Una settimana con Benedetto XVI

Tratto da alcuni testi del card. Ratzinger-Papa Benedetto XVI*, offriamo spunti di meditazione quotidiana per la settimana.

1. Domenica = Accettarsi nella Verità

2. Lunedì = Dio solo crea comunione

3. Martedì = Una fede sempre fresca, aggiornata e nuova in Cristo

4. Mercoledì = Dio mi ha dato un compito

5. Giovedì = La Chiesa è Madre sollecita

6. Venerdì = La vera dottrina del digiuno

7. Sabato = Benedetta Tu che hai creduto

Premessa

“Qual è il discrimine tra le varie forme di violenza colpevole, e il diritto, con il suo legittimo potere di coercizione? Quale confine li separa? Il nucleo della risposta è in una nozione fondamentale, del tutto elementare, un’evidenza già molto familiare all’uomo dell’antichità classica, che noi oggi dobbiamo riattingere e riconsiderare. Un principio-chiave della morale — forse, al presente, quello più importante di tutti — afferma che « mai il fine può giustificare i mezzi». Ciò che è in sé «male» resta «male», anche quando venisse impiegato per i fini più nobili. Non è possibile, calpestando seppur con buone intenzioni l’umanità dell’uomo, edificare e realizzare pienamente questa sua stessa umanità. Se i mezzi sono inumani, alla fine l’esito non potrà essere altro che inumanità, disumanità. L’uomo vuole esattamente rivendicare a sé il ruolo che è della provvidenza di Dio. L’uomo vuol prendere il «posto» che è di Dio: la vicenda del paradiso e della tentazione diabolica è di una sconcertante attualità. L’uomo vuole provvedere da sé a fissare la «meta» della storia. Non credendo in Dio, egli ritiene di dover esser proprio lui a «guidare» il corso degli eventi; e così egli agisce come s’immagina che agirebbe un dio.” (Munchener Katholische Kirchenzeitung, 31-12-1977)


05-una-settimana-con-bxvi-3_54846baf901be1. Domenica = Accettarsi nella Verità — Ci sono molte persone che vivono in lotta con se stesse. Quest’avversione verso se stessi, questa incapacità di accettarsi e di riconciliarsi con se stessi, è molto lontana da quell’autorinnegamento richiesto dal Signore. Chi non ama se stesso non può neppure amare il prossimo. Non lo può accettare «come se stesso», perché egli si rivolge in certo modo « contro » se stesso: diviene così angusto e amaramente incapace d’amare, fin dal più profondo di sé e del proprio vivere. Ciò però significa che egoismo e autentico amore di sé non soltanto non sono identici, ma si escludono a vicenda. Uno può essere un grande egoista ed essere tuttavia in discordia con se stesso. Sì, l’egoismo è spesso conseguenza proprio di una lacerazione interna, del tentativo di crearsi un altro « io », mentre il giusto rapporto con l’io cresce con la libertà da se stessi. Si potrebbe addirittura parlare di un «circolo antropologico»: nella misura in cui uno cerca sempre se stesso, vorrebbe realizzare se stesso e insiste sulla riuscita e la pienezza del proprio io, quest’io diventa contraddittorio, penoso e scontento. Si dissolve in mille forme e alla fine resta soltanto la fuga da se stessi, l’incapacità di sopportarsi, il rifugiarsi nella droga o nelle altre molteplici varianti di un egoismo in continua e aspra lotta contro se stesso. Soltanto l’assenso, il «sì» che viene a me rivolto da un «Tu» mi rende capace di dire, a mia volta, questo « sì » a me stesso; nella relazione a un « tu », e insieme a questi. L’«io» si realizza in grazia del «tu», ma non di un “tu” umano bensì di quel “Tu” divino che impariamo a conoscere mediante l’Incarnazione di Dio, del Verbo. D’altra parte, è anche vero che soltanto uno che ha accettato se stesso può dire un vero «sì» a un’altra persona, come l’esempio di Maria ci insegna. Accettare se stessi, «amarsi» presuppone a sua volta la verità e postula il trovarsi sempre in cammino verso la verità. (Guardare Cristo)

