Il brutto di Bello. Fede e ideologia in Tonino Bello/3

Se ad applaudire un vescovo è un mondo scristianizzato, c’è da preoccuparsi. Il vescovo che invita alla “diserzione” e nega a Cesare quel che Cristo gli aveva riconosciuto: la sua “moneta”. A Cristo non gli frega niente di come Cesare spende la “moneta”: gli interessano le anime. Cristo distingue fra Cesare e “Mammona”. Cristo non è venuto a liberarci da Cesare; chi lo credette allora, lo abbandonò deluso. “Perché quest’olio profumato non lo si è venduto per 300 denari per darli ai poveri?”, così disse Giuda; perché era ladro, non buono. Gesù non toglie alcun povero dalla sua condizione. Don Ciotti: “I due miracoli di Bello per la beatificazione ci sono: l’elezione e la rielezione di Vendola”.

Tonino Bello parlava spesso di povertà ma riferendosi unicamente a quella materiale. Per poi avere il sinistro nell’accusare l’Occidente “opulento”. A quale povertà deve guardare il vescovo? Qual è la povertà secondo Cristo e quella secondo il mondo? Poi è lui il primo sponsor della beatificazione sociale dell’immigrato a prescindere, al quale si deve cieca e assoluta “accoglienza”, senza discernimento e distinzione. E’ davvero questa la carità cristiana? C’è un passo del Vangelo che, a mio parere, ci aiuta a comprendere l’errore in cui è caduto anche Tonino Bello e tutti i progressisti che vogliono dirsi cattolici. “Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: ‘Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?’. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: ‘Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me’” (Gv 12, 4-8). Naturalmente, non bisogna attribuire a mons. Bello l’intenzione di Giuda. È, però, importante comprendere da quale povertà Cristo voglia salvare le Anime. La beatificazione, che è un atto che non implica l’infallibilità della Chiesa come avverrebbe invece per una canonizzazione, sta subendo di recente una pericolosa pressione, quella del processare la vita del soggetto non più in base all’ortodossia delle fede, ma solo in virtù delle opere. In tal senso chiunque, anche non cattolico, verrebbe beatificato arrivando però a confondere i fedeli sui modelli da seguire e sull’essenza della Chiesa stessa, nonché della fedeltà al Credo. C’è una nuova moda del dopo-concilio ed è l’attivismo attraverso il quale si sta pretendendo di dare le fondamenta a quella “chiesa parallela” che procede, appunto, un pò per conto suo, con una mirata fede del fai-da-te, scardinata spesso dal Magistero bimillenario della Chiesa. Si stanno cercando anime da beatificare per dimostrare la valenza di questa duplice “missione” separando, di fatto, la Chiesa dottrinale e dogmatica dalla Chiesa dell’attivismo missionario, senza più dottrine come cartelli stradali, ma semplicemente il proprio attivo-buonismo.

SE AD APPLAUDIRE UN VESCOVO È UN MONDO SCRISTIANIZZATO, C’È DA PREOCCUPARSI

Falsificato e strumentalizzato come san Francesco: in questo manifesto i fan di Bello, pacifisti, comunisti, omosessualisti, abortisti, vendoliani, cercano di assimilarlo all’altro “compagno”, il povero san Francesco.

Qualcuno parla di Bello come il vescovo “modello del post-concilio”. Ad altri sembra colui che ha assecondato tutte le mode intellettuali e ideologiche del momento, le ha anticipate persino. Un vescovo che riscuote l’applauso del mondo, non dovrebbe far preoccupare? Il papa stesso ha detto che il destino della Chiesa sarà fino alla fine la persecuzione. E Cristo: “Beati voi quando a causa mia, diranno di voi, mentendo, ogni sorta di male”. Se il vescovo “modello” è colui che si fa applaudire, non potrebbe essere un gioco di specchi? Non è perché si è reso inoffensivo per il mondo?

Proviamo a rifletterci un po’. L’immagine scaturita da mons. Bello è stata abbondantemente colorita dai media come colorito era il vessillo che issava, la bandiera della pace.

Non sta a noi fare qui o altrove un processo di beatificazione o di condanna, ma senza dubbio è nostro dovere togliere quelle patine, nel nostro caso non di polvere ma dorate, che spesso si formano sui quadri da museo.

