La Caritas di Leone XIII nella vera Dottrina Sociale della Chiesa

Non vogliamo polemizzare a riguardo di una certa “caritas pelosa” del nostro tempo, o di una Dottrina sociale della Chiesa alla quale, l’attuale pastorale, ha tolto la “dottrina” per lasciare solo il sociale… Tuttavia è necessario che si chiarisca cosa è la vera carità nella Chiesa, nella pastorale e, di conseguenza, nella più autentica “Dottrina sociale” della quale, è onesto ricordarlo, Papa Leone XIII ne fu autentico difensore e propagatore.

Tutti abbiamo sentito nominare, almeno una volta, la Rerum Novarum di Leone XIII del 15 maggio 1891, ma forse in pochi ne conoscono i contenuti, la dottrina. Questa “Dottrina sociale” raccoglie tutte le dispute sociali sorte nel tempo moderno, dalle Rivoluzioni giustificate per denunciare la Chiesa Cattolica (e le monarchie dell’epoca) di “impoverimento sociale”. Leone XIII mette nero su bianco le denunce, offrendo al mondo ciò che sarà meglio conosciuta come “Dottrina sociale”, una sorta di investimento autentico delle energie degli Stati, per venire incontro alle necessità dei più poveri che, all’epoca, erano gli Operai.

Leone XIII era stato Nunzio apostolico in Belgio per conto del beato Pio IX e aveva conosciuto la drammatica situazione degli operai italiani nelle miniere del Belgio, i maltrattamenti, le ingiustizie salariali ed anche sanitarie. Divenendo Pontefice non aveva smesso di pensare agli operai ingiustamente trattati, ed anche se poco se ne dice, Papa Leone vuole questa Enciclica anche contro il parere di non pochi cardinali molto legati alle monarchie dell’epoca e che vedevano, in questa Dottrina sociale, un pericolo di stampo socialista.

Leone XIII, in verità, proprio nella Rerum Novarum condanna quella visione del “sociale” di stampo socialista e marxista, ma denuncia anche che se la Chiesa non si muoverà a favore dei più poveri, il loro grido di giustizia non resterà inascoltato dal Padre. In diverse occasioni, questo anziano Pontefice regnante per venticinque anni, chiuso dentro il Vaticano, ha svolto diverse iniziative a favore degli operai e dei più poveri.

Ad esempio: mentre in Italia, specialmente a Roma, il governo massone gli muoveva guerra imponendogli la statua di Giordano Bruno – leggi qui come si svolsero i fatti – proprio durante il suo glorioso giubileo, Leone XIII imbandiva tavole e mense per i poveri, dava vita a numerose iniziative ecclesiastiche con lo scopo di portare aiuti materiali alle fasce di popolazione più disagiate, anche nei paesi d’oltre confine. E non si trattava di mense momentanee, quanto piuttosto di attività sociali destinate a perdurare nel tempo. Non una tantum, ma la regola!

Una curiosità degna di nota: per il suo giubileo si vociferava che l’anziano Pontefice non ce l’avrebbe fatta. Così descrive l’evento un giornale dell’epoca: Aveva novanta tre anni… I più chiacchieroni dicono: “Pontificherà l’anziano Papa per i suoi 25 anni di Pontificato?” – qualcuno risponde: “Il Papa è malato, è anziano, è a letto per precauzione…” – “Ma quale precauzione! Ma verrà giù?” – Fatto sta – riporta ancora la cronaca del tempo – che martedì 3 marzo alle ore 11 e un quarto, seduto sulla nuova sedia gestatoria, dono della Camera Pontificia, Leone XIII è entrato solennemente in San Pietro, attraversando due ali fittissime di fedeli che si stringevano attorno al proprio Pastore. Il corteo era caratterizzato da 45 cardinali, 300 vescovi, principi e principesse e una folta rappresentanza dei “poveri fra i poveri”, volutamente richiesti dall’anziano Pontefice, erano i poveri che beneficiavano delle mense da lui volute.

E Leone XIII – conclude l’articolo – ha impartita, dopo aver intonato il Te Deum, la benedizione papale, quella benedizione che fino al 20 settembre 1870, veniva data dalla loggia aperta sulla grande piazza San Pietro. Erano presenti nella Basilica circa settantamila persone.

