Un po’ di chiarezza sul celibato ecclesiastico nella storia

Il “superamento” della disciplina del celibato è da tempo il basso continuo della musica dei novatori.

di Sandro Magister

Benedetto XVI si appresta a concludere l’Anno Sacerdotale, da lui voluto per ridare vigore spirituale ai preti cattolici in un’epoca difficile per l’intera Chiesa. Intanto però un cardinale famoso e tra i più vicini al papa, l’arcivescovo di Vienna, Christoph Schönborn, continua a battere il chiodo di un “ripensamento” della disciplina del celibato del clero latino.

Schönborn è persona di buona cultura, ex alunno di Joseph Ratzinger professore di teologia. Negli anni Ottanta collaborò alla scrittura del catechismo della Chiesa cattolica. Ma come uomo di governo, da quando è alla testa di una Chiesa sbandata come l’austriaca, si mostra più attento alle pressioni dell’opinione pubblica che ai suoi doveri di guida.

A metà maggio, appena un vescovo suo connazionale, Paul Iby, di Eisenstadt, disse che “i preti dovrebbero essere liberi di scegliere se sposarsi o meno” e che “la Santa sede è troppo timida su tale questione”, prontamente il cardinale Schönborn chiosò: “Le preoccupazioni espresse dal vescovo Iby sono le preoccupazioni di tutti noi”.

E questa è stata solo l’ultima – per ora – di una serie incessante di sortite analoghe. Di Schönborn e di altri cardinali e vescovi di tutto il mondo, per non dire di esponenti del clero e del laicato. Il “superamento” della disciplina del celibato è da tempo il basso continuo della musica dei novatori.

Di questa musica, ciò che ordinariamente viene udito e capito sono un paio di cose.

  1. La prima è che il celibato del clero è una regola imposta in secoli recenti al solo clero latino.
  2. La seconda è che ai sacerdoti cattolici dovrebbe essere consentito di sposarsi “come nella Chiesa primitiva”.

Il guaio è che queste due cose fanno entrambe a pugni con la storia e con la teologia.

Alla radice dell’equivoco c’è anche una cattiva comprensione del concetto di celibato del clero.

In tutto il primo millennio e anche dopo, nella Chiesa il celibato del clero era propriamente inteso come “continenza”. Cioè come completa rinuncia, dopo l’ordinazione, alla vita di matrimonio, anche per chi si fosse precedentemente sposato. L’ordinazione di uomini sposati, infatti, era una prassi comune, documentata anche dal Nuovo Testamento. Ma nei Vangeli si legge che Pietro dopo la chiamata ad apostolo “lasciò tutto” (Mtt 19, 27). E Gesù disse che per il Regno di Dio c’è chi lascia anche “moglie o figli” (Lc 18, 29).

Mentre nell’Antico Testamento l’obbligo della purità sessuale valeva per i sacerdoti solo nei periodi del loro servizio al Tempio, nel Nuovo Testamento la sequela di Gesù nel sacerdozio è totale e investe l’intera persona, sempre.

Che fin dall’inizio della Chiesa preti e vescovi fossero tenuti ad astenersi dalla vita di matrimonio è confermato dalle prime regole scritte in materia. Esse compaiono a partire dal secolo IV, dopo la fine delle persecuzioni. Con l’aumento impetuoso del numero dei fedeli aumentano anche le ordinazioni, e con esse le infrazioni alla continenza.

Contro queste infrazioni, concili e papi intervengono ripetutamente a riaffermare la disciplina da essi stessi definita “tradizionale”. Questo fanno il Concilio di Elvira, nel primo decennio del secolo IV, che sanziona il mancato rispetto della continenza con l’esclusione dal clero; altri concili di un secolo dopo; i papi Siricio e Innocenzo I; e poi ancora altri papi e Padri della Chiesa, da Leone Magno a Gregorio Magno, da Ambrogio ad Agostino a Girolamo.

Per molti secoli ancora la Chiesa d’Occidente continuò a ordinare degli uomini sposati, sempre però esigendo la rinuncia alla vita matrimoniale e l’allontanamento della sposa, previo il consenso di questa. Le infrazioni erano punite, ma erano molto frequenti e diffuse. Anche per contrastare questo, la Chiesa cominciò a scegliere di preferenza i suoi sacerdoti tra i celibi.

In Oriente, invece, dalla fine del secolo VII in poi la Chiesa tenne fermo l’obbligo assoluto della continenza solo per quanto riguarda i vescovi, scelti sempre più spesso tra i monaci invece che tra gli sposati. Col basso clero accettò che gli sposati continuassero a condurre vita matrimoniale, con obbligo di continenza solo “nei giorni di servizio all’altare e di celebrazione dei sacri misteri”. Così stabilì il secondo Concilio di Trullo del 691, un concilio mai riconosciuto come ecumenico dalla Chiesa d’Occidente.

