Cari Amici, come sempre, il titolo deve essere spesso fatto con una sana provocazione per spingere a leggere i contenuti… Perciò, se nel titolo spingiamo a focalizzare certi principi indiscutibili, questi non escludono affatto che le discussioni, le denunce su certa situazione interna alla Chiesa, non debbano farsi. Al contrario… tutto deve essere fatto nella Verità e con la Carità. Segue qui una breve raccolta di articoli che ci sembrano, e riteniamo, tra i più idonei a rispondere alle vostre domande sull’argomento in corso.
Ci teniamo a sottolineare che quanto segue e che condividiamo, non è CONTRO la FSSPX.. la nostra stessa personale amicizia con alcuni di loro non cambia… Noi continuiamo ad essere ciò che siamo nella Chiesa Cattolica: Cooperatores-Veritatis sub Petro et cum Petro ed anche grati alla FSSPX per tutti quei tratti di strada fatti “insieme” in difesa della Dottrina Cattolica, nella Buona Battaglia che però, include indiscutibilmente, che se al Pontefice si chiede qualcosa che ha a che fare con una risposta che solo il Papa può dare, a questa si obbedisce… il concetto di “PRINCIPIO” è immutabile anche quando, chi deve applicarlo (come appunto fa il Pontefice) spesso lo usa con poca accortezza o per nulla verso altri che eludono tali principi, per esempio, in dottrina. Ma questo non potrà mai giustificare che un male debba curarsi con un altro male: male è il caso in cui un Papa non fa rispettare a TUTTI i Principi dottrinali; male è scavalcare il Papa, ritenerlo un inetto ed ergersi quali unici “salus animarum”…
La questione della nomina episcopale senza mandato pontificio, è cosa assai complessa per la quale non entriamo nella discussione canonica che non ci compete e non ne siamo all’altezza. Poiché le vostre domande sono state tante, riteniamo più opportuno offrirvi una raccolta di risposte competenti con le quali, catecheticamente, poter ragionare, PREGARE e sperare…
D’altro canto, a tutti quei Vescovi che stanno chiedendo ai fedeli della FSSPX di lasciare la Fraternità, chiediamo loro: COSA OFFRITE LORO IN CAMBIO? Chiediamo di mettervi una mano sulla coscienza per VEDERE e riconoscere la decadenza dottrinale, etica e morale all’interno delle nostre comunità, la decadenza liturgica con tutti gli abusi che non condannate mai e che, a causa del vostro tacere, dilagano… e la lista dei danni inflitti già alla COMUNIONE ECCELSIALE sono tanti… come anche le varie testate (presunte cattoliche) che in verità seminano l’errore e impongono cambiamenti dottrinali… vescovi e sacerdoti (teologi) che seminano delle vere aberrazioni dottrinali, ma si tace, non giungono le correzioni e, allora, come e quando intendete risolverli? La “Salus Animarum” ESIGE che nella piena comunione con Pietro vi sia anche, insieme e indivisibile, LA SANA DOTTRINA…
Intervista di Stefano Chiappalone da La Nuova Bussola Quotidiana
Mons. Pozzo: nel 2018 fu la Fraternità a rifiutare l’accordo
Lo strappo di Écône è «una grave ferita alla Chiesa che si sarebbe potuta evitare» otto anni fa: non fu la Sede Apostolica a chiudere ma la Fraternità a esigere che Roma correggesse i propri errori e bocciare la Dichiarazione «frutto di un lavoro comune», ricorda a La Bussola l’ex segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
La storia forse sarebbe andata diversamente se otto anni fa la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) non avesse rifiutato la Dichiarazione dottrinale proposta da Roma, malgrado fosse frutto di un lavoro comune, ed esigendo che fosse la Sede Apostolica a fare autocritica. A quell’opera di tessitura, allora interrotta, oggi segue lo strappo consumato il 1° luglio a Écône, vissuto con dolore da chi quei fatti li conosce da vicino. A parlare a La Bussola è mons. Guido Pozzo, arcivescovo titolare di Bagnoregio, attuale sovrintendente all’economia della Cappella Musicale Pontificia, che è stato l’ultimo segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, dal 2009 al 2018. Il presule non ignora la «turbolenza» post-conciliare che attraversa la comunità ecclesiale, ma ribadisce che tutto questo non può giustificare un atto scismatico, né una presunta «chiesa d’emergenza» sottratta all’autorità del Papa.
Eccellenza, con quale stato d’animo ha vissuto l’annuncio delle consacrazioni episcopali compiute senza mandato papale il 1° luglio ad Écône?
Con animo triste e con molto dispiacere. È una grave ferita alla Chiesa, che si sarebbe potuto evitare se la FSSPX avesse accettato la Dichiarazione Dottrinale proposta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), cui avrebbe fatto seguito anche il riconoscimento canonico nella forma giuridica che sarebbe stata stabilita. S.E. mons. Fellay nell’incontro del 28 febbraio 2018 con il card. Ladaria, allora prefetto della Congregazione, e il sottoscritto presso il Dicastero disse che avrebbe portato alla considerazione del Capitolo della FSSPX, previsto nel luglio 2018, il testo della Dichiarazione. Nell’autunno del 2018, Il card. Ladaria ed io abbiamo incontrato il nuovo Superiore della FSSPX, p. Davide Pagliarani, eletto in luglio nella riunione del Capitolo, il quale comunicò che non avrebbe sottoscritto tale Dichiarazione, perché ritenuta insufficiente e non adeguata a rispondere alle difficoltà e alle criticità sollevate dalla FSSPX e che Roma avrebbe dovuto riconoscere i suoi errori. Si è preso atto di tale rifiuto e Papa Francesco, informato dell’esito negativo, decise di sopprimere la Commissione Ecclesia Dei, che dal 2009 era impegnata nei colloqui dottrinali con il Superiore della FSSPX al fine di giungere ad una riconciliazione, e demandava alla CDF la competenza dei futuri rapporti eventuali con la FSSPX. Debbo confessare di essere rimasto molto deluso dal rifiuto della FSSPX anche perché molti punti della Dichiarazione erano stati il frutto di un lavoro comune nel dialogo intercorso fino a quel momento.
C’è una dimensione di cui pochi commentatori parlano, che è quella interiore: ovvero, quali sono gli effetti sulle anime del gesto rivendicato in nome della salus animarum ma che almeno sul piano oggettivo, resta di natura scismatica?
La salus animarum non è qualcosa di soggettivo che può essere disgiunto dalla obbedienza all’autorità formale e giuridica del Papa. Non esiste una “chiesa di emergenza”, che si possa sottrarre all’unità visibile della Chiesa per stabilire un ordinamento ecclesiale non in piena comunione con il Successore di Pietro. Nessun gruppo cattolico né singoli individui cattolici possono appellarsi alla coscienza soggettiva di verità per opporsi alla Chiesa istituzionale e alla potestà di giurisdizione del Romano Pontefice, non solo nelle cose che riguardano la fede e i costumi, ma anche in quelle che riguardano la disciplina e il governo della Chiesa. Questa è la dottrina di fede cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi senza venir meno alla fede e alla salvezza (cf. Concilio Vaticano I, Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, Pastor aeternus, cap. 3, DH 3060).
Anche se il rito è l’elemento più appariscente, sappiamo che la questione non è primariamente liturgica. Quali sono a suo avviso i “nodi” principali?
I nodi principali sono l’accettazione dell’insegnamento del Concilio Vaticano II e del Magistero posteriore. Quando parlo del Concilio, mi riferisco ai contenuti dei documenti, non al Concilio dei Media o al Concilio virtuale o para-concilio, o al fantasmagorico “spirito” del Concilio, che malauguratamente, ma realmente si è sovrapposto al vero Concilio nella opinione pubblica e in numerosi ambienti ecclesiali.
Al riguardo, i punti principali della Dichiarazione Dottrinale della CDF proposta all’accettazione della FSSPX affrontavano proprio questi nodi, e, a mio avviso, in modo soddisfacente.
a) Si chiedeva alla FSSSPX di accettare la verità cattolica, che al Magistero «Cristo Signore ha affidato il deposito della fede – cioè la Sacra Scrittura e la “tradizione” divina – per essere custodito, difeso e interpretato» (Pio XII,Lettera Enciclica Humani generis, 18, Denz. 3884) e che «il Magistero non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso» (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 10). Il Magistero della Chiesa, a sua volta, ha l’autorità di esplicare o esplicitare anche i precedenti documenti del Magistero, inclusi quelli del Concilio Vaticano II, in conformità con le verità della fede cattolica e nella luce della perenne Tradizione che progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo, non con una novità contraria, ma con una migliore intelligenza del depositum fidei, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia (Cf. Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, 4, Denz. 3020; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 8).
b) Si chiedeva di riconoscere che il Concilio Vaticano II deve essere compreso alla luce di tutta la Tradizione e sulla base del Magistero costante della Chiesa, restando sempre la possibilità di una legittima discussione e di una chiarificazione sul piano teologico circa la formulazione di punti particolari dei Documenti conciliari o riguardanti le successive riforme della liturgia e del diritto.
c) Si chiedeva di riconoscere la validità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti legittimamente celebrati secondo i libri liturgici nella loro editio typica, promulgati da Papa Paolo VI e da Papa Giovanni Paolo II.
Non sarebbe, tuttavia, onesto trattare le questioni concernenti la FSSPX, senza riconoscere che dopo il Concilio Vaticano II e fino ad oggi il Cattolicesimo si trova nel pieno di una turbolenza, non dovuta certo all’insegnamento del Concilio e del Magistero successivo, ma a tanti fattori interni ed esterni alla comunità ecclesiale, la quale si manifesta con profonde divisioni ed errori nella Chiesa (ma non della Chiesa), sulla dottrina e sull’identità cattolica, sulla prassi pastorale, con molte deviazioni e ambiguità che creano confusione e incertezza nei fedeli. La critica e la lotta contro tali errori e deviazioni non devono mancare, ma non si può giustificare l’atto scismatico di consacrare vescovi senza il mandato pontificio né si può giustificare la presunzione di pronunciarsi a giudici nel sentenziare che il Magistero attuale o del Concilio è difforme dalla Tradizione di fede della Chiesa. Si possono esigere chiarimenti o precisazioni su certe formulazioni od orientamenti espressi dal Magistero ordinario non definitivo o a carattere pratico-pastorale, per evitare interpretazioni unilaterali o riduttive del Magistero stesso.
Ma è possibile voler “salvare” il sacerdozio cattolico (come ha sempre dichiarato la Fraternità) trapiantandolo al di fuori della Chiesa visibile?
Non credo proprio. Ricordiamo l’insegnamento di san Roberto Bellarmino, che è stato poi ripreso e definito dal Concilio Vaticano I nella Pastor aeternus. La natura della Chiesa viene descritta come assemblea dei credenti che professano la stessa fede, partecipano ai sacramenti e si lasciano guidare dai Vescovi legittimi in comunione con il Romano Pontefice. La comunione con il Romano Pontefice è la condizione assolutamente necessaria per essere membro della Chiesa cattolica. Ciò vale a maggior ragione per il sacerdozio cattolico.
A questo proposto mi è sembrato inverosimile che da parte della FSSPX si affermi da un lato che si appartiene alla Chiesa per la professione integra della fede (che in realtà è solo uno degli elementi essenziali, ma non l’unico) e nel medesimo tempo si affermi (e si giudichi) che le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la Santa Tradizione e il Magistero costante della Chiesa. Può accadere (nel passato è accaduto e oggi purtroppo accade) che alcuni Vescovi e sacerdoti, teologi e laici incorrano in errori e deviazioni in materia di fede e morale, ma non si può estendere la critica alle autorità della Chiesa in generale e tanto meno disobbedire alla comunione gerarchica con l’Autorità suprema. Appare per lo meno strano che la FSSPX chieda al Papa un gesto di paternità e nello stesso tempo accusi l’autorità della Santa Sede di allontanarsi dalla Tradizione e di essere succube di una chiesa modernista.