Non ci deve preoccupare affatto che un vescovo possa riscuotere l’applauso dei suoi discepoli o fedeli: questo è naturale ed auspicabile quanto più il vescovo è santo e con una dottrina impeccabile come san Carlo Borromeo, san Roberto Bellarmino, sant’Alfonso de Liguori, ecc… ma senza dubbio deve far preoccupare quando è il mondo sociale scristianizzato a beatificarlo!

Nell’Anno Sacerdotale Benedetto XVI ha proposto come modello di sacerdote il santo Curato d’Ars, san Giovanni Maria Vianney, e non l’ha fatto solo per rimediare, diplomaticamente, a quella “rottura” post-conciliare con il passato della Chiesa nella sua sconfinata Tradizione autentica, ma l’ha fatto proprio rievocando il significato dell’essere sacerdote, le dure persecuzioni che un vero sacerdote subisce non per le sue idee di mondo o di Chiesa, ma per trasmettere quelle dottrine custodite dalla Chiesa. Lo ha ripetuto riproponendolo, poi, durante ogni catechesi di quell’Anno straordinario, ad ogni incontro con i seminaristi, ad ogni incontro con i vescovi.

Non si può certo attribuire a Tonino Bello tutti i malanni della Chiesa postconciliare, né farne da parte nostra l’icona dell’eresia o della “nuova Chiesa”. Restando, però, esclusivamente ai dati fino a qui raccolti abbiamo abbastanza materiale per dubitare sul concetto di “modello di vescovo” che se ne vuol fare. Per esempio: senza dubbio egli ha suscitato persecuzione contro la sua persona, ma per quale motivo? In una sua breve raccolta biografica si legge: “L’inevitabile scontro con gli uomini politici si fa durissimo quando diventa presidente di Pax Christi: la battaglia contro l’installazione degli F16 a Crotone, degli Jupiter a Gioia del Colle, le campagne per il disarmo, per l’obbiezione fiscale alle spese militari, segneranno momenti difficili della vita pubblica italiana. Dopo gli interventi sulla guerra del Golfo venne addirittura accusato di incitare alla diserzione. Eppure c’è stata sempre una limpida coerenza nelle sue scelte di uomo, di cristiano, di sacerdote, di vescovo. E’ stato così coerente da creare imbarazzo perfino in certi ambienti, compresi quelli curiali: sapeva di essere diventato un vescovo scomodo. Ma la fedeltà al Vangelo è stata più forte delle lusinghe dei benpensanti e delle pressioni di chi avrebbe voluto normalizzarlo“.

IL VESCOVO CHE INVITA ALLA DISERZIONE E NEGA A CESARE QUEL CHE CRISTO GLI AVEVA RICONOSCIUTO: LA SUA “MONETA”

Accidenti! Vuoi vedere che il vero nemico di don Tonino Bello era la Chiesa di Roma? Non sarebbe una novità. Il “capro espiatorio”, come dai tempi di Cristo, l’unico vero Agnello immolato, continuerà a ripetersi in questo Corpo che è la Chiesa, Sua Sposa. Anche la Chiesa, come Cristo, viene infatti spesso usata quale capro espiatorio per difendere i propri interessi, per difendere le personali interpretazioni del Vangelo. Quale grandissima offesa egli subì da Roma che lo voleva “normalizzare” come vescovo? Essere “normale” come gli altri vescovi, come San Carlo Borromeo, come San Roberto Bellarmino… a quale abominio corrisponde? O era forse lui – o più probabilmente i suoi estimatori – a ritenere quei vescovi “anormali” perché perfettamente fedeli al Magistero? Cosa significa per questi interpreti del ministero sacerdotale dei nostri tempi essere “normali”, essere cristiani, essere cattolici?

Don Tonino Bello, come si legge in questo quadro chiarissimo, fu dunque perseguitato non in nome di Cristo o perché difendesse i sacramenti o la Chiesa stessa, ma per:

  • la battaglia contro l’installazione degli F16 a Crotone,
  • degli Jupiter a Gioia del Colle,
  • le campagne per il disarmo,
  • per l’obiezione fiscale alle spese militari,
  • venne addirittura accusato di incitare alla diserzione.

