Benedetto XVI spiega la Risurrezione di Gesù

Capitolo 9 dal Tomo2 Gesù di Nazaret

  1. LA RISURREZIONE DI GESÙ DALLA MORTE

1. Di che si tratta nella risurrezione di Gesù

«se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo» (1Cor.15,14s).

Con queste parole san Paolo pone drasticamente in risalto quale importanza abbia per il messaggio cristiano nel suo insieme la fede nella risurrezione di Gesù Cristo: ne è il fondamento. La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti.

         Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere una sorta di concezione religiosa del mondo, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita; una personalità che nonostante il suo fallimento rimane grande e può imporsi alla nostra riflessione, ma rimane in una dimensione puramente umana e la sua autorità è valida nella misura in cui il suo messaggio ci convince. Egli non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi. La nostra valutazione personale è l’ultima istanza.

         Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poiché allora Dio si è veramente manifestato.

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Per questo, nella nostra ricerca sulla figura di Gesù, la risurrezione è il punto decisivo. Se Gesù sia soltanto esistito nel passato o invece esista anche nel presente – ciò dipende dalla risurrezione. Nel «sì» o «no» a questo interrogativo non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento accanto ad altri, ma sulla figura di Gesù come tale.

         È perciò necessario ascoltare con particolare attenzione la testimonianza sulla risurrezione offerta nel Nuovo Testamento. Ma dobbiamo allora, come prima cosa, constatare che questa testimonianza, considerata dal punto di vista storico, si presenta a noi in una forma particolarmente complessa, così da sollevare molte domande.

Che cosa è lì successo? Ciò chiaramente, per i testimoni che avevano incontrato il Risorto, non era facile da esprimere. Si erano trovati davanti ad un fenomeno per essi stessi totalmente nuovo, poiché oltrepassava l’orizzonte delle loro esperienze. Per quanto la realtà dell’accaduto li sconvolgesse fortemente e li spingesse a darne testimonianza – essa tuttavia era totalmente inusuale. San Marco ci racconta che i discepoli, scendendo dal monte della trasfigurazione, riflettevano preoccupati sulla parola di Gesù secondo cui il Figlio dell’uomo sarebbe «risorto dai morti». E si domandavano l’un l’altro che cosa volesse dire «risorgere dai morti» (9,9s). E di fatto: in che cosa ciò consiste? I discepoli non lo sapevano e dovevano impararlo solo dall’incontro con la realtà.

         Chi si avvicina ai racconti della risurrezione con l’idea di sapere che cosa sia la risurrezione dai morti, non può che interpretare tali racconti in modo sbagliato e deve poi accantonarli come cosa insensata. Alla fede nella risurrezione Rudolf Bultmann ha obiettato che, anche se Gesù fosse tornato dal sepolcro, si dovrebbe tuttavia dire che «un tale miracoloso evento della natura come la rianimazione di un morto» non ci aiuterebbe per nulla e, dal punto di vista esistenziale, sarebbe irrilevante.

         Ebbene, di fatto: se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa ultimamente non ci interesserebbe affatto. Non sarebbe infatti più importante della rianimazione, grazie all’abilità dei medici, di persone clinicamente morte. Per il mondo come tale e per la nostra esistenza non sarebbe cambiato nulla. Il miracolo di un cadavere rianimato significherebbe che la risurrezione di Gesù era la stessa cosa che la risurrezione del giovane di Nain (cfr Le 7,11-17), della figlia del Giàiro (cfr Me 5,22-24.35- 43 e par.) o di Lazzaro (cfr Gv 11,1-44). Di fatto, dopo un tempo più o meno breve, questi ritornarono nella loro vita di prima per poi più tardi, a un certo punto, morire definitivamente.

 Le testimonianze neotestamentarie, invece, non lasciano alcun dubbio che nella «risurrezione del Figlio dell’uomo» sia avvenuto qualcosa di totalmente diverso. La risurrezione di Gesù è stata l’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò – una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini. Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterrebbe soltanto al passato, ma è una sorta di «mutazione decisiva» (per usare analogicamente questa parola, pur equivoca), un salto di qualità. Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini.

