Il professor Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e direttore di Corrispondenza Romana, ha recensito due libri recentemente usciti in Francia sul cinquantenario della promulgazione del Novus Ordo Missae. L’articolo è stato scritto per il sito americano Catholic Family News e lo pubblichiamo col permesso e con la traduzione del suo Autore.
Per approfondire l’argomento, vi invitiamo a visitare la nostra sezione dedicata alla Crisi liturgica.
Il 3 aprile 1969 è la data in cui cinquant’anni fa venne promulgato il Novus Ordo Missae, la nuova Messa di Paolo VI. L’abbé Claude Barthe, uno dei più acuti studiosi contemporanei dei problemi della Chiesa, ha recentemente pubblicato una sintesi storica non solo della riforma liturgica, ma anche dell’opposizione che essa incontrò (La Messe de Vatican II. Dossier historique, Via Romana, Versailles 2018, pp. 306). Il suo studio merita di essere letto accanto a un altro libro, anch’esso appena uscito, che raccoglie gli scritti dell’abbé Raymond Dulac (1903-1987), un indomito protagonista della resistenza cattolica alla nuova liturgia (Le droit de la messe romaine, Publications du Courrier de Rome, Versailles 2018, pp. 310).

Fin dal primo dopoguerra del Novecento si sviluppò in Europa un Movimento liturgico con l’intenzione di avviare un processo di “purificazione” della liturgia romana e di coinvolgere i fedeli in una “partecipazione attiva” al culto divino. Centri del movimento furono, in Belgio, l’abbazia di Mont-Cèsar, e poi quella di Chevetogne, dove spiccava la figura di Dom Lambert Beauduin; in Germania l’abbazia benedettina di Maria Laach; in Austria l’abbazia dei canonici regolari di Klosternbeurg; in Francia il Centro di Pastorale Liturgica (CPL), con la rivista La Maison-Dieu; in Italia la Rivista liturgica fondata da don Emanuele Caronti e, più tardi, le Ephemerides Liturgicae dirette da padre Annibale Bugnini. Questi centri costituivano “un gruppo di pressione ben organizzato” (p. 49), che esercitò una profonda influenza negli anni successivi. Gli “esperti” si incontravano frequentemente tra di loro in pubblico e in privato, discutendo temi come, la concelebrazione, gli altari rivolti al popolo, la soppressione dell’offertorio sacrificale e soprattutto l’introduzione delle lingue vernacolari. François Mauriac, su Le Figaro del 25 dicembre 1948, raccontava di avere assistito, alla vigilia di Natale, ad una Messa celebrata da un prete operaio, in lingua francese (tranne il canone), su una tavola di cucina ricoperta da una tovaglia bianca. Nel settembre del 1956 si tenne ad Assisi il “Primo congresso internazionale di liturgia” con la partecipazione di 30 esperti, 1400 preti e 80 vescovi o abati, per discutere “il rinnovamento liturgico sotto il pontificato di Pio XII”. Ma fu solo dopo la morte di papa Pacelli che il rinnovamento dalle parole passò ai fatti.
Il 25 gennaio 1959, solo tre mesi dopo la sua elezione, Giovanni XXIII annunziò l’indizione del Concilio Vaticano II. La preparazione del Concilio fu affidata a dieci commissioni, Quella liturgica era presieduta dal cardinale Gaetano Cicognani e aveva come segretario una figura di spicco del Movimento liturgico, il padre lazzarista Annibale Bugnini, un funzionario di Curia dotato di una grande capacità organizzativa e di lavoro. All’interno della commissione si aprì pero un forte contrasto tra le due tendenze che si sarebbero fronteggiate nel Concilio: quella progressista e quella conservatrice. Giovanni XIII, che in campo liturgico si distanziava dai progressisti, il 22 febbraio 1961 promulgò la costituzione apostolica Veterum sapientia, che costituiva una ferma e inaspettata risposta ai fautori dell’introduzione del volgare nella liturgia. In questo documento papa Roncalli sottolineava l’importanza dell’uso del latino, “lingua viva della Chiesa” e raccomandava che gli aspiranti al sacerdozio, prima di intraprendere gli studi ecclesiastici, fossero “istruiti nella lingua latina con somma cura e con metodo razionale da maestri, assai esperti, per un conveniente periodo di tempo” (n. 3).
