Il brutto di Bello. Fede e ideologia in Tonino Bello/1

Verso gli “ideali della Resistenza”. Gli anni orribili dei catechismi sincretisti della CEI. Quelle “buone intenzioni” che favoriscono sempre le peggiori cose. E Montini nel 1954 si inventa “Pax Christi”… e sarà l’ennesima piaga sul corpo della Sposa di Cristo. 1970 Pax Christi “non sa se la Chiesa è adatta” al progetto della pace. Don Tonino: dai “diritti di stola” ai “doveri di grembiule”.

La giustizia secondo Tonino Bello scaturisce dunque dalla “formazione politica” del futuro sacerdote, naturalmente una formazione pacifista, ossia di sinistra… giratevi le parole come volete, ma questo è il senso! Quel che è importante constatare è l’errata concezione che mons. Bello ha della preparazione del sacerdote. E a correggerlo, guarda il caso, è proprio Benedetto XVI che in tutto l’Anno Sacerdotale non ha fatto altro che richiamare i formatori dei seminari e i seminaristi stessi a dissociarsi da una “formazione politica”. La giustizia di mons. Bello è, invece, pacifista. Dopo la nomina a vescovo, forse tentando di imitare Paolo VI quando si tolse la tiara, Bello rinuncia ai “segni di potere” (dopo averne distorto il significato) e ne capovolge, volutamente, il senso, facendoli diventare il “Potere dei Segni”: nasce così la “sua” Casa della Pace, che avrà come emblema non il Crocifisso, ma la bandiera della pace.

VERSO GLI “IDEALI DELLA RESISTENZA”

Siamo negli anni ’90. Epoca di guerra nel Golfo e nei Balcani, che la stessa Santa Sede considerò necessaria, per ragioni evidentissime. All’improvviso, applaudito dal mondo, balza all’onore delle cronache un prelato salentino: don Tonino Bello. Che si dipinge come “pacifista”: un antesignano! Chi è costui? Da dove spunta fuori?

Ricostruire la complessa figura di un vescovo della santa Chiesa è sempre una seria responsabilità. Specie quando di questo vescovo se ne è fatta una icona: di perfezione, di santità, intoccabile; e di conseguenza qualsiasi cosa si volesse analizzare, solo per capirci qualcosa, rischia di essere letta come una provocazione gratuita, alimentare incomprensioni. Pertanto, sottolineando che nessuno qui vuole giudicare i sentimenti, la fede e grande cuore caritatevole del vescovo di Molfetta, e memori dell’8° comandamento che ci ammonisce di non dire “falsa testimonianza”, ci sia concesso, solo per dovere della ragione, di andare a toccare quei punti che molti o non gradiscono o vogliono fingere di non vedere nell’epopea toninobellista.

Tonino Bello, anni ’50, ancora seminarista.

Chi è mons. Tonino Bello e da dove spunta fuori, dunque?

Non vogliamo ridurci ad una biografia, cerchiamo di puntare subito sulla sua vocazione sacerdotale: ce lo raccontano come un buon sacerdote, uno fra quelli che credeva davvero in quel “rinunciare tutto a se stesso” per dedicarsi all’altro, chiunque egli fosse. Viene dal “popolo”, dicevano; più semplicemente viene da condizioni normali, da una famiglia dignitosa e semplice: il padre è carabiniere, onesto e “fedele all’arma”, la madre casalinga. Nasce nel 1935 e vive una fede semplice e popolana quanto si vuole, ma all’interno di un contesto politico ben preciso e che ben conosciamo, e che influenzerà le sue scelte politiche, spingendosi, naturalmente, verso gli “ideali della Resistenza”, verso i “preti operai”, verso una Chiesa per la quale il movimento modernista, condannato da san Pio X ufficialmente, già agitava le acque sbandierando una grande “apertura”, “brecce”, immani cambiamenti… che più tardi assumeranno ciascuno i caratteri di una esplosione, di una voragine, una palingenesi la più isterica.

Don Tonino diventa sacerdote (con il rito antico) nel 1957, e mantiene come ideale di vita quel “rinunciare a tutto” fuorché alle sue idee, alle sue opinioni che intravede come un “carisma” attraverso il quale “osare” anche al di là delle “rigide prescrizioni ecclesiali”, come spesso le liquidava. Tuttavia va subito detto che quando si è trovato a gestire il seminario, insegnava sempre l’obbedienza e la fedeltà al Sommo Pontefice… purtroppo però, e come ben vediamo oggi, l’obbedienza e la fedeltà al Papa è stata ridotta spesso ad una facciata di comodo, ad una sorta di compromesso fra le nostre idee e le normative della Chiesa, come a dire: obbediamo pure al Papa, gli siamo fedeli riconoscendogli il primato (altrimenti non potremmo essere nella Chiesa), salvo poi applicare la dottrina della Chiesa a seconda delle nostre opinioni.

