Le profezie di Ratzinger sulla Chiesa e la risposta ai Vescovi cileni sul Concilio e mons. Lefebvre

Conferenze, Omelie, Discorsi del cardinale Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) raccolta di testi “365 giorni con il Papa” – Ed.paoline 2006.

Il futuro della Chiesa può dipendere, anzi certamente dipenderà anche nel nostro tempo, dalla forza di quei credenti che hanno radici profonde, e vivono un’esistenza ricolma della luminosa pienezza della fede […]. Sarà certamente una Chiesa consapevole della sua natura di realtà religiosa, che non si accrediterà sulla base della sua potenza politica e non amoreggerà né con le «destre» né con le «sinistre». Avrà un’esistenza faticosa, poiché la sua nuova configurazione e il suo rinnovamento le costeranno una purificazione nella quale si consumeranno anche molte delle sue forze migliori. Sarà una Chiesa che ha imboccato la strada della povertà, e sarà in particolare la Chiesa dei piccoli e dei deboli: un processo, questo, tanto più delicato e rischioso, in quanto dovrà guardarsi e dalla grettezza di parte e dalla testardaggine magniloquente. Si può prevedere che ciò sarà valido per ogni tempo. Sarà un’evoluzione lunga e tortuosa: proprio come lo è stata la via che partendo dalle false istanze progressiste, diffuse alla vigilia della rivoluzione francese, ha condotto fino al rinnovamento effettivo del XIX secolo. In base a queste istanze, anche a dei vescovi poteva sembrare imperativo dell’attualità e inesorabile «linea di tendenza» deridere i dogmi, e addirittura lasciare intendere che l’esistenza di Dio non potesse darsi in alcun modo per certa. Ma, dopo la prova di simili divisioni, sgorgheranno sorgenti limpide e feconde. Gli uomini di un mondo in tutto e per tutto «programmato» si ritroveranno in una indicibile solitudine. Quando Dio sarà completamente scomparso dal loro orizzonte, essi proveranno sulla loro pelle una miseria terribile e senza confini. Scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come un fatto del tutto nuovo, una novità assoluta: come una speranza che è anche per loro, come la risposta a una domanda che li ha sempre nascostamente inquietati. Per questo sono certo che si preparano per la Chiesa tempi molto difficili. La sua «crisi» vera e propria è solo appena cominciata. (Glaube und Zukunft, pp. 120s e 123ss)

In quell’atteggiamento molto diffuso di affrettata critica alla storia passata della cristianità torna sempre a imporsi l’idea che ci si dovrebbe sbarazzare dell’intera storia di questi duemila anni e radere così al suolo le mura dei dogmi e delle confessioni, per cominciare tutto da capo, come se Cristo comparisse per la prima volta oggi sulla soglia della nostra casa. Per quanto ciò sia allettante, tuttavia, così facendo noi ridurremmo l’unità della Chiesa a un’opera, a un prodotto delle nostre mani, e la Chiesa a qualcosa che noi stessi possiamo costruire. Ma di fronte a quest’opzione non c’è giustificazione che tenga: in fondo, in questa maniera eleviamo di nuovo una muraglia contro Dio e finiamo per confidare maggiormente solo in quanto è in nostro potere fare. Il muro della legge e il muro che vuole circoscrivere lo spazio di azione di Dio non sono però stati rimossi dall’azione dell’uomo: questa semmai li ha alzati ancora di più. Essi sono stati invece rasi al suolo da colui che ha recato al mondo l’amore di Dio e, sulla croce, si è caricato del carico di impotenza e di male di ogni azione umana. Così dunque non va. Quando parliamo di unità della Chiesa, dobbiamo subito smettere di sognare opere audaci e grandi realizzazioni, delle quali riterremmo d’esser capaci. La lettera agli Efesini ci offre una diversa indicazione: ci esorta a lasciarci incorporare e riedificare nell’uomo nuovo, nella nuova umanità che Cristo ha inaugurato. Come è stato notato, «l’unità non può essere creata dagli uomini, essi possono solo riconoscerla». La vera Chiesa non è opera nostra: ci precede ed è opera di Cristo. Il nostro compito è quello di lasciarci incorporare a essa. Quando lo adempiamo, lasciandoci sgrezzare umilmente dal Signore come pietre vive, quando smettiamo di «progettare a tavolino» la Chiesa, quando ci lasciamo condurre là dove non vogliamo, allora fiorisce l’unità e, anche in mezzo a divisioni, le mura diventano ostacoli superabili. (Bollettino diocesano, 20 gennaio 1978)

