La Fraternità Sacerdotale San Pio X non è scismatica (Benedetto XVI nel 2009), oggi è diverso!

(articolo del 4 ottobre 2017) Il sito Cooperatores-Veritatis non alimenta alcuna tifoseria e non aderisce a nessuno in terra, se non alla Santa Chiesa di Cristo retta dal Sommo Pontefice regnante, al Magistero pontificio bimillenario, ai Santi Padri e Dottori della Chiesa, al Catechismo. Il tutto in questa bellissima “cooperazione” al Regno di Dio (Lc.9,59-60) che è poi stato il motto episcopale di uno dei più grandi teologici nella Chiesa del nostro tempo moderno, il cardinale Joseph Ratzinger per oltre un ventennio Prefetto e custode della santa Dottrina, divenuto Pontefice col nome di Benedetto XVI.

Stimiamo il cardinale Raymond Leo Burke e abbiamo preso a cuore le sue iniziative in difesa della dottrina, specialmente nell’ultima iniziativa insieme ad altri tre cardinali, tra i quali il compianto e l’amato cardinale Caffarra, a riguardo della Lettera al santo Padre sui Dubia, firmando noi stessi l’iniziativa alla Supplica al Pontefice affinché chiarisca al più presto circa la sana dottrina, come invocato anche da un altro grande ed umile pastore del nostro tempo martoriato, il vescovo Athanasius Schneider.

Ma è di questi giorni una notizia che sta davvero confondendo i fedeli: mons. Burke avrebbe dichiarato che la Fraternità sacerdotale san Pio X (FSSPX) sarebbe scismatica… vedi qui.

La notizia ha confuso anche noi perché è evidente che mons. Burke, in queste sue affermazioni non ha, forse, tenuto conto delle parole e della volontà espresse da Benedetto XVI in questo argomento spinoso, o forse – e ce lo auguriamo – si tratta solo di una pessima traduzione fatta propria dai Media per continuare ad alimentare l’odio verso questa Fraternità. Nel marzo 2009, Benedetto XVI, fu costretto a scrivere una Lettera pubblica a tutti i Vescovi per chiarire la sua scelta di togliere la scomunica rimasta addosso solamente ai 4 vescovi nominati da mons. Lefebvre, contro il parere negativamente espresso dall’allora Pontefice Giovanni Paolo II.

Senza fare alcuna polemica restiamo ai fatti e prendiamo le parole ufficiali del “Decreto di remissione della scomunica latae sententiae ai vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X” firmato da Benedetto XVI, ecco le parole canoniche:

“..in virtù del presente Decreto, rimetto ai Vescovi Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta la censura di scomunica latae sententiae dichiarata da questa Congregazione il 1° luglio 1988, mentre dichiaro privo di effetti giuridici, a partire dall’odierna data, il Decreto a quel tempo emanato…”

Dunque, il Decreto del 1988 che li dichiarava scismatici, i 4 vescovi non la FSSPX, è privo di effetti giuridici, e la scomunica è stata rimessa, punto.

Da allora c’è stato chi ha continuato a definirli scismatici, e ad usare il termine “lefebvriani” in senso dispregiativo, ma senza dubbio non ci aspettavamo che a pronunciarsi in termini così errati fosse proprio il cardinale Burke! E nella famosa e dolorosa Lettera ai Vescovi, così esordiva Benedetto XVI:

“Cari Confratelli nel ministero episcopale! La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata”.

La remissione della scomunica c’è stata, con buona pace di tutti. Il Blog di chiesaepostconcilio, ha tradotto più serenamente le parole del cardinale Burke riportando quanto segue:

“In realtà Burke – giudice del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica – parlava di aspetti canonici, come ha abbondantemente chiarito dicendo che per quanto riguarda la facoltà di celebrare matrimoni validi e leciti data da papa Francesco «non c’è una spiegazione canonica», e che ugualmente è una «situazione un po’ anomala» quella di Benedetto XVI che ha rimosso le scomuniche ai diretti interessati senza che costoro abbiano formalmente «rinunciato alla disubbidienza»….”

Francamente non si comprende questa pignoleria quando lo stesso Benedetto XVI ha tentato di fugare ogni dubbio in materia e quando, il Decreto ufficiale, dice testualmente che è ” privo di effetti giuridicila scomunica precedente. Gli “effetti giuridici” riguardano il Diritto Canonico e nessuno di noi vuol pretendere di saperne più del cardinale Burke che è stato per altro Prefetto del tribunale per la Signatura Apostolica. Comprendiamo bene le parole di Burke, ma usare il termine “scismatico” è sbagliato e porta ad ulteriore confusione e sbandamento. Benedetto XVI volle proprio cancellare questo termine discriminatorio specificando, in molte occasioni, che la scomunica riguardava solo i 4 vescovi e non tutta la Fraternità.

