Dom P. Gueranger spiega i DOVERI del Cristiano che volesse parlare e raccontare la storia della Chiesa

Ne abbiamo abbastanza di libri ibridi i cui autori credenti fanno coro nei giudizi con coloro che non credono.
L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine.
(Dom Prosper Gueranger)

Il cristiano giudica fatti, uomini, istituzioni dal punto di vista della Chiesa; non è libero di giudicare diversamente, questa è la sua forza.
Uno storico cristiano i cui giudizi siano accettati dai filosofi è un infedele, oppure i filosofi in questione non sono filosofi.
È necessario dunque scandalizzare oppure, se non se ne ha il coraggio, rinunciare a scrivere di storia.
Ne abbiamo abbastanza di libri ibridi i cui autori credenti fanno coro nei giudizi con coloro che non credono.
Sono questi innumerevoli tradimenti che hanno creato tanti pregiudizi ed anche tante incongruenze che ostacolano gravemente la formazione di una cattolicità rigorosa e compatta…
(Dom Prosper Gueranger)

Quello che è necessario e urgente è pensare ai cristiani che hanno bisogno di essere sostenuti e uniti. Lo si può fare soltanto proclamando a voce alta che, sotto il regno di Cesare Augusto, il figlio unico di Dio si è degnato di incarnarsi nel seno di una Vergine, e offrirsi in sacrificio per riscattare i peccati del mondo e spezzare il giogo di Satana che teneva l’uomo sottomesso. Parlando così, parlerete come Sant’Agostino e come Bossuet; assomiglierà al catechismo, ma non preoccupatevi, è proprio il catechismo che manca oggi. Il catechismo è servito come base alle due grandi opere storiche di Sant’Agostino e di Bossuet, e il loro talento non ne è stato diminuito. (Dom Prosper Gueranger)

CLICCARE QUI: Per Voi: Lettera ai Catechisti di sant’Agostino in audio e pdf

I DOVERI DELLO STORICO CRISTIANO

(Dom Prosper Gueranger – Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875)

(…) basta poco per capire che nulla differisce di più dal tono cristiano che il tono filosofico, e la ragione è semplice: non esiste differenza più grande che tra un cristiano e un filosofo.

Non occorre dissertare a lungo per definire ciò che io intendo per filosofo.

E’ colui che, battezzato e vivendo in seno a una società cristiana, nel suo linguaggio sistematicamente prescinde dalle idee subite da fede della Chiesa nella quale è stato rigenerato, e parla come se il suo pensiero non avesse più nulla in comune con l’ordine soprannaturale.

Un libro di tono filosofico, fosse pure opera di un cattolico, è sempre uno scandalo; ciò è comprensibile se si riflette che la cosa più pericolosa per l’uomo è favorire la sua tendenza razionalista.

La fede è una virtù, non è il risultato di una ricerca scientifica; è minacciata spesso dal nemico dell’uomo che, a ragione, vede in essa il mezzo con il quale la nostra intelligenza si rischiara alla luce di Dio. È appunto per questo che il cristiano ha non solo il dovere di credere, ma anche quello di proclamare ciò in cui crede.

Questo duplice obbligo, fondato sulla dottrina dell’Apostolo (Rom., X, 10), è ancora più rigoroso in epoche in cui trionfa il naturalismo, e lo storico cristiano deve comprendere che non è sufficiente professione di fede in qualche passo del libro se in seguito l’accento cristiano lascia il posto a quello filosofico. Alcuni dubiteranno di lui, ed è male; altri, più numerosi, trascurando la sua professione di fede, rafforzeranno il proprio naturalismo facendo appello ai passi in cui l’autore parla da filosofo; e questo è, lo ripeto, un vero scandalo.

Che cosa succederebbe se un libro fosse scritto interamente da un credente senza che mai vi si riconoscesse l’accento cristiano? Vi sono tuttavia alcuni che considerano tale atteggiamento un atto di imparzialità.

Come se fosse permesso ad un cristiano essere imparziale, quando si tratta della fede e delle sue manifestazioni! Che l’accento dello storico credente sia dunque sempre cristiano e che dallo stile di un figlio della Chiesa trapelino costantemente la pienezza e la fermezza delle sue dottrine. I giudizi storici hanno grande importanza soprattutto quando lo storico gode del favore del pubblico. Possono essere formulati con autorevolezza, oppure emergere dalla scelta dei fatti e dal modo di narrarli; in entrambi i casi sono i giudizi ciò che il lettore soprattutto ricerca in un libro di storia.

Quando parlo di giudizi storici, non mi riferisco ai fatti: in tal caso è doveroso attenersi alla verità, e lo storico cristiano deve essere più di altri un narratore veritiero. Non deve adulare nessuno, ne nascondere i torti di chicchessia, ma non deve neppure temere di fare giustizia delle mille calunnie che hanno fatto della storia una immensa cospirazione contro la verità.