Noi abbiamo perduto il senso che i cristiani non possono vivere come vive chiunque. L’opinione stolta secondo cui non esisterebbe una specifica morale cristiana è solo una espressione particolarmente spinta della perdita di un concetto base: la ” differenza del cristiano “rispetto ai modelli del mondo. Anche in alcuni ordini e congregazioni religiose si è scambiata la vera riforma con il rilassamento della austerità tradizionale. S’è scambiato il rinnovamento con l’accomodamento. Per fare un piccolo esempio preciso: un religioso mi ha riferito che la dissoluzione del suo convento era cominciata – molto concretamente – quando si era dichiarata “non più praticabile” la levata dei frati per la recita dell’ufficio notturno previsto dalla liturgia. Ebbene, questo indubbio ma significativo “sacrificio” era stato sostituito con uno stare a guardare la televisione sino a notte avanzata. Un piccolo caso, in apparenza: ma è anche di questi “piccoli casi” che è fatto il declino attuale della indispensabile austerità della vita cristiana. A cominciare da quella dei religiosi”. Oggi più che mai il cristiano deve essere conscio di appartenere a una minoranza e di essere in contrasto con ciò che appare buono, ovvio, logico per lo “spirito del mondo”, come lo chiama il Nuovo Testamento. Tra i compiti più urgenti per il cristiano, c’è il recupero della capacità di opporsi a molte tendenze della cultura circostante, rinunziando a certa solidarietà troppo euforica post-conciliare. Dunque, accanto alla Gaudium et spes (il testo del Concilio sui rapporti tra Chiesa e mondo) possiamo ancora tenere l’Imitazione di Cristo. Si tratta, ovviamente, di due spiritualità molto diverse. L’Imitazione è un testo che rispecchia la grande tradizione monastica medievale. Ma il Vaticano II non voleva affatto togliere le cose buone ai buoni. (…) occorre una nuova evidenza, una nuova gioia, se posso dire una nuova “fierezza” (che non contrasta con l’umiltà indispensabile) di essere cattolici. (Rapporto sulla Fede, cap. 8)

Chi oggi parla di “protestantizzazione” della Chiesa cattolica, intende in genere con questa espressione un mutamento nella concezione di fondo della Chiesa, un’altra visione del rapporto fra Chiesa e vangelo. Il pericolo di una tale trasformazione sussiste realmente; non è solo uno spauracchio agitato in qualche ambiente integrista (..).. il protestantesimo è nato all’inizio dell’epoca moderna ed è pertanto molto più apparentato che non il cattolicesimo con le idee-forza che hanno dato origine al mondo moderno. La sua attuale configurazione l’ha trovata in gran parte proprio nell’incontro con le grandi correnti filosofiche del XIX secolo. È la sua chance ed insieme la sua fragilità questo suo essere molto aperto al pensiero moderno. Così può nascere l’opinione (proprio presso teologi cattolici che non sanno più che fare della teologia tradizionale) che nel “protestantesimo ” si possano trovare già tracciate le vie giuste per l’intesa fra la fede e il mondo moderno. Un ruolo di primo piano spetta ieri come oggi al principio – di Lutero – della Sola Scriptura. Il cristiano medio di oggi deriva da questo principio che la fede nasce dall’opinione individuale, dal lavoro intellettuale e dall’intervento dello specialista; ed una simile visione gli sembra più “moderna” ed “evidente” che non le posizioni cattoliche. Da una simile concezione deriva logicamente che il concetto cattolico di Chiesa non è più realizzabile e che si deve cercare un nuovo modello da qualche parte, nel vasto ambito del fenomeno “protestantesimo”. (Rapporto sulla Fede, cap.11)

Alla Chiesa, si dice, è affidato il ministero pastorale; essa proclama il vangelo ai credenti, ma non insegna ai teologi. Una tale separazione tra proclamazione e insegnamento è però profondamente in contrasto con la natura del messaggio della rivelazione biblica. La Chiesa ha realizzato una vera e propria emancipazione dei semplici e ha riconosciuto anche a loro la capacità di essere «filosofi» nel vero senso della parola, cioè di comprendere quanto è proprio e caratteristico dell’umano altrettanto bene, se non addirittura meglio dei «dotti». Le espressioni di Gesù circa la stoltezza dei sapienti e la sapienza dei piccoli (in particolar modo Mt 11,25, e paralleli) sono riferite esattamente a circostanze del genere: esse attestano che il cristianesimo è nella sua radice una religione di popolo, una confessione in cui non si dà affatto alcuna differenziazione d’ordine o di classe. In realtà, l’annuncio mediante la predicazione è insegnamento, e di tipo normativo. È questa la sua essenza, poiché esso non propone una qualche modalità di impiego del tempo libero o una sorta di intrattenimento religioso. L’annuncio cristiano vuole dire all’uomo chi egli sia e che cosa debba fare per essere davvero se stesso. Ma come potrebbe, la Chiesa, insegnare in modo normativo, se tale insegnamento dovesse al tempo stesso suonare non normativo per i teologi? L’essenza del magistero ecclesiale consiste proprio nel fatto che la proclamazione della fede è posta come il parametro critico, valido anche per la stessa teologia: proprio quest’annuncio, anzi, costituisce l’oggetto della riflessione teologica. Per questa ragione, la fede dei semplici non è una specie di teologia «ridimensionata » ad uso e consumo dei laici né una sorta di « platonismo per il popolo». La verità delle cose sta invece esattamente all’opposto di questa presunzione: è l’annuncio cristiano l’«unità di misura» della teologia, non la teologia l’unità di misura dell’annuncio. È certamente corretto affermare che la Chiesa, nel suo ministero pastorale, è «abilitata» alla proclamazione dell’annuncio cristiano, e non invece all’insegnamento teologico-accademico. Ma l’ufficio della proclamazione dell’annuncio cristiano è il magistero anche per la teologia. (Internationale katholische Zeitschrift Communio, 15 (1986), pp. 526s)

