La nascita di Gesù: Dio si è fatto come noi

Da “L’infanzia di Gesù”, LEV, 2012.

2. La nascita di Gesù

«Mentre si trovavano in quel luogo [Betlemme], si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,6s).

Cominciamo il nostro commento dalle ultime parole di questo passo: per loro non c’era posto nell’alloggio. La meditazione, nella fede, di tali parole ha trovato in quest’affermazione un parallelismo interiore con la parola, ricca di contenuto profondo, del Prologo di san Giovanni: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11).

Per il Salvatore del mondo, per Colui, in vista del quale tutte le cose sono state create (cfr. Col 1,16), non c’è posto. «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Colui che è stato crocifisso fuori della porta della città (cfr. Eb 13,12) è anche nato fuori della porta della città.

Questo deve farci pensare, deve rimandarci al rovesciamento di valori che vi è nella figura di Gesù Cristo, nel suo messaggio. Fin dalla nascita Egli non appartiene a quell’ambiente che, secondo il mondo, è importante e potente. Ma proprio quest’uomo irrilevante e senza potere si rivela come il veramente Potente, come Colui dal quale, alla fine, dipende tutto. Fa quindi parte del diventare cristiani l’uscire dall’ambito di ciò che tutti pensano e vogliono, dai criteri dominanti, per entrare nella luce della verità sul nostro essere e, con questa luce, raggiungere la via giusta.

Maria pose il suo bimbo neonato in una mangiatoia (cfr. Lc 2,7). Da ciò si è dedotto con ragione che Gesù è nato in una stalla, in un ambiente poco accogliente – si sarebbe tentati di dire: indegno – che comunque offriva la necessaria riservatezza per l’evento santo.

ratzinger-nasce-gesu-1_5438373c134c2Nella regione intorno a Betlemme, si usano da sempre grotte come stalla (cfr. Stuhlmacher, Die Geburt des Immanuel, p. 51).

Già in Giustino martire († ca. 165) ed in Origene († ca. 254) troviamo la tradizione secondo cui il luogo della nascita di Gesù sarebbe stata una grotta, che i cristiani in Palestina indicavano. Il fatto che Roma, dopo l’espulsione dei Giudei dalla Terra Santa nel II secolo, abbia trasformato la grotta in un luogo di culto a Tammuz-Adone, intendendo evidentemente sopprimere la memoria cultuale dei cristiani, conferma l’antichità di tale luogo di culto e mostra anche la sua importanza nella valutazione romana. Spesso le tradizioni locali sono una fonte più attendibile che le notizie scritte. Si può quindi riconoscere una misura notevole di credibilità alla tradizione locale betlemmita, alla quale si riallaccia anche la Basilica della Natività. Maria avvolse il bimbo in fasce. Senza alcun sentimentalismo, possiamo immaginare con quale amore Maria sarà andata incontro alla sua ora, avrà preparato la nascita del suo Figlio.

La tradizione delle icone, in base alla teologia dei Padri, ha interpretato mangiatoia e fasce anche teologicamente. Il bimbo strettamente avvolto nelle fasce appare come un rimando anticipato all’ora della sua morte: Egli è fin dall’inizio l’Immolato, come vedremo ancora più dettagliatamente riflettendo sulla parola circa il primogenito. Così la mangiatoia veniva raffigurata come una sorta di altare. Agostino ha interpretato il significato della mangiatoia con un pensiero che, in un primo momento, appare quasi sconveniente, ma, esaminato in modo più attento, contiene invece una profonda verità. La mangiatoia è il luogo in cui gli animali trovano il loro nutrimento. Ora, però, giace nella mangiatoia Colui che ha indicato se stesso come il vero pane disceso dal cielo – come il vero nutrimento di cui l’uomo ha bisogno per il suo essere persona umana.