Le consacrazioni del 1° luglio ripetono quelle compiute da mons. Lefebvre nel 1988: siamo di fronte ad una rottura definitiva o si può cogliere ancora uno spiraglio per una futura riconciliazione della Fraternità con Roma?
Mai dire mai. Occorrerebbe ripartire dai contenuti della Dichiarazione Dottrinale della CDF, ma soprattutto è necessario modificare l’atteggiamento pregiudiziale della FSSPX, per cui si ritiene che Roma ha torto e la FSSPX ha certamente ragione.
Si sentirebbe di escludere la creazione di una struttura (proposta dal card. Mueller) come fu l’Ecclesia Dei o, per esempio, la creazione di ordinariati sul modello di quelli per gli ex anglicani?
Non escluderei forme giuridiche di questo tipo, a patto che i problemi dottrinali vengano risolti e che si possa costituire un gruppo abbastanza consistente di sacerdoti che, come già accaduto per la Fraternità Sacerdotale San Pietro o per l’Istituto del Buon Pastore, intendano rientrare in piena comunione con il Romano Pontefice.
Naturalmente attorno alla FSSPX c’è molto clamore mediatico, ma ci sono “realtà tradizionali” che già vivono sub Petro: non sono forse ignorate e magari un po’ marginalizzate, all’interno dello stesso mondo cattolico, come se fossero delle riserve invece che un dono da offrire all’intera Chiesa?
Gli Istituti cui fa riferimento sono realtà vive e in continua crescita. Come ha insegnato e dichiarato Papa Benedetto XVI le due forme liturgiche, quella del Novus Ordo, che è la forma comune, abituale e universale della liturgia, e quella del Vetus Ordo, per gruppi particolari e speciali, sono entrambe un arricchimento reciproco, e non sono in opposizione tra loro. Gli Istituti e i fedeli che seguono le discipline liturgiche e spirituali tradizionali non solo non devono essere emarginati o isolati, ma devono contribuire in comunione con le altre realtà ecclesiali, all’evangelizzazione e all’apostolato cristiano. Ciò che a me sembra urgente fare è rafforzare quelle comunità ecclesiali e sacerdotali che vivono la fedeltà alla Tradizione, all’integrità della fede cattolica, alla sacra liturgia, in piena comunione con l’ordine episcopale sub Petro et cum Petro.
- si legga anche: – La “coscienza sovrana” di Lefebvre e l’errore di Lutero, di Daniele Trabucco

Le scomuniche automatiche non sono mai automatiche
l’articolo scritto da Eric Sammons, pubblicato su Crisis magazine.
C’è molta confusione riguardo alle scomuniche relative alla Fraternità San Pio X della scorsa settimana, e credo che gran parte di questa confusione (da entrambe le parti) derivi da un fraintendimento di cosa sia una scomunica automatica.
Quando la Chiesa afferma che un determinato atto comporta una scomunica «latae sententiae» (cioè automatica), ciò che intende dire è che l’atto è talmente grave che, se sussistono le condizioni richieste, la persona viene scomunicata automaticamente per il fatto stesso di averlo commesso. In altre parole, non è necessario che un vescovo o il Papa emetta una dichiarazione.
Tuttavia, è importante sottolineare la clausola «se sussistono le condizioni necessarie». Una persona può commettere un atto che comporta la scomunica automatica e, di fatto, non essere scomunicata. Ad esempio, una ragazza di 14 anni che ricorre all’aborto non viene scomunicata perché ha meno di 16 anni, e il diritto canonico stabilisce che le pene automatiche non si applicano ai minori di 16 anni.
Allo stesso modo, se qualcuno è costretto fisicamente a compiere un’azione, tale atto non comporta la scomunica automatica anche se altrimenti la comporterebbe.
Questo, tra l’altro, è il fulcro dell’argomentazione della Fraternità San Pio X secondo cui i suoi sacerdoti e i fedeli laici non sono scomunicati: essi ritengono che non sussistano le condizioni per la scomunica automatica a causa di uno «stato di necessità». Si può essere d’accordo o in disaccordo con questa interpretazione (io non lo sono e ovviamente nemmeno il Papa), ma si tratta comunque di una valida linea di argomentazione canonica.
Comprendere questa realtà aiuta anche a comprendere le dichiarazioni del DDF della scorsa settimana che annunciavano le scomuniche e le modalità per riconciliarsi. Il cardinale Fernandez ha dichiarato che i sei vescovi erano effettivamente incorsi in scomunica a causa delle loro azioni (questo era il decreto vero e proprio), ma ha poi proseguito spiegando (nella nota esplicativa allegata) che le azioni dei sacerdoti della Fraternità San Pio X e di alcuni dei loro fedeli comportano scomuniche automatiche… se sussistono le condizioni appropriate.
In particolare, non ha detto che fossero tutti effettivamente scomunicati in modo definitivo, ma che potrebbero esserlo. Quindi, se uno qualsiasi dei sacerdoti o dei fedeli volesse lasciare la Fraternità o smettere di celebrare/frequentare le messe della Fraternità, dovrebbe rivolgersi all’autorità competente (il proprio vescovo) per determinare se la scomunica si sia effettivamente verificata e, in tal caso, cosa debba fare per ottenerne la revoca.
Ecco un esempio che chiarisce la questione: supponiamo che ci sia una famiglia con tre figli di età inferiore ai 12 anni che da anni frequentano esclusivamente la Fraternità. Il padre si è impegnato a fondo per la Fraternità, mentre la madre si è semplicemente allineata al marito, pur non avendo a sua volta sostenuto le consacrazioni.
Ora decidono di rivolgersi al loro vescovo locale per riconciliarsi. In questo caso, i tre bambini non sono stati automaticamente scomunicati (hanno meno di 16 anni), il padre probabilmente sì, mentre la madre probabilmente no. Ma spetta al loro vescovo chiarire la questione in modo adeguato. Un documento vaticano da solo non affronta quella situazione specifica, né cerca di farlo.
Ciò che questa famiglia non può fare è semplicemente dare per scontato che sia tutto a posto e non preoccuparsi di contattare il proprio vescovo locale. Non spetta a un singolo individuo determinare se le proprie azioni abbiano comportato o meno sanzioni canoniche; spetta all’autorità competente, cioè al vescovo, farlo.
Ho visto alcuni opinionisti cercare di sostenere che i documenti del DDF abbiano commesso errori nel modo in cui hanno scomunicato i sacerdoti e i laici e che quindi non possano essere applicati. Ma mi sembra che questi opinionisti stiano attribuendo ai documenti un significato maggiore di quello che effettivamente hanno.
Fernandez non ha tentato di scomunicarli; ha semplicemente precisato che le loro azioni sono tali da comportare la scomunica automatica, la quale, come abbiamo visto, non è sempre automatica.
Come ho già detto in precedenza, l’intera situazione è un caos e dovremmo pregare e digiunare per una riconciliazione. Ma non aggiungiamo ulteriore confusione fraintendendo ciò che il Vaticano ha detto e ciò che non ha detto.
Eric Sammons
Eric Sammons è capo redattore di Crisis magazine
Jan Halatyk: Ieri, 1° luglio 2026, i due vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, hanno ordinato vescovi quattro sacerdoti tradizionalisti a Écône, in Svizzera, senza un mandato papale. Questo pone fine al conflitto storico tra i Papi e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che covava sin dagli anni ’70. In questo episodio del podcast Communicatio, parlo di questo evento significativo nella storia della Chiesa cattolica con il Cardinale Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per il Servizio dell’Unità dei Cristiani dal 2010. Mi chiamo Jan Halatyk. Sono co-editore e direttore editoriale della rivista Communicatio.
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[Intervistatore:] Cardinale Koch, come classifica lei, in qualità di teologo e vescovo proveniente dalla Svizzera e che vi ha lavorato a lungo, le ordinazioni episcopali illecite avvenute ieri a Écône, nel Vallese?
[Cardinale Koch:] La Fraternità ha effettivamente definito questo evento un atto storico. Anch’io lo vedrei in questo modo, sebbene in un senso completamente diverso. Perché se guardiamo alla storia della Chiesa, ci sono sempre stati scismi in seguito ai vari concili. Anche nei concili precedenti, dopo Efeso, dopo Calcedonia, nel XIX secolo dopo il Concilio Vaticano I, e ora di nuovo dopo il Concilio Vaticano II.
Si tratta sempre dello stesso problema: la Chiesa viene accusata di aver tradito la tradizione e di aver introdotto qualcosa di nuovo che non vi era mai stato presente. Il problema fondamentale sembra essere come conciliare la fedeltà alla tradizione con l’apertura alle nuove sfide. Tuttavia, guardando alla storia, vediamo che questi problemi sono stati risolti nel tempo. Quando la situazione è così critica, ovviamente non c’è speranza di una soluzione immediata. Ma spero che in futuro si possano trovare altre vie.
Prima di approfondire il concetto di tradizione, forse è opportuno dare un breve sguardo al contesto immediato. Papa Leone XIV inviò una lettera di richiamo al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X il 30 giugno, poco prima dell’evento. In essa, sorprendentemente, lodò esplicitamente il loro amore per la liturgia, il loro impegno nella formazione sacerdotale, il loro zelo apostolico e la loro ricerca di fedeltà alla tradizione. D’altra parte, esortò i responsabili all’interno della Fraternità a pentirsi, affermando che lacerare la veste senza cuciture di Cristo è un peccato grave.
Come valuta questa lettera personale di Papa Leone e approva il suo intervento così tardivo sulla questione?
Sospetto che volesse assolutamente pronunciare queste parole nella festa dei Santi Pietro e Paolo, dalle colonne portanti della Chiesa romana. Ma probabilmente era troppo tardi, perché i preparativi erano già completi e la gente era già arrivata. Tuttavia, credo sia positivo che le abbia dette lo stesso. Trovo inoltre positivo che abbia messo in luce gli aspetti positivi che per lui sono importanti e che, proprio riconoscendo tali elementi positivi, abbia contestato e messo in guardia con ancora maggiore forza contro questo passo.
Ciò che è stato interessante nelle cerimonie di ieri è che la mancanza di un mandato papale è stata compensata da una giustificazione sul perché queste ordinazioni venissero comunque effettuate. Il Superiore Generale ha anche spiegato in dettaglio nella sua omelia il motivo per cui la Compagnia ha compiuto questo passo. Come valuta questa autogiustificazione?
Si tende all’auto-autorizzazione per le ordinazioni, poiché non è stata ricevuta alcuna autorizzazione. Questo mi ricorda naturalmente il concetto di auto-autorizzazione in contesti completamente diversi, ovvero sul versante progressista, dove alcuni gruppi affermano: dobbiamo prendere tutto in mano e autorizzarci a fare ciò che la leadership ecclesiastica non vuole. Ciò dimostra ancora una volta come tradizionalisti e progressisti possano a volte trovarsi nello stesso ospedale, anche se in reparti estremamente diversi.
Gli estremi si incontrano. Diresti che i tradizionalisti qui presenti sono moderni in quanto si emancipano dall’autorità papale, che in realtà vogliono rafforzare e proteggere?
Spero di no. Sono d’accordo con la sostanza, ma spero che il concetto di modernità non venga visto esclusivamente in senso negativo; la modernità ha anche connotazioni positive. Ma certamente punta in quella direzione. Preferirei parlare di contraddizioni interne: da un lato, evocare l’autorità del Papa con belle parole, ma poi imboccare una strada diversa nel momento decisivo. A mio avviso, questo dà l’impressione di un riconoscimento astratto del primato petrino piuttosto che di un riconoscimento concreto dell’attuale Papa e di tutti i Papi succedutisi dal Concilio Vaticano II. Semplicemente, ci vedo una contraddizione.
Sì, la narrazione è che vogliano seguire il Vicario di Cristo in Terra, il Papa, con devozione filiale. Allo stesso tempo, però, sostengono che il Papa sia circondato da consiglieri caduti preda di errori modernisti. Sono forse i consiglieri di Papa Leone XIV il problema?
