“Se la violenza è l’uso illegittimo della forza, il Motu proprio di papa Francesco è un atto oggettivamente violento perché prepotente ed abusivo. Sbaglierebbe però chi volesse rispondere alla illegittimità della violenza con forme illegittime di dissenso. L’unica resistenza legittima è quella di chi non ignora il diritto canonico e crede fermamente nella visibilità della Chiesa; di chi non cede al protestantesimo e non pretende di farsi Papa contro il Papa; di chi modera il suo linguaggio e reprime le passioni disordinate che possono spingerlo a gesti inconsulti; di chi non scivola in fantasie apocalittiche e mantiene un fermo equilibrio nella tempesta; di chi, infine, tutto fonda sulla preghiera, nella convinzione che solo Gesù Cristo e nessun altro salverà la sua Chiesa.” (professore Roberto de Mattei – CR 19.7.2021)
Il rito antico speranza per la Chiesa
Il 14 maggio 2011 fu tenuto a Roma il 3° Convegno sul MP di Benedetto XVI “Summorum Pontificum” (SP) vedi qui, il famoso testo pontificio che ripristinava, ragionevolmente, il diritto ad esistere della Messa nella forma antica. Questo Convegno aveva per titolo: “Una speranza per tutta la Chiesa” perché veniva riconosciuta a questa forma straordinaria del Rito Romano, la capacità di essere strumento unitivo. Al Convegno parteciparono e parlarono calibri imponenti come il Prefetto di allora della Congregazione per il Culto Divino cardinale Antonio Cañizares Llovera, il cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani Kurt Koch e il segretario della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”… Parlarono tutti IN DIFESA del SP, in difesa di Benedetto XVI che lo aveva promulgato, contro le voci contrarie che si erano spinte ben oltre le lecite critiche.
Si legga anche qui: Quando Wojtyla e Ratzinger difesero Ecclesia Dei e la Messa antica
e qui: 7.7.2007 Summorum Pontificum: Benedetto XVI liberava il Rito detto S.PioV
Potete scaricare qui, il testo in comodo pdf
Tavola Rotonda di riflessione al testo:
L’Osservatore Romano del 15 maggio 2011 fornì ai lettori ampia lettura e riflessione di quell’incontro indicando alcune linee guida per la corretta interpretazione del SP sia a riguardo di una legittima e lecita affermazione in favore della Messa nella forma antica senza la quale esistenza lo stesso Messale detto Paolo VI non avrebbe ragione di esistere, sia per eliminare ogni sospetto che:
- “non sarebbe giusto vedervi solo una concessione fatta ai cattolici che propendono per la liturgia antica, come la Fraternità Sacerdotale San Pietro o i seguaci dell’arcivescovo Marcel Lefebvre. Papa Benedetto XVI è convinto, piuttosto, che la forma straordinaria del rito romano sia un patrimonio prezioso che non deve essere relegato al passato, ma a cui si deve attingere anche nel presente e nel futuro, come ha sottolineato nella lettera di accompagnamento al motu proprio: “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dar loro il giusto posto”. Questo rivela chiaramente quale è l’intenzione che anima il motu proprio di Benedetto XVI.”
Che cosa è successo in questi ultimi dieci anni? Ce lo chiediamo a ragione del fatto che, proprio nel luglio 2021 – papa Francesco – ha promulgato con il suo motu proprio Traditionis custodes… -TC – (e si legga anche qui) tutto e il contrario di tutto, l’esatto contrario di quanto intendeva il Summorum pontificum, arrivando ad annullarlo, cancellarlo nel peggiore dei modi, specialmente nella Lettera che lo accompagna. Gli illustri cardinali che nel 2011 tutelavano il SP, davanti a questo nuovo e devastante documento oggi tacciono, pur sapendo che il suo contenuto contraddice ciò che essi stessi andavano affermando e difendendo…
Venendo, al nocciolo della questione, papa Francesco nella Lettera che accompagna il suo motu proprio, nello spiegare alcune motivazioni (alcune forse anche condivisibili) che lo hanno indotto a negare la celebrazione della Messa nella forma antica, afferma:
“È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei Predecessori. L’uso distorto che ne è stato fatto è contrario ai motivi che li hanno indotti a concedere la libertà di celebrare la Messa con il Missale Romanum del 1962….”
Ammesse e non concesse queste sue ragioni, una domanda viene spontanea: se a causa dell’uso “distorto” che si sarebbe fatto del Messale antico, papa Francesco ritiene che per difendere l’unità del Corpo di Cristo si sente “costretto” a revocarne l’uso… come mai non si sente “costretto”, per la stessa unità nel Corpo di Cristo, di revocare ogni CONCESSIONE che induce a gravissimi abusi, profanazioni, sacrilegi, distorsione dottrinale, devastazione liturgica, confusione e quant’altro a riguardo del “nuovo Messale” attraverso il quale viene imposto al fedele ogni “uso distorto” della nuova Messa?