Del suo periodo presbiterale (senza giudicare le intenzioni del suo cuore che supponiamo caritatevole) non vi è molto da dire se non quel vivere , respirare e nutrirsi dell’euforia del Concilio e del post, che saranno per Bello l’occasione perfetta per tirare fuori la sua idea, la sua immagine di Chiesa senza mai, è naturale, porsi contro la Chiesa o contro il Papa. Al contrario, cerca sempre consenso dal Papa, consensi pure dai vescovi con i quali entra in contatto, e dai quali ottenere sempre utili compromessi per “cambiare” quelle porzioni di Chiesa nelle quali viene inviato.

GLI ANNI ORRIBILI DEI CATECHISMI SINCRETISTI DELLA CEI

Bello è il primo vescovo a impugnare nelle Puglie la bandiera della “pace”: passò così gran parte del suo episcopato. Molti si chiesero dove fosse tutta questa “guerra” nella pacifica Puglia, che senso avesse tutto questo sbandieramento pacifista. Di che pace parlava questo vescovo? A cosa mirava?

Tonino Bello, capo carismatico di Pax Christi, sedicente organizzazione pacifista “cattolica”, impugna il suo vessillo: la bandiera pacifista.

A dirla tutta mons. Bello non fu tanto il “primo” vescovo ad impugnare la bandiera della pace (di fatto il primo fu mons. Montini, il futuro Paolo VI), quanto piuttosto il pastore che crederà, con quella bandiera, di poter raccogliere tutti i “poveri”, i derelitti, i perseguitati, gli affranti, gli “operatori di pace”. In una parola: trova in questa bandiera l’occasione e l’opportunità, secondo lui, di poter esprimere le testimonianze delle Beatitudini radunando, sotto tale vessillo, la gente che non riesce a trovare “altrove” quel che cerca. L’occasione gli verrà data non solo quando sarà nominato vescovo, ma soprattutto quando verrà messo alla guida di Pax Christi, il movimento, ahimè “cattolico”, internazionale per la pace.

Siamo nel 1985 quando la stessa CEI sta attraversando anch’essa uno dei peggiori periodi della sua storia, e della storia della Chiesa. Sono gli anni dei “Catechismi CEI”, una orripilante riscrittura sincretista del catechismo cattolico, completamente sfigurato quando non asssente proprio dell’essenza dottrinale; nel frattempo, senza che vi fosse alcun documento ufficiale, era stato “vietato” nelle parrocchie l’uso del Catechismo detto di san Pio X, e quello “Nuovo” giunse solo nel 1993. Di conseguenza, in questi anni, ci fu una vera anarchia catechetica. In questo clima pieno di euforie, sbronzature conciliari, arbitrarie applicazioni di ciò che avrebbe dovuto essere la vera Dottrina Sociale della Chiesa, “don” Tonino Bello è solo uno fra i tanti; ma che fra questi balzerà agli onori delle cronache per essere stato “geniale nell’uso della bandiera della pace” da una postazione di tutto rispetto, quella della direzione di Pax Christi, quella verso la quale i fedeli “confusi” avrebbero dovuto guardare per sapere in che direzione andare.

Appare subito evidente che la pace a cui fa riferimento mons. Bello, senza voler giudicare le sue intenzioni sicuramente buone (nè dimentichiamo che la tesi per il dottorato del Bello è sull’Eucarestia e sui Congressi Eucaristici, un concentrato di fede e dottrina ineccepibili, almeno nella sua teoria), è terrena, e per dirla con le parole di Benedetto XVI,”una pace orizzontale privata dell’asse verticale”.