Quello stesso giorno il Papa nominò presidente della commissione preparatoria il cardinale Arcadio M. Larraona in sostituzione del cardinale Cicognani, morto il 5 febbraio. Se la scelta di Larraona, un eminente canonista spagnolo di orientamento conservatore, era significativa, ancor più eloquente fu, nell’ottobre 1962, alla vigilia dell’apertura del Concilio, la sostituzione, come segretario della Commissione dello stesso Bugnini con il padre Ferdinando Antonelli. Giovanni XXIII non riuscì però a far fronte al movimento liturgico, accuratamente organizzato. Quando si aprì il Vaticano II, tutti gli schemi preparatori furono accantonati, tranne quello De Liturgia, frutto del lavoro dell’unica commissione dominata dai progressisti.

L’abbé Barthe segue il dibattito liturgico conciliare fino al suo esito: la promulgazione, il 3 dicembre 1963, della costituzione Sacrosanctum Concilium, il primo testo adottato dall’assemblea, con cui, i Padri conciliari accettarono che la liturgia romana fosse “riorganizzata e ripensata” (p. 94). Solo un mese dopo la promulgazione di questo documento, cominciava la sua applicazione nella pratica. Paolo VI, che il 21 giugno 1963 era succeduto a Giovanni XXIII, aveva una tendenza ben diversa dal suo predecessore. Creò il Consilium ad exsequendam Costitutionem de sacra Liturgia, che l’abbé Barthe definisce una vera e propria “assemblea costituente” sulla liturgia (pp. 95-98) e, alla testa del nuovo organismo pose due prelati progressisti: come presidente il cardinale Giacomo Lercaro e come segretario padre Annibale Bugnini, recuperato dalla quarantena in cui l’aveva posto Giovanni XXIII. Paolo VI affidò al Consilium l’incarico della revisione dei libri liturgici (messale, breviario, rituale, pontificale) e l’attuazione di riforme che riguardassero la più attiva partecipazione dei fedeli, come l’uso delle lingue nazionali. L’articolo 54 della costituzione Sacrosanctum Concilium, combinato con l’articolo 40, relativo al ruolo delle conferenze episcopali, aveva infatti affidato a queste ultime la possibilità di introdurre la lingua volgare nella celebrazione della Messa.
La prima fase della riforma si svolse tra il 1964 e il 1968 ed ebbe il suo coronamento nella costituzione Missale romanum promulgata da Paolo VI nel Concistoro del 28 aprile 1969. Una delle parti più penetranti del libro dell’abbé Barthe è dedicata a un’analisi teologica del nuovo Messale, che si rivela come una forma rituale informe e polivalente (pp. 137-193). Infatti, “in un contesto generale di relativizzazione della regola dogmatica, che fu quello in cui si svolse la grande mutazione ecclesiale del Vaticano II, questo carattere nettamente più informale del culto ha contribuito a indebolire il suo carattere di veicolo della professione di fede” (p. 153).
Negli ultimi quattro capitoli del suo libro il teologo francese segue la battaglia del latino, tra il 1964 e il 1969 e, quella sul Novus Ordo negli anni successivi. Fin dal 1965, anno in cui fu introdotto il Volgare nella liturgia, si manifestò una forte opposizione alla riforma liturgica, con la fondazione dell’Associazione internazionale Una voce per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana. In Inghilterra, in Francia, in Italia, in Germania, si organizzarono proteste di intellettuali, di artisti, di musicisti. All’inizio di febbraio 1965, il libro di Michel de Saint-Pierre Les nouveaux prêtres, ottenne un successo strepitoso. Lo scrittore francese fondò quindi il movimento Credo. In Inghilterra Evelyn Waugh fu uno dei fondatori della Latin Mass Society; in Italia lo scrittore Tito Casini fece scalpore nel 1967 con La Tunica stracciata, un esplicito riferimento alla tunica di Cristo, lacerata dagli scismi e dalle eresie del post-Concilio.
Dopo la promulgazione del Novus Ordo, la questione non era più soltanto di difendere lingua e canto, ma il patrimonio teologico che la Messa tradizionale rappresentava. Nei mesi di aprile e maggio 1969, un gruppo di qualificati teologi redasse una rigorosa critica alla nuova liturgia, sotto il titolo di Breve esame critico del Novus ordo Missae. In ottobre il testo fu indirizzato a Paolo VI con una lettera di accompagnamento dei cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci. In questa lettera si affermava che “il Novus Ordo Missae (…) rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i ‘canoni’ del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del mistero”.
