La profezia di San Pio X: Quando Roma mise in guardia Roma

Con la lettera apostolica Notre Charge Apostolique San Pio X condannò, cinquant’anni prima, il cosiddetto “spirito del Vaticano II” ossia, tutte quelle che oggi ben comprendiamo essere “scelte” (spesso pastorali) distruttive…

«Con grande fiducia e con profondo spirito di fraternità mi rivolgo a voi … perché teniate sempre viva la memoria e l’esempio di San Pio X nella vostra missione per realizzare il suo programma di apostolato: è programma valido per ogni presbitero che vive con responsabilità i segni dei suoi tempi.» (Giovanni Paolo II – Treviso 16.6.1985)

Nel giorno della solennità liturgica di San Pio X, compatrono del nostro sito insieme a San Pio V e a San Tommaso d’Aquino, vale la pena tornare a uno dei documenti più incisivi del suo pontificato: la Lettera apostolica Notre Charge Apostolique, indirizzata all’episcopato francese il 25 agosto 1910 contro gli errori del movimento del Sillon.

Lo abbiamo definito un testo profetico. Rileggendone oggi alcuni passaggi, l’espressione appare tutt’altro che enfatica. La definiamo “profetica”, questa Lettera, perché anticipò e descrisse con lucidità il “modernismo sociale”, ovvero i rischi del livellamento egualitario, della democrazia svincolata dai princìpi cristiani e del secolarismo progressista che avrebbero segnato profondamente la politica e la stessa Chiesa nei decenni successivi.

Ad approfondire il valore di questo Magistero fu persino san Giovanni Paolo II il quale, in visita nella terra natia del Santo Pio X, definiva quanto segue: “A san Pio X spetta infatti il merito di avere denunciato le «pieghe subdole del sistema teologico del modernismo» … «Ha avuto il coraggio di annunciare il Vangelo di Dio in mezzo a molte lotte... operando con coraggio, talvolta nell’incomprensione e nel pianto, ma con decisa volontà di salvare la Chiesa dal rischio di dottrine alienanti per l’integrità del Vangelo (…) Egli lavorò con grande sincerità, per mettere in luce le pieghe subdole del sistema teologico del modernismo, con grande coraggio, mosso nel suo impegno solo dal desiderio di verità, affinché la rivelazione non venisse sfigurata nel suo contenuto essenziale. Questo grande disegno costrinse Pio X a un continuo lavoro interiore per non cercare “di piacere agli uomini”. Sappiamo bene quante avversità egli dovette soffrire proprio per l’impopolarità a cui si sottopose con le sue scelte. Egli volle essere gradito “a Dio, che prova i nostri cuori”, come discepolo fedele del maestro Gesù. “L’ufficio divinamente affidatoci – egli diceva – di pascere il gregge del Signore . . . comporta anche quello di custodire con ogni vigilanza il deposito della fede trasmesso ai santi, ripudiando le profane novità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome” (cf. Pio X, Pascendi: “Pii X Pont. Max. Acta”, vol. IV, p. 47). (…) Con grande fiducia e con profondo spirito di fraternità mi rivolgo a voi, cari sacerdoti della Chiesa di Treviso, perché teniate sempre viva la memoria e l’esempio di San Pio X nella vostra missione per realizzare il suo programma di apostolato: è programma valido per ogni presbitero che vive con responsabilità i segni dei suoi tempi.» (Giovanni Paolo II, «Omelia nella Solenne concelebrazione liturgica a Treviso», del 16-6-1985, disponibile sul sito Internet della Santa Sede)

San Pio X, naturalmente, non poteva condannare un Concilio che si sarebbe aperto soltanto cinquantadue anni più tardi. In Notre Charge Apostolique, però, ricorrono idee, parole d’ordine e metodi che ricordano da vicino quelli poi raccolti, soprattutto dopo il 1965, sotto la formula ambigua dello “spirito del Vaticano II” o, per intenderci più ampiamente, una denuncia contro il modo di pensare anche dei “cattolici adulti“.

Il richiamo a ciò che unisce più che a ciò che divide; la collaborazione al di là delle differenze religiose; una fraternità universale; la dignità dell’uomo posta al centro; il lavoro per l’umanità; il cristianesimo presentato soprattutto come fermento di progresso sociale; il sogno di una civiltà nella quale uomini di religioni diverse cooperino sulla base di valori comuni: è un lessico che suona sorprendentemente familiare.