È il nutrimento che dona all’uomo la vita vera, quella eterna. In questo modo, la mangiatoia diventa un rimando alla mensa di Dio a cui l’uomo è invitato, per ricevere il pane di Dio. Nella povertà della nascita di Gesù si delinea la grande realtà, in cui si attua in modo misterioso la redenzione degli uomini. La mangiatoia rimanda – come si è detto – ad animali, per i quali essa è il luogo del nutrimento. Nel Vangelo non si parla qui di animali. Ma la meditazione guidata dalla fede, leggendo l’Antico e il Nuovo Testamento collegati tra loro, ha ben presto colmato questa lacuna, rinviando ad Isaia 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende».

Peter Stuhlmacher annota che probabilmente anche la versione greca di Abacuc 3,2 ebbe un certo influsso: «In mezzo ai due esseri viventi […] tu sarai conosciuto; quando sarà venuto il tempo, tu apparirai» (cfr. Die Geburt des Immanuel, p. 52).

Con i due esseri viventi si intendono evidentemente i due cherubini che, secondo Esodo 25,18-20, sul coperchio dell’arca dell’alleanza indicano e insieme nascondono la misteriosa presenza di Dio. Così la mangiatoia diventerebbe in certo qual modo l’arca dell’alleanza, in cui Dio, misteriosamente custodito, è in mezzo agli uomini, e davanti alla quale per «il bue e l’asino», per l’umanità composta di Giudei e gentili, è giunta l’ora della conoscenza di Dio.

Nella singolare connessione tra Isaia 1,3; Abacuc 3,2; Esodo 25,18-20 e la mangiatoia appaiono quindi i due animali come rappresentazione dell’umanità, di per sé priva di comprensione, che, davanti al Bambino, davanti all’umile comparsa di Dio nella stalla, arriva alla conoscenza e, nella povertà di tale nascita, riceve l’epifania che ora a tutti insegna a vedere. L’iconografia cristiana già ben presto ha colto questo motivo. Nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all’asino.

Dopo questa piccola divagazione torniamo al testo del Vangelo.

Lì si legge: Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito» (Lc 2,7). Che cosa significa? Il primogenito non è necessariamente il primo di una serie successiva. La parola «primogenito» non rimanda ad una numerazione che procede, ma indica una qualità teologica espressa nelle più antiche raccolte di leggi di Israele. Nelle prescrizioni per la Pasqua si trova la frase: «Il Signore disse a Mosè: “Consacrami ogni essere che esce per primo dal seno materno tra gli Israeliti: ogni primogenito di uomini o di animali appartiene a me”» (Es 13,1s). «Riscatterai ogni primogenito dell’uomo tra i tuoi discendenti» (Es 13,13). Così la parola circa il primogenito è già anche un rimando anticipato alla narrazione seguente sulla presentazione di Gesù al Tempio.

Comunque, con questa parola si accenna ad una particolare appartenenza di Gesù a Dio. La teologia paolina, in due tappe, ha ulteriormente sviluppato il pensiero circa Gesù quale primogenito. Nella Lettera ai Romani, Paolo chiama Gesù «il primogenito tra molti fratelli» (8,29): da Risorto, Egli è ora in modo nuovo «primogenito» e al contempo l’inizio di una moltitudine di fratelli. Nella nuova nascita della Risurrezione, Gesù non è più soltanto il primo secondo la dignità, ma è Colui che inaugura una nuova umanità. Dopo l’avvenuto abbattimento della porta ferrea della morte, sono ora in molti a potervi passare insieme con Lui: tutti coloro che nel Battesimo sono morti e risorti con Lui.

Nella Lettera ai Colossesi, questo pensiero viene ancora allargato: Cristo viene chiamato il «primogenito di tutta la creazione» (1,15) e il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (1,18). «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui» (1,16). «Egli è principio» (1,18). Il concetto della primogenitura acquisisce una dimensione cosmica. Cristo, il Figlio incarnato, è, per così dire, la prima idea di Dio e precede ogni creazione, la quale è ordinata in vista di Lui e a partire da Lui. Con ciò è anche principio e termine della nuova creazione, che ha preso inizio con la Risurrezione. In Luca non si parla di tutto ciò, ma per i lettori posteriori del suo Vangelo per noi – sulla povera mangiatoia nella grotta di Betlemme sta già questo splendore cosmico: qui il vero primogenito dell’universo è entrato in mezzo a noi. «C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,8s). I primi testimoni del grande evento sono pastori che vegliano.

