Verso Betlemme, giorno per giorno con Benedetto XVI /1^ parte

Dal 1° al 6 dicembre.

1° dicembre — Nel capitolo 13 della lettera che Paolo ha scritto ai cristiani di Roma, egli dice: «È tempo ormai per voi… la notte è ormai tutta trascorsa, il giorno è imminente. Perciò deponiamo le opere delle tenebre e rivestiamoci delle armi della luce. Comportiamoci con dignità come in pieno giorno, non in mezzo a gozzoviglie e a ubriachezze, non nella lussuria e nell’immoralità. Ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo…». Perciò l’Avvento significa destarsi, farsi attenti e vigilanti, svegliarsi dal sonno! Che cosa intende dire Paolo? Quello che egli intende per «notte» lo ha descritto molto chiaramente con i termini «gozzoviglie, ubriachezze, lussuria e contese». L’orgia notturna in tutte le sue forme è per lui espressione di ciò che sono la «notte» e il «sonno» dell’uomo. Essa diviene immagine del mondo pagano in quanto tale, che affoga nelle cose materiali, si ostina a permanere nelle tenebre dell’assenza del vero e, nonostante tutti i rumori e la frenesia che lo riempiono, «dorme», perché passa accanto, senza sfiorarlo, al nucleo autentico della vocazione umana. L’orgia notturna come immagine di un mondo fallito: non dobbiamo riconoscere con spavento in quello che Paolo descrive anche il nostro presente, che via via torna a farsi di nuovo pagano? «Svegliarsi dal sonno»: cioè svegliarsi dal conformismo rispetto al mondo, rispetto a quest’epoca, e, con il coraggio della virtù, con il coraggio della fede, scuotersi dal sogno che non ci fa vedere la nostra vocazione e le nostre migliori possibilità. Forse, gli inni di Avvento, che in queste settimane torneremo sempre a riascoltare, potrebbero diventare per noi come una sorta di segnale luminoso, che ci indica la via, ci fa alzare lo sguardo e ci permette di riconoscere che c’è una promessa più grande di quella del denaro, del potere e del piacere. Destarsi ed essere attenti a Dio e agli altri uomini: ecco quella particolare vigilanza che intende l’Avvento, quella vigilanza che scopre la luce e rischiara il mondo. (Bollettino diocesano, 29 novembre 1979, n. 35)

02-avvento-bxvi-parte-prima-2_547cda70275512 dicembre — Siamo in Avvento. E se riflettiamo su tutto quello che dobbiamo dire, come Giobbe parlando con Dio, sperimenteremo per la prima volta, con molta intensità ed urgenza, quanto sia attuale e profonda ancor oggi, anche per noi, la verità dell’Avvento. Io penso che, per prima cosa, dovremmo semplicemente accettare questa verità. L’Avvento è una realtà anche per la Chiesa. Dio non ha diviso la storia in una metà oscura e in un’altra radiosa. Non ha separato gli uomini, dividendo quelli che ha redenti da quelli che ha voluto dannati. C’è solo un’unica e indivisibile storia, che è come tale segnata dalla debolezza e dalla miseria dell’uomo e che, allo stesso modo, nella sua totalità è fatta oggetto dell’amore misericordioso di Dio, che continuamente abbraccia e sorregge questa medesima storia. Il nostro secolo ci costringe a imparare in un modo tutto nuovo la verità dell’Avvento: cioè la verità che già da sempre è stato «Avvento» ma che anche oggi lo è ancor sempre; che l’umanità intera è una sola al cospetto di Dio; che tutta umanità vive nelle tenebre, ma anche che l’umanità intera è stata illuminata dalla luce di Dio. Se le cose dunque stanno così, se cioè è sempre stato « Avvento » e sempre di nuovo lo è ancora, ciò significa anche che non esiste periodo della storia per il quale Dio non sarebbe, per così dire, che una «cosa del passato» che ci siamo ormai lasciati alle spalle e nella quale è già stato fatto tutto quello che c’era da fare. Ciò significa piuttosto che, per tutti noi, Dio è l’origine da cui proveniamo, ma è anche e sempre il futuro al quale andiamo incontro. (Vom Sinn des Christseins, p. 30)

