- Seguire la propria coscienza nell’obbedienza alla legge di Dio non è sempre una via facile. Ciò può comportare sacrifici ed aggravi, di cui non è lecito disconoscere il peso, talvolta, ci vuole eroismo per restare fedeli a tali esigenze.
Tuttavia, è necessario proclamare chiaramente che la via dell’autentica espansione della persona umana passa per questa costante fedeltà alla coscienza mantenuta nella rettitudine e nella verità, e inoltre esortare tutti coloro che ne hanno i mezzi, ad alleviare i pesi che schiacciano ancora tanti uomini e donne, tante famiglie e bambini, posti come sono dinanzi a situazioni umanamente insolubili. - Non si può mai approvare l’aborto, ma è necessario, anzitutto, combatterne le cause.
Tutto ciò include un’azione politica e questa sarà, in particolare, ciò che compete alla legge.
Ma bisogna, nel medesimo tempo, incidere sui costumi, bisogna impegnarsi attivamente per tutto quanto può aiutare le famiglie, le madri e i bambini. Progressi notevoli son già stati compiuti dai medici a servizio della vita; c’è da sperarne maggiori ancora, essendo questa la specifica missione del medico cioè non di sopprimere la vita, ma di conservarla e di favorirla nella maniera migliore.
È del pari auspicabile che si sviluppino, attraverso istituzioni adeguate o – in loro mancanza – grazie allo slancio della generosità e della carità cristiana, tutte le forme di assistenza.
(Dichiarazione sull’aborto procurato – Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede – 18.11.1974 vedi testo integrale a fondo articolo)
COMBATTERE CONTRO L’ABORTO PROCURATO E’ UNA CAUSA SANTA, lo affermava san Giovanni Paolo II:
È compito della Chiesa riaffermare che l’aborto procurato è morte, è l’uccisione di una creatura innocente.
Di conseguenza, la Chiesa considera ogni legislazione favorevole all’aborto procurato come una gravissima offesa dei diritti primari dell’uomo e del comandamento divino del “Non uccidere”.
Tutti questi vostri sforzi, tutto il lavoro della Chiesa, in Italia come in ogni altra parte del mondo, che mira ad assicurare la santa inviolabilità della vita concepita, io oggi desidero presentare a Cristo, il quale ha detto: “Sono venuto perché abbiano la vita”.
Affinché questi esseri umani più piccoli, più deboli, più indifesi abbiano la vita, affinché questa vita non venga loro tolta prima che nascano, noi appunto a questo serviamo e serviremo in unione col Buon Pastore perché questa è una causa santa.
Servendo questa causa, serviamo l’uomo e serviamo la società, serviamo la patria.
Il servizio all’uomo si manifesta non solo nel fatto che difendiamo la vita di un nascituro. Esso si manifesta contemporaneamente nel fatto che difendiamo le coscienze umane. Difendiamo la rettitudine della coscienza umana, perché chiami bene il bene e male il male, perché essa viva nella verità. Perché l’uomo viva nella verità, perché la società viva nella verità.
(Regina Coeli del 10.5.1981)
Cari Amici,
NEL CONDIVIDERVI questo articolo interessante del professor Daniele Trabucco, che potrete leggere dopo questa premessa, vorremo suggerire ai meno esperti come noi… su certi termini, questo ulteriore approfondimento:
Il bene comune non è bene soltanto perché una società lo considera importante; è fondato anzitutto nella realtà dell’uomo e della comunità. Solo dopo viene riconosciuto, formulato e perseguito come valore.
In altre parole:
- ontologico: esiste una realtà umana oggettiva — la dignità della persona, la sua natura sociale, il suo fine — che rende necessario il bene comune;
- assiologico: a partire da questa realtà, riconosciamo alcuni beni e valori da promuovere nella vita sociale.
Facciamo un esempio:
La giustizia non è buona semplicemente perché una maggioranza decide di chiamarla “valore”. È un valore perché corrisponde alla realtà della persona, che è titolare di diritti e dignità. Il suo carattere assiologico — la giustizia come valore da perseguire — si fonda quindi su un dato ontologico: che cosa è realmente la persona umana.
👉 Oppure sul perchè DOBBIAMO difendere la Vita Umana fin dal suo concepimento e, ovviamente, si intende anche fino alla morte naturale e perciò si è contrari anche all’eutanasia? : - Il fondamento ontologico è la realtà oggettiva del concepito: dal momento del concepimento inizia a esistere un nuovo essere umano, distinto dal padre e dalla madre, un soggetto assolutamente unico e con un proprio DNA, con un proprio sviluppo.
Non diventa umano in seguito alla nascita; è umano fin dall’inizio (vedi qui e che potrete leggere alla fine in basso), perciò l’embrione non è semplicemente “un insieme di cellule”, ma un corpo umano che si sviluppa secondo una propria finalità e continuità vitale. Se il processo di sviluppo viene bloccato dalla “interruzione della gravidanza” è evidente che questo essere vivente muore non per un incidente, ma perché viene ucciso.
Il dato ontologico è perciò che: Il concepito è un essere umano a tutti gli effetti e non solo “dopo” la nascita.
La sua dignità, dunque, non dipende dal grado di sviluppo, dalla salute, dall’autonomia, dalla capacità di ragionare o dal fatto di essere desiderato.
Ogni essere umano possiede valore per il semplice fatto di esistere. - OR BENE…. Il fondamento assiologico riguarda invece il valore morale che riconosciamo a questa realtà e la conseguenza pratica che ne deriva:
Essendo un essere umano, il concepito deve essere rispettato e difeso non perché “ieri” lo ha deciso qualcuno e domani si cambia prospettiva perché lo dicono altri.
Il diritto alla vita viene quindi riconosciuto come inviolabile e non subordinabile ad altre qualità o condizioni.
Per questo la Chiesa insegna che il concepito deve essere trattato come persona dal momento del concepimento e che, da quello stesso momento, possiede il diritto alla vita.
Dunque, il bene comune non è una preferenza collettiva né la semplice somma degli interessi individuali, non è neppure il valore di una maggioranza, o un monopolio religioso!
È l’ordine sociale conforme alla verità dell’uomo e al suo fine ultimo; Dio, fondamento di ogni essere, è anche il fondamento ultimo del dover essere morale. - 👉 In forma molto sintetica:
Ontologico: il concepito è un essere umano.
Assiologico: la vita di questo essere umano ha un valore inviolabile e deve essere protetta.
Morale: non è lecito sopprimerlo deliberatamente.
Perciò la difesa della vita non nasce anzitutto da una preferenza religiosa o da una particolare sensibilità etica, non è opinabile, non può essere gestita dalle maggioranze politiche.
La valutazione morale — “questa vita va difesa” — deriva da una verità sull’essere: chi esiste come essere umano fin dal momento del suo concepimento, possiede già una dignità che esige non un semplice rispetto valoriale, ma proprio di diritto!
👉 Se al contesto assiologico non si pone quale fondamento la realtà ontologica è evidente che – l’aspetto assiologico – rischia di mutare a seconda delle preferenze delle mode del momento, poichè è la realtà ontologica a rendere immutabile anche quella assiologica.
La fede illumina la ragione e, viceversa, chiarisce ulteriormente questa dignità, riconoscendo ogni persona come creatura amata da Dio e fatta a sua immagine.
Il fatto che ci siano persone, poi, che credono o non credono in Dio, questo non muta la verità ontologica sulla persona.
Riassumendo: - ontologico significa “fondato sull’essere e sulla realtà”;
- assiologico significa “riguardante i valori”.
