Le 14 opere di misericordia

Prima di parlare delle singole 14 opere di misericordia, è importante chiarire che cosa è la Misericordia.

La Misericordia, quando la scriviamo in maiuscolo, intende riferirsi alla persona di Gesù Cristo che è, appunto, la Misericordia incarnata infatti noi diciamo di Maria Santissima: “Madre della Misericordia, prega per noi”, non è perciò soltanto un appellativo dato a Dio, è qualcosa di molto più che lega le opere di carattere corporale come quelle a carattere spirituale.

004-opere-di-misericordia-3_5695385486ea6E’ solo da Gesù, Misericordia fatta carne, che anche poi possiamo essere misericordiosi davvero anche perchè, questa misericordia, che letteralmente significa avere un cuore per il misero, è associata ad una beatitudine insegnate da Gesù Cristo: Beati i misericordiosi (congratulazioni per i misericordiosi) perché troveranno misericordia!

Praticando la misericordia verso il prossimo andiamo quindi incontro alla misericordia di Dio verso di noi, cioè, facciamo entrare Gesù nella nostra vita e nelle nostre azioni. Questo deve essere il punto di partenza insieme, lo consigliamo sempre, al brano della Lettera ai Romani di san Paolo capitolo 12 dal verso 1 al verso 21, nel quale spiega tutto questo.

Per praticare la misericordia non c’è bisogno di essere dei cristiani super-convertiti, super-istruiti, super-realizzati, tali cristiani non esistono e non sono mai esistiti, solo i Santi ci sono arrivati e così anche noi dobbiamo tendere a questa santificazione seguendo i loro esempi. Basti pensare che la possibilità di praticare la più grande opera di misericordia, l’annunzio del Vangelo, la Chiesa la riconosce anche ai bambini cristiani, in forza e per virtù del loro Battesimo. Se Gesù Cristo, attraverso la Chiesa, affida anche ai bambini l’opera più grande, evangelizzare, vuol dire che si fida molto più di noi di quanto noi ci fidiamo di noi stessi. Questa è una cosa da tenere sempre presente.

Come può un bambino, ma anche un adulto, praticare questa misericordia oggi?

Facendo diventare, queste opere, atti quotidiani cominciando ad usarle verso i genitori, come ci dice il quarto Comandamento: onora il padre e la madre.

L’aspetto da ricordare è che Gesù Cristo prima di affidarci e invitarci alla misericordia, alla pratica della misericordia, sa esattamente come siamo e chi siamo e , nonostante questo, ci invita a praticarla.

Ma cosa succede il più delle volte? Che ci scopriamo impreparati, difettosi, colpevoli e rinunciamo dicendo a noi stessi e a Dio : “no, guarda, penso che ancora non sono pronto, devo togliermi questo vizio, devo pregare di più, sono ancora piccolo e devo crescere di più…. Quando sarò diventato santo, quando pregherò ininterrottamente tutto il giorno, quando sarò cresciuto, quando mi convertirò veramente, allora farò le opere di misericordia come tu vorresti che fossero fatte.”

Caspita, ci diamo anche la risposta del Signore! E invece non è così. Dio, in Gesù Cristo, ha predisposto per noi fin dall’eternità delle opere di misericordia. E fin dall’eternità ci conosceva. Quindi, di nuovo, non sentiamoci più divini di quanto sia Dio stesso, non crediamoci più buoni di Gesù Cristo o più misericordiosi di Lui.

Dio vuole che proprio tu, così come ti trovi oggi, con quelle difficoltà che hai, con quelle virtù nascoste che hai, con le tue spine, con le tue gioie, con i tuoi pensieri profondi, con i tuoi pensieri meschini, con in testa il Vangelo o l’ultima battuta del cartoon che ti fa tanto ridere, ha voluto e vuole che tu oggi cammini nella misericordia, nella Sua Misericordia.

Le opere di Misericordia ci spingono ad aprire la porta del nostro cuore allo Spirito Santo.

Ma che vuol dire non opporre resistenza alla grazia, allo Spirito Santo?Significa accettare di essere creature, di non essere Dio, di lasciare che Dio ci plasmi e che faccia di noi, che siamo creta, un’opera d’arte, la Sua opera.

