Intervista ad una mamma catechista

La signora Dorotea Lancellotti, sposa e madre di due figli, che il mondo della rete conosce come LDCaterina63, è catechista da 24 anni, insegnando l’iniziazione cristiana in varie parti d’Italia, avendo traslocato diverse volte per via del lavoro del marito. Dunque ha potuto assistere a diverse “derive dell’insegnamento catechistico” in molte diocesi. Proprio per questo, forte anche del Carisma domenicano che la istruisce da 21 anni in quanto Laica Domenicana, ha sempre cercato di dare valore alla catechesi e fedeltà al Magistero della Chiesa contrastando il self service. Molto gentilmente ha accettato di raccontare, in quest’intervista, le gioie e le fatiche della sua esperienza catechistica.

Gentile Sig.ra, la ringraziamo tantissimo per averci concesso quest’intervista. Quando ha sentito la chiamata del Signore per l’insegnamento del catechismo?

Sono io che ringrazio per questo onore che vogliamo rivolgere a Dio stesso: “che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo” (Ef 1,3-4).

Non c’è un giorno specifico, potrei dire di essere cresciuta con questa “chiamata”. Amavo molto sia il tempo in cui frequentavo il catechismo, per ricevere i Sacramenti, sia quello successivo, maturando questo desiderio: “Parlare con Dio, parlare di Dio”. Questo è uno dei motti domenicani e non escludo di aver ricevuto da loro questo “latte genuino”, essendo stata cresciuta dalle Suore Domenicane di San Sisto Vecchio a Roma.

-caterina-in-audio2_5433b27a8927cConfesso di aver avuto il privilegio, fin dall’infanzia, di essere amica del reverendo padre Raimondo Spiazzi O.P. – dotto sacerdote e fine teologo che celebrò le nostre nozze e battezzò nostra figlia –: i suoi preziosissimi consigli e insegnamenti, mi hanno aiutata molto a maturare la passione del Catechista, perché di passione si tratta.

Posso dire che le vocazioni al catechismo e quella matrimoniale e familiare, sono andate di pari passo. Non è stata una scelta faticosa. Per me era impensabile scindere le due cose perché, nell’avanzare come Catechista, era occasione di imparare sempre qualcosa di nuovo. Prima di insegnare agli altri, sono sempre la prima ad imparare qualcosa di prezioso. L’insegnamento, per me, inizia sempre dalla coerente testimonianza di quanto devo sempre trasmettere.

Certo, la ritengo un’enorme grazia, perché non ritengo di aver meritato questo dono – non sono una santa… – ma confido semplicemente nella scelta che il Signore ha fatto su di me; non mi è mai capitato di mettere in dubbio questa vocazione la quale è, inoltre, un continuo esame di coscienza contro i miei difetti.

Senza dubbio ha influito moltissimo l’amore che ho nutrito, fin da bambina, verso la Chiesa, nonché per Santa Caterina da Siena, la ritengo mia maestra, e di come le suore mi immisero sulla sua scia dopo che Paolo VI la elevò a Dottore della Chiesa e patrona dei laici. Sono cresciuta in questo clima e posso affermare che le suore fecero con me un ottimo lavoro. Sentivo di dover, in qualche modo passare agli altri, trasmettere quello che avevo ricevuto.

Vorrei citare una bella espressione del precedente Maestro Generale dell’Ordine, perché riassume per me un vero stile di vita: «Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri» (fr. Carlos Alfonso A. Costa OP).

Il catechismo consiste, diciamo, solamente nel preparare i giovani a ricevere i sacramenti, oppure è qualcosa di molto più complesso?

Sì, è qualcosa di molto più complesso, ma non significa qualcosa di inaccessibile o impossibile. Complesso perché è cambiata la Famiglia.

