E’ di questa epoca, purtroppo, il perverso tentativo di trascinare l’autentica venerazione ad un Pontefice, ad una sorta di papolatria, idolatria o culto della persona (viva o defunta) da una parte, o addirittura ad attacchi violenti e di delegittimazione contro un papa che “non piace” o che non corrisponda ai nostri canoni… dall’altra, con degli eccessi che non aiutano a dissipare la grande confusione del nostro momento storico. Si è persa LA SANTA PRUDENZA, si è persa la saggezza, l’umiltà, la carità nel rivolgersi al Pontefice regnante del nostro tempo, Papa Francesco perchè, occorre dirlo, ha un magistero ambiguo tanto da aver suscitato per la seconda volta – da santi sacerdoti ed ottimi cardinali che egli però rifiuta di ascoltare fraternamente – la richiesta legittima di alcuni Dubia su alcune sue affermazioni: LEGGERE QUI, mentre per le “cronache di questo pontificato” si legga qui. Questi Cardinali, ma anche qualche Vescovo e alcuni sacerdoti, ci insegnano come dobbiamo intervenire quando parliamo del Pontefice, come ci si rivolge a lui e come dobbiamo RESISTERE alla deriva etica, morale e dottrinale, alla quale stiamo assistendo. Ovviamente, riguardo alle problematiche legate al Concilio Vaticano II è altro paio di maniche e CLICCANDO QUI potrete trovare del materiale interessante.
Questa breve premessa ci consente di ricordare il vero insegnamento della Chiesa, insegnamento PERENNE, con dogmi e dottrine assolutamente non modificabili… Oggi vogliamo ricordare san Giovanni XXIII la cui Memoria liturgica, facoltativa, cade per l’11 ottobre. Vogliamo ricordarlo con le sue stesse parole e con il suo stesso magistero.
ALCUNI INSEGNAMENTI di san Giovanni XXIII
Prima sessione del Primo Sinodo Romano:
“Diletti Fratelli e figli : potremmo occupare la vostra attenzione con larghezza di esplorazione dottrinale, patristica, o attinta a considerazioni di ordine e di stile moderno e modernissimo.
Preferiamo farvi grazia di ciò, e soffermarCi innanzi a due fonti di celeste, di evangelica e di ecclesiastica dottrina, quali sono: l’insegnamento di San Pietro e di San Paolo nelle loro lettere e, accanto a questi due oracoli, i Canoni e i Decreti del Concilio Tridentino, completati ed illustrati dal preziosissimo Catechismo Romano, o Catechismo del Concilio Tridentino, pubblicato da San Pio V (1566) e ripubblicato dal Papa Veneziano Clemente XIII (1758-1769). Questo Catechismus Romanus il Cardinale Agostino Valerio, amico di San Carlo Borromeo, lo diceva divinitus datum Ecclesiae e Ci è cara l’occasione… di richiamarne l’altissimo pregio per l’uso corrente della sacra predicazione nelle parrocchie, e per chi ha poco tempo per studi profondi, ed anche per chi, occupato in questi, è ansioso di precisione teologica, dogmatica e morale.
Il dire questo è anche un richiamo — vogliate perdonarCelo — della Nostra giovinezza, lieta ed operosa, essendoCi occupati, anche per la stampa, della più larga conoscenza di questo vero e preziosissimo tesoro.
«Ad iuvandam rempublicam Christianam, et restituendam veterem Ecclesiae disciplinam nobis divinitus datum esse videtur… (ossia: Per aiutare la repubblica cristiana, e restaurare l’antica disciplina della Chiesa, sembra che ci sia stato dato divinamente…) — sono le parole dell’antico Vescovo di Verona — vos qui aliquantum aetate processistis (tu che sei in una certa misura avanzato in età) — questo è il caso Nostro e dei più anziani tra voi — legite bune catechismum, septies et plusquam septies: mirabiles eniyn fructus ex eo percipietis» (ossia: leggi il buon catechismo, sette volte e più di sette volte: ne riceverai meravigliosi risultati).”