Infatti è lo stesso papa Francesco che in questa sua Lettera, citando Benedetto XVI, conferma gli elementi che autorizzano la nostra domanda, con queste sue parole:
- “Mi addolorano allo stesso modo gli abusi di una parte e dell’altra nella celebrazione della liturgia. Al pari di Benedetto XVI, anch’io stigmatizzo che «in molti luoghi non si celebri in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura venga inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale porta spesso a deformazioni al limite del sopportabile»..”
Ma se papa Francesco è ADDOLORATO e vuole stigmatizzare che è vero che non si celebra il nuovo Messale come si dovrebbe e si riconosce la gravità degli abusi e quant’altro, come mai qui il papa non agisce, non interviene drasticamente, non si sente “costretto” a CORREGGERE… ad intervenire?
Se come afferma egli stesso, che al “pari” sa e riconosce gli usi e gli abusi “di una parte e dell’altra”, perché è intervenuto esclusivamente punendo drasticamente una sola delle parti?
- Al Convegno sopra citato, gli illustri cardinali affermavano che: “Coloro che al contrario rifiutano … e vedono nel motu proprio SP un passo indietro rispetto al Vaticano II, verosimilmente intendono la riforma liturgica postconciliare come un punto d’arrivo, che va difeso con tutte le forze, secondo il rigido conservatismo di molti progressisti. Essi … respingono anche l’ermeneutica della riforma sollecitata da Benedetto XVI per l’interpretazione del Vaticano II. Preferiscono infatti sostenere l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, considerata inadeguata dal Papa, applicandola soprattutto al campo della liturgia…(…) al contrario, invece, il motu proprio SP può diventare un ponte ecumenico interno alla Chiesa, veramente solido, soltanto se esso viene innanzitutto percepito e recepito come “una speranza per tutta la Chiesa”.”
Appare evidente che per papa Francesco, il SP di Benedetto XVI non è affatto visto “una speranza per tutta la Chiesa”, elemento unitivo nella Chiesa… e per lui – elementi di unità – potrebbero mai essere tutti gli abusi liturgici, facilitati da certa libertà creativa concessa dal nuovo Messale, che non intende correggere? Eppure quando vuole correggere sa essere decisivo e drastico, ecco le parole usate per distruggere, cancellare ciò che quei cardinali, a nome di Benedetto XVI, dicevano e affermavano:
“…prendo la ferma decisione di abrogare tutte le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti al presente Motu Proprio…”
Qui non siamo di fronte alla legittima e lecita correzione di errori che non avremo alcuna difficoltà ad ammettere e riconoscere sull’uso o strumentalizzazione del Messale antico (correzione, ma non abrogazione, che era stata prevista e richiesta dallo Stesso Benedetto XVI), ma ci troviamo di fronte alla totale abrogazione, affondamento, disprezzo, cancellazione di TUTTO ciò che è e rappresenta il SP. Specialmente quella “speranza per tutta la Chiesa” è stata fatta fuori, letteralmente, da “Coloro che al contrario rifiutano … e vedono nel motu proprio SP un passo indietro rispetto al Vaticano II, verosimilmente intendono la riforma liturgica postconciliare come un punto d’arrivo, che va difeso con tutte le forze, secondo il rigido conservatismo di molti progressisti…”. E del resto la costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium del concilio Vaticano II, afferma che “la Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella Liturgia una rigida uniformità” (n. 37).
In questa Lettera di papa Francesco, un’altra frase stupisce ed inquieta, egli afferma:
“Mi conforta in questa decisione il fatto che, dopo il Concilio di Trento, anche san Pio V abrogò tutti i riti che non potessero vantare una comprovata antichità, stabilendo per tutta la Chiesa latina un unico Missale Romanum…”
(????) o i “suggeritori” del Papa sono vere menti perverse e diaboliche che lo stanno ingannando, oppure Francesco è in malafede, tertium non datur. Innanzi tutto perché non si trattò tanto di “abolire” riti antichi quanto, piuttosto, dare ORDINE E FORMA ad un Messale Romano per TUTTA la Chiesa latina che ancora non c’era… San Pio V perciò concesse il mantenimento dei riti NELLE FORME di propri Messali a quanti vantavano una continuità di almeno 200 anni… imponendo a tutta la Chiesa di rito latino UN UNICO MESSALE, quello che oggi, papa Francesco, ha invece deciso di abrogare totalmente: “tutte le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini..”
Benedetto XVI invece, con il Summorum Pontificum, intendeva sottolineare che si parlava di UN UNICO RITO IN DUE FORME DIVERSE e che non si poteva abrogare quella antica: forma antica con il Messale detto san Pio V, con la forma espressa dal nuovo Messale detto Paolo VI… e affermava ai Vescovi: “Sono giunto, così, a quella ragione positiva che mi ha motivato ad aggiornare mediante questo Motu Proprio quello del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa…”. Il principio che il Summorum Pontificum riconosce è l’immutabilità della bolla Quo primum di san Pio V del 14 luglio 1570, che promulgava il Messale da ritenersi PER SEMPRE IMMUTABILE nel contenuto col quale si dava FORMA al rito che unisce l’antico al nuovo, il passato al presente e al futuro… mentre, per papa Francesco, quel Messale sarebbe “dannoso” per l’unità della Chiesa…
E’ evidente che papa Francesco (o di suo o perché malamente consigliato, fate voi) NON distingue affatto tra RITO E FORMA, così come lo aveva specificato Benedetto XVI che affermava nella Lettera ai Vescovi sul SP, appunto:
- “Non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero “due Riti”. Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito. Quanto all’uso del Messale del 1962, come forma extraordinaria della Liturgia della Messa, vorrei attirare l’attenzione sul fatto che questo Messale non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso.”