Penso che se così fosse – se il Papa fosse circondato da tali modernisti e si volesse esprimere amore per il Papa – allora si dovrebbe giungere alla conclusione opposta. Ovvero, per dare un buon esempio di come difendere il primato petrino in fedeltà alla tradizione della Chiesa, avrebbero dovuto ascoltare il Papa. Questa mi sembra una contraddizione fondamentale che non riesco a risolvere.
Forse dovremmo tornare alla questione del concetto di tradizione. Nel 1988, subito dopo che l’arcivescovo Lefebvre aveva ordinato dei fedeli senza il permesso del Papa, Giovanni Paolo II rispose nella sua lettera apostolica Ecclesia Dei, parlando di una concezione incompleta e contraddittoria della tradizione in Lefebvre. Incompleta e contraddittoria: cosa intendeva il Papa con queste parole, e tale concetto è ancora valido oggi?
Probabilmente incompleti perché non tengono conto dell’intera tradizione. In sostanza, dichiarano che 2000 anni di tradizione, fino al Concilio Vaticano II, siano stati interrotti. In questo senso, si tratta di frammenti di tradizione, non della tradizione nella sua interezza. Ciò contrasta con il Concilio Vaticano II, che guarda all’intera tradizione e si rifà ripetutamente all’epoca dei Padri della Chiesa, citando la Sacra Scrittura, i Padri e la storia. In questo senso, il Concilio Vaticano II ha una concezione onnicomprensiva della tradizione, mentre io la considero molto frammentata tra i Lefebvriani.
Anche Papa Benedetto XVI ha parlato di un “congelamento” della tradizione con il Concilio Vaticano II, il che è intrinsecamente contraddittorio. Perché se si esaminano i testi del Concilio Vaticano II, dopo la Sacra Scrittura, Papa Pio XII è il riferimento più frequentemente citato. E questo non è sostanzialmente accettato; si presume invece che con il Concilio Vaticano II si sia verificata una rottura che non è più conciliabile con la tradizione. Ma ciò contraddice completamente i testi del Concilio Vaticano II stesso.
Papa Benedetto, nel suo discorso di Natale del 2005, cercò di contrastare queste ermeneutiche della rottura, sia sul versante tradizionalista che su quello progressista, con un’ermeneutica della riforma. Ritiene ancora oggi che questo strumento dell’ermeneutica della riforma – sul quale ha scritto un libro – sia la chiave appropriata per interpretare il Concilio?
Ho trovato molto significativo che Papa Benedetto XVI abbia dedicato il suo primo discorso natalizio alla Curia Romana a questo tema, il Concilio Vaticano II. Si è espresso contro l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, ma anche contro un’ermeneutica di pura continuità, come quella propugnata dalla Società, affermando che entrambe sono in realtà assurde. Si tratta invece di un’ermeneutica di riforma, che afferma che il Concilio Vaticano II si inserisce in una tradizione fondamentale, ma ha risposto alle nuove sfide. È una combinazione di fedeltà alla tradizione e apertura al presente e al futuro. E credo che questa sia un’ermeneutica di vero significato.
Papa Benedetto lo specificò già allora, utilizzando il tema della libertà religiosa, dimostrando che la Dignitatis Humanae non rappresenta una rottura con la tradizione, ma si ricollega all’intera tradizione del cristianesimo primitivo. Non capisco davvero perché la Società non possa essere aperta a questa via indicata da Papa Benedetto.
Naturalmente, citano le dichiarazioni di Gregorio XVI e Pio IX, in cui il liberalismo fu aspramente condannato, e sostengono che quanto affermato nella Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II sia in palese contraddizione con tali posizioni. Papa Benedetto XVI ha affermato che ciò che fu condannato nel XIX secolo non è identico a ciò che il Concilio ha riconosciuto.
Potresti spiegarlo di nuovo?
Quanto affermato nel XIX secolo – che la verità è assoluta e non può essere relativizzata – è ancora valido oggi. Ma questo non era il tema della Dignitatis Humanae. Piuttosto, si trattava di come la Chiesa si comporta nella situazione moderna di separazione tra Chiesa e Stato. Papa Benedetto ha parlato di una “sana laicità” e ha chiaramente sottolineato che la libertà religiosa è proprio la condizione fondamentale per il mandato missionario della Chiesa, perché la Chiesa può adempiere alla sua missione solo se lo Stato garantisce la libertà di farlo.
Mi sembra che ciò contrasti con un altro punto sostenuto dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, ovvero la loro convinzione che tutti gli stati dovrebbero essere di fatto stati cattolici e non possono garantire alcuna libertà se non quella della Chiesa cattolica. Il che, naturalmente, è completamente avulso dalla realtà.
Sì, sì, in definitiva ritengono che la regalità universale di Cristo sia stata violata dal fatto che la Chiesa ora riconosce la libertà di religione e di coscienza.
Forse dovremmo passare ad argomenti che riguardano direttamente il vostro Dicastero. Tra i punti di contesa c’è anche l’apertura ecumenica, che la Fraternità Sacerdotale San Pio X respinge come falso indifferentismo, e continua a chiedere che tutti i non cattolici ritornino nel seno dell’unica vera Chiesa. Perché questa richiesta, che si ricollega al dogma del Concilio di Firenze, extra ecclesiam nulla salus, è diventata oggi difficile da soddisfare nelle condizioni attuali?
Credo che sia difficile anche in termini teologici, perché questa formula, extra ecclesiam nulla salus, si applica naturalmente ai cattolici convinti che la Chiesa cattolica indichi la via della salvezza eterna. Ma abbiamo già la convinzione fondamentale nella Sacra Scrittura, e poi anche nella tradizione, che Dio vuole la salvezza di tutti e che poi trova anche altre vie per coloro che non sono mai entrati in sintonia con il Vangelo di Gesù Cristo.
Se la Società ora, in sostanza, manda all’inferno chiunque non appartenga alla Chiesa Cattolica, allora non so come questa convinzione fondamentale della Sacra Scrittura – che Dio voglia che tutti gli uomini siano salvati – possa ancora essere giustificata. E il pericolo, naturalmente, è che il giudizio teologico si ponga al di sopra della volontà giudiziaria ultima di Dio, e considero questo teologicamente molto problematico.
Ciò corrisponde a quanto disse una volta Marcel Lefebvre in un sermone: i protestanti non possono andare in paradiso.
Sì, qui egli aggira il giudizio escatologico di Dio stesso.
Forse dovremmo anche dare un’occhiata a Nostra Aetate, che ha aperto un nuovo capitolo nel rapporto tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo. Per la Compagnia di Gesù, è molto chiaro – e lo hanno ribadito più volte – che l’alleanza si è conclusa con la venuta di Cristo e che gli ebrei, compresi quelli di oggi, condividono la colpa del deicidio finché non confessano Gesù come Messia di Israele. Cosa ne pensi di questo tipo di teologia dell’ebraismo?
Dietro a tutto ciò, credo, si cela una definizione incongrua del rapporto tra Antico e Nuovo Testamento: l’idea che il Nuovo Testamento abbia, per così dire, superato l’Antico Testamento. Al contrario, la Chiesa cattolica presuppone un’unità fondamentale tra i due Testamenti ed è convinta che in definitiva esista un solo libro e non due libri diversi, bensì un’unica storia della salvezza di Dio con il suo popolo Israele e la rivelazione in Gesù di Nazareth. Ciò non è conciliabile nemmeno con molte delle posizioni sostenute dai Padri della Chiesa. Il Concilio Vaticano II non si è limitato a fare riferimento alla Sacra Scrittura e a Paolo, ma anche alle tradizioni della storia della Chiesa.
Ritengo che questa visione della Società sia anacronistica alla luce della Shoah. Quanto accaduto in quel periodo fu uno dei fattori scatenanti di Nostra Aetate, spingendo a ripensare il rapporto con Israele a seguito dello shock della Shoah. La Società sembra incapace di accettare questa visione. Così facendo, mette naturalmente in luce un problema fondamentale di Nostra Aetate e della storia che ne è seguita, perché credo che la questione fondamentale di come l’affermazione relativa alla validità permanente dell’alleanza di Dio con Israele, che noi riconosciamo, possa essere conciliata con l’affermazione del Nuovo Testamento secondo cui qualcosa di nuovo è entrato nella storia con Gesù Cristo, in modo che né ebrei né cristiani ne siano offesi, non sia ancora, a mio avviso, pienamente risolta dal punto di vista teologico.
Diresti quindi che la mancanza di volontà di imparare teologicamente da Auschwitz porta, per la Fraternità Sacerdotale San Pio X, a una sorta di annientamento teologico dell’ebraismo, se essa afferma che l’Antica Alleanza è stata definitivamente invalidata?
Certo, ma l’Antica Alleanza è già presente come testamento. Quindi, c’è anche il timore che le tendenze marcionite giochino un ruolo qui, e in secondo luogo, che il giudaismo sia la matrice del cristianesimo. Non so come si possa rimanere fedeli al cristianesimo se si esclude la propria madre dalla storia. Questo non si addice alla storia familiare, e certamente non si addice alla storia del cristianesimo.
Ieri abbiamo visto come la Fraternità Sacerdotale San Pio X abbia saputo ricreare in modo suggestivo lo splendore estetico degli antichi riti. Allo stesso tempo, si osserva, soprattutto negli Stati Uniti e anche in Francia, un crescente interesse tra le giovani generazioni per queste forme tradizionaliste di cristianesimo. Una domanda forse un po’ delicata: non è forse questo un incentivo per la Chiesa cattolica, nella sua forma attuale, a rivedere i propri libri, magari per apprezzare la verità specifica insita nel tradizionalismo e usarla come occasione di riflessione autocritica?
Sì, credo che si rischierebbe di cadere nell’autocompiacimento se ci limitassimo a condannare la Società e a dire che è sulla strada sbagliata, senza chiederci se nella Chiesa odierna esistano delle carenze fondamentali che la Società sta richiamando alla luce.
Innanzitutto, penso alla questione irrisolta del rapporto tra le due forme dell’unico Rito Romano, come lo chiamava Papa Benedetto. Papa Benedetto ha indicato una via in tal senso; Papa Francesco l’ha ristretta in modo piuttosto radicale. Credo che sia necessario ripensare a questo aspetto, soprattutto per quei fedeli che si sentono attratti da questa forma di liturgia senza condividerne l’intera sovrastruttura ideologica della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Per questi fedeli, credo che dobbiamo cercare nuove strade.
Un secondo problema è il pluralismo ecclesiologico che riscontriamo oggi nell’ecumenismo, dove sostanzialmente tutte le chiese e le comunità ecclesiali sono trattate come equivalenti, cosicché l’appartenenza a una determinata chiesa diventa essenzialmente indifferente; in questo contesto, l’unicità della Chiesa cattolica, chiaramente sottolineata dal Concilio Vaticano II, viene dimenticata.
In terzo luogo, il pluralismo religioso: l’idea che tutte le religioni siano ugualmente vie per giungere a Dio. Queste tesi sono oggi ampiamente diffuse, e sarebbe opportuno sfruttare il confronto con la Società come un’opportunità di autoanalisi, per riflettere su cosa sia necessario cambiare. Perché solo in questo modo potremo dimostrare in modo credibile alla Società che questi mali da loro denunciati non sono contenuti nel Concilio, ma sono tendenze emerse successivamente.
Soprattutto perché i Dicasteri Romani hanno ripetutamente scritto contro queste interpretazioni errate: si pensi al Dominus Iesus contro il pluralismo religioso, ma anche a varie altre dichiarazioni che invitano a una corretta interpretazione della clausola iniziale ecumenica subsistit in .
Forse un’ultima domanda. È stato appena formalmente confermato che i ministri e i destinatari dell’ordinazione episcopale illecita si sono scomunicati, stabilendo così uno scisma. Se una chiesa parallela di struttura episcopale si affermasse nell’ala destra, non dovremmo forse suggerire che le responsabilità passino dal Dicastero per la Dottrina della Fede al Dicastero per il Servizio dell’Unità dei Cristiani, in modo che il dibattito possa forse proseguire in maniera più moderata e meno conflittuale? Cosa ne pensa di questa proposta di trasferire gli archivi della Società al suo incarico ecumenico?