Lo storico soppeserà gli eventi con equilibrio, attenendosi alla più rigorosa imparzialità. Questo per quel che riguarda i fatti; quanto ai giudizi, alle interpretazioni, è evidente che il cristiano deve differire totalmente dal filosofo. Il contrario sarebbe assurdo, e la debolezza in simile materia sarebbe deplorevole.

Il cristiano giudica fatti, uomini, istituzioni dal punto di vista della Chiesa; non è libero di giudicare diversamente, questa è la sua forza. Uno storico cristiano i cui giudizi siano accettati dai filosofi è un infedele, oppure i filosofi in questione non sono filosofi. È necessario dunque scandalizzare oppure, se non se ne ha il coraggio, rinunciare a scrivere di storia. Ne abbiamo abbastanza di libri ibridi i cui autori credenti fanno coro nei giudizi con coloro che non credono. Sono questi innumerevoli tradimenti che hanno creato tanti pregiudizi ed anche tante incongruenze che ostacolano gravemente la formazione di una cattolicità rigorosa e compatta.

Ma, obietteranno certi scrittori abili nel mascherare la loro fede sotto sproloqui alla moda e sempre entusiasti nel decantare ciò che essi chiamano le idee della società moderna, volete dunque che noi scriviamo di storia usando il tono di un libro di preghiere? Dobbiamo dunque fare dei nostri volumi, dei nostri articoli sulle riviste altrettanti sermoni, trattati di teologia o di diritto canonico?

No, ogni cosa ha, e deve avere, il tono che le è proprio; ma la storia è il grande teatro in cui si manifesta il soprannaturale, e bisogna avere il coraggio di indicarlo ai lettori. Voi ci parlate con ammirazione della Città di Dio, del Discorso sulla Storia Universale, quello, affermate, è il genere cristiano di storia; ma, di grazia, che cosa ha in comune la maniera di Sant’Agostino e Bossuet con la vostra?

Essi raccontano tutto, giudicano tutto dal punto di vista di Gesù Cristo e della sua Chiesa; non esaltano l’ascetismo perché non è il caso; in compenso, si adoperano a dimostrare non soltanto nell’insieme, ma anche nei particolari, come il principio soprannaturale sostenga e spieghi tutto; li sentiamo cristiani ad ogni riga e leggendoli, diventiamo noi stessi più cristiani. Ecco com’è lo storico quando si ispira alla fede.

Voi, storici, invece esitate a proclamare i miracoli più evidenti; cercate spiegazioni che ne attenuano il carattere prodigioso con il rischio di incrinare la fede dei lettori, trascurate le profezie, dissimulate la santità e la sua azione per mettere in rilievo l’operato degli uomini, uomini grandi, non v’è dubbio; pur riconoscendo la divinità della Chiesa, tendete soprattutto a farla apparire società umana; in una parola, non negate il soprannaturale, ma lo mettete da parte per tema di sgomentare e di non apparire uomini del vostro tempo.

Sant’Agostino e Bossuet hanno fatto esattamente il contrario. Un filosofo, M. Saisset, ci ha dato una traduzione della Città di Dio; nella prefazione, pur dichiarando la propria ammirazione per il vescovo di Ippona, si rammarica che questo grande genio si limiti troppo spesso a interpretazioni puerili della Bibbia, a resoconto di miracoli che tradiscono troppo il prete cristiano.

Possano i nostri storici di oggi meritare tali rampogne! Sarebbe un segno che hanno scritto come si deve scrivere quando si è illuminati dalla luce della fede. Sant’Agostino, in effetti, si sofferma spesso e a lungo sugli Oracoli profetici e illumina i suoi scritti con una esegesi sapiente quanto mistica; ma il miglior modo per comprendere il cristianesimo non è forse quello di lasciarsi illuminare dalle divine predizioni da cui è scaturito? Sant’Agostino sviluppa con linguaggio immortale l’argomentazione derivante dalla miracolosa diffusione del Vangelo e nello stesso tempo indugia a raccontare i prodigi operati dalle reliquie di Santo Stefano in terra d’Africa, davanti agli occhi del popolo. Molti cattolici, affetti da naturalismo, si chiederanno perché un genio tanto grande sciupi un argomento così solenne con aneddoti di tanto piccola portata. Indugeranno a recriminare che tali particolari gli fanno perdere di vista le idee generali! Sono loro ahimè, a perderle di vista, queste idee generali.

