“Se il demonio vi lascia tranquillo, durante tanti anni di preghiera, questo è perché egli vede in voi poco di buono; invece di tentarvi, vi disprezza… La tentazione che devi temere di più è quella di non essere mai tentati! ” (Santo Curato d’Ars)
Ringraziando il sito “Cammino dei Tre sentieri“, vi offriamo un ottimo articolo a firma di don Aldo Rossi, pubblicato qualche anno fa su “La Tradizione Cattolica” (n.71), dal titolo: “Il Santo Curato d’Ars: modello di tutti i sacerdoti”.
Vogliamo anche ricordare l’Anno Sacerdotale indetto da Benedetto XVI per il 2009-2010 e posto proprio sotto la protezione e la formazione del Santo Curato d’Ars, san Giovanni Maria Vianney: I munera del Sacerdote, le tre imponenti catechesi di Benedetto XVI per l’Anno Sacerdotale 2009-2010 e l’iniziativa del 2007 della Maternità Sacerdotale – al termine del testo troverete una serie di video-catechesi con i testi del Santo Curato d’Ars.
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Giovedì 4 agosto 1859 vola verso il Cielo colui che doveva diventare l’esempio per tutti i sacerdoti: san Giovanni Maria Battista Vianney, detto più comunemente il santo Curato d’Ars. Il Papa san Pio X lo beatifica nel 1904, Pio XI lo canonizza nel 1925 e lo proclama patrono di tutti i parroci del mondo nel 1929. Il Papa Giovanni XXIII nel centenario (1959) con la lettera enciclica Sacerdotii Nostri Primordia lo ripropone come modello di tutti i pastori. Giovanni Paolo II lo dichiara «modello senza pari» e quest’anno il 19 giugno (festa del Sacro Cuore) Benedetto XVI nel 150° anniversario indice l’Anno Sacerdotale durante il quale lo proclamerà “Patrono di tutti i sacerdoti del mondo”. Provvidenzialmente la nostra Santa Madre Chiesa ci ha posto davanti agli occhi la figura di questo santo al momento della più grande crisi sacerdotale che abbia conosciuto la storia.
Al tempo di san Pio X in Italia i sacerdoti erano quasi 69.000 su una popolazione di circa 33 milioni. Al tempo di Benedetto XVI i sacerdoti sono quasi 33.000 su una popolazione che supera i 57 milioni. La “densità” del clero si è più che dimezzata ed è inferiore a quella dei dentisti, psicologi e commercialisti(1). Il problema purtroppo non è solo nella “quantità” ma soprattutto nella “qualità”, cioè nella “formazione” che ricevono i seminaristi nei “nuovi seminari” per diventare sacerdoti. In questa società che si è progressivamente secolarizzata, in crisi di “valori”, “l’uomo di Dio”, ovvero il sacerdote, ha perso il suo carattere sacro diventando sempre più “l’uomo dell’uomo” ovvero un semplice assistente sociale. Al tempo del nostro santo, la Rivoluzione Francese eliminava i preti o li trasformava in preti “giurati” o secolarizzati, che avevano spesso sulla bocca parole di “cittadino, di civismo, di costituzione, e non mancavano critiche ai predecessori” (2)
La nostra società figlia della stessa Rivoluzione Francese, con la complicità del nuovo “aggiornamento” della Chiesa, in modo più subdolo e più efficace ottiene gli stessi risultati: eliminazione del sacerdote (in particolare mi riferisco alle migliaia di sacerdoti che hanno abbandonato il loro sacerdozio), o secolarizzazione dello stesso, sia nell’abito che nel modo di pensare e agire, avendo sulla bocca in particolare parole come “solidarietà”, “pace” “fratellanza” “aiuto dei poveri”, “fame nel mondo”, “il problema dell’inquinamento”, …e come molti sanno, il disprezzo dei predecessori e del passato della Chiesa non manca. Tutto questo è avvenuto soprattutto dopo il Concilio Vaticano II che non a caso da uno dei suoi padri, il Cardinale Suenens, è stato chiamato «il 1789 nella Chiesa».
Cercando di leggere il piano della Provvidenza possiamo dire che la Santa Chiesa propone il Santo Curato d’Ars oltre che come modello per la santità sacerdotale anche come un “anti-virus” di questa peste della secolarizzazione o laicizzazione del sacerdote da cui dipende direttamente anche quella della società. Come diceva il Papa san Pio X, che considerava il nostro Santo come il suo compagno (socius meus): «Per far regnare Gesù Cristo nel mondo nessuna cosa è così necessaria come la santità del clero…». Quindi alla luce della teologia cattolica guardiamo cosa devono fare i sacerdoti per imitare il Santo Curato ed essere quel “sale della terra” per guarire questa società dalla “peste” della laicizzazione o secolarizzazione ricordando che «chiunque vuol essere amico di questo mondo, si fa nemico di Dio» (Gc 4,4). In particolare vedremo con l’aiuto di mons. Trochu, che ha scritto la più bella biografia del santo, chi è il sacerdote, quali devono essere le sue caratteristiche principali, il mezzo principale per riprodurle in lui stesso e… il segreto per riuscire.
CHI È IL SACERDOTE?
«Un uomo – dice il Santo – che sta al posto di Dio, un uomo che è rivestito di tutti i poteri di Dio… Provate ad andare a confessarvi dalla santa Vergine o da un angelo: vi potranno assolvere? No. Vi daranno il Corpo e il Sangue di Nostro Signore? No. La santa Vergine non può far discendere il suo divin Figlio nell’Ostia. Se anche foste di fronte a duecento angeli, nessuno di loro potrebbe assolvere i vostri peccati. Un semplice prete, invece, può farlo; egli può dirvi: “Va in pace ti perdono”. Oh! Il prete è veramente qualcosa di straordinario!… Dopo Dio il prete è tutto!» (3). «Oh, – afferma un giorno – come è grande il sacerdote! Il sacerdote non si comprenderà bene che nel Cielo… Se egli comprendesse qui che cos’è, ne morrebbe non di spavento, ma di amore» (4). San Tommaso d’Aquino c’insegna che la dignità dell’Ordine Sacro supera quella degli stessi Angeli.
Di tutto questo il Curato d’Ars era ben consapevole. Fin dall’istante della sua ordinazione considerò se stesso come un calice, destinato unicamente ad un ministero divino… e non di assistenza sociale, o comunque “umano”, come potevano essere i preti giurati della rivoluzione francese da cui, fin da giovane con la sua famiglia, prese le distanze abbandonando la propria parrocchia per seguire un prete “refrattario”(5) che segnò profondamente la sua vita. Se la famiglia avesse seguito il prete “giurato” non solo il nostro Santo non avrebbe avuto la sublime considerazione del suo sacerdozio, ma probabilmente non sarebbe neppure divenuto sacerdote come molti giovani di oggi vedendo un sacerdozio che ha perso la sua sacralità e la sua identità. Non se ne conosce più la sublime grandezza e l’inestimabile beneficio. San Giovanni Vianney conosceva e viveva la grandezza del suo sacerdozio e sapeva bene che senza un vero sacerdote la società crollerebbe. Questo i nemici della Chiesa non lo ignorano. «Lasciate – dice il Santo – una parrocchia per vent’anni senza prete e la gente finirà per adorare le bestie. Quando si vuole nuocere alla religione, si comincia attaccando il prete, perché laddove non c’è più il prete, non c’è più sacrificio eucaristico e laddove non c’è più sacrificio, non c’è più religione» (6). Che cosa bisogna dire oggi, quando lo stesso sacrificio della Messa è stato ridotto ad una cena?…
L’UOMO DI DIO
«Ho visto Dio in un uomo» affermò un pellegrino vedendo il parroco di Ars dire ad un cappellano: «come vorrei perdermi e non trovarmi che in Dio». La prima caratteristica del sacerdote è quella di cercare continuamente questa unione con Dio e il Sommo Sacerdote Gesù Cristo, in modo che si possa dire con san Paolo: «Non sono più io che vivo ma è il Cristo che vive in me”». Per questo il vero ministro di Dio, come san Giovanni Maria Vianney, è prima di tutto un uomo di fede. Molti preti che l’hanno conosciuto da vicino hanno detto: «Don Vianney era l’immagine vivente della vita soprannaturale e la perfezione che indicava agli altri era la regola costante della sua condotta. La fede fu il movente di tutte le sue azioni e di tutta la vita e formò di lui l’esemplare di ogni virtù e la copia più perfetta del divino modello. Averlo conosciuto può considerarsi una grazia particolare di Dio»(7).
È ammirevole come il Nostro, in mezzo alle più grandi occupazioni e alle persone che lo importunavano, manteneva sempre questa vita interiore con Dio e la completa padronanza di sé. Dice il canonico Gardette: «Era tanto il suo abbandono al beneplacito divino che, anche in mezzo all’azione così varia e così faticosa del suo ministero, rimaneva sempre raccolto, come quando compiva i suoi esercizi di pietà, e si sarebbe detto che non aveva da fare che l’azione del momento. Era sempre guidato dalla sollecitudine dello zelo e non dall’attività della natura e bastava osservarlo per convincersi che in nessuna ora della giornata mai era turbata la libertà di spirito, la dolcezza di carattere, il riflesso della pace interiore» (8). Tutta la sua vita ruotava attorno a Dio come il suo centro, in ogni momento, in pulpito, in confessionale, o fra le diverse occupazioni del suo ministero, elevava il suo cuore a Dio, «essendosi fatta l’abitudine di uscir da Dio per l’azione, quando ciò fosse strettamente necessario, e di rientrare in Dio colla preghiera, appena gli fosse possibile»”(9).
Ai preti di oggi, che sono molto presi dal ministero il nostro modello direbbe, come consigliò un giorno a don Dufour: «Al presente non ho molto tempo per fare la mia preghiera regolarmente, e per questo, fin dal principio della mia giornata, mi sforzo di unirmi intimamente a Nostro Signore ed opero col pensiero di questa unione». Per questo, come racconta il suo biografo, «in ogni istante della giornata il suo pensiero considerava qualche azione della vita di Nostro Signore e dei Santi, con una spiccata preferenza per i misteri dolorosi, che lo aiutavano a seguire il Redentore nelle diverse stazioni, fino al Calvario; per questo aveva dato incarico alla buona Caterina Lassagne (una perpetua) di segnare le stazioni ai margini del suo breviario, e pensava con gli occhi bagnati di lacrime di compassione, alle diverse scene della Passione» (10). «La sua vita – afferma mons. Trochu – era la realizzazione integrale di questo pensiero profondo, nato dalla sua riflessione: “La fede è parlare a Dio come si parlerebbe ad un uomo”» (11).
Il nostro Santo, nonostante il grande lavoro, metteva sempre al primo posto Dio e la preghiera. La vita contemplativa – come insegna la Chiesa e in particolare san Tommaso d’Aquino – precede la vita attiva e l’una non esclude l’altra. Ma la prima ha la precedenza perché è la più perfetta e la più necessaria (12). Non ci si può nascondere dietro il molto lavoro o lo zelo delle anime. La prima anima da santificare è la propria e solo se santifichiamo noi stessi e siamo uniti a Dio possiamo anche santificare gli altri. La vita del Curato d’Ars afferma pienamente questa verità che non è altro la messa in pratica delle parole di Nostro Signore: «Io sono la vigna, e voi i tralci. Colui che rimane in me e io in lui, porta abbondanti frutti, perché senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5).