Non sono del tutto sicuro che si possa già parlare di scisma. Nel 1988, anche Papa Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico. Non si tratta necessariamente della stessa cosa, perché un atto scismatico colpisce sia chi lo compie sia chi lo subisce. Non si tratta ancora dello scisma vero e proprio. In secondo luogo, la scomunica è una pena medica, volta a indurre al pentimento e a favorire il ritorno sulla retta via, piuttosto che una sanzione definitiva. A questo proposito, ritengo quasi prematuro procedere a tale trasferimento.
In secondo luogo, mi chiedo anche se l’espressione “Chiesa parallela” sia del tutto appropriata, perché in realtà non esiste una struttura parallela. La Fraternità Sacerdotale San Pietro ha solo vescovi ausiliari; non ha nominato alcun Ordinario. L’Ordinario è un sacerdote e, per una struttura parallela, l’ufficio episcopale sarebbe naturalmente determinante. Anche questo non mi è del tutto comprensibile. A guidare la Fraternità Sacerdotale San Pietro è stato l’Arcivescovo Lefebvre, poi l’Arcivescovo Fellay; ora sono passati a un sacerdote e di fatto considerano i vescovi solo in termini di potere di ordinazione, senza alcun potere giurisdizionale. Ma anche questo non corrisponde alla tradizione della Chiesa.
Ma si possono individuare segnali di un’autocritica revisione tra gli attuali membri della Società, segnali che suggeriscano un’accettazione di una riparazione dell’atto scismatico che si è ora verificato?
Al momento non lo vedo possibile, ma sarebbe anche troppo presto. Se guardiamo alla situazione dei Vecchi Cattolici, ci sono voluti decenni prima che fosse possibile ricominciare a parlarne. E penso che con la Fraternità Sacerdotale San Pio X, almeno spero, sarà possibile in futuro riprendere il dialogo affinché possano ritrovare la strada per il reinserimento nella Chiesa Cattolica.
Quindi, un promemoria della pazienza come virtù teologale e dell’affidamento all’azione dello Spirito Santo, il quale, in quanto padrone dell’impossibile, potrebbe dopotutto condurre a cambiamenti ancora imprevedibili, Cardinale.
Siamo responsabili solo di ciò che è possibile. L’impossibile è dominio dello Spirito Santo.
Cardinale, grazie per questa conversazione.
[Traduzione della trascrizione tedesca.]
da Corrispondenza Romana: di Roberto de Mattei
Di fronte alle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026
Che cosa pensare e che cosa fare di fronte alle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X a Écône per il 1° luglio e alla conseguente scomunica latae sententiae che sarà ribadita dalla Santa Sede?
La prima considerazione da fare è che, se ciò avverrà, ci troveremmo di fronte a una prova dolorosa non solo per il mondo della Tradizione cattolica, del quale la Fraternità San Pio X fa parte fin dalla sua fondazione, avvenuta il 1° novembre 1970 per opera di mons. Marcel Lefebvre, ma anche per Papa Leone XIV. Il Pontefice ha infatti indicato nella riconciliazione interna alla Chiesa uno degli obiettivi principali del suo pontificato e si troverebbe, a poco più di un anno dalla sua elezione, ad affrontare una nuova lacerazione del tessuto ecclesiale, con il rischio di aggravare divisioni che da decenni attendono una soluzione.
Nel merito della controversia, non si può fare a meno di segnalare quello che appare come un vero e proprio paradosso. Tra le molte ragioni addotte da mons. Lefebvre nel 1988 e oggi riprese dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per giustificare le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, quella dello stato di necessità dei fedeli di fronte alla gravità della crisi ecclesiale è, nello stesso tempo, l’argomento più debole e il più forte.
Lo stato di necessità è infatti, per sua natura, una condizione eccezionale che consente di derogare all’applicazione ordinaria di determinate norme in vista di un bene superiore che, nel caso della Chiesa, è la salvezza delle anime. Ma chi ha l’autorità di accertare l’esistenza di tale stato e di determinarne l’inizio e la fine? È evidente che questa valutazione non può essere rimessa al giudizio della stessa Fraternità San Pio X. Se così fosse, si dovrebbe concludere che lo stato di necessità cessa quando la Fraternità ritiene che sia cessato, attribuendole di fatto un potere di giudizio sulla Santa Sede incompatibile con la costituzione gerarchica e visibile della Chiesa. Si verrebbe così a creare una situazione nella quale un soggetto particolare si erge a criterio ultimo di valutazione dell’operato dell’autorità suprema.
Se il principio dello stato di necessità fosse ammesso come criterio generale di azione, ogni vescovo che giudicasse la Chiesa attraversata da una crisi grave potrebbe sentirsi autorizzato, o persino moralmente obbligato, a consacrare altri vescovi senza mandato pontificio per assicurare la continuità della fede e dei sacramenti. La conseguenza sarebbe una proliferazione di giurisdizioni parallele e di episcopi vagantes dispersi nel mondo, con inevitabili effetti di frammentazione, disordine e confusione per gli stessi fedeli che si vorrebbero proteggere.
L’esistenza di una linea episcopale derivante da mons. Richard Williamson, uno dei quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre nel 1988 e successivamente allontanato dalla Fraternità San Pio X, mostra concretamente come la logica dello stato di necessità, una volta sganciata da un principio superiore di autorità capace di delimitarla e regolarla, possa generare ulteriori divisioni. Si tratta di un fenomeno che, al di là dei giudizi sulle persone coinvolte, mostra il rischio intrinseco di consacrazioni episcopali fondate su valutazioni soggettive dello stato di necessità.
E tuttavia questo argomento, così fragile sul piano teologico e canonico, si presenta come il più forte sul piano pastorale. Mons. Lefebvre non era un teologo speculativo o un canonista, ma un missionario e un pastore d’anime. Nella sua lettera ai sacerdoti del 27 aprile 1987 scriveva: «I fedeli ancora cattolici si trovano in molti luoghi in una situazione spirituale disperata. È questo appello che la Chiesa ascolta; è per queste situazioni che essa concede la giurisdizione mediante la legge di supplenza». Il criterio decisivo, per lui, non era l’affermazione di un diritto proprio della Fraternità, ma il bisogno spirituale dei fedeli. Le consacrazioni dei vescovi nel 1988 vollero essere una risposta a questo appello delle anime.
Ci troviamo allora di fronte al paradosso. La Fraternità Sacerdotale San Pio X, richiamandosi allo stato di necessità, fonda gran parte della propria giustificazione sulla preminenza delle esigenze pastorali rispetto alle considerazioni strettamente giuridiche e dottrinali, facendo proprio quel primato della prassi pastorale che è un mandato imperativo del Vaticano II. All’opposto, il Dicastero per la Dottrina della Fede si richiama al Vaticano II, ma non riconosce il peso dell’argomento pastorale e utilizza contro la FSSPX termini e concetti della teologia pre-conciliare in nome della cogenza della dottrina e del diritto.
In questa situazione confusa, l’unico consiglio sensato che si può dare agli incerti è di attenersi al principio della logica e del diritto, che dice: In dubiis standum est pro statu quo, donec ratio certa contrarium persuadeat («Nelle situazioni dubbie bisogna attenersi allo stato delle cose attuali, finché una prova certa non dimostri il contrario»). La ragione suggerisce che ognuno rimanga al posto in cui si trova, continuando a fare quello che fa, evitando di lasciarsi trascinare in polemiche sterili e proclami emotivi, che hanno il solo risultato di riaprire antiche ferite e di versare aceto sulle piaghe della Chiesa.
Il problema che oggi si pone è ben più ampio di quello, pur grave, delle consacrazioni episcopali del 1° luglio e delle loro conseguenze canoniche. Né la questione si esaurisce nel dibattito sulla liturgia tradizionale o nell’interpretazione dei documenti del Concilio Vaticano II. Al cuore della controversia si trova il giudizio storico e teologico sul Novecento, un secolo che ha segnato profondamente il destino della Chiesa e del mondo contemporaneo.
Poco più di cento anni fa, l’incendio della Prima guerra mondiale pose fine all’ordine internazionale nato nei secoli cristiani, mentre la Rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 appiccava un fuoco ancora più vasto nel mondo. Ma nello stesso anno in cui il bolscevismo conquistava il potere, la Madonna apparve ai tre pastorelli di Fatima, spiegando le vere cause della crisi del mondo moderno, assicurando, dopo castighi, guerre e persecuzioni il trionfo finale del suo Cuore Immacolato. Il messaggio di Fatima si rivolgeva all’umanità intera, ma in modo particolare ai Pastori della Chiesa, al cui interno il modernismo aveva iniziato a diffondere il suo veleno mortale. Contro questo male, la Provvidenza suscitò san Pio X. Con l’enciclica Pascendi Dominici gregis dell’8 settembre 1907, dieci anni prima delle apparizioni di Fatima, il grande Pontefice denunciò con lucidità profetica il processo di auto-dissoluzione dei decenni successivi. La Pascendi e Fatima costituiscono, rispettivamente, la diagnosi dottrinale e la risposta soprannaturale alla crisi della modernità. Questi eventi, a loro volta, acquistano il loro significato autentico solo se vengono inseriti in una prospettiva più ampia che consenta di leggere le vicende umane come fasi di un’unica lotta che attraversa i secoli.
È qui che torna di straordinaria attualità la visione di sant’Agostino. Nella Città di Dio, il grande Dottore della Chiesa interpreta la storia come il confronto permanente tra coloro che orientano la propria vita a Dio e coloro che rifiutano l’ordine divino. La tradizione agostiniana, con la sua capacità di leggere gli avvenimenti storici alla luce della Provvidenza, offre la chiave interpretativa necessaria per affrontare questioni che continuano a determinare le vicende della Chiesa, con le sue apostasie, le sue persecuzioni e i suoi eroismi.
L’ultima parola, in questo orizzonte drammatico, spetta a colui che ha il mandato divino di guidare la Chiesa e che la stessa Fraternità San Pio X riconosce come il legittimo Vicario di Cristo, il Papa, oggi regnante, Leone XIV. Nessuna vera e definitiva soluzione ai gravi problemi che affliggono il Corpo Mistico di Cristo potrà essere trovata al di fuori del Romano Pontefice o contro di lui.
e… sempre di Roberto de Mattei
Le consacrazioni episcopali di sant’Atanasio
Nei sessant’anni trascorsi tra il Concilio di Nicea (325) e il Concilio di Costantinopoli (381) la Chiesa conobbe, con la crisi ariana, uno dei momenti più difficili della sua storia. Fu un’epoca di defezione della fede in cui spiccarono figure di strenui difensori dell’ortodossia come sant’Atanasio di Alessandria e sant’Ilario di Poitiers. Sant’Atanasio, in particolare, è divenuto il simbolo della lotta contro l’arianesimo, penetrato fino ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche.
Nella attuale discussione sulle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, il nome di sant’Atanasio viene talvolta evocato come esempio di un vescovo che avrebbe consacrato nuovi vescovi al di fuori delle ordinarie norme disciplinari. Un esame rigoroso delle fonti storiche conduce tuttavia a conclusioni assai diverse.
Per comprendere correttamente l’attività di Atanasio occorre anzitutto richiamare il quadro canonico del IV secolo. Nei primi secoli non esisteva la procedura giuridica di un mandato pontificio necessario per ogni consacrazione episcopale. Esisteva tuttavia una prassi consolidata, che il primo Concilio di Nicea codificò al canone 4. Questa prassi stabiliva che ogni nuovo vescovo dovesse essere consacrato da tutti i vescovi della provincia ecclesiastica o, qualora ciò non fosse possibile, almeno da tre vescovi, con la conferma finale del metropolita, che era il vescovo principale di una provincia ecclesiastica. Il metropolita possedeva una giurisdizione ordinaria sulla propria provincia. Il Papa esercitava invece un primato universale sulla Chiesa.