Ora possiamo leggere questo articolo interessante del professor Daniele Trabucco,
il fondamento
All’Europa non bastano i “valori europei”, occorre la verità
Il protagonismo del Vecchio Continente passa per la difesa dei suoi valori e in particolare la libertà religiosa e il diritto a non emigrare, ha affermato al Meeting l’on. Carlo Fidanza. Auspicio politicamente comprensibile, ma che a monte lascia irrisolto il nodo su ciò che è vero, giusto e degno di essere difeso di per sé.
Quando al Meeting di Rimini per l’amicizia tra i popoli l’on. Carlo Fidanza afferma che l’Europa potrebbe tornare protagonista soltanto difendendo i propri “valori””, richiamando in particolare la libertà religiosa e il diritto a non emigrare, formula un’esigenza certamente comprensibile sul piano politico, ma filosoficamente lascia irrisolta proprio la questione decisiva, dal momento che, prima di domandarsi quali valori l’Europa debba difendere, occorrerebbe stabilire che cosa renda un valore vero, giusto e degno di essere difeso. È qui che il lessico contemporaneo dei “valori” mostra tutta la propria anfibologia.
Nel pensiero classico il bene non è anzitutto qualcosa che l’uomo attribuisce alle cose mediante una valutazione soggettiva, quanto ciò verso cui la natura tende in quanto corrispondente alla sua perfezione. Il bene, dunque, possiede un fondamento ontologico prima ancora che assiologico. Nel linguaggio moderno dei valori, invece, questo rapporto tende a capovolgersi, perché non è più evidente se qualcosa valga in quanto è bene oppure sia bene semplicemente perché qualcuno, una maggioranza, una cultura o un ordinamento lo considera un valore.
La differenza è radicale. Se il valore non riceve la propria misura dall’essere e dalla natura delle cose, esso diventa inevitabilmente relativo al soggetto che valuta. A quel punto anche due concezioni contraddittorie dell’uomo possono presentarsi entrambe come portatrici di “valori”, senza che il linguaggio stesso dei valori contenga più il criterio per stabilire quale delle due corrisponda al vero. Si può, allora, proclamare contemporaneamente il valore della famiglia e quello della sua radicale ridefinizione, il valore della vita e quello della disponibilità della vita, il valore della libertà e quello dell’autodeterminazione senza limite, poiché la categoria assiologica, privata di un fondamento ontologico, è sufficientemente elastica da accogliere anche ciò che reciprocamente si esclude.
È precisamente da questa dissoluzione del criterio che nasce l’indifferentismo. Non si tratta della legittima tolleranza politica verso chi pensa diversamente, che appartiene a tutt’altro ordine, bensí della convinzione teorica secondo cui, non essendovi un bene oggettivamente conoscibile dalla ragione, le diverse concezioni del bene debbano essere considerate ultimamente equivalenti. La società non giudica più le scelte alla luce di una verità sull’uomo, limitandosi a garantire che ciascuno possa perseguire la propria, purché formalmente compatibile con quella altrui. La libertà, che nella concezione classica è facoltà ordinata al bene, viene così trasformata nel potere di determinare autonomamente che cosa debba essere considerato bene.
Ed è proprio qui che il richiamo ai “valori europei” rischia di diventare filosoficamente fragile. Quali valori? Stabiliti da chi? In forza di quale concezione dell’uomo? E soprattutto, mediante quale criterio potremmo affermare che un determinato valore debba prevalere su un altro quando entrano in conflitto? Se a queste domande non si risponde, la formula finisce per presupporre ciò che dovrebbe dimostrare e consegna paradossalmente i valori alla stessa volontà politica dalla quale vorrebbe proteggerli. Il diritto naturale classico procede in senso opposto, perché non prende le mosse dalla volontà che attribuisce valore, ma dalla realtà che la ragione riconosce. Esiste una natura umana intelligibile, esistono beni che la perfezionano e mali che la contraddicono, esiste, quindi, una misura del giusto che precede sia il legislatore sia la maggioranza. È precisamente perché il diritto positivo non crea il giusto dal nulla che esso può essere giudicato giusto o ingiusto.
Se l’Europa vuole davvero ritrovare un fondamento, dunque, non dovrebbe limitarsi a proclamare i propri valori, quanto tornare a interrogarsi sulla verità che li rende tali. Il suo fondamento non può essere un catalogo assiologico continuamente ridefinibile, bensì il logos, la natura razionale dell’uomo, il bene comune e quella legge naturale che costituisce la misura prepolitica del potere. Perché quando il bene viene ridotto a valore, il valore finisce nelle mani di chi valuta. Quando invece il bene è riconosciuto come fondato nell’essere, anche il potere incontra finalmente qualcosa che non può creare, modificare o abolire.
Sempre del professor Daniele Trabucco, volentieri condividiamo:
QUANDO LA LEGGE PRETENDE DI DECIDERE CHI È PERSONA:
La questione dell’aborto diviene radicale soltanto quando venga sottratta al linguaggio, storicamente recente, dell’autodeterminazione e dei diritti soggettivi e ricondotta alla domanda che logicamente lo precede: che cosa è l’ente umano concepito? Se l’embrione fosse soltanto materia biologica destinata eventualmente a diventare uomo, la sua soppressione potrebbe essere valutata secondo criteri di opportunità, interesse o bilanciamento. Se invece esso fosse già un individuo umano sussistente, la questione muterebbe natura, poiché la legge non si troverebbe dinanzi a qualcosa cui attribuire o negare una qualità, ma dinanzi a qualcuno la cui esistenza precede ogni qualificazione normativa.
La difficoltà nasce spesso dall’equivoco tra essere in potenza ed essere in atto. L’embrione non sembra essere un uomo in potenza nel senso in cui il marmo è una statua in potenza. La statua esige l’intervento di una causa estrinseca che conferisca alla materia una forma che essa ancora non possiede. Nell’embrione, invece, il principio del divenire appartiene già al soggetto che diviene. Non riceve dall’esterno ciò che lo farà essere uomo, ma sviluppa dall’interno ciò che già è secondo natura. L’adulto non sostituisce l’embrione come una sostanza nuova sostituisce quella precedente. È il medesimo vivente che attraversa differenti gradi di attuazione. Neppure l’obiezione secondo cui dovrebbe allora esistere, anteriormente al concepimento, un “uomo in potenza” sembra cogliere la struttura della generazione. Prima della fecondazione esistono due gameti, ciascuno appartenente all’organismo dei progenitori. Con la fecondazione sorge invece un nuovo organismo individuale, la cui unità non coincide con quella di nessuno dei due elementi antecedenti.
La potenza precede dunque la generazione nelle cause, non nell’identità di un soggetto umano già esistente. Dopo la generazione, invece, ciò che è in potenza non è l’uomo, ma l’esercizio delle sue facoltà. L’embrione sarebbe così uomo in atto quanto alla sostanza e uomo in potenza quanto alle operazioni, esattamente come il neonato è razionale per natura senza essere ancora capace di ragionamento discorsivo.
L’appello alla coscienza, alla sensibilità, alla relazione o all’autonomia non sembra risolvere il problema, perché sostituisce alla domanda sull’essere una misurazione delle sue manifestazioni. La coscienza presuppone qualcuno che divenga cosciente, la relazione qualcuno che possa entrare in relazione, l’autonomia qualcuno del quale essa possa predicarsi. Fare dipendere l’essere personale dall’esercizio attuale di tali proprietà significherebbe confondere il soggetto con una certa condizione contingente del soggetto.