Ci chiediamo: è questo il compito di un vescovo, che qualcuno vorrebbe “modello” addirittura? No! Lo spiegò in molte occasioni Giovanni Paolo II quando richiamava i vescovi, specialmente influenzati dalla TdL, e lo ripete oggi Benedetto XVI.

Esiste una moneta da dare a Cesare: gli appartiene, è sua e gli è stata data da Dio. Sì, non scandalizziamoci. L’autorità di Cesare è data da Dio e, senza dubbio, tuttavia, compito del cristiano è vegliare sul fatto che Cesare non sperperi questa moneta contro i popoli, non la usi per uccidere. Attenzione, però: il dovere della difesa è sancito dalla Bibbia. Di conseguenza Cesare ha il dovere – e il diritto – di usare questa moneta per costruirsi un esercito. Un esercito che non vada per il mondo a soffocare con prepotenza altri popoli, ma per difendere la propria popolazione da attacchi nemici. Il cristiano deve porgere l’altra guancia se attaccato, ma ha anche il dovere e il diritto, realisticamente, se può, di difendere la propria famiglia da chi la volesse massacrare.

A CRISTO NON GLI FREGA NIENTE DI COME CESARE SPENDE LA “MONETA”: GLI INTERESSANO LE ANIME

Purtroppo il progressismo cattolico è diventato cieco e non ha alcuna intenzione di mollare la sua nuova interpretazione pacifista della Bibbia. Riprendiamo un attimo le parole di Gesù perché sono importantissime, atte a smascherare ogni falso modello nel suo discepolato.

I farisei, ansiosi di tendere un tranello a Gesù, gli mandarono i loro seguaci, assieme agli erodiani, parteggianti per la politica di Roma, per porgli questa domanda: “E’ lecito pagare il tributo a Cesare?” (Matteo 22,17).

Il tributo di allora aveva carattere di assoggettamento: era una contribuzione imposta da un conquistatore ad un vinto (Roma aveva conquistato la Palestina con la forza delle armi). Gesù iniziò con lo smascherare il gioco degli inviati dicendo: “Ipocriti, perché mi tentate con questo tranello?” Dopodiché, dopo essersi fatta mostrare la moneta del tributo e avendo fatto notare l’effige che sopra vi era impressa, disse loro “Date a Cesare ciò che appartiene a Cesare e a Dio ciò che appartiene a Dio”.

Dove sta la vera rivoluzione del Cristo? Sta nel fatto che Egli non si preoccupa affatto di come Cesare spenda la sua moneta (essa gli appartiene): a Gesù preme, invece, ammonire chi vuole seguire Dio di “dare a Dio ciò che gli appartiene”. Il Signore non ha una moneta da difendere, ma ha anime da salvare. La preoccupazione del Cristo, pertanto, non è in difesa del pacifismo e contro gli “armamenti”. Vuole piuttosto che Cesare si rammenti che le anime appartengono a Dio ed ovviamente, poi, l’atteggiamento di Cesare diventa una conseguenza in quello stare con Dio o contro Dio.

CRISTO DISTINGUE FRA CESARE E “MAMMONA”

Un altro esempio? “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a Mammona” (Mt 6,24). Spiegano i Padri della Chiesa che Mammona non è un Cesare legittimo. Non c’è nulla che appartenga a Mammona e per questo Gesù le si riferisce quasi ironico. Niente appartiene di diritto a Mammona. Neanche il suo nome: Paolo di Tarso lo chiamava Belial, Leopardi lo chiamava Arimane, ma lo si potrebbe chiamare ancora “vitello d’oro”. Non ha neppure una “moneta con la sua effige”. Mammona è, più semplicemente, un intruso, un impostore, un ladro, un tiranno che si insinua come un’ideologia. Per questo Gesù usa parole differenti nel dire di Cesare e nel dire di Mammona: non sono la stessa cosa! Semmai, dunque, siamo chiamati a combattere “Mammona” e non il Cesare di turno.

Chi ci conferma questa interpretazione? A parte che la citazione sulla spiegazione di chi è “mammona” viene dai Padri della Chiesa, leggiamo ancora un altro passo del Vangelo che riguarda sempre il danaro. È meno citato, ma molto interessante. Gesù ebbe a che fare con una tassa e, questa volta, non si trattava di dare un tributo al vincitore ma di una imposta stabilita dalla stessa nazione giudea per la manutenzione del tempio, perché richiesta dall’occupante romano che traeva contributi anche per il Tempio (cf. Mt 17, 24-36).