L’abbè Barthe segue con precisione storica il “gran rifiuto” della nuova Messa di Paolo VI, svolto da molti membri del clero e del laicato, a partire dal Breve Esame critico dei cardinali Ottaviani e Bacci. In questa “nebulosa di opposizione” ricorda in Francia l’abbé Georges de Nantes, con la sua Contre-Rèforme catholique, e Jean Madiran, direttore della rivista Itinéraires; in Brasile Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira; in Italia Romano Amerio. A questi intellettuali bisogna aggiungere naturalmente i sacerdoti che condussero l’opposizione “sul campo”, creando una rete di messe tradizionali, dalle abbazie di Fontgambault e del Barroux alla Fraternità San Pio X, fondata da mons. Marcel Lefebvre, che legò l’opposizione alla riforma liturgica con quella al Concilio Vaticano II. La spettacolare occupazione della chiesa di Saint-Nicolas-du Chardonnet a Parigi da parte di mons. Ducaud-Bourget e dei suoi fedeli, la domenica 26 febbraio 1976, fu un avvenimento di cui giustamente l’abbé Barthe sottolinea l’importanza. Se il ministro dell’Interno di Giscard d’Estaing, Michel Poniatowski, ritenne di non intervenire, significava che l’elettorato cattolico era largamente favorevole a lasciar vivere ed esprimersi la tendenza tradizionalista.
Il Novus Ordo di Paolo VI era stato promulgato per sostituire l’antico, ma il 7 luglio 2007 il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, stabiliva che la Messa detta di Paolo VI non era mai stata abrogata. Da allora l’uso del Messale tridentino è divenuto, non più una concessione, ma il diritto di ogni sacerdote e, nello spazio di più di 10 anni, i luoghi di culto tradizionale sono raddoppiati nel mondo, così come è proporzionalmente cresciuto il numero dei fedeli che frequentano le messe tradizionali. Il Motu proprio di Benedetto XVI ha prodotto inoltre una fioritura di opere di liturgisti, teologi, storici del culto di orientamento “ratzingeriano”. Nella coesistenza che di fatto si è creata tra i due riti, il Rito romano antico, anche se minoritario, appare capace di un’attrazione di cui la Messa di Paolo VI è priva. Il pontificato di papa Francesco, che l’abbé Barthe considera come il compimento del Vaticano II, non è riuscito a segnare un’inversione di tendenza a favore della nuova liturgia. Le ultime pagine del suo libro sono dedicate alla “infruttuosa ricerca di una terza via” (pp. 261-269) e all’”impossibile restaurazione” (pp. 273-288), ovvero al fallimento della cosiddetta “ermeneutica della continuità”, incapace di arrestare la disintegrazione teologica e liturgica dei nostri tempi.
La lettura dello studio dell’abbé Barthe, preceduto da un’ampia prefazione dell’abbé Grégoire Celier, offre un’ulteriore conferma a chi è convinto che la strada da seguire è quella che già ci indicavano con chiarezza i “resistenti” degli anni Settanta del Novecento. Tra questi va annoverato l’abbé Raymond Dulac, uno dei migliori frutti della scuola teologica romana del XX secolo. Nato a Sète, in Francia, nel 1903, l’abbé Dulac fu allievo al Seminario francese di Roma, diretto dal padre Henri Le Floch, negli anni in cui vi studiava mons. Marcel Lefebvre. Fu ordinato sacerdote nel 1926 e ottenne il dottorato in filosofia e teologia e la licenza in diritto canonico. Durante il Concilio Vaticano II, assieme all’abbé Victor Berto, un altro suo compagno di studi al Seminario francese, svolse un’opera di preziosa consulenza teologica al gruppo di Padri conciliari che si opponevano al progressismo, soprattutto quando fu affrontato il tema della collegialità. Fu uno dei fondatori della rivista La Pensée catholique e, successivamente, brillante collaboratore delle riviste Courrier de Rome e Itinéraires. Passò i suoi ultimi anni di vita assistendo le religiose del Carmelo di Draguignan, dove morì il 18 gennaio 1987. I suoi funerali furono celebrati dall’abbé Paul Aulagnier, allora superiore del Distretto di Francia della Fraternità San Pio X.