Che esista ora al momento una situazione anomala è comunque sia la verità perché, alla luce dei fatti, sono state le ultime decisioni prese dal santo Padre Francesco, in favore della FSSPX a dare loro una più cattolicità interna alla Chiesa. Il santo Padre, in occasione del Giubileo della Misericordia, concesse ai Padri della FSSPX di poter confessare in ogni giurisdizione diocesana della Chiesa, concessione questa che è stata poi prolungata dal Papa anche oltre il Giubileo, e tutt’ora in vigore. Inoltre è stato concesso loro di poter celebrare anche i matrimoni nelle diocesi cattoliche.

Argomenti che si possono discutere quanto si vuole, ma che liberano assolutamente da ogni sospetto di essere scismatici, dice infatti il cardinale Burke chiarendo meglio il suo pensiero: “Non sono più scomunicati, ma non sono nemmeno in regolare comunione con la Chiesa Cattolica.”

Riguardo ai Sacramenti, specifica così il cardinale Burke: “..ma vorrei dirvi che io non penso che sia una buona cosa ricevere i sacramenti nella FSSPX anzitutto perché ciò non li aiuta, poiché i sacramenti non sono celebrati lecitamente. Sono validi, non è in questione questo se i preti sono validamente ordinati, ma non è un segno di comunione con la Chiesa. Al contrario dovremmo incoraggiare i membri della FSSPX a riconciliarsi con la Chiesa…”

“ma… io non penso che sia una buona cosa…” è una affermazione del tutto arbitraria, condivisibile o meno, che non intacca affatto coloro che ricevono l’assoluzione presso i confessionali della FSSPX o celebreranno il Matrimonio da loro, così come ha voluto il Papa regnante… o riceveranno l’Eucaristia nelle liturgie da loro celebrate, le motivazioni poi sono del tutto discutibili e materia di approfondimenti.

Se un Sacramento è valido, è valido e basta! Poi si potrà discettare sui contenuti. Alla maggior parte dei fedeli queste discussioni non servono a nulla, molti non le conoscono e non le comprendono. Prendiamo l’esempio di tante Messe moderniste di cui la validità è davvero messa a dura prova. Qui non c’entra forse la giurisdizione canonica, ma si va a toccare direttamente il Cuore della Chiesa, il Sacramento dell’Eucaristia profanato, usato in modi gravemente sacrileghi, eppure si parla di validità, e nessuno di loro compreso il cardinale Burke, sconsiglia i fedeli per non prendere parte a questi sacrilegi i quali, appunto, vengono disciplinati da leggi canoniche che nessuno rispetta. Viene davvero da chiedersi se qui, il concetto della legge, non superi davvero il senso della fede, la sacralità di un rito e la santa ricezione dei Sacramenti… o si usa la legge quando torna comodo!

Da chi andare? Noi sappiamo che Benedetto XVI, attento alla Liturgia e conoscitore dei sacrilegi compiuti nella messa moderna, ha voluto difendere proprio la sacralità del rito e non piuttosto usare la legge canonica minuziosamente per privare i fedeli di una grande opportunità di salvezza… Non ce lo inventiamo noi, sono concetti espressi da Benedetto XVI in diverse occasioni.

Egli ha voluto concedere una libera scelta tra i fedeli, insieme anche al Summorum Pontificum vedi qui, inutile ora fare queste puntualizzazioni che non servono a nessuno, non aiutano nessuno. Benedetto XVI ha voluto offrire ai fedeli una grande opportunità che andasse oltre la legge canonica, non ha infranto alcuna dottrina, piuttosto ha dato ai fedeli quella libertà che certe mode di oggi hanno intrappolato in una serie di divieti atti ad alimentare i sacrilegi e le profanazioni dell’Eucaristia e dei Sacramenti, in barba per altro proprio alle leggi canoniche.

Laudetur Jesus Christus

REMISSIONE DELLA SCOMUNICA LATAE SENTENTIAE AI VESCOVI DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE SAN PIO X, 24.01.2009
[B0056]

● COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE
● DECRETO DELLA CONGREGAZIONE PER I VESCOVI


● COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE

Il Santo Padre, dopo un processo di dialogo tra la Sede Apostolica e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, rappresentata dal suo Superiore Generale, S.E. Mons. Bernard Fellay, ha accolto la richiesta formulata nuovamente da detto Presule, con lettera del 15 dicembre 2008, anche a nome degli altri tre Vescovi della Fraternità, S.E. Mons. Bernard Tissier de Mallerais, S.E. Mons. Richard Williamson e S.E. Mons. Alfonso de Galarreta, di rimettere la scomunica in cui erano incorsi vent’anni fa.
A causa, infatti, delle consacrazioni episcopali fatte, in data 30 giugno 1988, da S.E. Mons. Marcel Lefebvre, senza mandato pontificio, i menzionati quattro Presuli erano incorsi nella scomunica latae sententiae, dichiarata formalmente dalla Congregazione per i Vescovi in data 1° luglio 1988.
S.E. Mons. Bernard Fellay, nella citata missiva, manifestava chiaramente al Santo Padre che: “siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l’attuale situazione“.