Gli esattori di questa tassa vennero da san Pietro e gli domandarono: “Il vostro maestro Gesù non paga la tassa?” Gesù disse a Pietro: “Vai in riva al lago, getta l’amo per pescare, e il primo pesce che abbocca tiralo fuori; aprigli la bocca e ci troverai una grossa moneta d’argento. Con questa moneta paga la tassa per me e per te”.

Pietro, pescatore di mestiere, ben fece tutto questo, obbedendo a quello che gli aveva detto Gesù e alla richiesta di una tassa da pagare. Qui osserviamo due cose: 1) Gesù pagherà la tassa solo per lui e per Pietro, ma non per gli altri eppure gli altri anche se erano presenti… 2) Gesù non fa obiezioni, quasi a riconoscere la liceità di quella tassa: altrimenti chi doveva pagare per il Tempio del Signore?

CRISTO NON È VENUTO A LIBERARCI DA CESARE. CHI LO CREDETTE ALLORA, LO ABBANDONÒ DELUSO

Qui non c’è solo il Tempio in mezzo, ma un pò tutto ciò che riguarda la società civile e la sua manutenzione e il modo in cui una Nazione si deve proteggere. Questo, però, è un altro discorso. Ecco cosa ha detto un articolo dell’Osservatore Romano, del gennaio 2010, spiegando questo passo del Vangelo: “Gli interventi del vescovo Ambrogio nelle questioni temporali dell’epoca, così come quelli dei vescovi di oggi, mettono in evidenza il fatto che ‘l’autonomia e l’indipendenza necessarie per l’agire della sfera politica e di quella religiosa non implicano mancanza di comunicazione o isolamento fra le stesse. Così, per esempio, il santo segnala l’esistenza di doveri religiosi propri della sfera di azione dell’autorità politica, che fanno riferimento sia alla libertà religiosa dei cittadini dell’impero sia all’onore dovuto a Dio’. (..) Sant’Ambrogio segnala ‘la necessità e l’obbligatorietà di questi interventi dell’autorità religiosa (i vescovi), quando sono in gioco l’onore o il bene delle anime’… la proposta di sant’Ambrogio sul modo d’intendere i rapporti fra l’autorità politica e quella religiosa, consta di due elementi centrali: la dualità degli ambiti e il riconoscimento della centralità di Dio nella storia degli uomini e delle comunità. Il primo permette ed esprime la maniera adeguata di dare ‘a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’; il secondo crea le condizioni affinché la comunità politica, agendo come tale, non dimentichi di dare ‘a Dio quello che è di Dio’. Ci sembra che questi due elementi siano fondamentali per una corretta comprensione del testo evangelico“.

Insomma, ciò che vogliamo sottolineare sono le diverse motivazioni che spinsero i discepoli e gli apostoli a seguire il Maestro da coloro che gli andarono dietro, ma poi se ne andarono delusi, perché credevano che Egli fosse venuto per liberarli da Cesare. Al contrario, Gesù insegna e dimostra che Lui non ha nulla contro Cesare, a patto che Cesare non voglia impedire ai figli di Dio di seguire Cristo o che non voglia imporre loro i suoi idoli, con tutto ciò che questo idolo comporta, naturalmente. Tutto il resto, invece, non apparteneva né appartiene ai compiti di Cristo, degli apostoli, della Chiesa. A buon intenditor…

“PERCHÈ QUEST’OLIO PROFUMATO NON LO SI È VENDUTO PER 300 DENARI PER DARLI AI POVERI?” COSì DISSE GIUDA. PERCHÈ ERA LADRO, NON BUONO

Tonino Bello parlava spesso di povertà ma riferendosi unicamente a quella materiale. Per poi avere il sinistro nell’accusare l’Occidente “opulento”. A quale povertà deve guardare il vescovo? Qual è la povertà secondo Cristo e quella secondo il mondo? Poi è lui il primo sponsor della beatificazione sociale dell’immigrato a prescindere, al quale si deve cieca e assoluta “accoglienza”, senza discernimento e distinzione. E’ davvero questa la carità cristiana?