Eppure la data è 1910.

Il problema del Sillon

Il Sillon, fondato da Marc Sangnier, era nato nel cattolicesimo francese e, almeno all’inizio, aveva suscitato speranze anche in una parte dell’episcopato. Lo stesso San Pio X riconosceva nei suoi aderenti entusiasmo, generosità, attenzione ai poveri e un sincero desiderio di migliorare la condizione delle classi lavoratrici.

La questione, dunque, non era l’impegno sociale in quanto tale. Il punto critico stava nel principio scelto per ricostruire la società.

Con il tempo il Sillon aveva cambiato il proprio centro di gravità: dalla restaurazione cristiana della società alla ricerca di una nuova fraternità democratica; dalla confessione esplicita della verità cattolica alla collaborazione interconfessionale; dall’ordine sociale cristiano a un ideale umanitario nel quale potessero riconoscersi credenti e non credenti.

San Pio X colse dietro parole attraenti – dignità, libertà, fraternità, solidarietà, progresso – uno spostamento ben più profondo. Non si puntava più anzitutto a cristianizzare la società, ma a costruire uno spazio comune nel quale i cristiani collaborassero con tutti sulla base di ciò che tutti potevano condividere. È questo passaggio che rende Notre Charge Apostolique ancora così attuale.

«Dimentichino ciò che li divide»

Uno dei passaggi più notevoli riguarda il progetto di riunire persone appartenenti a religioni diverse.

San Pio X descrive l’ambizione di instaurare un «regno della giustizia e dell’amore» grazie alla collaborazione di uomini provenienti da ogni parte, «di tutte le religioni oppure senza religione», purché mettano da parte le rispettive convinzioni religiose e filosofiche, dimenticando ciò che li divide e raccogliendo invece ciò che li unisce.

La formula sembra scritta per il nostro tempo. Proprio per questo merita di essere letta con attenzione: per San Pio X il problema nasce quando, per ottenere l’unità, si mette tra parentesi la Verità. In quel caso non si raggiunge una forma più alta di carità cristiana; si costruisce piuttosto una fraternità resa indipendente dalla fede.

La Chiesa non ha ricevuto da Cristo il compito di cercare il minimo comune denominatore religioso dell’umanità. Il mandato evangelico è un altro: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19).

Perciò l’unità cristiana non nasce sottraendo qualcosa alla verità, ma conducendo alla conoscenza ed alla conversione alla Verità.

La fraternità senza Cristo

Anche la parola fraternità, oggi usata in ogni contesto, viene affrontata da San Pio X con una distinzione molto netta.

Il Pontefice non mette affatto in discussione il dovere di amarci gli uni gli altri. Contesta, invece, la pretesa di fondare una fraternità universale sulla sola appartenenza alla comune umanità, come se Dio, la verità e la fede potessero restare sullo sfondo.

Nella prospettiva cristiana la fraternità nasce dalla carità e non si ferma al sollievo delle sofferenze temporali: tende alla comunione nella fede e alla beatitudine eterna. Da qui l’affermazione che non esiste vera fraternità separata dalla carità cristiana, il cui principio è l’amore di Dio e di Gesù Cristo.

L’uomo, insomma, non è mio fratello soltanto perché condividiamo la stessa natura o abitiamo lo stesso pianeta. È mio fratello perché viene da Dio ed è chiamato a Dio. Prima di essere orizzontale, la fraternità cristiana ha una radice verticale; tolto il Padre, anche il significato della fraternità finisce inevitabilmente per cambiare.

«Non si lavora per la Chiesa, si lavora per l’umanità»

C’è poi una frase che, riletta oggi, colpisce in modo particolare.

San Pio X osserva dove possa condurre una collaborazione cosmopolita tra credenti di religioni differenti e uomini senza religione: verso una realtà che non sia più propriamente cattolica, protestante o ebraica, ma più genericamente universale, capace di raccogliere tutti in una fraternità comune. A questo punto riporta la formula del Sillon:

«Non si lavora per la Chiesa: si lavora per l’umanità».

Centosedici anni dopo, la frase conserva una singolare forza provocatoria, perché potrebbe facilmente essere scambiata per il programma di una certa sensibilità cattolica contemporanea: l’attenzione si sposta dalla Chiesa all’umanità, dalla conversione alla collaborazione, dalla salvezza delle anime al miglioramento della condizione umana, dal Regno di Cristo a un mondo più fraterno, inclusivo, sostenibile e pacifico.