         Con ragione, quindi, Paolo ha inscindibilmente connesso la risurrezione dei cristiani e la risurrezione di Gesù: «Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto …. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor.15,16.20). La risurrezione di Cristo o è un avvenimento universale o non è, ci dice Paolo. E solo se la intendiamo come avvenimento universale, come inaugurazione di una nuova dimensione dell’esistenza umana, siamo sulla strada di una giusta interpretazione della testimonianza sulla risurrezione presente nel Nuovo Testamento.

         Da qui si capisce la peculiarità di tale testimonianza neotestamentaria. Gesù non è tornato in una normale vita umana di questo mondo, come era successo a Lazzaro e agli altri morti risuscitati da Gesù. Egli è uscito verso una vita diversa, nuova – verso la vastità di Dio e, partendo da lì, Egli si manifesta ai suoi.

         Ciò era anche per i discepoli una cosa del tutto inaspettata, di fronte alla quale ebbero bisogno di tempo per orientarsi. È vero che la fede giudaica conosceva la risurrezione dei morti alla fine dei tempi. La vita nuova era collegata con l’inizio di un mondo nuovo e in tale prospettiva era anche ben comprensibile: se c’è un mondo nuovo, allora lì esiste anche un modo nuovo di vita. Ma una risurrezione verso una condizione definitiva e differente, nel bel mezzo del mondo vecchio che continua ad esistere – questo non era previsto e pertanto inizialmente neanche comprensibile. Per questo la promessa della risurrezione era in un primo tempo rimasta inafferrabile per i discepoli.

Il processo del divenire credenti si sviluppa in modo analogo a quanto è avvenuto nei confronti della croce. Nessuno aveva pensato ad un Messia crocifisso. Ora il «fatto» era lì, e in base a tale fatto occorreva leggere la Scrittura in modo nuovo. Nel capitolo precedente abbiamo visto come partendo dall’inatteso la Scrittura si sia dischiusa in modo nuovo e così anche il fatto abbia acquistato un suo senso. La nuova lettura della Scrittura, ovviamente, poteva cominciare soltanto dopo la risurrezione, perché soltanto in virtù di essa Gesù era stato accreditato come inviato di Dio. Ora si dovevano individuare ambedue gli eventi – croce e risurrezione – nella Scrittura, comprenderli in modo nuovo e così giungere alla fede in Gesù come Figlio di Dio.

         Questo, peraltro, presuppone che per i discepoli la risurrezione fosse reale come la croce. Presuppone che essi fossero semplicemente sopraffatti dalla realtà; che dopo tutta la titubanza e la meraviglia iniziali non potessero più opporsi alla realtà: è veramente Lui; Egli vive e ci ha parlato, ci ha concesso di toccarlo, anche se non appartiene più al mondo di ciò che normalmente è toccabile.

         Il paradosso era indescrivibile: che Egli fosse del tutto diverso, non un cadavere rianimato, ma uno che in virtù di Dio viveva in modo nuovo e per sempre; e che al tempo stesso, in quanto tale, pur non appartenendo più al nostro mondo, fosse presente in modo reale proprio Lui, nella sua piena identità. Si trattava di un’esperienza assolutamente unica, che andava al di là degli usuali orizzonti dell’esperienza e, tuttavia, restava per i discepoli del tutto incontestabile. A partire da ciò si spiega la peculiarità delle testimonianze sulla risurrezione: parlano di una cosa paradossale, di qualcosa che supera ogni esperienza e che tuttavia è presente in modo assolutamente reale.

         Ma può veramente essere stato così? Possiamo noi – soprattutto in quanto persone moderne – dar credito a testimonianze del genere? Il pensiero «illuminato» dice di no. A Gerd Lüdemann, per esempio, appare evidente, che in seguito al «cambio dell’immagine scientifica del mondo … le idee tradizionali sulla risurrezione di Gesù» siano «da ritenere superate».

Ma ora, che significa precisamente «l’immagine scientifica del mondo»?

Fin dove giunge la sua normatività? Hartmut Gese, nel suo importante contributo Die Frage des Weltbildes a cui vorrei qui rimandare, ha descritto accuratamente i limiti di tale normatività.