In continuità alla risposta della 2° domanda, c’è un passo del Vangelo che, a mio modesto parere, ci aiuta a comprendere l’errore in cui è caduto anche mons. Bello e tutti i progressisti che vogliono dirsi cattolici. “Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: ‘Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?’. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: ‘Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me’” (Gv 12, 4-8).

Naturalmente, non bisogna attribuire a mons. Bello l’intenzione di Giuda. È, però, importante comprendere da quale povertà Cristo voglia salvare le Anime. Senza dubbio il Signore stesso, per mezzo dello Spirito Santo, ha suscitato e suscita nel tempo persone caritatevoli che hanno permesso, non dimentichiamolo, la nascita e la fioritura di ospedali, collegi, mense, le famose foresterie, nelle quali i monaci accoglievano, accudivano e sfamavano i viandanti. E senza dubbio anche il famoso brano “perché avevo fame, e voi mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato dell’acqua, ero straniero e mi avete ospitato nella vostra casa, ero nudo e mi avete dato dei vestiti, ero malato ed in prigione e siete venuti a trovarmi…” (cf. Mt 25, v 35 e ss), ci dice chiaramente quale sia la nostra missione. Tutto ciò, pertanto, non è messo in discussione. Al contrario, lo rammentiamo: la fede e le opere devono camminare e progredire insieme, mai separatamente: occorre, quindi, convertirsi e operare. Per comprendere, però, l’autentica povertà alla quale Cristo anela, della quale si preoccupa e per la quale è venuto nel mondo a morire sulla Croce, dobbiamo leggere questo breve passo: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui, ed egli con me” (Ap 3,20). Alcune domande ci interpellano immediatamente: abbiamo sentito questo bussare? Abbiamo aperto a Cristo? lo abbiamo ospitato in casa nostra?

Mons. Bello nella sua famosa lettera di Natale con “Auguri scomodi” imponeva a chi volesse festeggiare davvero il Natale di portare a casa un immigrato, anche se clandestino, poco importa, e così in molti suoi bellissimi appelli: inviti alla condivisione col “povero”, giustamente, da inseguire e da aiutare. Tutto giusto e tutto bello: come mai, però, non sentiamo prediche altrettanto commoventi sul Povero fra i poveri, sul Mendicante fra i mendicanti, che continua a bussare alle nostre porte e nessuno fra vescovi e prediche domenicali ci sollecita, ci impone di aprire?

GESÙ NON TOGLIE ALCUN POVERO DALLA SUA CONDIZIONE

Sopportatemi ancora con un altro passo poco citato ma importante: “Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita e lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta «Bella» a chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. Questi, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, domandò loro l’elemosina. Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: «Guarda verso di noi». Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa. Ma Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3, 1-6).

Qualcuno potrebbe obiettare col solito polpettone: “Scusami, qui Pietro dice che non aveva nulla da dargli, nè oro nè argento. Oggi, invece, la Chiesa è ricca….”. Qui casca l’asino perché in un altro passo degli Atti leggiamo: “Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisognodi ciascuno” (At 43-45).

Pietro aveva forse mentito al mendicante? Ovvio che no. Sfogliando il Vangelo appare evidente che in tutti i suoi interventi, miracolosi, prodigiosi o meno, Gesù non toglie nessun povero dalla condizione in cui lo trova e questo non perché non gli interessa, ma perché nella fede in Cristo il povero non è più tale e nella comunità trova rifugio e ristoro. Così ha funzionato, per duemila anni, la Chiesa, seppur fra tanti limiti e difetti. In queste condizioni, sono scaturite le vocazioni e i santi, sono emersi dottori e artisti: “I poveri infatti li avrete sempre con voi, ma non sempre avrete me”. Il vescovo deve fare in modo che la comunità a lui affidata si occupi, ovviamente, dei più bisognosi, ma nel concetto e nel contesto della famosa “gratuità” deve esserci anche il corrispettivo, ossia, il povero deve accogliere colui che ancora più mendicante di lui, perché Lui è re, attende di essere a sua volta accolto. Perché è nel Suo nome e nella comunità dove Lui vive che si può eliminare ogni povertà.

