Leone XIV 1700 anni da Nicea: torniamo a professare Gesù vero Uomo-Figlio e vero Dio

  • Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Türkiye, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale. A tal riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea.”

Cari Amici, con queste parole Papa Leone XIV ci ha fatto dono di una Lettera Apostolica con la quale ci richiama TUTTI (tutti coloro che vogliono dirsi Cristiani) alla PROFESSIONE DI FEDE sancita definitivamente dal Concilio di Nicea di cui corre quest’anno l’anniversario di 1700 anni! Non si tratta di riaccendere polemiche, discussioni, proposte varie… ma di farci TUTTI un esame della coscienza e verificare IN QUALE DIO CREDIAMO?? Chi è Gesù Cristo per noi?? Se da una parte sembra paradossale che dobbiamo porci certe domande, dall’altra parte non diamo per scontata la risposta perché, fin dai primi secoli, c’è sempre stato “qualcuno” che ha voluto imporre una propria immagine e risposta sul Cristo… tanto che la Chiesa, appunto, attraverso il Concilio di Nicea, pose la parola “fine” alle discussioni offrendo a chiunque LA VERITA’ sull’identità di Gesù Cristo e sulla Santa Madre, la Vergine Maria, la Theotokos, Genitrice di Dio, la Tutta Pura e tutta Santa, sempre Vergine Maria.

E se le discussioni non sono mai cessate in questi duemila anni, non di meno è oggi!! dove ravvisiamo già cristiani che – pretendendo di salvaguardare la sana dottrina – attribuiscono a Papa Leone delle “false intenzioni” alle sue parole in nome di un facile ecumenismo ecomaniacale…. MA NON E’ COSI’!! e per spiegarlo ci faremo aiutare da alcune riflessioni poste in atto da Don Mario Proietti cpps sulla sua pagina di FB e che vi invitiamo a seguire per meditare ed approfondire.

La Lettera Apostolica In unitate fidei di Papa Leone XIV non è destinata agli accademici.
 
È un appello chiaro, rivolto a ogni cristiano, un invito a riscoprire le fondamenta della fede in un tempo attraversato da confusione, stanchezza spirituale e smarrimento.
Quando il cammino sembra sfilacciarsi, il Papa ci riporta al punto più semplice e decisivo: Cristo è il Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, venuto nella carne per la nostra salvezza.
 
Non sorprende che il Pontefice abbia scelto la festa di Cristo Re per firmare questa Lettera. La data è un manifesto silenzioso. Tutto parte da Lui. Non dalle strategie pastorali destinate a durare pochi mesi. Non da programmi che cambiano al ritmo delle mode. Il centro del documento è un ritorno al Credo, non come formula antica, ma come cuore pulsante della nostra identità cristiana.
 
La prima domanda che il Papa pone è disarmante nella sua semplicità. Le parole che recitiamo ogni domenica, le comprendiamo davvero? Oppure le pronunciamo come un automatismo religioso?
Se il Credo non scende nel cuore, la fede si fa fragile. In un mondo segnato da guerre, paura, ingiustizie e insicurezze, Leone XIV ricorda che il Credo è una sorgente inesauribile di speranza. La luce che resiste anche quando tutto vacilla.
 
Per spiegare questa urgenza, la Lettera ci riporta al IV secolo. La crisi ariana non fu questione scolastica. Mise in discussione il cuore della fede. Ario non presentò un attacco violento, e proprio questo rese più insidiosa la sua dottrina. Tutto sembrava ragionevole. Tutto sembrava moderno per il suo tempo. Eppure tutto portava lontano dal Vangelo.
 
Oggi la situazione non è diversa. L’arianesimo riappare ogni volta che Gesù viene presentato come un grande maestro di umanità, ogni volta che la sua divinità viene attenuata per renderlo più accettabile, ogni volta che la fede è ridotta a una pedagogia morale. Nicea serve proprio a questo. A ricordarci chi è Cristo. Non un mito da museo. Non un esempio tra i tanti. Il Figlio del Dio vivente.
 