Benedetto XVI, quindi, per una ragione positiva (e di PRINCIPIO) aggiornò l’indulto che concedeva il rito nella forma antica… “immutabile nella sostanza”, mentre Francesco non aggiorna e non corregge, ma distrugge, annienta, abroga e cancella ciò che è “speranza nella Chiesa”, l’anima stessa del SP espressa con queste parole: “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dar loro il giusto posto“. … Se non si offre alla forma antica il suo DIRITTO di vivere nella Chiesa, anche la “nuova” perde la sua ragione ad esistere, perché non avrebbe più le radici che la mantengono legata al glorioso passato liturgico della Chiesa… Per papa Francesco, invece, il rito nella forma antica sarebbe “del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso.…”. Giudicate voi dai fatti e dalle parole che avete letto.
Ora… perdonate la ripetizione, ma sono importanti le domande che ci siamo posti sopra:
- Ma se papa Francesco è ADDOLORATO e vuole stigmatizzare che è vero che non si celebra il nuovo Messale come si dovrebbe e si riconosce la gravità degli abusi e quant’altro, come mai qui il papa non agisce, non interviene drasticamente, non si sente “costretto” a CORREGGERE… ad intervenire sui sacrilegi che molti sacerdoti commettono, con il silenzio dei Vescovi, profanando il Credo e la stessa Eucaristia?
- Se come afferma egli stesso, che al “pari” sa e riconosce gli usi e gli abusi “di una parte e dell’altra”, perché è intervenuto esclusivamente punendo drasticamente una sola delle parti?
- Perché papa Francesco, che cita magnificamente Benedetto XVI, non comprende che il SP fu fatto perché – proprio citando la bolla di San Pio V – sapeva che quel Messale antico non poteva essere abrogato, non fu di fatto abrogato e che aveva tutto il diritto di essere conosciuto dai fedeli? Il motivo di fatto è stato espresso: perché i fedeli della Messa di sempre non vogliono riconoscere il Concilio Vaticano II e la nuova Messa… Ma, ammesso e non concesso che in parte sia vero e che è campo di discussione lecita e legittima nella Chiesa, che fa papa Francesco, per correggere getta via il bambino con l’acqua sporca? Non sarebbe più saggio riflettere all’idea che le decisioni affrettate a volte possono portare a conseguenze disastrose…?
- Papa Francesco ha condannato spesso il clericalismo… e noi saremo disposti a ragionare con lui, ascoltarlo, se ci spiegasse a cosa si riferisce e cosa intende; se non fosse per il fatto che, vero clericalismo interno alla Chiesa, lo stiamo subendo oggi, come non è mai accaduto in passato, ossia: da una parte papa Francesco ripete spesso che “Il clericalismo annulla il carisma laicale e rovina il volto della Chiesa…”, dall’altra parte usa il potere per imporre una fede “nuova” e diversa “dai santi che ci hanno preceduto”; da una parte sollecita i fedeli alla legittima formulazione dei dubbi in campo pastorale, dall’altra usa il potere per annientare ogni domanda (Dubia); da una parte sollecita sinodi e collegialità tra Vescovi e Fedeli, salvo poi usare il potere per inficiare ogni lecita discussione e che chi non la pensa come lui, è fuori dalla Chiesa…
Se è vero che non ci è dato e non possiamo giudicare le intenzioni, è vero però che possiamo giudicare gli atti e fare discernimento tra ciò che è un bene e ciò che è male… Quanto abbiamo analizzato e riflettuto con voi sono FATTI: dove stanno quei cardinali che nel 2011 difendevano il rito nella forma antica con il SP di Benedetto XVI? Non sono mica morti, eh!! Dove sono i Vescovi che dovrebbero parlare e difendere la Verità?
Sempre nell’OR del 15 maggio 2011, a conforto e sostegno del Summorum Pontificum, veniva citato anche il Documento Universae Ecclesiae attraverso il quale si dava una disciplina per applicare il mp di Benedetto XVI e vi leggiamo:
- Nell’introduzione del documento “Universae Ecclesiae” si afferma: “Con tale motu proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa” (n. 2). Ciò significa che non si tratta di un indulto, né di una legge per gruppi particolari, ma di una legge per tutta la Chiesa, che, data la materia, è anche una “legge speciale” che “deroga a quei provvedimenti legislativi, inerenti ai sacri Riti, emanati dal 1962 in poi ed incompatibili con le rubriche dei libri liturgici in vigore nel 1962” (n. 28).