Le opere di Misericordia ci preparano a diventare ciò che Dio ha scelto per ognuno di noi è pertanto importante capire che i veri misericordiosi sono coloro che, offrendo se stessi, portano agli altri i doni di Dio, doni corporali quanto spirituali, e non sono coloro che vogliono imporre agli altri le proprie opinioni spacciandoli come doni.

Chi vuole insegnare efficacemente al suo fratello infatti, deve dapprima togliere la trave dal proprio occhio e solo dopo dire pieno di amore: “Mio carissimo fratello, io vedo che una pagliuzza infastidisce il tuo occhio. Lasciami venire da te, affinché te la tolga delicatamente!”.

Così ogni lezione che i fratelli si impartiranno reciprocamente, sarà colma del più meraviglioso effetto. Ma se dei fratelli vogliono solo mostrare con il loro insegnamento spesso indesiderato che ognuno di loro è il più sapiente ed il migliore, allora anche il più eccellente insegnamento è inutile e rende tutto peggiore.

Per diventare tutto questo la Chiesa, che è Mamma, ha voluto, in un certo senso, “catalogare” le opere di misericordia dividendole in due parti: sette opere di misericordia corporali e sette opere di misericordia spirituali.

In semplici parole, noi siamo esseri costituiti da anima ( o meglio spirito) e corpo. Ciò che dà vita al nostro corpo è lo spirito dell’uomo che è in noi tanto che molti autori cristiani, ma soprattutto il grande domenicano san Tommaso d’Aquino insegna che ” è la carne che è vivificata dallo spirito” e non il contrario.

Quando il corpo perde il contatto con lo spirito, nella morte, il corpo muore. Lo spirito, questa anima che viveva dentro il corpo invece, non muore mai, come diciamo anche nel Credo: “credo nella risurrezione della carne, la vita eterna”. Così ci ha voluto e pensato Dio ed è meraviglioso, ma per avere questa vita eterna nella gioia piena, saremo giudicati su queste opere.

La Chiesa pertanto distingue – ma non separa – tra opere di misericordia spirituale, dirette allo spirito dell’uomo, e opere di misericordia corporale, dirette al corpo dell’uomo. Questa è solo una distinzione semplificata per aiutarci ad applicarle tutte insieme, perché sia le une che le altre coinvolgono l’anima e il corpo e perciò non possono essere separate.

Elenco delle sette opere di misericordia corporali:

1 – Dar da mangiare agli affamati
2 – Dar da bere agli assetati
3 – Vestire gli ignudi
4 – Alloggiare i pellegrini
5 – Visitare gli infermi
6 – Visitare i carcerati
7 – Seppellire i morti

e le sette opere di misericordia spirituali:

1 – Consigliare i dubbiosi
2 – Insegnare agli ignoranti
3 – Ammonire i peccatori
4 – Consolare gli afflitti
5 – Perdonare le offese
6 – Sopportare pazientemente le persone moleste
7 – Pregare Dio per i vivi e i morti

Vediamole ora, due a due, traendole insieme da quelle spirituali quanto da quelle corporali.

– L’opera di misericordia spirituale di consigliare i dubbiosi e l’opera di misericordia corporale di dar da bere agli assetati.