Atanasio divenuto vescovo della sede metropolitana di Alessandria l’8 giugno 328, aveva la responsabilità di una delle più vaste circoscrizioni ecclesiastiche dell’Oriente cristiano. Il canone 6 di Nicea stabiliva infatti: «L’antica consuetudine vigente in Egitto, Libia e Pentapoli rimanga in vigore, così che il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste regioni».
L’opposizione ariana alla nomina di Atanasio si manifestò immediatamente. Il sinodo di Tiro del 335 depose irregolarmente Atanasio, mentre l’imperatore Costantino ne decretava il primo esilio a Treviri. La conseguenza di tali vicende fu la continua alternanza, nelle diocesi egiziane, di vescovi fedeli a Nicea e di candidati sostenuti dal partito eusebiano. L’attività di sant’Atanasio non si limitò alla difesa dottrinale del simbolo niceno, ma comportò anche un’intensa opera di ricostruzione della gerarchia ecclesiastica nelle province soggette alla sua giurisdizione. Dopo ogni ritorno dall’esilio, il vescovo di Alessandria trovava infatti numerose sedi occupate da vescovi filoariani insediati con l’appoggio dell’autorità imperiale. Il suo primo compito fu quello di deporli e sostituirli con pastori fedeli alla professione di Nicea.
Lo studio fondamentale di Annick Martin ha ricostruito con precisione questa attività, dimostrando che le nomine operate da Atanasio riguardavano sedi appartenenti all’Egitto, alla Libia o alla Pentapoli, cioè territori sottoposti alla sua giurisdizione canonica (Athanase d’Alexandrie et l’Église d’Égypte au IVe siècle (328-373), École française de Rome, Rome 1996).
Un’analoga conclusione emerge dalla ricostruzione del prof. Manlio Simonetti. Analizzando il ritorno di Atanasio nel 346 e quello definitivo del 362, Simonetti sottolinea come il patriarca procedesse alla restaurazione della gerarchia nicena nelle Chiese egiziane senza mai oltrepassare l’ambito della propria competenza ecclesiastica (La crisi ariana nel IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975.) L’attività di Atanasio era assolutamente conforme alla disciplina giuridica dell’epoca, perché costituiva il naturale esercizio dell’autorità metropolitana di Alessandria. Le numerose ordinazioni episcopali attribuite ad Atanasio non furono mai considerate abusive dalla Chiesa del suo tempo, proprio perché avvenivano all’interno del territorio soggetto alla sua competenza canonica.
Le consacrazioni compiute dal patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali, ma non furono mai effettuate contro il Papa o in opposizione alla Santa Sede. Anzi, il riconoscimento romano costituì uno degli elementi essenziali della azione pastorale di Atanasio. Durante tutta la crisi ariana il vescovo di Alessandria cercò costantemente il sostegno dei Pontefici romani e ne riconobbe l’autorità.
Dopo la deposizione decretata dai sinodi orientali, Atanasio si recò a Roma, dove fu accolto da papa san Giulio I. Il sinodo romano del 341 dichiarò invalide le accuse formulate contro il patriarca alessandrino e ne riconobbe pienamente la legittimità. Nella celebre lettera indirizzata ai vescovi orientali, Giulio rimproverava loro di aver proceduto senza consultare la Chiesa romana, ricordando che le questioni di tale importanza dovevano essere sottoposte al giudizio della Sede apostolica.
Negli anni successivi Atanasio mantenne rapporti costanti anche con papa Liberio. La temporanea debolezza mostrata da quest’ultimo durante l’esilio non modificò mai l’atteggiamento del patriarca egiziano, che continuò a considerare Roma come il centro della comunione ecclesiale. Ancora più stretta fu poi la collaborazione con papa san Damaso, il quale sostenne pienamente il ristabilimento dell’ortodossia nicena e confermò il prestigio della sede alessandrina.
Il cardinale John Henry Newman nel suo libro su Gli Ariani del IV secolo (tr. it. Jaca Book, Milano 1981), ha ben chiarito il significato ecclesiologico della vicenda. Atanasio resistette agli imperatori, ai concili filoariani e alle pressioni politiche, ma non si oppose mai al principio del primato romano. La sua lotta era rivolta contro i vescovi eterodossi e contro l’interferenza del potere civile, non contro la costituzione gerarchica della Chiesa. Tutta la sua azione pastorale appare costantemente inserita nell’esercizio della legittima giurisdizione della sede alessandrina e nella ricerca della comunione con la Sede romana.
Le consacrazioni episcopali promosse da Atanasio rappresentavano un atto ordinario di governo ecclesiastico, reso straordinario soltanto dalle condizioni eccezionali create dall’intervento dell’autorità imperiale nelle controversie dottrinali. Atanasio era il legittimo patriarca di Alessandria; le sue consacrazioni avvenivano nell’ambito della sua giurisdizione patriarcale; egli cercò costantemente il sostegno dei Romani Pontefici. Per questo l’’esempio di sant’Atanasio rimane uno dei più alti modelli di fedeltà alla Tradizione nei momenti di crisi ecclesiale e non può essere in alcun modo invocato come esempio di disobbedienza alla autorità del Sommo Pontefice, senza contraddire la verità dei fatti e cadere così nella condanna della storia.
Ordinazioni FSSPX: una sommessa risposta a Boni Castellane
da Corrispondenza Romana… di Enrico Roccagiachini
Su La Verità di domenica 5 luglio, l’ottimo Boni Castellane, autorevole editorialista che appartiene alla nostra area, interviene con intelligenza sulla vicenda FSSPX, che sta diventando di giorno in giorno più complessa, e – in un pezzo intitolato «La piaga della fede politicizzata è figlia di un equivoco sul Vaticano II» – solleva un interrogativo che tutti ci stiamo ponendo, anche se taluni tendono a eluderne la risposta, attestandosi un po’ meccanicamente, come se il problema stesse tutto lì, sulla condanna delle ordinazioni sicuramente illegittime (e sicuramente meritevoli di scomunica, ancorché non nella misura grottescamente massiva scelta dalle autorità romane: MiL ha espresso qui e qui la sua posizione, cui aderisco pienamente, come pure aderisco alle pertinenti osservazioni di Guido Vignelli pubblicate qui).
L’interrogativo è questo: «visto che ai protestanti si riserva apertura, comprensione, vicinanza, ascolto, rispetto e probabilmente anche assoluzione, viene da chiedersi se tutto ciò non debba essere riservato, a maggior ragione, anche a chi è addirittura «peggio di loro» [il riferimento è al Card. Müller, che ha qualificato in tal senso la FSSPX – ndr]. Ma più in generale viene da chiedersi perché la Chiesa, mater et magistra, dal Concilio in poi riservi apertura, comprensione, ascolto e «non giudizio» a tutti («todos, todos, todos…») tranne che ai tradizionalisti, tranne a quel mondo, in tutti i suoi carismi, al quale viene riservata la più rigida delle severità».
Castellane osserva che «il problema risiede nel concetto di «adattamento ai tempi» grazie al quale vale tutto, giacché se primaria diventa l’esigenza di adattare la Chiesa al mondo sorvolando su ogni forzatura, anzi facendo di tali forzature armi contro chi le fa notare, allora ci si chiede perché gli unici a non dover essere considerati parti di quella «novità» da accogliere debbano essere proprio solo i tradizionalisti». Egli si chiede ulteriormente «se questa situazione non affondi le sue radici nel fatto che, al contrario delle intenzioni, delle attese, degli auspici e degli sforzi, il Concilio Vaticano Il si sia rivelato un problema. […] E non si può altresì negare che una precisa parte della Chiesa, dal Concilio in poi, abbia una chiara agenda eminentemente politica spacciata per «pastorale». Il nodo quindi non è il Concilio in sé ma la sua dichiarata assunzione come cesura, non come approfondimento organico della Tradizione ma come fondamento di una «teologia della discontinuità» che ambisce a ridefinire la Chiesa stessa in uno strumento politico, cioè nella madre di tutte le Ong».
Al netto del taglio politico, la lettura di Castellane mi pare condivisibile; ed è condivisibile anche il richiamo, che egli fa nel seguito dell’articolo, al famosissimo discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del 22 dicembre 2005, nel quale il Papa del Summorum Pontificum distinse tra l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Castellane sostiene, infine, che sarebbe «del tutto plausibile l’ipotesi che papa Leone XIV condivida l’analisi di Benedetto XVI proprio sulla necessità di un’«ermeneutica della continuità», avendo egli affermato il 28 gennaio di quest’anno, parlando proprio del Concilio, che: «Scrittura e Tradizione formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine […] e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità»».
Su questa conclusione, purtroppo, non me la sento di seguirlo. Non perché il discorso del 28 gennaio non possa intendersi (anche) nel senso indicato da Castellane (tenendo però presente che, nello stesso discorso, il Papa ha detto che «la Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia», evocando così la problematica nozione di tradizione vivente, che tante discussioni ha acceso e accende tuttora – ved. qui); ma perché Leone XIV è tornato sulla questione Concilio proprio con riguardo all’affaire FSSPX, con la nota risposta alla domanda postagli da un giornalista il 16 giugno scorso, all’uscita dalla villa di Castelgandolfo.
Premesso che il Papa (ogni Papa) dovrebbe evitare dichiarazioni sommarie – per non dire estemporanee – che potrebbero risultare non adeguatamente ponderate, per spiegare che cosa provasse in vista delle preannunciate ordinazioni di Ecône, Leone XIV ha dichiarato (ved. qui e qui): «certamente la divisione fra i Cristiani è sempre un punto doloroso, però loro [la FSSPX – ndr] rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II, e se fanno quella scelta, mi dispiace, però noi dobbiamo andare avanti» (il grassetto, ovviamente, l’ho messo io).
È curioso osservare come la dichiarazione – sarà solo una coincidenza? – evochi la descrizione che, proprio nel discorso del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI diede dell’ermeneutica della rottura: quella per cui «il vero spirito del Concilio» si rivelerebbe «negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti». Il Concilio come punto di partenza, piuttosto che come punto fermo: l’inizio di un percorso che la Chiesa deve tuttora e continuamente compiere in avanti. Non è un caso che Papa Francesco ci abbia ripetutamente parlato della necessità inesauribile di “iniziare processi”, con ugualmente ripetute condanne degli “indietristi”.
Allo stesso modo, il richiamo di Leone XIV ai diversi punti del Vaticano II che costituirebbero elementi fondamentali della Chiesa, tanto da discriminare circa la comunione cattolica, sembra evocare quell’idea del Concilio come “superdogma” che sempre Benedetto XVI, già come cardinale Ratzinger, ebbe più volte a deplorare e ad indicare quale fomite di gran parte dei guai del postconcilio.
In altri termini: a me pare che le parole di Leone XIV (cui va comunque applicato il beneficio del dubbio, stante il contesto totalmente informale ed improvvisato in cui sono state pronunziate) abbiano senso solo se inquadrate entro la visione “rotturista” della Chiesa postconciliare. Quella visione, fondamentalmente modernista, per cui nella modernità (intesa soprattutto come contemporaneità, inarrestabilmente in evoluzione), la Sposa di Cristo non potrebbe sopravvivere se non rompendo visibilmente e concretamente con il suo passato.
Questo sospetto pare corroborato proprio dalla constatazione dell’incoerente comportamento che tutti gli ambienti tradizionalisti stanno imputando alla Santa Sede, lamentando, come fa Boni Castellane, che la Chiesa riserva «apertura, comprensione, ascolto e «non giudizio» a tutti («todos, todos, todos…») tranne che ai tradizionalisti, tranne a quel mondo, in tutti i suoi carismi, al quale viene riservata la più rigida delle severità». Possiamo anche aggiungere che Essa eleva alla dignità episcopale o a ruoli di forte leadership i portatori di visioni dottrinali e di proposte pastorali che è difficile definire ortodosse: lo abbiamo constatato troppe volte anche nel corrente pontificato.