- Va qui ricordato l’aureo principio patristico da cui dipende la comunione cattolica: “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede” (n. 3). Il celebre principio lex orandi-lex credendi richiamato in questo numero, è alla base del ripristino della forma extraordinaria: non è cambiata la dottrina cattolica della messa nel rito romano, perché liturgia e dottrina sono inscindibili. Vi possono essere nell’una e nell’altra forma del rito romano, accentuazioni, sottolineature, esplicitazioni più marcate di alcuni aspetti rispetto ad altri, ma ciò non intacca l’unità sostanziale della liturgia.
Premesso che ben riconosciamo che leggi e disciplina possono essere modificate dai Pontefici, nel testo di papa Francesco, però, il tutto e le stesse motivazioni vengono ribaltate, annullate, anche il concetto della lex orandi-lex credendi che – come abbiamo letto – è alla base della validità del ripristino della forma antica della Messa, viene strumentalizzato e rovesciato il senso… In sostanza: se per Benedetto XVI nel donare il SP affermava che: “la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, è considerata tesoro prezioso da conservare..”, per Francesco, NO! Non contestiamo “le decisioni che un Papa prende nell’emanare leggi e discipline”, ma contestiamo che le motivazioni adottate da papa Francesco nella TC, non offrono spiegazioni valide per essere accettate con la dovuta obbedienza che dobbiamo al Pontefice e quindi, nella verità con carità, qualsiasi Membro della Chiesa ha tutto il diritto e soprattutto il dovere, di denunciare e contestare le anomalie e le decisioni “pastorali” che tendono a dividere all’interno delle comunità (cfr.DC.n.212-3).
Se poi, come si legge nel Documento citato, il SP fu emanato per: “garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari… e ricomporre l’unità nella Chiesa”, com’è possibile che d’un tratto tutto ciò non è più valido, non ha più alcun valore, non sarebbe più un “bene”, come affermerebbe il testo di papa Francesco?
Per concludere…
Il professore Roberto de Mattei ci incoraggiava con parole che abbiamo fatto nostre:
“L’intento del Motu proprio di papa Francesco Traditionis custodes, del 16 luglio 2021, è quello di voler reprimere ogni espressione di fedeltà alla liturgia tradizionale, ma il risultato sarà quello di accendere una guerra che si concluderà inevitabilmente con il trionfo della Tradizione della Chiesa.
Papa Francesco non ha ritenuto di intervenire di fronte alla lacerazione dell’unità prodotta dai vescovi tedeschi, caduti spesso nell’eresia in nome del Concilio Vaticano II, ma sembra convinto che le uniche minacce all’unità della Chiesa vengano da chi sul Vaticano II ha sollevato dubbi (…)
L’obiettivo è chiaro: eliminare col tempo la presenza del rito tradizionale per imporre il Novus Ordo di Paolo VI come unico rito della Chiesa. Per raggiungere questo obiettivo è necessaria una paziente rieducazione dei riottosi.(…)
La lotta si svolge sull’orlo dell’abisso dello scisma. Papa Francesco vuole precipitarvi i suoi critici, spingendoli a costituire, di fatto, se non di principio, una “vera Chiesa” a lui opposta, ma egli stesso rischia di sprofondare nell’abisso se insiste nel contrapporre la chiesa del Concilio a quella della Tradizione. Il Motu proprio Traditionis Custodes è un passo in questa direzione. Come non rilevare la malizia e l’ipocrisia di chi si propone di distruggere la Tradizione autodefinendosi «custode della Tradizione»? E come non osservare che ciò avviene proprio in un momento in cui eresie ed errori di ogni tipo devastano la Chiesa?
Se la violenza è l’uso illegittimo della forza, il Motu proprio di papa Francesco è un atto oggettivamente violento perché prepotente ed abusivo. Sbaglierebbe però chi volesse rispondere alla illegittimità della violenza con forme illegittime di dissenso.
L’unica resistenza legittima è quella di chi non ignora il diritto canonico e crede fermamente nella visibilità della Chiesa; di chi non cede al protestantesimo e non pretende di farsi Papa contro il Papa; di chi modera il suo linguaggio e reprime le passioni disordinate che possono spingerlo a gesti inconsulti; di chi non scivola in fantasie apocalittiche e mantiene un fermo equilibrio nella tempesta; di chi, infine, tutto fonda sulla preghiera, nella convinzione che solo Gesù Cristo e nessun altro salverà la sua Chiesa.”
*****
Preghiera e supplica del Beato Pontefice Pio IX
+ “A voi Figli tutti della Chiesa cattolica, rivolgiamo il Nostro discorso; e voi tutti e singoli esortiamo con paterno affetto perché così vi serviate di questa occasione per conseguire il perdono, come da voi richiede il severo studio della vostra salvezza. Se lo è sempre, ora poi è necessarissimo, Figli dilettissimi, mondare la coscienza dalle opere morte, offrire i sacrifici di giustizia, fare frutti degni della penitenza, e seminare nelle lacrime per mietere nell’esultanza. La divina Maestà a sufficienza ci fa noto cosa ricerchi da noi, mentre già da gran tempo per la nostra pravità ci affatichiamo sotto le sue minacce e sotto l’ispirazione dello spirito dell’ira sua. Ma poiché siamo Noi i legati di Cristo, voi ascoltate principalmente la voce apostolica: voi che siete travagliati e preoccupati; allontanandovi dalla strada della salvezza rimanete oppressi dal giogo delle prave cupidigie e della diabolica servitù.