Accolta questa premessa, la difficoltà della legge ordinaria dello Stato n. 194/1978 diviene molto più profonda di una controversia sui limiti dell’autodeterminazione. L’articolo 1 afferma che lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio, mentre l’articolo 4 consente, ricorrendo determinate condizioni, che la gravidanza venga volontariamente interrotta entro i primi novanta giorni.
La contraddizione non sarebbe, allora, tra due pretese concorrenti, ma tra il riconoscimento dell’esistenza di una vita umana e la disponibilità legislativa della sua continuazione. La legge positiva può stabilire quando una condotta sia penalmente lecita, non sembra però poter trasformare la natura dell’atto che disciplina. Se l’embrione è persona in atto, interromperne deliberatamente la vita rimane ontologicamente l’uccisione di un individuo umano innocente, anche quando l’ordinamento sottragga quella condotta alla sanzione. Parlare di “infanticidio” sarebbe improprio nel significato tecnico dell’art. 578 cod. pen., ma potrebbe esprimere analogicamente la sostanza morale del problema. Più precisamente, la 194 renderebbe giuridicamente lecita, nelle ipotesi previste, la soppressione prenatale di un essere umano personale.
Da questa premessa seguirebbe anche una conseguenza politica difficilmente eludibile. Difendere l’intangibilità della legge n. 194/1978, sia nella versione del centrosinistra, sia nella diversa posizione di Giorgia Meloni e Matteo Salvini che dichiarano di non voler tornare sulla sua disciplina fondamentale, significherebbe fermarsi prima della questione decisiva. Il dissenso sulle condizioni sociali dell’aborto sarebbe infatti secondario rispetto alla domanda ontologica. Se colui che viene soppresso è già uomo, nessuna maggioranza politica potrebbe mutare mediante legge ciò che egli è, poiché la validità formale della norma appartiene all’ordine del comando, mentre la sua giustizia dipende da un ordine dell’essere che il legislatore può riconoscere oppure contraddire, non creare.
RICORDIAMO CHE, COOPERATORES-VERITATIS E’ UNITO ANCHE A:
Universitari per la Vita – Essere voce dei senza voce
Giovani, aitanti e soprattutto universitari.
Gli UPV sono ragazzi degli atenei romani che hanno deciso di spezzare il muro di silenzio, a volte semplice ignoranza, che caratterizza il tema per il rispetto della dignità dell’essere umano dal concepimento fino alla morte naturale.
Sono giovani che difendono il diritto alla vita di ogni essere umano e che s’impegnano a costruire una società ed una cultura pro vita, opponendosi in particolare alla legge 194, la quale dal 1978 ha causato 6 milioni di aborti.
1/3 della nostra generazione non ha avuto il diritto di nascere. Dunque per questo è necessario amare e difendere appassionatamente la vita umana dal principio sino alla morte naturale.
ricorda che:
GIOVANNI PAOLO II REGINA COELI – IV Domenica di Pasqua, 10 maggio 1981
1. “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).
Con queste parole termina il Vangelo di oggi, quarta domenica di pasqua. È Cristo Buon Pastore che pronuncia queste parole. È Cristo, che chiama se stesso “porta delle pecore” (Gv 10, 7).
Desidero riferire queste parole sull’abbondanza della vita prima di tutto al dono della grazia, che ci ha portato Cristo nella sua Croce e nella Risurrezione. Desidero riferirle anzitutto allo Spirito Santo, “che è Signore e dà la vita”, e confessiamo la fede in Lui con le parole che, da sedici secoli, il primo Concilio Costantinopolitano pone sulle labbra della Chiesa.
Lo Spirito Santo è l’autore della nostra santificazione: Egli trasforma l’uomo nel suo intimo, lo divinizza, lo rende partecipe della natura divina (cf. 2 Pt 1, 4), come il fuoco rende incandescente il metallo, come l’acqua sorgiva disseta: “fons vivus, ignis, caritas”. La grazia è comunicata dallo Spirito Santo per il tramite dei sacramenti, che accompagnano l’uomo durante tutto l’arco della sua esistenza. E, mediante la grazia, Egli diventa il dolce ospite dell’anima: “dulcis hospes animae”: inabita nel nostro cuore; è l’animatore delle energie segrete, delle scelte coraggiose, della fedeltà incrollabile. Egli ci fa vivere nell’abbondanza della vita: della stessa vita divina.
E proprio per questa sollecitudine circa l’abbondanza della vita Cristo rivela se stesso come Buon Pastore delle anime umane: Pastore che prevede l’avvenire definitivo dell’uomo in Dio; Pastore che conosce le sue pecore (cf. Gv 10, 14) fino al fondo stesso della verità interiore dell’uomo, il quale può parlare di se stesso con le parole di sant’Agostino: “Inquieto è il mio cuore, finché non riposi in Te” (cf. S. Agostino, Confessiones I, 1).
2. Cari fratelli e sorelle!
Ecco, voi rappresentanti delle parrocchie e delle comunità di tutta Roma siete oggi riuniti in piazza san Pietro per testimoniare che, nel corso di questi mesi e delle ultime settimane, avete pensato alla vita umana, prima di tutto alla vita nascosta sotto il cuore della donna madre, alla vita dei nascituri. Questa vita l’avete fatta oggetto delle vostre meditazioni, del vostro impegno di credenti, di uomini e di cittadini, ma soprattutto ne avete fatto il tema delle vostre preghiere. Avete meditato sulla responsabilità particolare verso la vita concepita, che, secondo il retto sentire dell’uomo, deve essere circondata da una particolare sollecitudine e protezione, da parte sia dei genitori stessi, sia anche della società, in particolare degli uomini che, in diversi modi, sono responsabili di questa vita.
3. Ciò facendo, voi avete dimostrato la vostra solidarietà all’invito dei vostri Vescovi, i quali, durante la Quaresima, hanno attirato l’attenzione di tutta la società sulla grande minaccia che incombe su questo valore fondamentale che è la vita umana e in particolare la vita dei nascituri. È compito della Chiesa riaffermare che l’aborto procurato è morte, è l’uccisione di una creatura innocente. Di conseguenza, la Chiesa considera ogni legislazione favorevole all’aborto procurato come una gravissima offesa dei diritti primari dell’uomo e del comandamento divino del “Non uccidere”.
4. Tutti questi vostri sforzi, tutto il lavoro della Chiesa, in Italia come in ogni altra parte del mondo, che mira ad assicurare la santa inviolabilità della vita concepita, io oggi desidero presentare a Cristo, il quale ha detto: “Sono venuto perché abbiano la vita”. Affinché questi esseri umani più piccoli, più deboli, più indifesi abbiano la vita, affinché questa vita non venga loro tolta prima che nascano, noi appunto a questo serviamo e serviremo in unione col Buon Pastore perché questa è una causa santa.
5. Servendo questa causa, serviamo l’uomo e serviamo la società, serviamo la patria. Il servizio all’uomo si manifesta non solo nel fatto che difendiamo la vita di un nascituro. Esso si manifesta contemporaneamente nel fatto che difendiamo le coscienze umane. Difendiamo la rettitudine della coscienza umana, perché chiami bene il bene e male il male, perché essa viva nella verità. Perché l’uomo viva nella verità, perché la società viva nella verità.
Quando Cristo dice: “Sono venuto perché abbiano la vita…” pensa anche, anzi soprattutto, a quella vita interiore dell’uomo che si manifesta nella voce della retta coscienza.
La Chiesa sempre ha ritenuto il servizio alla coscienza come il suo servizio essenziale: il servizio reso alla coscienza di tutti i suoi figli e figlie – ma anche alla coscienza di ogni uomo. Poiché l’uomo vive la vita degna dell’uomo quando segue la voce della retta coscienza e quando non permette di assordire in se stesso e di rendere insensibile questa coscienza.