Non capiscono la portata degli episodi miracolosi accaduti all’epoca del grande dottore. Non si rendono conto che, dopo aver dimostrato la divinità del cristianesimo basandosi sulla sua diffusione avvenuta in contrasto con tutte le leggi della Storia e tutte le condizioni della natura umana, Sant’Agostino deve ora dimostrare che la società cattolica, alla quale appartiene e di cui è uno dei vescovi, è proprio il cristianesimo che Dio solo ha stabilito con la forza irresistibile del suo braccio. È il dono permanente dei miracoli a confermare questa identità; ecco perché Sant’Agostino non ritiene di derogare al vasto piano della Città di Dio, esaminando fatti in apparenza minimi di cui è stato testimone e a sostegno dei quali può invocare la testimonianza del suo popolo. Esame prezioso per lo storico cristiano e conferma eloquente delle regole che abbiamo esposte nel capitolo precedente.

Nello scrivere di storia non si deve dunque temere di essere accusati di un certo misticismo, se con tale parola si intende designare la coloritura soprannaturale di un racconto in cui l’azione meravigliosa di Dio si rivela ad ogni passo. Guardiamoci dall’arrossirne; sono già troppo numerosi coloro che tentano di cacciare dalla storia Dio e il suo Cristo. Ma devo ancora rispondere a un altro pregiudizio che è in parte causa delle concessioni imprudenti che taluni nostri storici ritengono di poter fare al naturalismo. Sono persuasi che tale compiacenza sia un mezzo per attirare alla fede i filosofi mostrando loro una sorta di affinità nei fatti, di fratellanza fra il punto di vista cristiano e il punto di vista filosofico. Da ciò il tono razionalistico, le parole d’ordine con l’aiuto delle quali si spera di farsi ascoltare.

Ci sono in questo due inconvenienti.

Il primo, che non è il meno grave, è che la storia da voi narrata e gli articoli pubblicati su riviste, cadendo sotto gli occhi di cattolici deboli, cui non sono diretti, non rendono loro altro servizio che di intiepidirne la fede e di immergerli ancor più in quei flutti da cui avrebbero tanto bisogno di uscire. A costoro sarebbe utile imbattersi in libri atti a nutrire la fede; essi vi leggono fiduciosi perché vi sanno cattolici, ma la lettura li lascia in uno stato peggiore di prima.

L’altro inconveniente è che, lungi dal ricondurre alla fede i filosofi, voi ne accrescete l’orgoglio. Esultano nel vedere dei cattolici a rimorchio dei loro sistemi; si compiacciono del progresso compiuto al punto da aver imposto il loro linguaggio e le loro idee. Notano soltanto l’imbarazzo del vostro comportamento, giacché siete costretti a portare avanti parallelamente due sistemi: la vostra fede che anteponete a tutto, e le esigenze di ciò che chiamate lo spirito della società moderna al quale non volete sottrarvi. Questi poli opposti si fondono come possono nella vostra opera; ma sappiate che se voi scandalizzerete sicuramente molti vostri fratelli, non riuscirete tuttavia a riportare gli altri all’ovile.

Oggi più che mai, sia ben inteso, la società ha bisogno di dottrine energiche e coerenti. In mezzo alla dissoluzione generale delle idee, solamente l’asserzione, una asserzione ferma, ben fondata, senza compromessi potrà essere accettata. Le transazioni diventano sempre più sterili e ciascuna di esse si porta via un lembo della verità. Come agli albori del cristianesimo, anche oggi è necessario che i cristiani si distinguano per l’unità dei principi e dei giudizi. Nulla verrà loro dal caos di negazioni e dai tentativi di ogni genere che attesta in modo così netto l’impotenza della società attuale. Questa società vive degli scarsi frammenti dell’antica civiltà cristiana che le rivoluzioni non hanno ancora spazzato via, e che la misericordia di Dio ha salvato finora dal naufragio.

Mostratevi dunque come siete nel profondo, cattolici convinti. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine.

Vi temerà forse per un po’ di tempo; ma, siatene certi, ritornerà a voi. Se l’adulerete adottandone il linguaggio, la divertirete per un istante, poi vi dimenticherà perché non le avrete fatto un’impressione profonda. Si riconoscerà in voi e, siccome ha poca fiducia in se stessa, ne avrà altrettanto poca in voi.

C’è una grazia legata alla professione piena e completa della Fede. Questa professione, ci dice l’Apostolo, è la salvezza di coloro che la fanno e l’esperienza dimostra che è anche la salvezza di coloro che l’ascoltano. Siamo dunque cattolici e soltanto cattolici, rifuggiamo dall’essere filosofi o utopisti, e saremo il lievito di cui il Signore dice che fa fermentare il pane.

Lo ripeto, tali furono le cose all’inizio. Se c’è una probabilità di salvezza per la società, questa è riposta nella fermezza dei cristiani. Che si sappia che non transigiamo su nulla, che disdegnarne il gergo dei filosofi. È un dato di fatto che il cristianesimo si impone non con la violenza, ma per l’autorevolezza della convinzione di colui che lo predica.

Del resto la franchezza non manca mai di suscitare simpatia.