LA CONQUISTA DELLE ANIME
San Giovanni Maria Vianney fin dalla giovinezza, quando si trovava ancora con i suoi genitori, diceva alla sua piissima madre: «Se io fossi prete, vorrei guadagnare molte anime!». Il sindaco di Ars – racconta sempre mons. Trochu – gli aveva domandato un giorno di dicembre quanti grossi peccatori aveva convertito durante l’anno. «Più di settecento», rispose con un sorriso dove si nascondeva una fierezza soprannaturale. Il numero delle conversioni è incalcolabile. Si parla di 20.000 visitatori ad Ars nel 1827, nove anni dopo il suo arrivo, e di 80.000 o 100.000 l’anno che precede la sua morte. Nel Nostro non solo c’era il desiderio del bene delle anime, ma aveva nel sangue un vero “istinto della conquista”. «Il suo programma (all’inizio del suo ministero) – afferma il biografo – era stato meditato ai piedi del Tabernacolo, ed era quello di un pastore zelante per la salvezza del suo gregge: prendere contatto con la popolazione al più presto possibile ed assicurarsi la cooperazione delle famiglie migliori; perfezionare i buoni, richiamare gli indifferenti e convertire i peccatori; ma soprattutto pregare Dio, dal quale vengono con abbondanza tutti i doni, e santificare se stesso, per riuscire a santificare gli altri; infine, fare penitenza per i peccatori colpevoli.
Prima di iniziare il suo lavoro si sentiva debole ed insufficiente, ma aveva con sé fin d’allora la forza misteriosa della grazia, e quella umiltà che Dio sceglie per abbattere le potenze dell’orgoglio: “Un santo prete compie grandi cose con mezzi apparentemente insufficienti.”(13). Da “buon soldato di Cristo” nel silenzio della notte si reca in chiesa per pregare il Signore che usi misericordia per il suo popolo e Pastore. “Mio Dio – esclamava il santo Curato – datemi la conversione della mia parrocchia. Io acconsento a soffrire tutto ciò che vorrete, per tutto il tempo della mia vita!… Anche i dolori più atroci per cento anni, purché il mio popolo si converta”»(14). E le sue lacrime cadevano sul pavimento. Al sorgere del sole il pastore era ancora là…Tutte le volte che le opere di ministero non gli imponevano di uscire, il “buon soldato” lo si trovava non nella casa, ma in chiesa. Vi furono dei giorni in cui usciva solo dopo l’Angelus della sera. Un giorno un signore attraversa il bosco non lontano dalla parrocchia e sorprende don Vianney inginocchiato. Il giovane curato, che non si era accorto di lui, ripeteva a calde lacrime: «Mio Dio, convertite la mia parrocchia». Il pio contadino, non osando interrompere la preghiera, si allontana con tutta la precauzione.
Le mortificazioni del Curato d’Ars sono diventate celebri. Mortificazioni da ammirare più che da praticare. Si dava la disciplina fino al sangue, mangiava e dormiva pochissimo, soffriva il freddo e soprattutto approfittava di ogni cosa, anche delle più piccole e indifferenti, per tormentare il suo povero corpo, o “il vecchio Adamo”, al dire del Santo. L’assiduità al confessionale (confessava fino a 18 ore al giorno!) – afferma mons. Trochu – «colle pene di cui era causa, gli sarebbe bastata per raggiungere un alto grado di perfezione; ma era così avido di penitenza che tutto gli sembrava di poco conto e cercava le mortificazioni così come un altro va in cerca dei piaceri»(15). Uno specialistadella penitenza, un Padre della Grande Certosa, afferma: «Confessiamo noi solitari, eremiti, monaci, penitenti di ogni regola, non osiamo seguire il Curato d’Ars altrimenti che con lo sguardo della nostra simpatica e cordiale ammirazione: non siamo degni di baciare le orme dei suoi piedi o la polvere delle sue scarpe»(16). Il buon Curato, come il Sommo Sacerdote, era cosciente che la sua missione era quella di salvare le anime soprattutto con la preghiera e con il sacrificio. Come afferma il Trochu: «Non cerca nuove vie di risurrezione morale, ma semplicemente applicherà gli antichi rimedi nelle forme tradizionali». E questo non si può dire non valga anche per il sacerdote del terzo millennio. La città di Ars in pochi anni, nonostante l’indifferenza, la perdita della fede e il grande disordine che aveva procurato la Rivoluzione, fu trasformata in un “santuario”.
LA SANTA MESSA
Il mezzo essenziale e necessario del sacerdote per unirsi a Dio e conquistare le anime è il Santo Sacrificio della Messa. Infatti il sacerdote, in persona Christi, rinnova lo stesso sacrificio di Nostro Signore per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. È in questo momento soprattutto che “l’uomo di Dio” è unito in maniera straordinaria e celeste al suo Signore che “assume” la persona stessa del sacerdote per rinnovare il suo Sacrificio. Per il sacerdote la Messa è tutto: è stato ordinato per questo. «Ogni pontefice è destinato a offrire doni e vittime» (Eb 8,3). Il santo Curato d’Ars da vero sacerdote dice: «Io non vorrei essere parroco, ma sono contento di essere prete per poter celebrare la Messa»(17). Molti dicevano che era così assorto in Dio che sembrava un angelo quando celebrava e che si commuoveva fino alle lacrime.
L’unione con Dio che aveva durante la giornata si realizzava e si irrobustiva soprattutto durante la santa Messa che è considerato l’atto supremo di contemplazione della Chiesa. «Noi siamo così terreni – dice il santo – che la nostra fede ci indica le cose soprannaturali lontane 300 leghe di distanza, come se Dio fosse al di là dei mari. Se avessimo una fede viva lo vedremmo certamente nell’Eucarestia. Ci sono dei preti che lo contemplano ogni giorno, celebrando la Messa»(18). Allo stesso modo è durante il divino Sacrificio che alimentava il suo desiderio della salvezza delle anime e dei poveri peccatori per strapparli dai lacci del demonio e dalla voragine dell’inferno. «Durante la santa Messa dice il Santo – quando si prega il Signore, che è sull’altare, per i poveri peccatori, Egli dà ad essi raggi di luce, perché scoprano le proprie miserie e si convertano». Si univa veramente alla Vittima dell’altare che lo aiutava ad esercitare una pazienza eroica: «Quanto è bene – diceva – che un prete si offra a Dio ogni mattina in sacrificio». Possiamo affermare che per il santo Curato d’Ars, come per Padre Pio, la Messa era «come il sole che dà luce e forza durante la giornata».
Per sottolineare l’importanza che dava al santo Sacrificio è sufficiente considerare la sua preparazione e il suo ringraziamento, che purtroppo oggi non sono più di “moda”. «Secondo l’avviso del suo confessore – racconta mons. Trochu – tutto ciò che aveva fatto dalla sua levata fino a quel momento (della Messa) poteva essere considerato un’eccellente preparazione», ma egli voleva ancora alcuni minuti per meglio raccogliersi prima della celebrazione. Rimaneva immobile inginocchiato sul pavimento del coro, colle mani giunte e gli occhi fissi al Tabernacolo, e non vi era nulla che fosse capace di distrarlo in quegli istanti di intimità con Dio»(19). Per il ringraziamento don Vianney si recava davanti all’altare in cotta e stola. Racconta il suo biografo: «Vi furono dei pellegrini che non temettero di avvicinarlo anche in questi momenti per scrutarlo con curiosa attenzione, e di scambiare riflessioni sul suo conto; ma egli rimaneva sempre impassibile e sembrava non accorgersi di nulla che succedesse, tanto era assorto in Dio. Non aveva detto egli stesso in uno dei suoi catechismi: “Quando si è fatta la Comunione l’anima si immerge nel balsamo dell’amor di Dio, come l’ape fra i fiori”?».
Il suo amore per la Messa e la liturgia in generale lo si nota anche dal fatto che voleva paramenti e vasi sacri ricchissimi e preziosi: avrebbe voluto un calice d’oro massiccio perché «il più bello che aveva non gli sembrava ancora degno di contenere il Sangue di Gesù Cristo». Se pensiamo a quello che vediamo oggi nelle nostre chiese (sia fuori sia dentro), che cosa direbbe colui che è l’esempio di tutti i sacerdoti?… Purtroppo non solo si è impoverito tutto ciò che fa parte della bellezza esteriore, ma anche – ed è infinitamente più grave – lo stesso rito della santa Messa, che non esprime più la bellezza della fede cattolica, ma anzi «si allontana in modo impressionante sia nel suo insieme come nei particolari dalla teologia cattolica della Santa Messa» (20). L’esempio per tutti i sacerdoti ci invita con la Chiesa a fare della Messa il centro della nostra vita e considerarla il più grande beneficio. «Tutte le buone opere insieme non equivalgono al santo sacrificio della Messa: esse, infatti sono opere degli uomini, mentre la messa è opera di Dio. Il martirio è nulla in suo confronto: è l’uomo che sacrifica a Dio la sua vita, ma la Messa è Dio che sacrifica all’uomo il suo Corpo e il suo Sangue».
LA LOTTA COL DEMONIO
Il nuovo sacerdote secolarizzato, illanguidendo o perdendo la fede, non solo perde il senso e la necessità dell’unione con Dio e i suoi angeli, ma anche la realtà della lotta con il demonio. «Siate sobri e vigilate, perché il vostro avversario, il diavolo, vi gira attorno come un leone ruggente, cercando chi divorare», ci insegna il primo Papa (1 Pt 5,8). Per molti sacerdoti le realtà del demonio e dell’inferno o non esistono più o non bisogna dar loro importanza. Tutti si salvano, tranne forse alcuni casi eccezionali. Anche il messaggio della Madonna a Fatima del 1917, riconosciuto dalla Chiesa, sembra non abbia avuto successo. In questo clima di pacifismo sembra si sia voluti fare la “pace” anche con il demonio e per conseguenza si è perso progressivamente quello spirito di lotta che ha caratterizzato la Chiesa “militante” per duemila anni.
Perché dal Papa Leone XIII è stata introdotta alla fine della messa la preghiera a san Michele Arcangelo, Principe delle milizie celesti, per poi toglierla con la nuova messa? Il santo Curato e altri santi sacerdoti come Padre Pio hanno dovuto lottare contro il demonio anche fisicamente. Per circa trentacinque anni, dal 1824 al 1858, fu in preda alle ossessioni esterne del Maligno. Ma «le lotte di don Vianney col demonio – ci dice Caterina Lasagne – contribuirono a rendere la sua carità più viva e più disinteressata»(21). D’improvviso in mezzo al più profondo silenzio della notte si udivano rumori contro la porta, mentre forti grida risuonavano nel cortile. Satana giunse fino a bruciare il suo letto. All’inizio, certo, c’era un po’ di paura nei confronti del “Grappino” – soprannome dato dal Santo – ma poi prese l’abitudine di queste persecuzioni infernali. Si affidava a Dio, faceva il segno della Croce rivolgendo qualche parola di disprezzo. «Se il maligno non mi lascia in pace – diceva – è buon segno… la pesca del giorno seguente sarà senza dubbio eccellente… Il “Grappino” è una gran bestia: mi dice lui quando verranno i grandi peccatori: è in collera, tanto meglio!»(22). In effetti il giorno dopo c’era sempre qualche grande peccatore che si convertiva al suo confessionale.