Fin dal 1967 l’abbé Dulac si pose il problema della legittimità di una resistenza al’”aggiornamento” liturgico avviato da Paolo VI dopo il Vaticano II. L’abbé Dulac considerò non una riforma, ma una “rivoluzione”, il nuovo Ordo Missae e nel luglio del 1969 espresse un rifiuto assoluto della nuova messa, basandosi sul diritto canonico e sulla teologia morale. “Noi — scrisse — abbiamo semplicemente scelto di rifiutare senza contestare, di resistere senza disobbedire, di sottrarci a un comando per sottometterci a un obbligo superiore. Tutto questo senza ‘libero esame’, ma secondo delle regole oggettive e delle pratiche che si trovano nei manuali più classici e (ciò che vale di più) nella vita dei santi” (pp. 114-115).
Il 25 settembre 1969 il sacerdote francese spiegava sul Courrier de Rome che la Messa di Paolo VI è “polivalente”: essa può essere accetta sia da un cattolico che da un protestante, da chi crede alla presenza reale e da chi la nega. Il 5 gennaio 1970 proponeva un’analisi dell’“autodemolizione della Messa” con un’importante “Consultazione canonica sul valore obbligatorio del nuovo Ordo Missae” destinata a divenire, fino ad oggi, un punto di riferimento per chi segue la Tradizione. In questo studio l’abbé Dulac ribadisce che, considerandola anche solo nella sua forma canonica, la costituzione di Paolo VI non obbliga nessun sacerdote a celebrare la nuova Messa e nessun fedele ad assistervi. In un nuovo articolo del 25 gennaio spiega: “Non abbiamo mai detto, non diremo mai, biasimiamo con tutte le nostre forze che si dica, che il nuovo Ordo Missae di Paolo VI è eretico — con ciò che questa precisa e terribile qualifica esige come rigorose condizioni di ordine dogmatico e di ordine morale. Ma abbiamo detto e continueremo a dire: quest’Ordo è equivoco fino alla ‘polivalenza’ con ciò che questi due aggettivi comportano sia di indeterminato che di pericoloso nella pratica”.
Il 10 settembre 1970, l’abbé Dulac precisava: “Non abbiamo mai detto che la nuova Messa sia eretica. Purtroppo essa è, si potrebbe dire, ancora peggio. È equivoca, è flessibile in diversi sensi. Flessibile a volontà. La volontà individuale diventa così la regola e la misura delle cose. L’eresia formale e chiara agisce come un colpo di pugnale. L’equivoco agisce come un veleno lento. L’eresia attacca un preciso articolo del dogma. L’equivoco, lede lo stesso habitus della fede e vulnera così tutti i dogmi. Si diventa formalmente eretici solo volendolo. L’equivoco può invece demolire la fede di un uomo a sua insaputa. L’eresia afferma quello che il dogma nega o nega ciò che esso afferma. L’equivoco distrugge la fede altrettanto radicalmente, astenendosi solo dall’affermare e dal negare; facendo della certezza rivelata una libera opinione” (p. 252). Il peccato originale del nuovo rito è quello di “aver voluto fabbricare una ‘messa’ passe-partout, che può essere celebrata sia un cattolico che da un protestante” (p. 256).
Nell’aprile del 1972 l’abbé Dulac pubblica sulla rivista Itinéraires la sintesi dei suoi lavori sotto il titolo La Bolla di san Pio V di promulgazione del Messale romano restaurato. Il canonista francese svolge una minuziosa analisi della bolla di san Pio V e del Novus ordo di Paolo VI, ribadendo ancora una volta che il Messale tridentino non è mai stato giuridicamente abrogato e può essere lecitamente celebrato da ogni sacerdote. Nei suoi Consigli per una resistenza rispettosa scrive: “Prima regola. Anche facendo astrazione del suo contenuto dottrinale e considerando solo gli aspetti giuridici della sua pubblicazione, il Messale di Paolo VI non può essere affermato come obbligatorio, di un obbligo strettamente giuridico. (…) Seconda regola. La bolla Quo primum tempore di san Pio V non è abrogata nella sua totalità dalla costituzione di Paolo VI Missale romanum del 3 aprile 1969” (pp. 288-289).
