Dialogare per evangelizzare

Vogliamo aprire l’articolo con le parole di Benedetto XVI nel suo Discorso alla Curia del Natale 2012:

“Per l’essenza del dialogo interreligioso, oggi in genere si considerano fondamentali due regole:

1. Il dialogo non ha di mira la conversione, bensì la comprensione. In questo si distingue dall’evangelizzazione, dalla missione.

2. Conformemente a ciò, in questo dialogo ambedue le parti restano consapevolmente nella loro identità, che, nel dialogo, non mettono in questione né per sé né per gli altri.
Queste regole sono giuste. Penso, tuttavia, che in questa forma siano formulate troppo superficialmente.

Sì, il dialogo non ha di mira la conversione, ma una migliore comprensione reciproca: ciò è corretto. La ricerca di conoscenza e di comprensione, però, vuole sempre essere anche un avvicinamento alla verità. Così, ambedue le parti, avvicinandosi passo passo alla verità, vanno in avanti e sono in cammino verso una più grande condivisione, che si fonda sull’unità della verità.
Per quanto riguarda il restare fedeli alla propria identità: sarebbe troppo poco se il cristiano con la sua decisione per la propria identità interrompesse, per così dire, in base alla sua volontà, la via verso la verità. Allora il suo essere cristiano diventerebbe qualcosa di arbitrario, una scelta semplicemente fattuale. Allora egli, evidentemente, non metterebbe in conto che nella religione si ha a che fare con la verità.

Rispetto a questo direi che il cristiano ha la grande fiducia di fondo, anzi, la grande certezza di fondo di poter prendere tranquillamente il largo nel vasto mare della verità, senza dover temere per la sua identità di cristiano. Certo, non siamo noi a possedere la verità, ma è essa a possedere noi: Cristo, che è la Verità, ci ha presi per mano….”

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Non nascondiamo alcuni punti apparentemente “ambigui” del Discorso del Pontefice, parole che ben facilmente si prestano a strumentali interpretazioni di comodo, soprattutto sincretiste se ci si fermasse ai due punti citati, ma naturalmente non ne facciamo una colpa al Papa dal momento che il fine e lo scopo delle sue parole non si fermano lì. In fondo egli sta spiegando la situazione di una forma di dialogo che, laddove è necessaria per creare amicizie, incontri, rispetto, fiducia, dall’altra parte è andata ben oltre l’intenzione medesima del Cristo nei Vangeli, e il Papa stesso richiama alle responsabilità del fedele quanto del Clero.

Non pochi fra Clero e fedeli laici ci si ferma al punto: Il dialogo non ha di mira la conversione,  e davanti ad una affermazione del genere non possiamo non chiederci: ma allora, perché il Battesimo è necessario? Perché “dobbiamo” evangelizzare e patire come Cristo? Perché farsi Cattolici?

Possiamo forse rispondere che “siamo chiamati, battezzati e fatti cristiani”, chiamati a dare la propria vita per servire il dialogo? Naturalmente no!

Ed infatti il dialogo non ha di mira la conversione! Lo stesso Pontefice specifica: “In questo (- il dialogo) si distingue dall’evangelizzazione, dalla missione”.

Ed è vero: distinzione si, separazione no!

E’ Gesù che sceglie chi mandare in missione, chi mandare ad evangelizzare, non siamo noi gli iniziatori, noi siamo responsabili di un rifiuto o di una accettazione: “Non vos me elegistis, sed ego elegi vos et posui vos, ut vos eatis et fructum afferatis, et fructus vester maneat / Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv.15,16).

Il “frutto” non è nostro, ma è della vite, quindi è di Cristo, e chi viene chiamato a lavorare nella vigna deve lavorare per quella Vite, la vigna è del Signore.

L’essere così in “possesso della Verità ” è un relazionarsi in Cristo=Verità, nell’ambito di quell’essere “costituiti-innestati” all’interno, appunto, della Chiesa per rendere un servizio al prossimo, al mondo, al regno di Dio che viene.