Naturalmente il cristiano deve desiderare la pace, soccorrere il povero, difendere il debole e lavorare per una società più giusta. Sarebbe scorretto attribuire a San Pio X il contrario: Notre Charge Apostolique riconosce apertamente quanto vi fosse di generoso nell’originario impegno sociale del Sillon.

La domanda decisiva riguarda piuttosto il fine: tutto questo verso che cosa conduce? La missione della Chiesa si esaurisce nell’uomo, oppure conduce l’uomo a Dio?

La dignità umana: vera o assolutizzata?

Un altro tema che rende il testo sorprendentemente vicino al nostro linguaggio è quello della dignità umana.

San Pio X riconosce al Sillon una «nobile preoccupazione per la dignità umana». Non sta quindi condannando la dignità dell’uomo; prende di mira una sua interpretazione precisa, quella che finisce per identificarla con l’autonomia dell’individuo, quasi che l’uomo fosse tanto più grande quanto più si emancipa da un ordine ricevuto dall’alto.

Per il pensiero cattolico tradizionale la dignità non consiste nell’indipendenza da Dio. Al contrario, l’uomo è grande perché è creatura di Dio, fatto a Sua immagine, redento dal Sangue di Cristo e chiamato alla visione beatifica. La sua dignità è altissima proprio perché egli non appartiene interamente a se stesso.

Quando invece la parola “dignità” viene separata dalla verità sulla natura umana, dalla legge divina, dal peccato e dal fine soprannaturale dell’uomo, può diventare un principio assoluto con cui giustificare qualsiasi rivendicazione di autonomia individuale. È questo il rischio che San Pio X aveva già riconosciuto.

Non basta costruire una civiltà «per ogni uomo»

Un’altra pagina particolarmente forte è quella dedicata alla civiltà cristiana. Il Sillon immaginava una città nuova; San Pio X risponde con parole che, oggi, suonerebbero scomode perfino in molti ambienti ecclesiastici:

«La civiltà non è più da inventare, né la città nuova da costruire sulle nuvole. Essa è esistita, essa esiste; è la civiltà cristiana, è la civiltà cattolica».

Qui emerge la prospettiva dell’instaurazione cristiana dell’ordine temporale. Non significa idealizzare il passato o fingere che ogni sua istituzione sia stata perfetta: una civiltà cristiana ha sempre bisogno di purificazione, correzione e restaurazione.

Resta però un principio che, in questa visione, non può essere sostituito: Gesù Cristo è Re non soltanto delle coscienze individuali, ma anche della società. Di conseguenza, non basta edificare una civiltà semplicemente “umana”.

La Chiesa non è stata fondata per offrire al mondo una versione religiosa dell’umanesimo, ma per annunciare Gesù Cristo, amministrare i Sacramenti, condurre le anime alla salvezza e ordinare, per quanto rientra nella sua missione, anche le realtà temporali al loro ultimo fine.

«Instaurare omnia in Christo»

La risposta di San Pio X al progetto di una nuova civiltà si raccoglie nel motto stesso del suo pontificato: Instaurare omnia in Christo.

Ricondurre tutte le cose a Cristo: non soltanto la preghiera personale, la sacrestia o la domenica, ma la famiglia, l’educazione, la cultura, il lavoro, la politica, le leggi, la società e le nazioni.

La regalità di Cristo, in questa prospettiva, non può essere confinata nell’interiorità del credente. È anche qui che la dottrina sociale tradizionale della Chiesa si distingue dall’idea di un cattolicesimo ridotto a semplice forza ispiratrice dentro una società religiosamente neutrale.

San Pio X non domanda ai cattolici di limitarsi a dare il proprio contributo a un generico “mondo migliore”. Chiede di lavorare alla rigenerazione cristiana e cattolica del popolo.

Cristo non è il simbolo religioso dell’umanitarismo

Verso la conclusione di Notre Charge Apostolique, il Pontefice affronta un’altra deformazione: presentare Nostro Signore quasi soltanto attraverso la dolcezza, la compassione verso i sofferenti e l’amore fraterno, lasciando invece in ombra la Sua divinità, il giudizio, il peccato, la Croce e la necessità della conversione.