Con un pizzico di rammarico ci chiediamo: ma che fine ha fatto l’intonazione del TE DEUM, oggi, da parte dei Pontefici? Ahi noi, lo “sentiamo” solo per il 31 dicembre, a fine anno, quasi fosse sufficiente a ringraziare Dio di ogni dono, o per lodarLo. Certo, il Te Deum si recita ogni domenica e in ogni festa attraverso il Breviario, ma non tutti lo recitano, specialmente in parrocchia, i fedeli, non conoscono affatto questa lode, e non lo troviamo più neppure nelle liturgie del Pontefice.

Tornando alla Dottrina sociale, così scrive senza ambiguità Leone XIII: “A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l’eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l’ordine sociale…” (RN n.3)

Leone XIII raccoglieva la difficile eredità di una Chiesa che si era scontrata con gli Stati nazionali borghesi e liberali, animati da un diffuso laicismo e in molti casi da ostilità nei confronti della religione, in particolare della Chiesa Cattolica. Nella sua prima enciclica, la Inscrutabili Dei consilio (21 aprile 1878), così descriveva la nuova realtà che aveva sconvolto gli antichi equilibri sociali e politici:

“Ci si presenta allo sguardo il triste spettacolo dei mali che per ogni parte affliggono l’uman genere:  questo così universale sovvertimento dei principî dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale; la pervicacia degl’ingegni intolleranti di ogni legittima soggezione; il frequente fomento alle discordie, da cui le intestine contese, e le guerre crudeli e sanguinose (…) La cagione precipua di tanti mali è riposta, ne siamo convinti, nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa e augustissima autorità della Chiesa, che a nome di Dio presiede al genere umano, e di ogni legittimo potere è vindice e tutela“.

Il pontificato di Leone XIII si caratterizza anche per un nuovo indirizzo in campo missionario. Si tratta di un impegno teso a incrementare lo sviluppo delle strutture missionarie, favorito sia dalle numerose esplorazioni geografiche, che dalla nascita dei grandi imperi coloniali in Asia e in Africa. Già con il beato Pio IX erano nati specifici ordini missionari, quali la Società delle missioni estere, i comboniani, i Padri bianchi e gli Oblati di san Francesco di Sales. Nell’età di Leone XIII emersero i sacerdoti del Sacro Cuore del padre Léon G. Déhon, i padri salvatoriani, la Società di san Giuseppe di Baltimora, i saveriani di Parma, la Compagnia della Sacra Famiglia, la Società di Missioni svizzere, i missionari della Consolata di Torino…

Il 3 dicembre 1880, con l’enciclica Sancta Dei civitatis il Papa denunciava le difficoltà conosciute dall’attività missionaria e ribadiva l’esigenza di promuovere e sostenere l’attività di tutte le opere di sostegno delle missioni, quali era l’Opera della Propagazione della fede, fondata a Lione da Pauline Marie Jaricot.

La successiva enciclica missionaria, Catholicae Ecclesiae, del 20 novembre 1890, invitava i cattolici a sostenere con larghi mezzi le missioni al fine di combattere le pratiche schiaviste e “l’abuso nel commercio degli schiavi”. Tra l’altro Leone XIII non mancò di favorire la formazione nei vari paesi di associazioni antischiaviste. Papa Pecci aveva mostrato particolare attenzione ai problemi sociali e alla “questione operaia”. Vi era tornato sin dal primo anno del suo pontificato, con due encicliche:  Inscrutabili Dei consilio (21 aprile 1878) sui mali della società e Quod apostolici muneris (28 dicembre 1878) sul socialismo, nichilismo e comunismo, la Rerum Novarum del 1891, fu una sorta di riepilogo e di sintesi di come affrontare la questione sociale.

Lo sviluppo del capitalismo e i processi di industrializzazione avevano sconvolto i vecchi equilibri sociali. La fabbrica raccoglieva artigiani e contadini inserendoli in un processo produttivo che ignorava la dignità della persona umana e si basava su forme di vero e proprio sfruttamento. Le città europee cambiavano volto, con lo sviluppo caotico delle periferie industriali, veri e propri ghetti ove si ammassavano, a migliaia, uomini, donne e fanciulli.