L’esempio più grande per applicare queste due opere ci viene da Gesù raccontato nei Vangeli. Gesù aiutava le persone che, rivolgendosi a Lui, manifestavano dubbi su ciò che stava accadendo ai loro tempi e per tutti trovava parole di consolazione, di spiegazione, spingendo gli uomini a risolvere questi dubbi e a credere in Dio.
Ma non dimentichiamo che per aiutare i dubbiosi è necessario che noi stessi crediamo in Dio e nell’insegnamento della Chiesa altrimenti, come insegna Gesù stesso, finiremo per essere come ciechi che guidano altri ciechi finendo entrambi nel burrone (Lc.6,39-42) e come insegna san Pietro: “adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi..” (1Pt.3,15). Per aiutare i dubbiosi è necessario che anche noi, come ha fatto Maria Santissima, ci mettiamo alla sequela del Figlio Gesù, che diventiamo suoi seguaci per davvero mettendo in pratica i suoi insegnamenti.
Consigliare i dubbiosi e dar da bere agli assetati, sono due atti che vanno insieme sia per rispondere ai dubbiosi sulla fede, sia per quelli che hanno fame e sete. Dobbiamo nutrire, con misericordia, gli uni e gli altri. Dice Gesù: “chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa..” (Mt.10,42).
E non dimentichiamo quel grido doloroso di Gesù sulla Croce: “Ho sete!” che racchiude tutte le necessità degli uomini sofferenti, ma anche e principalmente la sofferenza di Dio verso le anime che si perdono. Sì, dicono i Santi, Gesù ha sete delle anime nostre, ha sete delle anime che rischiano di perdersi e il suo grido dalla Croce cerca anime che lo aiutino a colmare questa sete diventando suoi discepoli per portare a Lui quante più anime è possibile.
Placando la sete di verità di colui che dubita con un consiglio sapiente che viene dal Signore, avrai scavato per lui un pozzo di acqua fresca.

– opera spirituale insegnare agli ignoranti e l’opera corporale del dar da mangiare agli affamati.

Ricordiamo Gesù quando dice: “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio…” (Mt.4,4), queste due opere sono inscindibili fra loro perchè, quando un vero cristiano da da mangiare agli affamati, non opera nel suo nome ma nel Nome di Colui che è Misericordia infinita, che sfama gli affamati con il pane quotidiano e che si è fatto Egli stesso Cibo nell’Eucaristia, Pane di vita eterna, nutrimento per eccellenza. Lo diciamo nel Padre Nostro: “dacci oggi il nostro pane quotidiano…”.

Ora, insegnare agli ignoranti, non significa una parola offensiva o un disprezzo, ma ignorare vuol dire non sapere, perciò ci rivolgiamo a persone che non sanno le cose di Dio, di Gesù e perciò si rivolgono a noi proprio come fanno i poveri che non hanno pane da mangiare.

Sono due povertà simili, uguali che Gesù ha affrontato nella sua vita terrena.

Ma delle due povertà Gesù dice che è ben peggiore quella dell’ignoranza di Lui, non sapere cosa ha detto Dio, non ricevere il Suo Pane perchè, da questa povertà deriva infine anche la seconda, quella del pane quotidiano.

Queste due opere dobbiamo applicarle insieme se è possibile e con la stessa carità, con lo stesso amore e compassione. Quella compassione che Gesù dimostra di avere quando insegnava alle folle la parola di Dio, dava loro il pane della Parola ma anche il Pane della vita, Sé stesso.

Per questo quando un Santo dava da mangiare agli affamati andava sempre da lui non in nome suo ma nel Nome di Gesù Cristo. E dopo avergli dato il pane quotidiano, sempre nel Nome di Cristo, cercava di ammaestrarlo insegnandogli chi era questo Donatore, Gesù Cristo, in modo che il povero potesse ringraziarlo e diventare suo discepolo. Ricordiamoci che la povertà è un fatto esteriore che ha la sua dignità che dobbiamo rispettare e amare, mentre la miseria è una condizione del cuore che non conosce Dio e non potendolo ringraziare diventa un misero. Dice il Catechismo: 2463 Nella moltitudine di esseri umani senza pane, senza tetto, senza fissa dimora, come non riconoscere Lazzaro, il mendicante affamato della parabola? Come non risentire Gesù: « Non l’avete fatto a me » (Mt 25,45)?

Come siamo pronti a dare il pane all’affamato così dobbiamo essere pronti a dare anche del nutrimento che non marcisce, la Parola di Dio, dobbiamo insegnare ai poveri e agli affamati che anche nella loro condizione essi possono essere arricchiti di un nutrimento superiore e dal quale derivano tutti gli altri beni.

– opera spirituale ammonire i peccatori e l’opera corporale vestire gli ignudi

Oggi si confonde l’ammonire i peccatori con quella frase tanto di moda: “chi sono io per giudicare?” ma c’è un errore di fondo perchè, ammonire il peccatore, non significa affatto giudicare la sua persona. Ammonire il peccatore è metterlo in guardia dai peccati che commette e quindi dal suo essere ignudo, nudo. Infatti le due opere si sostengono a vicenda ed è nel Libro della Genesi che troviamo questa similitudine.