Il 23 gennaio 1840, sempre nel tribunale della confessione, avvenne qualcosa di eccezionale. Una donna che non aveva dato nessun segno di possessione diabolica incominciò a parlare con voce stridula e forte tanto che i presenti potevano ascoltare tutto quello avveniva tra il santo Curato e la penitente: «Leva la tua mano ed assolvimi… – disse la donna. Tu quis es? (chi sei tu?) – domandò il Santo. Magister Caput (cioè il capo), rispose il demonio. Poi continuando la sua risposta in francese, aggiunse: “Ah, rospo nero, quanto mi fai soffrire! Ci sono dei rospi neri che mi fanno soffrire meno di te…Ti avrò! Non sei ancora morto… Senza quella… (e qui una volgarità ripugnante indicava la Santissima Vergine) che è lassù noi ti avremmo; ma Ella ti protegge con questo grande dragone (San Michele) che è alla porta della tua chiesa… Dimmi, perché ti alzi così presto al mattino? Perchè predichi in un modo così semplice? Perché non predichi in un modo più elevato come nelle città?…»(23). A noi, in rapporto alle cose dette prima, di trarre le debite conclusioni e di vedere il sacerdote come il ministro della chiesa “militante” che lotta contro il demonio e contro il peccato e non solo contro la fame nel mondo, la droga, l’inquinamento, ecc…
IL SEGRETO DELLA RIUSCITA
Il “successo” sacerdotale ed in particolare pastorale ha un segreto: la sua devozione alla Santa Vergine, Madre del Sacerdozio. «Tutti i santi l’hanno amata la Madonna – dice mons. Trochu – ma pochi hanno potuto superare san Giovanni Maria Vianney». Lo stesso demonio, come abbiamo visto, afferma la grande protezione di Maria nei confronti del santo. Questa devozione inizia all’età di quattro anni, quando sua mamma gli dona in regalo una statuetta della Vergine Maria. A settanta anni di distanza ricorderà questa statua dicendo: «Quanto l’amavo!… Non potevo separarmene né giorno né notte, e non avrei neppure potuto dormire tranquillo, se non l’avessi avuta vicino a me nel mio lettino… La Santa Vergine raccolse la mia prima affezione; l’ho amata ancora prima di conoscerla»(24). Il suo amore della Madonna lo esprimeva con la recita assidua della corona del Rosario, che distribuiva a tutti. «Come era commovente – scrive don Raymond – vedere questi uomini dai capelli bianchi che da tempo avevano disertato la chiesa, trascurata la preghiera e la devozione alla Santa Vergine, tenere fieramente il Rosario in mano e recitarlo con fervore! Nessuno di loro poté resistere alle ingiunzioni del Santo Sacerdote, che comandava a tutti di portare con sé un Rosario e di recitarlo. Invano gli obbiettavano che non ne conoscevano più l’uso, e che, dopo tutto, si sapeva leggere… “Amico mio”, rispondeva il Curato, “un buon cristiano è sempre munito della sua corona; io non la lascio mai. Compratene una ed io le applicherò le indulgenze delle quali avete così grande bisogno, per supplire a una troppo debole penitenza”. Nella maggior parte dei casi agli uomini regalava una corona e tutti l’accettavano come un prezioso ricordo»(25). Eppure oggi diversi rettori e professori di seminario non consigliano più questa preghiera, che per il Magistero della Chiesa (a seguito anche delle apparizioni della Madonna di Lourdes e Fatima) è fondamentale.
Ma ciò che veramente ha contribuito a trasformare gli abitanti di Ars è stata la consacrazione solenne di tutti i parrocchiani a Maria Immacolata “Concepita senza peccato”, domenica 1° maggio 1836. Durante la cerimonia depone la lista dei suoi parrocchiani nel cuore in argento dorato, regalato da una signora di Ars, all’entrata della cappella della Santa Vergine. A questo evento il santo sacerdote dava una importanza particolare. Infatti mise vicino alla cappella della Madonna un quadro, che ricorda la cerimonia. Ogni famiglia aveva un “memento”: una immagine della Madonna sotto la quale ogni padre di famiglia scriveva la consacrazione. Il Curato la firmava e ognuno se la portava a casa. Nel 1927, afferma mons. Convert, se ne trovano ancora molte nelle famiglie. Più tardi i pellegrini che venivano ad Ars volevano possedere queste immagini, scrivere la loro consacrazione ed avere la firma del santo Curato. «Quante consacrazioni ha firmato! – dice un testimone – per la fiducia che aveva nella Madre celeste ne firmò tantissime». Affermava che non la si invoca mai invano, che Ella è tutta misericordia e amore per i poveri peccatori che ricorrono a Lei: diceva spesso che gli piaceva ringraziare Nostro Signore che aveva preso un così buon Cuore per i peccatori e soprattutto che ne aveva dato uno tanto buono alla sua santa Madre. Ha anche confessato «che consacrava i suoi parrocchiani alla Santa Vergine molte volte durante la notte; e tutti quelli, diceva, che andavano a lui per confessarsi, erano messi nel numero dei suoi parrocchiani». Don Toccanier dirà: «Il Curato offriva spesso la sua parrocchia alla Santa Vergine»(26). Prendiamo esempio dal nostro santo per far trionfare al più presto il Cuore Immacolato di Maria che è «così pieno di tenerezza per noi che i cuori di tutte le madri del mondo messi assieme non sono che un pezzo di ghiaccio in confronto al suo»(27).
CONCLUSIONE
Sappiamo bene che l’unico vero rimedio per l’uomo che porta in sé le conseguenze del peccato originale ha un solo nome: Gesù Cristo, il Sacerdote. Ed Egli continua la sua missione attraverso coloro che partecipano al suo sacerdozio ricevendo il sacramento dell’Ordine. Ma questa opera non si può veramente realizzare se al sacerdozio viene data un’altra orientazione. La missione del sacerdote è quella di Gesù Cristo: la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Gesù ha realizzato questa missione in particolare con il Sacrificio del Calvario, il sacerdote lo fa attraverso la santa Messa che è la rinnovazione dello stesso e unico Sacrificio. Ora, i nuovi sacerdoti devono celebrare una nuova messa (novus ordo missae) che non esprime più in modo chiaro questo sacrificio e si orienta (anche fisicamente) non più veramente verso la gloria di Dio ma verso l’uomo (l’assemblea), offrendo non più l’Ostia immacolata, ma i frutti della terra e del lavoro dell’uomo (vedi il nuovo offertorio della Messa).
In questo modo la loro missione cambia orientamento avendo come fine principale non più Dio ma l’uomo. Come dice il Concilio Vaticano II la Chiesa è al «servizio dell’uomo» (Gaudium et spes,n. 3) e il sacerdozio (Presbyterorum ordinis) è orientato prima di tutto verso il corpo mistico (i fedeli) e non verso il Corpo di Cristo (Dio)(28). «L’ordine della finalità – afferma mons. Lefebvre – è stato invertito: il sacerdozio ha un fine primario che è quello di offrire il sacrificio, e un fine secondario che è l’evangelizzazione. Abbiamo numerosi esempi che mostrano sino a qual punto l’evangelizzazione prenda il sopravvento sul sacrificio e sui sacramenti. È fine a se stessa. Tale grave errore ha conseguenze tragiche: l’evangelizzazione, divelta dal suo scopo, risulterà disorientata, cercherà dei motivi che piacciono al mondo, quali la falsa giustizia sociale, la falsa libertà che si bardano di nomi nuovi: sviluppo, progresso, costruzione del mondo, miglioramento delle condizioni di vita, pacifismo»(29).
In questo modo il sacerdote facilmente perde di vista l’importanza dell’unione a Dio, della dimensione soprannaturale e della preghiera manifestata anche dal fatto che il breviario è ridotto ad un quarto di quello precedente la riforma. La salvezza delle anime si trasforma facilmente in un servizio sociale. In questa nuova visione, certo, imitare il santo Curato d’Ars diventa molto complicato se non impossibile a meno che si cambi la formazione nei seminari o si diventi dei “preti refrattari” come al tempo del nostro Santo per cercare di seguire la strada e la missione perenne della Chiesa e del suo Sacerdozio. È ciò che ha fatto mons. Lefebvre, il “Vescovo refrattario”, per trasmettere e salvare il sacerdozio cattolico. A lui penso sia doveroso dare un ringraziamento particolare in questo “anno sacerdotale”. Solo così ci può essere speranza di guarire il sacerdozio e la società dalla peste della secolarizzazione e formare sulla terra il vero regno di Dio. Allora i sacerdoti facilmente sapranno chi sono, che cosa devono fare e magari saranno anche più numerosi dei dentisti, psicologi e commercialisti…
Note
(1) GIAN PAOLO SALVINI, Il clero in Italia: timori e speranze, in «La Civiltà Cattolica», 2006, quad. 3735, p.243.
(2) MONS. TROCHU, Il Curato d’Ars – San Giovanni Maria Battista Vianney (1786 – 1859), Torino-Roma, 1937, p.13.
(3) SANTO CURATO D’ARS, Pensieri scelti e fioretti, a cura di Janine Frossard, 1999, p. 76.
(4) MONS. TROCHU, Il Curato d’Ars, cit., p.107
(5) I sacerdoti “refrattari” a differenza di quelli “giurati” erano coloro che non giuravano fedeltà alla Costituzione Civile del Clero del 26 novembre del 1790.
(6) SANTO CURATO D’ARS, Pensieri scelti e fioretti, cit., p. 77.
(7) MONS. TROCHU, Il Curato d’Ars, cit., p. 496
(8) Ibidem, p. 379.
(9) Ibidem, p. 379
(10) Ibidem, p. 381
(11) Ibidem, p. 381
(12) Summa Theologica II II, q. 182, art. 1.
(13) MONS. TROCHU, Il Curato d’Ars, cit., pp. 134-135.
(14) Ibidem, p. 140.
(15) Ibidem, p. 535.
(16) Ibidem, p. 541 – Lettera del P. Maurizio Maria Borel certosino, indirizzata all’abate Toccanier, in data 15 settembre 1865.
(17) Ibidem, p. 363.
(18) Ibidem, p. 593.
(19) Ibidem, p. 364.
(20) Breve esame critico del Novus Ordo Missae.
(21) MONS. TROCHU, Il Curato d’Ars, cit., p. 270.
(22) Ibidem, p. 275.
(23) Ibidem p. 289.
(24) Ibidem, p. 9.
(25) Ibidem, p. 338.
(26) Lettre aux amis de saint Francois, n. 26, 10 febbraio 2009, p. 6.
(27) SANTO CURATO D’ARS, Pensieri scelti e fioretti, cit., p. 91.
(28) Per quello che riguarda le variazioni nel sacramento dell’Ordine vedere lo studio sul documento Presbyterorum Ordinis nella rivista Nouvelles de Chretientè, n. 92-93, 2005, Du déréglement dans l’Ordre ou le sacrement de l’Ordre à Vatican II, dell’abbé Chautard.
(29) MONS. LEFEBVRE, Lettera aperta ai cattolici perplessi, pp. 58-59.

RICORDA CHE:
Il demonio vuole seminare le tentazioni sui nostri passi: ma con la Grazia di Dio noi possiamo vincerlo e possiamo soffocare la zizzania. Questa è formata, soprattutto, dall’impurità e dall’orgoglio. Senza impurità e senza orgoglio, dice Sant’Agostino, non ci sarebbe molto merito a resistere alle tentazioni.