QUELLE “BUONE INTENZIONI” CHE FAVORISCONO SEMPRE LE PEGGIORI COSE

Le intenzioni di don Tonino Bello erano senza dubbio fra le migliori, ma come dice Oscar Wilde: Le cose peggiori sono sempre state fatte con le migliori intenzioni. Anche Lutero si poneva le migliori domande, con le migliori intenzioni che un uomo possa rivolgere al proprio Dio, ma dove lo hanno condotto le sue superbe risposte? E potremmo fare molti altri esempi. Mons. Bello visse in un periodo in cui non fu l’unico ad avere le “migliori intenzioni”. Qualcuno dice che i “progressisti” sono migliori dei “tradizionali” perché hanno il cuore più grande e buono… Noi non intendiamo giudicare questi cuori, ce ne guardiamo bene, ma una cosa la possiamo fare: andare a guardare i frutti di queste intenzioni. Il primo frutto che abbiamo potuto analizzare è stata la rimozione della vergognosa bandiera della pace di cui abbiamo parlato qui. Quanto agli altri frutti, è importante non soffermarsi su quelli “materiali” della Caritas, della “Chiesa grembiule” (che analizzeremo più avanti), quanto piuttosto sul famoso andamento della “scristianizzazione” di cui tanto si parla e della quale spesso si rifiuta di studiare le origini. Insomma, se mons. Bello voleva evitare la scristianizzazione il suo metodo non ha funzionato; se invece voleva, attraverso la rivoluzione ecclesiale del post-concilio e la conseguente apostasia denunciata da Giovanni Paolo II, dare origine ad una Chiesa “sociale”, allora sì, c’è riuscito, ma è per questo che si diventa preti e vescovi? E’ questo il compito di un vescovo e della Chiesa stessa? Per questo Gesù Cristo è morto in croce?

Attenzione che l’uno non esclude l’altro, ossia, la fede e le opere vanno di pari passo: la fede senza le opere (carità) è vana, così come le opere, la carità, senza Dio, senza la fede, sono inutili, non servono alla salvezza delle anime, mentre ci ammonisce l’Apostolo che la prima forma della Carità non è l’elemosina o il grembiule in senso lato, ma è la Verità la quale, essendo Cristo Persona, mendica da noi l’essere accolta, e accogliendola ci introduce inesorabilmente alla fede .

La Madonna a Fatima disse ai tre pastorelli che una moltitudine di gente andava all’Inferno e rischiava di andarci non perché non vi fosse chi li sfamasse, ma perché non c’era chi pregasse per loro e per la loro conversione, non c’era chi si occupasse delle anime! Senza nulla togliere alla bontà dei gesti che restano sempre auspicabili per noi cristiani, occorre diffidare dove non ci sono sostanziose conversioni. Diversamente, la carità di Bello si sarebbe fermata -vuoi per dolo vuoi per casualità, non sta a noi giudicare- all’atto materiale. Ma questo lo approfondiremo più avanti.

E’ opportuno chiedersi, allora, quanto dell’ingegnoso attivismo “belliano” fosse rivolto alla salvezza delle anime, ai battesimi sempre più in calo, e quante di queste energie furono consumate esclusivamente per l’attivismo sociale.

E MONTINI NEL 1954 SI INVENTA “PAX CHRISTI”. E SARÀ L’ENNESIMA PIAGA SUL CORPO DELLA SPOSA DI CRISTO

All’improvviso, Tonino Bello, cominciò a calcare tutti i palcoscenici, le tribune: Vangelo alla mano, parlava di “giustizia”. Però sempre di giustizia in questo mondo. Gesù è diventato un guerriero della pace e della giustizia a sentire questo vescovo col Vangelo in mano. Di che giustizia era alfiere? E Cristo di quale giustizia parla? Qual è la giustizia su questa terra secondo Cristo e quale quella secondo Bello?

Per approfondire queste domande sarebbe necessario scandagliare e contestualizzare la nascita del movimento cattolico Pax Christi nel 1954, partorito nientemeno che da un’idea di Giovanni Battista Montini. Sì, il futuro Paolo VI. Non abbiamo molto spazio per dire “tutto”, ma va subito detto che attualmente il sito ufficiale e la stessa organizzazione agiscono in disobbedienza alla Congregazione vaticana Fides per l’evangelizzazione dei popoli, la quale nel 2008 ha emanato un documento atto ad eliminare quella bandiera della pace ancora vergognosamente usata dal Movimento “cattolico” ed atta ad ingannare la gente e i fedeli sul suo autentico e sinistro significato.

Che cosa era Pax Christi all’origine e che cosa è diventata dopo il Sessantotto lo troviamo proprio nel loro rapporto storico che dice:

“L’impostazione iniziale del movimento internazionale e delle sezioni nazionali fu dunque prevalentemente spirituale, ma dopo la promulgazione della “Pacem in Terris” e l’avvento del Concilio Vaticano II, Pax Christi fu quasi costretta ad allargare il proprio campo di azione”. Non discutiamo sul fatto che “fu quasi costretta ad allargarsi” (da chi?), ma discutiamo in quale direzione volle allargarsi, come interpretò la “Pacem in Terris” e come il Concilio. E perchè non diventare paladino anche dell’altra enciclica di Giovanni XXIII sulla Chiesa “Mater et Magistra” senza dissociarla dall’altra? Se l’emblema di Pax Christi è questa bandiera anticattolica, e ancora non viene rimossa nonostante il comunicato ufficiale della Santa Sede, è legittimo sospettare che l’attuale Pax Christi del post-concilio, ha dirottato dalla Dottrina Sociale della Chiesa, trovando nel mondo il suo riferimento.