Il cuore teologico del documento è limpido. Cristo è «della stessa sostanza del Padre».
Questa affermazione non appartiene ai tecnicismi. È la verità che sostiene tutto. Gesù non è un essere intermedio. Non è un inviato speciale. Non è neppure un essere superiore alle creature. È Dio. Identico al Padre nella divinità, distinto come persona. Da questa verità nasce la salvezza. Da questa verità nasce la speranza. Da questa verità nasce la forza di una vita cristiana che non si riduce a una filosofia morale, ma rimane incontro con un Dio vivo.
 
La Lettera insiste poi sul gesto più rivoluzionario di Dio. Il Figlio è disceso per noi. Questa parola non è un dettaglio. Indica un movimento che cambia tutto. Il Verbo entra nella nostra carne, attraversa la nostra sofferenza, condivide la solitudine dei giorni più pesanti, incontra l’uomo nella sua notte. In questo abbassamento Dio si rivela vicino, concreto, familiare. Una spiritualità che dimentica questo movimento non è cristiana. La vita cristiana nasce da un Dio che entra nella nostra vita, non da un uomo che tenta di elevarsi da solo.
 
Questo cammino, dice il Papa, ha una meta splendida. La divinizzazione. Parola grande, ma dal contenuto semplice. Dio non ci lascia come siamo. Ci assimila a sé, ci solleva, ci eleva, ci rende figli nel Figlio. La divinizzazione è la vera umanizzazione. Non ci annulla. Ci compie. Ci rende più veri, più liberi, più luminosi. È una notizia che restituisce aria buona al cuore.
 
C’è poi un passaggio forte, che molti non si aspettavano. Leone XIV ricorda che sant’Ilario, nel pieno della crisi ariana, disse che «le orecchie del popolo sono più sante dei cuori dei sacerdoti». Non è un elogio ingenuo della gente.
È la memoria del sensus fidei. Lo Spirito Santo abita nella Chiesa intera e spesso il popolo riconosce con naturalezza ciò che è genuino e ciò che è annacquato.
Il Papa invita a fidarsi della fede semplice, che sa riconoscere quando Cristo non è più predicato con chiarezza.
 
A questo punto la Lettera diventa un vero esame di coscienza. Dio ha un posto reale nella mia giornata? Cristo guida i miei passi o resta ai margini? Mi accorgo della sua presenza nei poveri, nelle ferite del mondo, nelle solitudini accanto a me? Se il Credo rimane solo sulle labbra, la fede si spegne. Se scende nel cuore, cambia ogni cosa.
 
Infine la Lettera apre una prospettiva ecumenica di grande respiro. Nicea è un ponte. L’unità tra i cristiani nasce solo dalla verità condivisa. Non dalla simpatia reciproca. Non dalla diplomazia. Non dai compromessi. Il Papa propone un cammino sinodale radicato nel Vangelo, fondato sull’ascolto reciproco e sulla carità, con un unico centro che non cambia: Cristo, vero Dio e vero uomo.
 
Il documento diventa così la chiave del pontificato di Leone XIV. Una direzione chiara emerge con forza. Ritorno alle radici del Credo. Ritorno alla verità su Cristo. Ritorno alla fede come sorgente di speranza. Ritorno all’unità fondata sulla carità e sulla verità.
Non riforme rumorose. Non progetti che vivono un anno e poi svaniscono. Una bussola. Il Papa ci ricorda che la Chiesa si rinnova quando ritorna a ciò che non passa, quando ridà alla fede il suo splendore, quando confessa Cristo con la gioia di Nicea.
 