Sua Santità Benedetto XVI, che ha seguito fin dall’inizio questo processo, ha cercato sempre di ricomporre la frattura con la Fraternità, anche incontrando personalmente S.E. Mons. Bernard Fellay, il 29 agosto 2005. In quell’occasione, il Sommo Pontefice ha manifestato la volontà di procedere per gradi e in tempi ragionevoli in tale cammino ed ora, benignamente, con sollecitudine pastorale e paterna misericordia, mediante Decreto della Congregazione per i Vescovi del 21 gennaio 2009, rimette la scomunica che gravava sui menzionati Presuli. Il Santo Padre è stato ispirato in questa decisione dall’auspicio che si giunga al più presto alla completa riconciliazione e alla piena comunione.

● DECRETO DELLA CONGREGAZIONE PER I VESCOVI

Con lettera del 15 dicembre 2008 indirizzata a Sua Em.za il Sig. Cardinale Dario Castrillón Hoyos, Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Mons. Bernard Fellay, anche a nome degli altri tre Vescovi consacrati il giorno 30 giugno 1988, sollecitava nuovamente la rimozione della scomunica latae sententiae formalmente dichiarata con Decreto del Prefetto di questa Congregazione per i Vescovi in data 1° luglio 1988. Nella menzionata lettera, Mons. Fellay afferma, tra l’altro: “Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l’attuale situazione“.
Sua Santità Benedetto XVI – paternamente sensibile al disagio spirituale manifestato dagli interessati a causa della sanzione di scomunica e fiducioso nell’impegno da loro espresso nella citata lettera di non risparmiare alcuno sforzo per approfondire nei necessari colloqui con le Autorità della Santa Sede le questioni ancora aperte, così da poter giungere presto a una piena e soddisfacente soluzione del problema posto in origine – ha deciso di riconsiderare la situazione canonica dei Vescovi Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta sorta con la loro consacrazione episcopale.
Con questo atto si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica. Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie, vuol essere anche un segno per promuovere l’unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione.
Si auspica che questo passo sia seguito dalla sollecita realizzazione della piena comunione con la Chiesa di tutta la Fraternità San Pio X, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del Magistero e dell’autorità del Papa con la prova dell’unità visibile.
In base alle facoltà espressamente concessemi dal Santo Padre Benedetto XVI, in virtù del presente Decreto, rimetto ai Vescovi Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta la censura di scomunica latae sententiae dichiarata da questa Congregazione il 1° luglio 1988, mentre dichiaro privo di effetti giuridici, a partire dall’odierna data, il Decreto a quel tempo emanato.

Roma, dalla Congregazione per i Vescovi, 21 gennaio 2009.
Card. Giovanni Battista Re
Prefetto della Congregazione per i Vescovi


VENIAMO AD OGGI, LUGLIO 2026

Ratzinger 1988, la FSSPX, il Concilio: fondamentale discorso ai vescovi cileni

13 Luglio 2026

Grazie a Luis Badilla per la riproposizione  dell’importantissimo discorso di Joseph Ratzinger del 1988,  ai Vescovi, sui problemi relativi alla FSSPX e al Concilio Vaticano II.

Joseph Ratzinger e gli scismi dei lefebvriani. Il suo pensiero subito dopo la rottura del 1988

Il futuro Papa Benedetto XVI disse: “non è finita qui a meno che…”

Il 13 luglio 1988, pochi giorni dopo il primo scisma e la prima scomunica che ha coinvolto la Fraternità Sacerdotale San Pio X (30 giugno), l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Joseph Ratzinger, a Santiago del Cile, incontrò i membri della Conferenza episcopale cilena.  Nella sua allocuzione – da rileggere oggi – alla luce dei tristi eventi del 1° luglio scorso ad Écône pronunciò parole tragicamente profetiche: “Senza alcun dubbio, il problema che Lefebvre ha posto non è finito con la rottura del 30 giugno”.

          E’ andata proprio così. Un perfetto déjà vu. Dopo 38 anni, con l’attuale linguaggio si direbbe un copia/incolla.