Così servono gli uomini – proprio i più poveri e più bisognosi – tutti quegli uomini e quelle donne che, nel mondo, si dedicano alla difesa della vita, della vita dei corpi e delle anime: missionari e missionarie, suore, medici, infermieri, educatori, tecnici. Basti per tutti ricordare ancora, come a noi ben nota, madre Teresa di Calcutta, la cui voce in difesa della vita dei nascituri si alza non solo dall’India, ma anche dai diversi punti della terra. In Giappone, recentemente, ha detto: “Ogni bambino ucciso con l’aborto, è un indice di grande povertà, perché ogni vita umana è importante e ha un carattere speciale per Dio”.
Facendo tutto per salvare l’uomo dalla miseria materiale, madre Teresa – questo mirabile testimone della dignità dell’umanità – fa di tutto per difendere anche la sua coscienza dalla insensibilità e dalla morte spirituale.
Dopo il Regina Coeli
6. Cari fratelli e sorelle!
Eleviamo i nostri cuori nella preghiera alla Madre del Redentore, invitandola alla gioia pasquale, come ora facciamo in questo periodo. E contemporaneamente
Preghiamo la Madre più santa di tutte le madri – per ogni madre su questa terra e per ogni bambino nascituro nel suo seno.
Preghiamo per le madri la cui coscienza è maggiormente minacciata quando consente che venga tolta la vita al suo bambino…
Cristo ha detto: “La donna, quando partorisce è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Gv 16, 21).
Preghiamo per una tale gioia della vita anche se riscattata dalla sofferenza e dalla lotta interiore.
Preghiamo per la gioia delle coscienze. “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).
Stamani, domenica del Buon Pastore, ho celebrato la Santa Messa nella Basilica Vaticana con i partecipanti al Congresso Internazionale per le Vocazioni, che inaugura oggi i suoi lavori. Desidero affidare alle vostre intenzioni ed a quelle di tutto il popolo cristiano lo svolgimento di tale Congresso, il cui fine è di promuovere la pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari. Occorre ottenere da Dio copiosi doni di luce per i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i laici, che in questi giorni si raccoglieranno per discutere ed approfondire l’importante argomento, da cui dipende in tanta parte il futuro della Chiesa. Non manchi, dunque, a questi nostri fratelli, la solidarietà e la preghiera dell’intera comunità cristiana.
Nessuno lasci mancare la sua preghiera perché il Signore doni al mondo numerose e sante vocazioni.
Sia Lodato Gesù Cristo.

Ed ora possiamo studiare approfonditamente quanto segue:
SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
DICHIARAZIONE SULL’ABORTO PROCURATO
I. Introduzione
Il problema dell’aborto procurato e della sua eventuale liberalizzazione legale è diventato, un po’ dappertutto, tema di discussioni appassionate. Questi dibattiti sarebbero meno gravi, se non si trattasse della vita umana, valore primordiale che è necessario proteggere e promuovere. Ciascuno lo comprende, anche se parecchi cercano ragioni per far servire a questo fine, contro ogni evidenza, anche l’aborto. Non ci si può, in effetti, non stupire nel vedere crescere, da una parte, la netta protesta contro la pena di morte, contro ogni forma di guerra, e, dall’altra, la rivendicazione di rendere libero l’aborto, sia interamente, sia su indicazioni sempre più larghe. La Chiesa è pienamente cosciente che spetta alla sua vocazione di difendere l’uomo contro tutto ciò che potrebbe dissolverlo o avvilirlo, per tacere su tale argomento: poiché il Figlio di Dio si è fatto uomo, non c’è uomo che non sia suo fratello in quanto uomo e che non sia chiamato a divenire cristiano e a ricevere da lui la salvezza.
2. In numerosi Paesi, i pubblici poteri che resistono a una liberalizzazione delle leggi sull’aborto, sono oggetto di pesanti pressioni, che mirano a condurveli. Ciò, si dice, non violerebbe alcuna coscienza, perché si lascerebbe ciascuno libero di seguire la propria opinione, mentre si impedirebbe a chiunque di imporre la propria agli altri. Il pluralismo etico è rivendicato come la conseguenza naturale del pluralismo ideologico. C’è, tuttavia, una grande differenza tra l’uno e l’altro, perché l’azione tocca più immediatamente gli interessi degli altri che non la semplice opinione, e perché non ci si può mai appellare alla libertà di opinione per ledere i diritti degli altri, in modo del tutto speciale il diritto alla vita.
3. Numerosi laici cristiani, specialmente medici, ma anche associazioni di padri e di madri di famiglia, uomini politici o personalità in posti di responsabilità, hanno vigorosamente reagito contro questa campagna di opinione. Ma, soprattutto molte Conferenze episcopali, nonché vescovi a proprio nome, hanno giudicato opportuno richiamare senza ambiguità ai fedeli la dottrina tradizionale della Chiesa (1). Questi documenti, la cui convergenza è impressionante, mettono mirabilmente in luce l’atteggiamento, umano e cristiano insieme, di rispetto della vita. È tuttavia avvenuto che parecchi di essi incontrassero, qua o là, riserve o anche contestazione.
4. Incaricata di promuovere e di difendere la fede e la morale nella Chiesa Universale (2): la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede si propone di richiamare questi insegnamenti nelle loro linee essenziali a tutti i fedeli. Così, ponendo in risalto l’unità della Chiesa, essa confermerà con l’autorità propria della Santa Sede ciò che i vescovi hanno felicemente intrapreso. Essa confida che tutti i fedeli, compresi coloro che sono stati scossi dalle controversie e dalle opinioni nuove, comprenderanno che non si tratta di opporre una opinione ad altre, ma di trasmettere loro un insegnamento costante del Magistero supremo, che espone la regola dei costumi alla luce della fede (3). È dunque chiaro che questa Dichiarazione non può non comportare un grave obbligo per le coscienze dei fedeli. Voglia Iddio illuminare altresì tutti gli uomini che cercano con cuore sincero di «operare la verità» (Io. 3, 2 1).
II. Alla luce della fede
5. «Dio non ha fatto la morte, né si rallegra per la fine dei viventi!» (Sap. 1, 13). Certamente Dio ha creato degli esseri che vivono per un tempo limitato, e la morte fisica non può essere assente dal mondo dei viventi corporei. Ma ciò che è, anzitutto, voluto, è la vita; tutto, nell’universo visibile è stato fatto in vista dell’uomo, immagine di Dio e coronamento del mondo (Gen. 1, 26-28). Sul piano umano, «è per invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo» (Sap. 2, 24); introdotta a causa del peccato, essa gli rimane legata, e ne è insieme il segno e il frutto. Ma essa non potrà trionfare (4). Confermando infatti la fede nella risurrezione, il Signore proclama nel Vangelo che Dio «non è Dio dei morti, ma dei vivi» (Matth. 22, 32), e la morte, come il peccato, sarà definitivamente vinta dalla risurrezione nel Cristo (1 Cor. 15, 20-27). Così si comprende come la vita umana, anche su questa terra, sia preziosa. Ispirata dal Creatore (5), da lui è ripresa (Gen. 2, 7; Sap. 15, 11). Essa resta sotto la sua protezione: il sangue dell’uomo grida verso di Lui (Gen. 4, 10) ed Egli ne domanderà conto, «perché ad immagine di Dio è stato fatto l’uomo» (Gen. 9, 5-6). Il comandamento di Dio è formale: «Non uccidere» (Ex. 20, 13). La vita è nello stesso tempo un dono e una responsabilità; ricevuta come un «talento» (Matth, 25, 14-30), essa deve essere valorizzata. Per farla fruttificare, si offrono all’uomo in questo mondo molti compiti, ai quali egli non deve sottrarsi; ma più profondamente, il cristiano sa che la vita eterna dipende per lui da ciò che, con la grazia di Dio, egli avrà operato nella sua vita terrestre.