Abbiamo prove per dire questo? Sì: il Movimento originale di Pax Christi cessò di fatto nel ’68 a seguito delle contestazioni giovanili e della rivoluzione anticattolica. Il suo Statuto originale venne messo in discussione e poi addirittura abolito, e furono chiuse diverse sezioni. In sostanza non si voleva più essere guidati “dalla Chiesa”, ma si voleva diventare un Movimento spontaneo che avrebbe usato, senza dubbio, la “Pacem in Terris”, ma attraverso una nuova prospettiva, quella del mondo, quella modernista, quella materialista o, peggio, quella che in altre parti del mondo porterà alla Teologia della Liberazione. Infatti, sempre nel 1968 leggiamo negli atti storici:

“Il 31 dicembre 1968 la prima Marcia di Capodanno a Sotto il Monte – Bergamo dal titolo “La pace non è americana, come non è russa, romana o cinese; la pace vera è Cristo” (padre David Turoldo), voluta per contestare il modo consumistico di iniziare l’anno e per appoggiare l’impegno per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza”. In sé non vi è nulla di “peccaminoso” in questo, ma l’uso della bandiera pacifista, i moti che portarono ad abolire l’originale statuto, la chiusura delle sezioni storiche e quant’altro di associabile alla grave anarchia ecclesiale di quei tempi, il tutto ci porta ragionevolmente a sospettare non tanto della pace che si voleva portare, ma di un’altra cosa: di quale Cristo si parlava? Perché il danno maggiore di quegli anni, non dimentichiamolo, fu la spoliazione della divinità del Cristo, quello spogliarlo della Sua Chiesa e averne fatto un rivoluzionario pacifista, un Uomo eroico. E il fatto che David Turoldo sottolineasse spesso che la pace non fosse “romana” sappiamo perfettamente cosa significasse. Non è un mistero, infatti, che anche quest’altro sacerdote si lasciò abbondantemente sopraffare dal pacifismo nel quale e per il quale il vero nemico era diventato l’istituzione, e tutto ciò che aveva una gerarchia, delle dottrine da rispettare, veniva interpretato come ostacolo per la “pace di un Cristo” che non era più alla guida della Chiesa, ma ve ne era uscito spogliandosi di ogni ricchezza. Ecco il concetto di povertà che si voleva imporre alla Chiesa, al Papa e alla struttura ecclesiale in genere.

1970 PAX CHRISTI “NON SA SE LA CHIESA È ADATTA AL PROGETTO” DELLA PACE

Che prove abbiamo di ciò? Nel 1970 si studia il nuovo Statuto e si discute se Pax Christi debba o meno “continuare il suo lavoro nella Chiesa” e se la Chiesa in Italia “sia pronta e adatta a portare avanti il progetto della Pace”… ma dico, stiamo scherzando?!

E per duemila anni di storia la Chiesa cosa aveva portato? Senza dubbio portare la “pace vera di Cristo” significava muovere guerra al peccato e nelle intenzioni di Cristo non vi era e non vi è una Chiesa pacifista, bensì una Chiesa che con modi pacifici potesse proseguire la sua missione. Questo sì che era nell’intenzione anche di molti Santi come dimostrano queste parole di santa Caterina da Siena a Papa Gregorio XI: “Oimè, babbo mio dolce, Pace, v’imploro Pace – scrive la senese- acciò che tanti figliuoli non perdano l’eredità della vita eterna che il Cristo distribuisce nella santa Sua Chiesa, e che per riscatto non risparmiò di dare se stesso”, e parla di un emblema della Pace, di un vessillo: la Croce di Cristo.

Cupo ideologismo. Funerale secondo il rituale di Pax Christi. I funerali di Enrico Berliguer risultano più religiosi al confronto.