L’allora Prefetto affrontò la vicenda Lefebvre con chiarezza e trasparenza, offrendo, soprattutto, un’analisi delle conseguenze. Il cardinale Ratzinger disse: “Piuttosto che soffermarci su quanto accaduto, mi sembra che possa avere maggiore valore valorizzare gli insegnamenti che la Chiesa può trarre, per oggi e per domani, da questa serie di eventi”.

Vi proponiamo il testo completo in italiano di questo discorso [nostra traduzione], poco conosciuto, nonché un altro documento dimenticato. Si tratta di una Lettera di Papa s. Giovanni Paolo II dell’8 aprile 1988, al cardinale Ratzinger. Papa Wojtyla ringrazia il card. Ratzinger e sottolinea con dolore e misura: si è fatto tutto quanto era possibile. Spetta a mons. Lefebvre la decisione.

Infine, segnaliamo anche un Commento importante dell’Editrice Queriniana che ricorda due testi fondamentali per capire questa vicenda lefebvriani.   

 Testo completo dell’allocuzione del cardinale Joseph Ratzinger in Cile nel 1988 all’indomani del primo scisma e prima scomunica della Fraternità fondata da mons. M. Lefebvre.

 Cari stimati fratelli e sorelle

          Per primo vorrei ringraziare di cuore per il vostro gentile invito a visitare il vostro Paese e anche per questa opportunità di incontro e dialogo fraterno. Non mi illudo che sia possibile conoscere un Paese in pochi giorni, tuttavia è molto importante per me avere l’opportunità di visitare il luogo in cui voi lavorate e di sperimentare, in qualche modo, l’atmosfera di vita nella chiesa di questa terra.

          Lo scopo delle mie parole è quello di arricchire il dialogo che vorrei instaurare reciprocamente. In generale, approfittando dell’occasione, desidero, come faccio sempre, di affrontare brevemente alcune delle questioni più importanti del lavoro nella Congregazione. Infatti, lo scisma che mi sembra aprirsi con le ordinazioni dei vescovi del 30 giugno mi induce a discostarmi, per il momento, da questa consuetudine.

Oggi mi limiterò semplicemente a commentare alcune questioni riguardanti il caso di Monsignor Lefebvre. Più che soffermarmi su quanto è accaduto mi sembra che abbia più trascendenza valutare gli insegnamenti che si possono trarre per la Chiesa, per oggi e per domani, e ciò nell’insieme degli eventi.

          Perciò luogo vorrei anticipare alcune osservazioni sull’atteggiamento della Santa Sede nei colloqui con mons. Lefebvre, e poi continuare con una riflessione sulle cause generali che hanno dato origine a questa situazione e che, al di sopra del caso specifico, riguarda tutti noi.

  1. L’impegno della Santa Sede nei colloqui con Lefebvre

Negli ultimi mesi abbiamo investito una buona quantità di lavoro nel problema Lefebvre, con l’intenzione sincera di creare per il suo movimento uno spazio vitale adeguato all’interno della Chiesa. La Santa Sede è stata criticata per questo da più parti.

Si dice che ha ceduto alla pressione dello scisma; che non ha difeso il Concilio Vaticano II con la forza dovuta; che, mentre agiva con grande grande durezza con i movimenti progressisti, mostrava troppa comprensione con la rivolta restauratrice.

Lo sviluppo ulteriore degli eventi è sufficiente a confutare queste asserzioni. Il mito della durezza del Vaticano, caro alle disgregazioni progressiste, si è rivelato una elucubrazione vuota. Alla data d’oggi, fondamentalmente, sono state emesse ammonizioni, e in nessun caso delle sanzioni canoniche vere e proprie.

Che Lefebvre alla fine, nei fatti, abbia rinunciato all’accordo firmato, rivela che la Santa Sede, nonostante che ha fatto delle concessioni ampie, non ha rilasciato la licenza globale che desiderava.

Nella parte fondamentale degli accordi, Lefebvre, aveva riconosciuto che doveva accettare il Vaticano II e gli insegnamenti del Magistero postconciliare, secondo l’autorità propria di ogni documento.

È una contraddizione che siano proprio coloro che non hanno perso occasione per manifestare in tutto il mondo la loro disobbedienza al Papa e alle dichiarazioni del Magistero degli ultimi 20 anni, a giudicare questa posizione troppo tiepida e a pretendere un’obbedienza omnimodo del Concilio Vaticano II. Si è anche affermato che il Vaticano avesse concesso a Lefebvre il diritto di dissentire, un diritto che viene costantemente negato alle componenti della tendenza progressista.