Tre cose sono assolutamente necessarie contro la tentazione: la Preghiera per illuminarci, i Sacramenti per fortificarci, e la Vigilanza, infine, per preservarci.
Felici le anime tentate: proprio quando il demonio prevede che un’anima tende all’unione con Dio, egli raddoppia la sua ira. Oh, felice unione!
Il demonio non tenta che le anime che vogliono uscire dal peccato e quelle che sono in stato di Grazia. Le altre sono sue, non c’è bisogno che le tenti.
(Santo Curato d’Ars, patrono e modello dei sacerdoti)
4 agosto San Giovanni Maria Vianney – Santo Curato d’Ars – Patrono dei Parroci –
Giovanni Maria Vianney nasce l’8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote. Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi perché “non idoneo”. Le vie del Signore sono infinite e non appena Ordinato prete, tornò a Ecully come vicario dell’abbé Balley. Alla morte di Balley, fu mandato ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Giovanni Maria Vianney, noto come il curato d’Ars, si dedicò all’evangelizzazione, attraverso l’esempio della sua bontà e carità. Ma fu sempre umilmente tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito, tanto che il demonio voleva approfittare di questa sua umiltà per farlo cadere nell’orgoglio di abbandonare la sua missione. Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi.
Morì il 4 agosto del 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925. Verrà indicato modello e patrono del clero parrocchiale, Benedetto XVI a conclusione dell’Anno Sacerdotale 2009-2010, lo proclamerà idealmente (poiché glielo impedirono) Patrono di tutti i Sacerdoti.
Il nostro Santo, nonostante il grande lavoro, metteva sempre al primo posto Dio e la preghiera.
La vita contemplativa – come insegna la Chiesa e in particolare san Tommaso d’Aquino – precede la vita attiva e l’una non esclude l’altra. Ma la prima ha la precedenza perché è la più perfetta e la più necessaria. Non ci si può nascondere dietro il molto lavoro o lo zelo delle anime. La prima anima da santificare è la propria e solo se santifichiamo noi stessi e siamo uniti a Dio possiamo anche santificare gli altri. La vita del Curato d’Ars afferma pienamente questa verità che non è altro la messa in pratica delle parole di Nostro Signore: «Io sono la vigna, e voi i tralci. Colui che rimane in me e io in lui, porta abbondanti frutti, perché senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5).
San Giovanni Maria Vianney fin dalla giovinezza, quando si trovava ancora con i suoi genitori, diceva alla sua piissima madre: «Se io fossi prete, vorrei guadagnare molte anime!». Nel Nostro non solo c’era il desiderio del bene delle anime, ma aveva nel sangue un vero “istinto della conquista”. «Il suo programma (all’inizio del suo ministero) – afferma il biografo – era stato meditato ai piedi del Tabernacolo, ed era quello di un pastore zelante per la salvezza del suo gregge: prendere contatto con la popolazione al più presto possibile ed assicurarsi la cooperazione delle famiglie migliori; perfezionare i buoni, richiamare gli indifferenti e convertire i peccatori; ma soprattutto pregare Dio, dal quale vengono con abbondanza tutti i doni, e santificare se stesso, per riuscire a santificare gli altri; infine, fare penitenza per i peccatori colpevoli ed impenitenti.
Il mezzo essenziale e necessario del sacerdote per unirsi a Dio e conquistare le anime è il Santo Sacrificio della Messa. Infatti il sacerdote, in persona Christi, rinnova lo stesso sacrificio di Nostro Signore per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. È in questo momento soprattutto che “l’uomo di Dio” è unito in maniera straordinaria e celeste al suo Signore che “assume” la persona stessa del sacerdote per rinnovare il suo Sacrificio. Per il sacerdote la Messa è tutto: è stato ordinato per questo. «Ogni pontefice è destinato a offrire doni e vittime» (Eb 8,3). Il santo Curato d’Ars da vero sacerdote dice: «Io non vorrei essere parroco, ma sono contento di essere prete per poter celebrare la Messa». Molti dicevano che era così assorto in Dio che sembrava un angelo quando celebrava e che si commuoveva fino alle lacrime.
Ma ciò che veramente ha contribuito a trasformare gli abitanti di Ars è stata la consacrazione solenne di tutti i parrocchiani a Maria Immacolata “Concepita senza peccato”, domenica 1° maggio 1836, ben diciotto anni prima della proclamazione del dogma sull’Immacolata.
Durante la cerimonia depone la lista dei suoi parrocchiani nel cuore in argento dorato, regalato da una signora di Ars, all’entrata della cappella della Santa Vergine. A questo evento il santo sacerdote dava una importanza particolare. Infatti mise vicino alla cappella della Madonna un quadro, che ricorda la cerimonia. Ogni famiglia aveva un “memento”: una immagine della Madonna sotto la quale ogni padre di famiglia scriveva la consacrazione. Il Curato la firmava e ognuno se la portava a casa.
«Quante consacrazioni ha firmato! – dice un testimone – per la fiducia che aveva nella Madre celeste ne firmò tantissime». Affermava che non la si invoca mai invano, che Ella è tutta misericordia e amore per i poveri peccatori che ricorrono a Lei.
Ha anche confessato «che consacrava i suoi parrocchiani alla Santa Vergine molte volte durante la notte; e tutti quelli, diceva, che andavano a lui per confessarsi, erano messi nel numero dei suoi parrocchiani».
Don Toccanier dirà: «Il Curato offriva spesso la sua parrocchia alla Santa Vergine». Prendiamo esempio dal nostro santo per far trionfare al più presto il Cuore Immacolato di Maria che è «così pieno di tenerezza per noi che i cuori di tutte le madri del mondo messi assieme non sono che un pezzo di ghiaccio in confronto al suo»
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O Santo Curato d’Ars, tu hai fatto della tua vita un’offerta totale a Dio per il servizio degli uomini. Che lo Spirito Santo, per la tua intercessione, ci conduca a rispondere oggi, senza debolezza, alla nostra vocazione personale. Tu sei stato un assiduo adoratore di Cristo nel Tabernacolo, insegnaci ad avvicinarci con fede e rispetto all’Eucaristia, a gustare la presenza silenziosa di Gesù nel Santissimo Sacramento. Tu che sei stato l’amico dei peccatori, sciogli i legami della paura e della superbia che talvolta ci tengono lontani dal perdono di Dio. Aumenta in noi il pentimento per le nostre colpe. Tu sei stato il sostegno dei poveri, insegnaci a condividere con quelli che sono nel bisogno, rendici liberi riguardo al denaro e a tutte le false ricchezze. Tu sei stato figlio affettuoso della Vergine Maria, “il tuo più vecchio amore”, insegnaci a pregarla con la semplicità e la fiducia di un bambino. Tu sei diventato il testimone esemplare dei Parroci dell’universo. Che la tua carità pastorale conduca i pastori a ricercare la vicinanza con tutti, per condurli a Gesù. Ottieni loro l’amore per la Chiesa, lo slancio apostolico, la solidità nelle prove. Ispira ai giovani la grandezza del ministero sacerdotale e la gioia di rispondere alla chiamata del buon Pastore.
Santo Curato d’Ars, sii tu il nostro intercessore presso Dio. Amen.
Un Pater, una Ave Maria e un Gloria al Padre…
+ PREGHIERA PER I SACERDOTI:
Dio Onnipotente ed eterno, per i meriti del tuo Figlio e per il tuo amore verso di Lui, abbi pietà dei sacerdoti della Santa Chiesa.
Nonostante questa dignità sublime sono deboli come gli altri. Incendia, per la tua misericordia infinita, i loro cuori con il fuoco del tuo amore, l’amato Spirito Santo. Soccorrili: non lasciare che i sacerdoti perdano la loro vocazione o la sminuiscano.
O Gesù, ti supplichiamo: abbi pietà dei sacerdoti della tua Chiesa.
Di quelli che ti servono fedelmente, che guidano il tuo gregge e ti glorificano…
Abbi pietà di quelli perseguitati, incarcerati, abbandonati, piegati dalle sofferenze…
Abbi pietà dei sacerdoti tiepidi e di quelli che vacillano nella fede…
Abbi pietà dei sacerdoti secolarizzati…
Abbi pietà dei sacerdoti infermi e moribondi…
Abbi pietà di quelli che stanno in purgatorio… Signore Gesù ti supplichiamo; ascolta le nostre preghiere, abbi pietà dei sacerdoti; sono tuoi! Illuminali, fortificali e consolali!
O Gesù, ti affidiamo i sacerdoti di tutto il mondo, ma soprattutto quelli che mi hanno battezzato ed assolto, quelli che per me hanno offerto il Santo Sacrificio e consacrato l’Ostia Santa per nutrire la mia anima. Ti affido i sacerdoti che hanno dissipato i miei dubbi, indirizzato i miei passi, guidato i miei sforzi, consolato le mie pene; per tutti loro, in segno di gratitudine, imploro il tuo aiuto e la tua misericordia. Amen.
(Orazione scritta da Monsignor Kiung, Vescovo di Shangai, durante la sua prigionia. condannato nel 1960 a 20 anni di carcere in Cina a causa della sua fedeltà a Cristo).
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La maternità spirituale nei confronti dei Sacerdoti
di Padre Serafino Tognetti (23-11-2024)
Dal Canale Youtube Maternità Sacerdotale
Antonella qui mi chiede di dire qualcosa riguardo alla maternità spirituale, e in particolare nei confronti dei sacerdoti.
Bene, è interessante notare come teologi russi, Solovyov, ma anche altri autori, dicano che la maternità spirituale è un istinto molto più forte della paternità spirituale. Tant’è che San Paolo, quando parla della paternità rispetto ai suoi figli spirituali, ai cristiani, va a prendere in prestito un termine tipicamente femminile, perché nel mondo maschile non c’è. E nella lettera ai Galati usa questa espressione: “Figli miei, che partorisco nel dolore”. Ora, noi ben sappiamo che il parto è proprio della donna, della madre, anzi, della donna ma della madre, e poi col dolore. E quindi, come a dire che il termine “partorire con dolore” — e le madri sanno bene cosa può significare — è il termine che esprime nel modo più alto anche la paternità che l’uomo non conosce. L’uomo, nella sua biologia, non conosce cosa significhi partorire e con dolore. Ma è talmente forte il bisogno che San Paolo ha di dire ai propri figli che egli è padre, che appunto va a prendere in prestito un termine proprio del mondo della donna, femminile, perché la maternità è superiore a quella che è la paternità spirituale. Quindi, le donne devono ben rendersi conto di quello che loro, il Signore Dio stesso, chiede secondo la natura.
Bene, dicevo, i russi… Ho appena finito di leggere questo bel libro: Pavel Evdokimov, il titolo è “La donna è la salvezza del mondo”, niente meno! Pavel Evdokimov è un grande teologo russo morto nel 1970, quindi contemporaneo. Ebbene, nell’ultima pagina, dopo avere lungamente affrontato questo bel discorso della donna e la differenza nell’uomo nel piano divino, proprio l’ultima pagina, nel capitolo “I Carismi dell’uomo e della donna”, dice: “Ecco”, dice, “questa bella immagine che voglio lasciarvi, anche come segno, se si vuole, di riflessioni. Nelle sue dominanti, l’essere… nelle dominanti del suo essere, il maschile, maschio, è Cristoforo; il femminile è Pneumatofora, porta Cristo. Il femminile è Pneumatofora, porta lo Spirito. L’uomo è l’immagine dell’Arcangelo… all’immagine dell’Arcangelo Gabriele dell’Annunciazione? Questa è la donna. All’immagine dell’Arcangelo Gabriele, l’Annunciazione, della Natività, della Pentecoste e della Seconda Venuta risponde la parte maschile, l’Arcangelo Michele, con la sua spada e con la bilancia della Giustizia. L’uomo è dunque l’uomo della Trasfigurazione, della discesa agli inferi, della distruzione, della Resurrezione. L’uomo è l’uomo violento, dinamico, che fa del mondo il tempio e la liturgia. È cantore e angelo ed ha un nuovo orientamento al piano materiale e lo conduce a Dio. La donna, invece, mette al mondo i figli della Sapienza; la Vergine li purifica, la Vergine che prega. La donna raffigura il tempio ed è già la porta del Paradiso”.
