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La Presenza Reale contro l’astrazione: l’Eucaristia come cuore e difesa della fede cattolica

Santa Messa Corpus Domini in rito tradizionale a Vocogno in Val Vigezzo (VB). Omelia di don Alberto Secci: Presente. Domenica 7 Giugno 2026.

Sia lodato Gesù Cristo.

Il giorno del Corpus Domini non è di per sé il giorno delle prediche. Voi sapete che, addirittura quando è esposto solennemente il Santissimo Sacramento sull’altare, non è concesso neanche di fare la predica. Tant’è vero che, quando si tenevano le solenni Quarantore, si copriva il Santissimo in quel momento, poiché di fronte alla presenza viva e vera del Signore nemmeno le parole sacerdotali sono utili – anche se doverose, perché il sacerdote ha l’obbligo di predicare nei giorni di festa, obbligo che gli viene dalla Chiesa.

Ora permettetemi di usare subito le parole di San Tommaso d’Aquino, tratte da un suo sermone riportato nell’Ufficio Divino della festa del Corpus Domini. Dice così: «Gli immensi benefici della generosità divina concessi al popolo cristiano conferiscono al popolo cristiano una dignità inestimabile». Parlando del Corpus Domini, San Tommaso dice: “Popolo di Dio, tu, Chiesa santa, hai una dignità inestimabile”. Ma da dove arriva questa dignità? Guai a noi se celebrassimo il Corpus Domini senza il senso della Chiesa.

Giacché, dice San Tommaso citando il Deuteronomio, non c’è né ci fu mai nazione tanto grande da avere dei così a sé vicini com’è vicino a noi il nostro Dio. Questa verità del Deuteronomio si realizza pienamente con la presenza eucaristica del Signore: Dio in mezzo a noi. Infatti l’unigenito Figlio di Dio, volendo farci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura – l’Incarnazione, il Natale – affinché, fattosi uomo, facesse gli uomini dei. È la divinizzazione, il mistero della grazia, della santificazione, della trasformazione in Cristo.

E tutto quanto egli prese di nostro – la nostra umanità, essendosi fatto veramente uomo – lo diede per la nostra salvezza, offrendosi come vittima sull’altare della croce. Questo sacrificio è lavacro, riscatto e liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte. E perché di tanto beneficio rimanesse in noi continua memoria – e la memoria non è un semplice ricordo, potremmo dire con parole nostre che è una continua coscienza viva, un toccare con mano – lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue in bevanda, da prendersi sotto le specie del pane e del vino. È il Santissimo Sacramento.

Fratelli carissimi, in questo giorno santo del Corpus Domini noi dobbiamo rinascere nella coscienza che la Chiesa non è solo la mediatrice tra Dio e gli uomini in quanto Corpo mistico di Cristo, ma la Chiesa è il tabernacolo di Dio, è la dimora di Dio. La Chiesa come popolo cristiano, come societas perfecta, e poi le nostre chiese, che ne sono il segno consacrato, sono il tabernacolo di Dio.

Vedete, il grande nemico, l’antico nemico, il demonio, è geloso di questa divinizzazione che il Signore è venuto a portare per noi. Quando si dice che Cristo, fattosi uomo, vuole fare degli uomini dei, non significa che essi si sostituiscano a Dio – questo sarebbe il peccato estremo – ma che vengono trasformati realmente in Cristo. Noi apparteniamo a Cristo e quindi siamo divinizzati quando il mistero della grazia è all’opera. Il demonio è geloso di questo, non lo sopporta, è nemico dell’umanità, per cui ce la mette tutta per strappare Cristo dal cuore e dalla mente degli uomini.