La Chiesa cresce dall’interno all’esterno e non viceversa. Essa significa innanzi tutto la più intima comunione con Cristo; essa si forma nella vita della preghiera, nella vita sacramentale, negli atteggiamenti fondamentali della fede, della speranza e della carità. Così, se qualcuno chiede: cosa devo fare per diventare Chiesa e per crescere come Chiesa, la risposta non può che essere: devi cercare prima di tutto di diventare uno che vive la fede, la speranza e la carità. Ciò che costruisce la Chiesa sono la preghiera e la comunione ai sacramenti, nei quali la preghiera stessa della Chiesa per così dire «ci prende con sé». Quest’estate ho incontrato un parroco, il quale mi ha raccontato che già da molti anni non era più sorta nessuna vocazione sacerdotale dalla sua comunità. Che cosa avrebbe dovuto dunque fare? Le vocazioni uno non può fabbricarle; solo il Signore può concederle. Ma per questo noi dovremmo restarcene con le mani in mano? Egli decise dunque di recarsi ogni anno, con un pellegrinaggio lungo e faticoso, al santuario mariano di Altòtting con quest’intenzione di preghiera; e di invitare tutti coloro che condividevano l’intenzione al pellegrinaggio e alla preghiera comune. Anno dopo anno, i partecipanti sono cresciuti di numero, e quest’anno, finalmente, essi hanno potuto festeggiare, con immensa gioia di tutto il villaggio, la prima santa messa, a memoria d’uomo, di un sacerdote del loro paese. La Chiesa cresce dal di dentro: questo vuol dirci l’espressione « corpo di Cristo »; tuttavia ciò implica immediatamente anche quest’altro elemento: Cristo si è costruito un corpo; se voglio trovarlo e farlo mio, io sono chiamato a farne parte come un umile membro ma in maniera completa, poiché io sono divenuto addirittura un suo membro, un suo organo in questo mondo e di conseguenza per l’eternità. L’idea della teologia liberale per cui Gesù sarebbe interessante, mentre la Chiesa sarebbe una misera realtà, si differenzia completamente da questa presa di coscienza. Cristo si dà solo nel suo corpo e mai in un mero ideale. Ciò vuol dire: si dà insieme con gli altri, nell’ininterrotta comunione che attraversa i tempi, la quale è questo suo corpo. La Chiesa non è un’idea, ma un corpo, e lo scandalo del farsi carne, in cui inciamparono tanti contemporanei di Gesù, continua nella scandalosità della Chiesa; tuttavia anche a questo proposito vale il detto: «Beato chi non si scandalizza di me». Questo carattere comunitario della Chiesa significa poi necessariamente il suo carattere di «noi»: essa non è « da qualche parte », ma siamo noi stessi a costituirla. Certo, nessuno può dire: «Io sono la Chiesa»; ognuno può e deve dire: « Noi siamo “la” Chiesa», “quella unica Chiesa”. E questo «noi» non è, a sua volta, un gruppo che si isola, ma che si mantiene piuttosto all’interno della comunità intera di tutti i membri di Cristo, quelli viventi e quelli morti. Ed è così che un gruppo può davvero dire: «Noi siamo Chiesa». La Chiesa è qui, in questo « noi » aperto, che apre frontiere (sociali e politiche, ma anche le frontiere tra cielo e terra). Noi siamo la Chiesa: da questo è cresciuta la corresponsabilità e anche la possibilità di collaborare in prima persona; da ciò è risultato anche, di conseguenza, un diritto alla critica, la quale però deve sempre essere prima di tutto autocritica. La Chiesa, infatti — ripetiamolo — non è « da qualche parte », non è «qualcun altro»: siamo proprio noi. Siamo noi – la Chiesa – ma in qualità di “figli adottivi e rigenerati” mediante il Battesimo e come il quarto Comandamento ci dice di onorare i genitori, così anche noi, in qualità di figli, dobbiamo onorare la Chiesa che è Madre e dove solo in Essa si adora davvero il Padre, che ci ha creati, il Figlio che ci ha rigenerati e redenti, e lo Spirito Santo che rende vivi i Sacramenti, la Parola e la varietà di Carismi, sigillo stesso della dottrina di questa Madre. (Chiesa, ecumenismo e politica, pp. 11s)