Quando il signor di Montalembert pubblicò l’Introduzione alla Storia di Santa Elisabetta, la cosa suscitò stupore e qualche mormorio, dato che nell’opera il sentimento cattolico si esprimeva con tanto vigore.

Era difficile staccarsi dal naturalismo storico con energia maggiore di quella mostrata dall’autore; l’Introduzione e il libro al quale essa prelude ne hanno forse sofferto?

Le numerose edizioni attestano il contrario.

Bisogna tuttavia risalire indietro di due secoli per incontrare un libro scritto con tanto ardore cattolico. E’ un libro che contiene il germe di una rivoluzione e l’esempio è giovato a molti.

Ma l’influenza di questo grande esempio non si è prolungata nel tempo né si è generalizzata quanto si sarebbe desiderato.

Troppo spesso da allora abbiamo avuto storici cattolici che, in contrasto con l’insegnamento del Salvatore, hanno voluto attaccare alla stoffa sempre nuova delle fede cristiana i lembi sempre vecchi, benché rinfrescati, della saggezza mondana.

Donde giunge questa illusione? Dobbiamo scorgervi il segno di quella degradazione del carattere che gli storici stessi sottolineano oggi con tanta insistenza?

Non oso dirlo perché significherebbe ritorcere contro di essi, ingiustamente, senza dubbio, il rimprovero che essi rivolgono ad altri.

Ma è lecito pensare che se avessero più vivo il sentimento della dignità cristiana, sarebbero meno pronti a decantare i pregiudizi moderni.

Come Donoso Cortés, si accorgerebbero finalmente che, da molti anni, noi voltiamo le spalle al progresso, e le ruote del nostro carro sono seppellite fino al mozzo in un solco dove moriremo se non ne usciremo con uno sforzo supremo.

Pretendere di fare professione di fede per mezzo del naturalismo è insensato quanto in politica fare ordine per mezzo del disordine.

Questo metodo ha cattiva riuscita, e le conquiste che si fanno non meritano questo nome. Che bel successo arrivare ad essere d’accordo sull’uso di certe parole sonore quanto perfide, quando si è divisi da un abisso circa il senso di tali parole! Sono le idee che vanno riformulate, e io non conosco mezzo più efficace della storia raccontata così com’è accaduta, con i suoi insegnamenti soprannaturali che fanno aleggiare la figura del Cristo sui più grandiosi così come sui più insignificanti movimenti dell’umanità.

La più grande disgrazia dello storico cristiano sarebbe di assumere come metro di giudizio le idee del giorno e trasporle nella sua valutazione del passato. Egli deve invece vederle nella loro realtà, cioè ostili al principio soprannaturale.

Deve rendersi conto dei danni del paganesimo moderno e, per non esserne egli stesso soggiogato, deve senza tregua fissare l’immutabile verità rivelata, quale si manifesta nell’insegnamento e nella pratica della Chiesa. “Un sentimento nemico della fede, una sovraeccitazione dello spirito pagano” dice il signor de Champagny “è stato il soffio che ha scatenato la tempesta del 1789”.

Se ancora ammirate le conquiste di quell’epoca, temo molto per i vostri giudizi storici e il tono dei vostri scritti, qualunque sia la vostra intenzione di ortodossia. Felice lo storico che in mezzo al turbinio di principi contraddittori, libero da ogni desiderio di popolarità, discepolo rigorosissimo della Chiesa alla quale appartiene l’avvenire del tempo e dell’eternità, saprà attraversare una crisi tanto terribile senza aver sacrificato minimamente la verità sul suo cammino!

IL CRISTO EROE DELLA STORIA

Se è importante mettere in guardia i cattolici contro il naturalismo del nostro secolo nella valutazione dei fatti storici, è altrettanto importante e, a maggior regione, necessario avvertirli che il naturalismo non esiste solamente allo stato teorico, ma permea un grande numero di scritti su questioni di storia generale e particolare che autori, anche ortodossi nelle intenzioni, pubblicano da tempo. Sono rari i libri di storia in cui non venga mai meno lo spirito cristiano. Uno storico può apparire discepolo della Chiesa nella vita privata, nella pratica religiosa, ma non appena prende in mano la penna, ricorre agli sproloqui filosofici per raccontare e spiegare i fatti.

Questa duplicità di linguaggio, questa doppia vita, sono una sciagura, un pericolo per i lettori, soprattutto per i giovani. Non si incontrano più cristiani tutti di un pezzo, come una volta; sarebbe auspicabile che ne esistessero molti ai giorni nostri.

Non è mia intenzione passare in rassegna la storia universale, ne segnalare i mille punti attraverso i quali si è infiltrato il naturalismo; senza scendere in particolari, mi limiterò a mettere in rilievo qualche tratto che potrà servire da esempio.