Il 2 settembre 2012, Benedetto XVI ha tenuto una interessante Omelia nel suo annuale incontro con gli ex-studenti, proferendo queste parole:

“Conviene, quindi, alla Chiesa, come per Israele, essere piena di gratitudine e di gioia. «Quale popolo può dire che Dio gli sia così vicino? Quale popolo ha ricevuto questo dono?».

Non lo abbiamo fatto noi, ci è stato donato. Gioia e gratitudine per il fatto che lo possiamo conoscere, che abbiamo ricevuto la saggezza del vivere bene, che è ciò che dovrebbe caratterizzare il cristiano. Infatti, nel Cristianesimo delle origini era così: l’essere liberato dalle tenebre dell’andare a tastoni, dell’ignoranza – che cosa sono? perché sono? come devo andare avanti? -, l’essere diventato libero, l’essere nella luce, nell’ampiezza della verità. Questa era la consapevolezza fondamentale. Una gratitudine che si irradiava intorno e che così univa gli uomini nella Chiesa di Gesù Cristo.

Ma anche nella Chiesa c’è lo stesso fenomeno: elementi umani si aggiungono e conducono o alla presunzione, al cosiddetto trionfalismo che vanta se stesso invece di dare la lode a Dio, o al vincolo, che bisogna togliere, spezzare e schiacciare.

Che dobbiamo fare? Che dobbiamo dire? Penso che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede; che non crediamo più e non osiamo più dire: Egli ci ha indicato chi è la verità, che cos’è la verità, ci ha mostrato che cos’è l`uomo, ci ha donato la giustizia della vita retta. Noi siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità della vita.

“Se leggiamo oggi, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: «Siete generati per mezzo di una parola di verità», chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata? Ci viene subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso.

Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi.

Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo «non-avere-la-verità». Come nessuno può dire: ho dei figli – non sono un nostro possesso, sono un dono, e come dono di Dio ci sono dati per un compito – così non possiamo dire: ho la verità, ma la verità è venuta verso di noi e ci spinge. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lei. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra…”

(Omelia Santa Messa 2.9.2012 Benedetto XVI – Ratzinger Schülerkreis)

Insomma: dobbiamo dialogare si o no?

Dobbiamo “convertire” o no?

Il dialogo non è conversione o convertire, ma per un cattolico il dialogare è uno strumento non il fine, ed  ha uno scopo ben preciso:

Instaurare omnia in Christo”…. Con queste parole San Pio X iniziava il suo Pontificato all’inizio del ‘900.

Quale significato ha per noi oggi questa verità? Lo spiegava bene Giovanni Paolo II quando nel 1993 andò a visitare la Parrocchia romana dedicata a san Pio X:

“San Pio X ha trovato queste parole: “Instaurare omnia in Christo”. “Instaurare”, innovare, cercare in Lui sempre il recupero, l’instaurazione, la restaurazione di quello che è giusto, che è umano, che è pacifico, che è bello, che è sano e che è santo. “Instaurare omnia” e “omnia” vuol dire la vita personale, la vita delle famiglie”.

Dice ancora Benedetto XVI:

” Il linguaggio della fede spesso è molto lontano dalla gente di oggi; può avvicinarsi soltanto se diviene in noi il linguaggio del nostro tempo…” (13.5.2005)

Cosa vuol dire?

Innanzi tutto vuol dire che la Parola di Dio non può essere adeguata alle mode del momento con nuove interpretazioni di comodo, ma deve diventare “il linguaggio del nostro tempo” di ogni tempo, ossia è l’uomo che deve adeguarsi alla Parola, alla vera dottrina che non è affatto un “monopolio” della Gerarchia Cattolica modificabile a seconda di certi poteri occulti che si agitano nel tempo e nella storia.

Il giorno di Pentecoste gli Apostoli parlarono in lingue ma attenzione perché in quel “parlare in lingue” non c’è esclusivamente la lingua straniera come da molti è concepito, ma intende anche una “comprensione degli avvenimenti” appena accaduti.