Si è riflettuto molto su quale significato possa avere il fatto che proprio dei pastori abbiano ricevuto per primi il messaggio. Mi sembra che non sia necessario investire troppo acume in tale questione.

Gesù nacque fuori della città in un ambiente in cui tutt’intorno vi erano pascoli in cui i pastori portavano i loro greggi. Era quindi normale che essi, in quanto i più vicini all’evento, venissero chiamati per primi alla mangiatoia. Naturalmente si può subito sviluppare il pensiero: forse non soltanto esteriormente, ma anche interiormente essi vivevano più vicini all’evento che non i cittadini, i quali dormivano tranquillamente. Anche interiormente non erano lontani dal Dio fattosi bambino. Collima con questo il fatto che appartenevano ai poveri, alle anime semplici, che Gesù avrebbe benedetto, perché soprattutto ad essi è riservato l’accesso al mistero di Dio (cfr. Lc 10,21s). Essi rappresentano i poveri di Israele, i poveri in generale: i destinatari privilegiati dell’amore di Dio. Un ulteriore accento fu poi apportato soprattutto dalla tradizione monastica: i monaci erano persone che vegliavano. Essi volevano essere desti in questo mondo, già mediante la loro preghiera notturna, ma poi soprattutto vegliare interiormente, essere aperti alla chiamata di Dio attraverso i segni della sua presenza. Infine, si può ancora pensare al racconto della scelta di Davide come re. Saul, in quanto re, era stato ripudiato da Dio. Samuele viene mandato a Betlemme da Iesse, per ungere re uno dei suoi figli, che il Signore gli avrebbe indicato. Nessuno dei figli che si presentano davanti a lui è quello prescelto.

Manca ancora il più giovane, ma questi sta pascolando il gregge, spiega Iesse al profeta. Samuele lo fa richiamare dal pascolo, e secondo l’indicazione di Dio unge il giovane Davide «in mezzo ai suoi fratelli» (cfr. 1 Sam 16,1-13). Davide viene dalle pecore che egli pasce, e viene costituito pastore d’Israele (cfr. 2 Sam 5,2). Il profeta Michea guarda verso un futuro lontano ed annuncia che da Betlemme sarebbe uscito Colui che un giorno avrebbe pasciuto il popolo d’Israele (cfr. Mi 5,1-3; Mt 2,6). Gesù nasce tra i pastori. Egli è il grande Pastore degli uomini (cfr. 1 Pt 2,25; Eb 13,20).

Torniamo al testo della narrazione del Natale.

L’angelo del Signore si presenta ai pastori e la gloria del Signore li avvolge di luce. «Essi furono presi da grande timore» (Lc 2,9). L’angelo, però, dissipa il loro timore e annuncia loro «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10s). Viene loro detto che, come segno, avrebbero trovato un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. «E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del [suo] compiacimento”» (Lc 2,12-14). L’evangelista dice che gli angeli «parlano». Ma per i cristiani era chiaro fin dall’inizio che il parlare degli angeli è un cantare, in cui tutto lo splendore della grande gioia da loro annunciata si fa percettibilmente presente. E così, da quell’ora in poi, il canto di lode degli angeli non è mai più cessato. Continua attraverso i secoli in sempre nuove forme e nella celebrazione del Natale di Gesù risuona sempre in modo nuovo. Si può ben comprendere che il semplice popolo dei credenti abbia poi sentito cantare anche i pastori, e, fino ad oggi, nella Notte Santa, si unisca alle loro melodie, esprimendo col canto la grande gioia che da allora sino alla fine dei tempi a tutti è donata.

Ma che cosa hanno cantato – secondo la narrazione di san Luca – gli angeli? Essi connettono la gloria di Dio «nel più alto dei cieli» con la pace degli uomini «sulla terra». La Chiesa ha ripreso queste parole e ne ha composto un intero inno. Nei particolari, però, la traduzione delle parole dell’angelo è controversa. Il testo latino a noi familiare veniva reso fino a poco tempo fa così: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà».