Cristianesimo e martirio vanno di pari passo, sì, ma il martire è tutt’altra cosa dal rivoluzionario. Cristo è morto da martire, non da ribelle. C’era sì il ribelle, di nome Barabba. Per costui s’era adempiuto quanto Cristo aveva detto a Pilato : « Se fosse di questo mondo il mio regno, la mia gente avrebbe combattuto perché non fossi dato nelle mani dei giudei » (Gv 18,36). Per Barabba si fecero barricate, i suoi seguaci richiesero a gran voce la sua liberazione; per Cristo non ci furono cortei di protesta, e nemmeno egli li volle. In che cosa consiste allora la differenza tra un martire e un ribelle? Essa si chiarisce se guardiamo al passo in cui, per la prima volta, un cristiano si definisce tale: la prima lettera di Pietro, al capitolo 4, versetto 15s. L’apostolo Pietro dice qui ai cristiani: «Nessuno di voi abbia a soffrire perché omicida, o ladro, o malfattore, o intrigante; ma se egli soffre come cristiano, per il nome “cristiano”, non abbia vergogna, anzi, renda gloria a Dio perché porta questo nome ». Da questo testo risulta evidente che, per il cristiano, appartiene al nucleo della sua opzione di fede l’attenersi alla giustizia, anche e perfino in uno Stato in cui non gli sia riconosciuto alcun diritto. Anche in quel caso vale l’invito di Gesù: «Date a Cesare quel che è di Cesare» (Mt 22,21). Per questo i cristiani, anche nelle epoche di persecuzione, hanno pregato per l’imperatore. Già nel Nuovo Testamento, nella prima lettera a Timoteo (2,2), nel mezzo di un periodo di sanguinosa oppressione, i cristiani vengono invitati con vigore a pregare «per i re e per tutti quelli che sono costituiti in dignità». I cristiani si sono rifiutati di adorare l’imperatore, ma hanno spontaneamente pregato per lui e per la stabilità delle istituzioni. Già nel II secolo, essi hanno rivendicato d’essere stati proprio loro, i «rei» e i «proscritti», secondo l’opinione dominante, a conservare uniti, mediante le loro vite e le loro preghiere, lo Stato e la società, preservandoli dalla rovina. (Zeitfragen und christlicher Glaube, pp. 35s)

Vediamo ora la profezia di Ratzinger del 1969 sul futuro di una «Chiesa della Fede» e «quel piccolo gregge di credenti»

La profezia sul futuro di una «Chiesa della Fede» e «quel piccolo gregge di credenti» concluse un ciclo di cinque lezioni radiofoniche, che l’allora professore di teologia Joseph Ratzinger svolse nel 1969. Dopo aver rotto con gli amici teologi il laico Hans Küng, il domenicano (poi scomunicato, autore del Catechismo Olandese condannato da Paolo VI) Edward Schillebeeckx e il gesuita Karl Rahner sull’interpretazione del Concilio Vaticano II, iniziano nuove amicizie con i teologi gesuiti Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac, modernisti ma più moderati, con i quali darà vita alla rivista Communio… Nelle cinque lezioni il teologo e futuro Papa in quel complesso 1969 tracciava la propria visione sul futuro dell’uomo e della Chiesa.

È soprattutto l’ultima lezione, nel giorno di Natale del 1969 ai microfoni della Hessischer Rundfunk, ad assumere i toni della profezia.

Ratzinger paragonava l’era attuale con quella di Papa Pio VI, rapito dalle truppe della Repubblica francese e morto in prigionia nel 1799. La Chiesa si era trovata allora alle prese con una forza che intendeva estinguerla per sempre, aveva visto i propri beni confiscati e gli ordini religiosi dissolti. Una condizione non molto diversa, spiegava, potrebbe attendere la Chiesa odierna, minata dalla tentazione di ridurre i preti ad “assistenti sociali” e la propria opera a mera presenza politica.