Dice infatti sant’Agostino (e così comprendiamo anche le parole di Benedetto XVI):

” Nel giorno di Pentecoste lo Spirito Santo scese su centoventi persone, tra cui erano gli Apostoli, che si trovavano riuniti insieme. Quando gli Apostoli, ricolmi di Spirito Santo, cominciarono a parlare la lingua di tutte le genti, molti di coloro che lo avevano odiato, stupefatti per un tale prodigio (infatti si trovavano davanti a Pietro che con la sua parola rendeva a Cristo una testimonianza grandiosa e divina, dimostrando che colui che essi avevano ucciso e credevano morto era invece risuscitato ed era ben vivo), toccati nel profondo del cuore, si convertirono e ottennero il perdono d’aver versato quel sangue divino con tanta empietà e crudeltà e da quel medesimo sangue, che avevano versato, furono redenti (cf. At 2, 2).

Il sangue di Cristo, versato per la remissione di tutti i peccati, possiede, infatti, una tale efficacia che può cancellare anche il peccato di chi lo ha versato. Ed è appunto a questo fatto che alludeva il Signore con le parole: Mi hanno odiato senza ragione. Quando verrà il Paracleto, egli mi renderà testimonianza, come dire: Vedendomi, mi hanno odiato e ucciso; ma il Paracleto mi renderà una tale testimonianza che li farà credere in me senza vedermi”. (Omelia 92)

E ancora, dice sant’Agostino:

“…la verità evangelica è stata a noi comunicata dal Verbo di Dio, che rimane eterno e immutabile al di sopra di ogni creatura, mediante l’opera di creature umane e attraverso segni e lingue umane. Questa comunicazione ha raggiunto nel Vangelo il più alto vertice dell’autorevolezza” (Il consenso degli Evangelisti – Libro Secondo).

Nella Messa Crismale del 2009 il Papa, rivolgendosi al Clero poneva nove domande precise

“Siamo veramente pervasi dalla parola di Dio?

È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto non lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo?

Ci occupiamo interiormente di questa parola al punto che essa realmente dà un’impronta alla nostra vita e forma il nostro pensiero?

O non è piuttosto che il nostro pensiero sempre di nuovo si modella con tutto ciò che si dice e che si fa?

Non sono forse assai spesso le opinioni predominanti i criteri secondo cui ci misuriamo?

Non rimaniamo forse, in fin dei conti, nella superficialità di tutto ciò che, di solito, s’impone all’uomo di oggi?

Ci lasciamo veramente purificare nel nostro intimo dalla parola di Dio?”

(Benedetto XVI Santa Messa Crismale – Giovedì Santo 9 aprile 2009)

Del resto, il Papa stesso aveva obiettato il 25 maggio 2006 durante il suo viaggio in Polonia:

“Dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa: che siano degli specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio. Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politica. Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale (…) Siate autentici nella vostra vita e nel vostro ministero. Fissando Cristo, vivete una vita modesta, solidale con i fedeli a cui siete mandati. Servite tutti; se vivrete di fede, lo Spirito Santo vi suggerirà cosa dovrete dire e come dovrete servire”.

Dunque, non solo lo sguardo sempre rivolto a Dio e quindi piegato poi verso l’umanità, ma di conseguenza anche ogni forma di dialogo deve avere questa impronta, questo sguardo rivolto a Dio e non a un dio qualunque, o ad una immagine astratta di chiesa o persino una immagine del Cristo modellata a seconda delle nostre opinioni personali.

Per questo, diceva durante la Messa Crismale del 2008:

“Il sacerdote deve essere uno che vigila. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve tener sveglio il mondo per Dio. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene”.