05-una-settimana-con-bxvi-2_54846b03250072. Lunedì = Dio solo crea comunione — “La via che conduce all’altra persona passa per Dio. Se non si dà questo tramite alla nostra unità, noi restiamo eternamente divisi l’uno dall’altro da abissi che neanche la più sincera delle buone intenzioni potrà mai colmare. Chiunque faccia consapevolmente esperienza della propria umanità percepisce che qui non sto affatto parlando esclusivamente d’una dottrina teologica. Raramente, forse, l’inaccessibilità ultima dell’altra persona e l’impossibilità di donarsi reciprocamente e di comprendersi durevolmente sono state sperimentate in modo così drammatico come nel nostro secolo. «Vivere significa esser soli: nessuno conosce l’altro, ognuno è solo». Quando parlo con un’altra persona, è come se fra noi si frapponga una parete di vetro opaco. È la medesima esperienza che Albert Camus ha descritto così: «Ci vediamo, eppure non ci vediamo; siamo l’uno a fianco all’altro, eppure non ci possiamo avvicinare». Il fatto che il mistero trinitario si attesti come realtà presente nel nostro mondo umano offre una risposta a quest’esperienza e alla sua problematicità. Lo Spirito Santo ha qualcosa da dire in merito al fondamentale interrogativo umano che chiede come sia possibile per noi uomini accedere e comunicare l’un l’altro; come sia possibile che io rimanga me stesso, egualmente rispetti l’alterità dell’altra persona, e tuttavia io esca realmente dalla prigione della solitudine e attinga intimamente un altro individuo. Le religioni dell’Oriente hanno cercato di rispondere alla questione elaborando la dottrina del nirvana. Esse affermano: finché esiste l’«io», non c’è via d’uscita. Proprio l’io costituisce un’insormontabile barriera. Perciò, io devo « diluire » la mia individualità fino a lasciar scomparire ogni tratto della «mia» fisionomia come «io». La risposta cristiana offre un’altra soluzione, alternativa a quella del nirvana: la Trinità. La Trinità è quell’ultima unità, nella quale l’esser l’uno di fronte all’altro di un «io» e di un «tu» non viene annullato, bensì inscritto e ordinato nell’azione dello Spirito Santo. In Dio vi è una pluralità di persone, e proprio in questo modo egli è piena realizzazione di un’ultima unità. Dio non ha creato la persona perché questa finisca per annichilirsi, bensì perché essa si erga in tutta la sua statura e dispieghi tutto il suo mistero interiore, avvolta dallo Spirito Santo, in cui è l’unità delle diverse persone. (Trasmissione alla Radio Bavarese, 16 maggio 1986)

05-una-settimana-con-bxvi-8_54846dd98b5293. Martedì = Una fede sempre fresca, aggiornata e nuova in Cristo — Che il cristianesimo non debba più esser inteso come «qualcosa del passato», né vissuto con lo sguardo perennemente rivolto «all’indietro», bensì che esso sia essenzialmente un «fatto del presente», che si dia totalmente nell’«oggi», questa è stata l’intuizione entusiasmante che lo stesso papa Giovanni XXIII ha compendiato nell’espressione «aggiornamento». Da allora in poi molte illusioni si sono trasformate in delusioni, tanta stanchezza è venuta a galla, e la situazione in cui la Chiesa ha finito per trovarsi ci ha fatto via via pensare più al lamento di Basilio — un padre della Chiesa del IV secolo, anch’egli vissuto in un’epoca postconciliare — che a una «nuova primavera». In uno dei suoi scritti, Basilio afferma infatti che la situazione della Chiesa è simile a quella di una battaglia navale notturna; a una rissa al buio, nella quale non si riesce più a distinguere l’amico dal nemico, e che è tutta soverchiata dall’insopportabile strepito e clamore delle parti in lotta. «Aggiornamento»: molti oggi si chiedono se quest’espressione non sia stata, fin da principio e di per sé, infelice ed errata. Sulla felicità e pertinenza delle parole si potrà sempre discutere; in ogni caso, l’intuizione di fondo del pontefice è stata, ed è esatta. Il cristianesimo non è condizionato e legato irrimediabilmente ad alcun passato: Gesù Cristo è ieri, oggi e per l’eternità (cfr. Eb 13,8). Egli è della stessa stoffa del Dio eterno: e l’eternità non è la notte dei secoli, la quintessenza del passato, bensì ciò che è presente a ogni tempo, poiché ogni tempo sgorga dalla potenza creatrice dell’eterno «oggi» di Dio. Perciò il cristianesimo è sempre nuovo. Esso non è mai come l’albero pienamente sviluppatosi dal grano di senape, che un bel giorno invecchia e giunge al tramonto della propria energia vitale. Esso è, per così dire, come una perenne aurora: è sempre di nuovo «inizio». Questa «attualità» non significa però che noi riduciamo la fede, abbassandola al metro di misura di ciò che ci piace o alle mode del momento. Al contrario, ciò significa che noi impariamo a commisurare l’«oggi» sulla misura di quanto è propriamente l’evento cristiano, e a dilatare il «presente» inscrivendolo nel suo nuovo ordine di grandezza. (Omelie romane, 12 ottobre 1982)