Questa traduzione viene respinta dagli esegeti moderni – non senza buone ragioni come unilateralmente moralizzante. La «gloria di Dio» non è una cosa che gli uomini possono produrre («Sia gloria a Dio»). La «gloria» di Dio c’è, Dio è glorioso, e questo è davvero un motivo di gioia: esiste la verità, esiste il bene, esiste la bellezza. Queste realtà ci sono – in Dio – in modo indistruttibile. Più rilevante è la differenza nella traduzione della seconda parte delle parole dell’angelo. Ciò che fino a poco tempo fa veniva reso con «uomini di buona volontà» è espresso ora, nella traduzione della Conferenza Episcopale Tedesca, con «Menschen seiner Gnade» (uomini della sua grazia). Nella traduzione della Conferenza Episcopale Italiana si parla di «uomini, che egli ama».

Allora, però, ci si interroga: quali sono gli uomini che Dio ama? Ce ne sono anche alcuni che Egli non ama? Non ama forse tutti come creature sue? Che cosa dice dunque l’aggiunta: «che Dio ama»? Ci si può rivolgere una simile domanda anche di fronte alla traduzione tedesca. Chi sono gli «uomini della sua grazia»? Esistono persone che non sono nella sua grazia? E se sì, per quale ragione?

La traduzione letterale del testo originale greco suona: pace agli «uomini del [suo] compiacimento». Anche qui rimane naturalmente la domanda: quali uomini sono nel compiacimento di Dio? E perché? Ebbene, per la comprensione di questo problema troviamo un aiuto nel Nuovo Testamento. Nella narrazione del battesimo di Gesù, Luca ci racconta che, mentre Gesù stava in preghiera, il cielo si aprì e venne una voce dal cielo che diceva: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Lc 3,22). L’uomo del compiacimento è Gesù. Lo è, perché vive totalmente rivolto al Padre, vive guardando verso di Lui e in comunione di volontà con Lui.

Persone del compiacimento sono dunque persone che hanno l’atteggiamento del Figlio persone conformi a Cristo. Dietro alla differenza tra le traduzioni sta, in ultima analisi, la questione circa la relazione tra la grazia di Dio e la libertà umana.

Sono qui possibili due posizioni estreme: anzitutto l’idea dell’assoluta esclusività dell’azione di Dio, così che tutto dipende dalla sua predestinazione. All’altro estremo, invece, una posizione moralizzante, secondo la quale, in fin dei conti, tutto si decide mediante la buona volontà dell’uomo. La traduzione precedente, che parlava degli uomini «di buona volontà», poteva essere fraintesa in questo senso. La nuova traduzione può essere mal interpretata nel senso opposto, come se tutto dipendesse unicamente dalla predestinazione di Dio. L’intera testimonianza della Sacra Scrittura non lascia alcun dubbio sul fatto che nessuna delle due posizioni estreme è giusta. Grazia e libertà si compenetrano a vicenda, e non possiamo esprimere il loro operare l’una nell’altra mediante formule chiare. Resta vero che non potremmo amare se prima non fossimo amati da Dio.

La grazia di Dio sempre ci precede, ci abbraccia e ci sostiene. Ma resta vero anche che l’uomo è chiamato a partecipare a questo amore, non è un semplice strumento, privo di volontà propria, dell’onnipotenza di Dio; egli può amare in comunione con l’amore di Dio o può anche rifiutare questo amore. Mi sembra che la traduzione letterale – «del compiacimento» (o «del suo compiacimento») – rispetti al meglio questo mistero, senza scioglierlo in senso unilaterale.

Per quanto riguarda la gloria nel più alto dei cieli, qui, ovviamente, è determinante il verbo «è»: Dio è glorioso, è la Verità indistruttibile, l’eterna Bellezza. Questa è la certezza fondamentale e confortante della nostra fede. Esiste tuttavia – secondo i tre primi Comandamenti del Decalogo -, in modo subordinato, anche qui un compito per noi: impegnarci affinché la grande gloria di Dio non venga macchiata e travisata nel mondo; affinché alla sua grandezza e alla sua santa volontà venga resa la gloria dovuta.

Ora, però, dobbiamo riflettere ancora su un altro aspetto del messaggio dell’angelo.