(Giovanni XXIII – Allocuzione alla prima sessione del Primo Sinodo Romano – 25 gennaio 1960)
Per il Catechismo Tridentino, scaricarlo in pdf CLICCARE QUI
AL PRIMO SINODO ROMANO – le Costituzioni
“Il Sinodo dice ordine, armonia, pace e vero godimento, perchè è vera bellezza spirituale di quaggiù, riverbero delle bellezze ineffabili, che ci attendono nelle regioni celesti. Ed in questa luce di verità, di disciplina, di ordine perfetto, torna l’accordo del trinomio che amiamo sovente ricordare: lex credendi, lex supplicandi, lex agendi: legge del credere, legge del pregare, legge del fare.
Questa la regola d’oro della vita cattolica, individuale e collettiva: questa è la fonte di ogni consolazione: la via sicura, lungo la quale il fedele raggiunge sempre le sue mete.
La, Chiesa di Cristo è tempio materiale, che si moltiplica dovunque quattro pietre si congiungono per comporre un altare. La Chiesa è soprattutto tempio spirituale, dove ogni cristiano sa di avere il suo posto: sa di averlo, ed è cosciente del suo dovere di tenerlo con onore, con dignità, con garbo. Beato chi comprende queste cose, e si assicura, rispettandole, i beni eterni.
Diletti figliuoli, sacerdoti e laici, cristiani noi siamo e cattolici. Facciamo onore alle nostre origini sacre e alla nostra storia e tradizione religiosa.
Sappiamo rinunziare a certe sinuosità del nostro piccolo io, in cui amiamo nascondere le deficienze della nostra cultura religiosa, a certe bizzarrie del nostro gusto personale pretenzioso di tutto giudicare, ciò che l’Autorità della S. Chiesa, ricca di secolare esperienza e di materna saggezza, crede opportuno disporre così nei rapporti delle strutture materiali ed esteriori, edifici sacri, riti, devozioni, ma soprattutto nella interpretazione della legge del Signore, segnata nei due Testamenti e nel magistero e ministero vivente del Pastore Universale — per umile che sia la sua persona — vivificato dalla realtà e dalla grazia di una promessa e di una assistenza divina, che nell’ordine della dottrina di fede e di costumi non può fallire.
Le alte parole del grande poeta cristiano restano sempre vere per ciò che basta all’universale salvamento dalla piovra di innumerevoli errori, che scorazzano per il mondo e seducono gli incauti:
Se mala cupidigia altro vi grida – Uomini siate e non pecore matte.
L’invito: siate uomini e non pecore matte, pasciute di vento, diviene ammonimento a generale correzione.”
(Giovanni XXIII – Allocuzione per le Sacre Costituzioni del Primo Sinodo Romano – 28 giugno 1960)
CHIUSURA DEL PRIMO SINODO ROMANO
“Arrivati a questa realtà di vita umana e cristiana, può parer strano che dopo due mila anni di esperienza religiosa e di Vangelo diffuso e vissuto, ci sia ancora chi ha il coraggio di dirci che tutta la storia della Chiesa Cattolica., che tutto il Cristianesimo non è che il prolungarsi sulla vita del mondo di una grande favola, che è necessario dissipare, per rifare tutto di nuovo.
Lasciamo questi illusi alla loro apparente ingenuità, e prepariamoci continuare l’esercizio della speranza, invitta perchè è sicurezza della parola del Signore a riguardo nostro a cui è riservato il grande conforto finale, e a grande delusione dei miscredenti per la inanità definitiva dei loro sforzi: lungo la via forse converrà a noi soffrire qualche pressione da loro parte. (..)
Cari Fratelli e figliuoli, aiutiamo il nostro tanto buono e zelante e pacifico clero a santificarsi, perchè ai suoi sforzi corrispondendo la benedizione del Signore, questa si riversi su tutte le famiglie per l’opera sacerdotale distinta, operosa, benefica.
Oggi domenica 31 gennaio ricorre la commemorazione liturgica di San Giovanni Bosco. Questo nome è un poema di grazia e di apostolato: da un piccolo borgo del Piemonte ha portato la gloria e i successi della carità di Cristo ai confini più lontani del mondo.”