05-una-settimana-con-bxvi-7_54846d35647274. Mercoledì = Dio mi ha dato un compito — Il dialogo tra Gesù e il dottore della legge tratta di una questione che ci riguarda tutti: Come posso vivere rettamente? Che cosa devo fare affinché il mio essere uomo riesca? A tal fine non basta guadagnare soldi e diventare persone influenti: si può essere molto ricchi e tuttavia passare accanto alla vita autentica, rendere se stessi, e altri, infelici. Si può essere potenti, ma con questo distruggere più che costruire. Come posso dunque imparare a essere un uomo? Che cosa ci vuole per questo? Nella sua domanda, il dottore della legge nomina già un presupposto a cui noi oggi di solito non pensiamo più: affinché questa vita riesca, io devo in mezzo a essa andare incontro alla vita eterna. Devo riflettere sul fatto che Dio ha pensato per me un compito nel mondo e che un giorno mi domanderà che cosa ho fatto della mia vita. Oggi molti affermano che il pensiero della vita eterna impedisce agli uomini di fare ciò che è giusto in questo mondo. Ma è vero il contrario: se noi perdiamo di vista il criterio di Dio, il criterio dell’etemità, allora non rimane come linea-guida altro che l’egoismo. Allora ognuno tenterà di prendersi dalla vita tutto ciò che è possibile. Allora egli considererà tutti gli altri come nemici della propria felicità, come quelli che minacciano di portargli via qualcosa; invidia e desiderio prendono il sopravvento nella vita e avvelenano il mondo. Se, viceversa, noi costruiamo la nostra vita in modo che possa sussistere davanti agli occhi di Dio, allora essa renderà visibile anche per gli altri un riflesso della bontà di Dio. Questo è dunque un primo criterio: non vivere solo per te stesso. Vivi sotto gli occhi di Dio; vivi in modo che egli possa guardarti e che un giorno tu possa essere benvenuto nella compagnia di Dio e dei suoi santi. (Guardare Cristo)