Spesso ci troviamo davanti a molte condizioni precarie, provenienti dalle cosiddette famiglie “allargate” (divorziati-risposati, fratellastri e sorellastre, figli unici, etc…). Ma la difficoltà più complessa è dover insegnare a bambini o giovani adolescenti completamente privi delle prime fondamentali nozioni della dottrina cattolica. Disgraziatamente nelle famiglie non si prega più. Una volta si poteva contare sulle nonne, ma oggi sta diventando sempre più raro trovare famiglie sane che trasmettano la fede cristiana e i suoi valori.

Come possiamo preparare questi giovani a ricevere i Sacramenti e a viverli pienamente? Questi ragazzi sono davvero entusiasti, è giusto farlo notare, al Catechismo ci vengono volentieri. Purtroppo il tempo che possiamo dedicare loro è poco, circa un’ora alla settimana, quando va bene due o tre compreso l’incontro domenicale, ma la maggior parte del tempo lo si passa per aiutare questi giovani a ritrovare fiducia nella vita familiare. Spesso li dobbiamo consolare, rafforzare, nonché insegnare loro tutto – persino ciò che spetta ai genitori – come il Segno della Croce, le preghiere del mattino e della sera. Il lavoro da fare è tanto e il tempo è poco.

Inoltre non riceviamo aiuti dalle famiglie: quando diciamo loro di far questo o quello, come anche il pregare, ritornano sempre con varie scuse (la palestra, la piscina, i genitori che lavorano e non hanno tempo). Nelle case, ormai, la televisione ha preso il posto del dialogo domestico. Spesso, per esempio, ho dovuto chiedere ai ragazzi di mettere da parte il cellulare durante le lezioni di catechismo.

Dopo ventisei anni di esperienza nel catechismo, posso rilevare che la preparazione inerente alla conoscenza della dottrina e alla ricezione dei Sacramenti è ridotta all’osso. La complessità, principalmente, nasce da ciò

Il primo catechismo, come lei diceva, deve essere insegnato nelle famiglie. Pare invece che le famiglie “deleghino” tutto ai catechisti.

È un grosso problema. Sta diventando sempre più raro trovare bambini che già conoscano almeno il Segno della Croce, il Padre Nostro e l’Ave Maria. Mettere in evidenza il lato peggiore della situazione non è pessimismo, ma è necessario, perché la situazione è grave e va peggiorando.

Se questi bambini non provengono da gruppi e movimenti che legano intere famiglie, facendo del Catechismo e della preghiera in famiglia una normalità della propria quotidianità, non sanno nulla. Non sanno nulla neppure i genitori, i quali tra l’altro si lamentano se viene chiesto loro di partecipare ad alcuni incontri con i catechisti; c’è persino chi si offende.

San Giovanni Paolo II ha dedicato buona parte del suo magistero sul concetto della famiglia quale “Chiesa domestica”, ma i problemi legati alla dissoluzione dei matrimoni, ai doppi, tripli legami, non incoraggia certo questi nuclei alla catechesi fondamentale in famiglia.

Questo accade anche nelle famiglie apparentemente sane, unite; come raccontavo, non si trovano più le nonne cristiane atte a pregare insieme o ad insegnare ai nipoti il Rosario. Siamo in una fase decadente, allarmante e diffusa.

Lei ha accennato al fatto che ha avuto anche dei ragazzi che provengono dalle cosiddette “famiglie irregolari”. Qual è l’atteggiamento più idoneo per essi?

Prima di tutto vanno tranquillizzati. Una volta una bambina del mio gruppo, figlia di divorziati-risposati, quando parlammo dei Sacramenti e del Matrimonio, si sentì così turbata da chiedermi se i suoi genitori sarebbero finiti all’inferno, perché nessuno le aveva spiegato cosa insegnasse il Signore e la Chiesa in materia. Indubbiamente tranquillizzai prima la bambina: ovvio che no! le dissi, ma spiegandole poi la dottrina.

Colsi così l’occasione per spiegare che il fatto stesso che lei era al catechismo, significava che per i suoi genitori fosse fondamentale che la loro figlia conoscesse la dottrina cattolica. Dunque le dissi di intensificare per essi le sue – e le nostre – preghiere.