         Naturalmente, non può esserci alcun contrasto con ciò che costituisce un chiaro dato scientifico. Nelle testimonianze sulla risurrezione, certo, si parla di qualcosa che non rientra nel mondo della nostra esperienza. Si parla di qualcosa di nuovo, di qualcosa fino a quel momento unico – si parla di una nuova dimensione della realtà che si manifesta. Non si contesta la realtà esistente. Ci viene detto piuttosto: esiste un’ulteriore dimensione rispetto a quelle che finora conosciamo. Ciò sta forse in contrasto con la scienza? Può veramente esserci solo ciò che è esistito da sempre? Non può esserci la cosa inaspettata, inimmaginabile, la cosa nuova? Se Dio esiste, non può Egli creare anche una dimensione nuova della realtà umana? della realtà in generale? Non è, in fondo, la creazione in attesa di questa ultima e più alta «mutazione», di questo definitivo salto di qualità? Non attende forse l’unificazione del finito con l’infinito, l’unificazione tra l’uomo e Dio, il superamento della morte?

         Nell’intera storia di ciò che vive, gli inizi delle novità sono piccoli, quasi invisibili – possono essere ignorati. Il Signore stesso ha detto che il «regno dei cieli», in questo mondo, è come un granello di senape, il più piccolo di tutti i semi (cfr Mt 13,31s e par.). Ma reca in sé le potenzialità infinite di Dio.

La risurrezione di Gesù, dal punto di vista della storia del mondo, è poco appariscente, è il seme più piccolo della storia.

         Questo capovolgimento delle proporzioni fa parte dei misteri di Dio. In fin dei conti, ciò che è grande, potente, è la cosa piccola. E il seme piccolo è la cosa veramente grande. Così la risurrezione è entrata nel mondo soltanto attraverso alcune apparizioni misteriose agli eletti. E tuttavia essa era l’inizio vera- mente nuovo – ciò di cui, in segreto, il tutto era in attesa. E per i pochi testimoni – proprio perché essi stessi non riuscivano a capacitarsene – era un avvenimento così sconvolgente e reale, così potente nel manifestarsi davanti a loro che ogni dubbio si dis- solveva ed essi, con un coraggio assolutamente nuo- vo, si presentarono davanti al mondo per testimo- niare: Cristo è veramente risorto.

2. I DUE TIPI DIVERSI DI TESTIMONIANZA SULLA RISURREZIONE

Dedichiamoci ora alle singole testimonianze sulla risurrezione nel Nuovo Testamento. Esaminandole, si constaterà innanzitutto che esistono due tipi diversi di testimonianza, che possiamo qualificare come tradizione in forma di professione e tradi- zione in forma di narrazione.

2.1. La tradizione in forma di professione

         La tradizione in forma di professione sintetizza l’essenziale in brevi formule che vogliono conservare il nucleo dell’avvenimento. Esse sono l’espressione dell’identità cristiana, la «professione» appunto grazie alla quale ci si riconosce a vicenda e ci si fa riconoscere davanti a Dio e agli uomini. Vorrei proporre tre esempi.

         Il racconto concernente i discepoli di Emmaus si conclude riferendo che i due a Gerusalemme trovano gli undici discepoli radunati e da loro vengono salutati con le parole: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc.24,34). In base al contesto, questa è qui anzitutto una specie di breve narrazione, ma è già destinata a diventare un’acclamazione e una professione in cui è affermato l’essenziale: l’avvenimento stesso e il testimone che ne è il garante.

         Una combinazione di due formule la troviamo nel capitolo 10 della Lettera ai Romani: «Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore! “, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (v. 9).

Qui – analogamente al racconto sulla professione di Pietro presso Cesarea di Filippo (cfr Mt 16,13ss) – la professione ha due parti: si afferma che Gesù è «il Signore» e con ciò, in base al significato veterotestamentario della parola «Signore», viene evocata la sua divinità. Vi si associa poi la professione del fondamentale avvenimento storico: Dio lo ha risuscitato dai morti. Qui già si dice anche quale significato la professione abbia per il cristiano: essa opera la salvezza. Ci pone all’interno della verità che è salvezza. Abbiamo qui una prima formulazione delle professioni battesimali, in cui l’essere Signore di Cristo viene ogni volta connesso con la storia della sua vita, della sua passione e della sua risurrezione. Nel battesimo, l’uomo si consegna alla nuova esi- stenza del Risorto. La professione diventa vita.