Non vogliate disprezzare le ricchezze della bontà, della pazienza e della longanimità di Dio; e mentre vi si apre davanti una via così facile ed ampia per conseguire il perdono, non vogliate per la vostra contumacia rendervi inescusabili presso il Divino Giudice, e accumulare su di voi l’ira nel giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio. Ritornate pertanto, o peccatori, al cuore; riconciliatevi con Dio; il mondo passa, e con esso la sua concupiscenza; rigettate le opere delle tenebre, indossate le armi della luce, cessate di essere nemici delle anime vostre, onde meritare finalmente la pace in questo secolo, e nell’altro i premi eterni dei giusti.
Questi sono i Nostri voti; queste cose non cesseremo di chiedere al clementissimo Signore, e questi stessi beni, congiunti a Noi tutti i figli della Chiesa Cattolica in una società di preghiere, confidiamo potere abbondantemente conseguire dal Padre delle Misericordie. Così sia.”
(cfr enciclica Gravibus Ecclesiae – 24.12.1874)
– 1Pater Noster, Ave Maria e Gloria….
Passato e futuro del rito “preconciliare” dopo il concilio – AGGIORNAMENTO luglio 2025
di Padre Riccardo Barile OP
A sessant’anni dalla riforma liturgica paolina, la storia recente della liturgia antica presenta un quadro altalenante, dalla liberalizzazione di Benedetto XVI ai “siluri” di Francesco. E le timide speranze riaccese dal nuovo pontificato.
Dopo il siluro di Traditionis custodes (2021), il fuoco dell’interesse liturgico si è smorzato. È normale, anche perché altre problematiche come il sinodo sulla sinodalità, le guerre nonché il conclave hanno monopolizzato l’attenzione. Ma sul VO (Vetus Ordo) o Messa “prima del concilio” si sono riaccese timide speranze dopo la liturgia dignitosissima delle esequie del Romano Pontefice Francesco e certi atteggiamenti del Romano Pontefice Leone XIV, che non sono VO, ma che lasciano trasparire uno stile più tradizionale.
Il presupposto è che la Messa in VO è un problema pastorale e spirituale della Chiesa cattolica a prescindere da motivazioni esterne come gli eventuali buoni rapporti con i lefebvriani. Dunque chi pratica il VO dovrebbe avere in testa alcune considerazioni storiche e teologiche per vivere più correttamente questa esperienza. In questo primo intervento si ricostruirà la storia della pratica del VO dall’inizio della riforma liturgica sino ad oggi perché in successione sono emersi diversi criteri teologici e pastorali che possono insegnare qualcosa.
Prima fase: Paolo VI. Molta attenzione verso preti anziani e malati ma inflessibilità nella sostanza.
Promulgato da Paolo VI il primo Messale della riforma liturgica in data 3 aprile 1969, il 20 ottobre 1969 la Sacra Congregazione per il Culto Divino (SCCD) pubblicò l’Istruzione Constitutione apostolica sull’avvio graduale dell’uso del nuovo Messale e alla fine si prescriveva che «I sacerdoti di età avanzata» quando celebrano senza il popolo e si trovano in difficoltà con i nuovi formulari «con il consenso del loro ordinario possono conservare i riti e i testi attualmente in uso» (IV,19: EV 3/1639). Poco dopo la Segreteria generale della CEI il 25.11.1969 rese nota una lettera a firma del padre Annibale Bugnini – sotto l’autorità della Segreteria di Stato e della SCCD – dove si precisava che i vescovi potevano dispensare dall’uso del nuovo Messale «non solo i sacerdoti anziani o cecuzienti, ma tutti coloro che per qualsiasi motivo si trovano in grave difficoltà» senza ricorrere alla Santa Sede (ECEI 1/2243), il tutto ribadito in una successiva notificazione del 14.6.1971 (EV 4/971). È chiaro che la condiscendenza era basata sul presupposto che nel giro di pochi anni i sacerdoti anziani in difficoltà con la nuova Messa sarebbero morti e tutto il mondo cattolico avrebbe celebrato il nuovo rito.
Ma ahimè, c’erano dei sacerdoti non anziani che volevano continuare a celebrare con il VO: mons. Lefebvre e i suoi seguaci. Qui il problema si poneva in modo diverso e Paolo VI fu inflessibile. In una lettera a mons. Lefebvre dell’11.10.1976 scrisse che il divieto del VO era motivato «dal bene spirituale e dall’unità di tutta la comunità ecclesiale», mentre concedendo il VO «daremo libero corso a una nozione della Chiesa e della Tradizione del tutto falsa (notionem Ecclesiae ac Traditionis prorsus falsam induci sineremus)» (Insegnamenti… XIV, pp. 818-819). Viene da pensare al card. Gaetano quando, Legato in Germania, incontrò Lutero ad Augusta nel 1518 e, preso atto di quanto diceva, pronunciò la frase tremenda e profetica: «Sarebbe come fare un’altra Chiesa / Hoc enim est novam ecclesiam construere». Anche per Paolo VI concedere come normale il VO “sarebbe stato come fare un’altra Chiesa”.