Lo toglie dalla vita degli uomini a volte con la negazione atea; veniamo da tre secoli di propaganda ateista sempre più forte. Questo è un modo volgare per combattere la presenza di Cristo, quella che trasforma gli uomini. Ma c’è uno strumento ancora più pericoloso dell’ateismo esplicito, ed è quello di rendere astratto Gesù Cristo, riducendolo a mera parola o a sentimento. Gesù Cristo non è innanzitutto parole: è presenza. Questo la coscienza cattolica l’ha sempre custodito. È presenza perché è presente nel suo Corpo mistico che è la Chiesa, ma anche perché è presente in quel miracolo continuo che è il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia. Cristo è presente come sacrificio nella Messa e come sacramento nell’Eucaristia.

Tutta la verità della vita è qui: Messa ed Eucaristia. Per questo il popolo cristiano nei secoli ha fatto di tutto per onorare sempre di più la presenza – non un’idea, non un sentimento, non un concetto sul Signore – ma la presenza in corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo nell’ostia consacrata. Siccome Cristo è il centro del cristianesimo, l’Eucaristia è il centro della vita cristiana, perché è Cristo vivo e vero.

C’è una bellissima pagina del libro di Michael Davis che, descrivendo la fede cattolica in Inghilterra durante la protestantizzazione dell’Europa, dice così:

«I sacerdoti della Chiesa non sono ordinati innanzitutto per predicare il Vangelo o per portare semplicemente ai malati il conforto delle verità consolanti della religione, o per consacrarsi essenzialmente alla direzione delle opere sociali. I sacerdoti sono ordinati per offrire il sacrificio della Messa e per consacrare l’Eucaristia».

E prosegue con righe molto belle:

«Se nel passato i cattolici non hanno immaginato o pensato nulla di troppo bello per arricchire le loro chiese – che si tratti di opere d’arte, di oggetti preziosi o di architettura – è perché la chiesa cattolica è la casa del Re dei re, la dimora di Cristo veramente presente nel sacramento dell’Eucaristia. Se i cattolici, compresi i più poveri, erano pronti a privarsi del benessere materiale per sostenere il loro clero, è perché credevano che bisognasse a ogni costo che il sacrificio della Messa continuasse a essere offerto – e senza sacerdoti non è possibile – e che il sacramento dell’Eucaristia, nutrimento delle anime cristiane, non smettesse mai di essere amministrato».

La devozione all’Eucaristia non è per i cattolici una pratica di pietà tra le altre, ma è l’essenza stessa della vita cattolica.

Allora, oggi, nella festa del Corpus Domini, dobbiamo più che mai ricordare la presenza viva e operante del Signore in stato di vittima: nell’Eucaristia, infatti, Gesù è presente come corpo dato e sangue versato. Dobbiamo ricordare che la presenza del Signore non può restare fuori di noi. Tutta la liturgia del Corpus Domini insiste: “Prendete, mangiatene. Questo è il mio corpo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue non morrà in eterno”. È l’invito alla Comunione. Cristo deve entrare dentro di te per trasformarti in Lui. È quello che diceva San Tommaso: fattosi uomo, fa degli uomini dei. O ammirabile commercio, o meraviglioso scambio: ha preso la nostra umanità per darci la sua divinità. Ma questo avviene nella comunione sacramentale; non riduciamo Cristo a sentimento e parola.

Ma perché questo sia vero, perché la Comunione non sia il pane della condanna, bisogna che in noi ci sia la volontà di Dio. Pensate a quando il Signore dice: “Chi mangia di me vivrà per me”. Qui c’è tutta la morale. Se vivo per Lui, avviene la conversione: non posso più vivere per me stesso. E se non posso vivere per me stesso, non posso stare nel peccato mortale, e non tollero nemmeno il peccato veniale in me. Questa è la posizione della vita: la presenza viva e operante non può restare fuori di me, devo entrare in comunione, e ne consegue una morale.

Perché sia dentro di noi, però, deve essere chiaro che il Signore è fuori di noi. Deve essere forte la coscienza della sua presenza nella Messa, nel momento della consacrazione, tanto che la Chiesa nella tradizione custodisce questo momento nel silenzio e nella submissa voce. Quando quel momento diventa sacro, non c’è musica, non c’è canto, non c’è parola che tenga: c’è solo il silenzio del riconoscimento della presenza.