La professione in assoluto più importante tra le testimonianze sulla risurrezione si trova nel capitolo 15 della Prima Lettera ai Corinzi. In modo simile a quello usato nel racconto dell’ultima cena (cfr 1 Cor 11, 23-26), Paolo sottolinea con grande vigore di non proporre qui parole sue: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (15,3). Paolo si pone qui consapevolmente dentro la catena di ricezione e trasmissione. Qui, trattandosi di cosa essenziale, dalla quale tutto dipende, è richiesta soprattutto fedeltà. E Paolo, che sempre sottolinea fortemente la sua testimonianza personale del Risorto e il suo apostolato ricevuto direttamente dal Signore, insiste qui con grande rilievo sulla fedeltà letterale nella trasmissione di ciò che ha ricevuto, insiste sulla comune tradizione della Chiesa sin dagli inizi.

         Il «Vangelo», di cui Paolo qui tratta, è il fondamento «nel quale – egli dice – restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato» (15, ls). Di questo messaggio centrale non interessa solamente il contenuto, ma anche la formulazione letterale, alla quale non si può apportare alcun mutamento. Da questo legame con la tradizione risalente agli inizi derivano sia l’obbligatorietà universale che l’uniformità della fede. «Sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (15,11). Nel suo nucleo, la fede è una sola fino alla sua stessa formulazione letterale – essa collega tutti i cristiani.

         A questo punto, la ricerca si è chiesta ulteriormente da chi precisamente e quando Paolo abbia ricevuto tale professione, come anche la tradizione sull’ultima cena. In ogni caso, tutto ciò fa parte della prima catechesi che egli, come convertito, ricevette forse ancora a Damasco, una catechesi, però, che nel suo nucleo era partita indubbiamente da Gerusalemme e quindi risaliva agli anni trenta; è dunque una vera testimonianza delle origini.

         Nella versione di 1 Corinzi, il testo tramandato è stato amplificato da Paolo, in quanto egli ha aggiunto, tra l’altro, il riferimento al suo incontro personale con il Risorto. Per l’idea che aveva di se stesso e per la fede della Chiesa nascente, mi sembra importante il fatto che san Paolo si sentisse legittimato ad accostare alla professione originale, con lo stesso carattere vincolante, l’apparizione a lui del Risorto e la missione di apostolo a ciò collegata. Chiaramente egli era convinto che tale rivelazione a lui del Risorto rientrasse ancora nel formarsi della professione – che essa, quale elemento essenziale e destinato a tutti, facesse parte della fede della Chiesa universale.

Ascoltiamo ora il testo nel suo insieme così come si trova in Paolo:

«3Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture 4e fu sepolto.

E risorto il terzo giorno secondo le Scritture 5e apparve a Cefa e quindi ai Dodici.

6In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora… 7Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1Cor.15,3-8).

         Secondo l’opinione della maggior parte degli esegeti, la vera professione originale finisce col versetto 5, cioè con l’apparizione a Cefa e ai Dodici. Attingendo ad ulteriori tradizioni, Paolo ha aggiunto Giacomo, i più di cinquecento fratelli e «tutti» gli apostoli, usando ovviamente un concetto di «apostolo» che va al di là del circolo dei Dodici. Giacomo è importante, perché con lui entra nella cerchia dei credenti la famiglia di Gesù, che prima chiaramente aveva avuto delle riserve (cfr Mc 3,20s.31-35; Gv 7,5), e perché è lui che poi, dopo la fuga di Pietro da Gerusalemme, assumerà la guida della Chiesa madre nella città santa.

La morte di Gesù

Rivolgiamoci ora alla professione vera e propria, che richiede un esame più attento. Essa inizia con la frase: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture». Il fatto della morte viene interpretato mediante due aggiunte: «per i nostri peccati» e « secondo le Scritture ».