6. La tradizione della Chiesa ha sempre ritenuto che la vita umana deve essere protetta e favorita fin dal suo inizio, come nelle diverse tappe del suo sviluppo. Opponendosi ai costumi del mondo greco-romano, la Chiesa dei primi secoli ha insistito sulla distanza che, su questo punto, separa da essi i costumi cristiani. Nella Didachè è detto chiaramente: «Tu non ucciderai con l’aborto il frutto del grembo e non farai perire il bimbo già nato» (6). Atenagora sottolinea che i cristiani considerano come omicide le donne che usano medicine per abortire; egli condanna chi assassina i bimbi, anche quelli che vivono ancora nel grembo della loro madre, dove si ritiene che essi «sono già l’oggetto delle cure della Provvidenza divina» (7). Tertulliano non ha forse tenuto sempre il medesimo linguaggio; tuttavia egli afferma chiaramente questo principio essenziale: «È un omicidio anticipato impedire di nascere; poco importa che si sopprima l’anima già nata o che la si faccia scomparire sul nascere. È già un uomo colui che lo sarà» (8).
7. Nel corso della storia, i Padri della Chiesa, i suoi Pastori e Dottori hanno insegnato la medesima dottrina, senza che le diverse opinioni circa il momento dell’infusione dell’anima spirituale abbiano introdotto un dubbio sulla illegittimità dell’aborto. Certo, quando nel medio evo era generale l’opinione che l’anima spirituale non fosse presente che dopo le prime settimane, si faceva una differenza nella valutazione del peccato e nella gravità delle sanzioni penali; eccellenti .autori hanno ammesso, per questo primo periodo, soluzioni casuistiche più larghe, che respingevano per i periodi seguenti della gravidanza. Ma nessuno ha mai negato che l’aborto procurato, anche in quei primi giorni, fosse oggettivamente una grave colpa. Questa condanna è stata, di fatto, unanime. Fra i tanti documenti, basterà ricordarne qualcuno. Il primo Concilio di Magonza, nell’847, conferma le pene stabilite dai Concili precedenti contro l’aborto e decide che la più rigorosa penitenza sarà imposta «alle donne che commettono fornicazione e uccidono i loro parti o quelle che provocano l’eliminazione del frutto concepito nel loro grembo» (9). Il Decreto di Graziano cita queste parole del Papa Stefano V: «È omicida colui che fa perire mediante aborto ciò che era stato concepito» (10). San Tommaso, dottore comune della Chiesa, insegna che l’aborto è un peccato grave contrario alla legge naturale (11). Al tempo del Rinascimento, il Papa Sisto V condanna l’aborto con la più grande severità (12). Un secolo più tardi, Innocenzo XI condanna le proposizioni di certi canonisti lassisti, che pretendevano di scusare l’aborto procurato prima del momento in cui alcuni fissavano l’animazione spirituale del nuovo essere (13). Ai nostri giorni, gli ultimi Romani Pontefici hanno proclamato la medesima dottrina con la più grande chiarezza: Pio XI ha risposto espressamente alle obiezioni più gravi (14); Pio XII ha chiaramente escluso ogni aborto diretto, cioè quello che è fine o mezzo al fine (15); Giovanni XXIII ha richiamato l’insegnamento dei Padri sul carattere sacro della vita «che, fin dal suo inizio, esige l’azione di Dio creatore» (16). Più recentemente, il Concilio Vaticano II, sotto la presidenza di S. S. Paolo VI, ha condannato con molta severità l’aborto: «La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura: l’aborto e l’infanticidio sono abominevoli delitti» (17). Lo stesso Paolo VI, parlando a più riprese di tale argomento non ha esitato a dichiarare che questo insegnamento della Chiesa «non è mutato ed è immutabile» (18).
III. Alla luce congiunta della ragione
8. Il rispetto della vita umana non si impone solo ai cristiani: è sufficiente la ragione a esigerlo basandosi sull’analisi di ciò che è e deve essere una persona. Dotato di natura ragionevole, l’uomo è un soggetto personale, capace di riflettere su se stesso, di decidere dei propri atti, e quindi del proprio destino; egli è libero. È, di conseguenza, padrone di sé, o piuttosto, poiché egli si realizza nel tempo, ha i mezzi per diventarlo: questo è il suo compito. Creata immediatamente da Dio, la sua anima è spirituale, e quindi immortale. Egli è inoltre aperto a Dio e non troverà il suo compimento che in lui. Ma egli vive nella comunità dei suoi simili, si nutre della comunicazione interpersonale con essi, nell’indispensabile ambiente sociale. Di fronte alla società e agli altri uomini, ogni persona umana possiede se stessa, possiede la propria vita, i suoi diversi beni, per diritto; la qual cosa esige da tutti, nei suoi riguardi, una stretta giustizia.
9. Tuttavia, la vita temporale condotta in questo mondo non s’identifica con la persona; questa possiede in proprio un livello di vita più profondo, che non può finire. La vita corporea è un bene fondamentale, condizione quaggiù di tutti gli altri; ma ci sono valori più alti, per i quali potrà essere legittimo o anche necessario esporsi al pericolo di perderla. In una società di persone, il bene comune è per ciascuna un fine che essa deve servire, al quale essa dovrà subordinare il suo interesse particolare. Ma esso non è il suo fine ultimo e, da questo punto di vista, è la società che è al servizio della persona, perché questa non raggiungerà il suo destino che in Dio. Essa non può essere definitivamente subordinata che a Dio. Non si potrà mai pertanto trattare un uomo come un semplice mezzo, di cui si possa disporre per ottenere un fine più alto.
10. Sui diritti e sui doveri reciproci della persona e della società, spetta alla morale illuminare le coscienze, al diritto di precisare e di organizzare le prestazioni. Ora c’è precisamente un complesso di diritti, che non spetta alla società di accordare, perché essi le sono anteriori, ma che essa ha il dovere di tutelare e di far valere: tali sono la maggior parte di quelli che oggi si chiamano i «diritti dell’uomo», e che la nostra epoca si gloria di aver formulato.
11. Il primo diritto di una persona umana è la sua vita. Essa ha altri beni, ed alcuni sono più preziosi, ma quello è fondamentale, condizione di tutti gli altri. Perciò esso deve essere protetto più di ogni altro. Non spetta alla società, non spetta alla pubblica autorità, qualunque ne sia la forma, riconoscere questo diritto ad alcuni e non ad altri: ogni discriminazione è iniqua, sia che si fondi sulla razza o sul sesso, sia sul colore o sulla religione. Non è il riconoscimento da parte degli altri che costituisce questo diritto; esso esige di essere riconosciuto ed è strettamente ingiusto il rifiutarlo.
12. Una discriminazione fondata sui diversi periodi della vita non è giustificata più di qualsiasi altra. Il diritto alla vita resta intatto in un vegliardo, anche molto debilitato; un malato incurabile non l’ha perduto. Non è meno legittimo nel piccolo appena nato che nell’uomo maturo. In realtà, il rispetto alla vita umana si impone fin da quando ha inizio il processo della generazione. Dal momento in cui l’ovulo è fecondato, si inaugura una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora.