Quello che il Professor Ratzinger delineava, era «un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata». Ecco la traduzione italiana delle parole di Ratzinger, rispondendo alla domanda di coloro che si chiedevano cosa sarebbe diventata la Chiesa in futuro durante la trasmissione radiofonica del 25 dicembre 1969:

“(…) Dobbiamo essere cauti nei nostri pronostici. Quello che ha detto Sant’Agostino è ancora vero: l’uomo è un abisso; nessuno può prevedere quello che uscirà da queste profondità. E chiunque creda che la Chiesa sia non solo determinata dall’abisso che è l’uomo, ma raggiunga l’abisso più grande, infinito, che è Dio, sarà il primo a esitare con le sue predizioni, perché questo ingenuo desiderio di sapere con certezza potrebbe essere solo l’annuncio della sua inettitudine storica. (…)

  • Il futuro della Chiesa può risiedere e risiederà in coloro le cui radici sono profonde e che vivono nella pienezza pura della loro fede. Non risiederà in coloro che non fanno altro che adattarsi al momento presente o in quelli che si limitano a criticare gli altri e assumono di essere metri di giudizio infallibili, né in coloro che prendono la strada più semplice, che eludono la passione della fede, dichiarandola falsa e obsoleta, tirannica e legalistica, tutto ciò che esige qualcosa dagli uomini, li ferisce e li obbliga a sacrificarsi.
  • Per dirla in modo più positivo: il futuro della Chiesa, ancora una volta come sempre, verrà rimodellato dai santi, ovvero dagli uomini le cui menti sono più profonde degli slogan del giorno, che vedono più di quello che vedono gli altri, perché la loro vita abbraccia una realtà più ampia. La generosità, che rende gli uomini liberi, si raggiunge solo attraverso la pazienza di piccoli atti quotidiani di negazione di sé. Con questa passione quotidiana, che rivela all’uomo in quanti modi è schiavizzata dal suo ego, da questa passione quotidiana e solo da questa, gli occhi umani vengono aperti lentamente. L’uomo vede solo nella misura di quello che ha vissuto e sofferto. Se oggi non siamo più molto capaci di diventare consapevoli di Dio, è perché troviamo molto semplice evadere, sfuggire alle profondità del nostro essere attraverso il senso narcotico di questo o quel piacere. In questo modo, le nostre profondità interiori ci rimangono precluse. Se è vero che un uomo può vedere solo col cuore, allora quanto siamo ciechi!

In che modo tutto questo influisce sul problema che stiamo esaminando? Significa che tutto il parlare di coloro che profetizzano una Chiesa senza Dio e senza fede sono solo chiacchiere vane.

Non abbiamo bisogno di una Chiesa che celebra il culto dell’azione nelle preghiere politiche. È del tutto superfluo. E quindi si distruggerà. Ciò che rimarrà sarà la Chiesa di Gesù Cristo, la Chiesa che crede nel Dio che è diventato uomo e ci promette la vita dopo la morte. Il tipo di sacerdote che non è altro che un operatore sociale può essere sostituito dallo psicoterapeuta e da altri specialisti, ma il sacerdote che non è uno specialista, che non sta sugli spalti a guardare il gioco, a dare consigli ufficiali, ma si mette in nome di Dio a disposizione dell’uomo, che lo accompagna nei suoi dolori, nelle sue gioie, nelle sue speranze e nelle sue paure, un sacerdote di questo tipo sarà sicuramente necessario in futuro.

  • Facciamo un altro passo. Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. In contrasto con un periodo precedente, verrà vista molto di più come una società volontaria, in cui si entra solo per libera decisione. In quanto piccola società, avanzerà richieste molto superiori su iniziativa dei suoi membri individuali.
  • Scoprirà senza dubbio nuove forme di ministero e ordinerà al sacerdozio cristiani che svolgono qualche professione. In molte congregazioni più piccole o in gruppi sociali autosufficienti, l’assistenza pastorale verrà normalmente fornita in questo modo. Accanto a questo, il ministero sacerdotale a tempo pieno sarà indispensabile come in precedenza. Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica.

Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso, perché dovranno essere eliminate la ristrettezza di vedute settaria e la caparbietà pomposa. Si potrebbe predire che tutto questo richiederà tempo.

Il processo sarà lungo e faticoso, come lo è stata la strada dal falso progressismo alla vigilia della Rivoluzione Francese – quando un vescovo poteva essere ritenuto furbo se si prendeva gioco dei dogmi e insinuava addirittura che l’esistenza di Dio non fosse affatto certa – al rinnovamento del XIX secolo. Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza. Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto.

A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, che è già morto, ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte. La Chiesa cattolica sopravvivrà nonostante uomini e donne, non necessariamente a causa loro, e comunque abbiamo ancora la nostra parte da fare. Dobbiamo pregare e coltivare la generosità, la negazione di sé, la fedeltà, la devozione sacramentale e una vita centrata in Cristo.” (Joseph Ratzinger)


 

Il card. Ratzinger sul Concilio Vaticano II con la risposta ai Vescovi cileni sulla posizione di mons. Lefebvre

Riportiamo integralmente l’indirizzo dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, alla Conferenza Episcopale Cilena (13 luglio 1988), sul tema allora di grande imponenza: la crisi “del” o solo “dopo” il Concilio? e le rivendicazioni di mons. Lefebvre.
Come potrete notare dai ragionamenti svolti: considerare il Vaticano II per quello che è, cioè un “concilio meramente pastorale”, il quale per sua espressa volontà (attraverso i Papi stessi) ha “scelto di rimanere a un livello modesto”, non è una “deriva modernista o progressista”, perché il cardinal Ratzinger, il futuro Benedetto XVI, afferma chiaramente che la FSSPX non ha ragione delle accuse che rivolge alla Chiesa e ai Papi e ha scelto la strada sbagliata con rivendicazioni ingiuste, spiegandone i motivi.