         Cominciamo con la seconda affermazione, che è importante per chiarire il modo in cui la Chiesa nascente si comportava nei confronti dei fatti della vita di Gesù. Ciò che il Risorto aveva insegnato ai discepoli di Emmaus diventa ora il metodo fondamentale per la comprensione della figura di Gesù: tutto ciò che è avvenuto a riguardo di Lui è compimento della «Scrittura». Solo in base alla «Scrittura», all’Antico Testamento, si può comprendere Gesù. Riferito alla sua morte sulla croce, questo significa: tale morte non è un caso. Rientra nel contesto della storia di Dio con il suo popolo; da essa riceve la sua logica e il suo significato. E’ un evento in cui si adempiono parole della Scrittura – un avvenimento che porta in sé un logos, una logica, è un avvenimento che proviene dalla Parola e rientra nella Parola, l’accredita e la compie.

         Come poter capire meglio questo intimo intreccio tra parola ed evento, lo indica l’altra aggiunta: è stato un morire «per i nostri peccati». Poiché questa morte ha a che fare con la parola di Dio, ha a che fare con noi, è un morire «per».

Nel capitolo sulla morte di Gesù in croce abbiamo visto quale corrente enorme di testimonianze scritturistiche tramandate vi affluisca sullo sfondo, tra cui la più importante è costituita dal quarto carme del Servo di YHWH (Is 53). Essendo collocata in questo contesto di parola e amore di Dio, la morte di Gesù viene sottratta alla linea del genere di morte derivante dal peccato originale dell’uomo come conseguenza della presunzione di voler essere come Dio – una presunzione che doveva finire con l’inabissamento nella propria miseria, segnata dal destino della morte.

         La morte di Gesù è di un altro genere: non proviene dalla presunzione dell’uomo, ma dall’umiltà di Dio. Non è la conseguenza inevitabile di una hybris contrastante con la verità, ma è la messa in atto di un amore in cui Dio stesso discende verso l’uomo per attrarlo nuovamente in alto verso di sé. La morte di Gesù non rientra nella sentenza all’uscita dal Paradiso, ma si trova nei carmi del Servo di YHWH. Essa pertanto è una morte nel contesto del servizio di espiazione – una morte che realizza la riconciliazione e diventa una luce per i popoli! Con ciò la duplice interpretazione, che questo Credo tramandato da Paolo associa all’affermazione «morì», apre la croce verso la risurrezione.

La questione del sepolcro vuoto

In questa professione di fede segue poi, senza commento e in modo secco: «Fu sepolto». Con ciò viene espressa una vera morte, la piena partecipazione al destino umano di dover morire. Gesù ha accettato il percorso della morte sino alla fine, amara ed apparentemente senza speranza, sino al sepolcro. Ovviamente il sepolcro di Gesù era noto. E qui segue naturalmente subito la domanda: Egli è forse rimasto nel sepolcro? O, dopo la sua risurrezione, il sepolcro era vuoto? Nella teologia moderna tale domanda viene ampiamente discussa.

Per lo più la conclusione è che il sepolcro vuoto non può essere una prova della risurrezione. Ciò, semmai fosse un dato di fatto, si potrebbe spiegare anche diversamente. Si conclude così che la questione circa il sepolcro vuoto è irrilevante e che, quindi, tale punto può essere lasciato cadere – il che implica poi spesso la supposizione che il sepolcro probabilmente non era vuoto e che così si può almeno evitare una controversia con la scienza moderna circa la possibilità di una risurrezione corporea. Alla base però di tutto questo c’è un’impostazione distorta della questione.

Naturalmente, il sepolcro vuoto come tale non può essere una prova della risurrezione. Maria di Magdala, secondo Giovanni, lo trovò vuoto e suppose, infatti, che qualcuno avesse portato via il corpo di Gesù (cfr 20,1-3). Il sepolcro vuoto non può, come tale, dimostrare la risurrezione, questo è vero. Esiste però la domanda inversa: E’ la risurrezione conciliabile con la permanenza del corpo nel sepolcro? Può Gesù essere risorto, se giace nel sepolcro? Quale tipo di risurrezione sarebbe questo? Oggi si sono sviluppate idee di risurrezione per le quali il destino del cadavere è irrilevante. In tale ipotesi, però, anche il senso di risurrezione diventa così vago da costringere a chiedersi con quale genere di realtà si abbia a che fare in un tale cristianesimo.