Bene, avete visto qui, con un linguaggio, se si vuole, un po’ non dico complicato, ma insomma, anche simbolico, viene detto che l’uomo è l’uomo dell’azione e ha la spada in mano, la giustizia, l’uomo che discende agli inferi. Infatti, l’uomo si trova bene se medita e se vive questi misteri: la lotta col demonio — e pensa ai sacerdoti esorcisti — e la morte e la resurrezione.
La donna, invece, è colei che conserva la vita: la Natività, la Pentecoste e l’Annunciazione. L’uomo è l’uomo che combatte col demonio, immaginiamo l’uomo quindi con la spada in mano e anche la bilancia. L’uomo che porta Cristo, il sacrificio dell’altare, la stessa Messa è un dramma, è un sacrificio, non è una passeggiata. E la donna, invece, nel suo carisma, nel suo essere, è colei che conserva la vita, la mette in essere perché è colei che appunto concepisce nel suo grembo e poi partorisce. E poi conserva la vita: una volta partorito il bambino, la donna non lo lascia mica lì da solo per anni e anni; lo cura e controlla tutta la sua salute, lo educa con tanta pazienza e con tanto amore. È colei che ha pazienza, è colei che fa crescere, è colei che cura. Infatti, se il bambino si ammala, è subito la madre che si dà da fare – c’è anche il padre, intendiamoci, ma la madre è molto più attenta alla salute del figlio e quindi al suo sviluppo.
Allora, vedete come l’uomo e la donna in questo caso si sono complementari, si completano. Ma l’uomo non è senza la donna, e quindi il sacerdote, se ho detto che è l’uomo con la spada, l’uomo del sacrificio — pensate anche ai grandi Santi, penso a un Padre Pio, a un Curato d’Ars, l’uomo che vive a disposizione del suo popolo e produce, porta avanti – ha bisogno vicino a sé, dietro di sé, accanto a sé, di colei che conserva la vita e quindi lo sostiene, lo aiuta con la sua preghiera, col suo essere. E quindi porta a compimento il mistero dell’altare.
Quindi possiamo dire che un uomo senza la donna non è… Infatti qui, questo titolo: “La donna è la salvezza del mondo”.
Pensiamo anche le grandi figure di Padre Pio, Cleonice Morcaldi, e San Bernardo, e anche… Beh, San Francesco e Santa Chiara, diciamo, ma San Francesco di Sales e Santa Giovanna di Chantal. Insomma, tutte queste figure, ma ce ne sono tante, che appunto si completano, nel senso vivono il dono della vita in Cristo, la vita nuova in Cristo che viene propagata e viene conservata, aiutata dall’azione materna della donna. La donna, appunto, ha questa grandissima funzione. Senza la donna, e la, come dire, questa azione soltanto propositiva rimane… rimane sì, c’è, ma non cresce, rimane sterile o può addirittura finire nel fallimento.
Ci sono anche tantissimi altri aspetti da affrontare, ma questi due direi che sono assolutamente necessari.
Quindi, quando la donna comunque prega, si sacrifica, offre per il sacerdote, per la Chiesa — anche se non è quello che ha sotto casa a due metri, potrebbe essere anche dall’altra parte del mondo — contribuisce al mistero dell’altare, alla salvezza del mondo, proprio nel conservare quello che il Cristo ha creato sull’altare e quindi a donarlo al mondo.
La donna non è senza l’uomo, l’uomo non è senza la donna.
Nella grande grazia di Dio, appunto, accogliendo anche questa bella occasione di poter essere in comunione – io che sono veramente l’ultimo della classe – però nella grazia di Dio, desidero proprio essere in comunione con questa opera, perché ad oggi la necessità della santificazione del clero è una delle cose più importanti nella nostra Chiesa Cattolica. Quindi è una benedizione di comunione spirituale tutti insieme.
La grazia del Signore Dio Onnipotente, per l’intercessione della Beata Sempre Vergine Maria e di tutti i Santi del Cielo, vi conceda la luce, il conforto, la grazia e la pace nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Amen. Ciao a tutti.

“Se il demonio vi lascia tranquillo, durante tanti anni di preghiera, questo è perché egli vede in voi poco di buono; invece di tentarvi, vi disprezza… La tentazione che devi temere di più è quella di non essere mai tentati!” (Santo Curato d’Ars)
PUOI SCARICARE QUI IL SERMONE IN PDF
Il Curato d’Ars, San Giovanni Maria Vianney, considerava la tentazione come una prova necessaria per rafforzare la fede e la santità, insegnando a non temere le lotte spirituali ma a sfruttarle per progredire. Consigliava di offrire ogni tentazione a Dio, trasformandola in un’occasione per chiedere le virtù opposte (umiltà, purezza, carità) e per rimanere umili.
Ecco i punti chiave del pensiero del Curato d’Ars sulla tentazione:
Necessità della prova: Le tentazioni non devono scoraggiare; al contrario, il santo capì che resistere alle piccole tentazioni rafforzava la propria santità.
Offrire la tentazione: Invece di cedere, il Vianney incoraggiava a utilizzare la tentazione come preghiera: se tentati dall’orgoglio, offrire la tentazione per imparare l’umiltà; se tentati da pensieri impuri, offrirla per la purezza; se tentati nella sapienza offrirla per imparare che: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,5-10).
La lotta contro l’orgoglio e la superbia: Considerava l’orgoglio e la superbia un peccato terribile, capace di allontanare da Dio, di bastare a se stessi, di confidare in se stessi, ed esortava a combatterlo con l’esercizio dell’umiltà, del saper tacere al momento opportuno.
Contro il demonio: Il Curato d’Ars sperimentò personalmente la lotta contro il demonio, specialmente attraverso la penitenza e il digiuno, ma senza MAI dare al demonio l’importanza che non merita e il potere che non ha. L’Uomo, in grazia di Dio è più potente del demonio!!
In sintesi, per il Curato d’Ars la tentazione è un’opportunità di crescita spirituale che lo stesso Signore Dio permette, da vincere non con le proprie forze, ma confidando nella grazia di Dio attraverso i Sacramenti, nella Divina Provvidenza.
Sulle tentazioni. (Sermone del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney)
Jesus ductus est in desertum a Spiritu, ut tentaretur a diabolo.
(MATTH. IV, 1).
Che Gesù Cristo, Fratelli miei, abbia scelto il deserto per farvi orazione, non deve recarci meraviglia; la solitudine era la sua delizia! che poi lo Spirito Santo ve lo abbia condotto, questo deve sorprenderci ancor meno; giacché il Figlio di Dio non poteva avere altra guida che lo Spirito Santo.
Ma che sia stato tentato dal demonio; che più volte sia stato portato da questo spirito delle tenebre, chi oserebbe crederlo se non fosse Gesù Cristo medesimo che ce lo dice per bocca di S. Matteo? Eppure, o M. F., anziché fare meraviglie, noi dovremmo invece rallegrarci e ringraziare senza fine il nostro buon Salvatore, che volle essere tentato solo per meritarci vittoria nelle nostre tentazioni. Quanto siamo fortunati, o F. M.! Dal giorno in cui il nostro caro Salvatore si è sottoposto alla tentazione, per vincere le nostre, a noi non manca altro che la buona volontà. – Ecco, M. F., i grandi vantaggi che noi ricaviamo dalla tentazione del Figliuol di Dio. Ed ecco l’argomento mio; vorrei dimostrarvi:
1° Che la tentazione ci è assai necessaria per farci conoscere ciò che siamo;
2° Che noi dobbiamo temere molto le tentazioni; perché il demonio è assai furbo e astuto; e perché una sola tentazione può bastare a piombarci nell’inferno, se noi abbiamo la disgrazia di acconsentirvi;
3° Che dobbiamo combattere fortemente sino alla fine; perché solo a questa condizione conquisteremo il cielo.
Se io volessi provarvi, o F. M., che esistono i demoni e che essi ci tentano, bisognerebbe pensare ch’io parlassi a un popolo idolatra o pagano, o almeno a Cristiani avvolti nella più profonda e deplorevole ignoranza; bisognerebbe dire ch’io sono convinto che voi non avete mai studiato il catechismo.
Quando fanciulli vi si domandava: Tutti gli angeli sono rimasti fedeli a Dio? Non è vero che voi tosto rispondevate: No; una parte si è ribellata a Dio, è stata cacciata dal paradiso e precipitata nell’inferno? E quando si continuava a chiedervi: Che cosa fanno gli angeli ribelli? Subito, non è vero, che soggiungevate: Essi lavorano a tentare gli uomini, e fanno ogni sforzo per trascinarli al male? Ma io possiedo di questa verità altre prove, e ancor più convincenti. Voi sapete che fu il demonio che tentò i nostri progenitori nel paradiso terrestre, dove riportò la prima vittoria, vittoria che lo rese così ardito e orgoglioso. – Fu il demonio che tentò Caino e lo trascinò a uccidere il fratello Abele. Nell’antico Testamento leggiamo che il Signore disse al demonio: “Donde vieni? „ ed esso rispose: “Ho fatto il giro del mondo; „ (Job. I, 7) prova ben chiara è questa, o M. F., che il demonio gira la terra a fine di tentarci. Leggiamo nel Vangelo che Maddalena avendo confessato a Gesù Cristo i suoi peccati, uscirono da lei sette demoni (Luc. VIII, 2). Vediamo altresì in altro luogo del Vangelo che lo spirito immondo, uscito da un uomo, esclama: “Vi tornerò con altri demoni peggiori di me. „ (Ibid. VI, 26). Ma non è questo, F. M., che vi è più necessario di sapere; di tutto ciò nessuno di voi dubita. Quello che a voi maggiormente gioverà, si è conoscere in qual maniera il demonio possa tentarvi.
Per ben persuadervi della necessità di respingere le tentazioni, domandate a tutti i Cristiani dannati, perché mai si trovino nell’inferno, essi che erano creati pel cielo: e ad una voce vi risponderanno che, essendo stati tentati, hanno accondisceso alla tentazione. Domandate pure a tutti i Santi che regnano in cielo, che cosa ha procurato loro tanta felicità, e tutti vi soggiungeranno: Fu perché, essendo tentati, abbiamo, con la grazia di Dio, resistito alla tentazione e disprezzato il tentatore. Ma chiederete, forse: Che cosa è dunque la tentazione?
