinità, perché ci basta annunciare Dio Padre e la fraternità tra gli uomini, e questo vivere senza far ricorso a teorie mistiche – questo soltanto sarebbe importante.

Un’esigenza che potrebbe sembrare legittima; ma su questa via si arriva davvero a conoscere l’essere così complicato che l’uomo è? Donde conosciamo che cosa significa essere padri, essere fratelli, in modo tale da poter fondare su questo la nostra fiducia?

E vero, anche nelle antiche culture troviamo testimonianze toccanti della fiducia piena nel ‘Padre’ che è nei cieli. Ma è anche vero che nell’evoluzione successiva l’attenzione religiosa si è rivolta, più che a questo ‘Padre celeste’, ad altre potenze mondane; nel corso dell’evoluzione storica anche l’immagine dell’uomo e la stessa immagine di Dio hanno assunto ovunque tratti di ambiguità. È noto che i greci chiamavano Zeus con l’appellativo di ‘Padre’. Questo, però, non esprimeva per essi alcuna fiducia, ma soltanto la profonda ambiguità di Dio, la tragica ambiguità di un mondo che incuteva paura.

Chiamandolo ‘Padre’, essi intendevano dire che Dio è come i padri umani: senz’altro buoni quando sono di buon umore, ma nel loro intimo egoisti, tiranni, imprevedibili e pericolosi. Allo stesso modo essi facevano esperienza del potere misterioso che domina il mondo: alcuni individui vengono corteggiati e stimati, altri vengono lasciati morir di fame e si riducono in schiavitù. Il ‘Padre’ del mondo, come lo sperimentiamo nella nostra vita, riflette l’immagine dei nostri padri umani: faziosi e, in definitiva, inquietanti. Ma la stessa ‘fraternità’, oggi tanto esaltata nel prendere distanza dal mondo dei padri, si presenta poi così chiara, così carica di speranze, a livello di esperienza? La prima coppia di fratelli della storia umana è, secondo la Bibbia, quella di Caino e Abele; nel mito romano corrispondono a Romolo e Remo: il motivo è ricorrente, come una parodia crudele all’inno alla ‘fraternità’, scritta dalla stessa realtà. E le esperienze che abbiamo vissute dal 1789 in poi non hanno forse aggiunto tratti nuovi e ancor più terribili a questa parodia, confermando la visione di ‘Caino e Abele’ assai più di quanto questa promettesse?

Da dove sappiamo che la paternità è bontà affidabile e che Dio, nonostante ogni apparenza, non gioca affatto con il mondo, ma lo ama e lo amerà sempre?

Per questo Dio stesso ha dovuto mostrarsi, demolire le immagini e introdurre un nuovo criterio di misura. Questo avvenne nel Figlio, in Cristo. La sua intera esistenza è proiettata, nella preghiera, dentro l’abisso della verità e della bontà che Dio è.

Solo a partire da questo Figlio noi sperimentiamo realmente chi è il Padre. La critica della religione, nel XIX secolo, sosteneva che le religioni sarebbero sorte nel momento in cui gli uomini incominciarono a proiettare in cielo ciò che consideravano ottimo e bello, per rendersi così più sopportabile il mondo. Quando però incominciarono a proiettare in cielo la loro stessa realtà, a questa diedero il nome di Zeus, un dio inquietante.

Nella Bibbia il Padre non è un duplicato celeste della paternità umana, poiché pone qualcosa di assolutamente nuovo: egli costituisce la critica divina nei confronti della paternità umana. Dio stabilisce il suo proprio criterio .

_000perDives misericordiae2BSenza Gesù noi non sapremmo chi è realmente il ‘Padre’. Questo ci viene spiegato nella sua preghiera, e tale preghiera accompagna continuamente la vita di Gesù. Un Gesù che non fosse continuamente immerso nel Padre, che non comunicasse continuamente e profondamente con lui, sarebbe un essere del tutto diverso dal Gesù della Bibbia, dal Gesù reale della storia. Gesù ha vissuto di preghiera e nella preghiera ha compreso Dio, il mondo e gli uomini. Guardare il mondo con gli occhi di Dio e viverlo nella sua prospettiva: questo significa porsi alla sequela di Gesù. È lui che ci manifesta che cosa significhi vivere interamente della certezza che ‘Dio è’. È lui che ci fa capire che cosa significhi accettare la prima tavola dei comandamenti come davvero ‘prima’.

È lui che ha dato senso a questo centro e che ci mostra ciò che esso è.

Ma sorge allora un’altra domanda: attraverso la preghiera Gesù comunica incessantemente con Dio; la sua esistenza si fonda sulla preghiera; se non pregasse, Gesù sarebbe diverso da chi effettivamente è. Ma essa riguarda anche il Padre, a cui egli si rivolge, nel senso che anche il Padre sarebbe diverso se non venisse interpellato in questa forma? O questo non lo sfiora minimamente?