In esso ritornano le categorie di fondo che caratterizzano la percezione di sé e la visione del mondo proprie dell’imperatore Augusto: soter (salvatore), pace, ecumene – qui, certo, allargate al di là del mondo mediterraneo e riferite al cielo e alla terra; e, infine, anche la parola circa la buona novella (euangélion). Questi parallelismi certamente non sono casuali.

Luca vuole dirci: ciò che l’imperatore Augusto ha preteso per sé è realizzato in modo più elevato nel Bambino, che è nato inerme e senza potere nella grotta di Betlemme e i cui ospiti sono stati poveri pastori. Reiser sottolinea con ragione che al centro di ambedue i messaggi sta la pace e che in ciò la pax Christi non è necessariamente in contrasto con la pax Augusti.

Ma la pace di Cristo supera la pace di Augusto come il cielo sovrasta la terra (cfr. Wie wahr ist die Weihnachtsgeschichte?, p. 460). Il confronto tra i due generi di pace non deve quindi essere visto in modo unilateralmente polemico. Augusto, in effetti, ha portato «per duecentocinquanta anni pace, sicurezza giuridica e un benessere, che oggi molti Paesi dell’antico impero romano possono ormai soltanto sognare» (ibid., p. 458).

Alla politica sono assolutamente lasciati il proprio spazio e la propria responsabilità. Dove però l’imperatore si divinizza e rivendica qualità divine, la politica oltrepassa i propri limiti e promette ciò che non può compiere. In realtà, anche nel periodo aureo dell’impero romano la sicurezza giuridica, la pace e il benessere non erano mai fuori pericolo, né mai pienamente realizzati. Basta uno sguardo alla Terra Santa per riconoscere i limiti della pax romana. Il regno annunciato da Gesù, il regno di Dio, è di carattere diverso. Esso interessa non soltanto il bacino mediterraneo e non soltanto una determinata epoca. Interessa l’uomo nella profondità del suo essere; lo apre verso il vero Dio. La pace di Gesù è una pace che il mondo non può dare (cfr. Gv 14,27).

In ultima analisi, si tratta qui della questione di che cosa significhino redenzione, liberazione e salvezza. Una cosa è ovvia: Augusto appartiene al passato; Gesù Cristo invece è il presente ed è il futuro: «lo stesso ieri e oggi e per sempre» (Eb 13,8). «Appena gli angeli si furono allontanati da loro […] i pastori dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia» (Lc 2,15s). I pastori si affrettarono. In maniera analoga l’evangelista aveva raccontato che Maria, dopo l’accenno dell’angelo alla gravidanza della sua parente Elisabetta, andò «in fretta» verso la città di Giuda, in cui vivevano Zaccaria ed Elisabetta (cfr. Lc 1,39). I pastori s’affrettarono certamente anche per curiosità umana, per vedere la cosa grande che era stata loro annunciata.

Ma sicuramente erano anche pieni di slancio a causa della gioia per il fatto che ora era veramente nato il Salvatore, il Messia, il Signore, di cui tutto era in attesa e che essi avevano potuto vedere per primi.

Quali cristiani s’affrettano oggi quando si tratta delle cose di Dio? Se qualcosa merita fretta – questo forse vuole anche dirci tacitamente l’evangelista – sono proprio le cose di Dio. L’angelo aveva indicato come segno ai pastori che avrebbero trovato un bambino avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia. Questo è un segno di riconoscimento: una descrizione di ciò che si poteva constatare con gli occhi. Non è un «segno» nel senso che la gloria di Dio si fosse resa evidente, così che si potesse dire con chiarezza: questi è il vero Signore del mondo. Niente di ciò. In tal senso, il segno è al contempo anche un non-segno: la povertà di Dio è il suo vero segno. Ma per i pastori, che avevano visto lo splendore di Dio sui loro pascoli, questo segno è sufficiente. Essi vedono dal di dentro. Vedono questo: ciò che l’angelo ha detto è vero. Così i pastori tornano con gioia. Glorificano e lodano Dio per quello che hanno udito e visto (cfr. Lc 2,20).