Seconda fase: Giovanni Paolo II. Una mano tesa verso Lefebvre e il germe di una nuova prospettiva teorica.
Giovanni Paolo II nel Motu proprio Ecclesia Dei afflicta (2.7.1988) espresse il dolore per lo scisma lefebvriano e con un intento pacificante volle rivolgersi ai fedeli «vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina» e «facilitare la loro comunione ecclesiale, mediante le misure necessarie per garantire il rispetto delle loro giuste aspirazioni» (5,c: EV 11/1203). Per giustificare l’uso del VO in casa cattolica, sostenne che bisognava prendere coscienza «non solo della legittimità ma anche della ricchezza che rappresenta per la Chiesa la diversità di carismi, tradizioni, di spiritualità e di apostolato» (5,a: EV 11/1201). Allora non si badò molto alla giustificazione addotta, la quale ribaltava il criterio di Paolo VI: ora il VO apparteneva alla “diversità di carismi” riconosciuti nella Chiesa e chi voleva praticarlo coltivava una “giusta aspirazione”. Era un piccolo seme teorico, destinato diventare un grande albero nella fase successiva.
Terza fase: Benedetto XVI. Una più ampia liberalizzazione del VO, nuovi fondamenti teorici e una nuova situazione pastorale.
Già negli anni ’80 nell’intervista fattagli da Messori il card Joseph Ratzinger «a titolo personale» ipotizzava la «concessione della liturgia preconciliare» purché si trattasse di qualcosa di straordinario e «venisse riconfermato il carattere ordinario dei riti riformati» (Rapporto sulla fede, pp. 128-129). Divenuto Romano Pontefice con il nome di Benedetto XVI, il 7.7.2007 diede corpo a quanto sopra con il motu proprio Summorum Pontificum (EV 24/1101-1126) accompagnato, alla stessa data, dalla lettera Con grande fiducia, indirizzata a tutti i vescovi (EV 24/1127-1136) e creando una situazione nuova, anche se radicata sulle precedenti concessioni di Giovanni Paolo II.
Anzitutto la possibilità di celebrare in VO fu ampiamente liberalizzata – per brevità tralascio di citare tutte le determinazioni canoniche – e in data 30.4.2011 l’Istruzione Universae Ecclesiae (EV 27/300-339) ampliò ulteriormente queste possibilità.
In secondo luogo furono enunciati due fondamenti teologici, liturgici e canonici che giustificavano la celebrazione in VO: salvo il fatto che il Messale promulgato da Paolo VI resta la forma ordinaria della celebrazione cattolica, il Messale VO di Giovanni XXIII del 1962 è la forma straordinaria dell’unico rito romano e non è mai stato abrogato (e proprio per questo può essere usato con una certa libertà) (Art. 1: EV 24/1107-1108). Due novità assolute ma un discorso scivoloso sul quale prossimamente ritorneremo.
Pastoralmente le due forme avrebbero potuto «arricchirsi a vicenda» e nella celebrazione con il nuovo Messale, se usato con una certa recezione dello stile del VO, «potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso».
Anche dal punto di vista dei destinatari c’è un allargamento di prospettiva: resta l’anelito al superamento della divisione lefebvriana facendo di tutto «per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità», ma lo sguardo si amplia verso persone di casa cattolica «profondamente ferite dalle deformazioni arbitrarie della liturgia». Infine, quasi estinta la generazione anziana cresciuta con il Messale “prima del concilio” «è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica (…) e vi trovano una forma particolarmente appropriata per loro» (Con grande fiducia: EV 24/1130.1132-1133). Questa è la novità non prevista da Paolo VI e da Giovanni Paolo II e nella quale attualmente ci troviamo (cf. il recente pellegrinaggio Parigi-Chartres): non si tratta solo di simpatia per il latino, ma di un modo di pregare e di celebrare, di incontrare Dio e di vivere la realtà della Chiesa e della propria vita spirituale, riscoperto da giovani e da giovani adulti, e dunque di un fenomeno ecclesiale nuovo “a prescindere” da Lefebvre.
Quarta fase: Francesco. Una riorganizzazione restrittiva in vista dell’estinzione delle celebrazioni VO.
«È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei Predecessori»: così Papa Francesco nella Lettera di accompagnamento del Motu proprio Traditionis custodes del 16.7.2021, in cui stabilisce che «i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano» (art. 1) – questo smentisce la forma ordinaria/straordinaria di Ratzinger e di nuovo siamo al movimento del pendolo -, passando poi a diverse restrizioni per l’uso del VO. Come mai la marcia indietro? Beh, anche perché in alcuni che usano il VO c’è «il rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni in nome di quella che essi giudicano la “vera Chiesa”» e ovviamente il rifiuto del Vaticano II.