Quando Adamo commette il primo peccato si accorge per la prima volta di essere nudo. Gli chiede Dio:«Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? … » (Gn.3,1-22).

Come il dare da mangiare agli affamati e il bere agli assetati, anche il vestire gli ignudi ha due aspetti: quello spirituale e quello corporale e in entrambe le situazioni è sempre la Misericordia di Dio ad intervenire e noi in Suo Nome, nel Nome di Gesù Cristo.

E’ vero che non dobbiamo giudicare le persone quando cadono nel peccato, ma non è vero quando ci dicono che non dobbiamo giudicare ciò che è peccato e condannarlo. Ammonire i peccatori va fatto come quando vestiamo un povero perchè lo vediamo nella sua nudità e ne abbiamo vera compassione. Allora lo vestiamo in Nome di Cristo, con amore, senza chiedergli come mai fosse nudo… quella domanda spetta a Dio come quando chiese ad Adamo: “e chi ti ha detto che eri nudo?”.

Come si fa allora ad ammonire i peccatori senza giudicarli? Semplice, invitandoli a scoprire i Comandamenti divini ed invitare i peccatori a viverli insieme a noi e dare noi stessi, per primi, la testimonianza che vivere ciò che predichiamo è gioia piena, è vera letizia, è indossare i vestiti della festa.

– opera spirituale consolare gli afflitti e l’opera corporale alloggiare i pellegrini.

Anche qui troviamo l’insegnamento nei Vangeli e in tutte le opere dei Santi. Questo “alloggiare i pellegrini” si sviluppa nella Chiesa fin dal primo secolo quando, masse di pellegrini, si muovevano per penitenza ad intraprendere grandi e lunghi pellegrinaggi in Terra Santa per esempio, e dove trovavano accoglienza nelle case degli altri cristiani, o nelle comunità cristiane, del posto. Qui essi trovavano ospitalità per il corpo, ma anche la consolazione delle afflizioni, dei dispiaceri delle proprie anime. Maggiore sviluppo per queste due opere si ebbe poi quando dal 1300 la Chiesa iniziò con l’indire gli Anni del Giubileo dando così l’avvio degli “Ostelli” e delle mense per i pellegrini che da ogni parte del mondo si recavano a Roma, spesso a piedi o con mezzi di fortuna, bisognosi di tutto.

A consolare gli afflitti pensavano i sacerdoti con i Sacramenti, specialmente la Confessione e l’Eucaristia.

Come possiamo applicare queste due opere noi oggi?

Cominciando dall’ospitalità… Non si possono consolare gli afflitti se ad essi non viene prima testimoniato l’Amore di Dio attraverso l’accoglienza, l’abbraccio misericordioso del Padre, i due gesti sono inseparabili fra loro perchè sia l’uno che l’altro vengono sempre mossi nel Nome di Colui che è l’unico Consolatore degli afflitti ed è Colui che in Lui ci fa riposare e dove in Lui troviamo tutte e due le opere di misericordia applicate: « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.  Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.  Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». (Mt.11,28-30)

– opera spirituale perdonare le offese e l’opera corporale visitare gli infermi.

Gesù è l’esempio più pratico e diretto di ogni opera di misericordia. Lui ci ha insegnato come si perdonano le offese e come si fa visita agli infermi, per questo diciamo che è Lui il nostro modello per svolgere tutte le opere nel modo corretto.

Riguardo alle offese, attenzione, noi possiamo perdonare quelle offese rivolte a noi, ma non possiamo tacere o fingere di non vedere quelle offese fatte ad altri a cominciare con quelle che si fanno a Gesù, specialmente a Gesù nell’Eucaristia. Contro queste offese, sempre con carità e misericordia, dobbiamo rispondere e “ammonire i peccatori” che le commettono. Perdonare è una parola composta da due termini: per e donare, perciò per-donare è un dono che non viene principalmente da noi, ma viene da Dio e va chiesto attraverso la Preghiera costante. Dobbiamo imparare perciò a per-donare le offese che riceviamo e dobbiamo chiedere perdono a Dio per le offese che riceve. Perciò dobbiamo stare attenti a non offendere noi Gesù per primi (Lui degno di essere amato sopra ogni cosa), e se ciò accade, chiedere perdono e ripartire da nuovo.