(Giovanni XXIII – Allocuzione solenne chiusura del Primo Sinodo Romano – 31 gennaio 1960
“Al compiacimento segue l’ammonimento, in rapporto a ciò che Iddio attende da ciascuno di voi, per il Paese da cui provenite, o per quello a cui Egli stesso disporrà che diate la vostra vita.
Una azione sacerdotale non potrà mai servire a dominare spiritualmente il mondo, se non ad una triplice condizione di elevazione morale, su cui si intreccia la gloria di ogni missionario, e il trionfo, rinnovantesi nei secoli, della verità e della grazia nella Chiesa Cattolica.
Cari giovani! Voi leggete nel Nostro cuore, più di quanto le Nostre labbra vi possano dire.
Ciò che costituisce la gloria incontaminata del sacerdozio cattolico, in qualunque punto della terra, e in tutti i servigi di buon apostolato, specialmente ora, e senza dubbio nell’avvenire, è questo: la vita immacolata, è cioè: la purezza della mente e del cuore; lo spirito di mitezza e di umiltà; la fiamma perenne e pura della azione e del sacrificio.
a) Non lasciatevi informare, né sedurre, da ogni vento di dottrina, né da ogni aura che tolga alcunché alla integrità di questo insegnamento, che sta all’inizio di ogni altro. Ogni cedevolezza su questo punto, o compromesso anche in lieve misura, è sempre inganno e delusione.
Ah! cari figli: come è triste la sorte dei fiori avvizziti! Si attendeva da loro il profumo, la edificazione generale, e quasi la venerazione del popolo. Ed invece un colpo di vento e di tempesta tutto ha divelto. Infelice è la giovinezza quando questo fiore è sciupato : e come si trascina a stento e con pena, anche per lunghi anni, il passo di chi non fece onore alla grande promessa della sua totale consacrazione a Dio!!”
(Giovanni XXIII al Collegio Urbano di Propaganda Fide 30.11.1958)
“Il sacerdote è innanzitutto e soprattutto uomo di Dio, « vir Dei ». Così vi pensa e vi giudica il popolo cristiano, così vi vuole il Signore. Cercate dunque di conformare la vostra vita a quei puri pensieri, che tale definizione di per se stessa suscita nel vostro cuore. Dicendo uomo di Dio, si esclude dal sacerdote tutto ciò che non è Dio. (..)
La vostra vita sia dunque impregnata del buon profumo di Cristo, nell’amore ardente a Lui, che ci guida al Padre. Questa è la vera base di una vita sacerdotale piena di intima pace, e di irresistibile incanto per le anime. (..)
Gesù Cristo sia il vostro unico amico e consolatore, nelle veglie davanti al Tabernacolo, o al tavolo di studio, nella cura dei poveri e dei malati, nel ministero della sacra predicazione. Cercate soltanto Lui, considerando le cose umane nella Sua luce, per conquistarle a Lui. Prendete su di voi il suo giogo soave e il suo peso leggero, praticando le virtù proprie di ogni vita consacrata : dedizione al Signore e alle anime, lavoro insonne per la Chiesa, esercizio delle quattordici opere di misericordia, obbedienza pronta e sincera al Vescovo, rispetto pieno di virile tenerezza per le cose sante.
Gesù non si trova nella vita dissipata, anche se si invocassero le più sacrosante ragioni del ministero.(..)
Le anime cercano la parola di Cristo, e il sacerdote deve comunicarla loro nella sua integrità e freschezza.(..)
Nel comunicarvi questi pensieri, un grande esempio si leva al Nostro e vostro sguardo, nella figura radiosa del Santo Parroco di Ars, che ha veramente vissuto, al di fuori di ogni posa e di ogni retorica, gli ideali della vita sacerdotale. Egli fu uomo di Dio: amò l’Altare e le pure fonti della Rivelazione, toccò con la mistica verga della purificazione le anime, e cooperò attivamente alla loro salvezza.