L’atteggiamento idoneo, per la mia esperienza, è quello di conquistare con loro la fiducia. I bambini vogliono molto bene ai propri catechisti, specialmente quelli della Prima Comunione. Instaurando un bellissimo rapporto di fiducia credono a quello ciò che viene detto loro. Conquistare la loro fiducia, però, non significa mentire, ma piuttosto trovare parole giuste per spiegare la situazione di cui non hanno colpa alcuna. Bisogna responsabilizzarli, spiegando loro che non devono giudicare la condizione dei genitori, ma devono pregare per essi e indurli a pregare insieme. Confido molto sull’insegnamento della preghiera insieme per spingere il bambino a credere che solo Dio è capace di sbrogliare certe matasse, laddove i loro genitori non arrivano, arriverà prima o poi la preghiera, ma bisogna pregare tutti i giorni.

Insegno sempre la Comunione spirituale. Spero davvero che tutti i Catechisti arrivino a riscoprire l’uso di questa grande opportunità. Non metto mai la dottrina da parte, perché non va separata dalla pastorale, ma deve camminare insieme con il tutto. Se ad una torta si toglie solo un ingrediente, il gusto non è più lo stesso, e a tavola non ci sarà la torta che si voleva servire.

Noi Catechisti siamo depositari di molti “ingredienti” che dobbiamo mettere insieme non a nostro piacimento, ma seguendo il Catechismo. Per capire cosa s’intende per ingredienti, possiamo leggere anche in questo articolo.

Che tipo di formazione ricevono i catechisti? Qual è la sua esperienza personale?

La risposta è difficile, perché ci sarebbe molto da dire. Parto dalla mia esperienza personale. Avendo cambiato otto regioni, dunque otto diocesi, l’esperienza si è sempre arricchita di realtà diverse.

Prima di tutto, partecipo sempre agli incontri organizzati dalla Diocesi per i Catechisti; eventi in cui riceviamo davvero tante ispirazioni e molte istruzioni, collegamenti con i programmi della Diocesi proprio per evitare quella fede del “fai da te”. La formazione che riceviamo -– ripeto, si tratta della mia esperienza -– è generalmente buona, cattolica –- se è questo che voleva sentire dire –-. Forse sono stata fortunata, ma non ho dovuto mai discutere sui programmi di formazione.

Il problema è che spesso approdano a fare i Catechisti persone che non hanno mai partecipato alla formazione. Tempo fa dovetti discutere perché, a metà anno, arrivò in una nostra parrocchia una nuova catechista la quale, ahimè, era divorziata e risposata e i suoi problemi di vita personale si riversavano sull’insegnamento, specialmente sui Sacramenti – che non conosceva affatto –e quello del matrimonio e, ovviamente, per la questione della Comunione ai divorziati-risposati. Un problema di cui si parla solo oggi, ma questa persona riceveva già tranquillamente l’Eucaristia la domenica, soprattutto alla Messa delle dieci, quella generalmente dedicata ai gruppi catechisti! Ebbi la peggio, nel senso che – solo per aver sollevato l’incompatibilità della situazione – fui accusata io di creare il problema. La nuova catechista fu assunta con il parere favorevole della maggioranza. Io restai al mio posto – facendo quel che potevo – ma ero ormai isolata.

Ma la vicenda non finisce qui. Il parroco che sosteneva la detta catechista – fu proprio lui a chiamarla – l’anno dopo chiese la riduzione allo stato laicale. Voleva sposare la donna con cui aveva una relazione da due anni. Era sacerdote da circa sette anni. E dal momento che dai frutti si vede l’opera, anche la catechista – forse avendo perduto il suo difensore – tempo dopo se ne andò, gettando veleno sulla parrocchia, accusandola di averla esclusa. Fu un fatto unico, nella mia esperienza personale, ma decisamente degradante e frustrante, ma molto istruttivo.