Siffatto modus agendi, però, a ben vedere è contraddittorio solo in apparenza. L’apertura incondizionata a tutto e tutti, l’inclusività acritica e pregiudiziale, l’esibita empatia col mondo, con il suo pensiero mainstream e con i suoi eroi (talora dichiaratamente ed orgogliosamente atei), l’approccio ideologico e moralistico agli scottanti problemi dell’attualità politica, la preferenza accordata ai portatori di visioni ecclesiologiche o morali fortemente e programmaticamente innovative, sono tutti indici chiari e – temo – consapevolmente ricercati della rottura con la “Chiesa del passato”. I “tradizionalisti” (tutti i tradizionalisti: non solo la FSSPX), da parte loro, sono coloro che sostengono la perenne vitalità proprio di questa “Chiesa del passato”. Non solo: la propongono come rimedio o, comunque, come alternativa agli insuccessi della “Chiesa del presente”. Peggio ancora: con la loro semplice esistenza, col fatto di risultare resilienti – come si dice oggi – ad ogni persecuzione e ad ogni tentativo di soppressione, essendo anzi in lenta ma costante crescita, sono la prova vivente del fallimento di un esperimento pastorale e liturgico sulla cui inesorabile irreversibilità un’intera classe dirigente ecclesiale, anche oltre il novero dei progressisti veri e propri, ha fondato la propria legittimazione.
La disparità di trattamento, dunque, in realtà non c’è: si tratta solo da un lato di implementare la Chiesa “2.0”; dall’altro, coerentemente, di combattere la Chiesa “senza numero”. La promozione della prima trova il suo complemento necessario nella lotta alla seconda.
Oggi, però, questa lotta si trova di fronte ad un problema nuovo: la constatata impossibilità di eliminare i tradizionalisti, implicitamente e sostanzialmente riconosciuta dal Card. Parolin nella nota lettera del 18 marzo scorso (ved. qui) ai Vescovi Francesi («il Santo Padre è particolarmente attento [al delicato tema della liturgia], nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo»; il grassetto è mio). I nemici della Tradizione sono dunque costretti ad elaborare una nuova strategia. Mi pare plausibile che essa consista nel promuovere ad ogni livello, e secondo tutte le linee di frattura possibili, la divisione del mondo tradizionalista, sfruttandone tutti gli errori (come quello, tragico, commesso dalla FSSPX non solo con le ordinazioni illecite, ma, soprattutto, con la sua politica esclusivista e separatista dal resto dello stesso mondo tradizionale). Si tratta di un tema ampio, assai complesso e sfaccettato, che merita una specifica trattazione, impossibile da affrontare in questa sede. A tale questione, a Dio piacendo, e sperando di non dispiacere ai lettori, mi propongo di dedicarmi in un prossimo futuro.
Ci dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti, nella Chiesa
2 Luglio 2026 – di Don Alfredo Maria Morselli
E ora, che fare?
Di fronte alla Consacrazione di quattro Nuovi Vescovi della FSSPX, si possono fare riflessioni di vario genere: ci si può chiedere se è stato un atto veramente scismatico, se sia stato motivato da vere ragioni. Ci si può chiedere in che modo debba essere divisa la responsabilità se siamo giunti a questo esito…
Credo, tuttavia, che la domanda più importante sia un’altra, ed è precisamente questa: “Che cosa posso fare – quindi che cosa devo fare -, che cosa devono fare ora tutti i buoni cristiani che hanno pregato, pianto, argomentato perché non accadesse quello che purtroppo è avvenuto?”
Ci ha già risposto il Santo Padre, il 16 giugno scorso, a Castel Gandolfo: di fronte alla domanda di un giornalista, Leone XIV aveva detto che stava «considerando» la possibilità di lanciare un ultimo «appello» per scongiurare lo scisma della FSSPX, concludendo con la frase: “Se fanno quella scelta mi dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti”.
Cosa significano queste ultime parole “dobbiamo andare avanti”?
Per capire questa risposta, ci viene in aiuto il racconto biblico della morte del figlioletto del re Davide e di Betsabea, ex moglie di Uria. È abbastanza conosciuta la storia dell’adulterio del re, futuro santo, seguito dall’omicidio del povero marito tradito, a cui successe uno dei più grandi pentimenti della storia e l’ispirazione del Salmo 50, il Miserere, che ha accompagnato le lacrime e la contrizione di tanti cristiani caduti e poi rialzatisi.
Ebbene, il povero figlioletto della colpa dei due adulteri ante Amoris laetitia (quindi ancora bricconi, seppure poi regolarizzatisi), cadde gravemente malato; Il re penitente se ne stette prostrato piangendo e digiunando… ma sentiamo ora testo sacro:
“Il Signore, dunque, colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide ed esso si ammalò gravemente. Davide allora fece suppliche a Dio per il bambino e digiunò e rientrando passava la notte coricato per terra. Gli anziani della sua casa insistevano presso di lui perché si alzasse da terra; ma egli non volle e rifiutò di prendere cibo con loro. Ora, il settimo giorno il bambino morì e i ministri di Davide temevano di fargli sapere che il bambino era morto, perché dicevano: «Ecco, quando il bambino era ancora vivo, noi gli abbiamo parlato e non ha ascoltato le nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Farà qualche atto insano!». Ma Davide si accorse che i suoi ministri bisbigliavano fra di loro, comprese che il bambino era morto e disse ai suoi ministri: «È morto il bambino?». Quelli risposero: «È morto». Allora Davide si alzò da terra, si lavò, si unse e cambiò le vesti; poi andò nella casa del Signore e vi si prostrò. Rientrato in casa, chiese che gli portassero il cibo e mangiò. I suoi ministri gli dissero: «Che fai? Per il bambino ancora vivo hai digiunato e pianto e, ora che è morto, ti alzi e mangi!». Egli rispose: «Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: Chi sa? Il Signore avrà forse pietà di me e il bambino resterà vivo. Ma ora che egli è morto, perché digiunare? Posso io farlo ritornare? Io andrò da lui, ma lui non ritornerà da me!»”[1].
Fin dal 1988 la Santa Sede le ha provate tutte, da San Giovanni Paolo II fino a Leone XIII; Papa Francesco ha trattato molto meglio i Lefebvriani di quanto non abbia fatto con i Tradizionalisti fedeli… Gli ultimi mesi hanno visto un dibattito scisma sì/scisma no dove in tanti hanno detto la loro, senza un minimo di preparazione teologica, parlando più da tifosi allo stadio che da credenti.
I vari galli del pollaio dei ribelli o resistenti, pseudo-tradizionalisti, hanno soffiato sul fuoco: “Bravi, consacrate, fate bene, non è scisma”, però ciascuno rimanendo nel suo orticello, vescovo di se stesso.
Salvo solo una parte dei fedeli della FSSPX, che sono rimasti intrappolati nello scisma vestito da angelo di luce, scandalizzati da quelli che Benedetto XVI chiamava “deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”[2] e che io chiamo meno piamente “grandissime sacrileghe porcate”, e altri gravi errori e comportamenti deviati e devianti da parte di alcuni (non tutti) che dovrebbero mostrare la via del Cielo al Popolo Santo di Dio.
Ma adesso che il bambino è morto, adesso che lo scisma è stato rinnovato, che fare? Come il Re Davide: rialzarci e andare avanti, senza rimpianti o cadute passionali che ci facciano perdere energie nel fare il bene con la Chiesa e nella Chiesa, “in comunione con il nostro Papa Leone e con tutti coloro che custodiscono la fede Cattolica” …
Andare avanti sotto la Croce
“Ma come…” qualcuno mi dirà, “sei così freddo… sembri indifferente alla tragedia… dici così come se niente fosse…”
No, cari fratelli, non sono né freddo né indifferente… so bene che il povero figlioletto innocente dei celebri adùlteri sopra citati… è morto… So bene che il salario del peccato è la morte[3], so bene che tutto si paga… l’ha già pagato Lui e continuerà a pagarlo, misteriosamente in agonia fino alla fine del mondo, personalmente e nelle membra militanti del Corpo mistico, nei martiri, nelle anime vittime…
Andiamo avanti vuol dire saliamo il Calvario, saliamo dietro al Vescovo vestito di bianco della terza parte del segreto di Fatima, saliamo insieme a Gesù, il quale, “mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme”[4].
Anche gli empi dicono: “Andiamo avanti”
E nel peso della Croce, che i buoni dovranno portare andando avanti, è compreso il dolore per chi interpreterà “andiamo avanti” come “continuiamo la nostra opera di autodemolizione, continuiamo a dare la Comunione a chi vive in peccato, a negare i sacri dogmi, a diminuire la portata delle grandi cose che Dio ha fatto nell’Immacolata, a unirci ai gay-pride, a organizzare pranzi nelle più sacre Cattedrali, a insidiare il Celibato sacerdotale, ad adorare la pachamama nei giardini vaticani e a portarla in processione in San Pietro, a celebrare nei modi più strampalati, a far sparire i miracoli eucaristici, a mostrare meno fede nella Transustanziazione di quanto non ci credono i satanisti che rubano le Ostie, e loro ci credono sì nella transustanziazione… ah se ci credono, e farebbero più attenzione ai frammenti eucaristici per profanarli di quanto non si faccia in molte chiese, non facendo caso se si disperdono, o nelle mani sudate, o e nei vasi sacri non purificati, distribuendo l’Eucaristia senza piattello, dove l’unica preoccupazione spesso è che non sia fatta in ginocchio”.
Non di meno noi “andiamo avanti”, non rispondendo con uno scisma all’abominazione della desolazione[5], perché lo Spirito Santo ci dice di resistere al diavolo nella fede e non nello scisma. Se anche hanno adorato pachamama, lo Spirito Santo mi dice: “Sì, peccato di divinazione è la ribellione, e colpa e terafìm l’ostinazione”[6].
Quell’andiamo avanti è double-face, per i buoni cristiani e per gli empi: ci avvisa l’Apocalisse: “Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro ma il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora. Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere”[7].
Facciamo gli eletti
Del resto, Gesù ci aveva avvisato: “Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale non vi è mai stata dall’inizio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessuno si salverebbe; ma, grazie agli eletti, quei giorni saranno abbreviati”[8]. Allora facciamo gli eletti, proviamo ad abbreviare questi “giorni cattivi”, redimentes tempus[9], andiamo avanti, all’insù, verso la cima del Calvario e poi verso il Cielo; prima si comincia, prima si finisce.
[1] 2 Sam. 12, 15-23.
[2] Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della lettera apostolica “motu proprio data” Summorum Pontificum sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970.
[3] Rom. 6,23.
[4] Lc. 9,51.
[5] Cf. Dan. 9:27; 11,31. 12,11; Mt 24,15; Mc 13,14.
[6] 1 Sam. 15,23.
[7] Ap. 22, 12-13.
[8] Mt. 24, 21-22.
[9] Ef. 5,16: “facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi”: meglio “redimendo il tempo” gr. “exagorazomenoi”.
PER NOI NULLA È CAMBIATO
La lettera che rassicura i fedeli e predica al Papa (di Don Mario Proietti cpps)
La nuova lettera di don Davide Pagliarani sembra indirizzata a Papa Leone XIV, ma in realtà parla soprattutto ai fedeli della Fraternità San Pio X. È una lettera scritta per rassicurarli dopo il decreto della Santa Sede, per impedire che la scomunica apra una vera domanda di coscienza, per trasformare una condanna ecclesiale in un nuovo argomento identitario contro Roma.
La forma è devota. Il tono è rispettoso. Si citano parole del Vangelo, si parla di figli e di padre, di pane, di pesce e di uovo. Si invoca la Chiesa romana, si chiede ancora la benedizione del Papa, si rinnova la promessa di servire la Tradizione. Tutto sembra collocato dentro un linguaggio filiale. Ma proprio questa cornice rende più grave ciò che la lettera compie.
Pagliarani scrive al Papa, ma si rivolge ai suoi. Il messaggio ai fedeli è limpido: non lasciatevi turbare, non riconsiderate nulla, non fatevi raggiungere dal giudizio della Chiesa. La frase conclusiva lo manifesta con chiarezza: “Per noi nulla è cambiato e mai nulla cambierà.” Questa è la chiave della lettera.