3 dicembre — «Avvento»: che cosa significa propriamente? «Avvento» è un vocabolo latino, che in italiano possiamo rendere con «presenza», «venuta». Nel linguaggio dei tempi antichi era un termine per così dire tecnico con cui si indicava l’arrivo di una personalità di rilievo, e in particolar modo l’arrivo del re o dell’imperatore in una determinata provincia. Poteva però indicare anche la rivelazione della divinità, che esce dal suo nascondimento e attesta potentemente la sua presenza, o la cui incombenza sui destini umani era solennemente celebrata nel culto. I cristiani raccolsero questo vocabolo e lo fecero proprio, per esprimere la loro peculiare relazione a Gesù Cristo. Egli è per loro il Re che è venuto in questa miserabile provincia della terra e le fa dono della gioia della sua visita; egli è colui alla cui presenza nell’assemblea liturgica essi credono. In un senso del tutto generale, con questa parola i cristiani hanno voluto dire: Dio è presente. Egli non si è tolto dal mondo, e non ci ha abbandonato a noi stessi. Anche se noi non lo possiamo vedere e toccare come una cosa qualsiasi, egli tuttavia c’è, e ci viene incontro in molti modi. L’Avvento, perciò, ci riporta alla memoria due cose: in primo luogo il fatto che la presenza di Dio nel mondo è già cominciata, e che egli, seppur in forma enigmatica e nascosta, è già ora presente. E in secondo luogo, esso ci ricorda che la sua presenza ha appena avuto inizio, che non è ancora compiuta, bensì è ancora in fase di crescita, di realizzazione, di maturazione. La sua presenza ha già avuto inizio, e noi, i credenti, siamo coloro mediante i quali egli vuol essere presente nel mondo. Mediante la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità egli vuole sempre di nuovo far risplendere la sua luce nella notte del mondo. Le lampade che noi accendiamo nelle notti buie di questa stagione invernale diventano così a un tempo una consolazione e un richiamo: la consolante certezza che la « luce del mondo » si è già accesa nell’oscurità della notte di Betlemme; e che essa ha trasformato la notte sventurata del peccato dell’uomo nella Notte Santa del perdono, in cui Dio ha accolto e sanato quello stesso peccato. (Licht, das uns leuchtet, pp. 12ss)

02-avvento-bxvi-parte-prima-3_547cdad23684b4 dicembre — L’Avvento non è un gioco santo della liturgia in cui essa, per così dire, ci fa ripercorrere ancora una volta le vie del passato, ci mostra di nuovo chiaramente la situazione di un tempo affinché noi ora possiamo tanto più gioiosamente e beatamente gustare la salvezza di oggi. Dovremo piuttosto riconoscere che l’Avvento non è un puro ricordo o una rappresentazione del passato, bensì che il nostro presente e la nostra realtà odierna sono anch’essi «Avvento»: la Chiesa non gioca, ma ci richiama a ciò che rappresenta la verità anche della nostra esistenza cristiana. È con il richiamo al senso del tempo di Avvento nell’anno liturgico che la Chiesa ci dischiude, di nuovo, tale viva consapevolezza. Essa vuole costringerci a porci di fronte a questi dati di fatto, a riconoscere la percentuale di irredenzione documentata non solo nel mondo in certe epoche del passato e forse anche oggi da qualche parte, ma è, in effetti, una realtà di fatto in noi stessi come anche dentro la Chiesa. È perciò un tratto essenziale dell’esistenza cristiana anche l’ardire di parlare con Dio — come ha fatto l’uomo Giobbe — da « dentro » il moto di ribellione e di contestazione del nostro male. È un fattore essenziale il non ritenere che si possa presentare a Dio solo una metà della nostra esistenza e gli si debba risparmiare l’altra, perché forse con ciò potremmo irritarlo. No: proprio davanti a lui, noi possiamo e dobbiamo disporre, in tutta sincerità, il fardello e la miseria della nostra esistenza. (Vom Sinn des Christseins, pp. 16ss)