In linea generale, il naturalismo si riconosce quando, in un libro, l’autore mette in secondo piano l’azione di Dio per far risaltare l’azione umana; quando egli si rifà alle idee filosofiche della Provvidenza invece di proclamare l’ordine sovrannaturale; quando ragiona della Chiesa come di un’istituzione umana; quando si pronuncia in modo diverso dalla Chiesa sui fatti, sulle idee, sugli uomini. Lusinga precorrere i tempi, essere considerati moderni; si è, insomma, ansiosi di raccogliere il successo riservato a chi si è meritato il nome di uomo di progresso.

La storia del mondo antico è trattata secondo i principi del naturalismo, ogni volta che, anziché mostrare l’imperfezione delle virtù pagane, l’autore esprime verso di esse una ammirazione che non meritano.

Intendo qui per virtù pagane quelle qualità e quelle azioni esteriormente brillanti, ma il cui scopo non era di realizzare la legge divina, bensì di soddisfare l’orgoglio, la durezza del cuore, il disprezzo stoico della vita, il culto barbaro di un nazionalismo materialistico.

Sono noti i turbamenti funesti prodotti dall’apoteosi delle virtù pagane alla fine del XVIII secolo e con quale furore i mostri di allora si siano ispirati agli esempi della Grecia e di Roma. Ma c’è un altro scoglio che lo storico cristiano deve assolutamente evitare.

Discepolo della rivelazione, non deve credere che i Gentili si trovassero nell’impossibilità di giungere alla conoscenza del vero Dio e ad una sufficiente realizzazione delle virtù che lo onorano e che sono la salvezza dell’uomo.

I mezzi di una Provvidenza soprannaturale per operare questo grande disegno sono uno dei temi della storia cristiana; accanto alla Chiesa ebraica, la teologia cattolica ci rivela la Chiesa dei Gentili, meno visibile, più latente, ma pur sempre accessibile per mezzo della grazia che non fu mai totalmente negata alla creatura umana, neppure alla più derelitta.

Non si tratta qui di filosofia, strumento di orgoglio e di inganno, ma della parola di Dio trasmessa oralmente, in lotta contro il flusso sempre crescente del politeismo e ravvivata dall’intervento della Provvidenza soprannaturale di cui parlavamo poc’anzi e dai mille accadimenti interni, dai mille accadimenti esterni, che l’infinità bontà di Dio non ha riservato soltanto ai cristiani.

Che lo storico cattolico non dimentichi mai queste parole: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”.

Che lo storico si accinga a scoprire in qual modo nel mondo antico l’intera città di Ninive abbia saputo placare la collera del vero Dio con la semplice parola di Giona; m qual modo il centurione Cornelio sia stato pronto a ricevere il battesimo, prima di aver conosciuto la missione del Salvatore. Il ruolo del popolo ebraico, la voce dei prodigi operati in suo favore, le sue relazioni tanto estese in certe epoche, le sue migrazioni prima in Egitto, più tardi in Assiria, in Persia, fino alle Indie; la traduzione dei suoi libri sacri in lingua greca, nel secolo dei Tolomei; le sue sinagoghe sparse al di là del mondo conosciuto e fiorenti già da secoli nel cuore di Roma e m Grecia quando apparve l’Uomo-Dio; tutti questi fatti sono altrettanti elementi che ci aiutano a rintracciare il soprannaturale negli annali del mondo antico.

Dovrò forse ricordare gli oracoli, i profeti Gentili, di cui la scrittura ci fornisce un esempio in Balaam, le Sibille, per limitarmi a ciò che dicono Cicerone e Virgilio? Fontenelle fu in Francia uno dei precursori del naturalismo e, in un secolo in cui la fede regnava ancora, non temette di negare brutalmente i più solenni monumenti cristianesimo primitivo, sostenendo che gli oracoli non cessarono all’avvento di Cristo sempreché, diceva, gli oracoli non fossero mai stati altro che un inganno del paganesimo.

Fu facile alla scienza cristiana dimostrare che la tesi di Fontenelle conduceva al pirronismo storico e quindi fare giustizia nei confronti dei popoli dell’antichità, calunniati da un uomo già travagliato dall’antipatia per il soprannaturale.

Lo storico cristiano incontrerà spesso sul suo cammino il soprannaturale diabolico, quando l’impero non conosceva ancora la forza vittoriosa della Croce. Che non tema di descrivere a fondo la dura schiavitù di Satana, che pesò sui nostri padri Gentili nei secoli che precedettero il compimento della promessa.

Nessun uomo è mai stato ricettacolo dello spirito delle tenebre senza averlo meritato; in quei tempi, tuttavia, la potenza dello spirito di menzogna era assai più forte di quanto lo sia stata dopo la vittoria del Figlio di Dio; rifiutare questa spiegazione degli sconvolgimenti spaventosi del mondo antico sarebbe, per un cristiano, non solo un atto privo di rispetto umano ma anche una imperdonabile mancanza di fede. Gesù Cristo ha parlato del diavolo, l’ha chiamato il principe di questo mondo; si direbbe che certi autori cristiani dei nostri giorni desiderino non tenere in alcun conto i numerosi passi del Vangelo in cui questo agente perverso è denunciato come l’autore di tutti i nostri mali.