13. A questa evidenza di sempre (perfettamente indipendente dai dibattiti circa il momento dell’animazione) (19), la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: un uomo, quest’uomo individuo con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l’avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire. Il meno che si possa dire è che la scienza odierna, nel suo stato più evoluto, non dà alcun appoggio sostanziale ai difensori dell’aborto. Del resto, non spetta alle scienze biologiche dare un giudizio decisivo su questioni propriamente filosofiche e morali, come quella del momento in cui si costituisce la persona umana e quella della legittimità dell’aborto. Ora, dal punto di vista morale, questo è certo: anche se ci fosse un dubbio concernente il fatto che il frutto del concepimento sia già una persona umana, è oggettivamente un grave peccato osare di assumere il rischio di un omicidio. «È già un uomo colui che lo sarà» (20).
IV. Risposta ad alcune obiezioni
14. La legge divina e la ragione naturale escludono, dunque, qualsiasi diritto di uccidere direttamente un uomo innocente. Tuttavia, se le ragioni addotte per giustificare l’aborto fossero sempre manifestamente cattive e prive di valore, il problema non sarebbe così drammatico: la sua gravità deriva dal fatto che in certi casi, forse abbastanza numerosi, rifiutando l’aborto si reca pregiudizio a beni importanti, che è normale voler salvaguardare e che possono anche apparire, talora, prioritari. Non possiamo misconoscere queste gravissime difficoltà: può essere ad es. una grave questione di salute, talvolta di vita o di morte, per la madre; può essere l’aggravio che rappresenta un figlio in più, soprattutto se ci sono buone ragioni per temere che egli sarà anormale o rimarrà minorato; può essere il rilievo che, in diversi ambienti, hanno o assumono le questioni di onore e di disonore, di declassamento sociale, ecc.; si deve senz’altro affermare che mai alcuna di queste ragioni può conferire oggettivamente il diritto di disporre della vita altrui anche se in fase iniziale; e, per quanto concerne l’infelicità futura del bambino, nessuno, neppure il padre o la madre, può sostituirsi a lui, neanche se è ancora allo stato embrionale, per preferire a suo nome la morte alla vita. Egli stesso, raggiunta l’età matura, non avrà mai il diritto di scegliere il suicidio; tanto meno, dunque, finché non ha l’età per decidere da solo, potranno essere i suoi genitori a scegliere la ‘morte per lui. La vita, infatti, è un bene troppo fondamentale perché possa essere posta a confronto con certi inconvenienti, benché gravissimi (21).
15. Nella misura in cui il movimento di emancipazione della donna tende essenzialmente a liberarla da tutto ciò che rappresenta un’ingiusta discriminazione, esso è perfettamente legittimo (22). Nelle diverse forme di civiltà, vi è certo molto da fare a questo riguardo; ma non si può cambiare la natura, né sottrarre la donna, come neanche l’uomo, a ciò che la natura ad essi richiede. Del resto, ogni libertà pubblicamente riconosciuta ha sempre come limiti i diritti certi degli altri.
16. Altrettanto bisogna dire circa la rivendicazione della libertà sessuale. Se con questa espressione si intendesse la padronanza, progressivamente acquisita, della ragione e del vero amore sugli impulsi dell’istinto, senza svalutare il piacere, ma mantenendolo al suo giusto posto – e la padronanza, ‘in questo campo, è la sola autentica libertà – non ci sarebbe nulla da eccepire: una tale libertà, infatti, si guarderà sempre dall’attentare alla giustizia. Ma se, al contrario, si intende affermare che l’uomo e la donna sono «liberi» di ricercare il piacere sessuale a sazietà, senza tener conto di nessuna legge né dell’ordinazione essenziale della vita sessuale ai suoi frutti di fecondità (23), siffatta opinione non ha nulla di cristiano, ed è anche indegna dell’uomo. In ogni caso, essa non conferisce alcun diritto a disporre della vita altrui, fosse anche allo stato embrionale, e a sopprimerla col pretesto che essa arreca fastidio.
17. I progressi della scienza aprono ed apriranno sempre più alla tecnica la possibilità di compiere interventri ingegnosi, le cui conseguenze possono essere assai gravi, in bene come in male. Si tratta di conquiste, di per sé mirabili, dello spirito umano. Ma la tecnica non può sfuggire al giudizio della morale, perché essa è fatta per l’uomo e ne deve rispettare le finalità. Come non si ha il diritto di utilizzare indiscriminatamente, cioè a qualunque fine, l’energia nucleare, così non si è autorizzati a manipolare in un qualunque senso la vita umana: ogni uso della tecnica non può avvenire che a servizio dell’uomo, per assicurar meglio l’esercizio delle sue capacità normali, per prevenire o guarire le malattie, per concorrere al suo migliore sviluppo. È vero, sì, che il progresso della tecnica rende sempre più facile l’aborto precoce, ma non per questo ne risulta modificata la valutazione morale.
18. Sappiamo bene quanto può esser grave per certe famiglie e per certi Paesi il problema della regolazione delle nascite: è per questo che il recente Concilio e, successivamente, l’Enciclica Humanae Vitae, del 25 luglio 1968, hanno parlato di «paternità responsabile» (24). Ciò che si deve ripetere con forza – come l’hanno richiamato la Costituzione conciliare Gaudium et Spes, l’Enciclica Populorum Progressio ed altri documenti pontifici – è che mai, per nessun pretesto, può essere utilizzato l’aborto, né da parte della famiglia, né da parte dell’autorità politica, come un mezzo legittimo per la regolazione delle nascite (25). L’offesa dei valori morali costituisce sempre, per il bene comune, un male più grande di qualsiasi altro inconveniente di ordine economico e demografico.
V. La morale e il diritto
19. La discussione morale si accompagna, un po’ dappertutto, a gravi dibattiti giuridici. Non vi è alcun Paese la cui legislazione non proibisca e non punisca l’omicidio; molti di essi, inoltre, hanno determinato questa proibizione e queste pene per il caso specifico dell’aborto procurato. Ai nostri giorni, un vasto movimento di opinione reclama una liberalizzazione di quest’ultima proibizione, ed esiste già una tendenza abbastanza diffusa a voler restringere il più possibile ogni legislazione repressiva, soprattutto quando sembra che essa interferisca nel settore della vita privata. Si riprende, inoltre, l’argomento del pluralismo: se molti cittadini e, in particolare, i membri della Chiesa cattolica, condannano l’aborto, molti altri lo ritengono lecito, almeno dal punto di vista del minor male: perché allora imporre a questi di seguire un’opinione che non condividono, soprattutto in un Paese in cui fossero la maggioranza? D’altronde, dove esistono ancora le leggi che condannano l’aborto, esse si rivelano difficili da applicare: il delitto è divenuto troppo frequente perché si possa sempre punire, ed i pubblici poteri trovano spesso più prudente chiudere gli occhi. Senonché, mantenere una legge che non si applica non si risolve mai senza danno per l’autorità di tutte le altre leggi. Bisogna aggiungere che l’aborto clandestino espone le donne che vi ricorrono ai più gravi pericoli non solo per la loro fecondità futura, ma anche, spesso, per la loro stessa vita. Pur continuando a considerare l’aborto come un male, il legislatore non può forse proporsi di limitarne i danni?
