La “teologia della comunicazione”: il mezzo è il messaggio

La Chiesa cattolica ha sempre curato la liturgia e il linguaggio perché ha sempre saputo che «quando si perde la battaglia delle parole si perde anche quella delle idee» (Georges Bernanos). Purtroppo pare abbia perduto, negli ultimi anni, questa consapevolezza.

Quest’anno ricorre il 35° anniversario della morte di Marshall McLuhan, il grande sociologo canadese – convertitosi dal protestantesimo al cattolicesimo – che più di ogni altro ha studiato i mezzi di comunicazione.

Herbert Marshall McLuhan 1911-1980)

Ritratto di Herbert Marshall McLuhan (1911-1980)

Lo studio di McLuhan è molto vasto e articolato, non è facile da riassumere, ma vi è una sua frase che, in un certo senso, può spiegare il fallimento della pastorale usata dal clero dal Vaticano II in poi: «Il medium (mezzo) è il messaggio».

Ovvero, nell’arte del comunicare, della comunicazione, è necessario usare un mezzo, un linguaggio, che non distorca o manipoli il messaggio. Al di là del contenuto, è la forma il primo vero messaggio che giunge ai singoli e alle masse.

Facciamo un esempio pratico. Nel 1960 ci fu il primo faccia a faccia, negli Stati Uniti, fra due candidati alla presidenza, John Kennedy e Richard Nixon; “dibattito presidenziale” che fu trasmesso dalla radio e dalla televisione.

È interessante notare che la stragrande maggioranza dei telespettatori affermò che “vinse” JFK, mentre i radioascoltatori furono pressoché unanimi nel ritenere che lo “scontro” finì in pareggio, anzi, per quanto riguarda la politica estera, Nixon, forte della sua esperienza di vice-presidente uscente, fu più concreto.

Com’è possibile questa differenza nel decretare l’esito del dibattito? I telespettatori e i radioascoltatori non udirono le stesse parole? Sì, ovviamente, ma non videro le stesse immagini. Anzi, si potrebbe dire che, mentre i radioascoltatori ovviamente non videro gli sfidanti, i telespettatori non gli ascoltarono, perché furono distratti dal campo visivo. Il mezzo (tele)visivo, veicola non alla sostanza, ma all’apparenza, confonde, “manipolando” il messaggio che giunge.

Il duello televisivo fra Kennedy e Nixon. Fu la prima vera "televendita" della storia.

Il duello televisivo fra Kennedy e Nixon. Fu la prima vera “televendita” della storia.

John Kennedy, infatti, più che sulla concretezza del proprio programma politico, puntò sul suo essere “telegenico”, quello che in gergo viene detto “bucare il video”. Rispondeva e replicava molto spesso usando slogan, ma guardava sempre verso la telecamera con espressioni decise e sicure. In pratica, JFK più che un dibattito politico, fece una “televendita”, una campagna non elettorale ma pubblicitaria. I telespettatori, “deviati” dal mezzo (tele)visivo, confusero l’apparenza con la sostanza. Da allora, infatti, le campagne elettorali americane vengono fatte tramite il marketing.

Fine ultimo del marketing è, ovviamente, vendere un prodotto, indipendentemente dal fatto che sia realmente quello che viene presentato. La pubblicità deve indurre un “bisogno” al consumatore – i famosi “bisogni indotti” – affinché la vita diventi impossibile senza possedere quel prodotto. Ai venditori porta a porta viene infatti detto che devono riuscire a vendere anche la spazzatura. Il linguaggio pubblicitario manipola e illude il ricevente, distorce e modifica il messaggio.

Ed è stato questo tipo di linguaggio – una specie di “pastorale-marketing” – che ha fatto prevalere l’ermeneutica della rottura e della discontinuità su quella della riforma nella continuità. I nostri pastori hanno accantonato lo stile evangelico del “sì sia sì e il no sia no”, per un linguaggio squisitamente pubblicitario, deformante e ambiguo, che dice tutto e il contrario di tutto; quel “di più che viene dal Maligno”, come spiega Nostro Signore.

Del resto «il principe di questo mondo – afferma McLuhan – è un grande comunicatore». Forse il più bravo di tutti.

Abbandonando il linguaggio definitorio e inequivocabile, il magistero ecclesiastico è diventato “liquido”, deformabile, malleabile, adattabile a qualsiasi contenitore.

Utilizzando non più il metodo evangelico, ma quello degli slogan pubblicitari (Dio è amore, volemose bene, misericordia per tutti, pace e amore, i “poveri” prima di tutto, etc.), è giunto alla gente non il Vangelo, ma un nuovo “prodotto”: un cristianesimo senza dogmi, una Chiesa non più ancella del Signore, ma serva del mondo, il cui fine non è più la salus animorum, ma rendere questa valle di lacrime una “serenopoli” in cui tutti gli uomini, avendo appagati i propri desideri (capricci), stiano bene, senza problemi e difficoltà. Cioè senza croce.