In un’altra occasione si presentò un signore distinto, era stato uno scout (agesci) fin da bambino ed ora voleva fare il catechista, ma senza alcuna preparazione. Alle sue insistenze, gli chiesi: “Scusami, ma per fare la Promessa, non è necessario un periodo di prova e di preparazione?”. Rispose che essere stato scout era già di per sé una preparazione catechistica. Anche in questa occasione niente formazione, ma catechisti improvvisati, come se fosse un mestiere come un altro, oppure un lavoro facile.

Quindi, come Catechisti l’istruzione che riceviamo non è tutta negativa, è ragionevole, molto pastorale, benché poco dottrinale – per la dottrina ci viene raccomandato lo studio proprio del Catechismo –, ma non tutti obbediscono.

Inoltre, purtroppo c’è l’infiltrazione di soggetti discutibili per dottrina. Un certo personaggio in particolare veniva invitato, una tantum, a qualche incontro. Nella mia esperienza è capitato due volte: andai al primo, ma al secondo disertai, ringraziando il cielo che non era obbligatorio parteciparvi. Insomma, l’infiltrazione modernista c’è, sotto il velo della “nuova pastorale”.

Il rischio non sta nella formazione in sé, ma nella mentalità della persone. Se la mentalità modernista si è purtroppo insinuata nel cuore, essendo la progettazione di larghe vedute – ambigue – la libera interpretazione farà il resto.

Ma chi ha una vera mentalità cattolica, allora si comprende dove si annidano le trappole, allora le si evitano, oppure le si aggirano. Non si può fare, infatti, diversamente, poiché si hanno le mani legate. Chi osasse rilevare il problema, diventa lui stesso il problema; nelle migliori delle ipotesi si resta isolati, nella peggiore delle ipotesi, arriva l’invito perentorio a lasciare il catechismo.

Risuonano le parole del Divin Maestro per imparare a gestire situazione a noi sfavorevoli: docili come colombe, ma astuti come serpenti.

000000papa1_5433de31597f0Nel 1992 è stato promulgato il Catechismo della Chiesa cattolica, nel 2005 il Compendio dello stesso. Il Catechismo di San Pio X, però, fu messo nel cassetto già nell’immediato post-Vaticano II. Era necessaria questa nuova edizione? Il Catechismo del grande pontefice santo non è più adatto ai giovani di questi tempi?

Premetto che sono affezionata e legata al Catechismo detto San Pio X: lo uso spesso per preparare parte del mio lavoro. Tuttavia, ritengo che la nuova edizione fosse necessaria. Molti argomenti, assenti nel precedente, vengono affrontati in modo più completo. Vi sono inoltre molte citazioni dei Padri della Chiesa, del Catechismo Tridentino, dei Santi, dei Dottori della Chiesa. Il nuovo approfondisce l’antico –- la Dottrina -– dando più informazioni e chiarimenti.

Sono convinta che il Catechismo San Pio X sia ancora il più adatto ai giovani, perché breve, conciso e immediato; mentre il nuovo è più adatto alla formazione dei sacerdoti e dei catechisti che, saggiamente preparati, possono unirlo tranquillamente all’antico. Usarlo nelle lezioni invece è praticamente impossibile (è composto di 500 pagine), non a caso sono indispensabili centinaia di supporti che, per spiegare il nuovo catechismo, di fatto finiscono per snaturarlo, deviarlo, svuotarlo di significato.

Il Compendio del 2005 è certamente più pratico e maneggevole. Generalmente lo uso per gli incontri con gli adolescenti con i gruppi per i genitori. Eppure non sembra nelle parrocchie l’uso sia obbligatorio: non l’ho mai visto utilizzare da altri catechisti.

In pratica, per insegnare il catechismo, il testo fondamentale non è quello dottrinale, ma supporti che trattano di sociologia, ecumenismo, racconti vari, come fare dei cartelloni, come giocare, e quant’altro.

Posso affermare che l’utilizzo dell’edizione del 1992 o del Compendio del 2005 è la cosa migliore, ma devo spesso confrontarlo con quello di San Pio X, perché in alcuni passi l’ambiguità interpretativa è una vera trappola. Perciò il linguaggio definitorio del vecchio catechismo riesce a fare capire meglio la questione e capire meglio la nuova edizione.