02-avvento-bxvi-parte-prima-1_547cd9e928dc85 dicembre — Uno dei caratteri fondamentali dell’Avvento è l’«attendere», che è nel contempo anche uno «sperare». Con ciò, l’Avvento dà voce a quello che è il contenuto del tempo cristiano e il contenuto della storia come tale. Gesù l’ha reso percepibile in molte parabole: nella vicenda dei servi che attendono il ritorno del padrone di casa o anche lo dimenticano, e fanno come se essi stessi fossero i padroni; nel racconto delle vergini che sanno attendere o non attendere lo sposo, e nelle parabole della semina e del raccolto. Nella sua vita, l’uomo è l’essere che attende: e che l’uomo sia un essere che attende, mai diviene così palese come nel tempo della malattia e della sofferenza. E allo stesso modo l’attendere è un fardello troppo gravoso da portare quando resta del tutto incerto se sia lecito aspettarsi qualcosa. Ma se il tempo stesso possiede un senso, se in ogni istante è racchiuso qualcosa di peculiare e che ha davvero valore, allora il presentimento di letizia per ciò che di meglio il domani recherà rende ancora più prezioso quanto è già presente, e ci conduce come un’invisibile forza attraverso il fluire del tempo. L’Avvento cristiano ci vuole insegnare ad attendere proprio in questo modo: esso anzi è la forma specificamente cristiana dell’attendere e dello sperare. I doni di Gesù Cristo, infatti, non ci aspettano solo in un puro «futuro», ma penetrano già fin dentro il presente. Egli è presente già ora, in modo velato, e mi parla in molti modi: attraverso la sacra Scrittura, attraverso l’anno liturgico, attraverso i santi, attraverso gli innumerevoli eventi di ogni giorno, attraverso l’intera creazione, la quale, quando egli s’intravede sull’ultimo suo orizzonte, presenta un volto diverso da quando è coperta da una nebbia che ne rende incerti l’origine e il destino. Io posso rivolgergli la parola, posso elevargli il mio lamento e porre innanzi a lui le mie sofferenze, la mia impazienza e le mie domande, consapevole che egli è sempre lì ad ascoltarmi. (Licht, das uns leuchtet, pp. 16ss)

02-avvento-bxvi-parte-prima-4_547cdb78f05296 dicembre — Chi oggi o nel passato abbia percorso le strade della Baviera, ha potuto certamente incontrare spesso un san Nicola, non sempre in vesti tanto confacenti all’abbigliamento di un vescovo, e di sicuro mai senza la lunga barba bianca con cui, del resto, lo si rappresenta già nell’VIII secolo. Più o meno confacente a un vescovo è anche quello che queste raffigurazioni di san Nicola dicono o fanno: spesso giocano a far spaventare i bambini piuttosto che ad attualizzare la carità dei santi, di cui la leggenda racconta in molti modi. Chi fu egli esattamente, sotto il profilo storico? La tradizione ha sempre identificato san Nicola con quel vescovo Nicola che partecipò al concilio di Nicea e che insieme a quella prima grande assise episcopale formulò la professione di fede nella piena divinità di Gesù Cristo. Anche su di un altro versante le fonti più antiche su Nicola concordano nella medesima indicazione. Nicola fu uno tra i primi che furono venerati come santi senza essere un martire. Al tempo della persecuzione dei cristiani, erano di per sé diventati grandi testimoni e punti di riferimento per la fede coloro che si erano opposti al potere pagano degli stati e avevano risposto della fede con la loro vita. Una leggenda di santi dice in proposito, in modo molto bello, che tutti i possibili miracoli li potrebbero imitare anche i maghi e i demoni, così che quei segni restano pur sempre ambigui; mentre invece una cosa sola è del tutto inequivocabile e non permette alcun inganno: esser buoni per tutta la vita; per tutta l’esistenza, vivere la fede nella vita quotidiana e dar prova di carità e di amore. Gli uomini del IV secolo questo miracolo l’hanno sperimentato con Nicola: tutte le vicende miracolose, che più tardi la leggenda ha elaborato, non sono in fondo se non variazioni di quest’unico fondamentale miracolo, che la gente ha percepito con stupore e gratitudine come la «stella del mattino» in cui risplende la luce di Cristo. In quest’uomo, essa ha compreso che cos’è la fede nell’incarnazione; in lui, il dogma di Nicea si è per così dire tradotto in realtà vivente, che ciascuno poteva vedere e toccare con mano. «Stella del mattino, fulgida nella luce del sole che sorge»: quest’antica descrizione di san Nicola rientra al tempo stesso nel novero delle più antiche immagini in cui venne raffigurato ciò che l’Avvento significa. Solo nella luce del Dio che si è fatto uomo noi possiamo sempre di nuovo accendere la candela dell’umanità, che rischiara l’oscurità del mondo, irradiando speranza e letizia. Questo dovrebbe anche essere il più profondo messaggio, che ci raggiunge attraverso tutte le raffigurazioni di san Nicola: accendere alla luce di Cristo la fiamma di un’umanità nuova. (Trasmissione alla Radio Bavarese, 6 dicembre 1980)

Sia lodato Gesù Cristo + sempre sia lodato

Fonte: Conferenze, Omelie, Discorsi del cardinale Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) raccolta di testi “365 giorni con il Papa” – Ed.paoline 2006