 
RICORDA ANCHE QUESTO:
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A QUANTI CRITICANO PAPA LEONE XIV DI AVER VOLUTO OSCURARE IL FILIOQUE (che con Nicea Anno Domini 365, non c’entra nulla, poichè giunse 400 anni circa dopo), ricordiamo allora che fu proprio un Papa Leone, III, dal 27/12/795 al 12/06/816 la cui santa Memoria ricordiamo il 12 giugno, a combattere contro l’eresia secondo la quale Gesù come uomo è solo figlio adottivo di Dio.
Molto lo impegna anche la cosiddetta questione del “Filioque” nel Credo: “qui ex Patre Filioque procedit”, relativa allo Spirito Santo.
È lui che il 25 dicembre dell’800 incorona Carlo Magno, re dei Franchi, come imperatore del Sacro Romano Impero.
Fu un Papa anche longevo per i tempi, governando la Chiesa per ben 20 anni.
 
Dovette occuparsi della questione dell’adozionismo teoria-eretica sostenuta principalmente dai vescovi spagnoli Felice di Urgel e Elipando di Toledo, questi dicevano che Gesù Cristo come uomo non era il vero Figlio di Dio, ma soltanto suo figlio adottivo.
La questione, già discussa sotto il pontificato del predecessore Adriano I, finì per essere condannata nei sinodi di Ratisbona del 792 e Francoforte del 794, ma Felice volendo discolparsi, si appellò a Carlo Magno, l’intervento del re fece sì che il papa convocasse nell’autunno 798 un sinodo a Roma, in cui fu confermata la condanna delle tesi di Felice.
 
Altra questione che interessò il suo pontificato, fu quella del Filioque che vedeva in contrapposizione le due Chiese di Oriente ed Occidente. Nel simbolo o credo Niceno-Costantinopolitano, c’è riguardo la progressione dello Spirito Santo, l’espressione “qui ex Patre procedit”, cioè che procede dal Padre. In Occidente però dal 589 in poi, dal concilio di Toledo, si usava aggiungere la parola Filioque (Gv.14,16-17 e vv.25-26), cioè che lo Spirito Santo procede non solo dal Padre ma anche dal Figlio (è Gesù che lo afferma), così da poter precisare l’uguaglianza e la stessa sostanza delle tre Persone, distinte ma non divise, della SS. Trinità.
Giacché in Occidente, a partire dalla Spagna, si cominciò a recitare il credo durante le celebrazioni eucaristiche, questa versione con il Filioque divenne comune a tutti i fedeli; questo si trasformò in oggetto di discordia fra Greci e Latini, provocando da ambo le parti accuse di mancanza di ortodossia, prendendo gli Atti del Concilio di Nicea come argomento interpretativo della questione.
Verso l’807 dopo un periodo di acquiescenza, il contrasto scoppiò di nuovo, questa volta a Gerusalemme fra i monaci greci e quelli latini; il papa riaffermò il principio della progressione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio e giacché i monaci latini erano dei franchi, rimise la questione a Carlo Magno, il quale convocò il sinodo di Aquisgrana dell’809 dove dopo ampia discussione, fu approvata l’aggiunta del Filioque al credo; papa Leone III approvò la deliberazione, ma volendo essere il padre di tutti, orientali ed occidentali, non ritenne opportuno farne un obbligo per i Greci.
 

 
Cari amici, questa mattina, prendendo spunto dalla solennità di Cristo Re e dal brano di Luca che la liturgia ci ha consegnato, riflettevamo sulla croce. Non come simbolo duro né come immagine doloristica, ma come il luogo in cui Cristo rivela chi è davvero. Nel frattempo è arrivato il commento della nostra amica Elena, che riporta una domanda che molti condividono senza dirlo: come può un Dio buono permettere la crocifissione del proprio Figlio?
 
La verità è che la risposta non si comprende guardando solo al Golgota. Si comprende guardando prima a Nicea.
Lo ritroviamo oggi nella Lettera In unitate fidei di Papa Leone XIV: se non professiamo con chiarezza chi è Cristo, la croce diventa un enigma crudele; se invece riconosciamo che il Crocifisso è «della stessa sostanza del Padre», allora la croce smette di essere uno scandalo insuperabile e diventa la rivelazione dell’amore di Dio che entra nella nostra notte.
 
La Lettera apostolica offre la cornice teologica che illumina proprio la domanda che tanti, come Elena, portano nel cuore. Da qui nasce questa mia riflessione, non come commento al testo, ma come ulteriore e personale condivisione.
 