Eccolo, miei cari; ascoltate bene, e vedrete e intenderete. Siete tentati ogni volta che vi sentite portati a fare una cosa che Dio proibisce, o a non compiere ciò che Egli comanda. Dio vuole che facciate bene le vostre preghiere, mattina e sera, in ginocchio, con devozione. Dio vuole che passiate santamente il giorno della Domenica nella preghiera, cioè assistendo a tutte le funzioni (A tutte le funzioni, cioè alla Messa, è un precetto della Chiesa, e alle altre funzioni, il Vespro, la spiegazione della dottrina cristiana, pratiche consigliate e utili assai) e astenendovi da ogni lavoro. Dio vuole che i figli abbiano grande rispetto pel padre e per la madre, e i servi pei loro padroni. Dio vuole che amiate tutti e facciate del bene a tutti, anche ai vostri nemici; che non mangiate carne nei giorni proibiti; che vi diategrande premura di apprendere i vostri doveri; che perdoniate sinceramente a chi vi ha fatto qualche torto. Dio vuole che non pronunciate mai bestemmie, maldicenze, calunnie, parole sconce; che non facciate mai cose brutte. Questo lo capite facilmente. Ebbene. Se non ostante che il demonio vi tenti di fare ciò che Dio proibisce, voi non lo fate, vuol dire che non cedete alla tentazione; se invece lo fate, allora acconsentite e soccombete. – Sapete, o F . M., perché il demonio lavora con tanto furore per trascinarci al male? Perché non potendo offendere Dio egli stesso, vuol farlo offendere dalle altre creature. Ma quanto siamo fortunati noi, o M. F.!
Che bella sorte è la nostra di avere per nostro modello un Dio! Se siamo poveri, abbiamo per modello un Dio che nasce in una stalla ed è adagiato in una mangiatoia su di un po’ di paglia. Se siamo disprezzati, abbiamo per modello un Dio che ci precede, coronato di spine, coperto d’un vile manto di porpora e trattato da pazzo. Se soffriamo, abbiamo per modello un Dio tutto coperto di piaghe che muore della morte più dolorosa che mai possa immaginarsi. Se siamo perseguitati, oseremo noi lamentarci, o M. F., noi che abbiamo per modello un Dio che muore pe’ suoi carnefici? E se siamo tentati dal demonio, noi abbiamo per modello il nostro amabile Redentore, che fu tentato dal demonio e due volte trasportato da questo spirito infernale. Sicché, o M. F., in qualunque stato di sofferenze, di pene o di tentazioni ci sia dato trovarci, dovunque e sempre, abbiamo il nostro Dio che ci precede e ci assicura la vittoria ogni volta che lo desideriamo. – Ecco, F . M., ciò che deve grandemente consolare il Cristiano: il pensiero che ogni qualvolta nella tentazione ricorrerà a Dio, sarà certo di non soccombere.
I. — Ho detto che la tentazione era a noi necessaria per farci conoscere che da noi stessi siamo nulla. S. Agostino ci insegna che dobbiamo ringraziare Dio pei peccati da cui ci ha preservati, come per quelli che ebbe la bontà di perdonarci. Abbiamo così spesso la disgrazia di cadere nei lacci del demonio, perché confidiamo troppo nelle nostre risoluzioni e nelle nostre promesse, e non abbastanza in Dio. Ciò che è verissimo. Quando nulla ci affanna e tutto va a seconda dei nostri desideri, noi osiamo credere che nulla sarà capace di farci cadere; dimentichiamo il nostro nulla, la nostra povertà e debolezza; facciamo le più belle proteste d’essere pronti a morire piuttosto che lasciarci vincere. Ne abbiamo un esempio in S. Pietro, che diceva al Signore: “Quand’anche tutti gli altri vi rinnegassero, io non lo farò mai„ (Matt. XXVI, 33). Ahimè! Dio per mostrargli quanto poca cosa è l’uomo, abbandonato a se stesso, non ha adoperato né re né principi, né armi; ma si servì della voce d’una fantesca, che parlando non sembrava interessarsi troppo di lui. Poco prima si diceva pronto a morire per Gesù, ora afferma che non lo conosce, che non sa di chi gli si voglia parlare; e per meglio assicurare che non lo conosce, giura. – Mio Dio, di che cosa siamo capaci abbandonati a noi stessi! Vi sono certuni, i quali, a quanto dicono, sembrano invidiare i Santi, che han fatto grandi penitenze; e sono convinti di potere anch’essi fare altrettanto. Leggendo la vita dei martiri noi ci sentiamo pronti a soffrire ogni cosa per Iddio. Un breve istante di patire è subito passato, diciamo noi; poi viene un’eternità di ricompensa.
E che fa il buon Dio, perché ci possiamo conoscere un poco, o meglio, per mostrarci che noi siamo nulla? Eccovelo: permette al demonio di accostarsi un po’ più a noi. E allora osservate quel Cristiano, che poco fa sembrava portare invidia ai solitari che si cibano di radici e d’erbe, e che risolveva di trattare sì duramente il suo corpo; ohimè! un leggero dolor di capo, una puntura di spillo gli cava lamenti, per un nonnulla, si affligge e strilla. Poco fa avrebbe voluto fare tutte le penitenze degli anacoreti, ed ora per una cosa da nulla si dispera. Osservate quest’altro che sembra pronto a dare pel Signore la sua vita; i più duri tormenti non parrebbero capaci di arrestarlo; invece una piccola maldicenza, una calunnia, un trattamento alquanto freddo, un leggero torto ricevuto, un beneficio ricambiato con ingratitudine fanno sorgere tosto nel suo animo sentimenti di odio, di vendetta, d’avversione, a tal segno, spesse volte, che non vuol più fermare il suo sguardo su chi lo ha offeso, o almeno lo guarda con freddezza, con un occhio il quale mostra chiaro ciò che egli porta in cuore. E quante volte svegliandosi di notte questo è il suo primo pensiero, pensiero che non lo lascia dormire. Ah! M. F., come è vero che noi siamo poca cosa e che dobbiamo fare ben poco assegnamento sulle nostre belle risoluzioni! Voi vedete dunque ora quanto sia necessaria la tentazione per persuaderci del nostro nulla, e perché l’orgoglio non finisca di dominarci. Sentite che cosa diceva S. Filippo Neri. Considerando egli quanto siamo deboli e nel pericolo di perderci ad ogni momento, così supplicava il buon Dio piangendo : “Mio Dio, tenetemi la vostra mano sul capo; voi sapete ch’io sono un traditore; voi conoscete quanto sono cattivo; se mi abbandonate un solo istante temo di tradirvi. „
Ma dentro di voi penserete, forse, che le persone più tentate siano gli ubbriaconi, i maldicenti, i viziosi, che si gettano a corpo perduto nelle brutture, gli avari, che rubano in mille modi. No, M. F., non sono costoro i più tentati: questi il demonio li disprezza e non li molesta, per timore che non facciano tutto il male che egli vorrebbe; giacché più essi vivranno e maggior numero di anime i loro cattivi esempi trascineranno all’inferno. Infatti se il demonio avesse stimolato con forti tentazioni quel vecchio vizioso, spingendolo in tal modo ad abbreviarsi la vita di quindici o vent’anni, egli non avrebbe tolto il fiore della verginità a quella giovinetta, immergendola nel fango più vergognoso dell’impudicizia; non avrebbe sedotto quella donna, insegnata la malizia a quel giovinetto, che nel male durerà forse fino alla morte. Se il demonio avesse spinto quel ladro a rubare ad ogni occasione, già da tempo avrebbe finito i suoi giorni sul patibolo e non avrebbe indotto il suo vicino a imitarlo. Se il demonio avesse tentato quell’ubbriacone a bere sempre senza misura, da lungo tempo egli sarebbe morto per le sue crapule; mentre avendo avuto prolungata l’esistenza, ha potuto indurre altri a rassomigliargli. Se il demonio avesse tolta la vita a quel sonatore, a quel promotore di balli, o a quell’oste, in una partita di divertimento o in altra occasione; quanti, senza di costoro, non si sarebbero perduti, e invece si danneranno! S. Agostino ci insegna che il demonio non li molesta troppo costoro, anzi li disprezza. – Ma, direte voi, chi sono i più tentati? Miei cari, ascoltatemi attentamente. I più tentati sono coloro che, con la grazia di Dio, sono pronti a sacrificar tutto per salvare la loro anima; e che rinunciano a tutto ciò che sulla terra è desiderato con tanta avidità. E costoro non sono tentati da un demonio solo, ma da migliaia, che si rovesciano su di essi per farli cadere nei loro lacci.
Eccone un bell’esempio. Si racconta nella storia che san Francesco d’Assisi stava con tutti i suoi religiosi in un gran campo, dove aveva costrutte piccole capanne di giunco. Vedendo che i suoi frati facevano penitenze assai straordinarie, san Francesco ordinò loro di raccogliere tutti i cilizi, e se ne fecero parecchi mucchi. V’era un giovane, a cui Dio in quel momento fece la grazia di poter vedere il suo Angelo custode. Da un lato vedeva quei buoni religiosi che non sapevano stancarsi di far penitenza, dall’altro il suo Angelo custode gli fece vedere un’accolta di diciotto mila demoni, che tenevano consiglio per trovar modo di far cadere quei religiosi con la tentazione. Ce ne fu uno che disse: “Voi non capite nulla. Questi frati sono così umili, così distaccati da se medesimi, così uniti a Dio, hanno un superiore il quale li guida sì bene, che è impossibile poterli vincere: aspettiamo che il superiore sia morto; allora cercheremo di farvi entrare giovani senza vocazione, che vi porteranno il rilassamento, e a questa maniera saranno nostri.„ Un po’ più lontano, all’ingresso della città, vide un demonio solo che stava seduto presso la porta per tentare quelli che erano dentro. Quel santo giovane domandò al suo Angelo custode, perché a tentare quei religiosi vi erano tante migliaia di demoni, mentre per un’intera città ve n’era un solo, e per giunta se ne stava seduto? E l’Angelo gli rispose che le persone del mondo non avevano neppur bisogno di tentazione, perché da se stesse si lasciavano andare al male; mentre i religiosi rimanevano fermi nel bene, malgrado tutti gli agguati del demonio e tutta la guerra che poteva contro di essi ingaggiare.
– Ed ora, eccovi, F. M., la prima tentazione che il demonio muove a chi si è messo a servire meglio il Signore: il rispetto umano. Per tal guisa questa persona non ha più il coraggio di mostrarsi; si nasconde a quelli coi quali si era prima divertita; se le si dice che ha fatto un gran cambiamento, ne prova vergogna. Il pensiero di ciò che diranno gli altri l’angustia sempre, e la riduce a non aver più la forza di fare il bene dinanzi al mondo. Se il demonio non può vincerla col rispetto umano, fa nascere in lei uno straordinario timore: che le sue confessioni non sono ben fatte, che il confessore non la conosce, che ella potrà ben adoperarsi, ma si dannerà ugualmente, che per lei, il lasciar tutto o continuare la sua via, vale lo stesso, giacché ha troppe occasioni di cadere. Perché mai avviene, o F. M.. che una persona quando non pensa a salvare l’anima propria e vive nel peccato, non è affatto tentata? mentre appena vuol mutar vita, cioè desidera di tornare a Dio, tutto l’inferno le si rovescia addosso?