20. Queste ragioni, ed altre ancora che si adducono da diversi punti di vista, non sono, però, valide per la legalizzazione dell’aborto. È vero che la legge civile non può abbracciare tutto l’ambito della morale, o punire tutte le malefatte: nessuno pretende questo da essa. Spesso essa deve tollerare ciò che, in definitiva, è un male minore, per evitarne uno più grande. Bisogna, tuttavia, far bene attenzione a ciò che può comportare un cambiamento di legislazione : molti prenderanno per un’autorizzazione quel che, forse, altro non è che una rinuncia a punire. E, nel caso presente, tale rinuncia sembra comportare che il legislatore non consideri più l’aborto come un crimine contro la vita umana, poiché l’omicidio resta sempre gravemente punito. È vero che la legge non ha il compito di scegliere tra le diverse opinioni, o di imporne una a preferenza di un’altra. Ma la vita del bambino prevale su qualsiasi opinione, e non si può invocare la libertà di pensiero per togliergliela.
21. La funzione della legge non è di registrare passivamente quel che si fa, ma di aiutare a far meglio. È, in ogni caso, missione dello Stato quella di tutelare i diritti di ciascun cittadino, e di proteggere i più deboli: gli occorrerà per questo riparare molti torti. La legge non è obbligata a punire tutto, ma non può andare contro una legge più profonda e più augusta di ogni legge umana: la legge naturale, la quale è inscritta dal Creatore nel cuore dell’uomo come norma che la ragione discopre e si adopera a ben formulare, che bisogna costantemente sforzarsi a meglio comprendere, ma che è sempre male contraddire. La legge umana può rinunciare a punire, ma non può rendere onesto quel che sarebbe contrario al diritto naturale, perché tale opposizione basta a far sì che una legge non sia più legge.
22. Dev’essere, in ogni caso, ben chiaro che, qualunque cosa a questo riguardo venga stabilita dalla legge civile, l’uomo non può mai ubbidire ad una legge intrinsecamente immorale, e questo è il caso di una legge che ammettesse, in linea di principio, la liceità dell’aborto. Egli non può né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del suo voto. Non potrà neppure collaborare alla sua applicazione. Non si può ammettere, per esempio, che medici ed infermieri vengano obbligati a concorrere, in modo prossimo, ad un aborto e a dover scegliere tra la legge di Dio e la loro posizione professionale.
23. Spetta, invece, alla legge il dovere di promuovere una riforma della società e delle condizioni di vita in tutti gli ambienti – a cominciare da quelli meno favoriti – affinché sia resa possibile, sempre e dappertutto, ad ogni bambino che viene in questo mondo un’accoglienza degna dell’uomo. Sussidi alle famiglie ed alle madri nubili, aiuti destinati ai bambini, statuto per i figli naturali e conveniente regolazione dell’adozione: è tutta una politica positiva, questa, da promuovere, perché si abbia sempre un’alternativa concretamente possibile ed onorevole all’aborto.
VI. Conclusione
24. Seguire la propria coscienza nell’obbedienza alla legge di Dio non è sempre una via facile. Ciò può comportare sacrifici ed aggravi, di cui non è lecito disconoscere il peso, talvolta, ci vuole eroismo per restare fedeli a tali esigenze. Tuttavia, è necessario proclamare chiaramente che la via dell’autentica espansione della persona umana passa per questa costante fedeltà alla coscienza mantenuta nella rettitudine e nella verità, e inoltre esortare tutti coloro che ne hanno i mezzi, ad alleviare i pesi che schiacciano ancora tanti uomini e donne, tante famiglie e bambini, posti come sono dinanzi a situazioni umanamente insolubili.
25. La valutazione di un cristiano non può limitarsi all’orizzonte della sola vita terrena: egli sa che, in seno alla vita presente, se ne prepara un’altra, la cui importanza è tale che alla sua luce bisogna esprimere i propri giudizi (26). Da questo punto di vista, non esiste quaggiù un male assoluto, fosse pure l’orribile sofferenza di allevare un bambino minorato. È questo il rovesciamento di valori annunciato dal Signore: «Beati coloro che piangono, perché saranno consolati» (Matth. 5, 5). Sarebbe un volger le spalle al Vangelo, se si misurasse la felicità con l’assenza delle sofferenze e delle miserie in questo mondo.
26. Ciò non significa che si possa restare indifferenti a questi dolori e miserie. Ogni uomo di cuore e certamente ogni cristiano, deve esser pronto a fare il possibile, per portarvi rimedio: è questa la legge della carità, la cui prima preoccupazione deve esser sempre quella di instaurare la giustizia. Non si può mai approvare l’aborto, ma è necessario, anzitutto, combatterne le cause. Tutto ciò include un’azione politica e questa sarà, in particolare, ciò che compete alla legge. Ma bisogna, nel medesimo tempo, incidere sui costumi, bisogna impegnarsi attivamente per tutto quanto può aiutare le famiglie, le madri e i bambini. Progressi notevoli son già stati compiuti dai medici a servizio della vita; c’è da sperarne maggiori ancora, essendo questa la specifica missione del medico cioè non di sopprimere la vita, ma di conservarla e di favorirla nella maniera migliore. È del pari auspicabile che si sviluppino, attraverso istituzioni adeguate o – in loro mancanza – grazie allo slancio della generosità e della carità cristiana, tutte le forme di assistenza.
27. Non si agirà efficacemente sul piano dei costumi, se non si lotta egualmente sul piano delle idee. Non si può lasciare diffondersi, senza contraddirla, quella maniera di pensare o ancor più quell’orientamento degli animi, per cui si considera la fecondità una disgrazia! È vero che non tutte le forme di civiltà sono egualmente favorevoli alle famiglie numerose, e che queste trovano più gravi ostacoli nella civiltà di tipo industriale ed urbano. Per questo, la Chiesa in questi ultimi tempi ha insistito sull’idea della paternità responsabile, come esercizio di vera prudenza, umana e cristiana. Una tale prudenza non sarebbe autentica, se non includesse la generosità: essa deve mantenersi cosciente della grandezza di un compito, qual è la collaborazione col Creatore nella trasmissione della vita, la quale arricchisce di nuovi membri la comunità umana, e dona nuovi figli alla Chiesa. Preoccupazione fondamentale della Chiesa di Cristo è di proteggere e di favorire la vita. Indubbiamente, essa pensa innanzitutto alla vita che Cristo è venuto a portare sulla terra: «Io sono venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza» (Io. 10, 10). Ma la vita, a tutti i suoi livelli, viene da Dio, e la vita corporea rappresenta per l’uomo l’indispensabile inizio. In questa vita sulla terra il peccato ha introdotto, moltiplicato ed aggravato la sofferenza e la morte; ma Gesù Cristo, prendendo su di sé tali pesi, li ha trasformati. Per coloro che credono in lui, la sofferenza e la stessa morte diventano strumenti di resurrezione. Perciò San Paolo ha potuto affermare: «Ritengo che le sofferenze del tempo presente non possano essere paragonate con la futura gloria, che si rivelerà a noi» (Rom. 8, 18). E volendo fare un paragone, si potrà aggiungere con lui: «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (2 Cor. 4, 17).
Sua Santità Paolo VI, nel corso dell’udienza concessa al sottoscritto Segretario della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, il 28 giugno 1974, ha ratificato e confermato questa Dichiarazione sull’aborto procurato, ed ha ordinato che sia pubblicata.
Dato a Roma, dalla sede della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, il 18 novembre 1974, nella Dedicazione delle Basiliche dei SS. Pietro e Paolo, apostoli.