          In realtà, l’unico punto che si è affermato nell’accordo – secondo Lumen Gentium 25 – è il fatto limpido che non tutti i documenti del Concilio hanno lo stesso rango. Per il resto, nell’accordo è stato indicato esplicitamente che si dovevano evitare le polemiche pubbliche ed è stato richiesto un atteggiamento di rispetto positivo per le decisioni ufficiali e le dichiarazioni.

          È stato concesso, in più, che la Fraternità San Pio X possa presentare alla Santa Sede – la quale si riserva l’esclusivo diritto di decisione – le sue difficoltà particolari rispetto alle interpretazioni delle riforme giuridiche e liturgiche. Tutto ciò mostra sufficientemente che in questo dialogo difficile Roma ha unito chiaramente la generosità, in tutto quello che è negoziabile, con fermezza in ciò che è essenziale.

E’ rivelatrice la spiegazione che Mons. Lefebvre ha dato alla ritrattazione del suo accordo. Ha dichiarato che ora ha capito che l’accordo che ha firmato mira soltanto ad integrare la sua fondazione “nella Chiesa Conciliare”.

La Chiesa Cattolica in unione con il Papa è, secondo lui, “la Chiesa Conciliare”, che ha rotto con il suo passato. Sembra effettivamente che non riesca più a vedere che qui si tratta della Chiesa Cattolica nella totalità della sua Tradizione e che il Vaticano II appartiene ad essa.

  1. Riflessioni sulle cause più profonde del caso Lefebvre

Senza alcun dubbio, il problema che Lefebvre ha posto non è finito con la rottura del 30 giugno. Sarebbe troppo comodo rifugiarsi in una specie del trionfalismo e pensare che questa difficoltà abbia cessato di esistere dal momento in cui il movimento condotto da Lefebvre si è separato nettamente dalla Chiesa. Un cristiano non può mai, o non dovrebbe, compiacersi di una rottura. Anche se sicuramente certo che la colpa non può essere attribuita alla Santa Sede, è un dovere per noi esaminarci, tanto circa gli errori che abbiamo fatto, quanto quali, persino ora, stiamo facendo. I criteri con cui giudichiamo il passato, dal Decreto del Vaticano II sull’ecumenismo devono essere usati – come è logico – per giudicare pure il presente.

Una delle coperte fondamentali della teologia del ecumenismo è che gli scismi possono avvenire soltanto quando determinate verità e determinati valori della fede cristiana non sono più vissuti ed amati all’interno della Chiesa.

La verità che è marginalizzata diventa autonoma, rimane staccata dal tutto della struttura ecclesiastica ed è allora che un nuovo movimento si forma intorno ad essa. Dobbiamo riflettere su questo fatto: che tantissimi uomini, lontani dalla cerchia stretta della confraternità di Lefebvre, vedono questo uomo come guida, in un certo senso, o almeno come alleato utile. Non bisognerà attribuire tutto a motivi politici, a nostalgia, o a fattori culturali di importanza secondaria. Queste cause non sono capaci di spiegare l’attrattiva che è sentita anche dai giovani, e particolarmente dai giovani, che vengono da molte nazioni davvero differenti e che sono immersi in realtà politiche e culturali completamente diverse. Certamente, la visione stretta e unilaterale, è visibile dappertutto; tuttavia, il fenomeno nel suo insieme non sarebbe pensabile se non ci fossero in gioco anche elementi positivi, che generalmente non trovano sufficiente spazio vitale nella Chiesa di oggi.

          Per tutti questi motivi dobbiamo considerare tutta la situazione primordialmente come l’occasione per un esame di coscienza. Dovremmo non avere paura di farci noi stessi domande fondamentali, circa i difetti della vita pastorale della Chiesa, che emergono da questi fatti. Così dovremmo poter offrire un posto all’interno della Chiesa a coloro che lo stanno cercando e domandando e così riuscire a far diventare lo scisma, dall’interno della Chiesa, un qualcosa di superfluo.

Ci sono tre punti, io penso, che è importante considerare.

(a) Santo e profano

Ci sono molte ragioni che potrebbero avere indotto tantissima gente a cercare un rifugio nella vecchia liturgia. Una, primaria e importante, è che li trovano che si custodia la dignità del sacro.

Dopo il Concilio, ci sono stati molti che hanno elevato deliberatamente la “desacralizzazione” a livello di un programma, spiegando che il Nuovo Testamento aveva abolito il culto del Tempio: il velo del Tempio che è stato strappato dall’alto al basso al momento della morte di Cristo sulla croce è, secondo certuni, il segno della fine del sacro. La morte di Gesù, fuori delle mura della città, cioè, dal mondo pubblico, è ora il vero culto.