La risposta è: è proprio del Padre dire ‘Figlio’ così come è proprio di Gesù dire ‘Padre’. Il Padre non può prescindere dal Figlio, così come Gesù non può prescindere dal Padre. Senza questo dialogo il Padre non sarebbe più lo stesso. Gesù non lo sfiora soltanto dall’esterno, ma, in quanto Figlio, appartiene all’essere-Dio di Dio. Prima ancora che il mondo fosse creato, Dio è già amore di Padre e Figlio.

Per tale ragione egli può diventare Padre nostro e criterio di ogni paternità, perché da sempre egli è Padre. Nella preghiera di Gesù possiamo vedere l’interno di Dio stesso, come Dio stesso è. La fede nel Dio uno e trino non è altro che la spiegazione di ciò che avviene nella preghiera di Gesù. Nella sua preghiera si profila la realtà trinitaria.

Ma perché ‘trinitaria’? Unità di due, lo abbiamo capito, è evidente da quanto abbiamo detto. Da dove viene, così all’improvviso, il ‘Terzo’?

A questa domanda dedicheremo un’intera meditazione. Qui ci limitiamo ad alcuni accenni. Diremo innanzitutto che non esiste una pura bi-unità, poiché o rimane la contrapposizione, la dualità – e quindi non si giunge a un’unità reale – o i due si fondono – e quindi la dualità viene eliminata.

Cerchiamo di procedere in modo meno astratto.

Padre e Figlio non diventano una-cosa-sola al punto da dissolversi l’uno nell’altro. Rimangono uno di fronte all’altro, poiché l’amore si fonda su una reciprocità che non può essere superata. Se ciascuno rimane se stesso ed essi non si superano reciprocamente, il loro essere una-cosa-sola non può consistere nell’essere ognuno per sé, ma nella fecondità in cui ognuno si dona all’altro pur rimanendo se stesso. Essi sono una-cosa-sola per il fatto che il loro amore è fecondo e va oltre loro stessi. Nel Terzo, nel quale si donano, nel dono, essi sono insieme se stessi e una-cosa-sola.

Facciamo un passo indietro.

Nella preghiera di Gesù risplende il Padre, Gesù si fa conoscere come Figlio e così si coglie un’unita che è tri-unità. A partire da qui, diventare cristiani significa partecipare alla preghiera di Gesù, entrare nel suo modello di vita, ossia nel suo modello di preghiera. Farsi cristiani significa dire, con lui, ‘Padre’ e diventare così figli di Dio – Dio – nell’unità dello Spirito che ci lascia essere noi stessi e proprio così ci inserisce nell’unità di Dio.

Essere cristiani significa guardare il mondo da questo centro e diventare così liberi, nella speranza, in modo deciso e sereno.

Siamo così al tempo stesso ritornati al punto di partenza di questa meditazione. Senza esserne consapevoli, siamo stati un giorno battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Un gesto che ci lascia oggi perplessi, poiché abbiamo l’impressione che in questo modo siano state anticipate e imposte alla persona delle decisioni che, in verità, solo lei può prendere. Una simile anticipazione ci sembra compromettere problematicamente la libertà umana in un ambito centrale in cui uno dà forma alla sua vita.

In questo si esprime la nostra profonda insicurezza nei confronti della stessa fede cristiana: l’avvertiamo più come un peso che come grazia, un onere che uno potrebbe accettare solo in base a libera scelta. Qui dimentichiamo, però, che anche la vita ci è data senza averla chiesta, e con la vita molte altre cose: quando un essere umano viene alla luce non gli è data soltanto l’esistenza biologica, ma anche il linguaggio, il tempo, il pensiero, i suoi criteri di valutazione.

Non esiste una vita senza ricevere. Il problema non è che venga dato qualcosa, bensì che cosa viene dato. Se il battesimo rappresenta il dono di essere amati dall’Amore eterno, quale dono sarebbe più prezioso e puro di questo? Il dono della vita, da solo, è privo di senso: può diventare un peso insopportabile. Possiamo dare la vita? Questo è sostenibile solamente se la vita stessa è sostenibile, se essa è sorretta da una speranza capace di superare tutti gli orrori che la terra ci riserva .

Se la chiesa appare soltanto come un’associazione di persone che si trovano insieme per caso, il dono della fede diventa allora problematico. Ma chi è convinto che non è un’associazione, bensì un dono dell’amore, che ci attende prima ancora che noi incominciamo a respirare, costui non troverà compito migliore che preparare l’uomo al dono dell’amore, che solo giustifica il dono della vita. Dovremo, dunque, soprattutto imparare nuovamente a comprendere l’essere cristiani alla luce di Dio, come fede nel suo amore, come fede nel fatto che egli è Padre, Figlio e Spirito Santo: solo così ha senso l’affermazione che ‘Dio è amore’.

Se Dio non è in sé amore, non è nulla; ma se in sé egli è amore, allora deve essere Io, Tu e poi deve essere una-cosa-sola: deve essere uno e trino.

Chiediamogli di aprirci gli occhi, perché comprendiamo il nostro essere cristiani a partire da Lui, per comprendere così in modo nuovo noi stessi e rendere nuova l’umanità.

– continua

NOTE

* Titolo originale:

Der Gott]esu Christi. (Il Dio di Gesù Cristo) – Betrachlungen uber den Dreieinigen Gali

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