-base3catechisss_5433e4bddb115Negli ultimi cinquant’anni vi sono stati vari cambiamenti nell’insegnamento catechistico. Secondo lei, gli esperimenti e le innovazioni usate fin ora anche dalle conferenze episcopali, hanno giovato o nuociuto all’educazione cattolica dei giovani?

Qui entriamo in un campo minato.

Chi mi conosce nella rete sa bene che ho sempre criticato la famosa collana catechistica della CEI degli anni ’80/’90: una mostruosità ancora in circolazione. Mi riferisco alla serie: “Io sono con voi”; “Venite con me”; “Sarete miei testimoni”; “Vi ho chiamato amici”. Una collana in cui non v’è traccia di dottrina, ma una “pastorale” sincretista, dunque ambigua.

Eppure, con l’uscita del Catechismo della Chiesa Cattolica, San Giovanni Paolo II già dal 1992, ribadito nel 1997, chiedeva con forza magisteriale una revisione di questi catechismi particolari alla luce del nuovo Catechismo certamente più conforme alla Tradizione (cfr. Costituzione Apostolica Fidei depositum, n. 4). Una revisione mai avvenuta e i suddetti catechismi sono ancora in circolazione con tutti i suoi orrori. Non serve a nulla ricordare al parroco le richieste del Pontefice, ed è impossibile farsi ricevere dal Vescovo il quale, se viene a sapere prima il motivo dell’incontro, parte già prevenuto sull’argomento, sbobina la programmazione della CEI, invocando la divina obbedienza, con cui sei fraternamente congedato prima ancora di aver esposto il problema. Dialogo con chiunque, basta che non sia quello che invita alla correzione fraterna.

Lo stesso cardinale Ruini, nella prolusione che tenne all’Assemblea Generale della CEI (19-23 maggio 2003), analizzò la questione tanto importante della trasmissione della fede. Fu un atto di coraggiosa autocritica: “La trasmissione della fede alle nuove generazioni è un impegno tradizionale e fondamentale della Chiesa, che vi ha concentrato e vi concentra gran parte delle proprie energie. Negli ultimi decenni questa trasmissione ha incontrato crescenti difficoltà e ottenuto minori e più precari risultati concreti, almeno per quanto è possibile valutare, per così dire dall’esterno, dei fenomeni che soltanto il Signore può conoscere davvero e fino in fondo. La risposta è consistita in un grande sforzo di rinnovamento che ha riguardato principalmente la catechesi, sostituendo a un metodo piuttosto nozionistico il tentativo di una «catechesi per la vita cristiana», che fosse più coinvolgente e meglio idonea a introdurre i ragazzi nella comunità credente. I risultati sono stati però scarsi, almeno sul piano quantitativo, dato che è continuato a diminuire il numero dei ragazzi, e poi degli adolescenti e dei giovani, che riescono a stabilire con la fede e con la Chiesa un rapporto duraturo e profondo”.

L’analisi, se pur coraggiosa, non mette in evidenza che il fallimento non è stato solo quantitativo ma soprattutto qualitativo, un fallimento totale. Fu questa crisi a far riemergere il Catechismo di San Pio X nelle parrocchie. Ci fu ovviamente una grande confusione, perché incapaci di far andare insieme il vecchio e il nuovo Catechismo. Abbiamo assistito a delle vere spaccature e al fatto che oggi, parrocchia che vai, non si trova più un parlare “con un cuor solo”, ma ogni comunità ha sviluppato modi diversi non solo di fare dottrina, ma di concepirla anche diversamente.

Temo che le sperimentazioni non siano ancora finite. Una delle mode odierne è cambiare tutto, forma e contenuto, come cambia il papa regnante; lo stesso dicasi del cambiamento del vescovo alla guida della diocesi, con il conseguente cambiamento del programma diocesano. Come ci sono pontificati ad personam, abbiamo anche il catechismo ad personam.