Il culto, se esiste, ora si manifesta nella non-sacralità della vita quotidiana, nell’amore vissuto. Spinti da tali ragionamenti, hanno messo da parte i paramenti sacri; hanno spogliato le chiese, il più che hanno potuto, di quello splendore che ricorda il sacro; ed hanno ridotto la liturgia, dove possibile, alla lingua e ai gesti della vita ordinaria, per mezzo di saluti, segni comuni di amicizia e cose simili.

Non c’è dubbio che, con queste teorie e pratiche, hanno del tutto misconosciuto l’autentica connessione tra il vecchio ed il nuovo testamento: s’è dimenticato che questo mondo non è il regno di Dio e che “il Santo di Dio” (Gv 6,69) continua ad esistere in contraddizione a questo mondo; che abbiamo bisogno di purificazione prima di accostarci a lui; che il profano, anche dopo la morte e la resurrezione di Gesù, non è riuscito a trasformarsi nel “santo”. Il Risorto è apparso, ma a quelli il cui il cuore era ben disposto verso di Lui, al Santo; non si è manifestato a tutti. È in questo modo che un nuovo spazio è stato aperto per la religione a cui tutti noi ora dobbiamo sottometterci; questa religione che consiste nell’accostarci alla famiglia del Risorto, ai cui piedi le donne si prostravano e lo adoravano. Non intendo ora sviluppare ulteriormente questo aspetto; mi limito sinteticamente a questa conclusione: dobbiamo riacquistare la dimensione del sacro nella liturgia. La liturgia non è una festa; non è una riunione con scopo di passare dei momenti sereni. Non importa assolutamente che il parroco si scervelli per farsi venire in mente chissà quali idee o novità ricche di immaginazione.

La liturgia è ciò che fa sì che il Dio Tre volte Santo sia presente fra noi; è il roveto ardente; è l’alleanza di Dio con l’uomo in Gesù Cristo, che è morto e di nuovo è tornato alla vita. La grandezza della liturgia tradizionale non sta nel fatto che essa offre un intrattenimento interessante, ma nel rendere tangibile il Totalmente Altro, che noi [da soli] non siamo capaci di evocare. Viene perché vuole. In altre parole, l’essenziale nella liturgia è il mistero, che è realizzato nel ritualità comune della Chiesa; tutto il resto lo sminuisce. Alcuni cercano di sperimentarlo secondo una moda vivace, e si trovano ingannati: quando il mistero è trasformato nella distrazione, quando l’attore principale nella liturgia non è il Dio vivente ma il prete o l’animatore liturgico.”

(b) La non-arbitrarietà della fede e della sua continuità

Difendere il Concilio Vaticano II, contro Monsignor Lefebvre, come valido e vincolante nella Chiesa, è e continuerà a essere una necessità. Tuttavia, esiste un atteggiamento di vedute ristrette che isola il Vaticano II e che ha provocato opposizione. Molte esposizioni danno l’impressione che, dopo il Vaticano II, tutto sia cambiato e che ciò che lo ha preceduto non possa più avere validità, o nel migliore dei casi l’avrà solo alla luce del Vaticano II. Il Concilio Vaticano II non viene trattato come parte della totalità della Tradizione viva della Chiesa, ma direttamente come la fine della Tradizione e come si fosse un ricominciare interamente da zero.

La verità è che il Concilio stesso non ha definito alcun dogma e ha voluto consapevolmente esprimersi su un livello più modesto, meramente come Concilio pastorale; tuttavia, molti lo interpretano come se fosse quasi il super dogma che sminuisce tutto il resto.

Questa impressione è rafforzata soprattutto dagli eventi della vita quotidiana. Ciò che un tempo era considerato la cosa più sacra – la forma trasmessa dalla liturgia – improvvisamente appare come la più proibita e l’unica cosa che si debba necessariamente rifiutare. Le critiche alle misure dell’era post-conciliare non sono tollerate; ma quando sono in gioco le antiche regole o le grandi verità della fede – ad esempio, la verginità corporea di Maria, la risurrezione corporea di Gesù, l’immortalità dell’anima, ecc. – non c’è alcuna reazione, oppure solo una reazione estremamente attenuata.

Io ho assistito, quando ero professore, a come lo stesso vescovo che, prima del Concilio, aveva respinto un professore irreprensibile per il suo modo di parlare un po’ brusco, dopo il Concilio non si la sentì di respingere un altro professore che negava apertamente alcune verità fondamentali della fede. Tutto ciò porta molti a chiedersi se la Chiesa di oggi sia davvero ancora la stessa di ieri, o se sia stata semplicemente sostituita da un’altra a loro insaputa. L’unico modo per rendere credibile il Concilio Vaticano II è presentarlo chiaramente per quello che è: una parte dell’intera e unica Tradizione.

(c) L’unicità della verità.