05-una-settimana-con-bxvi-6_54846cc2b231d5. Giovedì = La Chiesa è Madre sollecita — L’irrealistica pretesa che tutto ciò che la Chiesa afferma sia vissuto e attuato integralmente in ogni suo aspetto e in tutta la sua portata non terrebbe davvero conto dell’uomo reale e concreto. Il fatto che esista una certa tensione tra ciò che la Chiesa riconosce come ideale morale dell’uomo e ciò che si attesta invece come valore medio di umanità, per lo più realizzato nell’ordinaria vita quotidiana, è un tratto che rientra a pieno nella fisionomia normale dell’esistenza umana. È proprio per questa ragione che «penitenza» e «perdono» sono indicate come coordinate di fondo dell’esistenza cristiana. La forza della Chiesa e le sue possibilità di comunicare agli uomini quanto le è proprio non consistono tanto nell’esercizio di un influsso sulla vasta sfera delle relazioni e delle strutture sociali, quanto piuttosto nel fatto che essa incontra l’uomo personalmente, e lo fa nei più piccoli ambiti comunitari di vita cui questi appartiene. Per adempiere questo compito sono pertanto davvero fondamentali un annuncio che si rivolga alla persona, una sollecitudine pastorale altrettanto attenta a ogni individuo, e anche una catechesi che davvero interpelli i bambini e collabori con i loro genitori. Queste cose sono fondamentali perché gli uomini stessi possano rendersi conto che qui non si tratta, per così dire, di «tenerli al guinzaglio», bensì che è in questione proprio la nostra sopravvivenza come esseri umani. Sembra lecito, a questo proposito, aggiungere — con un pizzico di ottimismo — che tutti noi, oggi, cominciamo di nuovo ad accorgerci dell’effettiva posta in gioco. Cominciamo a presentire che l’adesione a una massima come «Ci è lecito fare tutto ciò di cui siamo capaci in virtù della scienza e della tecnica» finisce per mandare in rovina l’uomo e annientarlo. Nell’odierna crisi della coscienza tecnica — in cui l’uomo riconosce d’aver bisogno di altre sorgenti cui attingere la forza per esistere e per non venir meno alla sua dignità e grandezza — è possibile rintracciare un reale punto d’innesto su cui far leva per condurre l’uomo a comprendere di nuovo le verità e i valori cristiani, come questioni serie, come una speranza e un aiuto effettivi per la sua stessa vita. Qui può sorgere, a dire il vero, la domanda: Dove trovo la Chiesa? Dove essa diventa per me vivibile quale essa è in verità, ben oltre la sua dottrina ministeriale e il suo ordinamento sacramentale? Fede e vita, verità e vita, l’«io» della dottrina e il «noi» comunionale non sono separabili, e solo nel contesto della comunione di vita nel «noi» dei credenti, nel «noi» della Chiesa che vive dei sette Sacramenti, la fede sviluppa la sua logica, la sua forma organica. (Bollettino diocesano, 3 giugno 1977)

05-una-settimana-con-bxvi-5_54846c66876086. Venerdì = La vera dottrina del digiuno — Nel prefazio quaresimale della Chiesa ci viene incontro una singolare espressione: «Jejunio mentem elevas» (per mezzo del digiuno tu elevi lo spirito). Quando, anni fa, noi tutti venivamo introdotti controvoglia nel digiuno, questa frase ci suonava quasi come una presa in giro. Sentivamo come il digiuno impedisse allo spirito di esser libero nei confronti di sé. Ma se vi ripensiamo oggi, confrontando la nostra odierna sazietà con la fame di allora, ci accorgeremo certo di quanto è vera quest’espressione. Comprendiamo infatti che a quel tempo avevamo, sotto qualche aspetto, uno sguardo più penetrante di oggi. Ci rendiamo conto che l’uomo del tutto sazio — che non ha più fame — diviene cieco e sordo, e non ha occhi che per se stesso. Una volta riscoperta questa verità, forse cominceremo a comprendere di nuovo anche le immagini della sacra Scrittura che sono state fatte proprie dalla liturgia battesimale: l’immagine dell’uomo che è cieco davanti a Dio; e quella del sordomuto, che non è assolutamente in grado di percepire se stesso né il mondo. Ci avvediamo allora che abbiamo bisogno di quella realtà indicata dal verbo «digiunare». È vero che oggi si digiuna in diverse maniere: per ragioni mediche, estetiche, o per altri motivi. E in ciò non c’è niente di male. Ma questo tipo di digiuno, da solo, non basta all’uomo. Lo scopo infatti di una tale pratica resta pur sempre il proprio io; essa non libera l’uomo da se stesso, ma è strettamente funzionale, di nuovo, soltanto a sé. L’uomo, invece, ha bisogno di un digiuno e di una rinuncia che lo liberino da se stesso, che lo rendano libero per Dio, e quindi aperto e libero nei confronti di Dio e perciò degli altri. L’invito che la Quaresima ci rivolge in questo senso è indubbiamente scomodo. Ma chi presta un po’ di attenzione alla situazione dell’uomo d’oggi — alla propria situazione! — sa anche quanto sia necessario questo invito a un reale e non egoistico digiuno. (Dogma e predicazione, p. 270)