Molti ragazzi, dopo aver ricevuto il sacramento della Confermazione, non solo abbandonano la comunità parrocchiale, ma persino la messa domenicale. È il risultato del nuovo modo di catechizzare, oppure un normale sintomo della secolarizzazione?

Direi che è un problema culturale di fondo e della scristianizzazione in atto. Ho affrontato tale problema con i miei figli. Insegni, trasmetti loro le fondamenta della fede, ma loro si ritrovano in un mondo laicista che impedisce di vivere coerentemente ciò in cui credi, così ci si ritrova spesso davvero soli.

Ma è colpa anche delle parrocchie che non sanno offrire dei progetti ai giovani per aiutarli a gestire i Sacramenti ricevuti. Generalmente, dopo la Cresima, in parrocchia “non si fa niente”, se non giocare, trastullarsi, si organizzano gite; addirittura c’è chi s’improvvisa catechista, sentendo il parroco dire “imparerai strada facendo”. Se poi sanno cantare o strimbellare uno strumento -– evviva! –- vengono assoldati per i canti della Messa. Un modo come un’altro per evitare che scappino dalla parrocchia. Insomma, la messa te la fai tu, te la canti e te la suoni, basta che vieni a Messa.

È frustrante dover constatare che più sei preparato, idoneo, più vieni, in qualche modo, allontanato e che i tuoi consigli non valgono nulla. Insomma, ciò che doveva essere, ed era, la normalità – ossia il monito paolino: “sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo…” (1Cor 10,31), sta diventando l’eccezione proprio dentro la Chiesa, nelle comunità parrocchiali, nelle famiglie che pretendono poi essere cattoliche.

Per non parlare della sana e vera devozione del Rosario, diventato oggi strumento di discussione fra gruppi mariani indipendentisti. Persino questa preghiera non unisce più, in parrocchia si discute su chi la debba guidare e il parroco non prega più con i fedeli, lo si vede solo periodicamente per qualche occasione, ma mai giornalmente per il Rosario.

Una volta scoprii che nel mio gruppo vi era un adolescente molto interessato al Sacramento dell’Ordine. Lo avvicinai per verificare quanto potenziale vocazionale avesse – questo è uno dei compiti dei Catechisti – ma che, ahimè, non viene più insegnato, né considerato. Non l’avessi mai fatto! Il ragazzo con grande entusiasmo ne parlò ai genitori – una famiglia apparentemente cattolica – i quali si precipitarono dal parroco per “denunciarmi” di aver tentato di manipolare il figlio. Dopo esserci chiariti, il parroco mi consolò perché aveva capito le ragioni e, dopo aver calmato e chiarito ai genitori, al ragazzo non è stato più permesso di approfondire l’argomento. Avevamo tutti le mani legate, non restava altro che pregare per quell’anima innocente.

L’abbandono dei giovani dunque, dipende da molti fattori legati fra loro, dipende dalle famiglie così come dipende da noi catechisti e dai parroci. Il lavoro è tanto e molti cominciano ma senza finirlo.

L’abbandono della Messa, lo confesso, è anche conseguenza del fatto che il rito è diventato una rappresentazione teatrale e, passata l’adolescenza, il giovane finisce di “giocare”. Sì, di giocare, perché così viene insegnata la Messa ai bambini, quasi come fosse un gioco, ed è naturale che una volta cresciuti, il gioco adolescenziale termina e subentrano nuovi interessi che la parrocchia non è in grado di offrire. Restano i giovani che in qualche modo sono riusciti ad integrarsi in queste “scenografie”, oppure che non sanno dove andare e l’oratorio fa ancora da collante per passare del tempo.

Naturalmente ci sono anche molti giovani con la fede sincera, tante cose positive. Analizzare i lati negativi serve per incoraggiare le parrocchie a farsi un esame di coscienza: la colpa non sta sempre negli altri, ma di chi non ha il coraggio (parroci e catechisti) di dire le cose come stanno.