         Comunque sia: Thomas Söding, Ulrich Wilckens e altri fanno notare a ragione che nella Gerusalemme di allora l’annuncio della risurrezione sarebbe stato assolutamente impossibile se si fosse potuto far riferimento al cadavere giacente nel sepolcro. Per questo, partendo da un’impostazione giusta della domanda, bisogna dire che, se il sepolcro vuoto come tale certamente non può provare la risurrezione, esso resta però un presupposto necessario per la fede nella risurrezione, dal momento che essa si riferisce proprio al corpo e, per suo tramite, alla persona nella sua totalità.

         Nel Credo di san Paolo, non viene affermato esplicitamente che il sepolcro fosse vuoto, viene però chiaramente presupposto. Tutti e quattro i Vangeli ne parlano ampiamente nei loro racconti sulla risurrezione.

         Per la comprensione teologica del sepolcro vuoto mi sembra importante un passo del discorso di Pentecoste di san Pietro, in cui questi per la prima volta annuncia apertamente alla folla radunata la risurrezione di Gesù. Non lo fa con parole sue, ma mediante la citazione del Salmo 16,9-11, dove si dice: «La mia carne riposerà nella speranza, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita…» (At 2,26ss). Pietro cita al riguardo il testo del Salmo secondo la versione della Bibbia greca (la famosa Settanta), che si distingue dal testo ebraico in cui leggiamo: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita» (Sai 16,10s). Secondo questa versione l’orante parla nella certezza che Dio lo proteggerà e lo salverà dalla morte anche nella situazione di minaccia in cui chiaramente si trova, nella certezza cioè che può riposare al sicuro: non vedrà la fossa. Diversa è la versione citata da Pietro: qui si tratta del fatto che l’orante non rimarrà negli inferi, non subirà la corruzione.

         Pietro presuppone Davide quale orante originale di questo Salmo e può ora constatare che in Davide questa speranza non si è realizzata: «Egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi» (At 2,29). Il sepolcro con il cadavere è la prova della non avvenuta risurrezione. Tuttavia, la parola del Salmo è vera: essa vale per il Davide definitivo, anzi, Gesù è qui dimostrato quale vero Davide proprio perché in Lui si è compiuta la parola della promessa: «Non permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione».

         Non è necessario discutere qui la questione, se questo discorso sia di Pietro o se altri, e chi, l’abbia redatto, come neppure sul quando e sul dove precisamente esso sia stato composto. In ogni caso si tratta di un tipo antico di annuncio della risurrezione, la cui autorità nella Chiesa degli inizi si dimostra in base al fatto che fu attribuito a Pietro stesso e fu considerato l’annuncio originale della risurrezione.

         Se nel Credo di Gerusalemme, risalente alle origini e tramandato da Paolo, si dice che Gesù è risorto secondo le Scritture, si guarda sicuramente al Salmo 16 come ad una testimonianza scritturistica decisiva per la Chiesa nascente. Qui si trovava espresso in modo chiaro che Cristo, il Davide definitivo, non avrebbe subito la corruzione – che Egli doveva essere veramente risuscitato.

         «Non subire la corruzione» – questa è proprio la definizione di risurrezione. Solo la corruzione era vista come la fase in cui la morte diventava definitiva. Con la decomposizione del corpo che si disgrega nei suoi elementi – un processo che dissolve l’uomo e lo riconsegna alla terra – la morte ha vinto. Ora quell’uomo non esiste più come uomo – può forse rimanerne soltanto un’ombra negli inferi. In base a tale prospettiva era fondamentale per la Chiesa antica che il corpo di Gesù non avesse subito la corruzione. Solo in quel caso era chiaro che Egli non era rimasto nella morte, che in Lui effettivamente la vita aveva vinto la morte.

Ciò che la Chiesa antica ha dedotto dalla versione dei Settanta del Salmo 16,10 ha determinato anche la visione condivisa durante l’intero periodo dei Padri. In tale visione la risurrezione implica essenzialmente che il corpo di Gesù non abbia subito la corruzione. In questo senso, il sepolcro vuoto come parte dell’annuncio della risurrezione è un fatto strettamente conforme alla Scrittura. Speculazioni teologiche secondo cui la corruzione e la risurrezione di Gesù sarebbero compatibili l’una con l’altra appartengono al pensiero moderno e stanno in chiaro contrasto con la visione biblica. Anche in base a ciò si conferma che un annuncio della risurrezione sarebbe stato impossibile, se il corpo di Gesù fosse restato a giacere nel sepolcro.