È un ritorno al “discernimento” radicale di Paolo VI, ma in una situazione nuova e più complicata perché qui non si tratta di preti anziani prossimi alla fine, ma anche gi giovani e giovani adulti, i quali però devono essere condotti “alla fine” non della vita ma della Messa in VO. Infatti il Vescovo ««avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi» (3 § 6) e voi Vescovi «operare perché si torni a una forma celebrativa unitaria» seguendo quanti «hanno bisogno di tempo per ritornare al Rito Romano promulgato dai santi Paolo VI e Giovanni Paolo II». Dunque la prospettiva è che il VO deve finire.
Quale sarà la fase da oggi in poi?
Difficile rispondere. In questa piccola storia abbiamo constatato che ogni Pontefice si è rapportato in modo differente con il VO. Ma non ci sono solo i pontefici: ci sono persone di ogni età che praticano il VO e che non sono pregiudizialmente contro il Vaticano II, come tanti giovani del pellegrinaggio Parigi-Chartres che erano lì, ma sono stati anche alle cattolicissime e postconciliari GMG.
Il Santo Padre Leone XIV ai partecipanti al Giubileo delle Chiese Orientali in data 14.5.2025 ha detto: «Quanto bisogno abbiamo di recuperare il senso del mistero, così vivo nelle vostre liturgie!». E qui siamo di nuovo di fronte al movimento pendolare perché il “senso del mistero” è espressione impronunciabile da ogni liturgista postconciliare e anche Papa Francesco ha preferito parlare di “stupore” ma di non usare «la fumosa espressione “senso del mistero”» (Desiderio desideravi [29.6.2022], n. 25). Che farà Papa Leone circa la pratica del VO? Non è poi così importante saperlo. È più importante disporre di alcune buone idee sui limiti e sui vantaggi del VO. Quali?
Quegli equivoci che nuocciono alla “Messa di sempre”
Una definizione amata dai fedeli dell’antica liturgia che presta però il fianco al rischio di difenderla con ragioni sbagliate. Qualche criterio per intenderla rettamente senza alimentare le accuse di contrapposizione.
Quanti praticano il VO (Vetus Ordo, la Messa “prima del concilio”) dovrebbero avere in testa e nel cuore alcune valutazioni di fondo per vivere più correttamente questa esperienza, sia per evitare di difendere l’indifendibile o difenderlo con ragioni non valide, sia per un salutare rapporto di mutuo influsso con il Novus Ordo, cioè la Messa e la pastorale oggi correnti, sia per non essere «trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina» (Ef 4,14). Propongo alcune valutazioni, ovviamente discutibili, che potrebbero essere cinque, iniziando per ora dalla prima e fondamentale.
La Messa in VO è “la Messa di sempre”, spesso si dice e si scrive. No! Non c’è espressione più equivoca di questa e, per certi versi, anche sbagliata. Vediamo perché.
Se ci poniamo dal punto di vista del rito, si notano agli inizi diversità ed evoluzioni. Addirittura alcune formule molto classiche furono introdotte con un certo ritardo, come il Sanctus, che comparve in Oriente verso il sec. IV e in Occidente verso il sec. V, oppure l’Agnus Dei, introdotto nella liturgia di Roma da papa Sergio I († 701). In questo senso la Messa in VO non è “la Messa di sempre”.
Disponiamo di una prima descrizione della Eucaristia in san Giustino († 166) in Apologia I,65-67. A parte la preziosa annotazione: «questo cibo è chiamato da noi “eucaristia”» e noi lo assumiamo «non come pane comune né come comune bevanda», ma come «ci fu insegnato essere carne e sangue del Gesù incarnato» (I,66,1-2), il testo è abbastanza avaro di descrizioni rituali. Prevede sull’altare/mensa tre coppe – pane, acqua e vino misto ad acqua -, la preghiera dei fedeli – poi caduta in disuso – e circa la Preghiera eucaristica così si esprime: colui che presiede «per quanto gli è possibile, innalza preghiere e ringraziamenti e il popolo acclama pronunciando l’Amen» (I,67,5). L’attuale Messa in VO non è esattamente così!
La Tradizione Apostolica (sec. III) ci tramanda il testo di una Preghiera eucaristica che, con modifiche, è servita di modello alla attuale seconda Preghiera eucaristica. Tuttavia il vescovo non deve sforzarsi di ripeterla a memoria, ma «preghi piuttosto secondo le proprie capacità (secundum suam potestate unusquisque oret)», anche se ovviamente la sua preghiera deve essere «corretta e conforme all’ortodossia (tantum oret quod sanum est in orthodoxia)» (c. 9). Questo formulare la Preghiera eucaristica da parte del vescovo “così come può” è un criterio che è all’antitesi delle prescrizioni rituali e dello “spirito” dell’attuale Messa in VO, che in tal caso non può essere “la Messa di sempre”.