Leggendo la Lettera Apostolica In unitate fidei di Papa Leone XIV, ho avvertito una sensazione limpida e rara: il Papa non sta semplicemente ricordando un concilio del passato, sta indicando un criterio di discernimento per il presente. In un tempo attraversato da tensioni e da letture opposte, il Santo Padre ha scelto di non intervenire sulle discussioni del momento, ma di andare alla radice. Ha scelto Nicea.
 
Questa scelta dice molto più di tante dichiarazioni. È un gesto di governo spirituale che non si impone con forza e proprio per questo diventa più profondo. La Chiesa non ritrova se stessa partendo dalle sue dinamiche interne, ma tornando alla verità che la regge. Il Papa ci ricorda che l’unità non nasce dai processi. Nasce da Cristo.
 
La Lettera rilancia in modo limpido la domanda che decide tutto: chi è Gesù? La Chiesa non si divide sui metodi pastorali. Si divide su questa domanda. Ogni volta che Cristo viene interpretato come un maestro straordinario, ogni volta che la sua divinità viene velata per non turbare, ogni volta che il cristianesimo viene ridotto a pedagogia morale, l’unità vacilla.
 
Leone XIV risponde come i Padri di Nicea: Cristo è il Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, della stessa sostanza del Padre. Qui sta la buona notizia che salva il mondo.
 
Il Papa non affronta le tensioni ecclesiali in modo diretto, perché lo fa in modo più radicale. Ricentra la fede, ricentra la rivelazione, ricentra la cristologia. È un richiamo silenzioso e fortissimo. Dice alla Chiesa che nessuna riforma sarà feconda se non nasce da qui. Nessun cammino sinodale porterà frutto se non rimane radicato in questa verità. Nessuna iniziativa di rinnovamento potrà reggere se non è custodita dentro il Credo.
 
Questo documento arriva proprio mentre la Chiesa vive discussioni intense, aspettative contrastanti e fatiche pastorali che tutti sentiamo. Proprio per questo la Lettera è preziosa. Spegne la tentazione di cercare l’unità nel consenso reciproco. Indica che l’unità è nel Simbolo di fede, non nelle soluzioni diplomatiche. Ci dice che la misericordia non si improvvisa. Nasce dall’adorazione del Figlio di Dio sceso per noi, il cui amore sulla croce è credibile proprio perché è amore divino.
 
Da questa verità discende anche la nostra speranza più grande: la divinizzazione. Se Cristo è “della stessa sostanza del Padre”, allora la Sua discesa nella nostra carne ci apre al cammino per essere resi “figli nel Figlio”. La fede nel vero Dio non è una dottrina pesante, ma la promessa della nostra vera e piena umanizzazione. La carità, dunque, non è un’attività parallela alla teologia, ma la sua conseguenza naturale e luminosa.
 
La Lettera consegna ai sinodi in corso una bussola semplice e seria. Camminare insieme può essere un dono solo se si rimane uniti nella verità su Cristo. Non si tratta di correggere o contestare, ma di discernere alla luce di Nicea. Il Simbolo non è un testo del passato. È una radice viva.
In questo discernimento, la Lettera ci ricorda anche di ascoltare la sapienza umile, richiamando la provocazione di sant’Ilario: «Le orecchie del popolo sono più sante dei cuori dei sacerdoti».
 
Il Papa ci invita a riconoscere l’intuizione limpida della verità che spesso risiede nella fede semplice e non adulterata del popolo di Dio. Il cammino sinodale è fecondo quando ascolta la verità che lo Spirito custodisce in ogni battezzato, usando il Credo come criterio per distinguere ciò che costruisce da ciò che disperde.
 
Il Papa non chiede di tornare a forme antiche. Chiede di tornare al fuoco vivo che ha generato tutto. Invita a una fede che diventi vita. A un’unità che non sia fragile, perché non dipende dagli equilibri umani, ma dalla verità eterna del Figlio di Dio.
Per questo, in un tempo in cui la Chiesa si interroga su molte cose, In unitate fidei offre un contributo decisivo. Non risponde ai problemi uno per uno. Li illumina. Indica dove guardare. Indica da dove ripartire. Indica ciò che non passa.
 