Negli ultimi mesi abbiamo lavorato molto intorno al caso Lefebvre, con l’intenzione sincera di creare per il suo movimento un spazio all’interno della Chiesa, spazio che sarebbe stato sufficiente perché esso potesse vivere. La Santa Sede è stata criticata per questo. Si dice che non ha difeso il Concilio Vaticano II con energia sufficiente; che, mentre ha trattato i movimenti progressisti con severità grande, ha mostrato una simpatia esagerata con la rivolta tradizionalista. Lo sviluppo degli eventi è sufficiente per confutare queste asserzioni. L’[accusa di] rigorismo del Vaticano di fronte alle deviazioni dei progressisti, presentato in modo mitico, è apparsa essere soltanto un discorso vuoto. Finora, infatti, sono stati pubblicati soltanto dei moniti; in nessun caso ci sono state pene canoniche rigorose in senso stretto. Ed il fatto che, quando le cose si sono messe male, Lefebvre ha ritrattato un accordo che già era stato firmato, indica che la Santa Sede, se ha fatto concessioni davvero generose, non gli ha garantito quella licenza completa che egli desiderava. Lefebvre ha visto che, nella parte fondamentale dell’accordo, era obbligato ad accettare il Vaticano II e le affermazioni del Magistero post conciliare, secondo l’autorità propria di ogni documento.

C’è una contraddizione evidentissima nel fatto che è proprio chi non ha perso occasione per far conoscere al mondo la propria disobbedienza al Papa ed alle dichiarazioni magisteriali degli ultimi 20 anni, che pensa di avere il diritto di giudicare che questo atteggiamento è troppo blando e che desidera che si fosse insistito su un’obbedienza assoluta al Vaticano II. Così pure costoro sostengono che il Vaticano ha concesso il diritto di dissentire a Lefebvre, diritto che è stato rifiutato ostinatamente ai fautori di una tendenza progressista.

  • In realtà, l’unico punto che è affermato nell’accordo, secondo Lumen Gentium 25, è il fatto limpido che non tutti i documenti del Concilio hanno la stessa autorità. Per il resto, è stato indicato esplicitamente, nel testo che è stato firmato, che le polemiche pubbliche devono essere evitate e che è richiesto un atteggiamento di rispetto positivo per le decisioni ufficiali e le dichiarazioni.

È stato concesso, in più, che la Fraternità San Pio X possa presentare alla Santa Sede – la quale si riserva l’esclusivo diritto di decisione – le sue difficoltà particolari rispetto alle interpretazioni delle riforme giuridiche e liturgiche. Tutto ciò mostra che in questo dialogo difficile Roma ha unito chiaramente la generosità, in tutto quello che è negoziabile, alla fermezza nel necessario. La spiegazione che Mons. Lefebvre ha dato, per la ritrattazione del suo accordo, è indicativa. Ha dichiarato che infine ha capito che l’accordo che ha firmato mira soltanto ad integrare la sua fondazione “nella Chiesa Conciliare”. La Chiesa Cattolica in unione con il Papa è, secondo lui, “la Chiesa Conciliare”, che ha rotto con il suo passato. Sembra effettivamente che non riesca più a vedere che qui si tratta della Chiesa Cattolica nella totalità della sua  Tradizione e che il Vaticano II appartiene ad essa.

Senza alcun dubbio, il problema che Lefebvre ha posto non è finito con la rottura del 30 giugno. Sarebbe troppo semplice rifugiarsi in una specie del trionfalismo e pensare che questa difficoltà abbia cessato di esistere dal momento in cui il movimento condotto da Lefebvre si è separato con una rottura formale con la chiesa. Un cristiano non può mai, o non dovrebbe, compiacersi di una rottura. Anche se è assolutamente certo che la colpa non può essere attribuita alla Santa Sede, è un dovere per noi esaminarci, tanto circa quali errori abbiamo fatto, quanto quali, persino ora, stiamo facendo. I criteri con cui giudichiamo il passato nel decreto del Vaticano II sull’ecumenismo devono essere usati – come è logico – per giudicare pure il presente.