Invece, oggi accade che si impone al cristiano il dovere dell’accoglienza ma senza assolutamente “imporre”il dovere alla conversione. Occorre fare attenzione al termine “imporre” perché, nella sua etimologia e nel discorso evangelico, non significa quel concetto di obbligo senza scelta, ma più semplicemente: porre al di sopra di tutto, “in-sopra-porre“. Vuol dire, dunque, mettere Dio al di sopra di tutto e di tutti. Egli è il primo a mendicare e se non gli apriamo questa porta, rischieremo di sentirci dire “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (Mt 7, 21-23).

È saggezza unire la fede alla grande carità. È stoltezza vivere di fede senza le opere. È sapienza vivere ogni parola del Vangelo. È fede diabolica sapere che il Vangelo esiste senza conformare ad esso la nostra vita e senza sollecitare il prossimo verso questa ricchezza. “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (Sir. 7,40); e di quanto insegnano i santi: è meglio discendere nell’Inferno durante la vita piuttosto che doverci andare dopo la morte (CCC 1033-1037).

La povertà che Cristo vuole abolire è quella dell’Anima che rischia l’Inferno, e mentre dona alla Chiesa i supporti (la Provvidenza) per sovvenire alle opere materiali, Egli predilige e sollecita quelle spirituali dalle quali sopravvengono ogni ricchezza.

DON CIOTTI: “I DUE MIRACOLI DI BELLO PER LA BEATIFICAZIONE CI SONO: L’ELEZIONE E LA RIELEZIONE DI VENDOLA”

Oggi è aperta la causa di beatificazione di questo vessillo, di questa icona di strumentalizzazioni di tutti i pacifisti, comunisti, cattocomunisti, vendoliani sedicenti “cattolici” e loro sono stati gli sponsor di questa apertura. Don Ciotti disse: “I miracoli per la beatificazione di don Tonino sono due: il primo l’elezione di Vendola, il secondo la rielezione di Vendola”. Il vescovo della diocesi natale di Bello, Ugento, morendo e basandosi su queste parole di Ciotti, lanciò, però, il suo “anatema” contro quel mondanissimo processo di beatificazione. Sarà beato? Proviamo a fare, ricapitolando, da avvocati del diavolo.

Intanto ricordiamo che egli rinunciò ai segni della sua autorità vescovile, coerenza vuole che anche i suoi “discepoli” si attengano scrupolosamente a questa scelta personale e privata di don don Tonino Bello, ed evitare così di fare di lui stesso un segno. E però bisogna ricordare che l’episcopato non è un grado gerarchico, una prebenda ecclesiastica: è un sacramento che prevede l’unzione e che rappresenta il raggiungimento della pienezza del sacerdozio.

Tuttavia il Cattolicesimo vive di segni e di conseguenza il gesto di Bello di cancellare questi segni ma per tenersi il comando, l’autorità, ci impone la riflessione che egli non può essere quel modello di vescovo che la Tradizione stessa, ricca di segni, ci invita invece a seguire. E, poi, quale significato avrebbe essere un modello di vescovo del “dopo-concilio” se non quell’alimentare una rottura con i modelli del “passato”?

Conciliante invece sarebbe che l’immagine di tal vescovo, grande per la sua umanità, restasse nel “nascondimento” come lui stesso voleva e avrebbe voluto mentre, se proprio lo si volesse ricordare, i suoi discepoli potrebbero imitarlo nell’uso del grembiule… ma in quell’uso autentico, alla Madre Teresa di Calcutta per intenderci, alla san Filippo Neri, alla san Giovanni Bosco, alla san Francesco Saverio…

Insomma, beatificare un vescovo che è stato presidente di tutto il movimento pacifista in Italia, e non diciamo di Pax Christi attenzione, è una grave responsabilità.

La beatificazione, che è un atto che non implica l’infallibilità della Chiesa come avverrebbe invece per una canonizzazione, sta subendo di recente una pericolosa pressione, quella del processare la vita del soggetto non più in base all’ortodossia delle fede, ma solo in virtù delle opere. In tal senso chiunque, anche non cattolico, verrebbe beatificato arrivando però a confondere i fedeli sui modelli da seguire e sull’essenza della Chiesa stessa, nonché della fedeltà al Credo.