Dopo la richiesta personale del Papa di fermarsi, le consacrazioni episcopali compiute senza mandato pontificio, il decreto che dichiara lo scisma e la scomunica, la Fraternità risponde che nulla è cambiato. In questo modo la parola della Santa Sede viene neutralizzata prima ancora di essere accolta. La scomunica non deve diventare per i fedeli un richiamo alla comunione, ma una conferma della narrazione già costruita: Roma non comprende, Roma colpisce, Roma non agisce da madre.
Il secondo aspetto è ancora più serio. Pagliarani usa il Vangelo per ammonire il Papa. Presenta la richiesta della Fraternità come domanda di pane, pesce e uovo; presenta la risposta della Santa Sede come pietra, serpente e scorpione. Non è una semplice immagine dolorosa. È una accusa spirituale rivolta al Papa e alla Santa Sede.
Il Papa viene chiamato padre, ma viene descritto come colui che, davanti alla richiesta dei figli, offre ciò che ferisce. La contraddizione è evidente: si conserva il titolo, ma si svuota la paternità. Si domanda la benedizione, ma si giudica la decisione. Si parla di amore alla Chiesa romana, ma si dichiara che il suo giudizio è “oggettivamente ingiusto e invalido”.
Qui non siamo davanti alla parresia cattolica. La parresia parla con franchezza dentro la comunione e accetta di essere corretta dalla Chiesa. Qui, invece, la franchezza diventa tribunale. La Fraternità non riceve il giudizio della Chiesa: lo giudica. Non si lascia interrogare dalla scomunica: la dichiara invalida. Non si ferma davanti alla parola del Papa: la rilegge come prova della propria missione.
Questo rivela un paradosso che dura da anni. La Fraternità si è appellata al Papa, ma a un Papa che avrebbe dovuto confermare la sua diagnosi. Ha invocato Roma, ma una Roma chiamata a riconoscere ciò che la Fraternità aveva già stabilito. Ha parlato di Chiesa romana, mentre continuava a descrivere la gerarchia come compromessa dal modernismo, dalla crisi dottrinale, dall’ambiguità pastorale e dalla rovina liturgica.
In questo quadro il Papa era riconosciuto nelle formule, tollerato nella prassi, contestato nella sostanza. Veniva invocato come padre quando poteva aprire spazi, concedere, comprendere, attendere. Quando però il Papa esercita concretamente l’autorità, chiede di fermarsi e la Santa Sede dichiara lo scisma, allora quella paternità viene respinta e descritta con le immagini della pietra, del serpente e dello scorpione.
Qui emerge anche una domanda storica. Perché ciò che non è esploso apertamente sotto Francesco emerge ora con Leone XIV? La Fraternità ha criticato duramente il pontificato di Francesco, ma ha potuto restare dentro una zona grigia. Da una parte la distanza dottrinale e pastorale; dall’altra alcune concessioni, una tolleranza di fatto, una situazione irregolare ma sopportata. Quella zona grigia ha permesso a molti fedeli di pensare che, in fondo, tutto potesse continuare come prima.
Con Leone XIV questa ambiguità si è chiusa. Il Papa ha scritto, ha chiesto di non procedere, ha parlato di lacerazione. La Fraternità ha proceduto. La Santa Sede ha dichiarato lo scisma. E davanti a questo atto formale è venuto alla luce ciò che forse era già presente da tempo: il Papa viene riconosciuto finché lascia aperto lo spazio dell’ambiguità; quando decide, viene giudicato.
È stata politica? È stato timore? È stata delusione? Forse un insieme di cose. Forse la Fraternità ha pensato che dopo Francesco si aprisse una stagione diversa. Forse ha creduto che Leone XIV avrebbe corretto il corso precedente e avrebbe offerto una via più favorevole. Forse ha sopravvalutato la propria forza identitaria, convinta che Roma non sarebbe arrivata fino alla dichiarazione dello scisma. Il fatto che, però, resta è che quando il Papa ha parlato da Papa, la Fraternità non si è fermata.
La lettera di Pagliarani, allora, non è soltanto una risposta alla scomunica. È una strategia di rassicurazione interna. Dice ai fedeli che la sanzione non deve toccare la loro coscienza, che la Fraternità resta fedele, mentre Roma non comprende, che il dolore causato dalla condanna deve diventare offerta per la Chiesa e in questo modo la scomunica viene trasformata in carburante identitario.
Il pericolo pastorale è enorme. Molti fedeli, legati alla Fraternità per gratitudine, per storia personale, per amore alla liturgia antica o per sofferenza verso la crisi della Chiesa, possono leggere questa lettera come una conferma emotiva. Noi chiedevamo pane, Roma ci ha dato pietre. Noi custodiamo la Tradizione, Roma ci colpisce. Noi siamo figli fedeli, Roma non riconosce la nostra fedeltà. È una narrazione potente, perché sposta la domanda dalla comunione all’offesa subita.
Eppure il punto resta un altro. La Fraternità dice di voler servire la Chiesa, ma stabilisce da sé il significato concreto di questo servizio, anche contro il giudizio della Chiesa. Dice che la Tradizione appartiene alla Chiesa, e questo è vero. Poi però agisce come se la Chiesa dovesse un giorno riceverla dalla Fraternità, quando finalmente un Papa capirà. Roma presente sbaglia, Roma futura riconoscerà, e nel frattempo la Fraternità si pone come giudice della continuità cattolica.
È qui che si manifesta una superiorità ecclesiale molto sottile. Il disprezzo verso il Papa non passa attraverso l’insulto, ma attraverso una devozione che svuota l’obbedienza. Si rispettano i titoli, si invoca la benedizione, si parla di Chiesa romana, ma la decisione concreta del Papa viene presentata come una pietra data a un figlio affamato. È una predica al Papa, non una vera obbedienza al Papa.
Per questo la frase “per noi nulla è cambiato” rivela tutto. Rivela che la parola della Chiesa non incide più sul cammino della Fraternità, che la scomunica viene assorbita dentro la narrazione della fedeltà perseguitata e che il Papa viene invocato come padre, mentre viene ammonito come se avesse tradito la paternità.
A questo punto torna alla mente la parola severa del Salmo 81: “L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio.” È un’immagine tremenda, perché descrive il momento in cui l’uomo viene lasciato alla strada che ha scelto, non perché quella strada sia buona, ma perché il cuore ha smesso di ascoltare.
In questo senso acquistano un peso particolare anche le parole di Leone XIV, quando, interrogato sulla scelta della Fraternità, ha detto: “Noi dobbiamo andare avanti.” Non è una frase di freddezza. È la parola di chi ha chiamato, ha ammonito, ha cercato di evitare la lacerazione, ma non può consegnare la Chiesa all’immobilità di chi risponde: “Per noi nulla è cambiato.”
La Fraternità dice: nulla è cambiato. Il Papa risponde: dobbiamo andare avanti. Ed è proprio qui che si misura la distanza. Da una parte una realtà che trasforma ogni richiamo in conferma della propria narrazione; dall’altra la Chiesa che, pur soffrendo per la ferita, deve continuare a custodire la comunione, la fede e i fedeli.
La Tradizione non si custodisce predicando al Papa con il Vangelo in mano, mentre si dichiara invalida la voce della Chiesa. La comunione non si conserva chiedendo benedizioni che non cambiano l’obbedienza. E la Chiesa non si serve trasformando la scomunica in uno strumento per blindare i fedeli dentro una rottura.
Il Papa aveva chiesto alla Fraternità San Pio X di tornare sui propri passi. Aveva definito l’atto annunciato come scismatico. Aveva parlato della lacerazione della Tunica inconsutile di Cristo. Aveva chiesto di pensare al bene spirituale dei fedeli.
Pagliarani risponde chiedendo al Papa di comprendere l’autenticità delle intenzioni della Fraternità.
Qui sta il nodo.
Il Papa dice: fermatevi, state lacerando.
La Fraternità risponde: comprendete, noi stiamo ricucendo.
Sono due letture opposte dello stesso gesto.
Per il Papa, la consacrazione senza mandato pontificio lacera la comunione.
Per la Fraternità, quel gesto serve la Chiesa con mezzi straordinari.
E quando ciò che Pietro indica come lacerazione viene presentato come servizio alla Chiesa, il problema non è più soltanto canonico. È ecclesiologico. È spirituale. È già nella logica.
Il bene che molti fedeli hanno ricevuto dalla Fraternità va riconosciuto. Liturgia, confessione, predicazione, disciplina, senso del sacro: tutto questo non va negato.
Ma il bene ricevuto non rende lecito ogni atto successivo. La gratitudine dei fedeli non può diventare argomento per oltrepassare il mandato pontificio.
La risposta di Pagliarani mostra una cosa molto semplice: la Fraternità non si percepisce come chi sta per lacerare, ma come chi deve ricucire. Non si vede come una realtà chiamata a fermarsi davanti alla parola di Pietro, ma come uno strumento straordinario che chiede a Pietro di riconoscerne la missione.
E questo è il punto più grave. Se le consacrazioni avverranno, non si potrà dire che Roma non ha parlato. Non si potrà dire che il Papa non ha supplicato. Non si potrà dire che non abbia riconosciuto il bene. Non si potrà dire che abbia chiuso ogni porta.
Si potrà dire soltanto che la Fraternità ha scelto di andare avanti.
La rottura è già nella logica. L’atto, se compiuto, la renderà visibile. La responsabilità non potrà essere scaricata su Roma.
Ne parlo più ampiamente sul blog:
Quando Pietro parla da padre e il figlio risponde chiedendo al padre di comprendere perché non può fermarsi, la domanda non è più se il padre abbia parlato abbastanza.
La domanda è se il figlio voglia ancora ascoltare.
e ancora:
La Chiesa, scrive Leone XIV, è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa.
La porta non è chiusa. Ma non si può attraversare una porta mentre si scava un fossato.
Siamo in una vigilia amara. Amara perché si avvicina un atto che rischia di rendere pubblica una frattura maturata da tempo. Amara perché molti fedeli sinceri, già feriti e confusi, potrebbero essere trascinati in una scelta che non dovrebbero mai subire. Eppure questa vigilia è anche rivelatrice.
Il problema ormai non è più soltanto il Vaticano II, la liturgia, il modernismo o la crisi postconciliare. Il problema è più radicale: una realtà ecclesiale può trasformare la propria diagnosi della crisi in titolo sufficiente per compiere un atto episcopale senza mandato pontificio?
La risposta cattolica non può che essere no.
Il Papa non nega le ferite. Non chiude la porta. Non cancella il bene. Prega. Supplica. Chiede. Avverte.
Ora, se l’atto verrà compiuto, non potrà essere raccontato come una scomunica “subita” da Roma perché si professa la fede cattolica. Sarà la scelta libera di procedere nonostante la parola esplicita del Papa.
Ne parlo più ampiamente nell’articolo sul blog.
La Chiesa non si salva lacerandola. La Tradizione non si custodisce separandola. Pietro ha parlato da padre. Ora la responsabilità degli atti dirà il resto.
INFINE:
La Chiesa non è la Fraternità.
La Tradizione non è proprietà della Fraternità.
La necessità della Fraternità non è la necessità della Chiesa.
LO STATO DI NECESSITÀ NON È DELLA CHIESA, MA DELLA FRATERNITÀ
La grande confusione che bisogna finalmente chiarire
Leggendo molti commenti sulla vicenda della Fraternità San Pio X e delle consacrazioni episcopali annunciate senza mandato pontificio, mi pare che stia emergendo un equivoco decisivo. È un equivoco sottile, ripetuto in forme diverse, spesso accompagnato da dolore sincero, da ferite reali, da preoccupazioni comprensibili. Proprio per questo va affrontato con chiarezza.
Si dice: la Fraternità ha bisogno di nuovi vescovi per continuare le ordinazioni sacerdotali, per amministrare le cresime, per garantire ai fedeli la Messa tradizionale, la dottrina sicura, la vita sacramentale, la continuità della Tradizione. Si aggiunge che i vescovi rimasti non sono giovani, che un ulteriore rinvio potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’opera, che Roma sembra non voler concedere un riconoscimento stabile, che i fedeli legati alla Tradizione si sentono spesso marginalizzati, sospettati, feriti.