05-una-settimana-con-bxvi-4_54846c0e25ee77. Sabato = Benedetta Tu che hai creduto — «Benedetta tu, che hai creduto! »: Elisabetta saluta così Maria. L’atto di fede con cui ella è divenuta la porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e fa spazio così alla speranza di Colui che è il « Benedetto » in lei è un atto di obbedienza: «Accada di me secondo la tua parola», in tutto il mio essere io sono disponibile a servire la tua volontà. In Maria, «fede» significa mettersi a disposizione, dire di sì. Nell’atto della fede ella offre a Dio la sua personale esistenza come « luogo » in cui Dio stesso può operare. La fede non è un atteggiamento accanto ad altri, bensì è il discorso di tutto quanto il proprio essere, in atteggiamento di apertura alla volontà di Dio e così alla volontà di Colui che è la Verità e l’Amore. Nella sua enciclica mariana, Giovanni Paolo II ha spiegato in un modo meravigliosamente profondo questa fede di Maria […]. Da quest’enciclica mi permetto di cogliere due aspetti, che possono condurci a una più profonda comprensione della sua fede, e di qui a una comprensione più generale della fede come obbedienza. In primo luogo il riferimento al salmo 40 (vv. 6-8), nel quale la lettera agli Ebrei vede espresso l’atto di fondamentale obbedienza di Gesù al Padre che si compie nell’incarnazione e sulla croce: «Non hai voluto sacrificio né oblazione, e tu pure mi hai dato la vita… Ecco, io vengo, o Signore, per fare la tua volontà». Pronunciando il suo sì alla nascita dal suo grembo del Figlio di Dio, per opera dello Spirito Santo, Maria mette a disposizione il suo corpo, tutto il suo essere come «luogo» in cui Dio medesimo è all’opera. In questa sua affermazione la volontà di Maria viene a coincidere con quella del Figlio. È nella consonanza di questo «Sì, tu mi hai dato la vita» che l’incarnazione e la nascita di Dio divengono possibili. Perché Dio possa entrare nel mondo, perché la sua nascita possa accadere, deve attuarsi sempre di nuovo questo « sì » mariano: quest’accordo della nostra volontà con la volontà di Dio. Sulla croce questa situazione si ripete in modo nuovo e definitivo. Non c’è più nulla dello splendore di gloria del padre Davide, di cui aveva parlato la promessa fatta a Israele. La fede si trova gettata in una condizione di totale oscurità, come è stato per Abramo. « Tu mi hai dato la vita: ecco, io vengo », ora quest’espressione di disponibilità viene presa totalmente sul serio: proprio l’oscurità in cui Maria si trova è la piena comunione di volontà con il Figlio. La fede è comunione nella croce, e sulla croce soltanto essa si realizza a pieno: il luogo dell’ultima disperazione è la vera e propria sorgente da cui sgorga la redenzione. Mi pare che per parte nostra sia necessario imparare nuovamente, e a fondo, il significato di questa centralità religiosa della croce. Essa può esserci apparsa come qualcosa di eccessivamente « passivo » e di troppo «pessimistico» o «sentimentale»; ma se non facciamo esercizio della croce, come potremo reggerla nel momento in cui ci sarà caricata sulle spalle? Un amico che per anni è stato costretto alla dialisi renale e che ha potuto sperimentare come, passo per passo, la vita gli è stata sottratta di mano, mi ha raccontato una volta che egli da bambino aveva amato in modo particolare la Via crucis e che poi, anche più in là negli anni, l’aveva pregata di buon grado e con partecipazione sincera. Quando poi aveva appreso la terribile diagnosi, era rimasto dapprima come stordito, ma poi improvvisamente si era reso conto: ora si faceva «serio» quel «sì», che egli aveva sempre recitato nella preghiera, «ora anche tu potevi davvero incamminarti con Gesù, e esser da lui incorporato alla sua Via crucis». In questo modo egli aveva ritrovato quella serenità che fino all’ultimo si è sprigionata da lui e ci ha permesso di contemplare lo spettacolo luminoso della sua fede. Vorrei dunque concludere con le parole di Romano Guardini: noi dobbiamo di nuovo imparare « quale forza liberatrice vi è nel superamento di sé; come la sofferenza, intimamente accettata e accolta, trasforma l’uomo; e come ogni crescita in tutto ciò che è essenziale non dipende solo dall’impegno e dal lavoro, ma anche dal sacrificio liberamente offerto». (Intervento al Forum cattolico di Dresda, 10 luglio 1987)

Sia lodato Gesù Cristo + sempre sia lodato


(*) i brani sono tratti da “Ratzinger-Benedetto XVI 365 giorni con il Papa – Collaboratori della Verità” – a cura di suor Irene Grasl – Ed. san paolo 2006