Leone XIII colse con estrema chiarezza queste profonde trasformazioni sociali e non ignorò l’ansia e il desiderio dei più deboli nella rivendicazione dei propri diritti:  “I portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria – si legge nell’enciclica – le mutate relazioni tra padroni e operai; l’essersi in poche mani accumulata la ricchezza, e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo e l’unione tra loro più intima, questo insieme di cose e i peggiorati costumi han fatto scoppiare il conflitto”. Papa Pecci individuava nell’usura, nell’ingordigia di ricchezza, nell’esasperazione della legge del profitto le cause di una situazione che aveva portato “un piccolo numero di straricchi” a imporre “alla infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile”.

Motivo ricorrente dell’enciclica è la condanna di un’ideologia che, nell’esaltazione del denaro, del progresso, della scienza, della tecnica, della civiltà intesa come capacità di controllo e di sfruttamento delle forze della natura e come sviluppo della produzione e dei commerci, dimenticava un elemento cardine, un principio essenziale del cristianesimo:  il rispetto dell’uomo e della sua dignità, il principio evangelico per cui in ogni uomo è riconoscibile Cristo. Su questo aspetto l’enciclica si esprime con grande forza e solennità:  “Quello che è veramente indegno dell’uomo è abusarne come di cosa a scopo di guadagno, e di stimarlo più di quello che valgano i suoi nervi e le sue forze (…) Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede (…) Defraudare la dovuta mercede è colpa sì enorme che grida vendetta al cospetto di Dio“.

Un ruolo non trascurabile Leone XIII affidava allo Stato, che doveva ora farsi carico dei problemi sociali, doveva “rimuovere a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere tra operai e padroni il conflitto”. Uno Stato non più inerte ed estraneo di fronte ai conflitti del lavoro, non più teso soltanto a reprimere con la forza le rivendicazioni operaie per favorire ideologie e partitismi, ma legislatore attento ai diritti e ai doveri di tutte le classi sociali. Ma soprattutto, questa enciclica, resta ancora un punto fermo nello sviluppo della Dottrina sociale della Chiesa. Non è certo un caso che i successori di Leone XIII, come Giovanni Paolo II con la Centesimus Annus (proprio a ricordo dei Cento anni dalla Rerum novarum) sino a Benedetto XVI con la sua magnifica Caritas in veritate, nei loro messaggi e documenti sociali si siano costantemente richiamati alle indicazioni della Rerum novarum e individuino in quel documento un punto di riferimento imprescindibile del magistero sociale della Chiesa.

Infatti, sarà La Chiesa stessa, dalla Rerum Novarum a spingere gli operai verso le prime forme di AGGREGAZIONI LAVORATIVE per affrontare appunto le dinamiche e le discussioni con il “padrone”… nascono le aggregazioni BIANCHE per i cattolici che forse molti conoscono di più con il termine del “MUTUO SOCCORSO”….e naturalmente quelle ROSSE che subito si affrettarono a copiare i socialisti e comunisti….

Il primo frutto di questa rivoluzione lanciata da Papa Leone XIII sono le CASSE RURALI…. le “banche cooperative” (purtroppo oggi più conosciute in campo comunista), ma queste furono, di fatto, un frutto della Rerum Novarum…

Un dato statistico riporta che nel 1922 le Casse Rurali sono circa 3000 e circa l’80% sono Cattoliche… MOLTE DELLE QUALI FONDATE DA SACERDOTI CHE APPLICARONO ALLA LETTERA GLI INSEGNAMENTI DEL PONTEFICE…. ma non solo Casse Rurali….alla fine dell’800 e primi del Novecento, vista la forte migrazione DI RAGAZZE spesso sole e indifese…. accanto alle fabbriche molti sacerdoti avevano dato il via a dei veri e propri villaggi e CASE di accoglienza, meglio conosciute come CONVITTI… qui moltissime ragazze poterono essere accolte, ricevere cibi e perfino vestiti e liberarsi dal rischio di essere sfruttate o peggio restare sole per le strade… e spesso qui nei Convitti STUDIAVANO, ricevevano l’istruzione, imparavano un mestiere e molte trovavano anche marito…

La Rerum Novarum ha il privilegio (da qui il concetto della sua unicità) di non avere la pretesa di risolvere i problemi in modo tecnico o burocratico o sindacale o ideologico-politico e partitico… no, la genialità dell’Enciclica sta NEL METODO E NELLA VERITAS, insieme.