Qualche anno dopo, lo scrittore italiano Tito Casini si sarebbe richiamato esplicitamente all’abbé Dulac, scrivendo: “…la nuova messa è non eretica ma è forse peggio, è equivoca e flessibile”, perché “la nebbia è, per chi viaggia, più pericolosa del buio…” (Il Fumo di Satana: verso l’ultimo scontro, Ed. Il Carro di San Giovanni, Firenze 1976, p, 140).
Le pagine dell’abbé Dulac sono di straordinaria attualità. Esse dimostrano come la radice dei mali che affliggono la Chiesa risale almeno agli anni Sessanta del Novecento, gli anni del Concilio e del post-Concilio. Paolo VI, nel suo discorso al Seminario lombardo del 7 dicembre 1968, usò l’inedita espressione di “autodemolizione della Chiesa”. Di fronte a questo processo di auto-demolizione numerosi cattolici, tra il clero e il laicato, si levarono in piedi per difendere la Fede della Chiesa. L’abbé Raymond Dulac fu uno di questi. L’”ermeneutica della continuità” oggi di moda non ha la chiarezza e il vigore intellettuale delle tesi dei difensori della Tradizione come l’abbé Dulac, le cui pagine meritano di essere lette e meditate non solo per onorarne la memoria, ma per nutrire la resistenza cattolica di oggi, che è figlia di quella di ieri, e che combatte il medesimo nemico.
FONTE: catholicfamilynews.org
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AGGIORNAMENTO FEBBRAIO 2024
Papa Francesco è preoccupata per gli «abusi» nelle celebrazioni conciliari…
C’è un recente documento del Dicastero per la Dottrina della fede che è passato praticamente inosservato: la nota Gestis verbisque sulla validità dei sacramenti del 2 febbraio 2024 [QUI; QUI su MiL: N.d.T.], che ci ricorda, giustamente, che mentre «la Chiesa è “ministra” dei Sacramenti, non ne è padrona». Ne abbiamo parlato nella nostra Lettre dei Veilleurs davanti all’Arcivescovado di Parigi [QUI; QUI su MiL: N.d.T.], ma vorremmo riprendere queste riflessioni per tutti i lettori della Lettre di Paix Liturgique.
La nuova liturgia è aperta a tutte le interpretazioni personali
Nella sua lettera ai Vescovi di tutto il mondo per presentare il motu proprio «Traditionis custodes» sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970 [QUI: N.d.T.], papa Francesco ha aperto una falsa finestra di simmetria, denunciando gli «abusi» che vede nella celebrazione della liturgia preconciliare e gli «abusi» delle «interpretazioni errate» della nuova liturgia:
Mi addolorano allo stesso modo gli abusi di una parte e dell’altra nella celebrazione della liturgia. Al pari di Benedetto XVI, anch’io stigmatizzo che «in molti luoghi non si celebri in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura venga inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale porta spesso a deformazioni al limite del sopportabile» [Benedetto XVI, Epistula Episcopos Catholicae Ecclesiae Ritus Romani, 7 luglio 2007: AAS 99 (2007) 796].
In effetti, la lotta contro gli «abusi liturgici» è il pane quotidiano di Roma fin dall’introduzione della liturgia di San Paolo VI che, con le sue innumerevoli varianti e possibili scelte scritte nel testo stesso dei nuovi libri, apre la porta a ogni tipo di innovazione e interpretazione personale. Non siamo noi a dirlo, ma lo stesso papa Francesco nella lettera apostolica Desiderio desideravi sulla formazione liturgica del popolo di Dio (n. 54) [QUI: N.d.T.]:
Nel visitare le comunità cristiane ho spesso notato che il loro modo di vivere la celebrazione è condizionato – nel bene e, purtroppo, anche nel male – da come il loro parroco presiede l’assemblea. Potremmo dire che vi sono diversi «modelli» di presidenza. Ecco un possibile elenco di atteggiamenti che, pur essendo tra loro opposti, caratterizzano la presidenza in modo certamente inadeguato: rigidità austera o creatività esasperata; misticismo spiritualizzante o funzionalismo pratico; sbrigatività frettolosa o lentezza enfatizzata; sciatta trascuratezza o eccessiva ricercatezza; sovrabbondante affabilità o impassibilità ieratica. Pur nell’ampiezza di questa gamma, penso che l’inadeguatezza di questi modelli abbia una comune radice: un esasperato personalismo dello stile celebrativo che, a volte, esprime una mal celata mania di protagonismo. Spesso ciò acquista maggior evidenza quando le nostre celebrazioni vengono trasmesse in rete, cosa non sempre opportuna e sulla quale dovremmo riflettere. Intendiamoci, non sono questi gli atteggiamenti più diffusi, ma non di rado le assemblee subiscono questi «maltrattamenti».