Lasciando ora da parte la questione liturgica, i punti centrali del conflitto [con Lefebvre] sono attualmente l’attacco contro il decreto sulla libertà religiosa e contro il sedicente spirito di Assisi. [Nota] In essi Lefebvre traccia i confini tra la sua posizione e quella della Chiesa Cattolica di oggi. Non è necessario aggiungere espressamente che le sue affermazioni in questo campo non possono essere accettate.

Non ci occuperemo però qui dei suoi errori, bensì vogliamo chiederci dove stia la mancanza di chiarezza in noi stessi.

Per Lefebvre si tratta della lotta contro il liberalismo ideologico, contro la relativizzazione della verità. Ovviamente non siamo d’accordo con lui sul fatto che il testo del Concilio sulla libertà religiosa o la preghiera di Assisi, secondo le intenzioni volute dal Papa, siano delle relativizzazioni.

Tuttavia, è vero che, nel movimento spirituale del tempo post-conciliare, si riscontrava spesso un oblio, e persino una soppressione della questione della verità; forse qui tocchiamo il problema cruciale della teologia e della pastorale odierne.

La “verità” è apparsa improvvisamente come una pretesa troppo alta, un “trionfalismo” che non ci si poteva più permettere. Questo processo si verifica in modo chiaro nella crisi in cui sono caduti l’ideale e la prassi missionaria. Se non puntiamo alla verità nell’annunciare la nostra fede, e se questa verità non è più essenziale per la salvezza dell’uomo, allora le missioni perdono il loro senso.

Effettivamente, si deduceva e si deduce la conclusione che, in futuro, ci si debba limitare a cercare che i cristiani siano buoni cristiani, i musulmani buoni musulmani, gli indù buoni indù, ecc. Ma come si può sapere quando qualcuno è un “buon” cristiano o un “buon” musulmano?”

L’idea che tutte le verità religiose siano, a voler essere precisi, solamente simboli dell’incomprensibile in ultima istanza, guadagna rapidamente terreno anche nella teologia ed entra già profondamente nella prassi liturgica. Lì dove si produce questo fenomeno, la fede come tale viene abbandonata, poiché essa consiste precisamente nel fatto che io mi affido alla verità in quanto riconosciuta.

Così, certamente, abbiamo tutti i motivi per tornare al buon senso anche in questo. Se riusciamo a mostrare e a vivere di nuovo la totalità di ciò che è cattolico su questi punti, allora possiamo sperare che lo scisma di Lefebvre non sarà di lunga durata.

Discorso ai Vescovi del Cile, mercoledì 13 luglio, nella Casa di ritiri della Caritas Alocución a los Obispos de Chile. Traduzione di lavoro.

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Lettera di Papa s. Giovanni Paolo II al Prefetto

della Congregazione per la Dottrina della Fede dell’8 aprile 1988

In questo periodo liturgico, in cui abbiamo rivissuto, nelle celebrazioni della Settimana santa, gli eventi pasquali, acquistano per noi una peculiare attualità le parole con le quali Cristo Signore ha dato agli Apostoli la promessa della venuta dello Spirito Santo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità … che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 16-17. 26).

La Chiesa in tutti i tempi è stata guidata dalla fede in queste parole del suo Maestro e Signore, nella certezza che grazie all’aiuto e all’assistenza dello Spirito Santo rimarrà per sempre nella Verità divina conservando la successione apostolica mediante il Collegio dei Vescovi unito con il suo Capo Successore di san Pietro.

La Chiesa ha manifestato tale convinzione di fede anche nell’ultimo Concilio, che si è riunito per riconfermare e rafforzare la dottrina della Chiesa ereditata dalla Tradizione esistente già da quasi venti secoli, come realtà vivente che progredisce, in rapporto ai problemi e ai bisogni di ogni tempo, facendo più profonda la comprensione di quanto già contenuto nella fede trasmessa una volta per sempre (Cf. Gd 3). Nutriamo la profonda convinzione che lo Spirito di verità, «che dice alla Chiesa» (Cf. Ap 2, 7. 11. 17 e altri), ha parlato, in modo particolarmente solenne ed autorevole mediante il Concilio Vaticano II, preparando la Chiesa ad entrare nel terzo millennio dopo Cristo. Dato che l’opera del Concilio nel suo insieme costituisce una riconferma della stessa verità vissuta dalla Chiesa sin dall’inizio, essa è, nello stesso tempo, «rinnovamento» della stessa verità (un «aggiornamento» secondo la nota espressione di Papa Giovanni XXIII), per avvicinare sia il modo di insegnare la fede e la morale, sia anche l’intera attività apostolica e pastorale della Chiesa, alla grande famiglia umana nel mondo contemporaneo. Ed è noto quanto questo «mondo» sia diversificato e perfino diviso.