Visitare gli infermi è un’opera che nasce da questo dono di Dio per colui che infermo, ossia fermo in un posto – perchè ammalato – non può muoversi. Infatti è con il Cristianesimo che nasce l’opera di visitare gli ammalati portando ad essi l’Eucaristia, il farmaco della consolazione, dell’Amore, della riconciliazione, della salute.

Cosa possiamo portare noi oggi agli infermi, visitandoli?

Sempre portare Gesù, visitare gli ammalati nel Nome di Gesù portando ad essi la consolazione del Suo perdono, della Sua amicizia, della Sua presenza.

– opera spirituale sopportare pazientemente le persone moleste e l’opera corporale visitare i carcerati.

Gesù ci ha insegnato come si fa a sopportare le persone moleste, quelle persone che ci insultano, ci infastidiscono, ci opprimono, ci perseguitano… Ce lo ha dimostrato durante il processo che ha subito quando gli misero le mani addosso, lo riempirono di sputi, lo oltraggiarono, così come ce lo ha insegnato nel lungo elenco delle Beatitudini, ma ci ha insegnato anche ad avere misericordia e compassione verso i carcerati.

Per comprendere l’opera di misericordia verso i carcerati dobbiamo partire da quell’insegnamento di Gesù quando racconta della preghiera del pubblicano e del fariseo (Lc.18,9-14).

La parabola inizia evidenziando il fatto che “essere giusto” non è mai una condizione nativa della persona umana, infatti, il cristiano non è mai giusto davanti a Dio. L’eccessiva sicurezza della propria innocenza, specialmente quando ha come risvolto pratico un atteggiamento giudicante e intollerante verso il prossimo e verso i suoi errori, è qualcosa che dovrebbe far pensare. Il cristiano non si configura come un uomo “giusto”, bensì come un uomo riconciliato, perdonato, giustificato da Dio. Ecco perché questa parabola mostra questo “quadretto” tra due modelli: l’uomo che difende la sua giustizia personale, che Dio non convalida, e l’uomo che si arrende davanti alla misericordia di Dio e viene giustificato.

Il fariseo dichiara la verità. E’ vero che osserva attentamente la Legge e ha grande spirito di sacrificio. Non digiuna soltanto un giorno alla settimana, come prescritto, ma due. Egli sta in piedi, con le braccia alzate e la testa rivolta verso l’alto. Ringrazia Dio, nella forma canonica della preghiera biblico-giudaica: la lode e il ringraziamento a Dio per essere esente dai vizi degli altri uomini, e poi perché è ricco d’opere meritorie. Osserva attentamente la Legge e il compimento della volontà di Dio, anzi completa le prescrizioni rituali con pratiche supplementari. Insomma, il fariseo ringraziava Dio per non essere come gli altri uomini, che con ogni probabilità disprezza e condanna, per essere onesto, per non aver mai fatto male a nessuno, per essere andato in chiesa a tutte le feste comandate, e così via.

Il pubblicano invece sceglie la solitudine, si ferma in fondo al tempio, col capo chino, in un atteggiamento di contrizione che è ben diverso dalla superbia arrogante del fariseo. Anch’egli si rivolge a Dio ma non per vantarsi, ma per implorare misericordia, confessa la sua indegnità interiore, non ha un elenco di opere meritorie da portare, è cosciente che se non si trova in un carcere come meriterebbe, non è per una sua opera meritoria, ma solo per fortuna, per un caso… per misericordia.

Ecco perchè Gesù ci spinge a far visita ai carcerati: perchè se noi non stiamo al posto loro, non è perchè noi siamo più bravi di loro e perciò dobbiamo agire verso i carcerati con misericordia, con compassione, supplicando Dio che la nostra visita non porti semplicemente noi, ma Gesù.