E mentre il Santo Padre si reca a Iznik, luogo del primo Concilio ecumenico, si comprende che il cammino verso il futuro non chiede invenzioni. Chiede fedeltà. Fedeltà al Credo. Fedeltà alla rivelazione. Fedeltà alla verità su Cristo che la Chiesa proclama da 1700 anni. Da questa fedeltà nasce tutto ciò che la Chiesa può dare al mondo: luce, pace, unità e una speranza che non delude.
 

 
QUANDO LE OMBRE DIVENTANO DOTTRINA: PERCHÉ L’APPROCCIO DI PAPA LEONE XIV MANDA IN CRISI I “TEOLOGI DA TASTIERA”
Cari amici, ogni volta che la Chiesa parla con chiarezza succede una strana alchimia.
Qualcuno si improvvisa esegeta, prende in mano un documento pontificio come fosse un rebus, isola due righe, ignora il contesto, e in pochi minuti costruisce una teoria teologica grande come un condominio.
 
È accaduto anche con la lettera apostolica In unitate fidei, dove si è già diffusa l’idea che Papa Leone XIV avrebbe “tolto il filioque” dal Credo. E, come spesso accade, subito dopo spunta la profezia, il messaggio, la visione, il “segno dei tempi” tratto da qualche presunta rivelazione privata.
 
È bastato questo per agitare i fedeli più sensibili, quelli che vivono la fede con sincerità ma rischiano di essere travolti da letture emotive e sospettose e che già mi hanno scritto in privato chiedendo un chiarimento. Mi permetto dunque una parola chiara, non per alimentare polemiche, ma per dare serenità proprio a voi che avete una fede limpida e, proprio per questo, più facilmente turbabile di fronte ai post gridati.
 
Nessun Papa può cambiare un dogma. Non lo fa un’enciclica, non lo fa un motu proprio, non lo fa una lettera apostolica. Il filioque non è sparito, non è stato ridimensionato, non è stato modificato. La lettera di Papa Leone parla del Concilio di Nicea perché celebra il suo anniversario e perché vuole riportarci alla sorgente del Credo cristiano. E Nicea non conteneva il filioque, che sarebbe arrivato secoli dopo nella liturgia latina.
 
Citarlo in un documento dedicato al 325 sarebbe stato un anacronismo, non un atto di devozione. Il Papa, infatti, lo ricorda in nota con precisione storica. Nessuna manipolazione. Nessuna censura. Nessuna svolta dottrinale.
 
Il punto è un altro. Quando si perde familiarità con la teologia e si vive solo di allarmi spirituali, la fede diventa fragile. Fragile al punto che basta una frase travisata per perdere la pace.
E qui nasce il problema. L’abitudine a leggere il Magistero con l’occhio sospettoso, cercando nei documenti la prova che “qualcosa non va”, crea una fede inquieta, non più nutrita dalla verità, ma dalle emozioni. Il sensazionalismo teologico è una trappola spirituale, e molti finiscono intrappolati senza accorgersene.
 
Papa Leone XIV, in realtà, sta facendo esattamente l’opposto del modernismo. Rimette Cristo al centro, come lo hanno professato i Padri di Nicea. Richiama la consustanzialità del Figlio, il cuore della fede cattolica. Ripropone la divinizzazione dell’uomo, come l’hanno insegnata Atanasio, Basilio, Agostino.
E fonda l’ecumenismo non sulle emozioni, ma sulla verità dogmatica. Uno sguardo così radicato nei Padri non lascia spazio a fantasie teologiche.
Per molti è un problema, perché svela che l’accusa secondo cui il Vaticano II avrebbe introdotto il modernismo non regge alla prova della Tradizione.
 