Si parla del male, del genio del male, del disordine, dell’errore, della depravazione umana; ma tutta questa metafisica non riesce a celare la riluttanza che si prova a portare alla ribalta l’essere malvagio che sa approfittare abilmente dell’oblio con il quale, al giorno d’oggi, è riuscito a circonfondere persino la propria esistenza.

Ci sia dunque lecito dire che una storia del mondo antico in cui non si pronunci il nome dell’eterno nemico di Dio e dell’uomo, in cui ci si ostini a voler spiegare il male solo in termini di perversità e passioni umane, non è né una storia cristiana, né una storia completa.

Vi è stata omessa, senza motivo, la causa principale dei disordini che si volevano narrare.

Per quanto attiene al crollo degli Imperi, alla conseguente unificazione dei popoli, alle profezie che avevano annunciato il tutto, è evidente che lo storico che non sa o non vuol dire quale sia lo scopo di tutte queste vicissitudini, che non parla dell’approssimarsi, dopo ogni rivoluzione dei popoli, del regno del Cristo, è un cieco che si adopera per tenere altri ciechi in quelle stesse tenebre m cui si compiace di dimorare.

Una storia siffatta è una storia senza un fine, alla maniera dei pagani che ignoravano in quale direzione Dio guidasse il mondo. In Verità gli storici si avvedono che tutto confluisce verso l’Impero romano, quell’impero colossale che doveva di necessità soccombere; ma dell’impero di Gesù Cristo al quale l’impero romano doveva servire come punto di partenza, non parlano.

Ai loro occhi, Gesù Cristo è il grande civilizzatore della razza umana, colui al quale il mondo deve tutto, ma non si sono mai preoccupati di dire che egli regna, che egli ha un impero, che questo mondo gli appartiene, che nessuno comanda ormai se non in suo nome.

Gesù Cristo regna sugli spiriti, sul morale degli uomini; il suo regno non è di questo mondo. Tale, si direbbe, è il modo di pensare di molti storici, pur tuttavia cristiani, quando narrano la storia dei popoli antichi come se non sospettassero che questi popoli prepararono la via al Verbo incarnato.

Sostengono sì che la Venuta di Cristo è il più grande avvenimento di tutti i tempi, che Cristo è l’autore della più vasta e salutare rivoluzione che si sia compiuta su questa terra, ma mai lasciano trapelare, né tanto meno affermano a chiare lettere, che la terra per migliaia di anni attese il suo re e che lo possiede da diciannove secoli.

Quando i nostri padri, la cui educazione era cosi’ profondamente impregnata di cristianesimo, scesero in lizza per combattere la scuola di Voltaire, che osava dichiarare che Gesù Cristo aveva fatto retrocedere l’umanità e che la sua religione conduceva gli uomini alla barbarie, essi dovettero sostenere contro i filosofi la tesi nuova e facile da dimostrare che la civiltà moderna, in tutto ciò che ha di utile per l’uomo e la società, è figlia del cristianesimo e che le religioni pagane, il politeismo e la filosofia, conducevano i popoli all’abbrutimento e alla rovina.

Questa tesi, incontestabile, non correva allora alcun pericolo, poiché coloro che la sostenevano non ignoravano che la missione di Gesù Cristo si era prefissa valori ben più preziosi per l’uomo e la società che quelli attinenti all’economia politica; sapevano che i frutti del cristianesimo, che ancor oggi pongono le nazioni cristiane talmente al di sopra delle altre, non sono che le conseguenze dei benefici di ordine infinitamente superiore che Gesù Cristo è venuto ad arrecarci.

Si conosceva a memoria il Vangelo; non lo si leggeva alla ricerca di versetti che si pensa di poter snaturare alla luce delle idee contemporanee, ignorando tutti gli altri passi; si accettava tutto, e si sapeva che se Gesù Cristo annuncia che “il principe di questo mondo sarà cacciato dal suo impero”, che il sangue redentore sarà versato per la riparazione del peccato, che il genere umano sarà chiamato a formare un solo gregge sotto la guida del Buon Pastore pronto a dare la vita per le sue pecore, non c’era una sola parola sulla rigenerazione politica dei popoli, sulla civiltà futura, sulle future conquiste dell’intelligenza, sul progresso delle scienze e delle arti; vantaggi questi che sono giunti con il cristianesimo e che non sarebbero giunti senza di esso.