Davvero il cambio dello stile linguaggio ha causato questo tragico fallimento?

Padre O’Malley, S.J.

John W. O’Malley S.J.

Uno studioso dei concili ecumenici, il progressista John W. O’Malley, S.J., ha spiegato che non fu infatti il magistero in sé – la lettera del concilio – che fece segnare al Vaticano II «una rottura definitiva con i concili precedenti» ma il nuovo modo di esprimersi. «Lo stile è – continua il gesuita irlandese – l’espressione ultima del significato, è significato e non ornamento, ed è anche lo strumento ermeneutico per eccellenza». Ovvero, il tipo di linguaggio è la pastorale per antonomasia.

I padri conciliari – la cui parte progressista fu protagonista principalmente del “concilio mediatico” denunciato da Benedetto XVI – avevano ben compreso, conclude P. O’Malley, che «il Vaticano II, essendosi autoproclamato concilio pastorale, era proprio per questo anche un concilio docente (…). Lo stile discorsivo del concilio era il mezzo, ma il mezzo comunicava il messaggio». «Questo significa che il Vaticano II, il “concilio pastorale”, ha un insegnamento, una “dottrina”, che in gran parte è stato difficile per noi formulare, poiché in questo caso dottrina e spirito sono due facce della stessa medaglia».

Praticamente Satanasso, il “grande comunicatore di questo mondo”, ci ha “messo nel sacco” con le nostre stesse armi: col primato della prassi sulla teoria, della realtà sulla verità, è riuscito non a cambiare il depositum fidei, ma a ribaltarlo, a renderlo optionale, facoltativo, anche per gli stessi battezzati. Disgraziatamente continuamo ancora a cadere nel suo tranello.

E fu così che cominciò la televendita della Gerarchia...

Buonasera…

Il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, quando tornò negli Stati Uniti dopo l’elezione al soglio di Pietro di papa Francesco, dichiarò ai giornalisti che «abbiamo cambiato pubblicità, ma il prodotto è sempre lo stesso». Purtroppo non è così. Come abbiamo già spiegato, la pubblicità distorce, contorce, il prodotto, creandone uno nuovo, una caricatura.

Ogni vescovo di Roma ha un suo modo di governare la Chiesa, ma per quanto riguarda la custodia del depositum fidei, devono essere pressoché unanimi. Ma lo stile del linguaggio scelto dai principi della Chiesa nel marzo 2013 – papa Francesco ha dichiarato in un’intervista al Messaggero che le sue decisioni sono frutto di ciò che è stato chiesto dai cardinali durante il pre-conclave – è un mezzo che rende il messaggio ancora più liquido e adattabile di quello dell’immediato post-concilio.

Mettere da parte la roccia dottrinale, privilegiando la “liquidità pastorale”, ha portato ai singoli e alla masse non il messaggio evangelico, ma una patetica caricatura di Cristo e della sua Chiesa. Gesù non è più il Crocifisso, l’unico redentore del genere umano, ma un “amicone”, un rivoluzionario politicamente corretto dedito alla giustizia sociale. Così come la Chiesa non è più il corpo mistico di Cristo, ma un “paese delle meraviglie” in costruzione, una specie di nuovo paradiso terrestre in cui la presenza di Dio sarà facoltativa.

Il papa regnante è una figura carismatica, un grande comunicatore, ma purtroppo lo stile del linguaggio adoperato dalla Gerarchia ultimamente non mette, mediaticamente parlando, al centro Cristo e il suo Vangelo, ma la persona privata di papa Francesco. Non importa, sostanzialmente, che cosa egli dica o faccia — ma bisogna onestamente riconoscere che ci mette parecchio di suo –, se cederà oppure no alle pretese mondane, ma ciò che mediaticamente rappresenta: l’illusione che la Chiesa non richiamerà più alla conversione personale, rinunciando al trionfo della regalità sociale di Cristo.

Finché i nostri pastori non ritorneranno ad usare il linguaggio evangelico del “sì sia sì e il no sia no”, abbandonando definitivamente il marketing pubblicitario – Cristo non è un prodotto da commercializzare, ma il Divin Maestro da seguire e amare –, finché i battezzati non ricorderanno che la vera fede si difende anche a costo della propria vita e andare d’accordo con tutti non è importante per i discepoli di Cristo, non usciremo da questa cappa di ambiguità e incertezza che alberga nella Chiesa negli ultimi cinquant’anni. Ciò che rende il Vangelo irresistibile – scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani – è la Croce, la sua predicazione.