Tutto questo merita attenzione. Non va liquidato con sufficienza. Sarebbe ingiusto e anche pastoralmente sciocco, e di sciocchezze pastorali ne abbiamo già viste abbastanza da riempire un calendario liturgico parallelo.
Il punto però è un altro.
Se venissero meno i vescovi della Fraternità San Pio X, non verrebbero meno i vescovi cattolici. Non verrebbe meno la successione apostolica. Non verrebbero meno i sacramenti nella Chiesa. Non verrebbe meno la possibilità di ricevere la Cresima, di essere ordinati sacerdoti, di partecipare alla vita della Chiesa cattolica. Verrebbe meno, semmai, la possibilità della Fraternità di continuare autonomamente la propria opera nella forma attuale.
Questa distinzione è decisiva.
Lo stato di necessità invocato non riguarda propriamente la Chiesa cattolica in quanto tale. Riguarda anzitutto la Fraternità. Riguarda la sua struttura, la sua continuità interna, il suo modo autonomo di provvedere ai propri fedeli, ai propri seminari, alle proprie ordinazioni, alla propria vita sacramentale. È una necessità reale per la Fraternità, non automaticamente una necessità oggettiva della Chiesa universale.
E qui bisogna fermarsi.
La Chiesa cattolica non dipende dalla Fraternità per restare cattolica. La Tradizione cattolica non coincide con la Fraternità San Pio X. Fuori dalla Fraternità non c’è il deserto della fede. Ci sono vescovi cattolici, sacerdoti cattolici, comunità cattoliche, religiosi, laici, fedeli semplici che cercano di vivere nella Chiesa, soffrendo per le sue ferite, chiedendo chiarezza, custodendo la fede, celebrando con dignità, pregando, confessando, educando, resistendo alle confusioni senza separarsi dalla comunione visibile.
Dire questo non significa negare la crisi. La crisi esiste. Esistono ambiguità dottrinali, abusi liturgici, cedimenti pastorali, parole imprudenti, scandali, decisioni che hanno ferito molti fedeli. Esiste anche una sofferenza reale di tanti cattolici legati alla liturgia tradizionale, spesso trattati come sospetti permanenti, quasi fossero ospiti tollerati nella propria casa. Questa ferita è reale e va curata.
Ma una ferita reale non autorizza qualunque rimedio.
Il passaggio pericoloso è questo: una necessità interna della Fraternità viene presentata come necessità della Chiesa. La sopravvivenza autonoma della Fraternità viene caricata di un peso teologico enorme, quasi coincidesse con la sopravvivenza stessa della Tradizione cattolica. Così il fedele semplice viene portato a pensare: se la Fraternità non avrà nuovi vescovi, la Tradizione resterà senza pastori; se Roma non concede quei vescovi, Roma vuole far morire la Tradizione; se la Fraternità procede senza mandato, lo fa per salvare ciò che Roma non vuole più custodire.
È qui che l’equivoco diventa inganno.
La domanda vera non è: come farà la Chiesa cattolica senza nuovi vescovi della Fraternità? La Chiesa cattolica continuerà ad avere vescovi, successione apostolica, sacramenti, dottrina, mezzi di salvezza, il Papa e il collegio episcopale. La domanda vera è un’altra: come farà la Fraternità San Pio X a continuare la propria opera senza vescovi propri?
Questa domanda è legittima dal punto di vista della Fraternità. Non è però sufficiente a fondare uno stato di necessità ecclesiale tale da giustificare una consacrazione episcopale senza mandato pontificio.
Il vescovo non è un funzionario sacramentale di un’opera. Non è il garante interno di una struttura. Non è il cappellano superiore di una sensibilità liturgica. Il vescovo, nella Chiesa cattolica, appartiene alla costituzione sacramentale e gerarchica della Chiesa. È inserito nella comunione apostolica, nel collegio episcopale, sotto il successore di Pietro. Per questo il mandato pontificio non è un timbro burocratico, una formalità amministrativa, una cortesia istituzionale. È il segno visibile che quell’atto appartiene alla Chiesa e non a un gruppo.
Si può dire che Roma avrebbe dovuto fare di più. Si può dire che il Papa dovrebbe parlare con maggiore chiarezza, che dovrebbe ascoltare, che dovrebbe sanare le ferite liturgiche, che dovrebbe rispondere alle ambiguità dottrinali, che dovrebbe impedire le derive del Cammino sinodale tedesco, che dovrebbe confermare i fedeli nella fede senza lasciare tutto sospeso. Sono richieste serie. Molte sono giuste.
Ma il mancato compimento di questi atti non diventa automaticamente mandato implicito alla Fraternità per consacrare vescovi. Non si può dire: poiché Roma non risponde come dovrebbe, noi procediamo come riteniamo necessario. Se questo principio fosse accettato, ogni realtà ecclesiale potrebbe costruirsi il proprio stato di necessità, il proprio episcopato, la propria obbedienza selettiva. Ognuno avrebbe la sua emergenza, il suo tribunale interno, la sua successione da garantire. Alla fine non avremmo una Chiesa più fedele, avremmo una costellazione di gruppi convinti di essere gli ultimi rimasti cattolici. Ed eccoci servita la cattolicità in versione condominio: ogni scala con il suo amministratore e il suo regolamento sacro.
La salus animarum è davvero la legge suprema della Chiesa. Ma proprio perché è la legge suprema della Chiesa, non può essere usata contro la Chiesa, contro la comunione, contro il principio visibile di unità affidato a Pietro. La salvezza delle anime non è il lasciapassare con cui una Fraternità, un movimento, una comunità o un gruppo può sospendere la struttura cattolica ogni volta che ritiene la crisi abbastanza grave.
Qui il principio morale resta semplice: un fine buono non rende buono ogni mezzo. Il fine di custodire la fede è buono. Il desiderio di preservare la Tradizione è buono. La cura dei fedeli è buona. La continuità del sacerdozio è buona. Ma un mezzo che ferisce la comunione visibile della Chiesa non diventa buono perché il fine dichiarato è santo.
È proprio questo il punto che spesso viene oscurato. La Fraternità presenta la propria continuità come servizio alla Chiesa. In parte può anche esserlo stata, quando ha custodito aspetti della tradizione liturgica e dottrinale che altrove venivano dimenticati o disprezzati. Ma nessun servizio alla Chiesa autorizza a sostituirsi alla Chiesa. Nessuna opera, per quanto possa aver prodotto frutti, diventa misura della cattolicità. Nessuna istituzione può dire: poiché noi custodiamo meglio la Tradizione, possiamo oltrepassare il mandato della Chiesa visibile.
Questo è il nodo.
Se la Fraternità dicesse semplicemente: abbiamo un problema interno di sopravvivenza episcopale, tutti comprenderebbero la difficoltà. Ma se dice: la Chiesa ha bisogno dei nostri vescovi per non perdere la Tradizione, allora sta trasformando una necessità propria in necessità universale. E questa trasformazione non è neutra. Serve a caricare l’atto di un’aura salvifica. Serve a dire ai fedeli: non stiamo provvedendo alla nostra continuità, stiamo salvando la Chiesa.
Ma la Chiesa è già custodita da Cristo. Non senza sofferenza. Non senza crisi. Non senza cattivi pastori, decisioni dolorose, ambiguità e peccati. Ma Cristo non ha promesso l’indefettibilità a una Fraternità. L’ha promessa alla sua Chiesa.
Questo non assolve Roma dalle sue responsabilità. Sarebbe comodo e falso. Roma deve curare la ferita liturgica. Deve parlare con chiarezza. Deve evitare che i fedeli legati alla Tradizione vengano trattati come un problema da contenere. Deve distinguere tra amore alla liturgia antica e rifiuto della comunione. Deve evitare che l’arbitrio di alcuni vescovi distrugga percorsi di fedeltà sincera. Deve rispondere alle confusioni dottrinali con parole limpide, non con silenzi che diventano terreno di sospetto.
Ma la colpa o l’omissione di Roma non rende automaticamente giusto un atto della Fraternità. Qui bisogna impedire il capovolgimento. Se la Fraternità consacra senza mandato, l’atto è suo. La conseguenza è dell’atto. Non si potrà dire: Roma ci ha costretti. Non si potrà dire: Roma ci ha scomunicati perché siamo cattolici. Non si potrà dire: Roma voleva farci morire, quindi ci siamo salvati da soli.
Perché il punto è proprio questo: non è la Chiesa a rischiare di morire senza la Fraternità. È la Fraternità a temere di non poter continuare senza vescovi propri.
E una necessità della Fraternità non può diventare una legge superiore alla comunione della Chiesa.
La Tradizione cattolica non è una proprietà privata. Non è una cassaforte affidata a un gruppo. Non è un territorio da difendere contro la Chiesa visibile. È la vita della Chiesa che riceve, custodisce e trasmette la fede apostolica. Separata dalla comunione, la Tradizione rischia di diventare identità di parte, memoria senza obbedienza, splendore esteriore senza cuore ecclesiale.
Per questo bisogna dire con chiarezza ai fedeli: non lasciatevi caricare addosso un ricatto spirituale. Non credete che, senza nuovi vescovi della Fraternità, la fede cattolica resti senza pastori. Non pensate che la Tradizione sopravviva solo dentro una struttura che si auto-garantisce. Non confondete la Chiesa con un gruppo, anche quando quel gruppo vi ha fatto del bene, vi ha dato una liturgia più dignitosa, vi ha offerto prediche più solide, vi ha fatto respirare una disciplina più seria.
Il bene ricevuto va riconosciuto. Non va assolutizzato.
La gratitudine non può diventare dipendenza ecclesiologica. L’affetto per un’opera non può diventare cecità davanti a un atto. La sofferenza per la crisi non può diventare licenza di separazione.
La domanda finale è semplice: lo stato di necessità è della Chiesa cattolica o della Fraternità San Pio X?
Se è della Chiesa cattolica, allora si dovrebbe dimostrare che senza i vescovi della Fraternità la Chiesa non può più custodire la fede, i sacramenti, la successione apostolica e la salvezza delle anime. Questo è falso.
Se è della Fraternità, allora va detto con onestà: la Fraternità ritiene necessario consacrare vescovi per garantire la propria continuità operativa. Ma questo non basta a rendere lecito un atto che la Chiesa non autorizza.
La Chiesa può e deve ascoltare. La Fraternità può e deve sospendere l’atto.
Solo così si resta nel campo cattolico della verità e della comunione. Tutto il resto è una confusione costruita su una identificazione indebita: Fraternità uguale Tradizione, Fraternità uguale Chiesa fedele, necessità della Fraternità uguale necessità della Chiesa.
Ecco il punto da chiarire, prima che i fedeli vengano trascinati in una scelta che non dovrebbero mai subire.
RICORDIAMO ANCHE:
7 luglio 2007 – 19° Anniversario del Summorum Pontificum
Peter Seewald – La riabilitazione dell’antica Messa viene spesso interpretata come una concessione alla Fraternità sacerdotale san Pio X.
👉 Benedetto XVI – Questo è assolutamente falso! Per me era importante che la Chiesa preservasse la continuità interna con il suo passato. Che ciò che prima era sacro non divenisse da un momento all’altro una cosa sbagliata. Il rito si deve evolvere. Per questo è stata annunciata la riforma. Ma l’identità non deve spezzarsi. La Fraternità sacerdotale san Pio X si fonda sulla sensazione che la Chiesa abbia rinnegato se stessa. Questo non deve succedere. Il mio intento, tuttavia, come ho detto, non era di natura tattica: m’importava la cosa in sé. Naturalmente conta anche che il Papa, nel momento in cui vede profilarsi uno scisma, è tenuto a fare il possibile per impedirlo, compreso il tentativo di ricondurre queste persone all’unità della Chiesa.
(Papa Benedetto XVI – dal libro “Ultime conversazioni”, a cura di Peter Seewald. Prima pubblicazione: 9 settembre 2016)
TROVERETE I DUE TESTI IMPORTANTI… ed altro sul tema.