Da allora a oggi è questa la disciplina in vigore in Oriente, così come nelle Chiese di rito orientale tornate in comunione con la Chiesa di Roma dopo lo scisma del 1054: continenza assoluta per i vescovi e vita matrimoniale consentita al basso clero. Fermo restando che l’eventuale matrimonio deve sempre precedere la sacra ordinazione e mai seguirla.

La tolleranza adottata dalle Chiese d’Oriente per la vita matrimoniale del basso clero fu agevolata — secondo gli storici — dal particolare ordinamento di queste Chiese, costituite in patriarcati e quindi più portate a decisioni autonome sul piano disciplinare, con un ruolo preminente svolto dall’autorità politica.

In Occidente, invece, alla grande crisi politica e religiosa dei secoli XI e XII la Chiesa reagì — con la riforma detta gregoriana dal nome di papa Gregorio VII — proprio combattendo con vigore i due mali che dilagavano tra il clero: la simonia, cioè la compravendita degli uffici ecclesiastici, e il concubinato.

La riforma gregoriana riconfermò in pieno la disciplina della continenza. Le ordinazioni di uomini celibi furono preferite sempre più a quelle di uomini sposati. Quanto al matrimonio celebrato dopo l’ordinazione — da sempre vietatissimo sia in Oriente che in Occidente — il Concilio Lateranense II del 1139 lo definì non solo illecito, ma invalido.

Anche le successive crisi della Chiesa d’Occidente hanno visto in primo piano la questione del celibato del clero. Tra i primi atti della Riforma protestante ci fu proprio l’abolizione del celibato. Al Concilio di Trento vi fu chi spinse per una dispensa dall’obbligo del celibato anche per i preti cattolici. Ma la decisione finale fu di mantenere integralmente in vigore la disciplina tradizionale.

Non solo. Il Concilio di Trento obbligò tutte le diocesi a istituire dei seminari per la formazione del clero. La conseguenza fu che le ordinazioni di uomini sposati diminuirono drasticamente, fino a scomparire. Da quattro secoli, nella Chiesa cattolica i preti e i vescovi sono nella quasi totalità celibi, con le sole eccezioni del basso clero delle Chiese di rito orientale unite a Roma e degli ex pastori protestanti con famiglia ordinati sacerdoti, provenienti per lo più dalla Comunione anglicana.

Dalla percezione che i preti cattolici sono tutti celibi si è diffusa l’idea corrente che il celibato del clero consista nella proibizione di sposarsi. E quindi che il “superamento” del celibato consista sia nell’ordinare preti degli uomini sposati consentendo loro di continuare a vivere la vita matrimoniale, sia nel permettere ai preti celibi di sposarsi.

Dopo il Concilio Vaticano II entrambe queste richieste sono state avanzate ripetutamente nella Chiesa cattolica, anche da vescovi e cardinali. Ma sia l’una che l’altra sono in palese contrasto con l’intera tradizione di questa stessa Chiesa, a partire dall’età apostolica, oltre che – per quanto riguarda la seconda richiesta – con la tradizione delle Chiese d’Oriente e quindi col cammino ecumenico.

Che poi un “superamento” del celibato sia la scelta più appropriata per la Chiesa cattolica di oggi è sicuramente un’idea per nulla condivisa dal papa regnante. Stando a ciò che Benedetto XVI dice e fa, la sua volontà è opposta: non superare ma confermare il celibato sacerdotale, come sequela radicale di Gesù per il servizio di tutti, tanto più in un passaggio cruciale di civiltà come il presente.

Proprio a questo mira l’Anno Sacerdotale da lui indetto, col santo Curato d’Ars come modello: umile curato di campagna che visse il celibato come dedizione totale per la salvezza delle anime, una vita tutta consumata all’altare e nel confessionale.

La letteratura scientifica sul tema è vasta. Tra l’altro ha definitivamente accertato che è un falso storico il racconto che al Concilio di Nicea del 325 un vescovo di nome Paphnutius sostenne e fece approvare la libertà per le singole Chiese di consentire o no ai preti la vita matrimoniale. Così come è stata accertata la manomissione ad opera del secondo Concilio di Trullo del 691 dei canoni dei concili africani dei secoli IV e V, da esso citati a sostegno della vita matrimoniale per i preti: manomissione dimostrata già nel Cinquecento dal coltissimo cardinale Cesare Baronio.

Ma di questa letteratura scientifica non c’è quasi traccia nel dibattito corrente e nemmeno nelle sortite di vescovi e cardinali favorevoli al “superamento” del celibato. Una eccellente sintesi storica e teologica della questione è in un piccolo libro del 1993 del cardinale austriaco Alfons Maria Stickler, morto a Roma nel 2007 all’età di 97 anni, all’epoca prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana. […]

28 maggio 2010 (qui l’originale)