In tutto il Vangelo c’è soltanto una frase di Cristo che si riferisce a questi beni temporali: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato per giunta”. Il resto, diceva: ecco come il Cristo ne parla nel timore che ne facessimo la cosa più importante, mentre non è neppure paragonabile all’altra. i difensori del cristianesimo del XVIII secolo sapevano tutto questo, lo capivano e si adoperavano per mettere in risalto questi benefici esteriori che il cristianesimo portava con sé, e che lo stesso Giuliano l’Apostata comprese fin dal IV secolo; benefici che la Turchia oggi ci invidia senza poterli ottenere. Non commisero mai l’errore di non considerare i benefici soprannaturali, di cui il divino mistero dell’Incarnazione è stato la sorgente, come i più importanti.

Da allora è passato del tempo, la società moderna, di cui qualcuno tra noi è così fiero, ha iniziato i suoi destini un po’ tempestosi; il cristianesimo non figura più nelle opere pubbliche; la legislazione non lo riconosce come legame sociale, e se gli assicura una tutela più o meno ampia a seconda dei tempi, non è perché lo riconosca come divino, bensì soltanto perché è ritenuto un culto che rappresenta l’interesse religioso della maggioranza della nazione.

Pure in una tale situazione, la fede è ancora viva presso un grande numero di anime, e i frutti del cristianesimo continuano a prodursi in certa misura: ma quale sarà il legame dei cristiani tra di loro?

Come riusciranno a unirsi per costituire una forza invincibile simile a quella che trionfò sul paganesimo?

Senza dubbio tramite l’energia e l’omogeneità dell’idea cristiana. Questo è ciò che occorre, non altro. Chiedo: c’è traccia di economia politica, di utopie, di perfettibilità umana negli scritti degli autori cristiani dei primi tre secoli? Eppure, nel quarto secolo, i cristiani erano già la maggioranza, e Costantino, nel ricevere il battesimo, fu soltanto uno in più tra i tanti. Se non si fosse arreso, l’avrebbe fatto il suo successore più chiaroveggente e più saggio. Come avvenne dunque la conquista? Tramite la fede in Gesù Cristo crocefisso, che ha dato al mondo misteri in cui credere e virtù soprannaturali da praticare. Agli occhi dei primi cristiani l’età di Cristo non era l’era della civiltà: troppe atrocità e brutture accadevano intorno a loro per nutrire tale illusione; per essi l’età di Cristo era quella della salvezza offerta ad ogni uomo a condizione di sacrificare i beni della vita presente a quelli della vita futura, il cui sentiero stava per essere aperto dal Redentore.

Ci volle questo per rigenerare il mondo; ai nostri giorni sarà necessario lo stesso per salvarlo.

Ma, osserverete, dobbiamo smettere di insistere sulle conseguenze del Vangelo? A Dio non piaccia che vi dia tale consiglio. Ogni verità è utile, ma deve essere classificata secondo la sua importanza.

Chi, oggi, osa dubitare dei risultati ottenuti dal cristianesimo nel migliorare la condizione umana su questa terra?

Qualche empio forsennato con il quale non si discute.

I filosofi, i politici, gli economisti sensati sono con voi; è inutile dunque gareggiare con loro nel fare elogi al grande civilizzatore dei tempi moderni. Quello che è necessario e urgente è pensare ai cristiani che hanno bisogno di essere sostenuti e uniti.

Lo si può fare soltanto proclamando a voce alta che, sotto il regno di Cesare Augusto, il figlio unico di Dio si è degnato di incarnarsi nel seno di una Vergine, e offrirsi in sacrificio per riscattare i peccati del mondo e spezzare il giogo di Satana che teneva l’uomo sottomesso.

Parlando così, parlerete come Sant’Agostino e come Bossuet; assomiglierà al catechismo, ma non preoccupatevi, è proprio il catechismo che manca oggi. Il catechismo è servito come base alle due grandi opere storiche di Sant’Agostino e di Bossuet, e il loro talento non ne è stato diminuito.

Ora, se avete qualcosa da aggiungere Sulle applicazioni del Vangelo al benessere dell’uomo e della società, non rinunciate a farlo. Vi ascolteremo e ne trarremo vantaggio.

È vero che nulla ci stupirà perché contiamo sul “resto, caetera-verrà” promesso da Gesù Cristo stesso. Ciò di cui abbiamo bisogno è che questo “resto, caetera-verrà” non sia l’unico bene che voi individuerete nella venuta del Cristo sulla terra.

Noi siamo deboli nella fede, la nostra educazione è stata spesso poco cristiana, la società che ci circonda non rispecchia ciò in cui crediamo, e quello che è ancora più pericoloso, noi viviamo nel seno di una rivoluzione sociale che tiene in fermento tutti gli orgogli.