É stato detto che non si conosceranno mai le grazie di conversione, ottenute per le preghiere e soprattutto per la S. Messa del Curato Vianney. E la sua semplice e convinta predicazione scendeva al cuore di tutti, per operarvi prodigi di grazia — mentre un tempo egli era stato giudicato poco fornito di doni intellettuali! Quale prova più convincente che non le umane risorse conquistano le anime, ma solo la virtù di Dio, che opera attraverso i suoi docili strumenti?”
(Giovanni XXIII ai Sacerdoti convenuti per il Primo Centenario del Transito di san Giovanni Maria Vianney – 12 marzo 1959)
“Venerabili Fratelli e diletti figli,
La nota iniziale per questo secondo colloquio Ci viene offerta dagli Atti del Concilio di Trento, giusto del primo capitolo de reformatione della Sessione XXII. Sono punti di dottrina e indirizzi pratici di condotta che Ci sono familiari dagli anni del seminario, e che ancora riteniamo e ripetiamo a memoria. « Niente è più efficace ad incoraggiare la pietà e il culto di Dio nel popolo cristiano come la vita e l’esempio di coloro che si sono dedicati al ministero divino ». Per il fatto di essere sollevati dalle cure del secolo e posti in alto, i sacerdoti sono riguardati dagli occhi di tutti, e ricercati come motivo di edificazione e di esempio. (..)
PermetteteCi, Venerabili Fratelli e figliuoli diletti, di accennare a qualcuna di queste virtù in riferimento a tre elementi caratteristici della persona umana e sacerdotale dignità, cioè, la testa, il cuore, la lingua.
E cominciamo dalla testa: a capite innanzitutto.
E dalla testa che si misurano la dottrina, il giudizio, il buon giudizio dell’uomo di Chiesa, che è il sacerdote di Cristo. (..)
Oggi più che mai è evidente la necessità della buona coltura. L’ignorante, l’incapace non può, non deve essere ordinato sacerdote. Seminari, Sinodi, Concili, Costituzioni pontificie, dottrina dei Padri e dei teologi, esigono l’applicazione della testa, e con ciò lo splendore della dottrina.
Studiare dunque bisogna e studiare tutta la vita. L’oggetto di sempre nuovi studi non mancherà mai.
È però ugualmente grave, nella scelta degli studi e dei libri, procedere con cautela: poiché non tutti sono buoni, non tutti sono perfetti in fatto di conformità alla pura dottrina del Vangelo, e degli interpreti più noti e sicuri dell’insegnamento cristiano.
Di questo insegnamento ogni bravo sacerdote deve poter rendere la testimonianza più fedele. Ed è in questo compito che si misura il buon giudizio ed il valore di ciascuno. La sovrabbondanza della produzione letteraria in ogni settore dello scibile umano diviene sovente tentazione di sbandamento intellettuale, di posizioni bizzarre e pericolose, verso le quali si corre da chi manca di esperienza, ed è portato facilmente, e presto, a confidare in se stesso.
La conoscenza dei Libri Sacri: Antico-Nuovo Testamento: dei Padri e dei grandi maestri della filosofia e della teologia, principe l’Aquinate: la scienza liturgica e la sua applicazione, vero giardino delizioso dai fiori e dagli alberi più profumati e maestosi: e in terzo luogo la conoscenza e la pratica della legislazione generale del Codice di Diritto Canonico posto a servizio dell’ordine sociale, così nell’interno, o nella amministrazione diocesana, come nei rapporti col mondo esterno, costituiscono le tre sorgenti di dottrina, di disciplina e di santificazione, da cui si sollevano le teste robuste e quadrate dei migliori sacerdoti, divenuti veri e nobili servitori della Santa Chiesa e delle anime.
(..)
Ed ora, dalla. testa, Venerabili Fratelli e diletti figli, passiamo al cuore.
Quando è detto di un sacerdote: è un uomo di cuore: questa è la prima nota felice che inizia un elogio a cui di ordinario molta gente facilmente si unisce. E si unisce sovente a tal punto da perdonare anche qualche esuberanza di moti della testa meno aggiustati ed opportuni. Viene anche fatto molto credito a quanto fu scritto, con autorità più di letterato che di filosofo e moralista, ed è applicato largamente, che cioè sovente « il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce ». Ora la dignità del nostro ministero ci suggerisce di non prendere ciò alla leggera.