Non c’è modo migliore per denunciare la fonte degli abusi: a differenza del celebrante tradizionale, che è il fedele esecutore di un testo e di gesti rigorosamente fissati come una lex, una legge di preghiera, il nuovo celebrante è intrinsecamente un interprete, una sorta di attore di un testo sciolto.
È importante notare che anche la dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni del Dicastero per la Dottrina della fede [QUI: N.d.T.] introduce un’aberrazione liturgica. Essa afferma
la possibilità di benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso, la cui forma non deve trovare alcuna fissazione rituale da parte delle autorità ecclesiali
La benedizione rimane un atto sacro compiuto in nome della Chiesa, cioè un atto liturgico. Per benedire le coppie divorziate o dello stesso sesso, ai sacerdoti viene semplicemente concesso il diritto di inventare una propria liturgia, non fissata ritualmente. Molti sacerdoti lo stanno già facendo, organizzando cerimonie per celebrare il «risposo» dei divorziati, in un modo che, ovviamente, non è stabilito dal rituale.
E più comunemente, molti sacerdoti – o non sacerdoti, come tutti coloro che organizzano funerali senza sacerdote – inventano cerimonie non rituali a piacere. In realtà, sono gli stessi libri liturgici che ci invitano a lasciare il rito e ad aprire la porta all’invenzione. Un esempio: le parole di benvenuto in una cerimonia di confermazione possono variare a seconda dell’ispirazione: se è il Vescovo a salutare l’assemblea, «dirà, per esempio: Che Dio nostro Padre…», o altro; se è il moderatore, «dirà, per esempio…», o altro.
In una parola, la libertà è diventata la regola, che non è altro che l’abolizione dell’essenza dell’azione rituale. È facile capire perché, sotto San Paolo VI e San Giovanni Paolo II, la Congregazione dei Riti e la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti abbia emanato una serie di istruzioni per difendere la «corretta applicazione» della nuova liturgia dagli innumerevoli «abusi»: Inter Oecumenici del 26 settembre 1964, Tres abhinc annos del 4 maggio 1967, Liturgicae instaurationes del 5 settembre 1970, Liturgiam authenticam del 28 marzo 2001 (che trattava delle traduzioni e correggeva Varietates legitimae del 25 gennaio 1994, troppo liberale), e infine Redemptionis sacramentum del 25 marzo 2004. Ammonizioni ripetute e ripetitive, fatte invano, e che non hanno mai dato luogo ad alcuna sanzione contro un sacerdote o un Vescovo.
L’istruzione Redemptionis sacramentum su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia [QUI: N.d.T.], pubblicata il 25 marzo 2004, un anno prima dell’assunzione del Pontificato da parte del card. Joseph Aloisius Ratzinger, è stata un vertice nella – perfettamente inutile – disamina degli «abusi». Questo testo sorprendente è un vero e proprio sillabo di abusi liturgici proibiti, ma senza sanzioni. L’elenco delle trasgressioni è istruttivo:
- le preghiere eucaristiche inventate (n. 51);
- preghiere eucaristiche proclamate anche da non sacerdoti (n. 52);
- le variazioni personali introdotte nei testi (n. 59);
- i laici predicano durante la Messa (n. 66);
- la Messa è mescolata con una cena ordinaria o un pasto festivo, su un tavolo da pranzo (n. 77);
- si introducono nella liturgia elementi presi in prestito dai riti di altre religioni (n. 79);
- i non cattolici o addirittura i non cristiani ricevono la comunione (n. 84);
- le ostie vengono passate di mano in mano per raggiungere il comunicante, o in una Messa nuziale, gli sposi si danno la comunione a vicenda (n. 94);
- la Messa si celebra con qualsiasi recipiente di uso quotidiano (n. 117).