La vera sfida non è difendersi dai complotti teologici, ma custodire un modo sano di ascoltare la Chiesa. Una fede matura non vive di preoccupazioni, non cerca conferme in ogni presunta profezia, non interpreta il Magistero come un codice cifrato. La fede cresce nella fiducia, nella Tradizione e nella pace.
E se impariamo a leggere i documenti della Chiesa per ciò che sono, senza allarmismi gratuiti, scopriremo che la verità è molto più limpida di quanto alcuni vorrebbero far credere.
In un tempo in cui tanti camminano già piegati da croci pesanti, sarebbe un peccato aggiungere il peso della paura religiosa. Vale sempre la pena ricordarlo: la Chiesa non vive di sospetti. Vive di Cristo. E Cristo non inganna la sua sposa. Mai.
 

 
QUANDO LA TEOLOGIA DIVENTA SOSPETTO: IL RITORNO A NICEA VISTO ATTRAVERSO LA LENTE DELLA PAURA
Seguendo il Filo delle Ombre, si Smarrisce il Cuore della Fede
Cari amici, proseguo la mia riflessione di questa mattina. In queste ore, la Lettera Apostolica è stata frettolosamente bollata come un “disastro teologico”, un “progetto modernista”, e persino un passo verso la solita “religione mondiale unica”.
 
Il meccanismo è semplice: quando il sospetto diventa la lente d’ingrandimento, qualunque parola del Papa si trasforma in un indizio di colpevolezza.
Il risultato è che non si legge più il testo vero, ma il proprio timore. Se un Papa cita Nicea, c’è chi sospetta stia cedendo a un’agenda occulta; se ripropone sant’Atanasio, c’è chi intravede strategie oscure. L’analisi non nasce dalla teologia, ma dalla sfiducia. E quando la sfiducia diventa metodo, anche un Concilio bimillenario può essere sospettato di modernismo.
 
Eppure, basterebbe fare un respiro e aprire la Lettera. Cosa troviamo in In unitate fidei? Il cuore del Credo come fondamento. La consustanzialità del Figlio (vero Dio e vero uomo). La dottrina della divinizzazione dell’uomo secondo sant’Atanasio. Il richiamo alla fede custodita dal popolo cristiano come baluardo contro le eresie.
Questa non è roba per il modernismo.
Chi accusa il Papa di togliere fondamento, lo fa mentre egli sta tornando a Nicea. Chi lo accusa di diluire il Credo, lo fa mentre egli lo sta rafforzando. È il gioco degli specchi: qualunque cosa accada, si vede l’esatto contrario.
 
In unitate fidei in realtà compie un’operazione che destabilizza chi vive di polemica: collega il Concilio Vaticano II a Nicea senza traumi, mostrando che ciò che molti descrivono come “svolta” è in realtà continuità. E questo basta per destabilizzare chi ha costruito la propria identità su un conflitto inesistente tra passato e presente.
 
Il cuore del problema, permettetemi di dirlo con franchezza, non è dottrinale, è psicologico. C’è chi ha costruito una narrazione per cui ogni gesto del Papa è pericoloso. C’è chi vive la fede come una lotta permanente contro un nemico invisibile e si è abituato a vedere traditori dappertutto. Ma questa non è fede, è ansia vestita da zelo.
La Tradizione vera non funziona così.
È solida e tranquilla, perché poggia su Cristo, la roccia. Non ha bisogno di urlare, non coltiva sospetti. Non si agita quando il Papa parla, perché sa che la Chiesa non si regge sui nostri nervi, ma sulla Verità. Chi ama la Tradizione non teme Nicea.
 
L’approccio di Papa Leone XIV manda in crisi i “teologi da tastiera” perché mostra che il cuore del Vaticano II è il cuore di Nicea, cioè Cristo, fondamento di ogni unità.
La Chiesa non sta marciando verso una “religione mondiale unica”. Sta tornando alle radici per ritrovare la voce comune con cui testimoniare Cristo a un mondo che non lo riconosce più.
La confusione nasce quando lasciamo che le ombre parlino più della luce. E quando chiudiamo gli occhi per paura, invece di aprirli per vedere la Verità.
Se vogliamo davvero custodire la fede, ricominciamo da qui: dalla verità, non dal sospetto. Da Cristo, non dai blog. Da Nicea, non dai fantasmi.
Il resto è rumore che passerà. La fede, no.
 