I mezzi per la “perfezione” sono noti a ogni presbitero: Eucaristia, fedeltà a una preghiera profonda, formazione permanente. Il Papa ne parlava quasi ogni settimana, quando le stanze della sua casa si riempiono di vescovi di tutto il mondo che vengono a raccontargli delle loro Chiese particolari. Ma è possibile fin qui individuare un concetto su tutti, il leit-motiv che – secondo Benedetto XVI – “fa” il sacerdote, come dichiara il 13 maggio 2005, nel tradizionale incontro con il clero romano:

“Tutto ciò che è costitutivo del nostro ministero non può essere il prodotto delle nostre capacità personali (…) Siamo mandati non ad annunciare noi stessi o nostre opinioni, ma il mistero di Cristo e, in Lui, la misura del vero umanesimo. Siamo incaricati non di dire molte parole, ma di farci eco e portatori di una sola ‘Parola’, che è il Verbo di Dio fatto carne per la nostra salvezza”.

Ricapitolando:

il dialogo non è lo scopo, non è il fine, ma uno strumento per l’evangelizzazione il cui scopo e fine è l’incontro con la Verità. Il vero dialogo deve “toccare nel profondo del cuore l’altro, e condurlo alla conversione”, ossia, ascoltare Cristo, crederGli, abbracciarLo.

Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Pace del 2006 scriveva:

“E allora, chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace? A questo proposito, la Sacra Scrittura mette in evidenza nel suo primo Libro, la Genesi, la menzogna, pronunciata all’inizio della storia dall’essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall’evangelista Giovanni come « padre della menzogna » (Gv 8,44).

La menzogna è pure uno dei peccati che ricorda la Bibbia nell’ultimo capitolo del suo ultimo Libro, l’Apocalisse, per segnalare l’esclusione dalla Gerusalemme celeste dei menzogneri: « Fuori… chiunque ama e pratica la menzogna! » (22,15).

Alla menzogna è legato il dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato e continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle nazioni. (..) Come non restare seriamente preoccupati, dopo tali esperienze, di fronte alle menzogne del nostro tempo, che fanno da cornice a minacciosi scenari di morte in non poche regioni del mondo? L’autentica ricerca della pace deve partire dalla consapevolezza che il problema della verità e della menzogna riguarda ogni uomo e ogni donna, e risulta essere decisivo per un futuro pacifico del nostro pianeta“.

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Il dialogo è perciò la condivisione della Verità, mettendo a nudo la menzogna, così dice il Profeta:

“Se io dico al malvagio: Tu morirai! e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.

Ma se tu ammonisci il malvagio ed egli non si allontana dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per il suo peccato, ma tu ti sarai salvato.

Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità, io porrò un ostacolo davanti a lui ed egli morirà; poiché tu non l’avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate; ma della morte di lui domanderò conto a te.

Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato”. (Ezec.3,18-21)

L’impegno della Chiesa ad annunciare il Vangelo, ha ripetuto il Papa nell’Omelia del Te Deum 31.12.2012: “è tanto più necessario quando la fede rischia di oscurarsi in contesti culturali che ne ostacolano il radicamento personale e la presenza sociale” e in “stili di vita improntati all’individualismo e al relativismo etico”.

Non sia dunque turbato il nostro cuore di fronte alla Verità di questa Pace che è fuoco, dice infatti Gesù: “Ignem veni mittere in terram et quid volo. Si iam accensus esset!  / Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc.12,49).

Perché attraverso la Chiesa? Chi lo dice?

Lo dice Gesù le cui parole riportiamo dall’introduzione del Documento Dominus Jesus:

” Il Signore Gesù, prima di ascendere al cielo, affidò ai suoi discepoli il mandato di annunciare il Vangelo al mondo intero e di battezzare tutte le nazioni: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,15-16); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20; cf. anche Lc 24,46-48; Gv 17,18; 20,21; At 1,8).

La missione universale della Chiesa nasce dal mandato di Gesù Cristo e si adempie nel corso dei secoli nella proclamazione del mistero di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, e del mistero dell’incarnazione del Figlio, come evento di salvezza per tutta l’umanità”.

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Questo è lo scopo del “dialogo” con i non cattolici!

Gesù non ha comandato: «Andate in tutto il mondo e dialogate con ogni creatura condividendo la fede di tutti.»

Il vero dialogo rispettoso dell’altro non può essere separato da questo che è invece il comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato».