Una delle scoperte fondamentali della teologia dell’ecumenismo è che gli scismi possono avvenire soltanto quando determinate verità e determinati valori della fede cristiana non sono più vissuti ed amati all’interno della chiesa. La verità che è marginalizzata diventa autonoma, rimane staccata dal tutto della struttura ecclesiastica ed è allora che un nuovo movimento si forma intorno ad essa. Dobbiamo riflettere su questo fatto: che tantissimi cattolici, lontani dalla cerchia stretta della fraternità di Lefebvre, vedono questo uomo come guida, in un certo senso, o almeno come alleato utile. Non bisognerà attribuire tutto a motivi politici, a nostalgia, o a fattori culturali di importanza secondaria. Queste cause non sono capaci di spiegare l’attrattiva che è sentita anche dai giovani, e particolarmente dai giovani, che vengono da molte nazioni davvero differenti e che sono immersi in realtà politiche e culturali completamente diverse. Certamente mostrano ciò che è, da ogni punto di vista, una prospettiva limitata e parziale; ma non c’è alcun dubbio che un fenomeno di questa portata sarebbe inconcepibile se non ci fossero qui all’opera dei valori, che generalmente non trovano sufficienti possibilità di realizzarsi all’interno della Chiesa di oggi.

Per tutti questi motivi, dobbiamo considerare tutta la questione soprattutto come l’occasione per un esame di coscienza. Dovremmo non avere paura di farci noi stessi domande fondamentali, circa i difetti della vita pastorale della Chiesa, che emergono da questi fatti. Così dovremmo poter offrire un posto all’interno della chiesa a coloro che lo stanno cercando e domandando e riuscire a eliminare ogni ragione per uno scisma. Possiamo rendere tale scisma privo di motivazioni rinnovando le realtà interne della chiesa. Ci sono tre punti, io penso, che è importante considerare.

Se ci sono molti motivi che potrebbero condurre tantissima gente cercare un rifugio nella liturgia tradizionale, quello principale è che trovano che essa ha conservato la dignità del sacro. Dopo il Concilio, ci sono stati molti preti che hanno elevato deliberatamente la “desacralizzazione” a livello di un programma, sulla pretesa che il nuovo testamento ha abolito il culto del tempio: il velo del tempio che è stato strappato dall’alto al basso al momento della morte di Cristo sulla croce è, secondo certuni, il segno della fine del sacro. La morte di Gesù, fuori delle mura della città, cioè, dal mondo pubblico, è ora la vera religione. La religione, se vuol avere il suo essere in senso pieno, deve averlo nella non sacralità della vita quotidiana, nell’amore che è vissuto. Ispirati da tali ragionamenti, hanno messo da parte i paramenti sacri; hanno spogliato le chiese più che hanno potuto di quello splendore che porta a elevare la mente al sacro; ed hanno ridotto la liturgia alla lingua e ai gesti di una vita ordinaria, per mezzo di saluti, i segni comuni di amicizia e cose simili.

Non c’è dubbio che, con queste teorie e pratiche, hanno del tutto misconosciuto l’autentica connessione tra il vecchio ed il nuovo testamento: s’è dimenticato che questo mondo non è il regno di Dio e che “il Santo di Dio” (Gv 6,69) continua ad esistere in contraddizione a questo mondo; che abbiamo bisogno di purificazione prima di accostarci a lui; che il profano, anche dopo la morte e la resurrezione di Gesù, non è riuscito a trasformarsi nel “santo”. Il Risorto è apparso, ma a quelli il cui il cuore era ben disposto verso di Lui, al Santo; non si è manifestato a tutti. È in questo modo che un nuovo spazio è stato aperto per la religione a cui tutti noi ora dobbiamo sottometterci; questa religione che consiste nell’accostarci alla famiglia del Risorto, ai cui piedi le donne si prostravano e lo adoravano. Non intendo ora sviluppare ulteriormente questo aspetto; mi limito sinteticamente a questa conclusione: dobbiamo riacquistare la dimensione del sacro nella liturgia. La liturgia non è una festa; non è una riunione con scopo di passare dei momenti sereni. Non importa assolutamente che il parroco si scervelli per farsi venire in mente chissà quali idee o novità ricche di immaginazione. La liturgia è ciò che fa sì che il Dio Tre volte Santo sia presente fra noi; è il roveto ardente; è l’alleanza di Dio con l’uomo in Gesù Cristo, che è morto e di nuovo è tornato alla vita. La grandezza della liturgia non sta nel fatto che essa offre un intrattenimento interessante, ma nel rendere tangibile il Totalmente Altro, che noi [da soli] non siamo capaci di evocare. Viene perché vuole. In altre parole, l’essenziale nella liturgia è il mistero, che è realizzato nel ritualità comune della Chiesa; tutto il resto lo sminuisce. Alcuni cercano di sperimentarlo secondo una moda vivace, e si trovano ingannati: quando il mistero è trasformato nella distrazione, quando l’attore principale nella liturgia non è il Dio vivente ma il prete o l’animatore liturgico.