Questo silenzio continua perché la presenza eucaristica del Signore resta nelle specie consacrate conservate nel tabernacolo. Oggi porteremo l’Ostia Santa in processione, ma essa è nel tabernacolo tutto l’anno. C’è un’esperienza che si fa quando si diventa sacerdoti: si diventa ancora più scrupolosi nell’attenzione al Signore. Ma è uno scrupolo che dovrebbe avere tutto il popolo cristiano, per cui non solo si adora la presenza del Signore, ma la si difende. Difendere il Santissimo Sacramento è necessario: se lo riconosciamo fuori di noi, sarà anche in noi. Se dimentichiamo di riconoscere in modo fisico e affettivo, e non solo intellettuale, la presenza del Signore, pian piano non ci renderemo più conto della necessità che Lui entri in noi nella Santa Comunione. Queste due cose non sono in alternativa.

Qui bisogna stare attenti a non vivere una schizofrenia che purtroppo capita di vedere: per cui si solennizza il Corpus Domini, si porta il Santissimo Sacramento nei grandi ostensori, il sacerdote non tocca l’ostensorio ma usa il velo omerale per rispetto, e poi si distribuisce la Comunione in mano. Che senso ha? Che senso ha fare Corpus Domini solennissimi e poi non mantenere il silenzio in chiesa?

Il silenzio è sempre stato la caratteristica dei cattolici che non hanno perso la vera fede. Volete il segno della protestantizzazione? È quando si inizia a parlare, quando la chiesa inizia a diventare l’aula della comunità. Certo che è l’aula del popolo santo di Dio, ma di un popolo che riconosce la presenza; e l’unità tra di noi si fa nel silenzio dell’adorazione. Se tu riconosci Cristo e io riconosco Cristo, siamo unitissimi: non c’è alcun bisogno di parlare tra noi. Tutto è stato fatto perché la chiesa è la casa del Re dei re, e il Re dei re vivo è Gesù Cristo.

Così l’amore al Santissimo Sacramento diventa anche preoccupazione che i nostri malati in fin di vita ricevano il Viatico a tempo debito. L’ultima comunione non è l’Estrema Unzione, è un’altra cosa: è il Viatico. Com’è importante! Tant’è vero che la Chiesa, anche a chi per tutta la vita non ha potuto fare la comunione perché si trovava in una situazione irregolare, nel momento in cui manifesta il pentimento concede l’ultima comunione, perché al momento estremo c’è il distacco dal peccato.

Pensate che fino all’Ottocento si celebravano dei piccoli “Corpus Domini” quotidiani: quando il sacerdote usciva dalla chiesa per portare il Viatico, la confraternita lo accompagnava con l’ombrello eucaristico, le lanterne e il campanello. Al suo passaggio la gente si fermava e si inginocchiava. Il Viatico non era un fatto privato.

Infine, permettetemi di dire l’importanza della visita al Santissimo Sacramento. Su questo dobbiamo rinascere tutti. Una persona fa dei passi decisivi verso il Signore quando inizia veramente a decidere di non vivere più per se stessa, e quando in una giornata fa di tutto per poter visitare Gesù nel tabernacolo, non quando tutti pregano, ma quando è da sola. Le chiese cattoliche, se non ci sono pericoli gravi, restano aperte proprio perché dentro c’è il Re dei re che ti chiama, che vuole vederti e che tu desideri incontrare. La prima caratteristica della protestantizzazione è proprio che le chiese restano aperte solo per le funzioni, perché è cambiata la coscienza e si è ridotta la fede.

Domandiamo la grazia, anche attraverso quel poco onore che riusciamo a dare pubblicamente al nostro Signore in questi tempi non facili, di amare Gesù eucaristico con un amore personale, intenso, continuo, che non venga mai meno.

Sia lodato Gesù Cristo.

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