FRANCESCO Card. SEPER,
Prefetto
GIROLAMO HAMER,
Arcivescovo tit. di Lorium, Segretario
(1) Si troverà un certo numero di documenti episcopali in G. CAPRILE , Non uccidere. Il Magistero della Chiesa sull’aborto. Parte II, pp. 47-300, Roma 1973
(2) Regimini Ecclesiae universae, III, 1, 29. Cfr. Ibid. 31, AAS 59, 1967, 897: «Ad essa competono tutte le questioni che riguardano la dottrina della fede e dei costumi, o che con la stessa fede sono connesse»
(3) Lumen Gentium, 12: AAS 57, 1965, 16-17. La presente Dichiarazione non considera tutte le questioni che possono porsi nei riguardi dell’aborto: spetta ai teologi esaminarle e discuterne. Essa richiama soltanto alcuni principii fondamentali che debbono essere per questi stessi teologi una luce e una regola, e per tutti i cristiani la conferma di certezze fondamentali della dottrina cattolica.
(4) Lumen Gentium, 25: AAS 57, 1965, 29-31
(5) Gli autori sacri non fanno considerazioni filosofiche sull’animazione, ma parlano del periodo della vita, che precede la nascita, come oggetto dell’attenzione di Dio. Egli crea e forma l’essere umano, quasi plasmandolo con la sua mano. Sembra che questo tema abbia la sua prima espressione in Ier. 1, 5. Lo si ritroverà in molti altri testi. Cfr. Is. 49, 13; 46, 3; Iob. 10, 8-12; Ps. 22, 10; 71, 6; 139, 13. Nel Vangelo leggiamo in S. Luca 1, 44: «Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo».
(6) Didachè Apostolorum, V, 2: ed. FUNK, Patres Apostolici, I, 17; La Lettera di Barnaba, XIX, 5, utilizza le medesime espressioni (FUNK, o. c., I, 91-93)
(7) ATENAGORA, Apologia per i cristiani, 35 (PG 6, 970: Sources Chrétiennes [ = S.C.] 3, p. 166-167). Ci si riferisce anche alla Lettera a Diognete, V, 6 (FUNK, o. c., I, 399: S.C. 33, 63) che dice dei cristiani: «Essi procreano figli, ma non eliminano i feti».
(8) TERTULLIANO, Apologeticum, IX, 8 (PL I, 371-372: Corp. Christ. I, p. 103, 1. 31-36)
(9) Canone 21 (MANSI, 14, 909). Cfr. il Concilio di Elvira, canone 63 (MANSI, 2, 16) e di Ancira, canone 21 (ibid., 519). Si veda anche il decreto di Gregorio III riguardante la penitenza da imporre a coloro che si rendono colpevoli di tale crimine (MANSI, 12, 292, c. 17)
(10) GRAZIANO, Concordia discordantium canonum, c. 2, q. 5, c. 20. Durante il medio evo, si ricorre spesso all’autorità di S. Agostino, il quale scrive a tale proposito nel De nuptiis et concupiscentiis, c. 15: «Talvolta questa crudeltà libidinosa o questa libidine crudele giungono a procurarsi delle pozioni che rendono sterili. Se il risultato non viene raggiunto, la madre estingue la vita ed espelle il feto che era nelle sue viscere, di modo che il bimbo muore prima d’esser vissuto o, se il bimbo viveva già nel seno materno, viene ucciso prima di nascere» (PL 44, 423-424: CSEL 42, 230. Cfr. GRAZIANO, o. c., c. 32, q. 2, c. 7).
(11) S. TH. In IV Sententiarum, dist. 31, esposizione del testo
(12) Constitutio Effraenatam del 1588 (Bullarium Romanum, V, 1, pp. 25-27; Fontes Iuris Canonici, I, n. 165, pp. 308-311)
(13) DENZ-SCHÖN. 2134 (1184). Cfr. anche la Costituzione Apostolicae Sedis di Pio IX (Acta Pii IX V, 55-72; ASS 5, 1869, 287-312; Fontes Iuris Canonici, III, n. 552, pp. 24-31)
(14) Casti connubii: AAS 22, 1930, 562-565; DENZ.-SCHÖN. 3719-21 (2242- 2244)
(15) Le dichiarazioni di Pio XII sono esplicite, precise e numerose; da sole richiederebbero uno studio completo. Citiamo soltanto, perché formula il principio in tutta la sua universalità, il Discorso all’Unione Italiana Medico-Biologica «San Luca», del 12 novembre 1944: «Finché un uomo non è colpevole, la sua vita è intangibile, ed è quindi illecito ogni atto tendente direttamente a distruggerla, sia che tale distruzione venga intesa come fine o soltanto come mezzo al fine, sia che si tratti di vita embrionale o nel suo pieno sviluppo ovvero giunta ormai al suo termine» (Discorsi e radiomessaggi, VI, p. 191)
(16) Mater et Magistra: AAS 53, 1961, 447
(17) Gaudium et Spes, II, c. 1, n. 51. Cfr. n. 27 (AAS 58, 1966, 1072; cfr. 1047)
(18) Alloc. Salutiamo con paterna effusione, del 9 dicembre 1972, AAS 64, 1972, 777. Tra le testimonianze di questa dottrina immutabile si ricorda la Dichiarazione del Santo Uffizio, che condanna l’aborto diretto (ASS 17, 1884, 555.556; 22, 1888 1890, 748; DENZ-SCHÖN. 3258 [1890])
(19) Questa Dichiarazione lascia espressamente da parte la questione circa il momento della infusione dell’anima spirituale. Non c’è su tale punto tradizione unanime e gli autori sono ancora divisi. Per alcuni, essa ha inizio fin dal primo istante; per altri, essa non può precedere almeno l’annidamento. Non spetta alla scienza di prendere posizione, perché l’esistenza di un’anima immortale non appartiene al suo campo. È una discussione filosofica, da cui questa affermazione morale rimane indipendente per due ragioni: 1. pur supponendo una animazione tardiva, esiste già nel feto una incipiente vita umana (biologicamente costatabile) che prepara e richiede quest’anima, nella quale si completa la natura ricevuta dai genitori; 2. basta che questa presenza dell’anima sia probabile (e non si proverà mai il contrario) perché togliergli la vita significhi mettersi nel pericolo di uccidere un uomo, non soltanto in attesa, ma già provvisto della sua anima.
(20) TERTULLIANO, citato nella nota 8
(21) Il Card. G. Villot, Segretario di Stato, scriveva il 10 ottobre 1973, al Card. Döpfner, circa la protezione della vita umana: «(La Chiesa) però non può riconoscere come leciti, al fine di superare tali difficili situazioni, né i mezzi contraccettivi né, ancora di meno, l’aborto» (L’Osservatore Romano, ed. tedesca, 26 ottobre 1973, p. 3)
(22) Pacem in terris, AAS 55, 1963, 267; Gaudium et Spes, 29, AAS 58, 1966, 1048.49; PAOLO VI, Alloc. Salutiamo: AAS 64, 1972, 779
(23) Gaudium et Spes, II, c. 1, 48: AAS 58, 1966, 1068: «Per sua indole naturale, l’istituto stesso del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in questo trovano il loro coronamento». Ibidem, 50, l. c., 1070: «Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole».
(24) Gaudium et Spes, 50 e 51: AAS 58, 1966, 1070-1073; PAOLO VI, Humanae Vitae, 10: AAS 60, 1968, 487. La paternità responsabile suppone l’uso dei soli mezzi leciti del controllo delle nascite. Cfr. Humanae Vitae, 14 (ibid., 490)
(25) Gaudium et Spes, 87: AAS 58, 1966, 1110-111. PAOLO VI, Populorum progressio, 37: AAS 59, 1967, 275-276. Alloc. alle Nazioni Unite: AAS 57, 1965, 883; GIOVANNI XXIII, Mater et Magistra: AAS 53, 1961, 445-448
(26) Cfr. Lettera del Cardinale Villot – 24 maggio 1974 – al Congresso internazionale dei medici cattolici in Barcellona.