– Sentite ciò che insegna S. Agostino: “Ecco, egli dice, come si comporta il demonio col peccatore; egli agisce alla guisa stessa di un carceriere, il quale tiene parecchi prigionieri chiusi in carcere, ma avendo la chiave in tasca, non si dà cura di loro, persuaso che essi non possono fuggire. Così fa il demonio con un peccatore, che non pensa a uscire dal suo peccato; non si dà briga di tentarlo — sarebbe questo tempo perso, perché quello sventurato non solo non pensa ad abbandonare il peccato, ma rende sempre più pesanti le sue catene. Sarebbe dunque cosa inutile il tentarlo, e lo lascia vivere in pace; se pure è possibile goder pace quando si è in peccato. Gli nasconde, quanto può, il suo stato fino all’ora della morte, e in quel momento lavora a fargli la più spaventosa descrizione della sua vita, per piombarlo nella disperazione. Ma con una persona che ha risolto di cambiar vita e di darsi a Dio, egli usa un contegno ben diverso. „ Finché S. Agostino menò una vita disordinata, egli quasi non conobbe che cosa fosse la tentazione. Si credeva in pace, come racconta egli medesimo; ma dal momento che stabilì di voltare le spalle al demonio dovette lottare con esso con ogni accanimento durante cinque anni, usando contro di lui le lagrime più amare e le penitenze più austere. – Mi dibattevo con esso, egli scrive, oppresso dalle mie catene. Oggi mi credevo vincitore, domani giacevo steso a terra. Questa guerra crudele ed accanita durò cinque anni. Pure Dio mi fece la grazia di superare il nemico.
Rammentate altresì le lotte che ebbe a sopportare S. Gerolamo, quando volle consacrarsi a Dio e risolvette di visitare la Terra Santa. Vivendo in Roma egli aveva concepito il desiderio di lavorare alla propria salvezza: perciò, lasciata quella città andò a seppellirsi in un orrido deserto per darsi liberamente a tutto ciò che il suo amore per Iddio poteva suggerirgli. E il demonio, che prevedeva quante conversioni quella risoluzione generosa avrebbe prodotte, sembrò scoppiare di dispetto e non gli risparmiò alcuna tentazione. Io penso che nessun altro santo sia stato tentato più fortemente di lui. Ecco come si esprimeva scrivendo a persona amica: “Mio caro, voglio mettervi a conoscenza delle mie afflizioni e dello stato a cui il demonio vuol ridurmi. Quante volte in questa solitudine, resa insopportabile dall’ardore del sole, quante volte il ricordo dei piaceri di Roma è venuto ad assalirmi; il dolore e l’amarezza, di cui l’anima mia è ricolma, mi fanno versare giorno e notte torrenti di lacrime. Mi nascondo nei luoghi più remoti per lottare contro le tentazioni e piangere i miei peccati. Il mio corpo è tutto sfigurato e coperto di ruvido cilicio. Mio letto è la nuda terra, ed anche nelle malattie radici ed acqua formano il mio nutrimento. E non ostante questi rigori, la mia carne risente ancora le impressioni dei piaceri che disonorano Roma; la mia memoria ritorna ancora fra quelle gioviali compagnie, fra le quali ho tanto offeso Dio. In questo deserto, al quale mi sono volontariamente condannato per evitare l’inferno, fra queste rocce tetre, dove sono unica mia compagnia gli scorpioni e le bestie feroci, malgrado tutto l’orrore che mi circonda e mi spaventa, la fantasia mi riscalda di fuoco impuro il corpo già presso a morire; il demonio osa ancora offrirmi piaceri da godere. Vedendomi così umiliato da tentazioni, il cui solo pensiero mi fa morire di orrore, non sapendo più a quale penitenza assoggettare il mio corpo per tenerlo attaccato a Dio; mi getto a terra, a’ pie del mio Crocifisso, irrigandolo di lacrime; e, quando non posso più piangere, afferro una pietra, mi batto il petto fino a far uscire sangue dalla bocca; e invoco misericordia, fintantoché il Signore abbia pietà di me. Chi potrà comprendere in quale stato infelice io mi trovo, io che desidero ardentemente di piacere a Dio e di non amare che lui solo? Vedendomi continuamente eccitato a offenderlo, quale dolore ne risento! Soccorretemi, amico caro, coll’aiuto delle vostre preghiere; perché io sia più valente a respingere il demonio, che ha giurato di perdermi eternamente.
„ (Epist. 22 ad Eustoch.). – Ecco, F. M., i combattimenti ai quali Dio permette che i grandi Santi siano sottoposti. Ah! miei cari, siamo ben degni di compassione, se non siamo aspramente combattuti dal demonio. Stando alle apparenze dovremmo dire che siamo amici del demonio; egli ci lascia vivere in una falsa pace, ci ha addormentati col pretesto che abbiamo fatto qualche buona preghiera, alcune elemosine e che abbiamo fatto meno male di tanti altri. Infatti se voi chiedete a quell’assiduo frequentatore d’osterie, se il demonio lo tenta; vi risponde semplicemente di no, e che nulla lo inquieta. Domandate a quella giovane vanitosa, quali assalti le muove il demonio; ella ridendo vi risponderà: Nessuno; e vi dirà che ella non sa che cosa voglia dire essere tentata. Ecco, F. M., qual è la tentazione di tutte più terribile: il non essere tentati; ecco la condizione di coloro che il demonio tiene in serbo per l’inferno. E se non credessi di essere troppo audace, potrei anche dirvi che il demonio si guarda bene dal tentarli o dal disturbarli, riguardo alla loro vita passata, per timore che aprano gli occhi sui loro peccati.
Ripeto dunque, F. M., che la maggiore sventura per un Cristiano è il non essere tentato, perché c’è motivo di credere che il demonio lo consideri come cosa sua, e aspetti soltanto la morte per trascinarlo nell’inferno. Ed è facile capirlo. Osservate un Cristiano che si dà qualche pensiero della sua salvezza: tutto ciò che lo attornia è per lui stimolo al male; spesso non può nemmeno levar gli occhi senza sentirsi tentato, non ostante le sue preghiere e le sue austerità; invece un vecchio peccatore, che forse da vent’anni s’avvoltola e si trascina nelle lordure, vi affermerà che non è tentato. Tanto peggio, o cari, tanto peggio. Questo deve appunto farvi tremare: il non conoscere le tentazioni; perché il dire che non siete tentati, è come se diceste che il demonio non c’è più, o che ha perduto tutta la sua rabbia contro i Cristiani. “Se voi non avete tentazioni, dice S. Gregorio, questo avviene perché i demoni sono vostri amici, vostra guida e vostri pastori; ora vi lasciano passare in pace la vostra povera vita, alla fine dei vostri giorni vi trascineranno negli abissi. „ S. Agostino ci dice che la più grande tentazione è quella di non avere tentazioni — perché è lo stesso che essere riprovato, abbandonato da Dio e lasciato alla mercè delle proprie passioni.
II. — Ho detto in secondo luogo che la tentazione ci è assolutamente necessaria per mantenerci umili e diffidenti di noi stessi, e per obbligarci a ricorrere a Dio. Leggiamo nella storia che un solitario, essendo estremamente tentato, il Superiore gli disse: “Volete che preghi Iddio perché vi liberi dalle vostre tentazioni? No, padre, rispose il monaco, questo fa sì che io non perda mai la presenza di Dio; giacché io ho sempre bisogno di ricorrere a lui, perché m’aiuti a lottare. „ Frattanto, o F. M., possiamo dire che, quantunque sia umiliante l’essere tentati, pure è segno certo che siamo sulla strada del cielo. Non ci rimane che una cosa da fare: combattere con coraggio, perché la tentazione è tempo di raccolta; ed eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che una santa era da così gran tempo tormentata dal demonio, che si credeva dannata. Iddio le apparve per consolarla, e le disse che ha maggiormente guadagnato meriti durante quella prova, che non in tutto il resto di sua vita. S. Agostino ci dice che, senza le tentazioni, tutto ciò che facciamo avrebbe scarso merito. Invece di affliggerci quando siamo tentati, dobbiamo ringraziare il Signore, e lottare con coraggio, perché siamo sicuri d’essere sempre vittoriosi.
Mai Dio permetterà al demonio di tentarci al disopra delle nostre forze. – Una cosa certa poi, o F. M., è questa: che noi dobbiamo, cioè, aspettare che la tentazione finisca con la nostra morte. Il demonio, che è uno spirito, non si stanca mai; dopo averci tentato, durante cento anni, egli è ancora così forte e così furioso come se ci assalisse la prima volta. Non dobbiamo assolutamente credere di poter vincere il demonio e fuggirlo in modo da non essere più tentati; poiché il grande Origene dice che i demoni sono assai più numerosi degli atomi che volteggiano nell’aria e delle gocce d’acqua che compongono il mare; il che vuol significare che sono sterminati di numero. S. Pietro ci dice: “Vigilate continuamente perché il demonio si aggira attorno a voi, come un leone, cercando alcuno da divorare. „ (I Piet. V, 8) E Gesù Cristo in persona ci dice: “Pregate senza interruzione per non cedere alla tentazione „ (Matt. XXVI, 41), il che vuol dire che il demonio ci aspetta dappertutto. Inoltre dobbiamo attenderci d’essere tentati in qualunque luogo e in qualunque stato ci troviamo. Vedete quel sant’uomo, che era tutto coperto di piaghe e quasi fetente: il demonio non cessò di tentarlo per corso di sette anni: S. Maria Egiziaca fu tentata per diciannove anni; S. Paolo per tutta la sua vita, cioè dal momento in cui si convertì a Dio. S. Agostino per consolarci dice che il demonio è un cane legato alla catena, che abbaia, fa gran rumore, ma non morde se non coloro che gli si accostano troppo.
Un santo sacerdote trovò un giovane molto agitato e gli chiese perché s’inquietasse così: “Padre mio, rispose, temo di essere tentato e di soccombere. — Vi sentite tentato? soggiunse il sacerdote; fate un segno di croce, elevate il cuore a Dio ; se il demonio continua, continuate anche voi, e sarete sicuro di non macchiare l’anima vostra. „ Vedete ciò che fece S. Macario, il quale andando in cerca di ciò che gli occorreva per fare stuoie, incontrò per via un demonio con una falce infuocata che gli correva addosso quasi per ucciderlo. S. Macario, senza scomporsi, alzò il cuore a Dio. E il demonio andò in sì gran furore che esclamò: “Ah! Macario quanto mi fai soffrire per non poterti maltrattare. Però quello che tu fai lo faccio anch’io; se tu vegli, io non dormo punto; se tu digiuni, io non mangio mai; una cosa sola tu hai e della quale io manco. Il santo gli domandò che cosa fosse; e il demonio dopo avergli risposto: l’umiltà; sparì.„ Sì, P. M., pel demonio l’umiltà è una virtù formidabile. Perciò vediamo che S. Antonio, quando era tentato, non faceva che umiliarsi profondamente, dicendo al Signore: – Mio Dio, abbiate pietà di questo grande peccatore: e il demonio prendeva la fuga.
III. — Ho detto in terzo luogo che il demonio si scatena contro quelli, che hanno veramente a cuore la loro salvezza, e li perseguita continuamente, accanitamente; sempre nella speranza di vincerli. Eccovene un bell’esempio. Si racconta che un giovane solitario, già da parecchi anni aveva lasciato il mondo per non pensare che a salvare l’anima sua. Il demonio concepì contro di lui per questa risoluzione tale furore che quel giovane credette di essere vicino a precipitare nell’inferno. Cassiano, che riferisce il fatto, racconta che il solitario, essendo tormentato da tentazioni impure, dopo molte lacrime e penitenze, pensò di andare a visitare un vecchio monaco, per averne consolazione; sperando che gli suggerirebbe rimedi per meglio vincere il nemico; e specialmente per raccomandarsi alle sue preghiere.