Con l’Ordo I (fine sec. VII / inizio sec. VIII) disponiamo di una descrizione minuziosa della messa papale: è un rito complessissimo con molti ministri e popolo, non comporta l’elevazione e le genuflessioni, addirittura prevede che prima della comunione un ministro si accosti al papa per ricevere i nomi degli invitati a pranzo e comunicarli immediatamente agli interessati e contemporaneamente la stessa scena con il vicedominus (una sorta di segretario di stato) e i suoi invitati (nn. 98-99). Impensabile una scena del genere nella Messa in VO, anche in forma solenne!
Invece il modello rituale dell’odierna Messa in VO incomincia con l’Ordo Missae secondo la Curia Romana nel sec. XIII.
Il papa non può celebrare tutti i giorni una Messa ritualmente solenne, per cui si costituisce un rito più breve che, con qualche ritocco, sarà il Messale tridentino di san Pio V del 1570 e con qualche altro ritocco il Messale di Giovanni XXIII del 1962, attualmente in uso per chi pratica il VO. All’inizio questa Messa è celebrata nel Sancta Sanctorum del Laterano, residenza dei papi sino al 1309, cioè sino all’esilio avignonese, un’area quadrata il cui pavimento misura più o meno 7 metri per lato. La struttura base del rito è la Messa semplice di un solo sacerdote, con aggiunte qua e là in caso di Messa conventuale o Messa solenne; non si menzionano l’omelia, la preghiera dei fedeli, la comunione dei fedeli. I Francescani adottarono e diffusero questa Messa – non i Domenicani che elaborarono un loro rito –, che divenne comune in tutta la Chiesa latina. Inutile descriverla perché sostanzialmente corrisponde all’attuale VO.
Se, al di là dei precedenti storici del rito, ci si pone al livello della comunicazione, l’espressione “la Messa di sempre” risulta problematica.
Infatti, come spesso viene pronunciata da chi è convinto e come viene intesa da chi magari è lontano o polemico, lascia intendere che la Messa nata dalla riforma liturgica e attualmente in uso… non sia la Messa di sempre! E se la Messa attuale non è la Messa di sempre è una Messa falsa, o non tradizionale, o per lo meno deviante. Ciò probabilmente il più delle volte non è inteso da quanti pronunciamo questa espressione, ma il più delle volte è ciò che viene recepito dai destinatari al di fuori del giro.
Sarà utile tener presente due citazioni che sanciscono che anche quella uscita dalla riforma del Vaticano II è “la Messa di sempre”.
Il card. Giuseppe Siri († 1989), sollecitato a farsi quasi capofila di una cordata di contestazione al nuovo rito della Messa, così rispose (proprio lui, il principe dei tradizionalisti!): «Il Novus Ordo non può essere multato di eresia. Il potere col quale san Pio V ha fissata la sua riforma liturgica è lo stesso potere di Paolo VI. L’aver riformato l’ordo implica la sua sostituzione all’antico. Noi dobbiamo obbedire. Ci sono questioni ben più gravi nella Chiesa: questa non ha rilevanza alcuna» (Lettera a R. Bellowood del 6.9.1982 in: Nicla Buonasorte, Siri Tradizione e Novecento. Il Mulino, Bologna 2006, p. 341).
A sua volta Papa Ratzinger, nella Lettera del 7.7.2007 che accompagnava il motu proprio Summorum Pontificum – in cui aveva solennemente ribadito che l’attuale Messale è la forma ordinaria della lex orandi della Chiesa cattolica di rito latino –, precisò ulteriormente che «per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso» (EV 24/1134).
Dunque “la Messa di sempre” è garantita dalla continuità del carisma/potere dei Pontefici che hanno approvato le diverse forme rituali e quelle in vigore esigono non solo un atto di obbedienza, ma di comunione partecipativa.
In conclusione, qualificare l’odierno VO come “la Messa di sempre” è assolutamente sbagliato? No, assolutamente parlando ci può essere un senso accettabile. La prima condizione è che con “la Messa di sempre” non si intenda indicare una stretta continuità storica/rituale, ma nell’attuale VO questa continuità parta dal sec. XIII, cioè dall’Ordo della Messa secondo la Curia Romana.
Scartato il concetto di una identità storica/rituale, la seconda condizione è di lasciar intendere che anche la Messa uscita dalla riforma liturgica dopo il Vaticano II è “la Messa di sempre” per le ragioni indicate poco sopra.
La terza condizione è che con il VO come “Messa di sempre” si intenda sottolineare una più intensa continuità con una forma di accostamento a Dio e celebrazione dei misteri in fondo comune a Oriente e Occidente nell’antichità e anche nel secondo millennio e che si riscontra un po’ meno nella Messa riformata dopo il Vaticano II e che è una delle ragioni per mantenere in vita – per ora – il VO.
Ma è chiaro che quelli di cui sopra sono dei concetti rarefatti e delle sottili distinzioni che nel linguaggio comune anche ecclesiale abitualmente non vengono percepiti, per cui l’espressione viene fatalmente intesa nel suo senso contrappositivo e peggiore. Per cui, per la buona salute dell’attuale VO, è meglio non usare una simile espressione. Coraggio, ci sono altre quattro valutazioni. Alla prossima.
LA RISPOSTA DEL PROFESSOR CORRADO GNERRE