Un’enumerazione edificante che non proviene da scrupolosi tradizionalisti ma dalla stessa Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti. L’istruzione Redemptionis sacramentum prevedeva addirittura che i reclami potessero essere presentati al Vescovo o alla Sede Apostolica, come ai bei tempi della Sapinière! Si può immaginare che i reclami si accumulassero sulla scrivania di un impiegato della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti, e poi alla fine nella sua pattumiera…
Un «abuso» che porta a una possibile invalidità
Ma questi «abusi» – laici che recitano la preghiera eucaristica o che predicano, buddisti che fanno la comunione, vino che viene consacrato in bicchieri ordinari… – erano in qualche modo classici nella terra della nuova liturgia. Sotto papa Francesco, invece, perché Roma si muova, è necessario qualcosa di molto più grande. Finalmente si è resa conto che alcuni abusi stavano mettendo in discussione la validità dei sacramenti. Anche in questo caso, non sono i critici tradizionali a dirlo, ma il card. Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede, nella presentazione della nota Gestis verbisque sulla validità dei sacramenti [QUI: N.d.T.]:
Ad esempio, invece di usare la formula stabilita per il Battesimo, si sono utilizzate formule come quelle che seguono: «Io ti battezzo nel nome del Creatore…» e «A nome del papà e della mamma… noi ti battezziamo». In una tale grave situazione si sono ritrovati anche dei sacerdoti. Questi ultimi, essendo stati battezzati con formule di questo tipo, hanno scoperto dolorosamente l’invalidità della loro ordinazione e dei sacramenti sino a quel momento celebrati.
Nessun commento.
Quale grado di assurdità deve esserci per poter dire che non stiamo celebrando il sacrificio della Messa? Potremmo elencare le Messe da circo celebrate sotto un tendone a Natale, con clown e giocolieri, o le Messe da festa celebrate appositamente per i matrimoni (vedi questa, per esempio: Un Cure Jovial [si tratta di don Bruno Maggioni, Parroco di Margno: N.d.T.] o le Messe a buffet nelle case di riposo, o ancora le Messe da concerto, come quella celebrata dall’abilissimo don Rainer Maria Schießler, Parroco di St. Maximilian a Monaco, il giorno 1 gennaio 2021: Hl.Messe vom 01.01.2021 / 10.30 Uhr in St.Maximilian, München mit Manuel Kuthan’s Glitzerbeisl).
Lo stesso don Rainer Maria Schießler, che è anche un attivista pro-LGBT, ha presieduto una Messa di carnevale alla vigilia dell’Epifania, il 5 gennaio, durante la Narrhalla [sfilata di carnevale: N.d.T.] celebrata a gennaio sulla Marienplatz di Monaco, una reinterpretazione delle mascherate medievali delle Fêtes des Fous, o Fêtes des Innocents, di cui una foto è stata presa dal bollettino dell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga e riprodotta da de.news (Die Karnevalssaison des Novus Ordo ist eröffnet), con l’altare e la chiesa decorati con motivi colorati e palloncini.
In Italia, per l’Epifania, mons. Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo, ha presieduto una «Messa dei Popoli» in casula policroma, con un gruppo di ballerini in pigiama che si sono esibiti nella Cattedrale di San Donato. Il Vescovo ha ammesso che alcuni fedeli devono essersi scandalizzati. «Siamo diversi», ha detto, «nel nostro modo di pensare i riti e l’Eucaristia». Lo stesso Vescovo, decisamente inventivo, ha presieduto anche un’altra «Messa dei Popoli» per l’Epifania del 2020, con la presenza di protestanti, ortodossi e non credenti. E ha sostituito il Credo con un minuto di silenzio, durante il quale ognuno era libero di dire a Dio, o all’Essere Supremo, o a nessuno, quello che si sentiva di credere.
Tutto era possibile. Nello Zambia, lo stesso card. Annibale Bugnini C.M., già Segretario della Congregazione per il Culto divino, disse che la mescita dell’acqua e del vino era stata eliminata, con il pretesto che non aveva alcuna base biblica (La riforma liturgica, Roma, 1983, capitolo 38). Proverbi 9,5 nella Vulgata, tuttavia, parla di «vinum, quod miscui vobis» [la CEI traduce erroneamente: «il vino che io ho preparato»: N.d.T.].