Registrano, al contrario, un certo successo nei numeri i movimenti, le comunità inserite nelle parrocchie, però seguono la loro strada. Si usa la parrocchia per fare adepti. Le “loro” messe domenicali o del sabato sera (a porte chiuse) sono certamente piene, ma fra di loro e, chi resta parrocchiano, viene tagliato fuori.

Vista la situazione parrocchiale non me la sento di giudicare negativamente questi gruppi, se non altro vengono coinvolte intere famiglie, e il legame con la Chiesa resta, ma la dottrina ne è penalizzata.

Dovendo analizzare l’ospedale da campo, secondo l’immagine recente diffusa dal Santo Padre, queste comunità offrono senza dubbio delle opportunità per non soccombere nella civiltà che ha scelto di vivere come se Dio non esistesse.

Quali sono le difficoltà più grandi che ha dovuto affrontare durante la sua esperienze d’insegnante di catechismo?

Le difficoltà sono umane e frustranti, le accennavo sopra.

Il parroco è spesso il capro espiatorio di ogni situazione che non va, tuttavia ho riscontrato che molti dei problemi provengono anche dal fatto che molti sacerdoti non sono affatto ben preparati. Ho conosciuto diversi giovani preti pieni d’entusiasmo, ma questo non basta a far fronte alle più svariate situazioni se alla base manca la dottrina. Ho notato che citando atti del magistero pontificio dei vari papi regnanti in cui ho operato, questi giovani sacerdoti non ne conoscevano l’esistenza. Ricordo quando uscì la Redemptoris Sacramentum di Giovanni Paolo II –- all’epoca internet non era documenta in ambito cattolico come ora –-: ma un giovane parroco, a distanza di due anni dall’uscita, non ne conosceva l’esistenza. Qualcosa del genere mi capitò quando uscì la Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI. Questo documento fu messo subito sul sito ufficiale del Vaticano, dunque fu subito disponibile a tutti. Ne parlai con un parroco il quale sosteneva che il magistero papale non era “vincolante” e che lui in parrocchia poteva interpretare come meglio riteneva, tale magistero.

La difficoltà maggiore è dovuta senza dubbio al fatto che -– per via del lavoro di mio marito -– ci siamo trasferiti otto volte, costringendomi a ricominciare sempre da capo. Tante volte ho dovuto discutere su cose davvero inutili quali, per esempio, il dare per scontato che un parroco segui la dottrina e il magistero papale; invece ci si rende conto che in ogni parrocchia la situazione è diversa e il magistero viene interpretato liberamente. In tutto ciò si nota l’assenza magisteriale del vescovo diocesano. A parte le “presenze comandate” per le Cresime o le visite pastorali, in cui stranamente va tutto sempre bene – ignorando la lettera pastorale annuale – il pastore diventa il grande assente. Chi dovrebbe vigilare, lascia fare perché i preti son pochi, i frati sono organizzati con i loro programmi e progetti, i movimenti vanno avanti da soli per la loro strada. Così va tutto quanto bene, perché l’importante è non lamentarsi, non fare polemiche. Questo è frustrante!

Non si tratta di lamentele o polemiche, ma di allarmi non ascoltati. Molto spesso si viene bollati come “profeti di sventura” solo per aver detto la verità, o per aver denunciato la triste realtà di cattolici, di fatto, in piena apostasia.

Non solo come catechista, ma anche come sposa e mamma, le chiediamo quali sono le sue preoccupazioni e le sue speranze per i sinodi dei vescovi dedicati alla famiglia.

Attualmente mi astengo da ogni commento sulla gran cassa prodotta dai mass-media. Attendo fiduciosa le decisioni del Papa e dei padri sinodali. Non posso negare di essere preoccupata perché, in realtà, l’Eucaristia in molte parrocchie viene già data, nonostante il divieto, ai divorziati-risposati.