Anche le ragioni del cuore vanno studiate e giustificate o corrette.
Il cuore di un sacerdote deve essere riempito di amore, come la testa deve essere splendente di verità e di dottrina.
Amore di Gesù, ardente, piissimo, vibrante e aperto a tutte quelle effusioni di mistica intimità che rendono così attraente l’esercizio della pietà sacerdotale, della preghiera: così di quella ufficiale della Chiesa universale, come di quella dalle forme private bene scelte e seguite, ed a cui il potersi abbandonare è delizia e nutrimento saporoso e solido dello spirito; è sorgente perenne di coraggio, di conforto fra le difficoltà, talora fra le asprezze della vita e del ministero sacerdotale e pastorale.
Amore della Santa Chiesa e delle anime, specie di quelle affidate alle nostre cure ed alle nostre più sacre responsabilità: anime appartenenti a tutti i ceti sociali; ma, con particolare interesse e sollecitudine, anime di peccatori, di poveri di ogni specie, di quanti ricorrono sotto la enumerazione delle opere della misericordia, recando nel tutto insieme dei rapporti la ispirazione della carità evangelica.
(..)
Ed eccoci così al terzo punto di osservazione – LA LINGUA – che Ci proponemmo di toccare in riferimento all’impegno della nostra santificazione sacerdotale. Oh ! che parole.
Oh ! che insegnamento a tutti, ma al clero particolarmente.
Trattasi, dunque, non più della testa, o del cuore, ma della lingua.
Siamo sempre nella dottrina o nell’ordine della carità: ma con speciale riferimento al dono fatto da Dio all’uomo di trasmettere al cielo ed alla terra in voce risonante ciò che è interiorità dello spirito.
«Siate concordi — scriveva San Pietro da Roma ai lontani fedeli dell’Asia Minore antica che è l’Anatolia presente — siate tutti concordi, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendete male per male, né maledizione per maledizione: invece benedite, perchè a questo siete stati chiamati, cioè a possedere in eredità la benedizione. Chi ama la vita e vuol godere giorni felici, raffreni la sua lingua dal male, e le sue labbra non dicano menzogne. Fugga il male e faccia il bene; cerchi la pace e le vada dietro perchè gli occhi del Signore sono rivolti sopra i giusti e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere. La faccia del Signore però sta contro coloro che fanno il male» [1Pt.3,8-12].
Ah ! Fratelli e figliuoli : non vi sgomenti ciò che stiamo per dire.
Abbiamo l’impressione che, sul punto del governo della lingua, più o meno pecchiamo un po’ tutti: e che il saper tacere e il saper parlare a tempo e bene sia un segno di grande sapienza e di grande perfezione sacerdotale.
In un bel volume, che rivela le intimità spirituali del Nostro grande Predecessore Pio XI di gloriosa memoria, è detto che egli, benché fosse così dotto, così compreso della sua dignità e responsabilità, era ad un tempo così riservato nei giudizi, da non dire mai male di alcuno, e quando gli avvenisse di sentirne dire da altri, anche in intimità di conversazione, volgesse tutto in interpretazione benigna, o arrestasse senz’altro l’argomento.
La lunga pratica della vita insegni a tutti che per la felicità del nostro spirito giova assai più scorgere nelle cose il bene e soffermarcisi, che cercare il male ed il difettoso, e sottolinearlo con leggerezza, peggio poi se con malizia.
Conosciamo a questo riguardo l’insegnamento di San Pietro.
L’Apostolo Paolo è anche più forte: né occorre citarlo qui. Soprattutto è energico il linguaggio di S. Giacomo, che nel descrivere le miserie ed i danni del troppo parlare contro la verità e contro la carità, supera ogni confronto. Il testo della sua epistola catholica meriterebbe di essere appreso su questo punto a memoria e inciso sulle pareti delle dimore degli ecclesiastici:
«Nolite plures magistri fieri, fratres mei, scientes quoniam maius iudicìum sumitis. In multis enim offendimus omnes. Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir : potest etiam freno circumducere totum corpus… Lingua modicum quidem membrum est, et magna exaltat. Ecce quantus ignis, quam magnam silvam incendit !