Il terzo giorno

Ritorniamo al nostro Credo. L’articolo seguente dice: «È risorto il terzo giorno secondo le Scritture» (1 Cor 15,4). Il «secondo le Scritture» vale per la frase nel suo insieme e solo implicitamente per il terzo giorno. L’essenziale consiste nel fatto che la risurrezione stessa è conforme alla Scrittura – che essa appartiene alla totalità della promessa, divenuta in Gesù da parola realtà. Così, come sottofondo, si può certamente pensare al Salmo 16,10, ma naturalmente anche a testi fondamentali per la promessa come Isaia 53. Per il terzo giorno non esiste una testimonianza scritturistica diretta.

La tesi secondo cui «il terzo giorno» sarebbe stato forse dedotto da Osea 6,ls è insostenibile.

Il testo dice: «Venite, ritorniamo a YHWH: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà …Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza». Questo testo è una preghiera penitenziale dell’Israele peccatore. Non si parla di una risurrezione dalla morte nel senso vero e proprio. Nel nuovo Testamento e ancora lungo tutto il II secolo il testo non viene citato. Potè diventare un rimando anticipato alla risurrezione nel terzo giorno solo quando l’evento della domenica dopo la crocifissione del Signore ebbe dato a questo giorno un significato particolare.

         Il terzo giorno non è una data «teologica», ma il giorno di un avvenimento che per i discepoli è diventato la svolta decisiva dopo la catastrofe della croce. Josef Blank lo ha formulato così: «L’espressione “il terzo giorno” è l’indicazione di una data in conformità alla tradizione cristiana primordiale nei Vangeli e si riferisce alla scoperta del sepolcro vuoto» (Paulus und Jesus, p. 156).

         Io aggiungerei: si riferisce al primo incontro con il Signore risorto. Il primo giorno della settimana – il terzo dopo il venerdì – è testimoniato fin dai primissimi tempi nel Nuovo Testamento come il giorno dell’assemblea e del culto della comunità cristiana (cfr 1 Cor 16,2; At 20,7; Ap 1,10). In Ignazio d’Antiochia (fine secolo I/inizio secolo II) la domenica – come abbiamo visto – ci è già testimoniata quale caratteristica nuova, propria dei cristiani, nei confronti della cultura sabbatica giudaica: «Se ora coloro che si muovevano nelle usanze vecchie sono arrivati ad una nuova speranza e non osservano più il Sabato, ma vivono secondo il Giorno del Signore, in cui è sbocciata anche la nostra vita grazie a Lui ed alla sua morte…» (Ad Magri. 9,1).

         Se si considera quale importanza, in base al racconto della creazione e al Decalogo, il Sabato ha nella tradizione veterotestamentaria, allora è evidente che solo un evento di un potere sconvolgente poteva provocare la rinuncia al Sabato e la sua sostituzione mediante il primo giorno della settimana. Solo un evento che si fosse impresso nelle anime con forza straordinaria poteva suscitare un cambiamento così centrale nella cultura religiosa della settimana. Semplici speculazioni teologiche non sarebbero bastate per questo. Per me, la celebrazione del Giorno del Signore, che fin dall’inizio distingue la comunità cristiana, è una delle prove più forti del fatto che in quel giorno è successa una cosa straordinaria – la scoperta del sepolcro vuoto e l’incontro con il Signore risorto.

I testimoni

Mentre il versetto 4 del nostro Credo aveva interpretato il fatto della risurrezione, con il versetto 5 comincia l’elenco dei testimoni. «Apparve a Cefa e quindi ai Dodici», è l’affermazione lapidaria. Se possiamo considerare questo versetto come l’ultimo dell’antica formula gerosolimitana, questa menzione ha una particolare importanza teologica: viene indicato il fondamento stesso della fede della Chiesa.

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J.Ratzinger-Benedetto XVI: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione – secondo Libro sul Gesù di Nazaret. – Libreria Editrice Vaticana – 00120 Città del Vaticano Tel. sito Libreria Vaticana

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