San Pio X denuncia esplicitamente questa tendenza. Gesù Cristo non è venuto soltanto a ricordare agli uomini che devono volersi bene, né può essere ridotto a maestro di umanesimo o a garante religioso della fraternità universale. È il Verbo fatto carne, il Redentore, il Giudice dei vivi e dei morti.

Nei Vangeli la misericordia non cancella mai la verità: Cristo guarisce i malati e dice al peccatore di non peccare più; sfama le folle e comanda di cercare anzitutto il Regno di Dio; piange davanti alla tomba di Lazzaro e insegna l’esistenza dell’Inferno; proclama beati i misericordiosi e anche i perseguitati a causa della giustizia.

Ha amato il mondo fino alla Croce, ma non ha trasformato la salvezza eterna in un progetto di sola emancipazione terrena. San Pio X ricorda infatti che Cristo non promise alla società futura un paradiso terrestre senza sofferenza: indicò la via regale della Croce, orientando l’uomo dalla felicità possibile sulla terra alla felicità perfetta del Cielo.

Cinquant’anni prima

È per questo che Notre Charge Apostolique merita di essere riletta oggi.

Nel 1910, più di mezzo secolo prima della conclusione del Vaticano II, San Pio X aveva già individuato e condannato un paradigma religioso nel quale ricompaiono diversi elementi: una fraternità separata dalla comune confessione della Verità; la collaborazione interreligiosa fondata soprattutto su ciò che unisce; la dignità umana interpretata come autonomia; una civiltà universale non esplicitamente cattolica; l’apostolato assorbito nell’azione sociale; la tentazione di lavorare «per l’umanità» anziché per l’estensione del Regno di Cristo; la riduzione di Gesù a maestro di fraternità e compassione; infine, l’idea che il cristianesimo debba adattarsi a una nuova civiltà invece di chiamare la civiltà a convertirsi a Cristo.

È in questo senso che Notre Charge Apostolique può apparire quasi profetica. Il vocabolario cambia, le parole si aggiornano e i protagonisti passano; la tentazione, però, resta riconoscibile: conservare i frutti temporali del cristianesimo recidendoli dalla loro radice soprannaturale.

Ne derivano formule che dicono molto proprio per la loro brevità: fraternità senza Padre, dignità senza Creatore, carità senza Verità, pace senza Cristo, Regno di Dio senza conversione, cristianesimo senza Cristianità.

Il punto d’arrivo è una Chiesa che, invece di dire al mondo «convertiti e credi al Vangelo», finisce per chiedergli quali siano i valori sui quali è possibile collaborare.

Contro questa tentazione continua a risuonare il programma di San Pio X: Instaurare omnia in Christo. Non adattare Cristo a tutte le cose, ma restaurare tutte le cose in Cristo.

Una precisazione necessaria

Con l’espressione “spirito del Vaticano II” indichiamo qui la mentalità e la prassi postconciliare che hanno preteso di oltrepassare la lettera del Concilio. Non identifichiamo quindi queste tesi con i testi ufficiali del Vaticano II, che affermano anche l’unicità di Cristo, la missione evangelizzatrice della Chiesa, la necessità della fede e condannano il «falso irenismo». “Vaticano II” e “spirito del Vaticano II” non sono dunque espressioni sovrapponibili.


Per approfondire suggeriamo:

Approfondimento grafico

RICORDIAMO ANCHE un nostro Colloquium dell’ottobre 2021: La Notre charge apostolique. Quando San Pio X condannò in anticipo lo “spirito del Vaticano II”…

CONSIGLIAMO: San Pio X. Il papa che condannò il modernismo – https://www.amazon.it/San-Pio-papa-condann%C3%B2-modernismo/dp/8884747899
un libro appena uscito, ricchissimo di spunti, del professor Daniele Trabucco
🙂

Il prof. Julio Loredo spiega la lettera apostolica “Notre charge apostolique di San Pio X”, quasi una “condanna preventiva” dello “spirito del Vaticano II”.
Cristina Siccardi (autrice di una biografia completa su questo Sommo Pontefice, intitolata “San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa”, San Paolo, 2014), ci presenta il Papa che volle riformare la Chiesa e indicare al mondo che l’unica strada di salvezza era ricapitolare tutte le cose in Cristo (Instaurare omnia in Christo).

SCARICA QUI IN PDF un approfondimento su questa Lettera: Ascesa e caduta dei «cattolici adulti». A cento anni dalla lettera di san Pio X Notre charge apostolique – di Massimo Introvigne – dal CESNUR anno 2010

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