Leone XIII, ben conoscitore dei problemi del suo tempo, da Buon Pastore che ha cura del gregge affidatogli, intuisce subito che ciò che mancano NON sono le idee, MA IL METODO APPLICATIVO di tante idee da mettere in ordine, insieme, DIALOGANDO, PARLANDOSI e non trattare l’argomento come se dall’altra parte ci fossero dei nemici da abbattere… piuttosto egli fa comprendere che il dialogare e il trovare soluzioni adatte, non partitiche, non ideologiche, fa crescere il prestigio sia dei lavoratori quanto dei padroni e dell’azienda stessa, che in un clima favorevole e di onestà salariale, produce di più e meglio.

Chi spiega ancor meglio l’interpretazione della Rerum Novarum è il successore Papa Pio XI che scrisse la “Quadragesimo anno” ossia, a 40 anni dalla Rerum Novarum, Pio XI scrive per spiegarne l’importanza e l’attualità. Per motivo di spazio non possiamo riportarla, ve ne consigliamo la lettura e soprattutto, almeno, di questo passaggio: “senza chiedere aiuto alcuno né al liberalismo né al socialismo, dei quali l’uno si era mostrato affatto incapace di dare soluzione legittima alla questione sociale, l’altro proponeva un rimedio che, di gran lunga peggiore del male, avrebbe gettato in maggiori pericoli la società umana (…)  indicò e proclamò “i diritti e i doveri dai quali conviene che vicendevolmente si sentano vincolati e ricchi e proletari, e capitalisti e prestatori d’opera”, (RN n. 1). come pure le parti rispettive della Chiesa, dei poteri pubblici e anche di coloro che più vi si trovano interessati…”

Facciamo notare quei “DOVERI” i quali – operai e imprenditori – TUTTI hanno l’obbligo di assolvere.

Vogliamo concludere con un passaggio dalla Rerum Novarum, fondamentale, e che ci farebbe bene, tutti noi, meditare:

– “Le cose del tempo non è possibile intenderle e valutarle a dovere, se l’animo non si eleva ad un’altra vita, ossia a quella eterna, senza la quale la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua, anzi l’intera creazione diventa un mistero inspiegabile. Quello pertanto che la natura stessa ci detta, nel cristianesimo è un dogma su cui come principale fondamento poggia tutto l’edificio della religione: cioè che la vera vita dell’uomo è quella del mondo avvenire.

Poiché Iddio non ci ha creati per questi beni fragili e caduchi, ma per quelli celesti ed eterni; e la terra ci fu data da Lui come luogo di esilio, non come patria. Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all’eterna felicità non importa nulla; ma il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa. Le varie tribolazioni di cui è intessuta la vita di quaggiù, Gesù Cristo, che pur ci ha redenti con redenzione copiosa, non le ha tolte; le ha convertite in stimolo di virtù e in maniera di merito, tanto che nessun figlio di Adamo può giungere al cielo se non segue le orme sanguinose di Lui.

Se persevereremo, regneremo insieme. Accettando volontariamente sopra di sé travagli e dolori, egli ne ha mitigato l’acerbità in modo meraviglioso, e non solo con l’esempio ma con la sua grazia e con la speranza del premio proposto, ci ha reso più facile il patire. Poichè quella che attualmente è una momentanea e leggera tribolazione nostra, opera in noi un eterno e sopra ogni misura smisurato peso di gloria.

I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non li liberano dal dolore e che esse per la felicità avvenire, non che giovare, nuocciono; che i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo; che dell’uso dei loro beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto al Dio giudice… (…)

Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l’opera sua, la quale tornerà tanto più efficace quanto più sarà libera, e di questo devono persuadersi specialmente coloro che hanno il dovere di provvedere al bene dei popoli. Vi pongano tutta la forza dell’animo e la generosità dello zelo i ministri del santuario; e guidati dall’autorità e dall’esempio vostro, venerabili fratelli, non si stanchino di inculcare a tutte le classi della società le massime del Vangelo; impegnino le loro energie a salvezza dei popoli, e soprattutto alimentino in sé e accendano negli altri, nei grandi e nei piccoli, la carità, signora e regina di tutte le virtù. La salvezza desiderata dev’essere principalmente frutto di una effusione di carità; intendiamo dire quella carità cristiana che compendia in sé tutto il Vangelo e che, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo, è il più sicuro antidoto contro l’orgoglio e l’egoismo del secolo. Già san Paolo ne tratteggiò i lineamenti con quelle parole: La carità è longanime, è benigna; non cerca il suo tornaconto: tutto soffre, tutto sostiene (1 Cor 13,4-7). “

Laudetur Jesus Christus