C’è una nuova moda del dopo-concilio ed è l’attivismo attraverso il quale si sta pretendendo di dare le fondamenta a quella “chiesa parallela” che procede, appunto, un pò per conto suo, con una mirata fede del fai-da-te, scardinata spesso dal Magistero bimillenario della Chiesa. Si stanno cercando anime da beatificare per dimostrare la valenza di questa duplice “missione” separando, di fatto, la Chiesa dottrinale e dogmatica dalla Chiesa dell’attivismo missionario, senza più dottrine come cartelli stradali, ma semplicemente il proprio attivo-buonismo. Si legga anche l’esempio di mons. Bruno Forte con il suo nuovo Credo: Credo la Chiesa, una, glocal e cattolica.

Potremmo concludere con le parole dell’arcivescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi, che nel marzo 2010 scrisse questa impressionante lettera ai fedeli: “A questi attacchi fanno tristemente eco quanti non ascoltano il Papa, anche tra ecclesiastici, professori di teologia nei seminari, sacerdoti e laici. Quanti non accusano apertamente il Pontefice, ma mettono la sordina ai suoi insegnamenti, non leggono i documenti del suo magistero, scrivono e parlano sostenendo esattamente il contrario di quanto egli dice, danno vita ad iniziative pastorali e culturali, per esempio sul terreno delle bioetica oppure del dialogo ecumenico, in aperta divergenza con quanto egli insegna. Il fenomeno è molto grave in quanto anche molto diffuso.

Benedetto XVI ha dato degli insegnamenti sul Vaticano II che moltissimi cattolici apertamente contrastano, promuovendo forme di contro-formazione e di sistematico magistero parallelo guidati da molti “antipapi”; ha dato degli insegnamenti sui “valori non negoziabili” che moltissimi cattolici minimizzano o reinterpretano e questo avviene anche da parte di teologi e commentatori di fama ospitati sulla stampa cattolica oltre che in quella laica; ha dato degli insegnamenti sul primato della fede apostolica nella lettura sapienziale degli avvenimenti e moltissimi continuano a parlare di primato della situazione, o della prassi o dei dati delle scienze umane; ha dato degli insegnamenti sulla coscienza o sulla dittatura del relativismo ma moltissimi antepongono la democrazia o la Costituzione al Vangelo.

Per molti la Dominus Jesus, la Nota sui cattolici in politica del 2002, il discorso di Regensburg del 2006, la Caritas in veritate è come se non fossero mai state scritte. La situazione è grave, perché questa divaricazione tra i fedeli che ascoltano il papa e quelli che non lo ascoltano si diffonde ovunque, fino ai settimanali diocesani e agli Istituti di scienze religiose e anima due pastorali molto diverse tra loro, che non si comprendono ormai quasi più, come se fossero espressione di due Chiese diverse e procurando incertezza e smarrimento in molti fedeli”.

Piuttosto che pensare a beatificare mons. Bello (le beatificazione costano e siamo in tempo di crisi), perché non ci si adopera piuttosto nel propagare il Magistero Ecclesiale e Pontificio? Il Papa nel MP sulla Nuova Evangelizzazione chiede di promuovere e favorire, in stretta collaborazione con le conferenze episcopali interessate, che potranno avere un organismo ad hoc, lo studio, la diffusione e l’attuazione del Magistero pontificio relativo alle tematiche connesse con la nuova evangelizzazione. Sant’Agostino ci rammenta: Roma locuta, causa finita. Roma ha parlato, la questione è chiusa.

Per concludere questa nostra lunghissima analisi su Tonino Bello, durata per quattro puntate nell’arco di più di un mese, affidiamoci alle parole di un suo confratello nell’episcopato che lo conobbe, il vescovo emerito di Senigallia Odo Fusi Pecci:

«Ho conosciuto Tonino Bello e non ne conservo buona idea. Persona degna sul piano personale, ma io sono contrario alla sua beatificazione. Dottrinalmente e teologicamente era molto arruffone, confuso, specie in tema mariano; poi svolgeva il compito di pastore e di vescovo con approssimazione e confusione, con populismo e demagogia, sposando modi contrari alla Chiesa, modi che ingeneravano false idee nei fedeli. Quando parlava non si sapeva se parlava il vescovo o la persona e questo danneggiava la Chiesa. Fu un demagogo, amante troppo della pubblicità e della gloria personale».

3. FINE

Copyright © 2012 Papalepapale.com