Mediante il servizio dottrinale e pastorale dell’intero Collegio dei Vescovi in unione con il Papa, la Chiesa assume i compiti riguardanti l’attuazione di tutto ciò che è diventato eredità specifica del Vaticano II. Questa sollecitudine collegiale trova la sua espressione, tra l’altro, nelle riunioni del Sinodo dei Vescovi. Un particolare ricordo merita in questo contesto l’Assemblea straordinaria del Sinodo del 1985, svolta in occasione del 20° anniversario della conclusione del Concilio, la quale ha messo in rilievo i compiti più importanti collegati con l’attuazione del Vaticano II, constatando che l’insegnamento di tale Concilio rimane la via sulla quale la Chiesa deve camminare per l’avvenire affidando i suoi sforzi allo Spirito di verità. In riferimento poi a tali sforzi assumono particolare rilevanza i doveri della Santa Sede in favore della Chiesa universale, sia mediante il «ministerium petrinum» del Vescovo di Roma, come anche mediante gli organismi della Curia romana, dei quali Egli si avvale per l’attuazione del Suo ministero universale. Tra questi la Congregazione per la Dottrina delle Fede guidata da Lei, Signor Cardinale, ha una importanza particolarmente rilevante.

Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.

La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo», si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell’opera del Vaticano II. Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l’altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l’«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico (Cf. Lumen gentium, 25).

La posizione, che assumono le persone, i gruppi o gli ambienti collegati con l’una o l’altra tendenza, può essere comprensibile in una certa misura, particolarmente dopo un avvenimento così importante quale è stato nella storia della Chiesa l’ultimo Concilio. Se da una parte esso ha sprigionato una aspirazione al rinnovamento (e in questo è contenuto anche un elemento di «novità»), dall’altra, alcuni abusi sulla via di quest’aspirazione, in quanto dimenticano gli essenziali valori della dottrina cattolica sulla fede e sulla morale e in altri campi della vita ecclesiale, per esempio in quello liturgico, possono e perfino devono suscitare una giusta obiezione. Tuttavia se a causa di tali eccessi si rifiuta ogni sano «rinnovamento» conforme all’insegnamento e allo spirito del Concilio, allora un tale atteggiamento può portare ad un’altra deviazione che è anch’essa in contrasto con il principio della viva Tradizione della Chiesa obbediente allo Spirito di verità.

I doveri che, in questa situazione concreta, si pongono alla Sede Apostolica richiedono una particolare perspicacia, prudenza e lungimiranza. La necessità, di distinguere ciò che autenticamente «edifica» la Chiesa, da ciò che la distrugge, diventa in questo periodo un particolare bisogno del nostro servizio nei riguardi dell’intera comunità dei credenti.

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha nell’ambito di questo ministero un’importanza chiave, come stanno a dimostrarlo i documenti che in questa materia di fede e di morale ha pubblicato il vostro Dicastero negli ultimi anni. Fra i temi di cui ha dovuto occuparsi la Congregazione per la Dottrina della Fede negli ultimi tempi figurano anche i problemi collegati alla «Fraternité di Pio X», fondata e guidata dall’Arcivescovo M. Lefebvre.

Vostra Eminenza sa benissimo quanti sforzi abbia compiuto la Sede Apostolica sin dall’inizio dell’esistenza della «Fraternité», per assicurare l’unità ecclesiale in relazione all’attività di questa. L’ultimo di tali sforzi è stata la visita canonica fatta dal Cardinale E. Gagnon. Ella, Signor Cardinale, si occupa di questo caso in modo particolare, così come se ne è occupato il suo Predecessore di venerata memoria il Cardinale F. Šeper. Tutto ciò che fa la Sede Apostolica, che è in continuo contatto con i Vescovi e le Conferenze episcopali interessate, mira allo stesso scopo: che si compiano anche in questo caso le parole dette dal Signore nella preghiera sacerdotale per l’unità di tutti i suoi discepoli e seguaci. Tutti i Vescovi della Chiesa cattolica, in quanto per mandato divino solleciti dell’unita della Chiesa universale, sono tenuti a collaborare con la Sede Apostolica al bene di tutto il Corpo mistico che è pure il Corpo delle Chiese» (Cfr. Lumen Gentium, 23).

Per tutto ciò, vorrei confermarLe, Signor Cardinale, la mia volontà affinché tali sforzi proseguano: non cessiamo di sperare che – sotto la protezione della Madre della Chiesa – portino il loro frutto per la gloria di Dio e la salvezza degli uomini.

In caritate fraterna

Dal Vaticano l’8 Aprile dell’anno 1988, decimo di Pontificato.

IOANNES PAULUS PP. II

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