Mi sembra di rivivere ciò che accadde per la comunione sulle mani. Ricordo bene come fu introdotta questa prassi. Si cominciò eliminando le balaustre, mettendosi in piedi e in fila, ma sempre ricevendo il Signore sulla bocca. Di colpo, me lo ritrovai, fra canti balli, sulle mani. Si trattava in realtà di un indulto, una concessione una tantum, ma ormai è la norma prevalente: non viene neppure più insegnato come ricevere il Corpo di Cristo in ginocchio e in bocca. Benedetto XVI cercò di ripristinare la prassi corretta della Chiesa, ma ogni diocesi, ogni parrocchia, ha continuato per la propria strada.

Mi preoccupa il fatto che prevalga l’irragionevole, l’arrendevolezza alla mentalità dominante: ma la speranza che finirà questa follia non mi abbandona. Chi ha vissuto una crisi matrimoniale e l’ha superata, sa bene di cosa parliamo: la battaglia è lunga e dura, tutto sembra fallire, tre giorni di buio interminabili, tre ore sul Calvario interminabili, ma alla fine esce il Sole di giustizia, arriva la Luce che tutto rimette al suo posto.

Non è solo la “mia” esperienza, perché parliamo della Santa Comunione, il Sacramento che riguarda tutti, non soltanto coppie elevate a privilegi inesistenti, quali sono i risposati dopo un divorzio vietato da Nostro Signore.

Dobbiamo stare attenti a non recare scandalo perché, come dice il Signore: “Gli scandali sono necessari, ma guai agli scandalizzatori”. Questo deve preoccuparci di più. Preghiamo per i vescovi, ognuno di noi faccia il proprio, testimoniando il Vangelo coerentemente nella vita quotidiana e non virtualmente, fra le mille e tante parole sentimentali.

Sta per ricominciare l’anno catechistico. C’è un consiglio, un suggerimento, che vorrebbe dare ai suoi colleghi?

Pregare! Pregare tanto e tutti i giorni.

Il Santo Padre lo ha detto chiaramente all’incontro dei Catechisti l’anno scorso: Pregate, andate davanti al Tabernacolo, passate lì anche il tempo della vostra giornata, fate che i bambini vi trovino lì, in ginocchio a pregare.

Un suggerimento che vorrei dare è di far dire anche molte Messe di Suffragio per le anime sante del Purgatorio, Messe di comunità dove la gente impari, anche con l’atto pratico di una Messa richiesta dai Catechisti, ad amare queste Anime e tutta la dottrina che ne consegue.

La nostra Dottrina non è un libro stampato, non ci è stata data per relegarla in grandi testi. Per questo suggerisco anche a chi, in condizioni di incoerenze dottrinali nella vita di coppia, non pretenda di fare la Catechista o il Catechista, si metta una mano sulla coscienza e non sia superbo/a, non metta in imbarazzo gli altri, offra la sua sofferenza per la Chiesa, impari a fare la Comunione spirituale e la viva concretamente.

Il Catechista, come insegna lo stesso sant’Agostino, deve essere irreprensibile proprio a partire dalla Dottrina vissuta: è il primo che deve testimoniarla con coerenza. Quindi, prima di cominciare, regoliamo le nostre situazioni personali.

Il primo esame di coscienza è per noi stessi! Viviamo interamente il Decalogo?

Essere peccatori infatti è un conto, ma giustificare i propri peccati, senza correggersi, tramutandoli in concessioni, indulti ad personam, è perverso, è diabolico, non si può fare il Catechista partendo in questo modo.

Aumentiamo le nostre Confessioni, viviamo davvero dell’Eucaristia. Da queste cose deriva la vera obbedienza a Cristo e al Papa, diversamente è ipocrisia, è adulterare la catechesi, ingannare l’innocenza di molti ragazzi che ci sono affidati.

Grazie infinite per la disponibilità. Che il Signore benedica il suo apostolato come catechista.

Ringrazio per questa opportunità che mi è stata data. Ed auspico anche a lei e a tutti i lettori, una fraternità operativa e vigilante perché ogni battezzato è un “cooperatore della Verità”.

Porgo fraterni saluti con la benedizione che amava dare San Padre Pio: “Nos cum prole pia, benedicat Virgo Maria” (La Vergina Maria benedica noi e tutti i suoi devoti figli).