Et lingua ignis est, unìversitas iniquitatis. Lingua constituitur in membris nostris, quae maculat totum corpus, et infiammat rotam nativitatis nostrae, infiammata a gehenna. Omnis enim natura bestiarum et volucrum et serpentium et caeterorum domantur, et domita sunt a natura humana inguam autem nullus hominum domare postet, inquietum malum, piena veneno mortifero. In ipsa benedicimus Deum et Patrem, et in ipsa maledicimus omnes, qui ad similitudinem Dei fatti sunt. Ex ipso ore procedit benedictio et maledictio. Non oportet, fratres mei, haec ita fieri…
Quis sapiens et disciplinatus inter vos? Ostendat ex bona conversatione operationem suam in mansuetudine sapientiae.
Quod si zelum amarum habetis, et contentiones sint in cordibus vestris; nolite gloriari, et mendaces esse adversus veritatem.
Non est enim ista sapientia desursum descendens, sed terrena, animalis, diabolica. Ubi enim zelus et contentio, ibi inconstantia et omne opus pravum.
Quae autem desursum est sapientia, primum quidem pudica est, deinde pacifica, modesta, suadibilis, bonis consentiens, piena misericordia et fructibus bonis, non iudicans, sine simulatione. Fructus autem iustitiae in pace seminatur, facientibus pacem»
(traduzione)
“Non diventate più maestri, fratelli miei, sapendo che riceverete un giudizio più grande. Perché tutti inciampiamo in molte cose. Se uno non inciampa nelle parole, questi è un uomo perfetto: può anche tenere sotto briglia tutto il corpo. Guarda quanto è grande il fuoco, quanto è grande la foresta che brucia! Ed è una lingua di fuoco, un’università di iniquità.
Nelle nostre membra è stabilita la lingua, che macchia tutto il corpo, ed infiamma la ruota della nostra nascita, infiammata dall’inferno. Infatti tutte le specie degli animali, degli uccelli, dei serpenti e degli altri animali sono domate e sono domate dalla natura umana; In esso benediciamo Dio e il Padre, e in esso malediciamo tutti coloro che sono fatti a somiglianza di Dio.
Dalla sua bocca esce benedizione e maledizione. Non è necessario, fratelli miei, che queste cose avvengano in questo modo… Chi è saggio e disciplinato tra voi?
Mostri con la sua buona condotta il suo agire nella mitezza della saggezza. Ma se avete uno zelo amaro e ci sono discordie nei vostri cuori; non vantatevi e non siate bugiardi contro la verità. Perché questa saggezza non è quella che discende dall’alto, ma terrena, animale, diabolica. Perché dove c’è gelosia e contesa, lì c’è incostanza e ogni opera sbagliata.
Ma quella che è sapienza dall’alto è prima di tutto casta, poi pacifica, modesta, persuasiva, consenziente ai beni, piena di compassione e di buoni frutti, non giudicante, senza pretese. Ma il frutto della giustizia è seminato nella pace, da coloro che fanno la pace”
(..)
Quanto Ci venne fatto di dire, di ascoltare, di riflettere, Ci ha condotto a meglio apprezzare la sostanza delle parole del Tridentino: Levia etiam delieta quae in ipsis maxima essent, effugiant: ut eorum actiones cunctis afferant venerationem (ossia: Anche le distruzioni più leggere, che in loro erano le più grandi, sfuggono: affinché le loro azioni portino a tutti la riverenza).
Questa è la sublime idealità del sacerdozio cristiano: suscitare nel popolo, alla luce di Cristo, edificazione e venerazione.
Così sia davvero per ciascuno e per tutti voi, miei diletti Fratelli e figliuoli, ora e sempre.”
(Giovanni XXIII – Allocuzione alla seconda sessione del Primo Sinodo Romano – 26 gennaio 1960)
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