Ma la cosa ebbe ben diverso risultato. Quel vecchio, che aveva passata quasi tutta la sua vita senza lotte, invece di consolare il giovane solitario, mostrò grandissima sorpresa ascoltando il racconto delle sue tentazioni, lo rimproverò aspramente, gli rivolse parole dure, chiamandolo infame, sciagurato, e dicendogli che era indegno del nome di solitario, perché gli accadevano simili cose. Il povero giovane se ne andò così desolato che si credette perduto e dannato; e s’abbandonò alla disperazione. Diceva tra sé: “Giacché sono dannato, non v’è bisogno ch’io resista o combatta; m’abbandonerò a tutto quello che il demonio vorrà; eppure Dio sa che io ho lasciato il mondo unicamente per amare lui e salvare l’anima mia. Perché, o Signore, esclamava egli nella sua disperazione, mi avete dato così poche forze? Sapete eh? Voglio amarvi, che sento tanto dispiacere e rammarico di disgustarvi, perché dunque non mi date la forza, perché lasciate che io debba cadere? Giacché per me tutto è perduto, e non ho più mezzo di salvarmi, tornerò nel mondo. „ – Mentre così disperato era in procinto di abbandonare il suo ritiro, Dio fece conoscere lo stato dell’anima sua ad un santo abate, di nome Apollo, che godeva grande fama di santità. Questi gli andò incontro, e vedendolo così turbato, fattosi vicino a lui, con grande dolcezza gli chiese che cosa avesse e quale fosse la causa del suo turbamento e della tristezza che gli appariva in volto. Ma il povero giovane era così profondamente concentrato ne’ suoi pensieri, che non rispose nulla.
Il santo abate che vedeva l’agitazione dell’anima di lui lo sollecitò tanto perché gli confidasse che cosa lo agitava, per qual motivo egli era uscito dalla sua solitudine, e qual fosse lo scopo del suo viaggio, che il giovane vedendo come il suo stato fosse palese a quel santo abate, sebbene egli lo celasse quanto poteva, versando lagrime in grande abbondanza, e mandando singhiozzi i più commoventi, gli rispose: Torno al mondo perché sono dannato: io non ho più speranza di potermi salvare. Sono stato a trovare un vecchio religioso ed egli è rimasto scandalizzato della mia vita. Giacché io sono tanto sventurato da non poter piacere a Dio, ho deciso di abbandonare la mia solitudine per ritornare al mondo, dove mi abbandonerò a tutto ciò che il demonio vorrà. Eppure ho sparso tante lacrime, perché non vorrei offendere Dio. Volevo salvarmi; facevo volentieri penitenza; ma non ho forza abbastanza e non andrò più innanzi. „ Il santo abate ascoltandolo parlare e vedendolo piangere così, gli rispose mescolando a quelle del giovane le sue lacrime: “Amico mio, ma non vedete che ben lungi dall’aver offeso Dio, voi, al contrario, perché siete a lui accetto, siete stato così fortemente tentato? Consolatevi, mio caro, e ripigliate coraggio; il demonio vi crederà vinto, ma invece voi lo vincerete; tornate, almeno fino a domani, nella vostra cella. Non perdete il coraggio: io stesso sono al pari di voi tentato ogni giorno. Non dobbiamo contare sulle nostre forze, ma sulla misericordia di Dio: vi aiuterò a vincere pregando con voi. Amico mio, il Signore è tanto buono che non ci abbandona al furore dei nostri nemici senza darci la forza per vincerli; è Dio, sapete, che mi manda per dirvi di non perdervi di coraggio, che sarete liberato. „ Il povero giovane tutto consolato, tornò alla sua solitudine abbandonandosi fra le braccia della misericordia divina ed esclamando: “Credevo, o Signore, che voi vi foste ritirato per sempre da me. „ – Frattanto Apollo va vicino alla cella del vecchio monaco, che aveva così male accolto il povero giovane, e si prostra colla faccia a terra dicendo: “Signore, mio Dio, voi conoscete le nostre debolezze, liberate, vi prego, quel giovane dalle tentazioni che lo scoraggiano; voi vedete le lacrime che egli ha sparso pel dolore che aveva di avervi offeso! Fate che questa tentazione passi nello spirito di questo vecchio monaco, perché impari ad avere pietà di quelli, che voi permettete che siano tentati. „ Appena finita la preghiera, vide il demonio sotto la forma di un orrido moretto che lanciava una freccia di fuoco impuro contro la cella del vecchio, il quale, appena ne fu tocco, cadde in una agitazione spaventosa e incessante. Si alzò, uscì, rientrò. Dopo aver fatto per lungo tempo così, pensando che non potrebbe mai vincere, imitò l’esempio del giovane solitario e prese la risoluzione di tornare nel mondo. Essendogli impossibile di resistere al demonio, disse addio alla sua cella e partì.
Il santo abate che lo teneva d’occhio senza che egli se n’accorgesse, — Iddio gli aveva ratto conoscere che la tentazione del giovane era passata nello spirito del vecchio, — accostatoglisi. gli domandò dove andasse e perché mai, dimenticando la gravità propria dell’età sua, si mostrasse così agitato; certamente egli aveva qualche inquietudine sulla salvezza dell’anima sua. Il vegliardo s’avvide che Dio gli aveva fatto conoscere ciò che passava dentro il suo spirito. “Tornate indietro, gli disse il santo, e non dimenticate che questa tentazione vi ha assalito nella vostra vecchiaia, perché impariate a compatire le debolezze dei vostri fratelli e a consolarli. Voi avevate scoraggiato quel povero giovane, che era venuto a confidarvi le sue pene; invece di consolarlo eravate in procinto di farlo cadere nella disperazione; senza una grazia straordinaria sarebbe stato perduto. Sapete perché il demonio aveva mosso a quel povero giovane una guerra così crudele e accanita? Perché vedeva in lui grandi disposizioni per la virtù, ciò che gli cagionava una profonda gelosia ed invidia, e perché una virtù così costante non poteva essere vinta che da tentazione assai forte e violenta. Imparate ad aver compassione degli altri ed a stender loro la mano per non lasciarli cadere. Se il demonio vi ha lasciato tranquillo, durante tanti anni di solitudine, questo è avvenuto perché egli vedeva in voi poco di buono; invece di tentarvi, vi disprezza.„ Da questo esempio vediamo che invece di scoraggiarci nelle tentazioni, dobbiamo consolarci ed anche rallegrarcene, poiché sono tentati soltanto quelli, i quali colla loro maniera di vivere, il demonio prevede si guadagneranno il cielo. D’altra parte, o M. F., dobbiamo essere ben persuasi, che è impossibile di piacere a Dio e salvare l’anima senza essere tentati. Vedete Gesù Cristo; dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti fu egli pure tentato e trasportato dal demonio due volte; egli che era la santità in persona.
Non so, o F . M., se voi capite bene che cosa sia tentazione. La tentazione non è soltanto un cattivo pensiero di impurità, d’odio e di vendetta che bisogna cacciar via; ma sono pure tentazioni tutte le molestie che ci assalgono, come una malattia in cui ci sentiamo portati a lamentarci, una calunnia che ci strazia, un’ingiustizia commessa a nostro danno, la perdita dei beni, del padre, della madre, d’un figliuolo. Se non ci sottomettiamo di buon animo alla volontà di Dio, cediamo alla tentazione, perché il Signore vuole che sopportiamo tutte queste prove per amor suo; e d’altra parte il demonio fa ogni sforzo per farci mormorare contro Dio.
Ed ora eccovi quali sono le tentazioni, che bisogna maggiormente temere, e che conducono a rovina un numero di anime più grande di quel che si creda: sono quei piccoli pensieri di amor proprio, di stima di noi stessi; quei piccoli applausi a tutto quel che facciamo, e a ciò che si dice di noi: noi ravvolgiamo tutto questo nella nostra mente, amiamo vedere le persone alle quali abbiamo fatto del bene, amiamo che pensino a noi e abbiano un buon concetto di noi: ci è caro che qualcheduno si raccomandi alle nostre preghiere, e ci diamo premura di sapere se hanno ottenuto quello che abbiamo domandato a Dio per essi. Sì, M. F . , ecco una delle più ardue tentazioni, e su di essa dobbiamo attentamente vegliare, perché il demonio è astuto; e chiedere ogni mattina a Dio la grazia di essere bene attenti ogni volta che il demonio verrà a tentarci.
Perché sì spesso facciamo il male, e vi pensiamo solo dopo che l’abbiamo commesso? – Perché al mattino non abbiamo domandato questa grazia o l’abbiamo domandata male. In fine, o M. F., dobbiamo combattere energicamente, e, non come siamo soliti fare, buttando un bel no in faccia al demonio e nello stesso tempo stendendogli la mano. Mentre S. Bernardo, che si trovava in viaggio, stava riposando in una camera, di notte, una donna di vita allegra venne a fargli visita per sollecitarlo a peccato, — subito egli si mise a gridare “ai ladri „ e quella spudorata fu costretta a ritirarsi. Ritornò per ben tre volte, ma fu ignominiosamente cacciata. Vedete S. Martiniano che una donna di mala vita venne a tentare, S. Tommaso d’Aquino, al quale fu mandata in camera una giovane per farlo cadere: per liberarsene i due santi si appigliarono allo stesso espediente; preso un tizzone acceso le rincorsero e le obbligarono subito a fuggire vergognosamente.
Lo stesso S. Bernardo sentendosi tentato andò a immergersi fino alla gola in uno stagno gelato. S. Benedetto e S. Francesco d’Assisi, si avvoltolarono fra le spine. S. Macario d’Alessandria andò in un padule, ove era una gran quantità di vespe, le quali gli si misero attorno e ridussero il suo corpo simile a quello di un lebbroso. Tornato al convento, il superiore che lo riconosceva soltanto dalla voce, gli chiese perché mai si fosse ridotto in quello stato. “Perché, egli rispose, il mio corpo voleva rovinare la mia anima, io l’ho ridotto in questa condizione. „
– Che cosa dobbiamo dunque concludere da tutto questo, F. M.? Eccolo:
1° Di non credere che noi saremo, in un modo o nell’altro liberati dalle tentazioni, fino a che vivremo; e per conseguenza dobbiamo risolvere di combattere fino alla morte.
2° Quando siamo tentati ricorriamo subito a Dio per tutto il tempo in cui la tentazione dura; il demonio continua a tentar perché 0spera sempre di poterci guadagnare.
3° Fuggiamo, per quanto è possibile tatto ciò che può indurci in tentazione; e non perdiamo mai di vista che gli angeli cattivi furono tentati una sol volta e che dalla tentazione precipitarono nell’inferno. Bisogna avere una grande umiltà, ed essere ben persuasi che, da soli, ci è impossibile di non soccombere e che, unicamente aiutati dalla grazia di Dio, non cadremo. Fortunato colui, o F . M., che all’ora della sua morte, potrà ripetere come S. Paolo: “Ho combattuto valorosamente, ma, colla grazia di Dio, ho vinto: perciò aspetto la corona di gloria che Dio dà a coloro che gli furono fedeli fino alla morte. „ (II Tim, IV, 18). E questa la felicità…».
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Sant’Agostino: Le tentazioni, la indefettibilità della Chiesa e la vittoria della Cattedra di Pietro
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