 

 
VEDIAMO ORA IL TESTO PAPALE DELLA LETTERA APOSTOLICA
I DUE testi sono scaricabili qui
 
 
 

Un invito all’esame di coscienza

Oltre alla dottrina, Leone XIV insiste sul fatto che il Credo deve plasmare la vita cristiana.

“Sia la liturgia che la vita cristiana sono quindi saldamente ancorate al Credo niceno-costantinopolitano: ciò che professiamo con la bocca deve venire dal cuore, affinché possiamo testimoniarlo con la vita”, scrive. “Dobbiamo quindi chiederci: che dire della nostra ricezione interiore del Credo oggi? Sperimentiamo che esso incide anche sulla nostra situazione attuale? Comprendiamo e viviamo ciò che diciamo ogni domenica? Che cosa significano queste parole per la nostra vita?”

“In questo senso, il Credo niceno-costantinopolitano ci invita a un esame di coscienza”, prosegue il Papa. “Che cosa significa Dio per me e come testimonio la mia fede in Lui? L’unico Dio è veramente il Signore della mia vita, oppure ho degli idoli che antepongo a Dio e ai suoi comandamenti?”

Egli collega questa analisi alla cura del creato e alla giustizia sociale, chiedendosi: “Come tratto il creato, opera delle sue mani? Lo sfrutto e lo distruggo, oppure lo uso con riverenza e gratitudine, prendendomene cura e coltivandolo come casa comune dell’umanità?”

Facendo eco al Concilio Vaticano II, Leone XIV nota che «per molti uomini oggi Dio e la questione di Dio non hanno quasi più alcun significato nella loro vita» e che i cristiani stessi hanno una certa responsabilità, poiché «non rendono testimonianza alla vera fede; nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni che si discostano dal Vangelo».

Al centro del Credo, scrive il papa, c’è la confessione di Gesù Cristo come Signore e Dio.

«La professione di fede in Gesù Cristo, Nostro Signore e Dio, è il centro del Credo niceno-costantinopolitano. È il cuore della nostra vita cristiana», afferma. «Per questo motivo, ci impegniamo a seguire Gesù come nostro maestro, compagno, fratello e amico».

Seguire Cristo, prosegue, «non è una via larga e comoda», ma «questo cammino, spesso esigente o perfino doloroso, conduce sempre alla vita e alla salvezza».

«Se Dio ci ama con tutto il suo essere, allora anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri», scrive Leone XIV. «Non possiamo amare Dio che non vediamo senza amare il fratello che vediamo. L’amore per Dio senza l’amore per il prossimo è ipocrisia; l’amore radicale per il prossimo, soprattutto per i nemici, senza l’amore per Dio, richiede un “eroismo” che ci travolgerebbe e ci opprimerebbe».

«Di fronte ai disastri, alle guerre e alla miseria, rendiamo testimonianza della misericordia di Dio verso coloro che dubitano di Lui solo quando sperimentano la sua misericordia attraverso di noi»

‘Vieni, divino Consolatore’

La lettera si conclude con una preghiera allo Spirito Santo per il rinnovamento della fede e la guarigione delle divisioni tra i cristiani.

«Spirito Santo di Dio, che guidi i credenti lungo il cammino della storia. Ti ringraziamo per aver ispirato i simboli della fede e per aver suscitato nei nostri cuori la gioia di confessare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consustanziale al Padre. Senza di Lui, non possiamo fare nulla».

«Vieni, divino Consolatore, fonte di armonia, unisci i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione», prosegue. «Vieni, Amore del Padre e del Figlio, radunaci nell’unico gregge di Cristo. Indicaci le vie da seguire, affinché con la tua sapienza torniamo a essere ciò che siamo in Cristo: uno, perché il mondo creda».

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