Oltre alle questioni liturgiche, i punti centrali del conflitto attualmente sono la presa di posizione di Lefebvre contro il decreto che tratta della libertà religiosa ed al cosiddetto spirito di Assisi. È qui che Lefebvre stabilisce le linee di demarcazione fra la sua posizione e quella della chiesa cattolica.

C’è poco da dire: ciò che sta dicendo su questi punti è inaccettabile. Qui non vogliamo considerare i suoi errori, piuttosto desideriamo chiederci dove vi è mancanza di chiarezza in noi stessi. Per Lefebvre la posta in gioco è la battaglia contro il liberalismo ideologico, contro la relativizzazione della verità. Non siamo ovviamente in accordo con lui sul fatto che – capito secondo le intenzioni del papa – il testo del Concilio o la preghiera di Assisi inducano al relativismo.

È un’operazione necessaria difendere il Concilio Vaticano II nei confronti di Mons. Lefebvre, come valido e come vincolante per Chiesa. Certamente c’è una mentalità dalla visuale ristretta che tiene conto solo del Vaticano II e che ha provocato questa opposizione. Ci sono molte presentazioni di esso che danno l’impressione che, dal Vaticano II in avanti, tutto sia stato cambiato e che ciò che lo ha preceduto non abbia valore o, nel migliore dei casi, abbia valore soltanto alla luce del Vaticano II.

  • Il Concilio Vaticano II non è stato trattato come una parte dell’intera tradizione vivente della Chiesa, ma come una fine della Tradizione, un nuovo inizio da zero. La verità è che questo particolare concilio non ha affatto definito alcun dogma e deliberatamente ha scelto di rimanere su un livello modesto, come concilio soltanto pastorale; ma molti lo trattano come se si fosse trasformato in una specie di super-dogma che toglie l’importanza di tutto il resto.

Questa idea è resa più forte dalle cose che ora stanno accadendo. Quello che precedentemente è stato considerato la più santa – la forma in cui la liturgia è stata trasmessa – appare improvvisamente come la più proibita di tutte le cose, l’unica cosa che può essere impunemente proibita. Non si sopporta che si critichino le decisioni che sono state prese dal Concilio; d’altra parte, se certuni mettono in dubbio le regole antiche, o persino le verità principali della fede – per esempio, la verginità corporale di Maria, la Resurrezione corporea di Gesù, l’immortalità dell’anima, ecc. – nessuno protesta, o soltanto lo fa con la più grande moderazione. Io stesso, quando ero professore, ho visto come lo stesso Vescovo che, prima del Concilio, aveva licenziato un insegnante che era realmente irreprensibile, per una certa crudezza nel discorso, non è stato in grado, dopo il Concilio, di allontanare un professore che ha negato apertamente verità della fede certe e fondamentali.

  • Tutto questo conduce tantissima gente chiedersi se la Chiesa di oggi è realmente la stessa di ieri, o se l’hanno cambiata con qualcos’altro senza dirlo alla gente. La sola via nella quale il Vaticano II può essere reso plausibile è di presentarlo così come è: una parte dell’ininterrotta, dell’unica tradizione della Chiesa e della sua fede.

Non c’è il minimo dubbio che, nei movimenti spirituali dell’era post-conciliare, vi è stato frequentemente un oblio, o persino una soppressione, della questione della verità: qui forse ci confrontiamo con il problema oggi cruciale per la teologia e per il lavoro pastorale.

La verità è ritenuta essere una pretesa che è troppo elevata, un trionfalismo che non può essere assolutamente ancora consentito. Vedete chiaramente questo atteggiamento nella crisi che colpisce la pratica e l’ideale missionario. Se non facciamo della verità un punto importante nell’annuncio della nostra fede e se questa verità non è più essenziale per la salvezza dell’uomo, allora le missioni perdono il loro significato. In effetti la conclusione è stata tirata, ed è stata tirata oggi, che in futuro dobbiamo soltanto cercare che i cristiani siano buoni cristiani, i buoni musulmani dei musulmani, i buoni Indù dei buoni Indù, e così via. E se arriviamo a queste conclusioni, come facciamo a sapere quando uno è “un buon” cristiano, o “un buon” musulmano?

L’idea che tutte le religioni sono – a prenderle sul serio – soltanto i simboli di ciò che finalmente è incomprensibile, sta guadagnando terreno velocemente in teologia e già ha penetrato la pratica liturgica. Quando le cose giungono a questo punto, la fede è lasciata alle spalle, perché la fede realmente consiste nell’affidarsi alla verità per quanto è conosciuta. Dunque, in questa materia, ci sono tutte le ragioni per ritornar sulla retta via.

Se ancora una volta riusciremo a evidenziare e vivere la pienezza della religione cattolica circa questi punti, possiamo sperare che lo scisma di Lefebvre non sia di lunga durata.

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