Seppure resta chiara la distinzione del dialogare dalla missione evangelizzatrice, resta palese che la Chiesa, il cattolico stesso che “vive nel mondo” è invitato a dialogare per “preparare il terreno” (la chiamata) alla semina del Vangelo.

L’opera di conversione non spetta a noi, ma al Cristo, è Lui che fa crescere e maturare.

Del resto è la Verità che rende liberi, mentre la menzogna rende schiavi; perché la menzogna ha un  fascino perverso e pervertitore, possiede un potere diabolico sugli animi, si accredita con l’opinione e la dittatura del relativismo, si afferma e si consolida con l’uso di un falso e perverso dialogo, assume tutte le apparenze della verità, presto o tardi giunge a sottomettere chi rifiuta la Verità, e acquista sugli animi un dominio anche indistruttibile se non si previene smascherandola, denunciandola, condannandola.

Se dunque noi non dialoghiamo per seminare il Logos, cosa deve far crescere il Cristo: le nostre chiacchiere, le nostre ideologie, le nostre vane parole?

Per dialogare non serviva fondare la Chiesa, non serviva finire sulla Croce.

“…chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia” (Mt 7, 15.23).

L’opera di santificazione in noi è manifestata non dai “carismi”, dal dialogo fine a se stesso, dal volemose bene a tutti i costi, ma dai “frutti” (le conversioni),le chiacchiere stanno a zero. I carismi, così come il dialogo sono strumenti a servizio della santificazione nostra e del prossimo, ma non sono il segno di averla già raggiunta.

L’albero buono non si riconosce nella produzione di “carismi o da quanto è prodigo nel dialogo”, ma per i “frutti”, e i frutti sono la trasformazione che lo Spirito Santo produce dentro l’uomo: la conversione, la santificazione, vero scopo del dialogo.

Gesù è il vero Maestro del dialogo, ma tratta duramente coloro che avendo ricevuto ed usato i carismi non producono frutti dello Spirito Santo e quindi non costruiscono la loro casa sulla roccia, ossia su di Lui.

Leggiamo infatti ancora nella Dominus Jesus:

” La risposta adeguata alla rivelazione di Dio è «l’obbedienza della fede(cf. Rm 1,5; Rm 16,26; 2 Cor 10,5-6), per la quale l’uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente, prestando il “pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela” e dando il proprio assenso volontario alla rivelazione fatta da lui»”.

La priorità dell’evangelizzazione nel Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale Missionaria 2012 era la seguente:

  “Il mandato di predicare il Vangelo (…) deve coinvolgere tutta l’attività della Chiesa particolare, tutti i suoi settori, in breve, tutto il suo essere e il suo operare. Il Concilio Vaticano II lo ha indicato con chiarezza e il Magistero successivo l’ha ribadito con forza. Ciò richiede di adeguare costantemente stili di vita, piani pastorali e organizzazione diocesana a questa dimensione fondamentale dell’essere Chiesa, specialmente nel nostro mondo in continuo cambiamento. (…) Tutte le componenti del grande mosaico della Chiesa devono sentirsi fortemente interpellate dal mandato del Signore di predicare il Vangelo, affinché Cristo sia annunciato ovunque. Noi Pastori, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli in Cristo, dobbiamo metterci sulle orme dell’apostolo Paolo, il quale (…) ha lavorato, sofferto e lottato per far giungere il Vangelo in mezzo ai pagani, senza risparmiare energie, tempo e mezzi per far conoscere il Messaggio di Cristo”. (…)

“Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità”. (2 Tessalonicesi 2, 7-12).

“Ecce venio cito, et merces mea mecum est, reddere unicuique sicut opus eius est.

Ego Alpha et Omega, primus et novissimus, principium et finis.

Beati, qui lavant stolas suas, ut sit potestas eorum super lignum vitae, et per portas intrent in civitatem.

Foris canes et venefici et impudici et homicidae et idolis servientes et omnis, qui amat et facit mendacium! /

Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.

Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine.

Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città.

Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna! ” (Ap.22,15)

Sia lodato Gesù Cristo + sempre sia lodato