Ci sono altri problemi. La nota Gestis verbisque sulla validità dei sacramenti si preoccupa della possibile invalidità di alcuni sacramenti a causa dell’invenzione degli attori. Ma le libertà prese con la forma e il contenuto dei sacramenti sono state talvolta debitamente autorizzate. Ad esempio, secondo un articolo apparso su La Croix il 9 agosto 1989, Célébrer en terre africaine [Celebrare in terra africana: N.d.T.], che all’epoca fece molto scalpore, fu concessa l’autorizzazione ad experimentum a una regione dello Zaire di utilizzare per l’Eucaristia pane fatto con farina di manioca e vino di mais.
Molto inquietante è il permesso concesso dalla lettera della Congregazione per la Dottrina della fede a tutti i Presidenti delle Conferenze Episcopali sull’uso del pane con poca quantità di glutine e del mosto come materia eucaristica (19 giugno 1995) [QUI: N.d.T.], ripresa dalla lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali circa l’uso del pane con poca quantità di glutine e del mosto come materia eucaristica (24 luglio 2003) [QUI: N.d.T.]. La Congregazione per la Dottrina della fede ha preso in considerazione il caso di sacerdoti che non possono più mangiare pane (a causa di una malattia dell’apparato digerente) o vino (ad esempio, coloro che si sono disintossicati). In questi casi, ha detto la Congregazione per la Dottrina della fede, si potrebbero preparare ostie speciali con meno glutine, ma in quantità sufficiente per la panificazione, che non pone alcuna difficoltà, e anche, cosa infinitamente più problematica, si potrebbe usare il mosto, cioè il succo d’uva, al posto del vino. È vero che, date le estreme difficoltà incontrate in certi tempi e in certe regioni per ottenere il vino o per conservarlo, il Sant’Uffizio permetteva di ottenere il vino immergendo l’uva sultanina nell’acqua e lasciandola fermentare. Oggi, invece, il succo d’uva in commercio è stato pastorizzato per evitare la fermentazione. È con il succo d’uva puro che alcuni sacerdoti celebrano oggi la Messa.
Un nuovo rito intrinsecamente fragile
A prescindere da eventuali «abusi» evidenti, bisogna riconoscere che la nuova liturgia, e in particolare la Messa riformata, è intrinsecamente fragile, proprio perché comporta una grande interpretazione da parte dei celebranti. Padre Hervé Mercury sottolinea questo punto nel suo libro La Liturgie sacrificielle. Du rite rénové par Jean XXIII au Novus Ordo Missae de Paul VI (con prefazione del card. Robert Sarah), in attesa di pubblicazione da diversi anni. In esso, egli mostra la mancanza di significato sacrificale nella nuova Messa, come si manifesta nella presentazione dei doni, che ha sostituito il tradizionale offertorio sacrificale. Da qui la necessità di una «presenza» molto forte da parte del celebrante, caratteristica della Messa di oggi: nel nuovo rito, il celebrante deve manifestare a se stesso e agli altri un’intenzione più esplicita (nel senso tecnico di volontà del ministro di fare, compiendo il rito, ciò che la Chiesa fa e vuole).
In altre parole, per evitare che la celebrazione tenda a un mero memoriale, il celebrante del nuovo rito, manifestando la sua fede e la sua pietà, compensa in qualche modo la mancanza di espressione nell’offerta, che il vecchio rito dice molto chiaramente essere presentata per il perdono «pro innumerabílibus peccátis, et offensiónibus, et negligéntiis meis» [per i miei peccati, per le offese e le innumerevoli negligenze: N.d.T.], e «pro ómnibus fidélibus christiánis vivis atque defúnctis» [per tutti i fedeli vivi e defunti: N.d.T.] (preghiera Súscipe, sancte Pater). Ma il celebrante del nuovo rito può fare il contrario e interpretarla come una semplice azione festiva.
Mentre nella liturgia tradizionale i riti di per sé altamente significativi sono la salvaguardia dei sacramenti, la nuova liturgia, come i testi del Concilio Vaticano II, ha bisogno di essere interpretata, per non dire rettificata, perché soffre quantomeno di incompletezza.