E così nel 1973 i “punti di riferimento per la nuova Pax Christi Internazionale e Nazionale sono la Pacem in Terris e il Concilio Vaticano II”. Così dicono. Tutto ciò che vi è prima di tali totem nella Chiesa, viene dal Movimento inesorabilmente cancellato, anche se, e qui stanno il paradosso e l’incomprensione, alla guida ci sarà sempre un vescovo. Ma l’espressione di un malcontento da parte della Santa Sede non tarderà ad arrivare. Nel 1978 il Consiglio Direttivo di Pax Christi Internazionale chiede al Vaticano di istituire un vicariato di solidarietà in Argentina. Ma il Vaticano rifiuta. Perchè vi trova ingerenza politica e strane affiliazioni con la TdL e, poichè Pax Christi si sente “libera” di agire come vuole, ha messo nello Statuto “la possibilità di essere membri corrispondenti là dove le dittature impediscono di lavorare, così possono diventare membri corrispondenti le madri della Plaza de Mayo”. Da qui si può comprendere anche l’atteggiamento, ragionevole, assunto poi da Giovanni Paolo II e già raccontato nel nostro sito, mentre ciò che non si comprende è l’atteggiamento generalmente permissivo della Santa Sede verso queste Associazioni che si fregiano del titolo di “cattolico”, ma di fatto non lo sono e continuano a confondere e ad ingannare fedeli e non.

Tornando così al soggetto dell’argomento, senza giudicare le sue buone intenzioni, ma solo riportando fatti che dimostrano la grave apostasia nella Chiesa e la grande confusione dottrinale, dal 1985, don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, diventa presidente nazionale “e leader carismatico, non solo di Pax Christi ma di tutto il movimento pacifista in Italia” fino al 1993, anno della sua morte. In neretto mettiamo il frasario usato dalla Nota storica del Movimento per farvi notare la gravità di quelle espressioni: dunque un vescovo “leader” e non solo di Pax Christi, ma anche di tutto il movimento “pacifista” in Italia.

DON TONINO: DAI “DIRITTI DI STOLA” AI “DOVERI DI GREMBIULE”

Il senso di giustizia di mons. Bello, senza giudicarne le sante intenzioni, si converte tuttavia in qualcosa di anomalo in relazione non soltanto alla Tradizione della Chiesa, ma allo stesso Vangelo. Ad esempio, nella famosa omelia dove “fonda” la sua Chiesa “grembiule”, don Tonino sminuisce in qualche modo la stola, la quale, dice, si potrebbe sostituire col grembiule per far comprendere alla gente e al sacerdote che questi è chiamato a servire. Poi si riprende e naturalmente comprende bene che il valore della stola non è opinabile e così associa con una battuta i due elementi, indicando la stola come il rovescio (naturalmente…) e il grembiule come diritto. Infine, pone la ciliegina sulla torta dicendo: “Nel nostro linguaggio canonico, ai tempi del seminario, c’era una espressione che oggi, almeno così pare, sta fortunatamente scomparendo: diritti di stola. E c’erano anche delle sottospecie colorate: stola bianca e stola nera. Ci sarebbe da augurarsi che il vuoto lessicale lasciato da questa frase fosse compensato dall’ingresso di un’altra terminologia nel nostro vocabolario sacerdotale: doveri di grembiule! Questi doveri mi pare che possano sintetizzarsi in tre parole chiave: condivisione, profezia, formazione politica“.

La giustizia secondo mons. Bello scaturisce dunque dalla “formazione politica” del futuro sacerdote, naturalmente una formazione pacifista, ossia di sinistra… giratevi le parole come volete, ma questo è il senso! Non ci interessa ora affrontare la destra o la sinistra politicamente parlando; anche perchè al momento il più pulito ci ha la rogna. Quel che è importante constatare è l’errata concezione che mons. Bello ha della preparazione del sacerdote. E a correggerlo, guarda il caso, è proprio Benedetto XVI che in tutto l’Anno Sacerdotale non ha fatto altro che richiamare i formatori dei seminari e i seminaristi stessi a dissociarsi da una “formazione politica”, ché Cristo non si interessò mai alle questioni puramente politiche, ché Cristo stabilì il diritto di Cesare ad avere la sua moneta, così come stabilì il dovere per i Suoi di essere rispettosi verso Cesare, ma al tempo stesso avere una formazione divina: “Siete nel mondo, ma non siete del mondo”. Chi l’ha detto, infatti, che per condividere, essere profetico, essere caritatevole, praticare la giustizia (quella di Dio), il cattolico debba avere una “formazione politica” o far parte di un Movimento?

La giustizia di mons. Bello è, invece, pacifista. Dopo la nomina a vescovo, forse tentando di imitare Paolo VI quando si tolse la tiara, Bello rinuncia ai “segni di potere” (dopo averne distorto il significato) e ne capovolge, volutamente, il senso, facendoli diventare il “Potere dei Segni”: nasce così la “sua” Casa della Pace, che avrà come emblema non il Crocifisso, ma la bandiera della pace.

  1. Continua

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