Si obietterà dicendo che lo storico che imbocca tale direzione vedrà i suoi libri negli scaffali delle biblioteche parrocchiali e dei gabinetti di buona lettura. Forse i vostri libri, cristianamente pensati e cristianamente scritti, rischiano di andare a raggiungere in questi umili depositi il Discorso sulla Storia Universale invece di aprirvi le porte dell’Accademia; ma che male c’è? La prima esigenza oggi è quella di fortificare e proteggere i cristiani nella loro fede; la seconda è quella di accrescerne il numero. Se otterrete il primo scopo non avrete perso tempo. In quanto al secondo, è evidente che non farete passi avanti cercando di convincere i non credenti che coloro che credono hanno il loro stesso linguaggio e le loro stesse idee. Abbiamo scrittori cattolici, un piccolo numero, lo ammetto, che, cercando la pura ortodossia, sono giunti a turbare sia i semplici credenti sia la gente raffinata e di ingegno.

Non provate l’esigenza di proclamare la verità al vostro secolo? Non è già da troppo tempo che lo si lusinga e lo si inganna, sostenendo il vero con misura, colorando con vernice moderna e ambigua ciò che c’è di più antico e immutabile?

Avete ragione: sono stati scoperti non so quali terreni neutri sui quali certi credenti e non credenti si incontrano per tenere specie di congressi dai quali tutti tornano come vi erano andati.

Che cosa deriva da tali incontri? Complimenti reciproci, e, nel frattempo, la società, che perisce perché non le si parla francamente di Gesù Cristo, vi chiede conto del vostro talento, della vostra influenza, che dico?, delle vostre convinzioni cristiane così spesso nascoste sotto sembianze naturalistiche. È ora di esprimersi con accenti più cristiani e di parlare nei libri con il tono che si usa nella famiglia.

Voi non educhereste i figli nella religione avvalendovi di teorie naturalistiche; avreste paura di non farne dei buoni cristiani. Per loro ci tenete al catechismo che commentate con l’esempio; che i vostri libri, i vostri discorsi, i vostri scritti pubblici ne siano dunque, a loro volta, l’espressione. E il momento opportuno in quanto voi stessi constatate con quanta benevolenza siete ascoltati. Fate di più, e raccontate i fatti della storia con l’accento di un cristiano convinto che sente l’esigenza di proclamare che il progresso è in Gesù Cristo e con Gesù Cristo. Sarete allora uno storico degno davanti a Dio e davanti agli uomini.

E’ provato che i contemporanei non credenti da soli non intuiscono nulla dei principi religiosi. Questa impotenza deriva dal silenzio discreto che si mantiene da troppo tempo nei loro confronti e che permette loro di ignorare tutto. È impossibile non essere colpiti dalla devozione e dall’eroismo pacato delle Suore di carità. Senza dubbio ci si rende conto del principio che ispira questa devozione e questo eroismo; si sa che il sentimento religioso ne è la sorgente. Ma fra tutti coloro che chiedono il loro soccorso, le persone, che non hanno la fortuna di essere illuminate dalla luce soprannaturale, quale idea si fanno del sentimento religioso che anima queste Suore? Perché il sentimento religioso esiste là dove esiste la religione. Perché mai una tale devozione non esiste nelle religioni del mondo antico? Perché tra i tanti popoli cristiani esiste soltanto tra coloro che partecipano alla comunione romana? E’ il risultato di un dogma che non si rintraccia altrove.

Sarebbe stato opportuno indagarlo a fondo in questo secolo in cui piace rendersi conto di tutto, in cui si fa la statistica di tutto. Invece non si fa nulla, ci si limita ad ammirare, accettando i benefici. In fondo la cosa è molto semplice; si tratta di dire agli interessati: “avete delle Suore di carità ai vostri ordini perché esiste un sacerdozio fondato da Gesù Cristo; i membri di questo sacerdozio hanno il potere di purificare le anime e di metterle in seguito in rapporto con Dio stesso in un mistero che si chiama la comunione di cui essi sono i dispensatori. Se questo sacerdozio cessasse di operare, se fosse respinto dalla nostra società, voi vedreste scomparire nello stesso tempo queste serve dei poveri e degli ammalati. Ciò che voi chiamate il sentimento religioso non saprebbe più produrle ormai nè moltiplicarle”.

In questo modo una questione di dogma rivelato risolve il problema particolare di cui parliamo; lo stesso avviene, che non si dubiti, per tutte le altre questioni che potrebbero sorgere circa le diverse forme di progresso che il cristianesimo ha dato alle nazioni cristiane. I nostri padri, che erano cristiani per tradizione, non lo ignoravano quando discutevano la questione economica del cristianesimo con i filosofi di allora; ma noi non lo sappiamo più, ed è per questo che è necessario dirlo a rischio di spaventare qualcuno. Ora spetta soprattutto alla storia formulare tutto ciò che è necessario sapere. Che storia è quella in cui si descrivono gli effetti senza indicare chiaramente le cause? Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: il destino del genere umano è un destino soprannaturale; da ciò si deduce che una storia che non si ispira alle sorgenti soprannaturali, non è storia veridica per quanto cristiane siano le convinzioni di colui che l’ha scritta.

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