E se non possiamo visitarli fisicamente, visitarli almeno nella Preghiera.

– opera spirituale pregare Dio per i vivi e per i morti e l’opera corporale seppellire i morti.

Qui ci troviamo davanti alle parole del Credo che professiamo ogni domenica: “credo… nella risurrezione della carne, la vita eterna…”. Credere in questo significa allora operare attivamente anche verso i Defunti che non scompaiono con la morte, ma entrano nella Vita eterna alla quale crediamo.

Gesù nei Vangeli dimostra compassione verso chi muore, è di consolazione verso chi muore, incoraggia i vivi a riguardo della Sua stessa morte (Lc.24,13-53).

Gesù ci svela che chi muore non finisce nel nulla e perciò dobbiamo continuare ad avere con i Defunti un rapporto nuovo ma che c’è ed è più vivo che mai e che la Chiesa insegna come: il Suffragio per i Defunti e tra i più efficaci troviamo la Santa Messa celebrata per i Defunti, il Santo Rosario e le opere di misericordia fatte per loro.

Allora si prega Dio per i vivi, affinchè si convertano, e per i morti affinchè coloro che sono in Purgatorio possano godere al più presto la pienezza della gloria promessa da Gesù.

Seppellire i morti è una grande opera di misericordia perchè si dimostra l’amore vero verso queste persone che ci lasciano per entrare nella vita promessa da Gesù ed è utile anche per noi. Infatti coloro che muoiono non hanno più bisogno di opere materiali, non hanno più fame o sete, ma hanno bisogno del suffragio, del ricordo, della Preghiera e loro stessi ci saranno grati pregando per noi, intercedendo per noi.

In questo compito ci aiuta la Vergine Maria che, morta nella carne, ha ricevuto subito il compimento di tutte le promesse di Dio con la sua Assunzione al Cielo in anima e corpo. Lei è la prima creatura umana alla quale Dio ha applicato tutte le promesse a chi muore in grazia di Dio.

Infatti è l’unica Creatura umana alla quale non facciamo “suffragi” ma dalla quale riceviamo la potente intercessione dall’eternità, dal luogo di beatitudine in cui si trova.

Così come quando ci rivolgiamo ai Santi, a quelle persone che la Chiesa ha riconosciuto degne di essere invocate, anche alle Anime del Purgatorio noi possiamo chiedere grazie in cambio però di suffragi perchè, seppur sono anime sicure di essere santificate definitivamente, hanno però ancora bisogno delle Messe, del Sacrificio di Gesù per giungere alla perfezione.

– per concludere

“L’esercizio di tutte e quattordici le opere di misericordia comunica grazie a chi le esercita. Nel Vangelo di Luca Gesù dice: «date e vi sarà dato». Perciò con le opere di misericordia facciamo la volontà di Dio, diamo agli altri qualcosa di nostro e il Signore ci promette che anche Lui darà a noi quello di cui possiamo avere bisogno.

D’altra parte, le opere buone sono uno dei mezzi per cancellare la pena che resta nell’anima per i nostri peccati già perdonati. Conoscere Gesù, pertanto, significa renderci conto che la nostra vita non può avere altro senso che quello di darci al servizio degli altri. Un cristiano non può fermarsi ai suoi problemi personali, perché deve vivere al cospetto della Chiesa universale, pensando alla salvezza di tutte le anime.

Se veramente siamo figli di Maria, riusciremo a comprendere il comportamento del Signore, il nostro cuore si dilaterà e avremo viscere di misericordia. Ci dorranno allora le sofferenze, le miserie, gli errori, la solitudine, l’angoscia, le pene degli uomini nostri fratelli. E sentiremo l’urgenza di aiutarli nei loro bisogni e di parlare loro di Dio, perché imparino a trattarlo da figli e possano conoscere la delicatezza materna di Maria.

La nostra vita deve accompagnare quella degli altri perché nessuno sia o si senta solo. La nostra carità deve essere anche affetto, calore umano.

Grazie, Gesù mio! Grazie, Gesù mio, e dacci un cuore a misura del Tuo!”

(San Josemaría Escrivà)

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